Andrea Boitani. Euro ultima chiamata.

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Corso di formazione alla politica

Presentiamo oggi il libro “Euro ultima chiamata” firmato da  “Carlomagno”, nome collettivo sotto il quale si nascondono diversi economisti tra i quali, come vedremo, il nostro relatore Andrea Boitani.

L’euro «è una moneta senza Stato: di questa mancanza risente» ha dichiarato Ignazio Visco, Governatore di Banca d’Italia, in una Lectio Magistralis al Collegio Borromeo di Pavia pochi giorni or sono spiegando come «le divergenze, le diffidenze a volte, che ancora caratterizzano i rapporti tra i Paesi membri indeboliscono l’Unione economica e monetaria agli occhi della comunità internazionale, a quelli dei suoi stessi cittadini» ed è stata questa incompletezza, insieme con le debolezze di alcuni Paesi membri, ad «alimentare la crisi dei debiti sovrani dell’area dell’euro».

Andrea Boitani. Euro ultima chiamata.

1. leggi il testo dell’introduzione di Stefano Guffanti a Andrea Boitani

2. leggi la trascrizione della relazione di Andrea Boitani

3. clicca sui link sottostanti per ascoltare i file audio mp3

1. premessa di Giovanni Bianchi 2’48” – 2. introduzione di Stefano Guffanti 18’32” – 3. relazione di Andrea Boitani 1h 53’22” – 4. domande 9’29” – 5. risposte Andrea Boitani e chiusura 20’04”

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Testo dell’introduzione di Stefano Guffanti a Andrea Boitani

Presentiamo oggi il libro “Euro ultima chiamata” firmato da  “Carlomagno”, nome collettivo sotto il quale si nascondono diversi economisti tra i quali, come vedremo, il nostro relatore Andrea Boitani.

“Occorre che in tutto il Regno pesi e misure siano identici ed esatti” diceva Carlo Magno nell’800 D.C., la scelta del “nom de plume”  del Rex Pater Europae, identificato come il lontano progenitore dell’Unione Europea e in un certo senso anche della moneta unica visto che introdusse, tra i provvedimenti volti a unificare norme e regole all’interno del Sacro Romano Impero, un sistema monetario unificato incentrato sulla libbra d’argento suddivisa in 20 scellini che corrispondono a loro volta a 12 denari, già indica chiaramente il tema di questo libro: l’Unione Europea e, in particolare, la moneta unica rappresentata dall’Euro.

L’euro «è una moneta senza Stato: di questa mancanza risente» ha dichiarato Ignazio Visco, Governatore di Banca d’Italia, in una Lectio Magistralis al Collegio Borromeo di Pavia pochi giorni or sono spiegando come «le divergenze, le diffidenze a volte, che ancora caratterizzano i rapporti tra i Paesi membri indeboliscono l’Unione economica e monetaria agli occhi della comunità internazionale, a quelli dei suoi stessi cittadini» ed è stata questa incompletezza, insieme con le debolezze di alcuni Paesi membri, ad «alimentare la crisi dei debiti sovrani dell’area dell’euro». È importante, conclude Visco, «proseguire con decisione nel cammino che porta a un’Unione più piena. L’adozione di meccanismi unici per la supervisione e la risoluzione delle crisi bancarie è un passo fondamentale». I benefici di un rafforzamento dell’integrazione europea, dice Visco, «eccedono di gran lunga i costi che deriverebbero da un suo indebolimento. Le scelte devono essere compiute con responsabilità: non si possono temere solo i rischi connessi con l’azione, trascurando quelli che possono derivare dall’inerzia».

Una prima considerazione che mi sovviene leggendo questo parere del Governatore della Banca d’Italia, persona certo non sospettabile di scarsa simpatia per la moneta unica, è che sostenitori dell’euro e critici del medesimo sono d’accordo su un punto: così il sistema non funziona !

In questa breve introduzione il mio intendimento è  quello di esporre, traendoli dai saggi che compongono il libro, le opportunità  e le criticità che contraddistinguono lo stato attuale  dell’Eurozona e anche, giusto per aggiungere un po’ di “carne al fuoco” su un tema che sarà caldissimo in vista delle prossime elezioni europee, i pareri di alcuni  economisti contrari o molto critici verso l’esperienza dell’euro per poi accennare brevemente alle analisi e alle soluzioni che vengono proposte dagli autori che verranno esposte molto meglio di quanto io possa fare dal Prof. Boitani.

Il primo saggio contenuto nel libro è scritto dal Prof. Marco Lossani e si intitola Il processo di unificazione monetaria in Europa. Breve sintesi di una lunga storia”. Vi si ripercorre tutto il percorso che ha portato all’introduzione dell’euro: dal Piano Marshall (13 miliardi di $  pari al 2% del PIL USA) che aumenta la produzione dei paesi europei coinvolti del 55% nel periodo che va dal 1947 al 1951, all’Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea (OECE), dal trattato di Parigi del 1951 con cui viene costituita la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) fino alla Comunità Europea per l’Energia Atomica (EURATOM) e alla Comunità Economica Europea (CEE).

Lossani analizza i fallimenti di fine anni ’60 del Piano Barre e del Piano Werner finalizzati alla introduzione di una moneta unica, che sono tuttavia preziosi per le esperienze successive del Serpente Monetario del 1972 e poi dello SME.

Una cosa che mi sembra interessante evidenziare, anche se per gli addetti ai lavori è un fatto noto, è che fin dai primi anni ’70 si evidenzia il fatto che per i paesi membri della così detta “area marco” e per i paesi nordici è più facile sostenere l’esistenza di un cambio più o meno fisso con la moneta tedesca.

Nel saggio successivo, “Dall’euro alla grande crisi”, Lossani ripercorre i passaggi che portano all’introduzione dell’euro ovvero Maastricht, il Patto di Stabilità e Crescita, (più la prima che la seconda mi viene da dire…), il  Fiscal Compact e poi l’arrivo della  grande crisi del 2008 che ancora stiamo vivendo con la Grecia che viene colpita per prima e poi seguita da Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia.

Rony Hamaui invece nel terzo saggio “The taste of pudding is in the eating, ovvero l’Unione Monetaria Europea alla prova dei fatti e (soprattutto) della crisi” ricorda le posizioni dei critici dell’operazione euro sia negli Stati Uniti che in Europa, critiche che vennero lette come faziose o dovute alla paura degli Stati Uniti di perdere il ruolo egemone sul sistema monetario internazionale che aveva mantenuto negli ultimi 50 anni.

Analizza poi i principali risultati empirici riguardanti gli effetti dell’Ume sulle principali variabili macroeconomiche: commercio, competitività e squilibri con l’estero, integrazione dei sistemi finanziari, efficacia della politica monetaria e  di quella fiscale, produttività e investimenti, tassi di crescita del prodotto, sviluppo dell’occupazione, tassi di disoccupazione, ampiezza dei cicli economici, resistenza agli shock esterni e interni, inflazione.

Il bilancio che ne trae per gli ultimi tredici anni nell’Eurozona è il seguente: se è vero che alcuni paesi hanno saputo trarre vantaggio dal clima di stabilità macroeconomica, dai bassi tassi d’interesse e dall’integrazione economico-finanziaria crescente è anche vero che la dinamica dal punto di vista dello sviluppo e dell’occupazione è stata deludente rispetto alle altre economie.

Andrea Boitani nel suo saggio “Il baco dell’Unione Monetaria Europea: l’assenza di una politica fiscale federale”  fornisce una serie di spunti di riflessione.

Se ci domandiamo che cosa c’è di politica di bilancio federale nell’Unione ? Troviamo che ci sono i “patti”, cioè sostanzialmente la politica fiscale e federale è una politica basata su limiti, soglie, tetti, sanzioni.

Tutto questo non c’era fino al 1992 quando il Trattato di Maastricht segna l’inizio di questa seconda parte della politica “federale” dell’Unione.

Se poi pensiamo alla dinamica dei rapporti debito/Pil e deficit/Pil, la scelta di quei numeri: 60% del debito rispetto al Pil, 3% del deficit rispetto al Pil e ci chiediamo per quale motivo vennero istituiti quei tetti e quei limiti troviamo, non senza una certa sorpresa a mio parere, che alla base di questi numeri “magici” che tanto spesso sentiamo evocare nei dibattiti televisivi o dagli opinionisti sui giornali, vi era l’ipotesi che il Pil nominale crescesse del 5% l’anno, il che, considerato che la banca Centrale Europea ha l’obiettivo di mantenere l’inflazione entro il 2%, significa che il tasso di crescita del Pil reale doveva essere del 3% l’anno ! un tasso di crescita, osserva Boitani, che i paesi che avevano un rapporto debito/Pil pari al 60% nel ventennio scorso non hanno mai raggiunto…..

Un’altra peculiare caratteristica dell’approccio europeo alla politica fiscale è la presenza  di un bilancio pubblico dell’Unione praticamente inesistente. Se esaminiamo il bilancio dell’UE,  troviamo che questo bilancio  nel 1960 era intorno allo 0,1% del Pil nei 6 paesi fondatori dell’Unione: Italia, Francia, Germania, Belgio, Olanda, Lussemburgo. Nel frattempo l’UE è cresciuta e da 6 paesi si è arrivati a 27, ebbene nel 2012 con 27 paesi aderenti all’Unione il bilancio era l’1,15% del PIL.  Se ci chiediamo qual è il bilancio degli Stati Uniti d’America arriviamo al 27% del Pil, alla fine del settecento Hamilton in America prima procedette alla federalizzazione del debito e alla conseguente applicazione di tasse federali per ripagarlo e solo poi venne la moneta federale mentre la Banca Centrale Federale arrivò addirittura cento anni più tardi. Se prendiamo un’Unione più piccola come quella della Germania Federale notiamo che il bilancio pubblico dello Stato federale supera largamente il 30% del Pil. Proporzioni analoghe le troviamo in Canada, in Australia nella Unione delle Repubbliche ex sovietiche ovvero negli Stati che continuano a far parte della Federazione Russa.

Al contrario, come scrive Boitani, è importante notare che “l’idea che una moneta unica dovesse accompagnarsi a un bilancio federale robusto e che, forse dovesse essere preceduta dall’assunzione da parte del governo “federale” del debito dei singoli Stati non ha mai fatto capolino negli atti ufficiali e men che meno nei trattati che definiscono le regole costituzionali dell’Unione.”

Alla base dell’impostazione di fondo che ha regolato finora  il patto di bilancio dei paesi dell’eurozona vi è la convinzione, in particolare della cancelleria tedesca ma condivisa anche dagli altri Stati dell’Europa del Nord, che “la crisi sia dovuta alla dissolutezza dei paesi “periferici “ dell’Unione (che poi sarebbero i paesi del Sud Europa). A sua volta questa tendenza ad indebitarsi troppo sarebbe dovuta al desiderio dei cittadini “periferici” dell’Unione  di vivere al di sopra delle proprie possibilità, indebitandosi a tassi bassi, grazie all’esistenza della moneta unica”.

Questa impostazione di fondo porta con sé una conseguenza molto pericolosa per paesi come l’Italia: essendo bloccato il riallineamento del tasso di cambio e avendo volutamente bloccato con i vari “patti di bilancio” la possibilità di loro aiuti, i paesi “virtuosi” ci indicano la strada obbligata per recuperare competitività,  ovvero ci invitano a ridurre i salari e i prezzi rispetto a paesi-concorrenti come la Germania.

