I luoghi del potere nella società contemporanea è il tema del corso di formazione 2017-2018. Agostino GIOVAGNOLI e Salvatore NATOLI aprono con “l’Italia: la sua cultura del potere alla prova della contemporaneità”

Corso di formazione alla politica

Oggi le nostre società si vanno velocemente complessificando; il potere tende, così, ad assumere forme nuove, parcellizzarsi e annidarsi in luoghi in cui è più facile e proficuo usare la conoscenza rispetto al consenso.

Fino a mettere in discussione le norme più implicite del nostro vivere, inclusa la democrazia.

Dalle notizie inventate ai nuovi sviluppi della teoria economica, dal rapporto tra social media e politica alla credibilità della scienza ufficiale, nasce la necessità di trovare nuovi paradigmi capaci di orientarci nelle scelte e decisioni che ogni giorno costituiscono la nostra vita di soggetti politici e semplici cittadini.

Agostino Giovagnoli, Salvatore Natoli: l'Italia, la sua cultura del potere alla prova della contemporaneità

Clicca sui file audio sottostanti per ascoltare le registrazioni della lezione

(se vuoi scaricare i file sul tuo computer trovi i link in fondo alla pagina)

Luca Caputo presenta il 19° corso di formazione – 23′ 34″

Intervento di Salvatore Natoli – 25′ 09″

Intervento di Agostino Giovagnoli – 41′ 06″

Replica di Salvatore Natoli – 22′ 43″

Prima serie di domande – 14′ 55″

Risposte di Agostino Giovagnoli – 14′ 28″

Seconda serie di domande – 09″ 16″

Risposte di Agostino Giovagnoli – 08′ 09″

Terza serie di domande – 05′ 31″

Risposte di Agostino Giovagnoli e chiusura di Luca Caputo – 05′ 14″

Salvatore Natoli, Agostino Giovagnoli, Luca Caputo

Salvatore Natoli, Agostino Giovagnoli, Luca Caputo

pubblico in sala

pubblico in sala


Presentazione del corso 2017-18, di Luca Emilio Caputo

Buongiorno a tutti.

Esaurita, come di consueto, la fase di punzonatura, siamo pronti per iniziare i lavori del nostro Corso di Formazione alla Politica.

Un corso giunto alla sua diciannovesima edizione, segno della continuità dell’ impegno che ci ha visti, nei tanti anni passati, sotto la guida del nostro amato Presidente, Giovanni Bianchi.

Al quale va il nostro più caro e riconoscente pensiero…

…per gli insegnamenti, di valore innanzitutto, e di metodo poi, che ha saputo, voluto, e soprattutto sentito di darci ogni volta che ci siamo visti.

Sentito, forse prima di tutto.

Perchè, e non è altro che un ulteriore merito, fra tutte le grandi qualità che ciascuno di noi può riconoscere a Giovanni, una in particolare mi pare che rappresenti il motore del suo immenso impegno al servizio degli altri: la sua generosità, insieme di cuore e di mente. D’animo, si può dire. La generosità del genuino credente, di chi sa di aver ricevuto tanto e non è geloso nè di ciò che è, nè di ciò che ha, o ha ottenuto.

Ascoltare la sua viva, calda voce, era come osservare l’ orizzonte in una notte scura, e vederlo di tanto in tanto rischiarato dalla luce di un fulmine: una sua frase, lavorata, vissuta, sentita, ti dava le coordinate giuste per muoverti, suggerendoti anche che il tuo orizzonte non finisce nel tuo giardino di casa, ma molto più in là. E spesso non sai neanche di preciso dove.

Una frase, in particolare, mi risuona dentro e mi accompagna:

era appena finita una delle nostre riunioni domenicali, di quelle che facevamo un po’ di anni fa; Giovanni aveva fatto il punto della situazione, riversandoci dentro in maniera trasversale il suo grande sapere, faticosamente studiato. E qui prendo a prestito le parole di Riccardo Moro, che ha conosciuto Giovanni come noi e che in un ricordo, breve ma molto bello, scritto il giorno dopo quello in cui ci ha lasciati, ha scritto, cito testualmente perchè rende bene l’idea di quel che era l’ ascoltare Giovanni:

“Confesso che spesso sorridevo dentro di me quando facevi le tue mille citazioni a braccio e mi chiedevo quanti, fra chi ti ascoltava, si orientassero davvero in quella messe di riferimenti eruditi che tu disseminavi con prodiga disattenzione.”

