Antoniazzi, Carcano, Capelli. Il mutualismo. Per un nuovo Stato Sociale.

linea_rossa_740x1

Corso di formazione alla politica

Quello del mutualismo è un tema emergente anche se ancora poco noto, che sta crescendo più nei fatti che nel dibattito pubblico, con il rischio che si facciano delle cose senza un’elaborazione politica adeguata.

Il mutualismo è interessante per gli effetti concreti, pratici, contrattuali e sociali nelle realtà socio-sanitarie, ma è una realtà più ambiziosa, un pezzo di un possibile pensiero sociale e politico su cui lavorare in questi tempi di crisi e di debolezza del pensiero politico-sociale.

Il motivo concreto-pratico è legato all’idea di dare vita ai fondi integrativi sanitari, che derivano e discendono dai fondi integrativi pensionistici, attraverso la modificazione di una legge del 1886.

Il prof. Sergio Zaninelli, impossibilitato a partecipare per una indisposizione, è sostituito da Marco Carcano.

Il mutualismo. Per un nuovo Stato Sociale.

1. leggi la trascrizione dell’introduzione di Sandro Antoniazzi
2. leggi la trascrizione della relazione di Marco Carcano
3. leggi la trascrizione della relazione di Ferruccio Capelli

4. clicca sui link sottostanti per ascoltare i file audio mp3

1. introduzione di Sandro Antoniazzi 35’32” – 2. intervento di Marco Carcano 42’46” – 3. intervento di Ferruccio Capelli 18’39” – 4. breve intervento di Sandro Antoniazzi 01’02” – 5. serie di domande 32’41” – 6. risposte Marco Carcano 16’21” –  7. risposte Ferruccio Capelli 02’53” – 8. risposte Sandro Antoniazzi 10’15”


Trascrizione dell’introduzione di Sandro Antoniazzi

L’incontro di oggi è nato in una forma un po agitata perché abbiamo dovuto spostare la relazione dell’esponente internazionale Samir Khalil Samir che oggi è in America, èd stata spostata al 4 giugno.

Oggi parliamo invece del mutualismo, ma oltre all’assenza di Samir, è assente anche il presidente del Dossetti Giovanni Bianchi che è al Congresso Nazionale delle ACLI. Pensava di riuscire a combinare la presenza qua con il Congresso ma è stato precettato e ha dovuto andare al Congresso. Manca anche il professor Zaninelli perché purtroppo dall’altro giorno non sta tanto bene, ha 86 anni. Soprattutto alcuni di noi lo avrebbero rivisto volentieri perché lo hanno avuto come professore di storia economica alla Cattolica. Per me è stato anche il mio primo capo ufficio al sindacato, è lui che mi ha assunto alla CISL, quindi per me sarebbe stato un piacere.

Tra l’altro ci siamo ritrovati dopo tanti anni per scrivere questo libro sul mutualismo insieme con lui e con Marco Carcano che, essendo uno degli altri autori con cui abbiamo lavorato su questo problema, è pronto ad affrontare la questione. Abbiamo con noi Ferruccio Capelli, direttore della Casa della Cultura che ringraziamo per la sua presenza perché Capelli sta, come dire, rinnovando e rianimando la Casa della Cultura che, come sapete, ha una grande tradizione storica qua a Milano nel portare avanti la cultura della sinistra: aveva avuto un momento diciamo di difficoltà, legata anche alla difficoltà generale, evidentemente non solo della Casa della Cultura, ma di tutta l’area culturale, particolarmente della sinistra.

Io credo che, a parte questi problemi, oggi sia anche un’occasione positiva, un’occasione in un certo senso fortunata perché questo tema del mutualismo è un tema che sta emergendo, poco noto, non se ne parla molto, ma invece è una questione che sta crescendo più di fatto che non nel dibattito pubblico, nel dibattito politico: c’è il rischio che si facciano delle cose senza un’elaborazione culturale e politica adeguata che è un fatto classico di questi tempi, dove mancano le prospettive a cui collegare le cose che si fanno.

Il mutualismo è, come dire, una cosa interessante, noi ne parleremo questa mattina per degli aspetti anche concreti, pratici, contrattuali, sociali, delle realtà socio-sanitarie ma è qualche cosa di più, è, diciamo, una realtà più ambiziosa. A mio parere, è un pezzo di un possibile pensiero sociale e politico nuovo su cui lavorare. Come sapete, c’è una crisi profonda del pensiero politico-sociale soprattutto in quella che è stata la sinistra: non c’è più il Partito comunista, le socialdemocrazie sono in difficoltà in tutta Europa, mancano prospettive e nell’Europa si sente molto questa mancanza di una prospettiva generale diversa.

Ogni volta che sento che il Papa parla e tutti sono lì, legati al Papa, sono molto contento, però capisco anche il limite di questa cosa qua, che l’unico riferimento, anche per la politica, per una cultura politica, è diventato il Papa perché non si sa a chi altro rivolgersi. Voi capite che poi, evidentemente, non è sufficiente. Quindi il mutualismo ha degli aspetti concreti, e qui ne parliamo, ma ha anche questo legame con una prospettiva più ampia su cui ritorneremo.

Il motivo, come dire, concreto, pratico, è legato soprattutto alla questione dei fondi integrativi sanitari. Voi sapete che in anni precedenti c’è stato tutto un grande lavoro sui fondi integrativi pensionistici che sono stati realizzati non perfettamente, non con tutto il successo che avrebbero dovuto avere, però ci sono, sono robusti, avrebbero potuto probabilmente essere affrontati con qualche sistema migliore, ma questo lasciamolo lì. L’idea di adesso è, dopo i fondi integrativi pensionistici, di dar vita ai fondi integrativi sanitari. Questo è il motivo per cui il mutualismo è tornato di moda perché per realizzare questi fondi integrativi sanitari il metodo legislativo che è stato individuato è quello di modificare la legge sul mutuo soccorso delle Società Operaie di Mutuo Soccorso che sono del 1886. Quindi è stata modificata questa legge che era lì ancora intatta dimenticata dopo più di cento anni e l’hanno modificata in modo da privilegiare, anzi è diventata una legge quasi esclusivamente rivolta ai fondi integrativi sanitari. A cui poi si sono collegati gli interventi, diciamo, di carattere fiscale, le agevolazioni fiscali per fare in modo che questi fondi potessero svilupparsi.

Ma torniamo un momento indietro. Credo che un’idea di cosa sia stato il mutualismo, perché il periodo d’oro del mutualismo è un periodo che risale nemmeno al secolo scorso ma all’altro secolo ancora, dal 1848, che è cominciato in Piemonte, fino alla prima guerra mondiale, grosso modo. Il mutualismo è una cosa molto semplice, è un auto-aiuto tra i lavoratori, non esisteva lo stato sociale, erano proibite le organizzazioni sindacali, le organizzazioni rivendicative, le organizzazioni di resistenza, sono nate delle associazioni di mutuo aiuto. Molte di queste società esistono ancora perché hanno una tradizione storica ma sono ridotte a una attività, come dire, sociale minimale.

Però allora invece non c’erano altre forme di intervento e ci si aiutava reciprocamente: un lavoratore era ammalato e la cassa comune lo aiutava, un lavoratore aveva un infortunio sul lavoro, una famiglia, una donna rimaneva vedova perché il marito era morto per il lavoro, interveniva questa cassa per aiutarla. Le casse poi sono partite da questo ma poi svolgevano tante altre attività sociali; per esempio hanno sviluppato moltissimo l’attività educativa, culturale, di formazione dei lavoratori: anche attività economiche, dei piccoli prestiti, alcune volte sulle case. E poi si sono mantenute forme di solidarietà di collegamento. Per dirvi, io qualche anno fa andavo in Val Vigezzo e quando c’era un funerale apparivano i manifesti sui muri che dicevano: la Società Operaia di Mutuo Soccorso invita i propri soci a partecipare alle esequie del… Perché si è mantenuto tutto un collegamento: la validità di queste forme associative era il fatto di partire dal basso, di essere forme partecipate, cioè ognuno era responsabile di questa iniziativa, di avere questa visione locale, comunitaria, cioè che interveniva un po’ su tutti i problemi che le persone avevano.

Questa esperienza molto interessante si è praticamente a un certo momento conclusa, o è stata messa da parte per due motivi importanti. Uno perché gradualmente è intervenuto lo stato sociale, si è affermato lo stato sociale. Il mutualismo era una cosa molto bella, ma chiaramente le risorse erano limitate; lo stato sociale interviene con ben altre possibilità, quindi ha superato lo stadio del mutualismo. L’altro motivo è che man mano l’associazione dei lavoratori conquistava il diritto a esserci e a sviluppare le proprie rivendicazioni mentre prima era proibito. Man mano il sindacato ha affermato la propria presenza e quindi la rivendicazione è diventata molto importante.

Mi spiace che non ci sia Zaninelli perché è molto interessante quando si legge di quegli anni questo spostamento dalle società di mutuo soccorso alla società rivendicativa; a volte era la società di mutuo soccorso che faceva l’uno e l’altro, ma poi litigavano e dicevano: è più importante la rivendicazione; poi, man mano si sono differenziati. Quindi, da una parte l’avvento dello stato sociale, dall’altra parte l’avvento del sindacato come azione rivendicativa generale per la conquista dei diritti sociali e contrattuali.

