Alberto Melloni. Rapporto sull’analfabetismo religioso in Italia.

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Corso di formazione alla politica

Molti sono i temi trattati nel Rapporto e non è possibile qui riassumerli se non attraverso una breve elencazione necessaria per comprendere la vastità e la complessità dell’argomento: l’annosa questione degli insegnamenti teologici nell’università italiana; la rappresentazione degli argomenti storici a sfondo religioso nei libri di testo; la quasi totale assenza della Bibbia – “grande codice” della cultura occidentale – dagli insegnamenti scolastici; il rapporto tra religioni e mondo dell’informazione; lo sguardo sulle buone pratiche presenti, anche quando poco conosciute e nonostante il loro essere talvolta troppo isolate.

Alberto Melloni. Rapporto sull'analfabetismo religioso in Italia.

1. leggi il testo dell’introduzione di Marica Mereghetti

2. leggi la trascrizione della relazione di Alberto Melloni

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1. premessa di Giovanni Bianchi 08’00” – 2. introduzione di Marica Mereghetti 12’57” – 3. relazione di Alberto Melloni 1h14’26” – 4. domande 04’03” – 5. risposte di Alberto Melloni 20’17” –  6. domande 13’58” – 7. risposte di Alberto Melloni 18’21”

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Testo dell’introduzione di Marica Mereghetti a Alberto Melloni

Ci avviciniamo al Natale e come sempre si apre una qualche polemica su qualche presepe in qualche scuola. Preferibilmente nel nord est del Paese. Come sempre i difensori delle piccole patrie – ora riconvertiti ad ambizioni ancora più populiste, certo non meno pagane degli inizi, e con una qualche velleità nazionale – cavalcano la polemica. Occorrerà forse informarli però che la grande madre Russia celebra la nascita del Signore quando nelle nostre case entra la befana. O forse dovremmo informarli del fatto che il povero Babbo Natale non arriva bardato di pelliccia con la slitta da qualche paese nordico, ma più probabilmente dalla Turchia su un barcone attraverso il Mediterraneo. E il preside nella bufera, che aveva sicuramente altri strumenti per tematizzare il rispetto interreligioso nella sua scuola, cosa farà l’anno prossimo?

La facile ironia cela preoccupazioni e una realtà complessa che occorre affrontare in tempi brevi, se non si vuole che le generazioni future si rinchiudano in forme di socialità e cittadinanza asfittiche, litigiose e pericolose per il futuro di un paese che non è più monolitico e compatto (ma lo è mai stato?) nelle sue forme vissute di cultura, usanze, motivazioni etiche e religioni.

La sfida – sia ben chiaro – riguarda tutta L’Europa, figlia dell’Illuminismo (ma anche delle guerre di religione) attraversata dalla secolarizzazione e votata alla democrazia e alla sua laicità. La necessità politica di formare cittadini legati a valori civili di tolleranza – soprattutto laddove lo “scontro di civiltà” potrebbe insorgere violento – spinge ad abbandonare una laicità neutra e distante per riscoprirne una comprensiva e conoscitiva.

Il tema della alfabetizzazione religiosa dei cittadini diventa centrale al fine di una migliore capacità di convivenza e quale modalità ormai imprescindibile di costruzione di una cittadinanza che si confronta e accetta la diversità; una cittadinanza già declinata per chi in Europa ha le sue radici ma anche per tutti coloro che dell’Europa hanno deciso di fare la loro nuova patria, fuggendo la povertà e le guerre, cercando una frontiera nella quale vivere e far vivere i propri figli, il luogo dove poter esprimere anche la propria cultura, e la propria spiritualità.

Non è un caso che da anni il Consiglio d’Europa raccomandi agli Stati politiche in ambito educativo e dell’istruzione che integrino l’insegnamento delle differenze religiose, delle loro storie , dei loro linguaggi e dei loro simboli, dei loro sistemi morali. La laicità delle democrazie si declinerebbe quindi non più come distanza neutra dalle chiese e dalle differenti etiche, ma come capacità di formazione di cittadini dialoganti e tolleranti, realmente liberi di professare ciò che credono, nel rispetto di quelle basi infinitamente alte della Dichiarazione dei Diritti Universali che sono la base di ogni democrazia.

Gli esempi (anche nella laicissima Francia) di insegnamenti curriculari non confessionali di storia delle religioni e delle tradizioni etiche non religiose non mancano in svariati paesi europei, talvolta accompagnate dalla possibilità di richiesta facoltativa da parte delle famiglie di insegnamenti integrativi confessionali. Sicuramente il tema è caldissimo: la paura del diverso, del lontano che arriva sino a noi dopo l’undici settembre si è fatta grande; la crisi economica chiude le prospettive di aumento della ricchezza e sventolare i fantasmi di nuove guerre di religione da parte di nuovi populismi rende in termini elettorali. Per uscire dall’Italia si pensi alla recente proposta in Austria di obbligare alla lettura del Corano in lingua tedesca all’interno delle moschee, affinché i cittadini musulmani capiscano la differenza tra gli “ancestrali” concetti etici espressi dal loro testo sacro e la differente altezza e comprensione dell’ Aufklärung mitteleuropea. Il motivo di tale proposta ovviamente è quello di evitare l’islamizzazione dell’Austria, che pure ai tempi dell’impero si dotava di una legge sulle libertà religiose necessariamente ampia vista la compresenza all’interno dei confini di varie matrici religiose (cattolici, protestanti, ortodossi, ebrei, musulmani).

A fronte di tali raccomandazioni e attraverso un percorso di confronto con altre esperienze europee il testo analizza la realtà italiana attraverso l’apporto e la ricerca di giuristi, storici, pedagogisti, sociologi affrontando i nodi principali della declinazione specifica del religioso in Italia.

Chi vi cerchi argomenti di facile scandalo sull’ignoranza biblica e religiosa dei cittadini italiani resterà in parte deluso: non perché il tema non sia trattato, talvolta in maniera esilarante, altrimenti con risultati sconfortanti, ma perché non insiste in una tipologia denigratoria e infine auto-assolutoria della perenne ignoranza italiana. Certo l’analfabetismo che risulta è generale con scarse vette di consapevolezza, per lo più da ritrovarsi nei gruppi fortemente motivati nella propria fede o in quelli con più alto grado di istruzione, e tendenzialmente nel nord del Paese. Potremmo dire che chi crede (o si inserisce in una comunità di credenti più o meno tiepidi ed osservanti) non sa dare ragioni della propria speranza, spesso è “disarmato” di fronte alla competenza altrui. La “naturalezza” della religione di nascita soffre di scarsa cultura biblica – nonostante la liberazione del testo avvenuta nel mondo cattolico dopo la Dei Verbum -, di poca consapevolezza storica, di quasi totale ignoranza delle diverse confessioni cristiane e delle fedi altre. Nonostante l’altissima adesione all’ora di religione cattolica. Ma come giustamente afferma Melloni “a scuola non s’impara né la Bibbia, né la storia della chiesa, né il catechismo, né la teologia: ma si fa per lo più della psicosociologia religiosa, legata alla quotidianità”. Un’ora di religione quindi anch’essa da riformare, secondo le indicazioni del Consiglio d’Europa e attraverso lo studio delle esperienze straniere.