Interessante poi l’analisi svolta da Boitani sulla mobilità del lavoro come sostituto della flessibilità del cambio, secondo il premio Nobel Mundell, infatti, quando un paese subisce uno shock negativo potrebbe avvenire che, se la mobilità del lavoro potesse avvenire senza costi, una parte dei lavoratori del paese in crisi si trasferisca verso i paesi che invece hanno eccesso di offerta di lavoro. Molti economisti americani tuttavia sostengono che l’Eurozona non è un’”area valutaria ottimale” e tra i motivi vi è proprio il fatto che per ragioni linguistiche, culturali, e di differenti modalità di welfare non potrà mai esserci la stessa mobilità del lavoro che si verifica negli Stati Uniti.

Angelo Baglioni tratta il tema degli “Strumenti di gestione della crisi” che hanno evidenziato come la politica e le istituzioni europee abbiano clamorosamente mancato nella predisposizione di meccanismi pre-definiti di gestione delle crisi finanziarie di emittenti sovrani all’interno dell’Eurozona.

L’utilizzo di prestiti bilaterali tra gli stati allo scoppiare della crisi greca seguito poi dallo  EFSF (European Financial Stability Fund) il fondo di stabilità con il quale sono stati gestiti gli interventi a favore di Irlanda e Portogallo, successivamente sostituito dallo ESM (European stability mechanism) con una capacità di prestito di 500 mld di euro contro i 440 dello EFSF.

L’ESM è un altro elemento importante delle politiche di integrazione europee, il suo limite è che non è un bilancio europeo ma è una forma di assicurazione di ultima istanza. Non è un bilancio in cui intervengo  in condizioni normali, anche per evitare che qualche paese sia costretto a esplodere perché non trova prestiti da parte di nessuno e questo metta in discussione tutto il sistema europeo, resta uno strumento “tecnico” che interviene solo in situazioni di emergenza, mentre un processo di reale integrazione tra stati che condividono la stessa moneta dovrebbe portare alla creazione di un mercato del debito europeo con strumenti ordinari di gestione del debito pubblico come gli eurobond notoriamente avversati dalla Germania e dai paesi del nord Europa che temono di sussidiare i paesi ad alto debito.

Anche il ruolo della Banca Centrale, come è noto, è al centro di numerosi dibattiti tra i paesi membri.

Nell’ultimo saggio del libro Massimo Bordignon mette sul piatto le due soluzioni al problema euro:

1)    il collasso dell’euro;

2)    l’effettiva integrazione economica e fiscale con tutti i costi e i rischi che questo comporta

La prima non è la soluzione auspicata da Carlomagno, tuttavia vorrei utilizzare alcune delle argomentazioni degli economisti anti-euro come “spunti di riflessione” per l’esposizione che farà il Prof. Boitani.

Alcuni argomenti degli Euroscettici,   sono di questo tipo:

– il tasso di inflazione nell’eurozona è stato simile a quello di paesi ad essa esterni come Danimarca, Svezia e Regno Unito, anche il tasso di crescita non è stato superiore (anzi spesso è stato inferiore)

– abbiamo assistito all’accumularsi di squilibri e divergenza dei cicli economici tra i paesi “forti” dell’eurozona (Germania, Olanda, Lussemburgo, Finlandia..) e i cosiddetti Piigs.

La “narrazione” di coloro che sono fortemente contrari all’euro,  personaggi come Alberto Bagnai o Claudio Borghi, provo a riassumerla con un esempio tratto da loro interventi: non è vero che l’uscita dall’euro sia un disastro, si diceva lo stesso prima della svalutazione del ’92. Anche allora, nel settembre 1992 in cui le riserve valutarie italiane si sono ridotte al lumicino,  i debiti netti delle banche verso l’estero sono aumentati, si diceva che per rifiutare la “medicina amara” c’era chi distraeva l’opinione pubblica aizzandola verso l’Europa e la Bundesbank. Anche allora si invocava la “scure” verso la spesa pubblica (pensioni, tasse etc…). In quel periodo Agnelli dichiarava: “due settimane di tempo per evitare il disastro, non un giorno di più, poi, in assenza di un intervento urgente di tagli alla spesa e di privatizzazioni la crisi si avviterà, gli alti tassi di interesse (all’epoca non c’era lo spread) strozzeranno l’economia costringendo molti industriali a chiudere bottega”.

Il segnale, chiaro e univoco, veniva da tutto il fronte imprenditoriale e politico: per evitare la svalutazione che sarebbe un “disastro” occorreva tagliare la spesa anche a costo di congelare i consumi  familiari. Guai a chi invocava la svalutazione, la svalutazione riduce la credibilità delle autorità e provoca il rialzo dei tassi, ebbene 4 giorni dopo queste dichiarazioni, il 13 settembre 1992, la lira è costretta dalla speculazione americana a uscire dal sistema monetario e avviene una  svalutazione improvvisa del 20%…

Cosa avvenne ? Quale fu l’entità del “disastro”

Il 12 gennaio 1993, 4 mesi dopo, Repubblica titolava: “Italia bentornata sull’euromercato ! l’Italia torna sull’euromercato e lancia un prestito obbligazionario, la fiducia sembra essere tornata consentendo al governo italiano di battere cassa, le condizioni finali dell’emissione verranno decise dal Direttore Generale del Tesoro Mario Draghi, il tasso nominale sarà di un livello superiore di poco più di mezzo punto rispetto al rendimento offerto dal bund tedesco (50 punti di spread)” il Ministro dichiara: “le condizioni economiche sono nettamente migliorate grazie all’avvento di nuove parità del cambio”. Non solo, la borsa recupera il 18% in un mese, se la lira si svaluta il marco si rivaluta perché svalutazione e rivalutazione sono due facce della stessa medaglia, il marco rivalutandosi rende meno convenienti i prodotti tedeschi e fioccano gli ordinativi per le PMI italiane.

Secondo il Professor Sapelli, che abbiamo avuto tra i relatori nel nostro Circolo l’anno scorso “L’euro è una pazzia, non esiste nella storia dell’umanità una moneta creata prima dello Stato. Nel nostro caso, la moneta unica è affidata a meccanismi di regolazione incompiuti e di bassissima competenza tecnica. Fin quando abbiamo avuto una crescita, la debolezza dell’euro era attenuata, ma dall’arrivo della crisi e a causa delle differenze di produttività del lavoro e delle differenze delle bilance commerciali tra Paesi come la Germania in surplus commerciale e altri in deficit come Italia, Francia, Spagna, sono emersi tutti i limiti di questo esperimento mal riuscito. Non potendo più controbilanciare i limiti in un regime di cambi flessibili, come capita in tutto il mondo e come capitava all’Italia con la lira, perché bloccati nel regime di cambi fissi, ecco che ci troviamo in guai molto grossi. In definitiva, l’euro non doveva essere creato.

Tra gli euroscettici meno “drastici” un posto di rilievo spetta a Paul Krugman che viene spesso citato dagli economisti anti-euro.  Krugman ritiene che“l’intero sistema dell’euro era disegnato per combattere l’ultima guerra. E’ una linea Maginot costruita per prevenire una replica degli anni Settanta; il che è peggio che inutile quando il pericolo reale è una replica degli anni trenta”. E ancora: “il punto debole dell’euro è che ha messo insieme due mondi: la rigidità dell’Unione monetaria e il “farsi i fatti propri” tipico della sovranità nazionale”.

Tuttavia Krugman ha anche dichiarato che le conseguenze di una scomparsa della moneta unica farebbero precipitare la zona euro in una grave recessione per un anno intero prima che i paesi trovino il modo di riprendere i loro scambi e, nel caso della Spagna e dell’Italia, di recuperare un po’ di competitività. Dal punto di vista politico sarebbe grave: il fallimento del più grande progetto della storia e il discredito gettato sui leader implicati nel mantenimento del vecchio sistema innescherebbe insurrezioni populiste e nazionaliste.

Sui costi dell’abbandono dell’euro, quindi,  il dibattito è assai variegato, i sostenitori dell’euro mettono l’accento sul fatto che è probabile che si verificherebbero contrazioni dei flussi commerciali, crolli nei mercati di borsa, aumenti del debito pubblico amplificati proprio da uno dei maggiori “vantaggi” dell’euro: l’integrazione economica e finanziaria tra i paesi che hanno aderito alla moneta unica.

La reintroduzione delle monete nazionali rappresenta un’incognita che potrebbe favorire, insieme agli altri fattori sopra esposti, una recessione generalizzata dei paesi del continente.

Un altro economista che ha un’opinione “variegata” sull’euro è Luigi Zingales che il 20 dicembre 2012 dichiarava “L’aspetto criminale dei fondatori dell’euro è che tutto questo lo sapevano, e non solo non han fatto nulla, ma anzi l’hanno fatto apposta: la crisi dell’euro di oggi era inevitabile. Dire che è colpa degli Stati Uniti è una balla: è vero che è stata quella la causa scatenante, ma la crisi era inevitabile. Non fosse successo il patatrac negli Usa sarebbe successo altro. Era una scelta premeditata: “Nel  momento di crisi, ci uniremo di più“, si pensava. Abbiamo buttato il cuore oltre l’ostacolo, solo che il corpo è rimasto di qua».

Tuttavia occorre aggiungere  che, alla domanda: “cosa succederebbe se uscissimo fuori dall’euro ?” in un’intervista del 3 marzo scorso Zingales sostiene che è difficilissimo fare previsioni in generale, possiamo basarci su episodi storici recenti che sono stati “simili” anche se ovviamente nessun episodio è mai “identico” a un altro e quindi l’effetto finale è difficile da capire. Innanzi tutto bisogna capire in che misura questo cambiamento possa avvenire “di sorpresa” oppure dopo un periodo in cui la gente se lo aspetta. Conoscendo l’Italia è difficile immaginare una manovra che avvenga di soppiatto il 31 dicembre all’insaputa della maggioranza della popolazione. Questo significa che, nei mesi precedenti si avranno una fuga di capitali all’estero e una fuga dei depositi dalle banche nel senso che, se io so che posso ritirare degli euro che continueranno a valere 1 euro, mentre se io tengo i miei depositi questi depositi possono essere ridenominati in una valuta, chiamiamola “nuova lira”, che all’inizio varrà 1 euro ma che il giorno dopo sarà svalutata più o meno del 40%  significa che io, ritirando i miei depositi e mettendoli in cassetta di sicurezza posso guadagnare il 40% in un giorno. Risultato: le banche non riusciranno a far fronte alla crisi di liquidità e quindi lo Stato sarà costretto ad anticipare la possibile uscita dall’euro perché le banche non sono più in grado di pagare i propri depositi. Solo l’aspettativa di questa idea può portare a un risultato estremamente negativo perché avremo non solo l’uscita dall’euro, ma l’uscita dall’euro in una situazione di collasso bancario che chiaramente non aiuterebbe l’economia.

Bordignon, tornando al nostro libro, ritiene che in questo periodo di crisi che ha investito il continente europeo ma, con particolare virulenza, l’eurozona, il bilancio dei 10 anni di vita dell’euro non è positivo anche se nessuno può negare che, oltre che le ombre, vi siano state anche alcune luci.

1) sostituendo una moneta unica europea alle monete nazionali, le transazioni, di qualsiasi genere, sono semplificate e si riduce l’incertezza e l’arbitrarietà;

2) l’euro pone i presupposti per l’avvio di un processo di unificazione politica visto che uno Stato-Nazione si basa su politica estera, esercito di difesa e, per l’appunto, moneta;

3) abbiamo assistito a una crescente integrazione finanziaria e commerciale con un calo, per i paesi periferici del sud Europa soprattutto, del costo del capitale.

L’Unione si è formata tuttavia con una serie di contraddizioni.