Confesso che ho sorriso anche io, come un bambino con le mani nella marmellata, nel leggere queste parole, perchè era effettivamente così: tutto quel sapere, studiato, lavorato, che ti veniva servito così, su un piatto d’argento dentro uno di quei viaggi del pensiero che Giovanni ti faceva fare, tutti però con una meta precisa. E pieni di citazioni, di richiami a concetti e categorie filosofiche, o della sociologia, o politiche, con tanto di autori e una breve storia di quello che c’era dietro, o al fondo.

Alla fine di quell’ incontro gli chiesi come mai facesse tutto questo gratis, quando invece in giro c’era tanta gente che si faceva pagare per tenere delle conferenze.

La sua risposta, dentro un sorriso carico di Speranza, fu, appunto, illuminante:

“PERCHE’ LA VITA E’ ANCHE GRATUITA'”

Sei semplici parole che, proprio perchè dette da un uomo così, valgono da sole a definirne la grandezza. Sono quelle che più spesso uso quando voglio dire a qualcuno chi era Giovanni.

La gratitudine, per la gratuità di una vita spesa (per usare le stesse parole, forti, coraggiose ma vere, che gli ho sentito dire ad una persona che gli era cara) al servizio dell’ umanità, vogliamo manifestarla nella maniera che lui certo preferirebbe, ossia continuando il suo impegno di una vita, a partire da un punto di vista e da un luogo precisi, e con quello stesso spirito, di gratuità e di servizio.

Il Corso di quest’ anno presenta un paio di novità che possiamo definire “accessorie”, ma non per questo meno significative:

innanzitutto la videoregistrazione delle lezioni, che renderemo poi disponibili online attraverso un canale Youtube; questo nell’ intento di aumentare la diffusione dei contenuti del Corso e per sopperire ad una grave mancanza, quella di Gino Barbanti, cioè la persona che col suo prezioso e sapiente lavoro ha reso possibile la pubblicazione scritta delle sbobinature delle lezioni sul nostro sito. E’ un po’ un segno dei tempi anche questo: certe persone non si possono sostituire, cambiano le abilità ed i mestieri, e l’unica cosa che possiamo fare è inventarci delle forme nuove attraverso le quali continuare a fare quel che si fa;

sempre con l’intento di una più ampia divulgazione dei nostri lavori, la trasmissione delle lezioni in videoconferenza al di fuori di quest’ aula, nella sede dell’ Associazione Storiafutura di Casarano, in provincia di Lecce, la quale, interessata ai contenuti del Corso, ci ha chiesto di poter partecipare alle nostre lezioni in questa modalità: questo rappresenta per noi l’occasione di sperimentare questa modalità comunicativa per noi nuova, che presenta però un problema di tecnologia. Nella speranza che questa ci assista, si sono offerti di fare da cavia per questo esperimento. Di questo li ringraziamo e cogliamo l’occasione per salutarli.

Venendo invece più compiutamente al Corso, mi pare doveroso ripartire dalla definizione, che Giovanni e gli altri fondatori avevano scelto:

Formare alla politica non per creare un ceto politico ma dei quadri politici, persone capaci di orientarsi e di orientare nei complessi scenari della storia e della società in cui viviamo.

Il Corso di quest’anno prende le mosse già dalla progettazione del Corso precedente, che era stata molto dibattuta. Sotto la guida sapiente di Giovanni, era emersa la questione più ampia del rapporto tra i cittadini del XXI secolo ed il potere, in tutte le forme nelle quali esso si presenta.

Se esiste un elemento delle società umane, che è sempre stato caratterizzato da una certa inaccessibilità, questo è il potere.

Quasi che l’inconoscibilità delle sue dinamiche, (o almeno, delle più profonde) sia un qualcosa di connaturato al suo effettivo e pieno esercizio, il potere tende a nascondersi, a mostrare di rado il suo volto peggiore; questo finisce per farlo apparire, a tratti, contiguo con qualche cosa di esoterico, quasi di cattivo.

Ci ritornano alla mente le tante conversazioni fatte con Giovanni su questa questione fondamentale della cultura politica: se sia, cioè, vero che il potere abbia in sè qualcosa di intrinsecamente malvagio. Il fascino deteriore del potere emergeva allora sovente in un ragionamento, morale sì ma mai moralista, che si svolgeva sulle tracce della letteratura politica e filosofica più alte. Da Machiavelli a Dossetti, passando dalla cultura tedesca che tanto lo affascinava e lo assorbiva, la questione del rapporto che lega insieme persone, autorità, poteri ed istituzioni prendeva di volta in volta strade diverse, tutte profondamente sensate, il che sta ad indicare, credo, la complessità di questa questione.

Una questione non esauribile, quindi, in un solo Corso.