L’analfabetismo religioso ha un’altra più subdola conseguenza: esso è causa ed effetto del ritardo del paese sulla libertà religiosa. Se l’articolo 8 della Costituzione indica un percorso netto e obbligato, la realtà storica si distrae dall’attuazione dell’articolato, sia nella discussione sull’ora di religione, quale premessa alla libertà, sia nella vera e propria mancanza di una legge sulla libertà religiosa, quando non addirittura nella possibilità amministrativa lasciata a comuni e regioni di limitare di fatto la stessa espressione di questa libertà. Le limitazioni amministrative alla costruzione di moschee sono la realtà più visibile di queste “amnesie” legislative: in Italia esistono solo quattro moschee per circa un milione e seicentomila musulmani, Milano non ha una moschea e a fronte di un’amministrazione comunale che sta cercando di avviare un percorso di definizione di un progetto nel frattempo è partita la rincorsa della regione Lombardia nel tentativo di limitarne di fatto l’esistenza con strumenti urbanistici. Ma argomento centrale della libertà religiosa è anche la questione dell’assistenza spirituale e religiosa negli ospedali e negli istituti di pena, luoghi della necessità e della sofferenza dove più emergente è l’esigenza dell’accudimento spirituale di chi cattolico non è. Il Paese di fatto è bloccato all’accordo di Villa Madama del 1984 e alla regolamentazione dei “culti ammessi” del 1929: quindi è rimasto a trent’anni fa, con l’aggravante che tutto è cambiato. Occorre necessariamente, sia in ambito scolastico che in ambito civile, modificare gli assetti aprendo la legislazione e soprattutto i diritti di scelta: ma le tensioni che potrebbero aprirsi con la chiesa cattolica sono un prezzo che nessuno intende pagare. Tra il 2007 e il 2011 si sono affossate proposte di legge e possibilità di adeguamento della legge, della scuola e dei diritti che cercavano di adeguarsi alla velocità di cambiamento della società, e di richiamarsi finalmente al dettato costituzionale. Si è preferito, con la polemica sul crocefisso a scuola, esorcizzare la realtà puntando ad un cristianesimo civile della maggioranza e della tradizione di fatto ignoto alla Costituzione, e che svilisce lo Stato e la stessa fede cattolica che si accontenta di essere ridotta a religione civile pur di mantenere una posizione di preminenza. E a ribadire il concetto si sono aggiunti nel 2013 i tanti, troppi discorsi celebrativi sull’Editto di Milano.

I decisori politici, in questo Paese , se sono fedeli laici maturi non hanno fortuna politica, se sono atei devoti concordano con la grande tradizione tridentina… e sembrano così lontani i tempi della discussione dell’Assemblea Costituente: sia i protagonisti che i necessari compromessi sono veramente altri e quanto distanti.

All’interno di un tema così complesso non può mancare l’aspetto più propriamente intraecclesiale. Siamo tutti consapevoli e storicamente informati dello svolgersi del rapporto Stato – Chiesa in Italia e del senso intrapreso da una “egemonia” dell’unica (o quasi) presenza della fede cattolica nel Paese. Il testo ripercorre i passaggi concordatari e i reciproci interessi intercorsi nel compromesso tra Stato e Chiesa. Eppure forse questo è il momento migliore per aprirsi a un nuovo modo di affrontare la questione da entrambe le parti, se lo si volesse. Il progetto culturale di una nuova e totale egemonia di ruiniana memoria ha fatto il proprio corso: da un lato infrangendosi su accordi di interesse con una parte politica composita di tra atei devoti, pagani ricristianizzati, elementi preconciliari, allegri libertini e compagnia cantante, dall’altro mostrando la corda rispetto ad una realtà che correva molto più velocemente di quanto ci si aspettasse. E tuttavia esperienze ecclesiali di base molto hanno lavorato in questi anni nel segno del dialogo ecumenico ed interconfessionale, memori e custodi dell’insegnamento del Concilio, non arroccandosi in difesa di un universalismo catechetico, ma operando percorsi di reciproca e feconda conoscenza e convivenza. Spesso poi ci sono buone pratiche quotidiane nelle realtà parrocchiali: mi corre l’obbligo affettivo di citare i tanti oratori ambrosiani, che non si limitano ad accogliere ragazze e ragazzi non cattolici, ma li rendono protagonisti facendoli essere animatori ed educatori dei più piccoli.

Certo il mondo cattolico italiano è variegato, e molti vivono una fede personalizzata: questo distingue anche rispetto all’accoglienza del diverso, alle paure che incarna. Però… però la svolta in corso che Bergoglio sta attuando, con atti e parole , con un ricentramento veramente universale del cattolicesimo (e infatti la CEI sembra spiazzata e balbettante), con una ripresa creativa del Concilio e delle sfide del mondo contemporaneo aprono alla speranza. La necessità e la scelta di Francesco di operare prima percorsi di amicizia, di sim – patia (proprio nel senso del sentire insieme), perché le religioni possano offrire spazi di confronto e di pace alla società tutta e perché esse non vengano strumentalizzate dallo scontro di civiltà, sono un modo di intraprendere nuove strade. Il discorso di Francesco al Parlamento Europeo incentrato sulla multiculturalità e sul pluralismo assiologico e sulla sua ricchezza allontana le paure e disegna una laicità democratica non solo condivisibile, ma veramente auspicabile. La conseguenza politica degli applausi bipartisan dovrebbe essere una risposta altrettanto alta se si vuole realmente che l’Europa incarni la propria vocazione delle origini: l’augurio è che non capiti quello che è accaduto dopo Lampedusa: applausi al Papa e inerzia o colpevole modifica della tutela dei migranti con l’annullamento dell’operazione Mare Nostrum che – pur tra mille limiti – ha salvato vite umane.

Molti sono i temi trattati nel Rapporto e non è possibile qui riassumerli se non attraverso una breve elencazione necessaria per comprendere la vastità e la complessità dell’argomento: l’annosa questione degli insegnamenti teologici nell’università italiana; la rappresentazione degli argomenti storici a sfondo religioso nei libri di testo; la quasi totale assenza della Bibbia – “grande codice” della cultura occidentale – dagli insegnamenti scolastici; il rapporto tra religioni e mondo dell’informazione; lo sguardo sulle buone pratiche presenti, anche quando poco conosciute e nonostante il loro essere talvolta troppo isolate.

L’augurio, personale, è che questo testo abbia fortuna, non tanto o non solo editoriale, quanto nella realizzazione dei suoi intenti. Proprio perché non si tratta semplicemente di una raccolta di studi, ma bensì di una piattaforma di discussione aperta, l’auspicio è tutto nella riapertura della discussione e nella realizzazione di riforme nell’ambito della libertà e della alfabetizzazione religiosa che non possono più attendere. Con la speranza che la laicità promossa dagli autori divenga terreno comune e informi di sé la politica, la società e le chiese, al fine di un nuovo personalismo civile che si prenda cura degli individui, delle loro necessità, anche spirituali, e risponda alle sfide del pluralismo assiologico contemporaneo con nuove forme di uguaglianza e di giustizia.

Trascrizione della relazione di Alberto Melloni

Due parole su questo lavoro che abbiamo cercato di cucinare dal punto di vista soggettivo della nostra piccola baracca di ricerca, questo lavoro non nasce da una scelta astratta, viene da un processo molto pragmatico di lavoro. Nel 2011 abbiamo fatto per la Treccani un immenso fermacarte, un fermaporte anzi, in due volumi, che si chiama Cristiani d’Italia, che era un grosso lavoro di un centinaio di studiosi sul rapporto tra chiesa, società e stato dal 1861 al 2011. Dietro a quel lavoro lì stava un postulato, non condiviso da tutti gli autori, ma condiviso dal direttore dell’opera, che era un vecchio postulato dossettiano; il postulato che forse qualcuno di voi ricorderà di aver letto da qualche parte, che noi abbiamo soltanto in una traccia di Angelina Alberigo, di una conversazione di Dossetti nel ’51 a Milano, a casa degli Alberigo, con Baget Bozzo, gli Alberigo medesimi e un po’ di altra gente, di quelli che vengono da Bologna, di quelli che non ci vanno, dove lui propone un modello di lettura della storia, come dire, altamente teologico, per nulla laico, come lo si usa dire oggi con il ght, come la Coca Cola light. Cioè l’idea che i grandi cambiamenti delle epoche storiche devono essere ordinati e presidiati dai grandi cambiamenti della chiesa. E quando la chiesa non esercita questo suo dominio sui grandi cambiamenti dell’epoca vien meno al suo dovere e diventa la causa dei mali che si producono.