Mercati mondiali richiederebbero regole mondiali invece abbiamo creato una moneta unica lasciando la regolazione bancaria nelle mani delle autorità nazionali. L’Autorità Bancaria Europea (EBA) rappresenta un progresso ma non è ancora dotata dei poteri adeguati di vigilanza e regolazione sulle banche nazionali;

Un’altra fortissima criticità del “sistema Europa” è che, in un contesto caratterizzato da disomogeneità nelle economie dei diversi paesi, i vincoli europei impongono  riaggiustamenti simultaneamente per tutti i paesi con il rischio di provocare effetti pro-ciclici e deflazionistici che, come vediamo in Grecia e, sia pur in maniera meno dirompente, negli altri paesi periferici, esasperano i conflitti sociali e provocano, come vedremo alle prossime elezioni europee, sentimenti profondamente ostili all’attuale governance europea.

In conclusione, sostiene Bordignon, i paesi dell’eurozona devono convincersi che occorre una vera integrazione politica e fiscale con tutti i costi e i rischi che questo comporta. Se non avremo una nuova stagione politica metteremo a rischio l’intera costruzione europea.

Non voglio tuttavia anticipare troppi argomenti e pertanto vi lascio al prof. Boitani riportandovi un’ultima citazione riportata nel libro del grande europeista Jacques Delors che nel 1996 dichiarava: “l’ossessione per i vincoli di bilancio fa si che la gente dimentichi troppo spesso quali sono gli obiettivi politici della costruzione europea. Le argomentazioni a sostegno della moneta unica dovrebbero basarsi sul desiderio di convivere pacificamente”

Trascrizione della relazione di Andrea Boitani

Innanzitutto, vi ringrazio e ringrazio il Circolo Dossetti per avermi invitato qui oggi. Ovviamente, i temi che ha portato, che ha messo in discussione il nostro Stefano Guffanti sono molto ampi e quindi richiederebbero probabilmente molto tempo per essere analizzati. Io non ho idea di quanto sia in realtà il tempo a mia disposizione. Diciamo, io qui ho presentato, ho preparato una cosa che, come vedete, va oltre il libro di Carlomagno, per fare una riflessione sul tema dell’austerità che è quella che stiamo vivendo e che non è soltanto, diciamo così, un’esperienza di vita vissuta da molti dei paesi europei, forse tutti i paesi europei, ma è anche un’ideologia. E devo dire che sono stato tentato, nei mesi scorsi, di mettermi al lavoro per scrivere un libro dal titolo L’ideologia tedesca che ovviamente, diciamo così, fa il verso al famoso libro di Karl Marx, perché, effettivamente, dietro questa politica di austerità che l’Europa ha seguito negli ultimi tre anni, c’è certamente l’ideologia tedesca che viene dalla scuola di Friburgo, dagli ordoliberisti degli anni Trenta che erano all’epoca gli unici oppositori dell’interventismo nazista nella politica economica e sociale, e che proprio per il fatto di essere stati gli unici oppositori, nell’immediato dopoguerra hanno avuto grande prestigio, come dire, grande successo, e fama nella Repubblica Federale Tedesca, esprimendo per molti anni il ministro delle Finanze, il famoso Erhard, che era un allievo della scuola di Friburgo ed era un convinto ordoliberista.

L’ordoliberismo tedesco aveva una sua logica, una sua coerenza, come potete facilmente immaginare da pensatori tedeschi, non lasciano buchi, e però il problema fondamentale è che sulla base dell’ordoliberismo si disegna un assetto economico-sociale che va bene per un piccolo paese, una piccola economia aperta, come direbbero gli economisti nel gergo, qual era la Germania Federale negli anni Cinquanta-Sessanta; una piccola economia aperta che punta tutto sullo sviluppo export-led, cioè trainato dall’esportazione. E quindi sostanzialmente un paese che approfitta della crescita mondiale, del fatto che tutto il mondo cresca, per ottenere dall’esterno, appunto dal resto del mondo, quella domanda che serve ad alimentare le proprie industrie. E quindi a far crescere anche il paese all’interno.

Il problema è che naturalmente questo modello, il modello della piccola economia aperta, per la quale i precetti dell’ordoliberismo sono ben tagliati perché naturalmente il primo precetto è quello di avere, diciamo così, prezzi bassi e a questo fine bisogna avere un’inflazione bassa all’interno del paese, bisogna avere una politica della concorrenza molto agguerrita in modo tale che le imprese del paese, le imprese tedesche siano in grado di produrre sempre a prezzi competitivi sui mercati internazionali. Ecco, questa cosa funziona appunto per una piccola economia aperta, non funziona per una grandissima area economica come l’Europa perché in questo caso, diciamo così, affidarsi esclusivamente alla domanda estera è molto più complicato perché ovviamente a quel punto l’Europa rappresenta una quota non piccola della domanda mondiale, come invece rappresentava la Germania negli anni Cinquanta e Sessanta. E quindi è una constatazione storica, non è un fatto di ideologia economica-

La constatazione storica è che i grandi paesi, gli Stati Uniti, i paesi di maggiore dimensione economica, sono paesi che trovano fondamentalmente fonte di crescita nella domanda interna, non nella domanda estera. Naturalmente poi, la cosa che non può accadere è quella di voler esportare il modello della piccola economia aperta a tutto il mondo perché il mondo, diciamo, fin tanto che non cominceremo a commerciare con Marte o con altri pianeti in qualche altra galassia, è un’economia chiusa: quindi il modello della piccola economia aperta non si può esportare a tutto il mondo.

Questo, secondo me, è uno dei problemi fondamentali dell’ideologia tedesca da cui derivano tutta una serie di altre considerazioni che hanno a che fare con l’idea di austerità, cioè l’idea del mantenimento del pareggio di bilancio, dei vincoli, ecc. ecc. E sotto questo profilo, dicevo, mi sarebbe piaciuto scrivere questo libro; purtroppo ho conoscenze di tedesco troppo scarse perché gran parte dei testi che contengono ed esprimono l’ideologia tedesca sono in tedesco e quindi è piuttosto difficile per chi non controlla adeguatamente la lingua scrivere qualcosa che poi potrebbe essere facilmente smentito, cioè basandosi solo su quello che si trova nella lingua franca che ovviamente è l’inglese. Quindi.o trovo un socio che conosca il tedesco in maniera adeguata, oppure penso che dovrò rinfoderare questo progetto.

Prima di arrivare a questa presentazione, soltanto due cose. Cioè, la prima è una constatazione fattuale, e cioè che Ignazio Visco, il governatore della Banca d’Italia, era anche lui un allievo di Caffè ed era un giovane assistente quando io ero studente, con Caffè la nostra conoscenza risale a quell’epoca. Diciamo che poi nel corso degli anni Ignazio Visco ha preso una posizione un po’ più vicina ai sostenitori dell’austerità, io sotto questo profilo sono rimasto forse più vicino agli insegnamenti del nostro maestro, però certamente vede molto bene le cose, cioè che il fatto che l’Europa, anzi l’Euro sia una moneta senza un stato certamente è il problema centrale della situazione di crisi che si è prodotta dopo il 2008. Questo è uno dei punti che vorrei sottolineare: cioè tutto sommato l’Euro dal 1999, quando i cambi sono stati irrevocabilmente fissati, o se volete dal 2002 quando cominciava a circolare la moneta nei nostri paesi, fino al 2007 non aveva funzionato così male. Il problema qual è? Il problema è che effettivamente il disegno di questa istituzione, perché la moneta è un’istituzione, il disegno di questa istituzione era stato pensato, diciamo, con una logica in questo veramente tedesca: cioè, se si danno regole e tutti le rispettano, perché è ovvio che tutti le rispettano, le cose non possono non funzionare e quindi l’economia funzionerà bene, la moneta unica funzionerà bene. Il problema è questo: che dietro a questa idea, oltre a esserci questa filosofia diciamo ordoliberista, per cui appunto un ordinato funzionamento, o un ordinato rispetto di regole comunemente accettate, garantisce che tutti i meccanismi scattino alla perfezione nel momento giusto o con la velocità giusta, c’è anche l’idea che l’economia sia fondamentalmente stabile. Per cui cose come la crisi finanziaria del 2008 che, certo, possiamo dire, non è stata generata in Europa, o quanto meno non è stata generata principalmente in Europa, ma che ha avuto le sue origini fondamentalmente negli Stati Uniti, questo tipo di crisi profonde, che rappresentano delle spaccature nella crosta terrestre, per così dire, nella crosta della nostra economia, queste crisi non possono avvenire. Se l’economia è stabile e funziona bene secondo regole da tutti rispettate, le crisi non ci sono, non ci possono essere.

Chi non segue costantemente i dibattiti di economia forse si è dimenticato, ma negli anni immediatamente precedenti la crisi, 2006-2007, c’era questa idea di chiamare gli anni che andavano dai primi Novanta fino ad allora gli anni della grande moderazione, great moderation, venivano definiti. Questa grande moderazione consisteva nel fatto che tutti i paesi del mondo sviluppato avevano mantenuto un tasso di crescita moderato ma positivo, la disoccupazione era rimasta bassa e, soprattutto, il tasso di inflazione si era fortemente ridotto; anche i paesi con maggiore propensione all’inflazione come l’Italia, il Regno Unito, avevano visto l’inflazione ridursi in modo consistente e questo aveva segnato un periodo lungo quasi una ventina d’anni, più o meno, in cui, effettivamente, c’era stata moderazione, crescita moderata, inflazione moderata e disoccupazione moderata. Si era sviluppata l’idea, sostanzialmente, che l’economia sarebbe andata avanti così per sempre, questa grande moderazione era il risultato di una nuova capacità della politica monetaria di governare il ciclo economico, e qui interviene un altro elemento importante dell’ideologia, soprattutto il fatto che ormai era divenuto quasi sentire comune che le politiche fiscali non avevano sostanzialmente importanza. Cioè che i governi avrebbero fatto molto meglio a cercare di contenere i disavanzi e mantenere quello che in gergo economico si chiama un atteggiamento neutrale di politica fiscale. Neutrale nel senso che non cerca né di spingere sull’acceleratore della domanda pubblica per far crescere di più l’economia, né cerca di stringere particolarmente la cinghia del bilancio per  provocare effetti restrittivi. Quindi, un atteggiamento neutrale.

Ora badate che questa cosa si è sostanziata, e questo è uno dei temi che affronto nel saggio, che è uscito ormai due anni fa, quindi ha una certa età, però insomma a questo punto di ricostruzione della storia culturale rimane, a mio parere, vero e ancora valido, che non è stato insignificante per le scelte che sono state compiute al momento di costruire l’unione monetaria europea, non è stata insignificante questa posizione culturale, questa idea che i bilanci dovessero avere un atteggiamento neutrale. Perché? Insomma, se il bilancio pubblico di ogni singolo paese deve avere un atteggiamento neutrale, è chiaro che la politica monetaria è l’unico strumento che deve essere utilizzato a fini di stabilizzazione del ciclo economico: la politica fiscale rimane ferma, neutrale, e quindi pensare che tutto sommato si possa costruire una unione monetaria senza avere l’altro pilastro, che è quello della politica fiscale, è una conseguenza di questo atteggiamento ideologico, perché, tutto sommato, la politica fiscale è considerata come inutile. Perché dobbiamo costruire un enorme cambiamento istituzionale con una cessione di sovranità, molto più grande e impegnativa di quanto non comporti la semplice unione monetaria, per arrivare a una unione fiscale? C’è un costo politico, diciamo così, che è ovviamente molto elevato ma che all’epoca, agli inizi degli anni Novanta fine anni Ottanta quando le radici ideologiche dell’unione monetaria vengono gettate, beh insomma, questo costo politico a fronte della inutilità, diciamo così, della politica fiscale o del fatto che comunque la politica fiscale debba mantenere un atteggiamento neutrale, si ritiene sia un costo troppo alto. Cioè, non vale la pena di sostenere un costo così alto se poi tanto dobbiamo tenere una politica fiscale con atteggiamento neutrale.