Però, proprio questi due grandi motivi che hanno, come dire, un po’ scavalcato, superato, fatto mettere da parte il mutualismo, sono i due motivi che oggi riaprono la questione; cioè. i problemi che oggi hanno lo stato sociale da una parte e il sindacato dall’altra ripropongono il tema del mutualismo. Cioè, le due grandi motivazioni che hanno da una parte fatto accantonare il mutualismo, sono anche le due grandi questioni che oggi invece ripropongono l’opportunità di ripensare anche lo strumento del mutualismo.

Perché questo? Sullo stato sociale, com’è noto, incominciamo a conoscere dei limiti, lo stato sociale non può crescere indefinitivamente; oggi ci sono dei problemi finanziari che scopriamo ogni anno, qualche taglietto, in un modo o nell’altro, non possiamo pensare che lo stato sociale cresca mentre stanno crescendo le esigenze delle persone. Allora probabilmente, c’è un’esigenza di una integrazione dello stato sociale e anche di vedere in modo diverso lo stato sociale. Lo stato sociale ha anche altri problemi, come dire, la burocrazia, l’anonimato e quindi probabilmente avrebbe bisogno anche di altre forme di intervento. E poi esistono dei problemi sociali nuovi che richiederebbero anche un intervento un po’ più articolato. Sapete com’è fatto lo stato sociale, uno ha diritto anonimamente, interventi più presenti, più elastici, più flessibili nella realtà sociale di oggi sono molto difficili per lo stato sociale.

Quindi si pone un problema, magari Marco Carcano che di questi problemi ne sa molto più di me, può riprendere questa questione, ma si pone un problema nuovo che sta ogni giorno crescendo. Pensate che in Italia l’80% della sanità è a carico dello stato, ma il 20% è privato e di questo 20% la stragrande maggioranza, cioè l’82%, è, come dicono in termini inglesi, out of pocket, cioè bisogna tirarli fuori dalla tasca, perché invece la parte collettiva, organizzata, mutualistica è solo una parte minore, circa il 12%, quindi il 12% della parte privata, ma questa parte privata sta crescendo e quindi bisogna trovare altre forme di organizzazione.

Quindi, questo sistema mutualistico sta incominciando ad affermarsi, su questo Carcano ha anche delle notizie sulla situazione, per esempio un po’ tutte le grandi categorie oggi rivendicano sistemi mutualistici nei contratti; alcuni lo fanno da tempo e hanno delle buone situazioni; altri, per esempio i metalmeccanici, nel contratto scorso hanno rivendicato il sistema mutualistico ma le cifre a disposizione sono minuscole, sono proprio una cosa poco più che simbolica, insomma; come invece sapete, ci sono mutue aziendali, ho presente qui a Milano la AEM, la ex AEM, la A2A, o le banche, la Banca Popolare o la Banca Intesa che hanno fior fiori di mutue. Quindi c’è una situazione molto differenziata.

Soprattutto io penso, questo è il problema da affrontare: il sindacato si è occupato soprattutto della rivendicazione, cioè di chiedere il diritto ad avere dei fondi mutualistici che sono favoriti dal fatto che sono cifre esentate dalle tasse, quindi gli imprenditori danno volentieri, concedono volentieri questi benefici invece di aumenti di premi di produzione, di premi salariali: meglio concedere dei benefici in fondi integrativi sanitari perché sono esentati dalle tasse. Però ci si occupa di avere questo diritto in fabbrica, in azienda, nei contratti ma poi non ci si occupa di come organizzare questi benefici fuori. Perché lì è il vero mutualismo, il mutualismo è associarsi per vedere di utilizzare, di organizzare al meglio questi servizi sanitari a favore dei lavoratori e a favore dei cittadini.

Questo lo accenno solo perché su questa materia, su come gestire questi diritti, questi finanziamenti che ci sono, sta avvenendo una gara concorrenziale notevole anche dai privati, dagli imprenditori; se il sindacato, il movimento dei lavoratori non si occupa di gestirli se ne occupano altri. E ci sono società di assicurazioni che organizzano attività mutualistiche fittizie, cioè sono fittizie perché non sarebbe il loro compito, dietro c’è la compagnia di assicurazione privata e non è un’attività mutualistica. Altre volte vengono spesi ma senza un progetto organico, senza un progetto complessivo.

In altri paesi il sistema mutualistico è molto più affermato, penso per esempio alla Francia o al Belgio: è molto più forte anche perché in parte gestiscono pezzi di sanità pubblica, quindi hanno sia la sanità integrativa, sia un pezzo di sanità pubblica da gestire in forma delegata. Però questo ha permesso, per esempio alla società mutualistica francese, di essere molto forti e quindi di promuovere anche esperienze nuove, per esempio gestiscono loro dei centri per anziani molto avanzati, molto innovativi perché hanno le risorse per farlo. Se avete presente qual è la nostra situazione delle case di riposo, vi lascio pensare che cos’è, e che cosa potrebbe essere.

Quindi, le società mutualistiche e il mutualismo di oggi non è il mutualismo del passato, non è quello dell’altro secolo e non è neppure il mutualismo di qualche mutua aziendale particolarmente favorita, cioè deve essere un mutualismo il più universale possibile e che promuove anche dei rapporti sociali diversi. E deve essere, evidentemente, un mutualismo robusto.

Apro una parentesi. Voi vi ricorderete tutta la questione della crisi degli anni passati, la crisi delle aziende automobilistiche, la Fiat che si è alleata o ha comperato la Chrysler, non so bene che cosa è successo, ma insomma si è messa insieme alla Chrysler; per salvare la Chryisler è intervenuto un fondo dei lavoratori della Chrysler che si chiama Veba (Voluntary Employees’ Beneficiary Association), è intervenuto con non so quanti miliardi di dollari, questo fondo Veba è un fondo mutualistico, è il fondo che gestisce la sanità e gestisce anche le attività di studio e le ferie dei lavoratori della Chrysler, ed è in mano ai lavoratori della Chrysler. Chiaramente, è una sanità americana ed è diversa da quella italiana, ma voglio dire che il mutualismo ha delle possibilità notevoli.

Chiudo la parentesi e vorrei ricordare che forme di mutualismo potrebbero andare oltre il problema sanitario. È vero che queste trasformazioni della legge portano solo in questa direzione. Lo ricordo soprattutto per le esperienze sindacali che ci sono state in passato. Allora qui a Milano è nato qualche anno fa il Welfare Ambrosiano, forse qualcuno di voi lo conosce, che è un ente fatto dai sindacati, dal Comune di Milano più la Camera di Commercio che fa degli interventi sociali. Per esempio, anticipa il problema delle casse integrazione dei lavoratori, fa prestiti e così via. I fondi che questo Welfare Ambrosiano usa sono i fondi che 40-50 anni fa abbiamo conquistato nella contrattazione aziendale chiedendo nei contratti aziendali che l’1% fosse dedicato ai servizi sociali collettivi. Siccome in provincia era stato usato ma a Milano non era mai stato usato, sono rimasti lì milioni a disposizione per questa attività. Lo dico perché forme del genere potrebbero ritornare d’attualità, cioè dedicare una parte dei risultati non solo strettamente per i benefici aziendali per i lavoratori, ma anche per forme di collettivizzazione, per esempio per le piccole aziende è difficile fare dei benefici per il singolo e questi fondi avevano finanziato asili nido, avevano finanziato trasporti pubblici, tanto per fare un esempio.

Quindi, da una parte abbiamo questo problema sullo stato sociale, problemi ne abbiamo anche sul versante del sindacato, un problema fondamentale. Come sapete bene, lo sviluppo economico è molto più limitato del passato: abbiamo avuto degli anni di crisi dove il reddito era addirittura sotto zero, l’anno scorso c’è stato un aumento dello 0,6% e quest’anno si pensa che vada sull’1, uno e qualcosa. Come vedete, c’è poco spazio di rivendicazione, c’è poco spazio da rivendicare con l’aumento del reddito dell’1% e c’è poco spazio da rivendicare come salario, come reddito, ma c’è poco da rivendicare anche a livello pubblico, perché è la stessa cosa: se l’aumento del reddito è dell’1% per le fabbriche è l’1% anche per lo stato, non è che prendiamo meno dall’azienda e ci rivolgiamo allo stato, perché questa è la situazione. Ora, l’attività principale del sindacato nel dopoguerra, nei trent’anni cosiddetti gloriosi è stata la rivendicazione: la ricchezza cresceva e il sindacato interveniva per ridistribuirla, ma se la ricchezza non cresce che cosa fa il sindacato? Questo è il punto di domanda, questa secondo me è la domanda fondamentale.

Il mutualismo interviene qua, non è la risposta, avessimo trovato la risposta… però interviene qui, cioè interviene lì dove dobbiamo progettare un altro modo di intervento perché con l’aumento dell’1% all’anno, ammettiamo… L’altr’anno c’è stato il congresso dei cattolici francesi, le settimane sociali dei cattolici francesi, e hanno fatto questo ragionamento: proviamo a pensare che cosa succederà nel nostro paese, in quel caso era la Francia, se nei prossimi dieci anni l’aumento medio del reddito sarà l’1%. Proviamo a farlo anche per l’Italia che cosa succederà se nei prossimi dieci anni l’aumento sarà dell’1%. Vuol dire tutto un discorso sulle pensioni, vuol dire tutto un discorso sugli interventi sulla povertà, vuol dire tutto un discorso sui contratti, vuol dire un discorso sui benefici della sanità, delle pensioni. Questo è il problema che abbiamo di fronte.