Che è una lettura della teologia della storia molto forte, molto netta, pericolosissima. C’era anche un tipo di lettura degli anni Venti della storiografia tedesca che diceva la stessa cosa in forma positiva: la chiesa ha presieduto ai grandi cambiamenti di civiltà e dunque ha il diritto di interpretarne le tendenze; il punto di svolta di tutto questo naturalmente nel secolo XI è la riforma gregoriana, l’inizio di una distinzione tra est e ovest del mondo che noi ci portiamo dietro come se fosse stata una ricottina cucinata ieri, e rappresentava anche, nella storiografia protestante, una pretesa sulla stessa modernità. E anche la Riforma aveva segnato un grande cambio di paradigma storico e che dunque era la teologia fine Ottocento, la teologia liberale, che dominava questo grande cambio di paradigma. Sia l’una che l’altra condivisa in modo diverso dalla chiesa cattolica, quella dell’XI secolo in modo positivo, lì nasceva l’età dell’oro, la cristianità, il regime nel quale la chiesa dettava le regole del vivere civile, cristianità che andava ricostituita, che andava ricreata, che andava rigenerata. Il vecchio sogno degli anni Trenta. Ma condivideva anche in fondo la lettura della modernità come figlia della Riforma anche se questa in senso deprecatorio, cioè era stato, come diceva un bel manuale dell’Ottocento che cominciava così il capitolo sull’eresia luterana: “L’orgoglio e l’avarizia. di un frate laido” puntini puntini puntini, e poi si parlava di Lutero. Era stato l’orgoglio e l’avarizia di un frate laido quella che aveva introdotto questo principio diabolico della coscienza individuale, della dominazione dell’individuo su di sé, che aveva distrutto il principio di autorità e tutti i mali che erano venuti dopo non erano altro che figli di quella rottura di quel meraviglioso equilibrio della cristianità medioevale. Per cui era venuto l’Illuminismo, la Rivoluzione francese, contro la rivoluzione era venuto l’imperialismo napoleonico, e poi il socialismo, e poi il comunismo, e poi il fascismo a combattere quelli, insomma c’erano tutte le prove di questo rosario degli errori, come lo si chiamava, per il fatto che era stato un immenso disastro.

Quando nel ’51 DossettI riutilizza quel tipo di formulario, di argomentario, diciamo così, prende esattamente lo stesso tipo di verbi e rovescia il positivo in negativo. Cioè non è tanto importante il fatto che la chiesa abbia generato delle civilizzazioni, chiamiamole così, e che questo le abbia dato dei diritti, perché questo non è detto che sia, e forse non è vero, però è vero il contrario. Quasi tutti i guai che si generano, si generano quando la chiesa viene meno al suo dovere. Dunque, quella idea di dominazione non era una dominazione politica ma era un’idea di interpretazione teologica del cambiamento dei movimenti del tempo.

Tutto questo per dire che quando abbiamo provato a riflettere su che cosa fare del 150mo dell’Unità d’Italia, dei libri che ci piaccia fare, delle ricerche che ci piacciano e che abbiano anche un senso all’interno della discussione pubblica, il problema è proprio quello di mediare quella lì: cercare di capire come e quanto era vero il fatto che i grandi guai della storia nazionale erano dipesi da quella mancanza lì, dalla mancanza di una azione positiva da parte della chiesa nell’interpretare le criticità e le potenzialità dei cambi storici che si erano creati.

La tesi non mi sembrava inefficace dal punto di vista euristico ed ermeneutico perché questa è una cosa che del fascismo si può e si deve dire. Uno degli aspetti decisivi del fascismo non è soltanto quello che ci si trova dentro, l’indulgenza clerico-fascista, questa cosa che inorridisce persino Zardini, i preti che portano i calici per dare l’oro alla patria, è una cosa che viene da prima, che viene da Pio X, dall’idea di decerebrare il clero cattolico perché così si era sicuri che non era modernista. Nel secolo XX trovare teologi cattolici la cui “t” possa essere scritta con la maiuscola è un’impresa fuori dal comune, non è così in nessuna altra parte del mondo. Noi abbiamo avuto una religione che ha fatto fatichissima a riprendersi da quella condizione e molto spesso anche la nostra teologia ha avuto il bisogno di difendersi con un’aura di pietà e di grande devozione, e di zelo predicatorio, per mettersi al riparo dai guai.

Beh, quella decerebrazione con l’incapacità di interpretare il fascismo ha avuto qualcosa a che fare; la scelta, sempre in quegli anni, fra il 7 e il 14 del secolo XX che il vero problema politico della chiesa era quello non di che cosa avere voglia, ma di che cosa avere paura, è una cosa che ha segnato per sempre la storia politica italiana: allora col patto Gentiloni era votare dei liberali, anticlericali, ricchi, distanti dalle masse contadine e operaie a cui la chiesa era infinitamente più prossima di quanto non fosse a loro, per paura dei socialisti. Questo ha aperto la porta al fascismo ma è stata anche la chiave dell’infarto di un possibile riformismo democristiano del ’47, è stata la causa della fine del centro-sinistra e in fondo ha continuato a funzionare ancora quando nel ’94 il presidente del Milan ha suonato il campanello dell’anticomunismo, che tutti pensavano che tutti pensavano che fosse arrugginito, e invece funzionava da dio.

E ha funzionato anche al contrario perché alla fine il problema di una politica (alla fine dirò anche qualche cosa poi buttiamo via tutto) funzionò anche al contrario perché uno dei problemi che ha tutto il progetto ulivista, democratico e progressista italiano fino alla cosa che dirò poi alla fine, quella di Formica, è quello che funziona anche lui contro quella paura, solo che il campanello anti-berlusconiano è molto più grande del campanello delle politiche industriali, delle politiche fiscali, della lotta efficace alla criminalità e non quella declamatoria che è semplicemente il de profundis dei martiri della mafia, e via di questo passo.

Questo per dire che questa idea che le colpe della chiesa siano il disastro della nazione è, secondo me, una cosa su cui è importante riflettere perché, e qui vengo su un punto che entra un po’ nello specifico, se non si passa da un’assunzione di colpa della chiesa in questi snodi, il paese non se la cava. E vi annuncio subito una brutta notizia: la situazione attuale con questa cosa meravigliosa, di aver fatto papa un cristiano, cosa che capita rarissimamente, che vuole rimanere cristiano, che fa il cristiano (scusate, prendo il messaggio se no continua a suonare: è morta Angelina Alberigo, ne abbiamo parlato in tempo), che vive il Vangelo con tanta semplicità, dolcezza e autenticità, non è semplicemente un papa che viene in Italia da lontano, è un papa che è estraneo a questo universo. Nel momento in cui questo paese avesse bisogno da parte della chiesa non di un’assunzione di colpa, che è troppo difficile, ma di un aiuto, come è stato Pio XII nel settembre 1943 e come è stato Paolo VI nel maggio 1978, questo aiuto non ci sarà. E per la prima volta questo paese se la dovrà cavare da solo. E se questo paese non solo non se la sa cavare, ma non se la caverà. Fine della brutta notizia, però mi sembra già abbastanza brutta per il sabato di santa Lucia.

Fatta quest’opera, ne abbiamo fatta un’altra che è uscita l’anno scorso, un altro immenso fermaporte, uscirà anche quella per la Treccani, che è stata l’Enciclopedia Costantiniana, su cristianesimo e potere da Costantino a Putin incluso, ponendo anche qui una questione che riguarda non solo la storia italiana, ma anche la storia di tutte le chiese e che si domanda come mai sia nata quella che Chenu chiamava l’era costantiniana, e che lui sperava che fosse finita col Vaticano II e invece non era tanto finita.