Questo è alla radice e, badate, che la cosa singolare è che gran parte del côté intellettuale che creò questa visione è di origine italiana; sono questi economisti italiani che erano andati a studiare negli Stati Uniti, ed erano prevalentemente in Italia di formazione molto di sinistra che poi sono andati negli Stati Uniti e negli anni Ottanta sono stati folgorati dal reaganismo e, più coerentemente, dalla cultura scientifica che dominava nelle università americane dell’epoca, che hanno costruito, anche con lavori scientificamente interessanti che tutt’oggi vengono studiati ma che si sono poi dimostrati, diciamo, empiricamente privi di fondamento, e hanno costruito questa ideologia: appunto Alberto Alesina, Francesco Giavazzi, di cui peraltro sono amico, Roberto Perotti, Marco Pagano, tutta una serie di economisti italiani che hanno cominciato a scrivere saggi scientifici che hanno trovato collocazione anche importante dal punto di vista editoriale, che sostenevano questo tipo di posizione. Naturalmente, alcuni saggi più famosi avevano titoli come Gli effetti anti-keynesiani della politica fiscale, cioè l’idea che la politica fiscale avesse effetti opposti a quelli che la tradizione del pensiero keynesiano che, come sapete, aveva dominato la scuola economica dalla fine degli anni Trenta fino alla fine degli anni Sessanta, primi anni Settanta, che sosteneva appunto che il disavanzo avesse degli effetti espansivi e che, viceversa, le politiche di austerità o di consolidamento della finanza pubblica avessero degli effetti restrittivi, bene, questo tipo di tesi è stata criticata negli anni fine Ottanta primi Novanta da questa serie di autori italiani che hanno costruito la filosofia, per così dire, degli effetti antikeynesiani delle politiche di bilancio; cioè, l’effetto espansivo dell’austerità o del consolidamento fiscale e l’effetto depressivo delle politiche di disavanzo o di debito in quanto il tutto basato sull’idea che se lo stato aumenta il disavanzo, e con ciò il debito, la gente reagisce pensando che in futuro lo stato aumenterà le tasse per ripianare quel deficit e quel debito e quindi comincerà a risparmiare oggi per pagare le tasse in futuro. Se io quindi aumento il disavanzo di bilancio oggi con l’idea di avere un effetto espansivo, otterrò in realtà l’effetto contrario perché la gente comincerà a risparmiare oggi prevedendo di dover pagare tasse più elevate domani e quindi smetterà di spendere oggi. E questo ha un effetto depressivo. Questa era, diciamo così, l’ideologia.

Dopo di che l’ideologia venne in un certo senso confortata da analisi empiriche in cui si cercava di mostrare come, per esempio, in Irlanda, in Danimarca, in Canada effettivamente alcuni episodi di consolidamento fiscale, cioè di politiche di restrizione del bilancio pubblico, avessero avuto degli effetti espansivi. Naturalmente, si portavano numeri e anche sofisticate analisi econometriche per dimostrare questo risultato. Peccato che queste analisi a un esame successivo si siano dimostrate errate nel senso che è vero che quei paesi avevano effettuato delle politiche di consolidamento fiscale ed è anche vero che, dopo aver fatto queste politiche di consolidamento fiscale, avevano conosciuto una crescita maggiore di quanto non avessero avuto prima. Però non è che avevano fatto solo le politiche di consolidamento fiscale, tutti questi paesi erano delle piccole, se non piccolissime, economie aperte e avevano lasciato svalutare il cambio. E quindi è molto difficile dire quanto dell’espansione successiva alla politica di austerità interna fosse dovuta a quella stessa politica di austerità interna oppure alla svalutazione del cambio che avevano rese più competitive le merci prodotte da quei paesi sui mercati internazionali e quindi aveva consentito il funzionamento di quella crescita trainata dalle esportazioni tipica del modello tedesco. L’altra cosa è che questi paesi avevano ciascuno una propria banca centrale che poteva fare politica monetaria espansiva quindi, se lo stato da un lato faceva una politica fiscale restrittiva, la banca centrale irlandese, canadese, neozelandese e danese eccetera, facevano politiche espansive mantenendo bassissimi tassi di interesse interni e negativi tassi di interesse reali in modo tale da stimolare l’investimento e la spesa per consumi delle famiglie all’interno dei paesi.

Quindi, effettivamente, si può dire che questi siano stati i casi di effetti antikeynesiani? Molto discutibile. L’analisi empirica successiva, più seria, ha dimostrato che effettivamente le cose non sono andate proprio come sostenevano questi ricercatori agli inizi degli anni Novanta. La cosa interessante è che di questi ricercatori soltanto pochissimi hanno riconosciuto di aver sbagliato; uno di questi pochissimi, forse l’unico, è Roberto Perotti dell’Università Bocconi di Milano, il quale molto recentemente, se non sbaglio due anni fa, ha pubblicato un lungo articolo nel quale ha rifatto tutta l’analisi empirica e poi ha scritto pubblicamente sul Corriere della Sera: “Mi ero sbagliato, avevo creduto erroneamente che le cose andassero in questo modo, le cose però sono andate in modo molto diverso”. E questo credo che sia un importante episodio di onestà intellettuale e anche di coraggio di esprimere pubblicamente il fatto di essersi sbagliato, che invece non è stato di tanti altri.

Ecco, l’ideologia su cui si costruiva questa idea dell’atteggiamento neutrale della politica fiscale, sta alla base del fatto che l’unione monetaria europea si sia fondata su un sistema di regole. Il fatto che ci fosse un sistema di regole era una conseguenza diretta dell’ordoliberismo tedesco, ma anche del fatto naturalmente che quando si mette in comune solo la moneta ma si lascia nelle mani dei singoli stati interamente la politica fiscale, delle regole ci devono essere, perché altrimenti la politica fiscale dei singoli stati può mettere in discussione continuamente il funzionamento dell’unione monetaria. Guardate che il problema non è il fatto che esistano delle regole, ripeto le regole ci devono essere, e che le regole siano state scelte nel modo che ci ricordava Stefano Guffanti, ma quella è algebra, si trova facilmente il perché del 3% del rapporto deficit/PIL, del 60% del rapporto debito/PIL, questi numeretti che possono apparire magici ma che hanno una loro coerenza per l’appunto algebrica, il problema non è quello, non è nel fatto che ci siano le regole, ma nel fatto che ci siano solo le regole.

Negli Stati Uniti le regole sono anche più cogenti di quelle che ci siamo date in Europa, ma non ci sono solo le regole. Uno stato, un singolo stato negli Stati Uniti non è che non può avere più del 60% di debito/PIL, col 60% di debito/PIL il singolo stato americano è considerato fallito da tempo, le soglie sono molto più basse. Quando si diceva: la California sta per fallire, la California aveva un rapporto tra debito e PIL del 25%. Quindi, le regole sotto questo profilo sono molto più stringenti di quelle europee. Anche l’Italia si è data delle regole che si chiamano patto di stabilità interno. Ma insomma, le regole americane sono molto più strette e sono anche per certi versi più cogenti perché se un governatore sfonda i tetti che sono previsti per il deficit o per il debito, di fatto se ne deve andare. Scattano regole di commissariamento da parte del governo federale che in Europa non sono previste attualmente, né ovviamente sono prevedibili a meno che l’Europa non si dia un governo centrale, federale, che abbia l’autorità per dire: senti, no, tu primo ministro greco stai facendo un gran pasticcio, te ne vai e non ti puoi più presentare perché a questo punto noi ti salviamo, cosa che il governo federale americano fa, noi ti salviamo però tu per favore non metti più piedi sulla scena politica. Ma questo richiede, ovviamente, una cosa del genere richiede una federazione forte con un Senato, una Camera dei Rappresentanti eletta a livello nazionale, un Presidente che è eletto dall’intero popolo, lì americano, qui dovrebbe essere europeo, il quale possa avere l’autorità di dire: tu no, governatore dell’Iowa, fuori; sei stato eletto dai cittadini dell’Iowa ma tu stai mandando a carte e quarantotto il tuo bilancio, per cui noi ti salviamo, non salviamo te, ma noi salviamo i cittadini dell’Iowa. Per cui paghiamo noi gli stipendi degli insegnanti delle scuole dell’Iowa e quelli dei dipendenti degli ospedali, o quelli che fanno la pulizia delle strade, o il trasporto locale nello stato, ma tu sei fuori. Non solo tu sei fuori, ma tu sei impresentabile. Basta, a quel punto sei, come dire, un paria e intoccabile,

Anche se questa cosa non è formale, però è sostanziale e questo presenta una certa differenza con la situazione europea dove, diciamo così, questa cessione di sovranità non è mai stata fatta. E questo è il punto vero della frase di Ignazio Visco: l’Euro è una moneta senza uno stato. Significa questo. Naturalmente, il governatore della Banca d’Italia non può essere così esplicito come sono stato io nel dire queste cose, ma da conversazioni private so che è questo che pensa; naturalmente, non può scriverle in un discorso ufficiale che poi viene riportato dalla stampa e sembra voler dettare la linea all’intera Unione Europea, cosa che ovviamente nella posizione di governatore della Banca centrale italiana non può fare.

Questa è una sintesi dei ragionamenti che c’erano nel libro di Carlomagno. Soltanto due punti prima di entrare in questa cosa, come dire, più quantitativa, più numerica. Krugmann è certamente una persona straordinaria; quando dice che l’unione monetaria europea era stata costruita per combattere l’ultima guerra, che era quella dell’inflazione, senza rendersi conto che poteva capitare un’altra guerra, quella della depressione degli anni Trenta, ha perfettamente ragione; l’istituzione era stata costruita con quell’idea, ma la ragione per cui era stata costruita con quell’idea è quella che vi ho detto, cioè che l’ideologia, la cultura economica alla fine degli anni Ottanta, quando il disegno dell’unione monetaria europea prende piede, è un’ideologia e una cultura per la quale il problema degli anni Trenta non si sarebbe mai più potuto ripresentare. È questo che ha impostato la costruzione europea tutta sul tema: dobbiamo costruire qualcosa che impedisca la grande inflazione degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta di ripetersi. Senza per altro considerare che la grande inflazione degli anni Settanta-primi anni Ottanta era dovuta agli shock petroliferi, non era dovuta ai disavanzi di bilancio dei paesi che l’hanno subita.

Un ultimo punto. La questione della svalutazione, nel ’92. Allora, purtroppo gli economisti, e ancor più quelli che di economia discutono senza conoscerla, tendenzialmente (in genere siamo così per convenienza personale, chissà sono convenzioni ideologiche, eccetera) tendono a dimenticare che esiste il breve periodo e il lungo periodo e che il breve periodo in economia e il lungo periodo funzionano in maniera diversa: ci sono, come dire, diverse forze che sono al lavoro nel lungo periodo e che nel breve non riusciamo a vedere perché lavorano più lentamente, più sotterraneamente e quindi nel breve non sembra modificare nulla; e ci sono delle forze che viceversa agiscono nel breve periodo e che forniscono, diciamo così, quelle spinte, o viceversa quei freni fortissimi, che noi osserviamo quotidianamente o, diciamo, trimestralmente.

Insomma, questo è un tema che percorrerà questa storia di oggi in vari modi, ma la prima cosa la voglio dire perché è stata tirata in ballo la questione del ’92 e della svalutazione, eccetera. La svalutazione è tipicamente un fenomeno che ha un effetto molto forte di breve periodo. Cioè se io svaluto la mia moneta nel mio paese ottengo immediatamente un effetto di accrescere la competitività delle merci prodotte all’interno del paese rispetto a quelle che vengono prodotte all’esterno. Questo avrà un effetto di aumentare le esportazioni e, tendenzialmente, ridurre le importazioni. Quindi questo ha un effetto di breve periodo favorevole per l’economia di un paese. Ed è tipicamente la risposta di breve periodo a uno shock negativo che l’economia del paese subisce.