Allora, io penso che su questo noi dobbiamo cominciare a pensare che non sarà il mercato che ci risolve tutti i problemi come si vede, perché l’1% non difende nemmeno l’occupazione. Mi ricordo che quando facevo il sindacalista anni fa dicevamo che per difendere l’occupazione, cioè mantenere quella che avevamo, bisognava aumentare del 2-3% all’anno. Con l’1% all’anno la disoccupazione non la garantiamo; per carità, ci sono i numeri sugli occupati, ma come sapete in questi numeri degli occupati ci sono dentro i vouchers, i cassintegrati, i part-time, c’è dentro di tutto. Anche in Germania, anche in America. Cioè, se le statistiche fossero fatte in maniera più pura e più seria chiaramente la disoccupazione aumenterebbe notevolmente, però si mette dentro di tutto e in questa maniera si dice che abbiamo un certo numero di occupati. Ma l’occupazione non cresce e non crescerà con l’1% e d’altra parte non possiamo pensare appunto che la risposta verrà dal pubblico.

Quindi, ci vuole una nuova iniziativa, il sindacato è meno rivendicativo e dovrà essere più propositivo, più costruttivo e, come dire, realizzare anche interventi diretti. La sanità integrativa vuol dire anche sviluppo di nuove attività, sviluppo anche di lavoro nella parte sociale e, a mio parere, in una certa direzione prospettive di sviluppo anche in settori più economici. Faccio due esempi. Un esempio di una realtà esistente che secondo me è il caso migliore, che è l’esempio dell’Alta Comunità della Val di Fiemme che qualcuno di voi conoscerà. L’Alta Comunità della Val di Fiemme è la proprietaria dei boschi e dei pascoli di sei o sette paesi della Val di Fiemme da Cavalese in là. Il proprietario non è il comune, non è la regione, non è lo stato: sono le famiglie del posto, i focolari del posto. La regione ha fatto di tutto per impossessarsene, il comune ha fatto di tutto per impossessarsene, e anche sotto il regno d’Italia e anche nei regimi precedenti non sono mai riusciti. Diciamo che i cittadini sono i proprietari.

Questo è un discorso molto importante perché se ci sono due o tre comuni che sono proprietari dell’acqua del comune. Voi sapete che c’è stato il referendum, l’acqua bene pubblico, sì, l’acqua bene pubblico però poi chi è che l’ha in mano? È il comune? È la regione? È lo stato? Io credo che sarebbe molto più ideale e molto meglio se lasciassimo l’acqua come proprietà dei cittadini. Capisco che è un po’ più difficile a Milano, ma i cittadini sono i proprietari di questi beni comuni. Poi dopo non devono gestirli loro, possono assegnare la gestione anche a delle società, a delle aziende ma sono però loro che governano e che decidono che cosa fare, se va bene o non va bene. E queste cose potrebbero essere evidentemente allargate ad altre.

Pensate poi a delle iniziative che secondo me potrebbero essere realizzate a livello sociale; penso, e ce ne stiamo anche interessando, pensate al problema degli anziani e degli anziani non autosufficienti che sono un numero enorme in Lombardia e c’è un intervento parziale dello stato e della regione che danno un contributo sanitario, ma poi il resto è a carico delle famiglie, salvo che la famiglia sia in condizioni tali di povertà che allora interviene il comune; ma normalmente interviene la famiglia e se interviene la famiglia la spesa mensile oggi è una spesa elevatissima. In molte famiglie spesso bisogna vendere l’appartamento, poi è a carico del figlio e magari il figlio ha la sua famiglia, cioè una cosa molto onerosa e molto complessa.

Io credo per esempio che su questo problema degli anziani non autosufficienti si potrebbe realizzare un grande sistema mutualistico regionale e poi evidentemente strutturato in maniera provinciale e locale, per non fare grandi baracconi, però finanziariamente regionale, ma poi gestito localmente in modo tale da sviluppare anche il rapporto, la responsabilità su questi problemi e quindi anche di vedere quali sono le forme possibili.

Come vedete, c’è un arco molto importante di cose possibili, ma vorrei chiudere qua per dare la parola a Marco Carcano e a Ferruccio Capelli, ed è anche una prospettiva in cui si crea una nuova solidarietà, ma più che solidarietà la chiamerei socialità e, cioè, guardate che i benefici, la cosa positiva del mutualismo é che c’è la solidarietà, ma la solidarietà fra uguali. Il problema di oggi è che abbiamo scisso l’attività sindacale che è diventata attività contrattuale, organizzata, istituzionale e poi c’è la solidarietà nei confronti di coloro che hanno bisogno e lì è una solidarietà, come dire, non fra uguali ma è tra chi può e invece chi ha bisogno.

Io credo che questa divisione fra una solidarietà fra lavoratori che insomma più o meno se la cavano e la solidarietà verticale fra chi ne ha bisogno è una cosa che non va bene, il sindacato diventa una roba sempre più istituzionale e la questione del bisogno diventa sempre più una roba da Caritas. A mio parere, con questo non cambieremo mai il mondo, non miglioreremo mai il paese, non ricostruiremo mai una attività sociale vera. Io credo che dobbiamo trovare forme mutualistiche che comprendono tutti, una forma mutualistica universalistica che non riguarda solo qualcuno che ne viene beneficiato e gli altri fuori. Quando vi faccio l’esempio sul problema degli anziani, secondo me, riguarda tutti gli anziani, lavoratori e anche cittadini, quello che non ha i mezzi e quello che ha i mezzi; dobbiamo fare delle forme universalistiche che assumano anche una responsabilità da parte dei lavoratori e dei cittadini.

Quindi, come vedete è un impegno anche ricostruttivo, io credo: tanto più oggi in cui si parla tanto della crisi dei corpi intermedi, perché i corpi intermedi erano organizzati come forme di rappresentanza, c’era qualcuno che li rappresentava, ma adesso non c’è più bisogno di rappresentarli perché ognuno, nel mondo di oggi si rappresenta da solo. Oggi c’è bisogno di un’altra forma di organizzazione, di un’auto-responsabilizzazione per costruire le cose nuove di cui abbiamo bisogno. Il mutualismo è l’inizio di questa strada ed è una riflessione su questo.

Io vi ho introdotto un po’ una panoramica dei problemi, direi adesso a Carcano di approfondire alcune questioni sullo stato sociale e lui ha la conoscenza di questa situazione, appunto di queste strutture, di queste realtà.


Trascrizione della relazione di Marco Carcano

Grazie dell’invito di questa mattina. Quando si fa un libro c’è una certa divisione dei compiti, uno scrive una cosa, uno ne scrive un’altra; a me in questa occasione è capitato di scrivere intorno ai temi del mutualismo e stato sociale. Allora, io vorrei argomentarvi le tesi principali che ci sono in questo capitolo e che si ricollegano a molte delle cose che diceva prima Sandro Antoniazzi. Ne distinguo in quattro aspetti, in quattro direzioni.

La prima è che c’è la necessità di definire un po’ che cos’è lo stato sociale, che cos’è il welfare e la scelta che ho fatto, che abbiamo fatto, questo è un lavoro collettivo ovviamente, è quella di accedere a una definizione di welfare, di stato sociale, non strettamente tecnica, ma a una definizione di stato sociale che ci permette di avere, come cercherò di dimostrare, delle chiavi di lettura differenti che, ovviamente, avendo chiavi di lettura differenti, ci potrebbe permettere anche di andare a scoprire o a riscoprire leve abbandonate per certi versi, come diceva Sandro Antoniazzi alla fine, sul mutualismo. Qual è, ovviamente in sintesi, non stiamo facendo un’attività, come dire, formativa in senso stretto, siamo persone impegnate nel sociale e intorno al sociale una riflessione più di tipo culturale.

Allora, per welfare si intende, io intendo, da questo punto di vista, le diverse forme di protezione sociale, quindi la parola welfare si identifica in italiano con le parole protezione sociale, sostanzialmente guardando che questa protezione sociale avviene dappertutto, ma parliamo dell’Italia, grosso modo attraverso tre modalità. Primo, attraverso la legge, attraverso la legislazione, attraverso i decreti, attraverso le leggi di stabilità, ecc, ecc., ed è la formula che fondamentalmente si conosce di più: il welfare si confonde, tra virgolette, con lo stato sociale, con le leggi sulla sanità, con le leggi sulle pensioni, con le leggi sull’assistenza, con le leggi sulla scuola, con le leggi sui trasporti pubblici locali, con, con, con…

C’è una seconda modalità che a tutto titolo sta dentro al welfare, sta dentro allo stato sociale che è la contrattazione collettiva, qualche volta dimenticata; l’esempio che faceva Sandro Antoniazzi del Welfare Ambrosiano, di soldi presi quarant’anni fa e spesi, non tutti tra l’altro, oggi, è l’esempio di una dimenticanza anche per certi versi abbastanza grave per alcuni. Quindi, il primo modo è la legge, il secondo modo è la contrattazione collettiva ai diversi livelli, nazionale, territoriale, aziendale, ecc., e un terzo modo è quello che io definisco della solidarietà fra cittadini, dell’aiuto tra cittadini e ce n’è molto, non tantissimo, ed è nascosto, che non si vede, ma che spesso c’è, fortunatamente. I teorici del welfare non userebbero questa parola qui di solidarietà ma userebbero la parola mercato, è il mercato, quindi non c’è la legge, non c’è il contratto, ma ci sono le relazioni fra le persone, fra i cittadini e quindi c’è il mercato nella sostanza che ha una protezione sociale.