Perché se uno guarda il cristianesimo per come ce lo raccontano i Vangeli, non è mica normale quello che è successo. Cioè, parliamo del destino di una piccola setta ebraica, messianica, di scarse capacità organizzative, come si vede dai suoi inizi, con una predicazione che entra nella cultura del mondo antico come un coltello nel burro, che incontra un antagonismo da parte di una struttura imperiale di prim’ordine come quella dell’impero romano e, approfittando di debolezze e cose di questo genere, guadagna con Costantino lo status di religio licita. E fin lì, amen. Nel senso che, diciamo così, poco male.

Dodici anni dopo, Costantino si pone il problema di costringere i vescovi a fare una cosa di cui la chiesa cristiana deve ancora smettere di beneficiare, cioè un concilio di tutte le chiese, con questa idea di dotare un impero uno di una fede una. E nell’arco di cinquant’anni, con Teodosio, la fede una, della chiesa una, dell’impero uno, elabora una teoria dell’intolleranza, una teoria della persecuzione dei pagani, e poi, in tempi rapidissimi, una teoria del perché gli ebrei devono continuare a esistere e come e in quali condizioni e con quali limiti e via di questo passo.

La cosa che ci interessava, per cui siamo andati da Costantino a Putin, è quella che alla fine questo mito costantiniano fino alla città positiva di Scola, continua ad agire come una cosa dalla quale ci si vuole liberare ma che poi alla fine immancabilmente finisce per ripresentarsi. E come questo mito fatto dal rapporto fra cristianesimo e potere, come rapporto che non può essere rapporto di pura alterità e di pura discrezione, continua ad affascinare non solo a destra con Mussolini che si fa dipingere nella Cappella degli Emigranti di Montreal, nell’abside, da una parte Costantino in corteo e dall’altra parte Mussolini in corteo: è ancora lì, andatelo a vedere perché merita. Montini voleva darci una mano di bianco, ma c’era la sovrintendenza e non si poteva.

Non solo funziona quella cosa lì, ma funziona nella teologia politica sandinista, funziona in una parte della teologia politica della liberazione. Soltanto l’utopismo messianico di don Milani, ricorderete la lettera a Pipetta, dice a Pipetta: però ricordati che quando tu avrai preso il potere, io ti sarò contro, perché io sarò comunque fuori da quel cancello. Appunto è una voce che è bella ed è significativa proprio perché è isolata ed è così.

Bene, fatto questo, abbiamo fatto il rapporto sull’analfabetismo religioso, che per noi voleva dire provare a entrare dentro questo tema con una dose ampia di vaccinazione antisociologica, perché tutti i temi dell’analfabetismo, incluso quello religioso, sono tematiche che si prestano a una rapida descrizione di tipo sociologico che fra l’altro è bellissima, per cui il 30% delle persone non sa rispondere alla domanda: quanti sono i dieci comandamenti. E poi c’è una cosa ancora più bella, che se guardate in fondo alle figure è molto divertente, per cui i sociologi religiosi, che sono religiosi, si mettono a sondare dall’analfabetismo religioso, vengono fuori dall’analfabetismo religioso perché alla domanda: chi ha scritto la Bibbia, dire qual è la risposta giusta suppone un discorsetto teologico piuttosto sofisticato: perché la risposta giusta sono gli agiografi, per me compreso, per cui era l’unica risposta corretta; gli agiografi e gli scrivani, lo scrivano di Paolo e così via.

La domanda era fatta dai sociologi religiosi delle chiese evangeliche: la Bibbia l’ha scritta Dio, la risposta alla domanda che la Bibbia l’ha scritta Dio è accettabile da un certo punto di vista se uno ha tempo di dire due o tre cose può anche dire quella cosa lì. La risposta che l’ha scritta Gesù è molto giovannea: tutto è stato fatto per mezzo del Verbo e quindi anche la Bibbia è stata fatta per mezzo del Verbo. Una risposta molto orientale non c’era neanche quella; una risposta molto orientale, che non c’era come l’agiografo, era che l’ha scritta lo Spirito, perché l’unica cosa su cui tutte le chiese cristiane sono d’accordo è che l’agiografo è stato ispirato, come e quando non lo saprei dire, ma è lì la risposta.

Per cui capite bene che il giochino delle risposte sull’analfabetismo è divertente perché ci si può costruire a bizzeffe sopra tutta una serie di cose. Ma va anche detto che, e su questo noi siamo stati moderatamente disonesti, che l’analfabetismo religioso non è mica l’unico. Se uno domandasse quanti sono gli elementi, la tavola degli elementi, andrebbe come i comandamenti, probabilmente; o di che grado sono le equazioni di terzo grado otterrebbe la stessa risposta perché la qualità della disabitudine all’uso dell’aggressività è ormai tale per cui se uno domanda che ore sono lo guarda sul telefono o lo guarda per aria e non dice: è pomeriggio. È così.

Per cui volevamo fare una cosa che non prendesse troppo in carico questo aspetto sociologico, anche se questo appunto è talmente ghiotto, è talmente palatabile che ha funzionato così. Ci interessava un altro aspetto che era l’aspetto di carattere storico. Perché, un po’ come per la domanda costantiniana, anche qui il discorso sull’analfabetismo religioso suppone una specie di paradosso di fondo. Il nostro è un paese che somministra apparentemente un’enorme quantità di informazioni sul religioso; lo fa attraverso l’attività delle chiese che riguarda una parte piccola della popolazione in termini sociologici, però non dimenticatevi mai che il clero, lo scassatissimo clero italiano, domani porterà a messa circa 7 milioni di persone, cioè due volte l’articolo 18 di Cofferati, tutte le domeniche a costo zero, o quasi. Per cui la percezione di un cattolicesimo di minoranza è certo tutta roba vera e giusta, però parliamo sempre di una dimensione gigantesca.

Certo in questa dimensione gigantesca è incluso un meccanismo trasmissivo di conoscenze catechistiche, di conoscenze teologiche e anche di conoscenze culturali particolarmente devastanti come è il catechismo, che per una serie di ragioni, di discronie fra il rifiuto cattolico dell’idea della scuola e l’assunzione cattolica dell’idea della scuola più la costruzione del mito dei giovani fra le due guerre, fa sì che tutta questa trasmissione avvenga entro tempi e modalità che fanno sì che la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze, tutti quelli che non sono nei 7 milioni, considerano questa trasmissione come una cosa che è anche giusta, o simpatica, in un certo momento dell’età, ma che, come la Barbie, a un certo punto smetti. Oggi mi piace tanto giocare alla Barbie, poi però sei grandicella ed è bene e necessario che tu smetta di giocare alla Barbie se vuoi diventare grande, non puoi fare la bambina tutta la vita. Allo stesso modo, il catechismo ti piace tanto, tutto bene e così via, ti ricordi, però devi anche smettere se no non finiamo più. E quand’è che si ricomincia?

In più con la questione che la mitologia del giovanilismo, quello che la società sono i giovani, che i giovani sono il nostro futuro, che non ci sono più le mezze stagioni, che i negri hanno la musica nel sangue, è uno di quei luoghi comuni trito e ritrito, ritrito e ritrito, che alla fine, se voi organizzate una parrocchia di 2.000 persone in cui ci sono dei vecchi, dei giovani, dei medi e tutte le cose che ci sono, il vescovo manco vi ascolta; se però organizzate un gruppo giovanile di 42 adolescenti scatenati vi trattano come uno che ha il carisma o vi chiamano per la celebrazione della Pentecoste dei movimenti perché avete carisma, il che è stato un altro vero guaio e disastro.

Tutto questo che cosa residua all’interno del paese? Pochissimo. C’è l’ora di religione. La grande conquista simbolica di età fascista è di aver preso possesso di un pezzo dell’insegnamento, non solo da piccoli, ma perfino al liceo. Varato con la legge Casati, l’ora di religione, via la teologia dalle università, tutto sommato rimane una cosa imponente come quantità di impegno da parte della mano pubblica. Questo che cosa residua? Ancora più niente, anche perché gli insegnanti di religione cattolica, è come scrivere scuola con la q, della religione cattolica, non è una religione, è una confessione del cristianesimo che sarebbe la sua religione di appartenenza, per cui la religione cattolica si incomincia con un errore di ortografia, che non è un bel vedere per il primo giorno di scuola. Comunque, ci sono persone molto per bene, le quali mediano con una realtà difficilissima perché tu non insegni il catechismo, ma insegni un cristianesimo di tipo culturale.