Attenzione però, che la svalutazione non risolve problemi di più lungo periodo. Se la crisi economica di un paese, al di là di uno shock esogeno che può averlo colpito in un certo momento della sua storia, se la crisi economica di quel paese viene da lontano perché, per esempio, il paese è caratterizzato da una bassa crescita della produttività, per cui le sue merci all’estero sono meno competitive perché i costi di produzione per unità di prodotto sono andate aumentando nel corso del tempo, questo la svalutazione lo rimedia per un po’, ma non può nascondere questo fatto per sempre. Se il costo delle merci italiane, poniamo che questo sia il problema dell’Italia, cresce di più del costo delle merci tedesche, una svalutazione mette fine a questo differenziale dei costi per un po’ di tempo, poi a un certo punto il fatto che i nostri costi aumentino di più viene fuori, torna fuori. Quindi l’unica altra risposta è una nuova svalutazione, e poi un’altra, e poi un’altra.

Allora, questo ha delle conseguenze: possiamo vivere di continue svalutazioni? Sì, certo, ma il prezzo di questo è un continuo aumento dell’inflazione perché noi le merci che importiamo dall’estero, in particolare il petrolio e le altre materie prime, le paghiamo in valuta estera. Se noi svalutiamo la nostra euro-lira continuamente, continueremo a pagare il petrolio e le altre materie prime sempre di più. Questo ha un effetto, ovviamente, sui costi italiani di produzione delle merci e alimenta ulteriormente la dinamica dei nostri costi, quindi maggiori costi, svalutazione, inflazione importata, maggiori costi, svalutazione e via di seguito. Cioè si avvia una spirale di inflazione-maggiori costi-svalutazione che non risolve il problema.

Allora, quando alcuni personaggi politici scrivono che l’Euro è un crimine contro l’umanità, oppure che dicono che basta uscire dall’Euro perché tutti i nostri problemi siano risolti, questi letteralmente non sanno quello che dicono e l’unica cosa da sperare è che il Signore confonde chi vuole perdere. Veramente, non si capisce di cosa parlino.

Mi pare un’introduzione piuttosto lunga. Allora una cosa che vorrei dire: qui ce n’è molto più che altrettanto. Parto da un proemio: questi sono dei grafici che trovate anche nel librodi  Carlomagno, che non sono aggiornatissimi, ma vi fanno vedere… Ecco, se noi consideriamo l’intero periodo fra il ’99 e il 2012, l’anno in cui appunto usciva il libro di Carlomagno, voi vedete che il PIL dei paesi Euro è cresciuto, come vedete, tutto sommato meno, salvo che il caso del Giappone e della Danimarca, degli altri paesi che non fanno parte dell’Euro, paesi europei ma anche gli Stati Uniti. Se guardate il complesso dei paesi OCSE, che sono i paesi, diciamo, sviluppati, tutti sono cresciuti più dell’area Euro a 15. Qui si è presa una formazione intermedia dell’area Euro, non quella in chiarissima, non quella attuale. Però ci sono forti divergenze tra i vari paesi dell’eurozona, cioè noi possiamo dire che la zona Euro è cresciuta un po’ meno in media di altri paesi non Euro, ma se andate a guardare all’interno dell’eurozona, che avrebbe dovuto essere un’area di crescita abbastanza uniforme, vedete grandi differenze: ovviamente i paesi, a parte il Lussemburgo, i paesi di più recente accessione. come la Repubblica Slovacca, la Slovenia, l’Estonia che crescono a tassi più elevati, e alcuni, in particolare Italia e Portogallo, ma anche la Germania, che crescono a tassi molto bassi.

L’Italia fino al 2012 sta intorno allo 0,7%. Ma se ci fermiamo al 2007, cioè all’anno prima dell’inizio della grande crisi, l’Italia stava intorno all’1,3-1,4%.

Le cose sono un pochino diverse, un pochino meglio in termini di PIL pro capite per il semplice fatto che in Europa la mortalità è stata più bassa, e questo vale anche per il Giappone, naturalmente, cioè paesi a natalità molto bassa come l’Europa e il Giappone, qui vedete l’Europa: l’eurozona di 17 che comprende anche le accessioni più recenti, hanno un tasso di crescita un pochino più alto di quanto non risulti a livello aggregato, ma questo è essenzialmente dovuto al fatto che c’è stata una dinamica demografica inferiore. Ma se noi andiamo a guardare i paesi dell’eurozona, qui vedete che in Italia il PIL pro capite sostanzialmente ha stagnato, non è scomparso, non è cresciuto: questo non è il livello, è il tasso di crescita. Guardate anche la Germania, la famosa, virtuosa ed esempio, è cresciuta del PIL pro capite solo del 2%: certo qui c’è di mezzo anche il 2009 è stato un anno disastroso per tutti…

È vero, l’Europa ha creato occupazione; per esempio, in confronto al Giappone la disoccupazione è stata molto migliore: in Giappone si sono distrutti posti di lavoro tra il ’99 e il 2010, l’Europa è stata sostanzialmente in media con l’OCSE e gli Stati Uniti, ma di nuovo le divergenze all’interno dell’eurozona sono notevoli: come vedete, la Germania e la Finlandia sono paesi dove la creazione di posti di lavoro è stata molto, molto limitata.

E la produttività: tutta l’eurozona è stata caratterizzata da produttività bassa nei confronti di paesi come Svezia e il Regno Unito, per non parlare ovviamente degli Stati Uniti e dello stesso Giappone. Ora voi sapete che la crisi ci ha attraversato per un ventennio di crisi continua dal punto di vista della crescita economica, ma se poi andiamo a guardare come al solito all’interno dell’eurozona, ci rendiamo conto che la situazione italiana è davvero più grave; neanche gli altri paesi “Piigs” (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) sono messi così male. Quindi, esiste un problema italiano di lungo periodo. Questa cosa non può essere dimenticata.

Allora, perché io vi sto sottolineando questa questione terribile? Perché poi dopo vi parlerò di tutte le nefandezze di cui l’austerità è madre, ma teniamo presente che anche qualora le politiche europee, l’Europa fosse costruita in maniera diversa, l’Euro fosse incastonato in una cornice istituzionale differente da quella di oggi e avessimo un bilancio federale e uno stato federale e via di seguito, rimane il fatto che l’Italia ha un problema di lungo periodo, che non può essere trascurato. Dagli anni Cinquanta? Non dagli anni Cinquanta, ma dall’inizio degli anni Novanta. Queste sono questioni sulle quali si può discutere, naturalmente. Io personalmente ho una visione, ne parliamo alla fine, una visione piuttosto non convenzionale. Vi dico semplicemente il titolo di questa cosa: piccolo e brutto, questa è la mia tesi. Ma insomma, sinteticamente, sulle piccole imprese, sul modello italiano, sui distretti, parola che trovo che ha fatto più danni, probabilmente, che non Attila, insomma tutta questa cosa ha delle conseguenze molto deleterie, ha avuto conseguenze molto deleterie. In questo senso certamente gli anni Cinquanta… Però, insomma, ci torniamo dopo.

Come ha colpito la crisi? La crisi ha colpito, come vedete, in modo molto diverso, certamente ha colpito tutti i paesi; nel 2009 tutti i paesi sono andati in crisi. Come vedete l’area Euro, che è questa in turchese, è quella che è andata peggio degli altri, ma tutti nel 2009 hanno avuto un crollo. La cosa che vedete è però che dopo il 2009 il rimbalzo, per così dire, degli altri paesi è stato molto migliore che non quello dell’area Euro; l’area Euro si è mantenuta costantemente al di sotto, in termini di crescita, rispetto a tutti gli altri paesi.

Il tasso di disoccupazione. Il tasso di disoccupazione. Questi sono quarter, cioè trimestri dei vari anni e a partire dal terzo trimestre del 2008 il tasso di disoccupazione sale un po’ in tutti i paesi, ma, come vedete, in Spagna va così, in Grecia va così, in Italia non cresce all’inizio tantissimo, ma a partire dal terzo trimestre del 2011 cresce fortemente anche in Italia, mentre, per esempio negli Stati Uniti e in Germania, si ha un piccolo aumento nel periodo più acuto della crisi, poi il tasso di disoccupazione ritorna, diciamo lentamente, su livelli più accettabili. Badate, nel caso degli Stati Uniti, al secondo quarter del 2013 stavamo un po’ sotto l’8%, la soglia fatidica della rielezione del Presidente degli Stati Uniti Obama (poi è stato rieletto), che è diverso dal 6% che c’era nel 2003; comunque negli Stati Uniti la disoccupazione è più elevata di quanto non fosse dieci anni fa, ma è più elevata di un 1,7-1,8%, mentre, come vedete nel caso spagnolo e nel caso greco, la situazione è molto, molto più drammatica.

Questa tavola è una tavola un po’ complicata, richiede un po’ d’esercizio, ma è molto utile perché fa un confronto fra le recessioni globali che ci sono state nel dopoguerra: sono state tre, prima di quella che in cui tuttora viviamo, nel ’75, nell’82 e nel ’91, e vediamo come ne siamo usciti. Allora la cosa è questa: guardate la prima tavola, questa qui: la linea blu rappresenta sempre la media dei casi precedenti, la linea rossa rappresenta l’attuale recessione. Quello che vediamo da queste linee è che, l’area tratteggiata in grigio rappresenta i mesi più vicini al picco della recessione, al picco della crisi, quello che vedete è che nei casi precedenti si è entrati, ci si è avvicinati al periodo della crisi da un sentiero più basso rispetto a quello che abbiamo percorso negli anni precedenti il 2008, ma poi se ne è usciti seguendo un sentiero molto più alto di quello che si è seguito dopo il 2008. Quindi, in realtà, qui c’è stata una grande moderazione: prima della crisi si andava meglio che non nei periodi precedenti alla media delle crisi passate, ma poi si è andati molto peggio. Cioè, l’economia mondiale ha dimostrato meno resilienza, come si usa dire traducendo brutalmente dall’inglese, di quanta non ci fosse stata negli episodi precedenti, cioè l’economia ha mostrato molto meno sprint nella ripresa.

Certo, è chiaro, siamo entrati in questa crisi con un rapporto tra debito e PIL molto più alto di quanto non fosse stato nelle tre crisi precedenti nei paesi avanzati del mondo, con una inflazione molto più bassa e che continua a rimanere molto più bassa anche dopo la crisi, e con tassi di interesse molto, ma molto più bassi, tanto da essere vicini allo zero. Quindi, questa tavola ci dà una immagine molto semplice delle differenze di come questa crisi, quella che è iniziata nel 2008, sia stata così diversa da quelle che l’hanno preceduta.

E questa è sulla spesa pubblica. Ora, ricordiamoci che partiamo da una situazione con debito pubblico significativamente più alto, ma andiamo a guardare la spesa: qui sono prese delle aree, le prime in alto sono il confronto fra Stati Uniti e area Euro, e sotto il confronto fra due diverse aree della zona Euro, l’area del cosiddetto core della zona Euro, il centro, il nucleo della zona Euro, e la periferia, cioè i paesi Piigs, tra cui ci siamo anche noi. Allora guardate che cosa succede: nelle crisi precedenti sostanzialmente vedete che il periodo di crisi non ha nessuna influenza sul trend della spesa pubblica che è crescente; nella crisi recente, nella grande recessione come è stata chiamata, negli Stati Uniti abbiamo chiaramente una spesa pubblica che si avvicina al picco, proprio al centro del momento in cui la crisi diventa più forte, e poi scende rapidamente al di sotto del trend delle crisi precedenti. Quindi, una politica che interviene, una politica di spesa primaria (spesa primaria significa spesa non per gli interessi sul debito, quindi spesa per pensioni, sussidi di disoccupazione, costruzioni di nuove strade, ponti, scuole, ecc. ecc.), che cresce nel periodo più intenso della crisi e poi rapidamente regredisce in una fase di restrizione del bilancio che è abbastanza evidente,

Nell’area Euro, viceversa, che cosa succede? Entriamo nelle crisi con un livello di spesa sostanzialmente più alto rispetto alle crisi precedenti, la spesa segue il trend delle crisi precedenti nonostante la molto maggiore intensità della crisi del 2007-200?, mettiamo un punto interrogativo alla fine, ma, a partire sostanzialmente da un anno e mezzo dopo il picco della crisi scende drasticamente. E questo è lo stand up. Quindi, si è applicato in questo episodio una politica di spesa pubblica completamente diversa rispetto a quella delle crisi precedenti. Cioè dopo aver fatto moderata in Europa, assai più spinta negli Stati Uniti, politica espansiva nell’anno sostanzialmente peggiore della crisi, cioè 2009-2010, poi si è bruscamente ritornati a una politica di tipo restrittivo.

