Aboliamo la Fiera

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(Dentro il cuore e fuori dai denti)

Le note che seguono (con qualche inevitabile aggiornamento) denunciano un ritardo voluto. Ma la loro inattualità è ritornata ad essere attuale  per il susseguirsi di non-eventi che continuano a caratterizzare la fase politica, almeno dal versante dal quale mi ostino a guardarla. Ed allora riproduco la richiesta che mi aveva mosso fin dall’inizio. Eccola. Non soffro di un attacco di milanesite, ma per favore aboliamo la Nuova Fiera di Roma. Porta male. La sensazione di vivere nel disfacimento di un impero. Un deserto dei Tartari dal punto di vista dell’ubicazione. La fortezza Bastiani dove perfino il tenente Drogo di Buzzati non reggerebbe la depressione: “…uei qquei precipizi a sghembo e infine quel triangolo di desolata pianura che le rocce davanti non riuscivano a nascondere. Echi profondissimi dell’animo suo si erano ridestati e lui non li sapeva capire.” Nelle catacombe romane e negli scavi egizi passeggiamo tra i loculi in cerca del mistero della vita, eterna e non. Qui invece, ogni volta, mi pare di sprofondare negli inferi di una politica costretta a simulare le passioni di un tempo. I luoghi  hanno una loro importanza. E i riti pure. Il faut des rites, dicono i francesi, ed è vero.

Berlusconi, a un passo dal martirologio dopo il lancio del modellino del Duomo di Milano che l’ha sfigurato pro tempore, non è l’orco mediatico. Benché l’autocelebrazione ridondi rispetto all’assoluto riserbo (non un cenno) del Papa Tedesco fatto a sua volta oggetto di aggressione in San Pietro da una giovane italo-svizzera.  Se il Cavaliere occupa Palazzo Chigi da tanto tempo è merito suo e colpa degli avversari. “Merito” è accezione smisurata, ma anche le colpe degli altri sono senza misura. A gran parte di questa società civile (a prescindere dai sondaggi) Berlusconi sta bene. Per gli avversari non sta bene, ma sono pur tuttavia interessati ad alcuni pilastri del berlusconismo. Per essi la fatica non è dire qualcosa di sinistra, ma fare qualcosa di democratico, legiferare sul conflitto d’interessi, mutare il sistema della rappresentanza a partire dalla legge elettorale che li legittima e nello stesso tempo li delegittima. E tanto altro ancora, con assoluta priorità per la fatica di vivere degli italiani che l’ottimismo inossidabile del Premier né attenua né riesce a nascondere. Ignorando questa contraddizione essi hanno cessato di essere classe dirigente per trasformarsi in ceto politico. La vituperata “autoreferenzialità” ha dietro questa sostanza, sociologica e non soltanto. Il “porcellum”  di Calderoli (ma ispirato da Casini) è il cancro che, a partire da un generalizzato interesse di ceto, esaurisce e dissolve la rappresentanza di questa democrazia rappresentativa.

Le stesse primarie (importate per la prima volta a Bologna da Giuseppe Dossetti nel 1956) stanno trasformandosi in altro da sé: da momento di partecipazione a scelta e liturgia plebiscitaria. Perfino nelle ultime elezioni di circolo non si poteva dare la preferenza. E perfino nelle elezioni del Comitato Centrale  del PCUS Stalin concedeva che qualche nome potesse essere cancellato dalla lista. Adesso gli eletti di un circolo di periferia sono marchiati dal capocorrente: esistono soltanto in quanto bipedi di una scuderia. Nessuno può essere confortato dal consenso preferenziale per le sue idee e la sua esperienza. È così che l’assemblea congressuale del PD del 7 novembre 2009 è  diventata un rito rapido e stanco durante il quale anziché congiungere le mani si alzava la delega, non più di tre volte, che è numero perfetto: funebre liturgia di un dio che è morto. Poi il regista sommo della clowncrazia dice apertis verbis di essere infastidito, lui uomo del fare, dalle lungaggini del parlamento. Si potrebbero far votare i soli capigruppo. Anzi, a pensarci bene, basterebbe una loro telefonata, sempre che il Capo abbia il tempo d’ascoltarla.

Un partito democratico (secondo la vigente Costituzione) è quello nel quale si esercita associativamente la democrazia possibile. E la democrazia possibile per i partiti di opposizione durante il quasi-ventennio berlusconiano è assai più vasta di quella che i capicorrente (i dirigenti hanno un altro profilo) consentono di esercitare. Così declinano, restringendosi. Così alimentano, dall’altra sponda, il cesarismo. Odiano il cesarismo di Arcore perché si rendono conto (talvolta) di assomigliargli sempre di più: risultando meno vincenti e meno bravi. La loro fortuna è che gli italiani, pur delusi, sanno che un’opposizione è necessaria, non vetero e non cabarettistica, e insistono là dove lo spazio sembra ancora possibile e potenzialmente efficace: quello appunto del PD. A preoccupare è  invece il vuoto di idee, l’assenza di un punto di vista, un punto di vista in grado di tenere insieme un partito plurale. L’ostacolo non è rappresentato dalle antiche culture ibernate dalla guerra fredda al di qua e al di là dalla Cortina di Ferro. Può persistere nel DNA il richiamo della foresta, ma non c’è più foresta. Chi siede negli innumerevoli caminetti non alza la voce per questioni ideologiche. Perché altre ansie hanno condotto le fedi dei padri nude alla meta. Non è l’asprezza dello scontro il male oscuro, ma il dilatarsi del vuoto. I vuoti non comunicano né dialetticamente si oppongono: al massimo spartiscono. Non generano meticci. Un esperto della Sacra Rota chiamato a consulto rilascerebbe una perizia di impotentia coeundi. Un’idea politica non si compra da un ufficio studi e non può essere appaltata a uno  spin doctor. Solo un partito che partecipa, e partecipando discute e decide, è in grado di pensare in quanto organo collettivo pensante.