Allora, se l’avessero proposto a un certo numero di grandi teologi o di grandi santi, li avrebbero presi a bastonate. Sant’Antonio avrebbe avuto molte esitazioni sull’uso del bastone, ma avrebbe detto: culturale cosa? Fatelo voi se è culturale. Cioè devo fare una cosa che non è la mia, che sono la chiesa, e la devo fare come la volete voi perché non deve essere un insegnamento, allora fatelo voi. Se deve essere un insegnamento culturale, sia un insegnamento culturale: allora devo sapere la Bibbia benino, la teologia discretamente, un po’ di filosofia delle religioni, un po’ di sociologia religiosa, un po’ di storia della religione che insegno, un po’ di comparatismo perché usa farlo, ma non si va da nessuna parte.

Il fatto che l’ora di religione esprima in modo plateale questo complesso e questo spaesamento dell’insegnamento, rafforza l’effetto dissipatorio dell’insegnamento catechistico. E badate bene: è’ interessante, secondo me, la cosa perché su questo c’è un incredibile, strabiliante consenso delle chiese, nel fatto che c’è un messaggio culturale della fede che deve essere insegnato. Chi se ne frega del messaggio culturale; questo lo fa l’insegnamento pubblico che insegna il messaggio culturale di tutte quelle che sono le componenti della società.

E poi c’è un altro terzo soggetto che abbiamo trattato nel rapporto e giustamente monsignor Garantini, segretario della CEI, ci ha tirato le orecchie; questo è stato l’unico punto, e quindi sono molto soddisfatto e anche le mie orecchie; c’è un enorme sistema mediatico. Noi televisivamente abbiamo ancora un’eredità fanfaniana per cui il papa che apre la bocca è una notizia, qualsiasi cosa da quella santa bocca esca. Per cui dal buon giorno, alla buona sera che ce l’hanno rifilato come se fosse il quinto vangelo, alle cose più stupide, alle cose più importanti, quello è moltissimo da tenere, comunque come un curioso effetto. Provate a fare mente locale di quanti sono i vescovi, dei 300 circa vescovi italiani, che avete visto in televisione non dico dire una cosa intelligente, ma dire una cosa. Cinque, quattro, pochissimi. Cioè, o hai un delitto efferato in diocesi, vai a fare il funerale, dici parole di circostanza e la televisione te le fa ascoltare, o t’ammazzano un magistrato, se è la mafia hai una copertura mediatica strabiliante, ma a parte casi disgraziati e nocivi come questi, di casi positivi in cui si dice: che cosa ha detto il vescovo di Pinerolo per la Quarta di Avvento? L’arcivescovo di Bari per la parabola dei talenti? Niente, non c’è niente di tutto questo. Resta proprio niente in questo, proprio niente, niente, niente.

C’è per esempio un punto, che a me politicamente colpisce molto, ed è quello che, rispetto ad altri paesi europei, la predicazione razzista in Italia è molto riuscita, è molto cresciuta, ma alla fine sbatte su una specie di soffitto di treo (?) che è quello religioso. Perché un conto è essere infastiditi dai fatti tristi, un conto è diventare razzisti. Un po’ questo, per esempio, ha fatto il più grande patto inter-etnico della storia italiana recente che è stato il patto tra i figli e le immigrate. I figli hanno sostituito “onora il padre e la madre” con “onora il padre e la madre e paga la sua badante”. Con due varianti: “onora il padre e la madre e paga la sua badante con anche i contributi”, oppure “onora il padre e la madre e paga la sua badante”, punto. C’è la versione corta.

Dicevo, l’unico punto su cui tutto questo ha lasciato traccia, che però è piccolissima, è quella lì: cioè il fatto della scarsa presa di una predicazione razzista. Anche qui con qualche sfumatura, naturalmente. Il dialogo inter-religioso su cui il papato si è speso di più e si è esposto in maniera più sensibile, oltre che vistosa, pensate ad Assisi, la predicazione anti razzista attecchisce meno, gli zingari su cui il papato si è esposto meno, in maniera meno vistosa, non meno impegnata, i vescovi sono molto attenti su questo mediamente, però lì la predicazione antirazzista attecchisce di meno e il razzismo gioca di più la sua partita.

Bene. Questo per dare il quadretto generale della questione, e abbiamo finito la prima delle premesse. Seconda premessa e qui le conclusioni saranno molto rapide soprattutto perché vi vedo allarmati. Seconda premessa. Questo analfabetismo religioso così forte che c’è, che cosa mette in discussione? Storicamente, la cosa che è stata messa in discussione dall’analfabetismo, che è stata provocata da questa, è stata appunto la discussione sull’ora di religione. Discussione interessantissima perché si è intrecciata a un altro strumento che regola l’ora di religione e ha fatto vedere più analfabetismo di quanto abbia affrontato. L’ora di religione è stato un tema classicamente concordatario, l’ora di religione era un tema concordatario dal ’29 ed era un tema che impiegava non tanto l’idea di trasmettere i consigli e i contenuti, perché quello lo faceva la chiesa con la sua catechesi, non avrebbe mai ceduto nulla a nessuno: la culturizzazione in età fascista era una forma di riserva dell’insegnamento teologico alla compagine ecclesiastica, ma era l’espressione di un privilegio. Non serviva per quello che faceva, era la manifestazione di un privilegio che si reggeva anche su alcuni aspetti simbolici: il prete che insegnava religione era l’affermazione di uno ius ecclesiastico sul territorio, principe della vita pubblica che era quella lì, e non a caso rappresentava una delle vittorie su quelle che erano stati i grandi incubi napoleonici. Napoleone aveva abolito l’anagrafe, aveva inventato l’anagrafe civile sostituendola a quella ecclesiastica, grande incubo di cui ancora noi oggi non ci liberiamo perché tutta la questione della trascrizione dei matrimoni e così via, è tutta fatta su quel complesso lì, sul riconoscimento che l’operazione napoleonica di acquisizione dell’anagrafe ha creato un organo generatore di significati, esattamente come doveva essere la questione precettiva, la generazione di significati del libro dei battesimi, del libro dei matrimoni e del biglietto del precetto pasquale che qualcuno ricorderà. L’ho preso io il biglietto pasquale. Monsignor Socche che dava il bigliettino, il santino che veniva dato perché hai fatto la comunione pasquale, quello lì era l’adempimento del precetto che doveva essere fatto, senza quello mica andavi a scuola dalle suore. Io ho fatto in tempo da piccolino a fare la Prima comunione da Socche che dava la comunione con i guanti, l’anello e il santino, e io me lo vedevo questo omone immenso, col vocione come se fosse il mago Silvan, perché con la stessa mano aveva l’ostia in mano, l’anello da baciare e teneva con le due dita il santino. Per cui ti dava la comunione e il santino. Era evidentemente una forma di certificazione dell’adempimento dei precetti cattolici. Se ce l’avevi eri in regola, se non ce l’avevi no. Voi ambrosiani fate sempre i fenomeni…