E come vedete, le differenze all’interno dell’area Euro fra Francia e Germania, che hanno sì una politica più restrittiva, ma manco tanto, rispetto ai Piigs, cioè i paesi più colpiti dalla crisi, sono quelli che hanno applicato, a partire dal 2010-2011, le politiche di bilancio più restrittive. Perché? Perché c’è una regola europea, perché si è creata quella situazione di crisi del debito pubblico nei paesi Piigs che in Francia e Germania e negli altri paesi, diciamo così, core dell’Europa che qui non sono considerati non c’è stata. Poi naturalmente, uno si potrebbe chiedere: che cosa ha prodotto questa politica di austerità, e questo è quello che vedremo più avanti.

Allora, come molti hanno detto, il problema è il debito, lo abbiamo visto prima: tutti i paesi avanzati entrano nella crisi con un rapporto debito/PIL molto più elevato di quello delle crisi precedenti, i paesi Piigs, in particolare la Grecia e l’Italia, entrano nella crisi con un rapporto debito/PIL elevato, ricordiamoci che l’Italia ha un rapporto debito/PIL che non è mai sceso al di sotto del 100% dagli inizi degli anni Novanta. Anche qui, adesso, qualcuno di voi si ricorderà, l’Italia non è sempre stata un paese ad alto debito pubblico, negli anni Cinquanta il rapporto tra debito e PIL era al 30%, ricordiamoci che nel periodo tra le due guerre in Gran Bretagna il rapporto tra debito e PIL aveva superato il 200%, quindi il rapporto del 30% che aveva l’Italia negli anni Cinquanta era proprio bassissimo. Poi ha cominciato lentamente a crescere, ma a metà degli anni Settanta era al 60%, eravamo perfettamente in linea con i parametri di Maastricht, il famoso e fatidico 60%. Poi ha cominciato a crescere sul serio ed è più che raddoppiato nel giro di vent’anni.

Allora, dicono che il problema è il debito che i paesi europei del sud, i Piigs, nei quali è compresa anche l’Irlanda che certamente non è un paese del sud, ma che ha avuto i suoi bravi problemi di debito evidenti ed è stata sottoposta a politiche di austerità molto, molto severe perché aveva un debito alto. Allora, innanzitutto, la Spagna non aveva un debito così alto. Possiamo chiederci: esiste un problema costante di debito? Cioè negli anni recenti si è sviluppata una nuova ideologia, che poi non è così nuova in un certo senso, che è quella di dire: guardate se il debito supera una certa soglia in rapporto con il PIL, i paesi soffrono.

In particolare, sono stati due economisti, che insegnano a Harvard, di origine come sempre multirazziale, uno si chiama Ken Rogoff, il nome Ken è evidentemente americano, ma il cognome no, l’altra si chiama Carmen Reinhart ed è sudamericana di origini tedesche, che lavorano entrambi negli Stati Uniti all’Università di Harvard, i quali hanno scritto una serie di articoli interessanti, dai quali si deduce che se il rapporto tra il debito e il PIL supera la soglia del 90%, la crescita diventa negativa, per cui questi due simpatici burloni sono stati ricevuti al Senato americano, hanno fatto un’audizione al Parlamento europeo, eccetera, sostenendo questa loro cosa, naturalmente intervenendo con argomenti econometrici, con stile e sempre dicendo: guardate che è solo un fato, noi non possiamo dire che cosa ha determinato cosa, cioè se è la bassa crescita che ha determinato l’alto debito o l’alto debito che ha determinato la bassa crescita. Però questi distinguo e queste sottigliezze accademiche sono state poi rapidamente abbandonate dalla politica, la quale ha stabilito che è l’alto PIL che determina la bassa crescita, o addirittura la decrescita.

Allora io ho provato a fare una cosa in cui ho messo, semplicemente, banalmente insieme i dati sulla crescita e il debito, il rapporto debito/PIL, in Italia dagli anni 1960 al 2012. Ed effettivamente quello che vediamo è, che se noi seguiamo questa retta che interpola questa nuvola di punti, questa ci dice chiaramente che con un rapporto debito/PIL più alto la crescita è più bassa e addirittura individua la soglia che è questo punto qui, che però non è il 90%: la crescita zero sembra essere, in media nel corso dei nostri anni, per un rapporto debito/PIL superiore al 120%. Naturalmente, questo è un grafico che ci dice appunto solo un’associazione tra fatti, non ci dice se è stata la bassa crescita a determinare l’alto debito o viceversa.

Allora un altro esperimento, ma si tratta evidentemente di esperimenti banali, che ci dice: andiamo a guardare, diciamo così, alla crescita di un periodo precedente, o nei tre anni precedenti, al debito di oggi e vediamo che tipo di relazione c’è. Allora se andiamo a guardare: qui abbiamo un rapporto tra debito e PIL nell’anno corrente e qui abbiamo il tasso di crescita medio dei tre anni precedenti. Come vedete questa retta è molto più inclinata della precedente e soprattutto questo numeretto che trovate qui, scritto in nero e quadrato, che ci misura la bontà con cui questa retta rappresenta l’effettivo andamento di quella nuvola di punti, questo 0,71 è più alto di questo 0,45.

Ma soprattutto a questo punto ho detto: andiamo a vedere che cosa succede se invece di considerare la crescita passata, considero la crescita futura e cioè sarà l’alto debito di oggi che causa la bassa crescita di domani? Il risultato che ottengo è sì, naturalmente, ma voi vedete che un r2 più basso. Questo che cosa ci dice? Che è più la bassa crescita passata a spiegare l’alto debito di oggi di quanto non o sia l’alto debito di oggi a spiegare la bassa crescita di domani.

Per carità, è un esercizio che non pretende di dare nessuna risposta, e non pretenderei di andare a fare un’audizione al Parlamento europeo e dire: guardate le cose stanno così, però, insomma, è un esercizio che indica un minimo di cautela necessario prima di attribuire delle causalità certe, per cui forse, il fatto che la crescita economica sia andata diminuendo è più importante a spiegare l’elevato livello del debito di oggi di quanto non sia il contrario.

E questo è semplicemente sui tassi di variazione del rapporto debito/PIL, cioè di quanto cresce il debito. Sono le spinte, anno per anno, della crescita del debito a causare la bassa crescita del PIL? No. Come vedete la correlazione è ancora negativa, ma questo indice è così basso che ci dice sostanzialmente che questa correlazione negativa non spiega quasi niente. Quindi, non sono gli eventuali enormi incrementi, temporanei o anno per anno, del rapporto debito/PIL a causare la minore crescita.

L’altra cosa, che come voi sapete, nel corso di questi anni è diventata cosa comune e un problema, sono stati gli spread, cioè il fatto che il tasso di interesse sui titoli italiani, greci, spagnoli, portoghesi eccetera, siano stati così più alti rispetto a quelli tedeschi. Allora, l’Italia per certi versi è un paese curioso per cui a un certo punto ci sono stati dei mesi in cui non si apriva un telegiornale che non parlasse, come prima notizia, dello spread di quel giorno. Nessuno è andato a guardarsi un po’ di storia, perché lo spread è una differenza tra tassi e quindi è una cosa che possiamo misurare per tutti gli anni che vogliamo. Io sono stato a guardare questa cosa, diciamo dal ’91, da quando esistono dati sostanzialmente comparabili. Ma vediamo un po’: questo spread dipende veramente dal fatto che i paesi abbiano dei rapporti tra debito e PIL così diversi fra loro? Allora, la cosa è questa: alla fine mi sono trovato con una marea di punti e ho cercato di raggruppare le cose in qualche periodo.

Allora qui trovate, sull’asse verticale, lo spread appunto tra i titoli italiani a 10 anni, i BTP, e i Bund a 10 anni, che sono i titoli della Repubblica Federale, e troviamo una cosa: che negli anni tra il ’91 e il ’97 c’è una correlazione positiva, cioè lo spread è più alto se c’è una maggiore differenza fra i debiti dei due paesi, ma la correlazione è così bassa da rendere difficile dire: questa è una relazione significativa. Poi troviamo un lungo periodo, tra il ’98 e il 2007, in cui la relazione è piatta, non c’è nessuno spread nonostante che la differenza nel rapporto debito/PIL arrivi a 55 punti, cioè con un’Italia al 120 e una Germania al 65, spread vicino allo zero. Poi, pigliamo il 2008-2012, eccolo qua, una cosa enorme, con una relazione significativa. Però quello che ci dobbiamo dire è: ma perché per 10 anni la differenza di debito, il fatto che l’Italia fosse ad alto debito e la Germania a basso debito non contasse nulla e a un certo punto sembrerebbe contare tantissimo?

Allora, non è la differenza in sé nel livello del debito o nel rapporto debito/PIL che conta, ma è la diversa situazione in cui si registra la stessa differenza, o addirittura differenze minori, perché badate qui siamo a 40-45, non stiamo a 55. E come mai qui c’è questa cosa? (Domanda dal pubblico: i punti in alto a destra sarebbero forse meglio spiegati da una retta negativa?) Quelli? Non è un caso che il coefficiente di correlazione tra quei valori è vicino allo zero,0,07. E qui, se vedete lo spread ha queste caratteristiche in effetti. Cioè qui siamo negli anni prima del 2008, siamo con lo spread che è molto vicino allo zero. Ma all’inizio del 2006 sono 50 punti base, c’è uno 0,5%. Poi come vedete cresce un po’ e cresce però soprattutto tra il 2008 e i primi mesi del 2011 ed è il tasso dei Bund tedeschi che scende. Non è il tasso sui BOT o sui BTP che sale, è il tasso sui Bund che scende e la differenza ovviamente si amplia. Perché? Perché in quel periodo, diciamo, tutto il mondo incomincia a pensare che i titoli tedeschi siano i più sicuri e quindi gli investitori comprano titoli tedeschi e il prezzo dei tedeschi sale, il tasso sui titoli tedeschi scende.

Ma il tasso sui titoli italiani non sale più di tanto: è soltanto all’inizio del 2011, a crisi greca esplosa, che si avverte l’effetto contagio per cui se va a gambe all’aria la Grecia, possono andare a gambe all’aria il Portogallo, l’Irlanda, la Spagna e l’Italia e quindi c’è l’improvvisa fuga degli investitori dai titoli degli altri paesi Piigs. L’Italia è quella che ci interessa in particolare in questo contesto e si crea la situazione che è quella che è stata chiamata crisi del debito sovrano, sovrano nel senso dei paesi sovrani.