Nella edizione passata ci siamo concentrati sul primo momento di questo rapporto, ossia le forme della cittadinanza nelle quali le persone sono in relazione con le autorità ed i potenti, così come questi si organizzano.

E’ ora invece il momento di scendere nella seconda parte di quel ragionamento che, come detto, aveva contraddistinto il dibattito recente tra di noi, nel Dossetti, e che era al centro delle nostre riflessioni con Giovanni al di là del Corso.

L’edizione di quest’anno, ideata e progettata quando Giovanni era ancora fisicamente tra di noi, prende le mosse direttamente da quelle riflessioni che ci impegneranno ancora per quest’anno e nel prossimo futuro.

L’idea di ricercare e studiare i luoghi del potere nella società contemporanea nasce da due cose:

1) l’ osservazione degli eventi: le nostre società odierne si vanno complessificando, in maniera anche molto veloce, quasi tumultuosa, spesso disordinata, almeno in apparenza. E mi pare che il concetto di “nuovo disordine mondiale” ricorra nel libro che oggi presentiamo “la Repubblica degli Italiani”. Ed è così che la conoscenza diventa fondamentale anche in ottica politica: se è pur sempre stata un’arma, da custodire gelosamente e negare agli altri, è però anche vero che, all’ aumentare della complessità, il sapere diventa fondamentale non più solo per vincere la partita economica, ma anche per orientare il consenso.

Ecco che il potere tende a passare in forme sempre meno monolitiche: anzi, si parcellizza, e finisce per annidarsi nei luohi in cui conoscenza e consenso sono in relazione più stretta. Sono facili da immaginare le conseguenze quanto al rischio di indebolimento della democrazia.
Sulla quale pure qualcosa ci pare di dover dire: pare, infatti, ormai compiuta l’uscita dal quel “Secolo breve” che sembrava aver portato in dote al nuovo millennio la conquista finale della democrazia. Al punto da essere arrivati ad esportarla con le armi e la guerra, elevandola a valore assoluto, al di sopra della pace e delle persone.

Non è, ahimè, così: la democrazia oggi appare invece fragile, messa in discussione non già dalla governabilità, rispetto alla quale è, semmai, complementare (per riprendere un concetto che Giovanni enunciava di frequente: “non esiste democrazia senza governabilità ma è pur vero che il massimo della governabilità coincide con il minimo della democrazia”), quanto dalla sempre minore comprensione delle dinamiche che governano il nostro mondo.

Toccherà, a nostro avviso, confrontarsi con questo scenario: quello in cui il conflitto tra l’economia immateriale e quella materiale si sposterà stabilmente su un piano sociale, diventando il conflitto tra coloro che vivono di flussi in una razionalità fatta di punti e fasci di rette, contro coloro che vivono di radici dentro una dimensione fatta di corpi e terra ed aree. Con il tentativo dei flussi di intensificarsi, stendersi in tre dimensioni, fino ad attraversare e consumare i corpi e la terra.

In conseguenza di ciò, la dialettica politica, con le forme e le dimensioni della rappresentanza che si daranno, tenderà sempre più ad indentificarsi con l’una o con l’altra di queste razionalità.

Nel migliore dei casi, a nostro parere, vedremo le forme organizzate della raprresentanza politica ed istituzionale tentare di rappresentare efficacemente le tensioni sociali nate da questo conflitto: nel peggiore, le vedremo piegate ai due irrazionali riflessi della stessa, incontrollabile, razionalità.

2) arriviamo così a quell’esigenza, avvertita, in parte anche subita, da persone, quali siamo, che non si trovano dentro la turris eburnea, ma nel mondo, di trovare nuovi paradigmi capaci di orientarci nelle scelte e nelle decisioni che ogni giorno costituiscono la nostra vita.

Detto in altri termini, non è più possibile pensare la democrazia come semplice espressione di consenso e delega del potere politico, nemmeno immaginando di avere in casa il migliore dei governanti (Socrate, del resto, non lo auspicava). Rischia, per usare la efficace metafora del Manzoni, di fare la fine del vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro: nella migliore delle ipotesi, languire nella ricerca di una scialba sopravvivenza sotto il giogo dei potenti.

Abbiamo voluto collocare, non a caso, in un luogo logicamente e cronologicamente centrale del nostro Corso la lezione di Sabino Cassese sul suo libro dal titolo “La democrazia e i suoi limiti”.