Il punto è l’anagrafe, e l’anagrafe continuava a essere un problema del quale non c’è mai stata la costituzione di un privilegio se non su un punto delicatissimo che è quello dell’efficacia civile del matrimonio religioso, da noi a differenza della Francia se ne fa uno solo perché quello ecclesiastico viene trascritto in sede civile, poco male, anzi. Piccolo problema: è interessante vedere perché… il problema della trascrizione degli altri matrimoni religiosi. Però nell’anagrafe c’è invece un enorme privilegio, molto più importante di quello della religione che non era quello dell’iscrizione, era quello della cancellazione; è quello che se io e lei ci sposiamo e annulliamo il matrimonio in sede ecclesiastica, il matrimonio viene annullato anche in sede civile, prima o dopo del divorzio è indifferente. La cosa è molto rilevante perché esiste anche l’annullamento civilistico: se io sposo la Rosina quando abbiamo sette anni e mezzo il matrimonio non è valido neanche dal punto di vista civile. Però gli argomenti dell’annullamento ecclesiastico non sono di per sé validi nel matrimonio civile: se io faccio un matrimonio dal quale escludo l’idea della prole, dal punto di vista civile è extravalido, dal punto di vista ecclesiastico è nullo. Allora la trascrizione rappresenta un’enorme fonte di un privilegio con anche delle questioni canoniche. Adesso ho finito una cosina sul matrimonio che esce a gennaio dove mi sono permesso di ricordare una vecchia tesi del cardinal Pompedda che era Prefetto della Segnatura apostolica (1999-2004), il quale giustamente diceva: nell’annullamento ecclesiastico bisogna reintrodurre una penitenza per gli annullati, perché se non si introduce un principio penitenziale per chi fa l’annullamento va a finire che io faccio l’annullamento non per una questione di tipo sacramentale, ma per gli alimenti, perché il matrimonio nullo non comporta nessun obbligo nei confronti di un coniuge che a un certo punto qualcuno dice: ok basta, non siete mai stati marito e moglie, mai, mai, neanche un secondo. Con complicazioni e ingiustizie molto forti ed evidenti.

Secondo grande incubo napoleonico era l’ospedale, la pubblica assistenza. Come si fa a curare dei malati che sono la carne di Cristo ferita con delle medicine? E l’anima? Vorrai mica mettere: a tagliare una gamba, a cucire una gamba sono capaci tutti, ma l’anima come si fa? Come si fa a togliere alla chiesa questa cosa che ha inventato lei, perché l’ospedale è un’invenzione monastica, ecclesiastica, non c’è dubbissimo su questo. Cosa c’entrano questi qua. Oggi c’è un buffo signore nella pagina delle opinioni del Corriere che ce l’ha con la campagna contro i vaccini influenzali e dice che è colpa della chiesa cattolica. Calma, un momento. Non è che il cattolicesimo abbia un rapporto cattivo con la scienza come tale, con la scienza di cura assolutamente no, ma il problema era quello di che cosa accade nel luogo di cura. Napoleone lo secolarizza e tutto il tentativo è quello di reinfilarci l’assistenza religiosa; o l’assistenza religiosa, quella più diretta e forte, che, badate bene è una soluzione molto più debole di quanto non sembri, che quella di infilare le suore caposala, la suora caposala. Perché la suora caposala aveva un connotato privilegiario molto forte, ma aveva anche questa idea di dire: la chiesa si rappresenta lì in una maniera molto fattiva, non per assistere il moribondo o per gestire delle questioni, ma pretende questo.

E poi c’è la questione della scuola, che era l’altro grande incubo napoleonico che ha due grandi fasi: una fase, quella della mitica signorina Adelaide Coari, milanese, del femminismo cattolico milanese, inizio Novecento, quella che dice: come si fa se Napoleone secolarizza la scuola? Semplicissimo: le maestre consacrano la loro vita ai bambini. Non c’erano ancora gli istituti secolari, dopo sarà anche quello uno strumento importante, però l’idea è quella che fare la maestra, fare la maestra cattolica, è una vera e propria vocazione perché si va a combattere su quel terreno dal quale Napoleone ci ha espulsi e tu lo riconquisti palmo a palmo. Poi, poiché era brianzola e si intendeva anche di mobilia, capisce bene che ci voleva anche una cosa invece più pratica, cioè la dimostrazione forte, magisteriale, autoritaria della struttura di quella cosa lì.

Bene, in questo passaggio della scuola pubblica con la svolta del ’45 e la Costituzione del ’47, il problema è quello di come si fa a gestire questa eredità concordataria. La faccio corta su tutta la questione dell’articolo 7. L’articolo 7 non serviva a costituzionalizzare i patti, l’articolo 7 serviva a evitare che la chiesa cattolica potesse mettersi alla finestra mentre l’Italia faceva democrazia, togliere alibi a una posizione di agnosticismo democratico. Era una soluzione che richiedeva da parte ecclesiastica un certo tipo di personaggi, tant’è che per l’appunto, lo citava prima Giovanni Bianchi, il ruinismo è basato su un radicale agnosticismo costituzionale e su un radicale agnosticismo democratico, cioè sul pragmatico disconoscimento del valore della democrazia e della Costituzione; la democrazia serve se serve; la Costituzione serve se serve; se serve meno democrazia per far funzionare delle cose va bene uguale, se bisogna cambiare la Costituzione va bene uguale, non cambia niente, però allora serviva a quello.

In Italia c’è una riforma concordataria, c’è un dibattito intenso negli anni Cinquanta, che poi ritorna a metà degli anni Sessanta, che poi arriva alla commissione Gonnella negli anni Settanta e che poi arriva al concordato Casaroli-Craxi dell’84 e la questione dell’ora di religione rappresenta una questione fondamentale. Da un lato ci sono due aspetti: uno, la questione dell’obbligatorietà e in questo il concordato Casaroli-Craxi fa quella scelta che sapete della opzionalità: anziché domandare di essere esonerato dall’ora di religione, devo domandare di farla. Dal punto di vista simbolico è un piccolo cambio, in realtà non risolve quasi nulla dei problemi. Sul cosa fare di quell’ora di religione vengono fuori ancora una volta le domande sulla struttura e gli aspetti dell’alfabetismo. Perché due caratteristiche sono dominanti: una è quella che tu risolvi il problema della deconfessionalizzazione attraverso il comparatismo. Dobbiamo fare un’ora di religioni comparate, che è una classica espressione dell’analfabetismo religioso perché l’induismo del Punjab e i battisti dell’Alabama non si sono mai incontrati in vita loro a occuparsi di cose che non contano niente; è una forma di comparazione per farsi conoscere, senza nessun fondamento di carattere storico e nessun valore di carattere etico, politico e tanto meno conoscitivo. Però passa questa idea che il modo migliore per farla sarebbe facendo religioni comparate. E non l’idea che devi avere una certa qualità di conoscenze dell’esperienza religiosa che corrispondano a dei caratteri determinanti, esattamente come ci sono i caratteri determinanti che dicono quale letteratura fai e quale matematica fai.

Allora in Italia, lo studio dell’ebraismo e lo studio dell’Islam in un corso di storia religiosa sono obbligatorie per ragioni storiche, perché mezza Italia è stata islamica per un lungo periodo, perché l’ebraismo è la più antica religione del paese dopo il paganesimo e perché il cristianesimo ne ha segnato profondissimamente la storia e la vicenda, anche nelle sue varianti confessionali, storiche e tradizionali, quella valdese, la presenza anglicana dopo l’unità d’Italia, sia delle varianti confessionali più recenti, l’immensa massa degli ortodossi che sono più dei musulmani in Italia, e in più, un cattolicesimo evangelicale e pentecostale di chiese libere che rappresenta ancora oggi l’ala marciante delle confessioni cristiane in termini di conversioni.

Tutto questo ha fatto venir fuori, dicevo, il problema che, anche nel momento in cui è stata più intensa, e politicamente più motivata, la questione di come si alfabetizza religiosamente il paese, la questione si è limitata a un aspetto di tipo comparatistico. Anche perché lo strumento concordatario è uno strumento che ha determinato in maniera molto forte la nostra stessa discussione su come ci si comporta davanti a un paesaggio religioso che è diventato un po’ più plurale di una volta. Non tantissimo, ma un pochino più plurale di una volta, ed è indubitabile che sia così.