Non ce l’ho con il professionismo della politica: il dilettantismo che ne è seguito ha dato visibilmente risultati peggiori. Ce l’ho con il metodo di selezione. Non ce l’ho neppure con le correnti, penso anzi, tradizionalmente, che un grande partito se ne avvantaggi per la necessaria dialettica interna e per il conflitto, a sua volta necessario e benedetto. Niente caserma e niente pace dei sensi. Ce l’ho con il loro emanatismo (Plotino non c’entra) tutto dal vertice verso la base. Il capo, o, per meglio dire, il capocorrente che nomina e stampa i soldatini dall’alto. L’anticipo italiano è davvero sorprendente: siamo già alla degenerazione (e alla frammentazione) del partito personale. È il meccanismo che ha stritolato, dietro le quinte, Walter Veltroni, che pure sulle piazze suscitava consensi entusiastici, quasi oceanici, rispetto ai successori. La sera piovigginosa del 10 aprile 2008 un partito di massa, questo nostro PD, riusciva a riempire piazza Duomo a Milano, dopo trent’anni di astinenza. Dunque, non è problema di leadership, ma di meccanismo. O meglio, di una leadership in grado di scardinare il meccanismo perverso.

Adesso Walter scrive romanzi di successo (l’ho letto) e testimonia la pluralità delle vocazioni possibili. Un fatto complicato, che può accompagnarti per tutta la vita, al punto che San Benedetto Labre, morto barbone e acclamato santo subito dal popolo romano, impiegò l’esistenza cercando la sua fino all’ultimo giorno. Un dubbio che mi pare non sfiorare Massimo D’Alema – e lo invidio – perché non ha mai dichiarato di volersi ritirare in Africa sulle orme del dottor Schweitzer, anche se saggiamente si tiene aperta l’alternativa dell’andare a vela. Resta il fatto che il meccanismo nel quale ci siamo cacciati è micidiale e ci rende insofferentemente berlusconiani perché il Berlusconi di Arcore e il suo profeta Calderoli, da Bergamo e non da Atene, sono su quel terreno maledettamente più lesti di noi.

Ma milioni di italiani si assiepano ai seggi e alle urne delle nostre primarie e, con qualche recente e preoccupante defezione, preferiscono il nostro personale sul territorio. Dubito però che, rimanendo invariato lo schema, il trend sia destinato ad estendersi all’infinito. Nel senso che l’uso di queste primarie è contraddittorio: funzionano, l’ho già notato, secondo una logica rigidamente plebiscitaria. Così non si costruisce il partito che abbatte il muro tra iscritti ed elettori; si irrigidisce insieme la logica del partito personale e la sua frammentazione: un ossimoro che abita tra noi e che non solo non salvaguarda il patrimonio delle culture di provenienza, ma frammenta esse pure in nome della rendita di posizione dei vertici. Seppellisce le discussioni e i progetti sul partito pesante o leggero, plurale o meno, e ci consegna la strada di un partito avviato ad essere il partito di quelli che mangiano di politica. Non piccola turba: un personale, che come tutti i sottosistemi luhmanniani, contempla competenze, professionalità, etiche professionali, vocazioni, tradizioni, dorsali organizzative, interessi, relazioni, sogni, progetti di vita e prospettive, legittime carriere, famiglie. Insomma scelte e discrezionalità e consorterie che si occupano (e secundum l’antico Berlinguer)  talvolta occupano lo Stato e il Parastato, dai massimi vertici a Palazzo Madama, Palazzo Montecitorio, il CNEL, i vertici della Pubblica Amministrazione, Comunità Montane, Parchi, Consorzi, Acquedotti… Quando organizzi le riunioni di un organo regolarmente alle 14,30 del lunedì pomeriggio, chi mai potrà prendervi parte se non quelli che (come me) mangiano o hanno mangiato di politica? Non serve scomodare né Mosca né Pareto e neppure Michels, il partito si avvia a costituirsi in ceto politico, con il necessario ricambio generazionale e le dovute quote rosa (e siamo nella norma), destinato però a cessare d’essere classe dirigente per la perdita progressiva di rapporti con i mondi altri, le loro culture, le loro spinte. Senza dimenticare che la politica è sintesi non solo dei propri saperi, e che proprio per questo il grande Aristotele la definiva “regina delle tecniche”. Così il personale politico si fa sordo e distante, potrei dire con una sintesi un po’ troppo rapida e alla carlona, dalla cosiddetta società civile, dove non tutti sono innocenti, buoni o migliori, ma non tutti così masochisti da accontentarsi del ruolo di quelli che al giro ciclistico d’Italia si chiamano i portatori d’acqua.

E, si badi, non è un problema di qualità della società civile, che non è meglio di quella politica e che in maggioranza oggi, come ha scritto su “La Stampa” Gian Enrico Rusconi, si sente in sintonia col berlusconismo, ma è problema comunque di funzionamento della democrazia e quindi dei partiti, senza dei quali non si conosce al mondo democrazia. Non sono un radicale e neppure un apocalittico, ma mi pare ci siamo assestati da tempo abbondantemente (noi, non solo Berlusconi) ben oltre il livello di guardia. Continuiamo nel frattempo nonostante tutto ad essere e a considerarci i migliori, ma nuotare nell’acqua melmosa di uno stagno prima o poi inzacchera e sporca. Neppure la buona fede può considerarsi infinita. C’è un punto dove la scarsa generosità scavalca il confine che la separa dall’ottusità. Ed è purtroppo mia convinzione che i danni peggiori in politica non siano da ascrivere ai malvagi, ma agli stupidi.

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