In una alternanza di lezioni dal contenuto teorico e di quelle dal contenuto più squisitamente tecnico, passeremo dalle notizie inventate ai nuovi sviluppi della teoria economica, dal rapporto tra social media e politica fino alla credibilità della scienza ufficiale. Con due importanti ascese su un piano più prettamente di senso, oserei dire su un piano più umano, con Il rischio di fidarsi di Salvatore Natoli e Tutte le opere di don Lorenzo Milani; e una chiusura tutta in “pars construens”, con due interessanti tracce di lavoro costituite dal “Cambio di paradigma” di Magatti e dalla tavola conclusiva con Sandro Antoniazzi, che in questi tempi è impegnato in uno studio a sei mani sulle nuove forme di lavoro di relazione, e il ruolo giocato da conoscenza e partecipazione nei luoghi di lavoro.

Che è, se vogliamo, il guardare all’ intera tematica del nostro Corso da un preciso punto di vista, quello del lavoro, argomento che è al centro dello studio di gran parte del mondo del cattolicesimo sociale:

dalle ACLI, che ne hanno fatto l’ oggetto di un importante Convegno nazionale a Napoli, all’ appuntamento di quest’anno delle Settimane Sociali, che si tiene proprio in questi giorni a Cagliari e che da 47 anni non vedeva questo tema al centro della propria agenda;

fino, più modestamente ma orgogliosamente, all’ impegno che proprio sulla tematica del lavoro il Dossetti sta portando avanti con altre realtà del mondo della cultura cattolica sociale e ci vedrà impegnati il 25 di novembre in un Convegno cui naturalmente vi invitiamo, presso la sede delle ACLI milanesi in Via della Signora.

Ritornando dalla fine all’ inizio, chiudo velocemente sulla lezione con cui abbiamo voluto aprire il corso di quest’anno: anche qui, l’insegnamento di Giovanni ci è venuto in aiuto, suggerendoci di partire da un preciso punto di vista, cioè quello italiano, per poterci poi meglio addentrare dentro un tema che va necessariamente considerato come globale.

E abbiamo scelto di farlo legando insieme due testi, a nostro avviso complementari, in grado di dare uno spaccato non statico di quel particolare rapporto tra gli Italiani ed il potere, dagli esordi della modernità fino ai fenomeni più attuali:

partiremo quindi dall’ Antropologia politica degli Italiani, il libro di Salvatore Natoli che già conosciamo, che è tanto piccolo e di facile lettura quanto però ricco e, direi, spietatamente lucido e chiaro nell’ individuare, con uno sguardo di lungo periodo, non viziato dalla contingenza e dalla congiuntura, i processi cumulativi in grado di creare le mentalità che sopravvivono ai cicli politici, ed anzi li determinano. Con l’aiuto di alcuni importanti autori di riferimento, da Guicciardini a Leopardi, da Prezzolini a Guido Dorso, il carattere degli Italiani ci si presenta come determinato dall’ assenza di senso dello Stato e quindi da una scarsa fiducia nelle istituzioni.

Per giungere poi in una dimensione più squisitamente recente, quella della storia repubblicana, in cui il carattere degli Italiani si gioca tutto nella competizione cui sono chiamati dagli avvenimenti più recenti: le trasformazioni epocali che hanno interessato il mondo a partire dagli anni ’70, lungo una concatenazione di eventi che partono dalla globalizzazione per giungere alla, forse inevitabile, crisi della democrazia rappresentativa, gli Italiani appaiono incerti; tra la ripresa di un forte progetto comune e la rassegnazione al declino e, mi pare di poter dire, ad un “si salvi chi può” che spiega i suoi effetti su scala europea.

Che prima di essere il tentativo di recuperare una maggiore razionalità politica nel mondo governato dai flussi, sembra innanzitutto la risposta, quasi disperata, che i territori economicamente più forti si danno, per tentare di vincere da soli la sfida della globalizzazione anzichè rischiare di perderla insieme.

Lascio quindi agli autori il compito di dirci da dove vengono, e dove vanno, gli Italiani.

Luca Emilio Caputo


File audio da scaricare (clicca sul link)

  1. Luca Caputo presenta il 19° corso di formazione 23′ 34″
  2. Intervento di Salvatore Natoli – 25′ 09″
  3. Intervento di Agostino Giovagnoli – 41′ 06″
  4. Replica di Salvatore Natoli – 22′ 43″
  5. Prima serie di domande – 14′ 55″
  6. Risposte di Agostino Giovagnoli – 14′ 28″
  7. Seconda serie di domande – 09″ 16″
  8. Risposte di Agostino Giovagnoli – 08′ 09″
  9. Terza serie di domande – 05′ 31″
  10. Risposte di Agostino Giovagnoli e chiusura di Luca Caputo – 05′ 14″
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