Il concordato Casaroli-Craxi ha avuto un effetto singolare nella discussione su come si organizza la pluralità del mondo religioso italiano perché, sfruttando l’articolo 8 e il resto della Costituzione, si è stabilito il principio che lo strumento concordatario, che è uno strumento di dialogo bilaterale che costituisce un’intesa con un nome particolare sia pure determinato che è concordato, andava affiancato da altre intese con le altre comunità di fede. Operazione prima pensata come estremamente delicata e complessa, poi pian piano diventata sempre più facile, con due effetti teologici che hanno sbattuto poi il naso sul Corano.

Primo effetto. La logica delle intese ha portato degli effetti ecclesiologici importanti dentro le comunità di fede, perché che gli avventisti, i battisti, gli evangelicali, i metodisti, i valdesi debbano avere una, tre, cinque, sette, nove intese non è stato scritto da nessuna parte: chi è che dice che la mia chiesa ha una soggettività tale da presentarsi allo stato come una cosa diversa dalla sua chiesa? E non è una ragione meramente economica. Lo stato mi dà dei soldi perché l’8 per mille proiettivo è un 8 per mille molto redditizio, l’8 per mille non è Capitalia, non è che il mio 8 per mille va alla chiesa cattolica e il suo 8 per mille va alla chiesa avventista; la percentuale di uscita (?) per la chiesa cattolica determina una quota del gettito, la percentuale di uscita (?) 53 della chiesa avventista determina una quota del gettito. Allora quando io come chiesina mi vado a fare l’intesa, o chiedo un’intesa, non è soltanto per una questione di soldi perché poi alla fine prendo 100 milioni che a me non fanno schifo, ma è anche determinata dal fatto che nel momento in cui io lo faccio prendo una posizione rispetto alle altre chiese. Cioè dico: io ci sono e ho una identità ecclesiologica diversa dalla tua, che non è detto che sia un bene.

Questo sistema di moltiplicazione delle chiese, delle soggettività teologiche, come dicevo, è andato a sbattere il naso sul Corano nel senso che delle cose sbagliate che ha detto Rocco Buttiglione, che non sono né tante né poche, sono le sue, ce n’è una molto sbagliata che ha detto quando era al governo, quando in una discussione pubblica con delle autorità mussulmane disse: bene, fate una federazione e facciamo un’intesa, federatevi e facciamo un’intesa. Però il problema qual è? È quello che la struttura teologica interna dell’Islam non suppone autorità rappresentative: non è rappresentativo l’iman della moschea, non è rappresentativo nessuno. Neanche il califfo è rappresentativo perché verrebbe meno il principio di base essenziale della rivelazione coranica della unicità di Dio e dell’assenza di mediazioni. La cultura araba ha inventato lo zero e lo zero vero è quello lì: fra me e Dio c’è qualche cosa zero, non c’è né uno, né due, né tre, niente, zero, zero assoluto.

Allora, la logica delle intese lì si arena e crea mille difficoltà perché da un lato ci sono tentativi all’interno del mondo islamico di creare dei soggetti che dicano: io sono un soggetto dell’Islam, non sono mica tutto, però neanche gli avventisti sono tutto, santo cielo; siamo pochi, ma neanche gli avventisti sono tanti. Allora perché a me no! La Co.Re.Is,quella degli sceicchi Pallavicini, che è un gruppo di musulmani italiani, o convertiti o di nascita, fa un’operazione legittimissima e sacrosanta, e tra l’altro positiva perché aumentano una certa simpatia attorno all’ambiente, di lobbing che dice: perché devi fare l’accordo con l’Islam, che gente è l’Islam, l’Islam è una categoria di pensiero. I musulmani sono delle cose così, che vorrebbe dire un domani poter avere altre organizzazioni di tipo etnico, i musulmani che vengono dal Magreb, dal Mashek, dal Pakistan, dall’Indonesia, da cose così.

Questa è la logica delle intese. La logica delle intese (qui c’è un punto di differenza, lo dicevo, che ho discusso a lungo con Giuliano Amato ma non siamo riusciti a trovare un punto di mezzo) è questa: questa logica delle intese tutte costruite con l’idea di tosare il concordato… Cioè come si fa a fare un’intesa? Si prende una struttura concordataria, beni, soldi, luoghi, scuola, ospedale, assistenza, formazione, diritti, ministri, negoziato e poi tutte le cose inapplicabili le si tolgono, per cui l’intesa è una specie di concordato ristretto, nel quale rimane ancora qualcosa. Questa logica delle intese è andata così forte e ha avuto così successo che ha oggettivamente sgambettato l’idea che l’Italia debba avere una legge sulla libertà religiosa, che non si occupa del fatto che io sono battista, che lui è ebreo, che lei è una scintoista e così via, ma si occupa di fatto di come si regola, in generale, la questione dell’esistenza delle dimensioni del religioso che hanno bisogno di essere protette e garantite e identificate nello spazio pubblico.

Questa idea della mancanza della legge sulla libertà religiosa nell’ultimissima fase del ruinismo, l’ultimo colpo di tacco del ruinismo, è stata quella di mandare monsignor Dettori in commissione parlamentare in udienza a dire che il cattolicesimo, essendo maggioranza, aveva più diritti degli altri. È una cosa che non è sbagliata dal punto di vista della Costituzione, che è evidente, o sbagliata dal punto di vista del buon senso che è evidente, o sbagliata dal punto di vista della comunicazione pubblica perché nessuno, anche se abbiamo tutti quanti dei privilegi che altri non hanno, a nessuno piace rinunciare a qualcosa cui hai diritto, per esempio di dormire in casa, di mangiare due volte al giorno, di accendere il riscaldamento con un dito, quelle cose lì, però non è fine dire cose di questo genere. Ma è sbagliato dal punto di vista teologico e della dottrina cattolica. Perché il Concilio Vaticano II dice non il diverso, dice il contrario: un atto dogmatico di magistero della chiesa cattolica dice il contrario di quello che sette anni fa la conferenza episcopale andò a dire in parlamento.

Ma in realtà quel disegno di legge non è fallito per colpa della chiesa cattolica, è fallito perché in realtà non interessa a nessuno. Non interessa a nessuno perché l’utile politico, zero; oggi guadagni anche in tutta la cultura cultura politica gauchiste, guadagni molto di più se parli dei matrimoni gay che se parli di libertà religiosa. Anche se non sono slegati, anche se questo è più importante, anche se… però funziona così, per cui nel mercato politico dove alla fine quello che conta sono la vendemmia di consenso possibilmente stasera, massimo domani mattina, voglio fare un disegno di legge di lungo periodo che arriva domani alle tre, no voglio essere lungimirante, guardo a domani pomeriggio.

In questa cultura politica contrattissima, questo tema non c’è. In più c’è un problema che è l’ultimo che dico, e poi taccio, che è quello di Formica. Devo trovare l’elenco, se no sbaglio qualche cosa. Datemi solo mezzo secondo. Allora, c’è una caratteristica che mi ha colpito del governo Renzi. Un esercizio che io faccio sempre, che mi hanno insegnato a fare e che è utile, è quello di vedere quanto cattolicesimo c’è nel governo. Per esempio, mi ha colpito una cosa: nell’ultimo governo Berlusconi non c’era nessuno che andava a messa alla domenica: è interessante come cosa. Il governo Renzi è un governo che è singolarissimo da tanti punti di vista incluso questo: è un governo nel quale sono rappresentate, se non mi sbaglio, per la prima volta nella storia repubblicana, tutte, tutte, tutte, tutte le componenti della chiesa cattolica. Se voi lo dite con i loro padri di riferimento, al di là del fatto che siano paternità legittime o presunte, lasciate stare quello, però se lo dite così, dentro il governo ci sono: gli eredi di La Pira come Renzi e Pistelli, di Dossetti come Del Rio, di Giussani come Lupi, dell’Azione Cattolica come Martino, di Sant’Egidio come Ciro, della Cardinal Ferrari come Alfano, di Prodi come Bressa e Gozi, dell’Agesci come la Pinotti, dei movimenti mariani come la Madia, di monsignor Ambrosanio come Bocci, della CISL qualcuno, come dell’UdC come Galletti. È impressionante questo, è impressionante perché non c’è mai stata, neanche nel IV governo Moro, che era quello più comprensivo, perché nella DC c’era sempre un pezzettino di una corrente che rimaneva fuori, che faceva la parte della minoranza.