Allora, quando parliamo di welfare dobbiamo con questa chiave di lettura, a mio giudizio, avere presente se possiamo intervenire in almeno tre direzioni: attraverso la legge, attraverso il contratto, attraverso le relazioni fra persone. Quindi, la prima cosa che a mio giudizio metterei nello zainetto dello scout per capire come va il welfare è quella di considerare una definizione non tecnicamente, non strettamente tecnica, ma una estremamente semplice che il welfare si identifica con la protezione sociale che avviene in questi tre diversi modi. Prima argomentazione che è presente non in questo modo ma in una logica, come dire, più trasversale nel capitolo del libro.

Il secondo elemento che vorrei mettere in evidenza è che in sostanza c’è un mutamento grosso che riguarda la riflessione sul welfare state e sul welfare in generale ed è il mutamento che noi siamo passati da rischi sociali o da bisogni sociali vecchi, tradizionali, a rischi sociali molto diversi, molto nuovi oggi e, aggiungo perché è un elemento importante a mio giudizio di riflessione, che il passaggio da rischi sociali vecchi, cercherò poi di semplificare, a rischi sociali nuovi è una transizione che non è ancora avvenuta in modo sistematico, non è che i vecchi rischi sociali, come vedremo, non ci sono più e ci sono soltanto i nuovi: c’è una compresenza di questi rischi, sociali e nuovi. Questo fondamentalmente significa che le azioni da mettere in campo sono azioni in sostanza sia di consolidamento, o se volete di conservazione, e anche invece, rispetto ai rischi sociali nuovi, di innovazione. Quindi i termini conservazione e innovazione non possono essere visti a mio giudizio, questa è la tesi del libro ovviamente, come tutte le tesi opinabilissime quando parliamo di problemi sociali, di scienze sociali, questi due termini non sono in contraddizione ma bisogna trovare la modalità per cui il loro equilibrio sia un equilibrio serio, sostenibile come si usa dire oggi.

Quali sono questi vecchi rischi sociali a cui rispondeva il welfare state tradizionale e quali sono invece questi nuovi rischi sociali a cui dovrebbe rispondere un welfare ridisegnato come diceva Sandro Antoniazzi al termine del suo intervento? Il welfare state italiano fondamentalmente è un welfare state che aveva come punto di riferimento una figura chiara: il lavoratore del settore industriale maschio occupato. Difendeva fondamentalmente questa figura, non c’erano i call center, non c’era tanto il lavoro atipico, i cocopro, non c’erano figure di questa natura, c’era il lavoratore maschio fondamentalmente impiegato nell’industria. E c’era poi il mondo del settore pubblico, l’impiegato statale. Queste erano le due figure di riferimento classiche del vecchio stato sociale e se voi andate a vedere alcune statistiche, sono esemplificative in questa direzione: in Italia i disoccupati maschi del settore industriale, anche grazie alla cassa integrazione, grazie a delle cose che il sindacato ha giustamente inventato negli anni e oggi magari possono essere messi in discussione, non ci sono mai stati, cioè erano protetti perché il welfare era legato a questa figura.

Poi ci hai aggiunto alcune cose nel tempo, cioè ci hai aggiunto l’istruzione, la scuola media dell’obbligo che agli inizi degli anni Sessanta è stata una grande invenzione da questo punto di vista, adesso però si deve discutere quanto tempo una persona deve studiare e come, ma questo è un altro tipo di problema che meriterebbe un’altra riflessione. Io sono una persona che ritiene che per la pedagogia delle persone sarebbe importante non entrare nel mercato del lavoro a 25 anni senza aver mai conosciuto il lavoro, e quindi un grande sviluppo della formazione professionale sarebbe utile in un paese anche avanzato come il nostro, ma questa è una digressione che lascio lì. Poi c’è stato il servizio sanitario nazionale, cosa fondamentale, ma fondamentalmente il vecchio rischio sociale era di questo tipo.

Oggi invece noi abbiamo rischi sociali nuovi fondamentalmente; uno lo citava alla fine della relazione Sandro Antoniazzi, quello della non autosufficienza, è un rischio sociale molto significativo; gli anziani non sono una categoria omogenea, gli anziani che sono qui sono diversi da quelli che sono in casa di riposo, sono diversi da quelli che sono in questo momento a fare la spesa a un centro commerciale, sono diversi da quelli che in questo momento stanno curando i nipoti perché i loro figli sono a fare la spesa al centro commerciale. Banalizzo, per dire che la condizione anziano in un paese come l’Italia è una condizione molto diversificata sotto questo profilo e va attentamente esaminata. Gli anziani non sono un ceto sociale omogeneo, come i lavoratori del resto.

Allora, i rischi sociali nuovi sono questo della non autosufficienza e c’è un rischio sociale di garantire un reddito, qualcuno parla di reddito di cittadinanza, non entro nel merito di queste cose, adesso sembra che sia una prerogativa del Movimento 5 stelle, se ne parla da tempo, ma non voglio entrare in queste polemiche, polemichette. Quello però che è importante da capire è che un rischio sociale importante nuovo è la difficoltà dei giovani a entrare nel mercato del lavoro. Se questo è un rischio sociale nuovo, allora è chiaro che parlare di forme di reddito di un certo tipo, che esistono in altri paesi, non è una cosa che non c’è in altri paesi, diventa una cosa nuova e non hai di fronte allora l’occupato maschio nella grande industria, hai di fronte i giovani che hanno difficoltà a inserirsi nel mercato del lavoro.

Un terzo rischio sociale è la lotta alla povertà: noi siamo un paese che ha una povertà assoluta intorno al 10% e una povertà relativa, un termine tecnico che magari poi se volete nel dibattito possiamo discuterne, intorno al 20-25%, quindi è vero che ci sono forti diseguaglianze di reddito, è vero che c’è stato un benessere, sicuramente dal ’45 a oggi, ma è altrettanto vero che, non so se dar ragione a chi parla della società dei due terzi, ma comunque c’è grosso modo un quarto o un terzo della popolazione che non sta bene, che non ha tutti i diritti di reddito di cittadinanza utili per essere considerato non un suddito ma un cittadino.

Ci sono anche altre questioni, ne cito soltanto una, non ve le dico tutte: l’inclusione sociale degli immigrati e degli stranieri, è un bisogno sociale che quando si è pensato al welfare state non c’era da questo punto di vista, oggi c’è, e come, ma se non vogliamo, e penso che questa platea sia tutta d’accordo, costruire dei muri, è inevitabile pensare a delle forme di inclusione. E comunque è chiaro che l’immigrazione è un problema, una opportunità ma anche un problema, sarebbe sciocco da parte delle classi dirigenti considerare l’immigrazione solo in una chiave di solidarietà come ognuno di noi deve fare. Certo, il problema è oggettivo e di organizzazione, direbbe Antoniazzi.

Allora vedete che la seconda argomentazione sintetica di questo contributo è il fatto che noi passiamo da rischi sociali vecchi a rischi sociali nuovi e quindi è inevitabile un ripensamento del welfare nel suo complesso, perché quando si sta fermi si va indietro, questa è una cosa milanese, ma mi sembra chiaro.

La terza argomentazione, che sta un po’ dentro a tutto il filo logico del ragionamento di Sandro Antoniazzi, come mi sembra di aver capito, è che non c’è un unico welfare in Italia. Cosa vuol dire che non c’è un unico welfare? Il welfare ha almeno quattro strati: se noi immaginiamo il welfare come una torta, questa torta ha quattro strati. Il primo strato che è il più grosso è quello del cosiddetto stato sociale: il welfare pubblico, diciamo così, le pensioni, la sanità, la scuola media dell’obbligo e bla, bla, bla. C’è un secondo strato che è molto secondo me importante, che è sempre pubblico, che è il welfare comunale: dell’assistenza in Italia se ne occupa il comune, quindi quando si tagliano i quattrini ai comuni dobbiamo avere molto chiaro che si sta tagliando un pezzo di welfare; e guardate, se non facciamo niente, la battuta di prima: se si sta fermi si va indietro, ogni legge finanziaria, non l’ultima (ma l’ultima pone problemi di altra natura che dirò poi in un secondo) taglia qualche cosa, lo diceva Sandro Antoniazzi, e tagliuzza, tagliuzza sostanzialmente si arriva poi ad aumentare i ticket. Oppure analizzare le procedure, e in questo senso il modello lombardo è un modello pericoloso a mio giudizio, fa aumentare i tempi di attesa per le visite mediche, per fare le lastre, per fare ics ipsilon. L’aumento dei tempi delle liste di attesa provoca una diminuzione della propensione a curarsi: guardate che nell’ultima settimana ci sono due segnali pericolosi. Il primo: l’aumento della speranza di vita dopo quarant’anni che aumentava, di poco ogni anno, è diminuito. La diminuzione della speranza di vita è un segnale pericolosissimo: se io governassi di fronte a una cosa di questo tipo ci penserei sopra con grande precisione. La seconda cosa: l’aumento degli infortuni sul lavoro. Sono due segnali, non sono due indicatori probanti, perché per dire che sono indicatori probanti bisogna fare dei ragionamenti che qui non posso fare anche di tipo statistico, non vi annoio in cose tecniche, ma indubbiamente però sono dei segnali pericolosi.