Ma non è stata né una crisi del debito, né una crisi sovrana; non è stata una crisi del debito, il perché lo vedremo fra poco, non è stata una crisi sovrana semplicemente perché questi paesi, al contrario dei paesi sovrani, non hanno una banca centrale che sia obbediente alla sovrana. Questa è la differenza fondamentale. Non è il fatto che ci sia la moneta unica, ma che ci sia la moneta unica con una banca centrale che non è una banca centrale, perché la caratteristica fondamentale della banca centrale è quella, certo, di emettere moneta che ha, diciamo così, corso forzoso, nei paesi dove la moneta è ufficiale. Ma ha anche l’altra caratteristica fondamentale che è quella di essere un prestatore di ultima istanza per le banche di quel paese, ma anche essere un prestatore di ultima istanza per lo stato. Cioè il soggetto che in qualsiasi momento è in grado di acquistare i titoli emessi dallo stato sia pure solo sul mercato secondario, non comprare alle aste i titoli che emette il tesoro, ma sul mercato secondario sì, per assorbire, diciamo così, quei titoli che il mercato non assorbe e quindi impedire il default del paese. Dunque, la banca centrale è lo strumento che impedisce il default di un paese, il fallimento.

Allora, il fatto che quegli spread raggiungono livelli di questo genere, cioè 500 punti base, una differenza del 5%, è legato al fatto che gli investitori internazionali sanno che la BCE non interverrà e che quindi l’Italia, la Spagna, il Portogallo e l’Irlanda potranno fallire, potranno non fare default, potrebbero non essere in grado di rimborsare i titoli e probabilmente neanche di pagare gli interessi sugli stessi.

Badate che se prendete il debito pubblico del Giappone supera il 200% del PIL e nessuno pensa che il Giappone faccia default, e il tasso di interesse sui titoli giapponesi è bassissimo, più basso di quello dei titoli tedeschi. E gli Stati Uniti hanno un rapporto tra debito e PIL vicino a quello italiano, ma nessuno pensa che gli Stati Uniti facciano default, eppure c’è una moneta unica negli Stati Uniti. Semplicemente, c’è una banca centrale, federale, la Federal Reserve, che può comprare i titoli che sono emessi da un Tesoro americano, non del singolo stato, ma americano. Questa è la grande differenza.

Allora io correggerei quella cosa che ha scritto il governatore Visco e cioè: l’Euro è una moneta senza stato. L’Euro è una moneta senza stato e senza banca centrale. Questo è il vero problema: è stato disegnato senza una banca centrale degna di questo nome. Ma perché? questo è il punto. Perché la banca centrale europea è stata pensata per un’Europa di regole, cioè fatta esclusivamente di regole. Se tutti rispettano le regole, e quindi in realtà l’intervento della banca centrale come prestatore di ultima istanza non è mai necessario. Ma questo, a sua volta, è la conseguenza di quell’impostazione ideologica che abbiamo detto prima, cioè l’intervento non serve, e quindi bastano le regole. L’economia è stabile per conto suo, eccetera, eccetera, ed è tutta quella costruzione che in realtà si è dimostrata piuttosto fragile con l’inizio della crisi.

Allora una cosa che viene da chiederci è: ma che cosa ha dettato sul serio l’austerità? Alcuni potrebbero dire: beh l’austerità è stata dettata dal fatto che alcuni paesi avevano rapporti debito/PIL molto alti, il rapporto debito/PIL era cresciuto comunque anche nei paesi core dell’Europa come la Francia, la Germania eccetera, e quello ha determinato l’austerità. Allora, questo bravo economista belga che insegna alla London School of Economics, con cui siamo molto amici, che è Paul De Grauwe ha fatto un’analisi in cui ha cercato di mettere insieme gli spread nel 2011 e l’austerità in percentuale del PIL, cioè la redditività delle politiche fiscali come percentuale del PIL, che sono state applicate nei vari paesi. E come vedete la linea è straordinaria. Cioè è chiaro, la Grecia fa molto per tirare su la linea, però anche se togliete la Grecia, l’allineamento fra Germania, Italia, Spagna, Irlanda e Portogallo non è male, contrariamente a quanto pensa Bini Smaghi, che con le statistiche ha qualche problema. Levando di lì la Grecia le cose sono completamente diverse? Non è vero. Comunque quello che viene fuori con la Grecia, che bene o male è piccola ma fa parte dell’unione monetaria, è un coefficiente di correlazione di 0,96%: quella retta spiega il 96% della variabilità di quei dati. È straordinaria la cosa. Cioè gli spread hanno determinato in larga parte le politiche di austerità. Diminuiscono gli spread dove erano più alti, dopo l’annuncio di Draghi, cioè dopo il momento in cui il Presidente della Banca Centrale Europea annuncia di voler fare il banchiere centrale, checché ne dica il regolamento, checché ne dica il socio di maggioranza, la Deutsche Bundesbank. Gli spread crollano, e dove crollano? Non dove è caduto di più il rapporto debito/PIL, cioè dove è stata fatta un’austerità più efficace, ma semplicemente dove gli spread erano più alti. Il che ci dice sostanzialmente, cioè qui il grafico precedente e questo ci dicono che quegli spread erano sostanzialmente dovuti al panico perché gli investitori dicevano: beh, qui non c’è una banca centrale, che dobbiamo fare? E quindi avevano generato quegli spread enormi vendendo a man bassa i titoli degli stati più problematici. Dopo di che quando Draghi dice: “Credetemi, sarà sufficiente”; come dire, provate a scommettere contro la Banca Centrale Europea, finite tutti al tappeto perché noi mettiamo in gioco una potenza di fuoco che nessun speculatore internazionale si può immaginare e quindi vi distruggiamo sostanzialmente, e gli speculatori si ritirano bravamente, tranquillamente, nelle loro stanzette e lo spread crolla. Oh qui, 0,97, cioè praticamente questa cosa si spiega con quasi il 100% della variazione.

Ma l’austerità, che è figlia del panico, ha avuto efficacia? Diciamo, il titolo di questa sezione è abbastanza evidente, c’è stata una riduzione. Allora, guardate qua, sempre De Grauwe fa questo simpatico grafico: diminuiscono gli spread dopo il 2012, il famoso annuncio di Draghi, ma aumentano i rapporti debito/PIL, cioè la tendenza sottostante all’aumento del rapporto debito/PIL continua, eppure gli spread diminuiscono. Quindi l’austerità non sembra aver fatto diminuire i rapporto debito/PIL ma ha fatto diminuire gli spread, non l’austerità, ma l’annuncio di Draghi. Ecco la prova. Qui avete, sempre De Grauwe, ma in un articolo più recente, il grado di austerità, espresso sempre in rapporto al PIL,e questo è il cambiamento nel rapporto fra debito e PIL. Notate che è abbastanza impressionante perché maggiore è l’austerità e più cresce il rapporto debito/PIL, quindi l’effetto che, tra 2011 e 2013, l’austerità ha avuto sembrerebbe essere quello di far aumentare il rapporto debito/PIL, non farlo ridurre.

E questa è la cosa che ci interessa vedere. Cioè se noi prendiamo questo grafico, questo è molto interessante perché qui abbiamo il tasso di crescita del PIL e qui abbiamo l’austerità; quello che vediamo è che, più o meno quello che ci dice questo grafico, è che per un punto di PIL di austerità che leggiamo su questo asse orizzontale, il PIL si riduce di circa 1,4, cioè 1,3889; questo è l’effetto, questo è quello che viene chiamato un moltiplicatore fiscale: cioè se io riduco il rapporto debito/PIL, o riduco il deficit di un punto, mi diminuisce il PIL di 1,4 punti. Questo è un effetto tipicamente keynesiano, altro che anti-keynesiano, cioè l’austerità riduce il PIL. Questo è quello che viene fuori da questa stima, naturalmente.

È chiaro che se, sulla base di quella stima, ci chiediamo di quanto, se noi vogliamo migliorare il bilancio di un punto di PIL, un punto percentuale, ci vuole un’austerità di 2 punti di PIL, e dato quel moltiplicatore fiscale che abbiamo visto prima, ci vuole una diminuzione del PIL del 2,8. Questi grafici sono tutti correlati. Io dico: se un punto di austerità mi fa diminuire il PIL di 1,4, ma se io voglio migliorare il bilancio di un punto, devo ottenere un’austerità di 2 punti e quindi una riduzione del PIL di 2,8. Questa è la cosa che trovate lì, cioè il cambiamento nel bilancio pubblico e qui avete l’austerità. Cioè ci vogliono grandi austerità molto forti per ottenere effetti positivi sul bilancio pubblico. Ma siccome quell’austerità molto forte implica riduzione del PIL, per avere un miglioramento del bilancio pubblico devo ridurre il PIL di tantissimo, cioè devo aggravare la situazione economica del paese in maniera molto consistente.

Qui ci sono un po’ di formule che non vi sto a raccontare,  ma adesso voglio dire semplicemente questa cosa qua: da queste formule risulta sostanzialmente che il consolidamento fiscale funziona solamente in quei paesi che, avendo inizialmente un rapporto fra debito e PIL sufficientemente basso, dato il moltiplicatore fiscale che abbiamo visto, in realtà non hanno bisogno di consolidamento.

Allora, lasciamo perdere questo, prendete questa tabella qui: questi sono i rapporti debito/PIL nel 2013 e questo è l’inverso. Questa cosa vi dice che sostanzialmente in tutti i paesi che si trovano al di sopra di questa linea rossa, il consolidamento fiscale ha un effetto perverso, cioè ha l’effetto sostanzialmente di peggiorare il bilancio pubblico. Tutti i paesi che stanno sopra, ivi compresa la Germania, anche in Germania la politica di bilancio restrittiva ha degli effetti negativi sul bilancio pubblico, quindi il rapporto debito/PIL aumenta, non diminuisce. E questo è quello che abbiamo visto nei grafici precedenti, cioè l’austerità aumenta il rapporto debito/PIL, non diminuzione.

Qui ci sono due citazioni tutte tratte da questo articolo di Domenico Mario Nuti, “Gli effetti perversi del consolidamento fiscale”. La prima dice: “Gli effetti nel breve periodo per la politica fiscale sono solo uno dei tanti fattori che vanno considerati nel determinare il passo appropriato del consolidamento fiscale in ogni singola economia“ scritta da due studiosi, uno è Olivier Blanchard che è il capo economista del Fondo Monetario Internazionale e l’altro è un suo collaboratore, un articolo che modifica significativamente la posizione del FMI rispetto alla sua tradizione, però, dice Mario Nuti, “questa è semplicistica e insincera, la scala del conseguente peggioramento del rapporto fra debito e PIL comporta un cambiamento di regime con effetti prolungati e, qualora le autorità dispongano di ulteriori strette fiscali, auto-perpetuantesi”.

Quindi, questo che cosa vi dice? Vi dice che da quando si sono sviluppati negli ultimi anni delle posizioni e delle analisi, anche empiriche e teoriche, che hanno messo fortemente in discussione quell’ideologia su cui l’Unione Monetaria senza politica fiscale è stata costruita, come una politica fiscale che ha effetti, e come, e che sono esattamente gli effetti che aveva previsto Keynes. Ma allora ci si può chiedere: perché? È possibile che siano tutti impazziti, o che l’Italia ha sfornato, essendo stata, diciamo così, la fucina principale degli economisti che hanno fondato l’ideologia degli anni fine Ottanta-Novanta, abbia sfornato una serie di imbecilli? No, ovviamente. Non è che Alesina, Giavazzi e company sono degli imbecilli. Probabilmente, persone in parte guidate dall’ideologia sì, ma questo lo siamo tutti. Io, lo dichiaro apertamente, sono un keynesiano da sempre, da quando ho conosciuto Federico Caffè e sono rimasto convinto, però cerco ovviamente di guardarmi intorno e anche di capire.