Questo ha due conseguenze: una tutta politica ed è quella che, non lo so se a lui dispiacerebbe o meno, è quella che io interpreto come un… disegno è una parola sbagliata, però come un’oggettiva visione neo-degasperiana dell’Italia renziana. Qual è il punto di dissenso tra Dossetti e De Gasperi? Semplice, semplice, semplice: De Gasperi è convinto che il paese è ingovernabile, punto. Troppo lungo, troppo complesso, troppo instupidito dal fascismo, privo di strutture democratiche solide e per governarlo bisogna farsi dare dagli americani lo strumento per poterlo governare. Lo strumento era la convention ad excludendum: tolto il quarto dei voti dei comunisti, nel restante 75 col 36 si governa. Chiaro? Fine della battuta. Come si fa a garantire la legittimazione democratica di questo sistema? Semplice. La DC deve governare sempre, la DC non deve governare mai da sola. L’unica angoscia dei democristiani era il monocolore, il monocolore gli metteva l’idea che era una fase di passaggio, al più presto bisognava ritornare a governare con qualcuno.

Nel meccanismo renziano, se non mi sbaglio, c’è in fondo lo stesso tipo di realismo: il rifiuto dell’idea dossettiana che in fondo aveva la sua ultima coda nel prodismo, cioè questo è un paese che può fare un bipolarismo per cui governa chi vince davvero, non governa chi ha quasi vinto e poi dopo prende un supplemento di quasi vittoria, ci mette l’IVA, lo porta a 34 gradi e aggiunge il chiaro d’uovo, sbatte e diventa la maggioranza. No, governa chi vincerà. Quel progetto dossettiano Prodi tenta di interpretarlo e fallisce come sapete, perché cade una, due, e in un certo senso, tre volte con le elezioni di maggio, quella volta del Quirinale scorso, non per la forza dei nemici ma per la scarsa aggregazione degli amici.

Renzi, io non so se faccia questo discorso come lo faccio io introducendo un elemento non di istinto, ma di calcolo sulla cosa, però mi pare che faccia lo stesso tipo di ragionamento: questo paese è ingovernabile, allora forza Grillo, se va via Grillo, allora forza Lega, l’importante è avere una quota non piccola di voti inutilizzabili. Renzi non ha paura di una Lega al 25%, anzi se Dio gliela da, è fatta, perché se tu decidi che ci sono un quarto di voti che sono intoccabili perché sono zozzi, quelli a Salvini da Forza Italia, ce la mette tutta poverino, quei voti non possono essere toccati e allora sul 75% col 36 si governa.

C’è il problema di che cosa farà del secondo argomento degasperiano, l’argomento dei piselli come chiamava De Gasperi i partitini piccoli, socialdemocratici, repubblicani, la DC era cotoletta e poi c’erano i piselli attorno. Renzi apparentemente non ha questa ambizione di avere i piselli, però domandatelo a Civati, può darsi che ci pensi lui, non è mica detto. Per cui può anche darsi che questa logica della scissione, o delle cose così, non sia astrusa, non funzionale a questo disegno.

Questo perché lo dico? Perché quella che ancora nell’ultimissimo scorcio del tramonto ruiniano era un’ostilità alla libertà religiosa, motivata da un argomento di tipo veramente reazionario e senza alcun fondamento tecnico, oggi diventa molto più difficile da praticare in questo contesto qua, con una cosa, ed è la seconda brutta notizia, e poi ho finito tutte le cose da dire, anche le brutte notizie, ed è quella che in questo gioco di lasciare che cresca una forza di voti intoccabili, di voti nulli, il partito dell’ebola a cui non ci si può neanche avvicinare, e che però non va oltre a una certa soglia, scommette sul fatto che non ha degli argomenti per andare oltre a una certa soglia. Ora noi siamo stati protetti dall’elemento che avrebbe rotto quel coperchio di vetro che vi dicevo sul razzismo; noi abbiamo potuto conservare quel coperchio di vetro sul razzismo che ci ha impedito di saltare come dei lepenisti verso le vette del razzismo xenofobo, antisemita e cose del genere, da una serie di fatti. Uno di questi fatti è quello di aver avuto una discreta sequenza, con l’eccezione di Scaiola, di ministri degli interni, sia di destra che di sinistra, a parte Scaiola, perfino Maroni, Pisanu, Napolitano, Amato e così via, sono stati ministri degli interni molto bravi sulla questione e cioè che noi, fino a oggi, il grande attentato islamico non lo abbiamo avuto.

La Spagna l’ha avuto, la Francia l’ha avuto, l’Inghilterra l’ha avuto, il Belgio l’ha avuto, la Germania l’ha avuto, noi per ora siamo rimasti fuori da questo. È la vecchia eredità del cinismo andreottiano, o della politica estera araba? Non lo so proprio, è una cosa troppo difficile per il mio cervellino, però noi l’uscita da questa cosa non l’abbiamo avuta. Non fare nessuna operazione che metta al centro del tema la libertà religiosa come tale, vuol dire correre un rischio consapevole, cioè lasciare che la predicazione più sanguinaria possa attecchire anche all’interno dell’Islam italiano.

Io depreco moltissimo, lo ha fatto anche la Boldrini, questo linguaggio assurdo che divide l’Islam tra Islam moderato e Islam radicale perché io ho sempre pensato che preferirei avere una moglie che sia radicalmente sposata con me piuttosto che moderatamente sposata con me; se una moglie va in giro a dire che lei è sposata, ma moderata, io di una moglie moderata mi preoccupo, insomma, un pochino di più. Io divido tra un Islam sanguinario e un Islam religioso, quello sanguinario è irreligioso, quello religioso non è sanguinario. Perché le fedi sono tutte nate sanguinarie. Per l’amor di Dio non è che qualcuno sia nato senza peccato originale, però la forza che hanno avuto le grandi fedi, quelle che qualcuno chiama le fedi mondiali, è stata quella di diventare più religiose e non sanguinarie con l’intensità spirituale.

Se su questo non ci si mette la testa sopra, il rischio è quello che prima o poi capiterà anche a noi: sparano al papa, mettono bombe in san Pietro, in metropolitana, insomma è possibile che prima o poi anche a noi qualcosa capiti. Se prima di quella data non avremo trovato il modo di tenere insieme il paese, faremo un guaio. Questo fatto di un cattolicesimo che nella sua integralità si accrocchia attorno all’idea di un non progetto, che è la forza del renzismo, perché la forza del renzismo è quella di non avere un progetto che è fatto di una politica industriale, una politica della scuola… No, questo slogan del cambiare l’Italia, che riprende lo stesso errore di Bersani, del governo del cambiamento, perché anche il calcolo al pancreas è un grande cambiamento della vita, però non è un bel cambiamento, ecco, un cambiamento come tale non è proprio una cosa rassicurante per nessuno.

Prende questo slogan generico del cambiamento e lì attorno aggrega tutto perché alla fine, passo passo, poi vien fuori una cosa che a posteriori si direbbe una linea. Ma si mettono assieme le cose con calendari e scadenze delle quali l’unico elemento è quello che quando qualcuno dice che sono in ritardo, accelerano, e quando nessuno dice che stanno accelerando, ritardano. Però è questo spostamento del contachilometri, della velocità politico-parlamentare un po’ più lenta di quella che si immaginava e forse questa è la grande sorpresa su cui si gioca.

Tutto questo per dire che questo tema dell’analfabetismo religioso non è soltanto una questione di sociologia e di dati, ma coinvolge anche alcune delle cose che vi ho citato. Grazie

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