Chiusa la digressione. Welfare statale, welfare comunale, welfare aziendale: ci sarà un grande sviluppo. Io mi sto occupando proprio di queste cose, io nella mia vita ho fatto due cose: il professore universitario e il consulente per il sindacato, per l’impresa, eccetera intorno ai temi organizzativi del lavoro ed è indubbio che oggi ci può essere un grande sviluppo del welfare aziendale, bisognerà vedere come il sindacato e le forze che non credono solamente nel mercato, io sono uno che crede nel mercato, ma credo anche che il mercato spesso fallisca e che quindi c’è un grande bisogno della politica che però deve, come dire, dare delle prestazioni migliori di quelle di adesso. Io non sono disamorato della politica, ma parlare di politica e parlare solo di corruzione ti rompe un po’ le scatole, voglio dire, perché mi sembra che chi ruba non va bene. Punto e a capo.

Allora, il problema è che c’è il welfare aziendale, di cui magari parleremo alla fine, ma c’è un altro strato: c’è il mutualismo. Le ragioni del mutualismo oggi sono più forti che ieri per certi versi. Cioè abbiamo bisogno per rinnovare lo stato sociale, mi spiace appunto che non ci sia Sergio Zaninelli che è uno storico, di andare indietro, di capire dalla storia. Oggi, siccome siamo in una società ultraveloce, chi vuole capire dalla storia è considerato, come il sottoscritto, un uomo del secolo scorso. Mi va bene essere considerato una persona che guarda anche alla storia per capire il futuro, è un’obiezione che accetto, ma che va bene perché la storia devi anche, in una certa misura, conosce

Quindi, abbiamo welfare state pubblico nazionale, welfare comunale, welfare aziendale, welfare mutualistico. Usiamoli tutti: qual è l’osservazione critica che io mi sento di fare sia al sindacato, sia ai partiti della sinistra, nuova o vecchia che sia? È che non hanno consapevolezza delle conquiste che fanno, le lasciano per terra e invece è molto importante, ma perché? Perché rivendicare è più facile che gestire, che implementare, che dare concretezza alle cose. E quindi, c’è una tensione verso la rivendicazione e una mancata tensione verso gli esiti della rivendicazione.

Allora tutte queste quattro forme che vi ho detto sono fondamentalmente in crisi. La crisi dello stato sociale centrale, lo ha detto Antoniazzi in modo chiaro, è in crisi per due ragioni forti: uno lo sviluppo. Dovremo abituarci allo sviluppo all’1%, non sapevo di questa settimana sociale dei cattolici francesi, andrò a vederla, perché, è vero, noi dobbiamo abituarci a vivere con uno sviluppo di questo tipo. Se non sarà dell’1%, sarà dell’1,4 o dello 0,6, ma se, come direbbe Romano Prodi, non come politico, ma come economista industriale, non inventiamo un frigorifero o una lavatrice che va bene non ai 50 milioni della borghesia indiana e cinese, ma al miliardo e 200 mila abitanti della Cina e altrettanti dell’India. È banale la cosa: lo sviluppo industriale c’è stato perché abbiamo inventato l’automobile, il frigorifero eccetera; e oggi lo sviluppo c’è perché abbiamo inventato il microprocessore, cioè sono i prodotti di larga diffusione che fanno da motore dell’economia.

Allora, il welfare è in crisi per questo ed è in crisi perché abbiamo un debito pubblico importante, forte. L’Italia non è un paese, questa è la mia opinione secca, a rischio, non è a rischio perché abbiamo un risparmio privato che è cinque volte il debito pubblico e quindi gli altri investono, se non ci fosse la mafia e la corruzione, investirebbero volentieri in Italia. Questi due elementi, la mafia e la corruzione sono gli elementi che disincentivano gli investimenti stranieri. E noi abbiamo un’economia al 50% interna e al 50% fuori e quindi è chiaro che per noi è importante che atteggiamento hanno gli altri nei nostri confronti. Non c’è niente da fare siamo un piccolo paese di 60 milioni di abitanti.

Allora, crisi del welfare state per queste due ragioni forti, minore sviluppo, debito pubblico elevato oltre a rischi sociali diversi come argomentavo prima. Il welfare comunale è in crisi, il welfare comunale oggi fa delle cose che si rivolge alle fondazioni bancarie per tenere i livelli di assistenza. Ragazzi, non ho niente contro le fondazioni bancarie, anzi, come dire, sono benemerite per certi versi quando fanno interventi di questo tipo, però è un segnale di crisi del welfare comunale da questo punto di vista.

Il welfare aziendale ha un grande problema, che la contrattazione aziendale prende il 30-35% delle aziende italiane perché noi siamo un sistema economico produttivo di piccole e medie imprese. Questo è un problema, non è un problema banale da questo punto di vista sotto il profilo dell’uguaglianza. È ovvio che è un problema anche se debbo dire che il welfare aziendale può essere una cosa molto utile. Voi sapete che adesso si parla molto di lavoro agile, lo smart working, ci sono convegni e anch’io sono invitato ogni tanto a qualcuna di queste cose; beh, ho fatto una piccola ricerca sulla contrattazione aziendale del lavoro per vedere, quante aziende, in quanti contratti collettivi di lavoro, ne ho visti, attraverso ADA (Amministrazione e Direzione Aziendale), 915: il lavoro agile, non è definito così ma il senso è questo, è in 9 contratti su 915. Quindi è chiaro che si tratta di una cosa importante, che ma stiamo parlando anche di una cosa minimale sotto il profilo quantitativo, quindi anche il welfare aziendale va recuperato.

Il welfare contrattato, quello sanitario integrativo ecc., ecc.: i dati adesso non posso darveli in modo minuzioso; poi, se qualcuno è interessato, avete un sito e quindi metteremo qualcosa sul sito, però i numeri sulla sanità integrativa sono sostanzialmente il 10-12%, cioè un milione e 800 mila persone che hanno la sanità integrativa su 17 milioni di lavoratori dipendenti. Sulle pensioni andiamo un po’ meglio perché c’è stato il TFR che poteva essere… ma siamo intorno al 30% quindi la maggioranza dei lavoratori… Qui c’è un grande problema per i sindacati. Se fossi il segretario generale della CISL, o della CGIL o della UIL sarei preoccupato di questi dati, perché è chiaro che è un problema di fiducia. Se i lavoratori non hanno fiducia nel sindacato non è un problema veniale, è come i fedeli che non hanno fiducia nella Chiesa. Quind,i ci sono dei segnali, secondo me noi abbiamo delle classi dirigenti un po’ distratte nel senso che non guardano ad alcune cose che invece si dovrebbero guardare ogni giorno da certi punti di vista. Chiusa la parentesi.

Allora, vedete che tutte queste leve ci sono ma, come dire, bisogna metterci sotto un po’ di gas, un po’ di energia, perché se non c’è sotto questa energia queste cose rischiano di inaridirsi. Sto già parlando troppo, lascio perdere… Reggete ancora cinque minuti?

Una precisazione, poi andiamo sul che fare. Il welfare in giro per il mondo può essere di tre tipi: c’è un welfare universalistico: diamo le pensioni, la sanità, bla, bla, bla, a tutti senza distinzione di reddito: il modello è quello svedese, quello norvegese ecc., ecc., ma anche loro stanno in parte cambiando da questo punto di vista. Poi c’è un welfare che tecnicamente viene chiamato particolaristico-occupazionale, termine complicato che spiego subito, vuol dite che è un welfare legato a essere lavoratori: mentre il primo è legato al cittadino al di là del suo reddito, il secondo è un welfare particolare legato ai lavoratori: per esemplificare, il welfare italiano è abbastanza di questo tipo, la cassa integrazione che c’è per le aziende di grandi dimensioni e di piccole dimensioni vuol dire particolaristico-occupazionale. La cassa integrazione che fino a poco tempo fa non c’era nel commercio sotto una certa dimensione di imprese, c’era invece nella grandi aziende, anche in questo caso è particolaristico-occupazionale. L’indennità di disoccupazione, che tu puoi prendere se hai lavorato prima e se non hai lavorato non ne hai diritto, è particolaristico-occupazionale. Quindi, nelle politiche del lavoro il welfare è sicuramente di questo tipo, quindi è legato a essere occupato, non d essere cittadino come nel primo caso.

C’è poi il welfare residuale, quello del ceto medio, il mercato degli arrangiarsi da solo: se proprio non ce la fai ti do qualcosa. Tant’è vero che i Bush hanno inventato questo termine: welfare compassionevole, che è proprio in questo tipo di direzione: ho compassione di te perché non ce l’hai fatta, o non ce la fai, e ti do qualcosa.