Allora il punto è che questi moltiplicatori fiscali non sono sempre stati così; ciò che dobbiamo capire fuori dalle ideologie è che i moltiplicatori fiscali, e quindi l’importanza della politica fiscale, è diversa in diversi periodi. Quando le economie vanno bene, la reazione dell’economia stessa alla politica fiscale è minima. Il problema è che quando le economie vanno male che la reazione è più forte e quindi i moltiplicatori sono più alti. È chiaro allora che i moltiplicatori che noi troviamo quando l’economia è appena uscita, o ancora immersa, in una crisi generata da una crisi finanziaria, con tassi di interesse vicini allo zero, cioè in una situazione di trappola della liquidità, l’avrebbe chiamata Keynes, lì i moltiplicatori sono più alti e la politica fiscale è più incisiva, nel bene e nel male. Mentre quando l’economia va bene, la politica fiscale incide molto poco; perché? Perché tutto ciò che viene immesso nell’economia può essere effettivamente risparmiato dai soggetti economici i quali hanno del loro da spendere. È nelle situazioni di crisi, invece, che ciò che viene immesso nell’economia attraverso la spesa pubblica, o comunque il disavanzo di bilancio, produce aumento della spesa privata.

Per esempio, la manovra fiscale di 80 Euro al mese in più che dovrebbero essere garantiti dalla manovra del governo in carica, è chiaro che se mi avessero proposto questa cosa, diciamo, nel 2003, avrei detto: scusate, l’economia va moderatamente bene perché comunque le crescite italiane sono sempre state molto basse, se alla gente arrivano 80 Euro in più in busta paga, la gente va in banca e se li risparmia. Oggi no, oggi servono per sopravvivere a molte famiglie. È diverso l’impatto. Questo significa un moltiplicatore diverso, molto banalmente questo, il fatto che quei pochi soldi che arrivano possono essere spesi invece che risparmiati.

Il problema è che l’austerità non è neanche tassata. Non voglio starvi a tediare con dei grafici e dinamiche eccetera. Questa è la fiscal compact. Allora, questa è la regola della fiscal compact. Cioè ci dice che ogni anno bisogna ridurre il rapporto fra debito e PIL di un ventesimo della quota che eccede il 60%. Qualcuno ha scritto: e va beh, siccome noi siamo al 120, significa il 3% l’anno. Balla. Perché? Perché naturalmente ogni anno scende un po’ e il ventesimo di quella cosa è più piccolo. Allora quello che, se noi ipotizziamo un bilancio in pareggio, cioè sempre in pareggio, che è una cosa improbabile, ma la crescita nominale è bassa, per esempio per quest’anno il 2,5%, fatto di 0,7 di crescita reale e di 1,8 di inflazione, e probabilmente sarà anche più bassa, bene, nel 2038 avremo un rapporto tra debito e PIL dell’80%, Quindi a quel 60% non ci arriveremo o probabilmente ci arriveremo che ne so nel 2100. Quindi in realtà, naturalmente se questo invece che al 2,5 lo portaste al 3,5, nel 2038 saremo qua, se fosse il 4,5 centreremmo il 60%. Cioè, in realtà ciò che determina veramente la convergenza verso questo benedetto 60% è la crescita del PIL e anche l’inflazione.

(Risponde a domanda del pubblico) La crescita nominale qui è del 2,5. Questa è un’altra cosa. Supponiamo ancora una crescita nominale del 2,5 e un tasso di interesse nominale al 4,5, allora quello che vedete è che, in realtà, la sola regola che riguarda il debito non è così stringente, potrebbe essere rispettata con disavanzi crescenti, ecco li qua. Vedete che il disavanzo, il rapporto tra deficit e PIL può diventare sempre più negativo. Qui è la regola del pareggio di bilancio che è più severa. Quindi, in realtà, la storia della diminuzione del debito, che pure, abbiamo detto, non ha particolari probabilità di verificarsi, è meno severa della regola del pareggio di bilancio, perché la regola sul debito potrebbe essere rispettata con disavanzi primari. Il bilancio in pareggio ci costringe molto di più.

La cosa interessante è che se noi andiamo a prendere tra il 2010 e il 2012, abbiamo una spesa primaria corrente in Italia, diversa dalle pensioni, diminuita in termini nominali di oltre 12 miliardi, quasi 13, e l’aumento tra il 2013 e il 2016 secondo i programmi del governo, la legge di stabilità, è di un aumento di solo 0,7 miliardi; le pensioni seguono un andamento che ovviamente è legato al pensionamento della popolazione. Quindi, questo contesto è un contesto assolutamente singolare, perché voi guardate, togliete le pensioni, guardate tutte le altre spese: sanità, diminuisce, diminuisce ancora, poi aumenta un pochino negli anni prossimi, le altre spese correnti da 318 a 313, 307, 306, 305. La spesa in conto capitale non ne parliamo, degli investimenti della pubblica amministrazione non ne parliamo, quindi abbiamo un contesto storico e programmatico della spesa in Italia sostanzialmente stagnante, salvo che la voce che per forza cresce che è quella delle pensioni, che crescerà ancora fino al 2025-2030 quando dovrebbe più o meno stabilizzarsi, almeno in quota di PIL.

Quello che abbiamo avuto però è dove ha colpito l’austerità? Sulle altre spese e sulla spesa in conto capitale che fra il 2009 e il 2012 si è ridotta del 30%, cioè gli investimenti. È chiaro che questa cosa non ha avuto grande efficacia, non è stata sufficiente perché se andiamo a guardare il debito pubblico quest’anno sarà intorno al 133%, naturalmente questo comprende anche le quote che paghiamo al bilancio europeo, le quote che mettiamo nel meccanismo di stabilità, e quindi evidentemente l’andamento del debito è solo in parte correlato con l’andamento del disavanzo, perché ci sono tutta una serie di cose che vanno direttamente sotto la linea, come si suole dire, che vanno direttamente nel debito. E quindi la posizione non è particolarmente brillante.

Come vedete, l’avanzo primario è previsto in crescita, forte crescita, ma la riduzione del debito è molto lenta; in realtà, altro che seguire regole molto più drastiche, quindi in realtà quello che vediamo è che questa politica di austerità, almeno per quanto riguarda l’Italia, non è stata né particolarmente efficace, né sufficiente a raggiungere gli obiettivi di bilancio. Conclusione di questa cosa: ci vorrebbe un po’ di equilibrio e ci vorrebbe anche meno ideologia politica.

Che cosa significa un po’ di equilibrio? Significa semplicemente che le politiche di bilancio all’interno dell’eurozona andrebbero coordinate un po’ meglio. Allora io non sono del parere che l’Italia debba andare a chiedere sforamenti dei tempi, anche perché sfortunatamente, forse nessuno ha avvertito il Presidente del Consiglio, ma il problema non è più il 3%, questa era la preistoria. L’Italia ha firmato, diciamo con una certa leggerezza, un fiscal compact, e via di seguito, che prevede non il limite del 3%, ma prevede una continua riduzione del rapporto deficit/PIL fino al pareggio di bilancio. Allora continuare a dire: ma noi non sforeremo il 3%, grazie tante! Il problema è che se il disavanzo per quest’anno è previsto al 2,6, per l’anno prossimo deve scendere al 2,2, non avvicinarsi al 3. Forse bisognerebbe fare un corso accelerato sulle regole che ci siamo dati.

Però, secondo me, il problema non è quello di rompere le regole o andare a chiedere alla signora Merkel un qualche permesso di fare un po’ di ricreazione in più, il problema è che ci sono, a mio parere, soltanto due strade possibili. La prima strada è quella di avere un Tesoro europeo: allora qui recentemente un mio collega dell’Università Cattolica, Andrea Terzi, ha pubblicato questo librino, molto molto esile, che si chiama Salviamo l’Europa dalla austerità e che suggerisce appunto la creazione di un Tesoro europeo con una serie di caratteristiche tecniche interessanti, che dovrebbe assumere su di sé una parte della spesa pubblica degli stati nazionali, quella, in particolare, per investimenti infrastrutturali e, lui dice, farsi carico di una riduzione, generalizzata in tutti i paesi europei, dell’IVA dal 22 al 10%. E questa cosa avrebbe effetti espansivi molto consistenti. Questo Tesoro europeo dovrebbe finanziare tutte queste cose emettendo i famosi Eurobond con la Banca Centrale che fa, nei confronti degli Eurobond, la stessa cosa che fa la Federal Reserve americana nei confronto dei titoli di emissione americana.

Tecnicamente, è un’idea molto buona, il problema è: come è possibile che esista un Tesoro europeo senza una sovranità europea? Perché, insomma, se io emetto del debito, ma non potrò mai tassare nessuno, il rating di questo debito diventa rapidamente molto basso, per cui in realtà tutta questa costruzione, anche se io sono genericamente convinto che gli Eurobond siano una buona idea, ma gli Eurobond sono una buona idea se c’è un fisco europeo. Questo è un problema serio e qui ritorna la questione che ha ricordato Guffanti all’inizio: negli Stati Uniti ovviamente il fisco federale c’è, ma c’è da prima della moneta federale, perché a un certo punto, quando Hamilton disse: va bene, io prendo in mano tutto il debito degli stati che avevano partecipato alla guerra di indipendenza, però dice: va bene, signori, però io devo emettere delle tasse se no, questo debito come lo ripago? Emetto dei titoli? Ma se qualcuno vuole essere rimborsato di questi titoli, io come lo rimborso se non ho delle entrate federali?

Quindi, il meccanismo che descrive Andrea Terzi è molto interessante, però, a mio parere, credo che avrebbe vita molto breve se non confortato da una possibilità effettiva di tassare. Dopo di che uno può pure dire: benissimo, la possibilità di tassare c’è, ma io comunque mantengo un disavanzo di bilancio per molti anni. Perfetto! Però ci deve poter essere la possibilità, in un qualche momento, di poter dire: adesso faccio una politica restrittiva perché magari l’Europa, l’Africa, l’Asia, grazie alla stessa politica espansiva consentita proprio da questo Tesoro europeo, esce dalla crisi, comincia a crescere stentamente, i singoli paesi che hanno problemi strutturali di lungo periodo li affrontano e li risolvono, l’Italia per prima, e quindi non c’è più bisogno di politica espansiva, anzi, bisogna stringere. E il bilancio il governo come lo fa se non può tassare?

Quindi, questo è un problema (Osservazione fra il pubblico): Beh, bisognerebbe diminuire una quota della tassazione e trasferirla direttamente… Ma naturalmente questo significa, sostanzialmente, che c’è una forte sovranità europea. Una forte sovranità europea si può ottenere solo se c’è una democrazia europea, cioè se il governo europeo dipende dal Parlamento, ottiene la fiducia del Parlamento europeo, non è nominato dai singoli governi nazionali. Questo è uno degli elementi cruciali, il tema che è stato affrontato nel nostro libro da Bordignon, che è un tema estremamente rilevante.

L’altra possibilità è quella di dire, in questo caso sì alla signora Merkel e agli altri paesi del nord Europa: guardate che la politica espansiva la dovete fare voi, per cui la Germania deve accettare di aumentare il proprio disavanzo, e così la Finlandia, e così l’Olanda, e così l’Austria e così gli altri paesi che si trovano in condizioni analoghe. Quindi se loro fanno una politica di maggiore disavanzo, questo ha l’effetto di fare aumentare la loro domanda interna e quindi le importazioni dagli altri paesi dell’Eurozona, tra cui noi, fa aumentare un po’ l’inflazione in quei paesi, i paesi del core dell’Eurozona, e questo porta un po’ in alto l’inflazione dell’intera Eurozona che sta molto al di sotto degli obiettivi. Attenzione, aumentano i redditi nominali; se i redditi nominali aumentano più dell’inflazione ovviamente aumentano anche quelli reali. Non sto dicendo un’inflazione al 30%, sto dicendo un’inflazione che arrivi semplicemente al 2, al 2,5%, ma non all’1% che è troppo poco. Chiaro?

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