L’Italia è un paese difficilmente assimilabile a uno di questi, al primo, al secondo e al terzo, è un mix di tutto perché sulla sanità è certamente universalistico, fortunatamente in Italia se c’è anche un immigrato clandestino che va al pronto soccorso gli si dà qualcosa, in America no, poi dopo c’è anche una situazione di welfare, come dire, per i poveri, adesso non entro nel merito specifico della questione; però indubbiamente, la sanità è qua, la sanità e la scuola. Il lavoro è particolaristico-occupazionale e invece quello che gestiscono i comuni, io ho una moglie che ha fatto il sindaco di una piccola cittadina, è incredibile le situazioni di persone che avevano bisogno, era residuale. Quindi, direi che il welfare nostro è un po’ di tutto. Non sono un comparativista che dice di accoppiare A o B, però indubbiamente devono essere integrati perché se non sono integrati, come vedremo fra un attimo, pongono alcuni problemi.

Se questa è la situazione che cosa si può fare? Il libro dice qualche cosa negli interventi di Antoniazzi, di Zaninelli e del sottoscritto, grosso modo dice alcune cose che sintetizzo. La prima è recuperare lo spirito del mutualismo, tutto l’intervento di Antoniazzi andava in questo tipo di direzione. Recuperare lo spirito del mutualismo che per me, che nella vita ho fatto il sociologo della organizzazione e del lavoro, vuol dire fondamentalmente queste tre cose. Primo: recuperare i valori, per esempio il valore della solidarietà e il valore della dimensione collettiva ,erché i giovani si accorgeranno, a mio giudizio, che non so se sono individualisti o hanno bisogno di individualizzazione, questo lo lascio al pubblico, però sicuramente hanno bisogno di fare questo passo in avanti: la dimensione collettiva è una dimensione alcune volte più efficace e certamente più solidaristica.

Quindi il recupero del mutualismo nella dimensione dei valori, il recupero del mutualismo, vi accennava Antoniazzi, nella dimensione del protagonismo delle persone. Oggi noi dobbiamo recuperare il protagonismo delle persone, noi rischiamo quello che un grande sociologo degli anni passati diceva: noi siamo una società connessa, in ogni momento siamo connessi con tutto e con tutti, in una logica di folla solitaria. Allora, se siamo una società connessa in una logica di folla solitaria per chi ha certi valori (mi sembra sia Petkov a parlarne, ma lo sa molto meglio Antoniazzi e qualcuno di questo pubblico), non è che ci sta tanto bene la folla solitaria. Il rischio è questo qui; io sono impressionato dal guardare i giovani quando sono al McDonald o in qualsiasi trattoria che sento che sono disturbati dalla persona che gli chiede: che cosa mangiate? perché sono lì col loro cellulare a connettersi con gli altri. Sono disturbati da uno che gli dice: cosa mangi? crudo o cotto? Ovviamente, radicalizzo, ma per dire che il rischio è un po’ questo. Quindi, il valore del protagonismo delle persone che il mutualismo certamente ha avuto, ha, e può avere.

Una terza cosa sono i costi: il mutualismo costa meno delle imprese profit. O può costare meno se è gestito managerialmente in modo efficace. Noi dobbiamo sempre distinguere tra il sindacato è una istituzione, lo potrebbe dire meglio di me Antoniazzi, ed è una organizzazione. Come istituzione ha bisogno di alcuni valori della democrazia, ecc., ecc., come organizzazione ha bisogno di un minimo di efficienza e di un minimo di efficacia da certi punti di vista. Se deve aumentare l’orario di lavoro, piuttosto che alle sei chiudere alle otto, banalizzo, voglio dire è un problema di efficienza organizzativa di persone che alle sei non ce la fanno ad arrivare e alle sette meno un quarto ancora meno. Perché molto spesso le scuole private, tra virgolette, sono preferite da alcuni? Perché magari hanno fasce orarie maggiori, cose banali di questo tipo. Sono nel consiglio di amministrazione della scuola cattolica di Arese e basta fare tue o tre cose (io poi non sono contro il pubblico) e tu hai, tra virgolette, più fruitori, più persone che vengono al tuo servizio. Allora, attenzione nello sviluppo del welfare, attenzione soltanto alle organizzazioni profit, magari, come dire, con ascendenze di un certo tipo dal punto di vista politico; si dia da fare il sindacato, si dia da fare il terzo settore, si dia da fare chi non ha una visione for profit della vita ma una visione più di tipo sociale.

Secondo elemento. Io penso che non ci sia un conflitto fra pubblico e privato, ma ci debba essere un’integrazione tra pubblico e privato, un’integrazione di che tipo?. Innanzitutto, penso che per tutte le ragioni che ho cercato di dirvi, penso che in futuro non ci possa essere un welfare universalistico soltanto. Ma qui dobbiamo recuperare un vecchio del cattolicesimo democratico, che ha scritto cose importanti da questo punto di vista che Ermanno Gorrieri. Ermanno Gorrieri ha scritto delle cose significative in quel poco tempo che ha fatto il ministro del Lavoro, probabilmente glielo hanno fatto fare sbagliando, non si sono accorti, ha rivalutato gli assegni familiari, ha fatto delle cose significative in quel periodo, pochissime cose, poi è durato qualche mese, ma parlava di universalismo selettivo.

Io sono uno che, quando va a una mostra e avendo superato abbondantemente i 65 anni, ho lo sconto, mi chiedo se è giusto. Mi chiedo se è giusto perché dico: io a questa mostra, ci andrei ugualmente, o al cinema, e quindi questi soldi che lo stato spende non andrebbero ricollocati in altra maniera? Ho fatto un esempio banale, semplice, ma per dirvi il senso, il significato dell’universalismo selettivo. Selettivo vuol dire fondamentalmente il riferimento rispetto al reddito, oggi rispetto all’ISEE. È una cosa complicata da fare, però indubbiamente, secondo me, sarebbe necessario andare in una direzione di questo tipo.

La seconda cosa, e qui riguarda il tema delle pensioni anche, ci deve essere uno zoccolo di base per tutti e poi ci deve essere invece una realtà anche diversificata a seconda di che cosa uno ha pagato prima, ecc., ecc. Quindi una zoccolo di base uguale per tutti e poi bisogna discutere. Tiziano Treu ha scritto delle cose interessanti in questa direzione, quale deve essere lo zoccolo di base pensionistico, della sanità, della scuola, bla, bla, bla. Quindi anche qua bisogna andare secondo me in una certa direzione.

Finisco con due parole chiave che cerco di motivare. Penso che sia necessario passare da un welfare risarcitorio (spiego subito che cosa voglio dire) a un welfare generativo. Il welfare è risarcitorio nel senso che ti do delle cose perché non ce la fai, ti risarcisco di un rischio che tu hai, di un bisogno che tu hai, ottima cosa, ovviamente. Ma in quest’ottica il welfare risarcitorio è legato allo sviluppo, più sviluppo c’è, più welfare c’è, meno sviluppo c’è, meno welfare c’è: le leggi finanziarie degli ultimi dieci anni mostrano in modo inequivocabile questo. Generativo, che cosa vuol dire? Vuol dire che c’è un welfare legato allo sviluppo, non tanto all’esito dello sviluppo, ma aiuta lo sviluppo. Noi abbiamo una occupazione femminile ancora troppo scarsa, poche persone ci lavorano rispetto ai tassi di attività, per dirla con un termine tecnico che è il rapporto tra le persone che lavorano e le persone che potrebbero lavorare. Ha ragione Antoniazzi, io poi in questi anni ho studiato molto il mercato del lavoro, potrei annoiarvi con delle statistiche di questo tipo: la disoccupazione in Italia è diversa a seconda di come viene calcolata. Ci sono delle cose sbagliate, un esempio che faccio sempre è che in Italia non è vero che c’è una disoccupazione giovanile del 40,2%, la disoccupazione giovanile è del 10,1%. Ma che cosa metti al denominatore? Se metti, secondo alcune logiche, le persone che sono in cerca di lavoro, la percentuale è il 40%, ma se metti invece la corte dei giovani dai 18 ai 22 anni, il mondo cambia e allora tu avresti una cosa particolare: se aumentassero le persone che studiano, secondo certe logiche la disoccupazione aumenterebbe. No, non è così.

Quindi, da una parte ci sono queste cose, dell’altra c’è quello che dice Antoniazzi: la disoccupazione in Italia è molto di più di quella che c’è, non c’è dubbio, secondo alcuni potrebbe essere addirittura due volte e mezzo tanto, secondo certe angolature. Per l’ISTAT il disoccupato è chi non è occupato e cerca attivamente il lavoro, ma ci sono tutti gli scoraggiati, soprattutto al sud, che dopo sei mesi che cercano attivamente lavoro, non lo cercano più. Per l’ISTAT quello non è più un disoccupato, ma in effetti lo è. Quindi, è chiaro che da un lato abbiamo eccessi da certi punti di vista, dall’altro abbiamo eccessi di altro tipo.

Cosa voglio dirvi da questo punto di vista? (Questa è una digressione). Generativo vuol dire, per esempio, che noi dobbiamo aumentare decisamente le forme di conciliazione lavoro e vita familiare, ma non c’è dubbio. Questo è un grande problema, soprattutto per le donne, ma non deve essere solo per le donne, deve essere per lo studio. La nostra differenza con la Germania è che noi abbiamo una forza lavoro poco istruita, quasi tutta scuola media dell’obbligo: in Germania quasi tutti diploma. Questo fa la differenza in termini di inventiva, di creatività, per esempio, per inventare cose nuove, eccetera. Perché la Germania è fortissima, anche noi siamo abbastanza forti, su tutta una serie di prodotti tecnologicamente tra virgolette avanzati? Per questa ragione, perché da loro c’è una forza lavoro più istruita. E quindi generativo vuol dire questo, per esempio allargare il discorso di tutte le forme di conciliazione.

Chiudo come? Noi non dobbiamo parlare tanto di welfare integrativo sul mutualismo, questo almeno è la mia sensazione, ma dobbiamo parlare di welfare integrato: se è vero che ci sono i quattro welfare, il problema è che il welfare integrativo c’è già, di che cosa discutiamo? Il welfare privato c’è già, di che cosa discutiamo? Quello che non c’è è l’integrazione tra questi quattro elementi che potrebbero fare aumentare il benessere delle persone. Perché, voglio dire, se no tu hai dei buchi, erano evidenti adesso è un po’ migliorato, delle cure dentistiche assurde, se andiamo a vedere questo tipo di problema, ma magari questa cosa qua potrebbe essere più opportunamente essere fatta da un certo tipo di welfare o da un altro tipo di welfare. Quindi, il problema non è lo stato del welfare integrativo, il problema secondo me è di considerare il welfare a quattro dimensioni e di integrarlo nel miglior modo possibile.


Trascrizione della relazione di Ferruccio Capelli

Presentazione di Antoniazzi: Adesso diamo la parola a Ferruccio Capelli che abbiamo invitato anche perché noi abbiamo una provenienza CISL, ACLI e mondo cattolico, e volevamo anche sentire una voce un po’ diversa, con una cultura diversa, e vedere come affrontano questo ordine di problemi.

Grazie, Antoniazzi. Ovviamente, mi ha fatto molto piacere questo invito anche se so perfettamente che non avermi invitato a discutere di mutualismo e stato sociale è una cosa incauta perché io non sono un esperto, a differenza di Antoniazzi e Carcano, veri esperti e protagonisti di questa cosa. Io non lo sono, però lo sapeva anche Antoniazzi quando mi ha invitato. Quindi, la ragione per cui mi ha invitato è stata probabilmente un’altra: è stata quella di dare il segno che probabilmente è bene che rendiamo pubblico il fatto che sentiamo il bisogno di discutere assieme.

Giovanni Bianchi mi ha chiamato per telefono e mi ha detto con quella sua espressione: in questo deserto vediamo di mettere assieme una voce. E lo penso anch’io, francamente. Lo penso, ne sono molto convinto e mi fa molto piacere il fatto che stiamo spingendo assieme per fare maturare le condizioni per riuscire ad andare in questa direzione. Tra l’altro, ci sono tante cose simili che facciamo. Nell’invito di oggi vedevo che questo è inserito nel 17° corso di formazione alla politica del Circolo Dossetti. Ogni anno che esce il programma io lo studio sempre attentissimamente, sul programma del Dossetti cerco di riflettere attentamente. Noi peraltro adesso siamo al 7° anno della scuola di cultura politica,e ci sono cose su cui è bene trovare dei punti per discutere un po’, sarebbe una cosa molto utile. Anche perché poi le cose vanno in modo tale che alla fine ci troviamo a discutere di cose molto simili.

Scherzosamente, Antoniazzi prima faceva riferimento al fatto che tutti sono attenti a quello che dice il Papa. È vero, in fondo si discute di quello che c’è sul campo. L’altro giorno mi ha telefonato per dirmi che è uscito in Germania un libro interessantissimo sul socialismo, dobbiamo discuterlo. Bene. Noi lo discuteremo sicuramente, ma è certo che è uscita un anno, un anno e mezzo fa quell’enciclica Laudato si’ che da tanti è stata ritenuta molto importante e noi ne discuteremo a fondo, stiamo organizzando un ciclo proprio per discutere attentamente quelle indicazioni perché alla fine bisogna prendere le idee dove ci sono davvero, non è che possiamo inventare delle idee, bisogna discutere quello che davvero si muove e di quello che sta concretamente accadendo.

Per discutere, vorrei dire qualcosa, perché direi solo delle banalità se riflettessi solo nel merito delle cose che invece hanno detto con molta competenza Sandro Antoniazzi e Marco Carcano. Io mi sono convinto da tempo che noi nell’impostare le cose abbiamo bisogno di una discussione molto problematica aperta e dire con grande chiarezza che abbiamo assoluto bisogno di idee nuove da mettere in circolazione. Perché non so se capita anche a voi, ma io ogni tanto sono preso da un senso di vertigine dinnanzi all’enormità dei cambiamenti in corso. Ho recuperato un argomento, non so se l’avete presente, una tesi che venne proposta molti anni fa da un grande studioso, Karl Polanyi, il quale ha usato il concetto di grande trasformazione per ragionare sulla nascita della modernità. Io sono convinto che noi oggi siamo in una nuova grande trasformazione, questo concetto molto creativo di grande trasformazione è una cosa che dobbiamo metterci in testa per via della enormità dei cambiamenti in cui siamo immersi d anche del fatto che facciamo difficoltà a trovare una linea interpretativa chiara e lineare per muoverci dentro di essi. Sono processi contraddittori, molto contraddittori, che non riusciamo bene ad afferrare.

Faccio un esempio illuminante, e spero di non creare confusione portando questo esempio, ma è un esempio concretissimo. Ieri sera abbiamo avuto una lezione molto interessante da parte di un grande psicanalista belga, Jean-Pierre Lebrun, il quale ci ha spiegato in modo affascinante tutte le implicazioni della crisi del nome del padre o dei nomi del padre, la crisi che, dato che sono finiti i posti di ricezione della società, che questo comporta il fatto che ognuno si vuole rappresentare per se stesso, ma che in questo modo si mettono in crisi i corpi intermedi, che in questo modo si entra nella spirale della crisi della democrazia e via dicendo. E quando cercavo di tirare le fila, questa mattina, per cercare di trovare qual è il punto fondamentale che ha detto Lebrun, mi veniva naturale dire che in realtà la lezione interessantissima che ci ha fatto questo psicanalista, avrebbe potuto essere racchiusa nel titolo: le trappole dell’uguaglianza.

Chi l’avrebbe mai pensato che saremmo stati costretti a discutere delle trappole dell’uguaglianza? Eppure è un problema reale. E nello stesso tempo mentre siamo costretti a discutere di questa cosa, per venerdì prossimo noi abbiamo organizzato un incontro con Richard Sennet e con Saskia Sassen per discutere con loro delle sfide della disuguaglianza perché in questa società è altrettanto vero, ed è il problema più grave che abbiamo dinnanzi, che sono esplose le disuguaglianze sociali a livelli terribili e che abbiamo bisogno di cercare di trovare il modo per superarle.

Voi vedete che contemporaneamente siamo costretti a discutere di spinte che ci stanno minando all’interno il tessuto organizzativo della vita democratica, mentre vanno avanti processi di disuguaglianza enormi. E allora come interpretare, come muoversi? Sono cose maledettamente complicate. Ed è per questo che abbiamo bisogno di idee nuove.

E allora veniamo al mutualismo. Mutualismo che io penso sia una delle vie nuove da percorrere, Io penso da molto tempo, sono convinto da tempo. Vie nuove, ovviamente a queste vie nuove bisogna mettere le virgolette a fianco perché è un po’ buffo chiamarle vie nuove quando si parla di mutualismo, perché in realtà si tratta di una’idea vecchia che torna nuova. Si tratta di uno di quei fenomeni strani che a me piace chiamare di ritorno al futuro, ma che sono di straordinaria attualità.

Vedete noi, nell’impostare nei mesi scorsi il 70° della Casa della Cultura, abbiamo usato apposta lo slogan: ritorno al futuro. Non è uno slogan casuale messo semplicemente lì… c’è una via dietro ben precisa, è la ricerca di idee nuove da mettere in campo, sentiamo il bisogno di riuscire a recuperare e riattualizzare elementi profondi della storia passata di cui possiamo ancora cogliere elementi di vitalità. E da questo punto di vista la questione di cui stiamo discutendo qui è perfettamente esempio di questa cosa.

Il mutualismo risale, come ricordava perfettamente Antoniazzi, almeno alla metà dell’Ottocento, nasce lì la forma, come dire, più significativa del mutualismo e oggi ci si ritorna con un argomento di cui sentiamo che vale la pena tornare a riproporlo. Quando mi sono imbattuto per la prima volta col mutualismo? In realtà, fu quando ero molto giovane, lessi quello stupendo libro di Gastone Manacorda sulla storia del movimento operaio, in cui ricostruisce come nasce il movimento operaio in Italia. Dice Manacorda: nasce dalle Società di Mutuo Soccorso e poi si trasforma in società di resistenza e da quel momento diventa il moderno sindacato. Vediamo bene, il ragionamento di Manacorda era tutto costruito per dire l’importanza con cui si superava il mutualismo e si arrivava alla resistenza. Allora, quando scrisse quel libro, negli anni Cinquanta, tutto l’accento si spostava sull’importanza della resistenza, sulla novità che la resistenza avrebbe avuto per definire il nuovo moderno movimento operaio.

Noi oggi stiamo facendo un percorso un po’ inverso rispetto a questo, stiamo dicendo che la resistenza in qualche modo non è più sufficiente e siamo costretti a recuperare quelli che erano aspetti storici che via via si sono dimenticati, smarriti, che abbiamo perso, e di cui adesso sentiamo il bisogno di tornare a proporre. Le ragioni di questo sono molteplici, io devo dire non ho nulla da aggiungere rispetto alle cose dette da Antoniazzi e da Carcano. Le ragioni sono molto evidenti, c’è questa crisi dello stato sociale che è ormai un fatto conclamato e su cui bisogna fare i conti continuamente. Su questo vorrei dire solo una cosa che accennava proprio adesso Carcano e di cui sono molto convinto. Quando parliamo di stato sociale non dimentichiamo che lo stato sociale si regge sulle sue tre gambe, non comprende solo sanità e pensioni, comprende anche la formazione.

E questo è un punto enorme da ricordare adesso. Guardate, io sono estremamente colpito dai dati che, vi dico francamente, non conoscevo ma che adesso stanno esplodendo e che sono incredibili. Abbiamo presentato e discusso l’altro giorno questa indagine sulle università italiane e l’Italia è l’ultimo paese europeo dopo la Bulgaria, siamo scesi dopo la Bulgaria per numero di laureati, l’ultimo paese europeo con un crollo che c’è stato nel mezzogiorno che ha raggiunto punte veramente spaventose. Ma non sto parlando di altro, perché il crollo è dovuto a tante cause, ma anche al fatto che le tasse in Italia si sono alzate tantissimo e questo allora ha qualcosa a che fare sul modo con cui sono distribuite la risorse. Ma noi possiamo davvero pensare di competere con la Corea, con Singapore, con altri, banalmente con la Germania, come diceva giustamente Carcano, con un livello di alta formazione, comprendendo in questo anche le scuole secondarie superiori, così incredibilmente più basso rispetto a quello degli altri paesi? Mi sembra che sia una questione enorme che dobbiamo porci chiaramente.

Ma comunque, per superare la crisi sociale anch’io sono convinto da tempo che due opzioni, del mutualismo e del welfare aziendale sono problemi da mettere sul tappeto. Sono convinto che la strada da imboccare, per riprendere l’espressione di Sandro Antoniazzi, è quella di un mutualismo robusto che dobbiamo costruire, Aggiungo solo un aspetto in questa considerazione che è quello probabilmente sul quale stiamo ragionando molto e ci siamo proposti anche di combattere una battaglia pubblica su questo. E invece dobbiamo parlare di una cosa che si stacchi da questa questione, penso che in questa battaglia molto interessante è il problema della ripresa del tema dei beni comuni.

Faceva riferimento Sandro Antoniazzi alla Val di Fiemme, esempio perfetto di un bene comune, ma ce ne sono altri e soprattutto c’è il problema su cui dobbiamo ragionarci se noi possiamo pensare, guardando in avanti, che ci sono tanti altri beni comuni. Guardate, c’è un modo spregiativo nel dibattito che a me dà molto fastidio: i beni comunisti, quando vogliono liquidare questa questione, sulla stampa la trovate con grande frequenza, questo atteggiamento sprezzante verso quelli che vengono considerati beni comunisti e che si inventano queste fanfaluche, mentre io invece penso che sia un terreno da esplorare. È una forma che vada oltre alla proprietà privata, alla proprietà pubblica e che invece individui la possibilità di beni comuni. Penso che sia un punto molto importante su cui ragionare.

Ma aggiungo un’altra cosa, l’ultima. Come vedete, sfuggo le cose tecniche e concrete e rientro un po’ nella mia funzione che è quella, casomai, di aggiungere problemi ai problemi, non per creare confusione, ma per discutere meglio. Allora, devo dire che c’è un punto su cui mi piacerebbe ragionare e una delle tante ragioni per cui sia giusto lavorare fortemente per questa opzione di ritorno del mutualismo. Certa è l’importanza che tutti avvertiamo di fare in modo che in questa società possano ricostruirsi spinte solidaristiche in un tessuto forte: penso che sia un punto profondo. E da questo punto di vista io penso che possiamo dirci che la nostra società, fortunatamente, ci riserva parecchie sorprese interessanti e positive.

Io vivo in un quartiere della periferia di Milano e mi piace un po’ guardare Milano anche con lo sguardo dell’osservatore esterno, io sono nuovo in Bovisa e sono molto colpito dal tessuto associativo che si sta costruendo nelle nostre periferie. Io se dovessi fare l’elenco delle corali, dei gruppi di lettura, parlo di cose, come dire, relativamente nuove che si stanno costruendo e sono ormai una cosa che sta fiorendo, ne scopro ogni giorno di nuove. Persone che si mettono assieme. Gruppi di lettura, chi l’avrebbe mai detto! Io ho sempre pensato che uno dovesse leggere per conto suo, se mi avessero detto di mettermi in un gruppo di lettura, avrei certamente, come dire, evitato la cosa. Eppure, vedo con mia grande sorpresa che la cosa si sta diffondendo enormemente. E così via, tante altre cose di questo genere.

Ma la cosa interessante è poi che le stesse persone che hanno questa partecipazione a queste forme collettive poi mettono in moto anche certe forme di associazionismo solidale, per esempio mettono in moto, parlo sempre del quadro che ho dinanzi nel mio quartiere, forme di intervento di solidarietà verso l’immigrazione di enorme efficacia. Non so quanti lo sanno, ho scoperto che lo sanno in pochissimi. A Milano c’è un tessuto di scuole tutte volontarie che si occupano di immigrazione enorme; e pensate sono scuole senza permesso, e anche questa è una cosa curiosissima. In questo momento mentre noi qui siamo riuniti si sta svolgendo un torneo di calcio organizzato dalle scuole senza permesso, in cui, come dire, ognuna di queste scuole ha organizzato la sua squadra e stanno giocando esattamente in questo momento. E devo dire che conosco gli insegnanti, le insegnanti, che costruiscono questa cosa con un lavoro volontario fittissimo. Insomma, io sento che nella nostra società, almeno qui a Milano lo possiamo constatare, c’è una forte spinta a rimettere in moto un tessuto in cui la gente sta assieme e possibilmente fa qualcosa di socialmente solidale con gli altri.

C’è però un punto, un punto che a me piaceva discutere con Antoniazzi e qualche volta lo abbiamo già accennato. Ma voglio esplicitarlo ora. Quello che mi colpisce è che tutta questa cosa qui non ha il suo centro nel lavoro. Questo è un punto. Quanto è diverso dagli anni dell’Ottocento e del lungo Novecento. Tutta questa spinta solidaristica non ha come punto trainante quello che sta accadendo dentro il mondo del lavoro. E allora qui dobbiamo un po’ ragionare su cosa è accaduto nel lavoro. Io come dire ho chiesto a Sandro Antoniazzi, di darmi una mano a organizzare una riflessione seria e di questo ne sento tantissimo il bisogno. Cos’è accaduto?

È appena uscito un volume, non è ancora in libreria e aspetto che arrivi in libreria, un volume enorme di studi su Trentin, pubblicato a Firenze, di grandissimo interesse, in cui, come dire, viene ricostruita questa utopia trentiniana della libertà nel lavoro. In qualche modo questa utopia trentiniana della libertà nel lavoro ha camminato perché nel lavoro per non pochi lavoratori la situazione è sicuramente di maggiore libertà e creatività rispetto a quello che era 20-30 anni fa. Ma dobbiamo anche dire, sono pronto a essere corretto, vorrei essere corretto, ma temo che sia difficile correggermi, che abbiamo pagato un caro prezzo per questa libertà sul lavoro, vale a dire il prezzo della solidarietà. Il fatto che la solidarietà dentro il lavoro che prima era stata la molla fondamentale che aveva messo in moto il tessuto solidale della società è stata largamente compromessa.

E io penso allora che noi dobbiamo ragionare su questo insieme di cose per cercare di vedere come e in quale modo oggi si può rendere concreto l’obiettivo che qui giustamente è stato posto. Il libro di Sandro Antoniazzi, di Marco Carcano, il mutualismo, un elemento con cui ricostruire socialità e solidarietà, perché io sono convinto, e chiudo su questo, che noi dobbiamo cercare di inventare tutte le forme possibili perché l’individualismo della nostra società non prenda la piega dell’iper-individualismo, ma che invece si sviluppino, come dire, tutte le possibilità che ogni individuo non venga immerso in quella che Marco Carcano chiamava la folla solitaria. Ho usato anch’io tante volte questa espressione, ho scritto un libro, Il ritorno della folla. Il mio amico e maestro Fulvio Papi mi aveva sgridato allora: è un brutto termine la folla. E aveva ragione, ma io testardo sono andato avanti e sono convinto di avere purtroppo imboccato la strada giusta perché quella che abbiamo dinnanzi è una folla solitaria dentro la quale però gli individui hanno voglia, almeno una parte di loro, di non stare da soli perché non c’è nulla di peggio della solitudine involontaria. E allora trovare tutte le forme che possano impedire questo, penso che sia proprio una scelta di civiltà, quella su cui vale la pena di mettersi in moto, pensare di costruire tutto ciò che di nuovo siamo in grado di costruire.

email

Permalink link a questo articolo: http://www.circolidossetti.it/antoniazzi-carcano-capelli-mutualismo-un-sociale/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.