Armi italiane

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di Giovanni Bianchi – Roma, 11 maggio 2005
(Componente Commissione esteri Camera dei Deputati)

Le bandiere arcobaleno esposte a tante finestre delle nostre case, drappeggio che ha fatto bene agli occhi e al cuore, obbligano la nostra intelligenza a seguire con attenzione tutti gli eventi che vanno nella direzione dell’adagio “ se vuoi la pace prepara la pace”. La legge sul commercio delle armi, in sigla 185/90, è uno strumento voluto proprio per contenere l’aggressività commerciale di un prodotto che in nessun modo  può essere equiparato alle scarpe o ai frigoriferi. Anche se abbiamo un presidente del Consiglio che si fa pubblicamente vanto di fare il commesso viaggiatore di elicotteri ed aerei da combattimento fabbricati dall’industria militare italiana.

Ho partecipato nei giorni scorsi all’iniziativa della “Rete italiana per il disarmo” che ha illustrato la relazione che annualmente il Governo è tenuto a presentare, proprio in forza della 185/90, sull’andamento della vendita delle armi italiane all’estero. Mi sembra giusto ricordare, sennò potrebbe sembrare che non cambia mai niente e che le lotte del movimento e le norme approvate dal Parlamento siano inutili, che la legge ha avuto un impatto formidabile sul traffico d’armi, al punto che dopo il 1990 l’Italia è passata dal quarto al quattordicesimo posto nella graduatoria dei Paesi esportatori di armi. Ora bastano pochi numeri  per capire come sono andate le cose nel 2004. Il Ministero degli Esteri ha rilasciato un migliaio di autorizzazioni all’esportazione di materiali d’armamento. Il loro valore ammonta a circa 1,5 miliardi di euro, con incremento del 16% rispetto al 2003. Siamo ben lontani dai livelli ante legge, ma ora la curva è crescente. Anche a causa dell’accordo di Farnborough, motivato dall’esigenza europea di “Licenza globale di progetto” , utilizzato poi per allargare le maglie della nostra legge che era la più restrittiva e quindi esemplare per l’Europa. Ho più volte denunciato una violazione del dettato della legge che vieta la vendita di armi ai Paesi in guerra,  a quelli che violano i diritti umani, a quelli che spendono ingenti risorse per le armi nonostante un alto indebitamento. Infatti sono state rilasciate autorizzazioni anche  per la Cina comunista (sotto embargo europeo), la Malaysia, la Turchia, India e Pakistan, Israele e Libia. Francamente voglio dire che appare curioso, come qualche parte pacifista ha fatto, stracciarsi le vesti per la vendita di armi alla Turchia e al tempo stesso essere favorevole a vendere armi alla Cina. Se si operano scelte su base strettamente ideologica e politica non si va da nessuna parte, o meglio la credibilità va a sbattere contro un muro.

Ed è proprio perché seguiamo con passione le indicazioni profetiche sulla pace che rifuggiamo da sterili velleitarismi, a favore dei risultati concreti oggi possibili. Nel momento in cui rifiutiamo la guerra di aggressione, quella preventiva, anche quella di difesa se diventa sproporzionata alla minaccia, non possiamo esimerci dal domandarci quale difesa è lecita moralmente e legittima secondo la Costituzione. Certo noi pensiamo alla Difesa Popolare Nonviolenta (DPN), ma oggi è tutta da costruire perché, oltre alla normativa, mancano anche masse consistenti disponibili al rischio: lo dice chi col vescovo Tonino Bello ha partecipato alla marcia della pace a Sarajevo.

Non ci piace l’Europa degli accordi di Farnborough, ma non dimentichiamo nemmeno che se l’Unione Europea avesse una politica estera comune e una difesa comune, avrebbe potuto controbilanciare gli USA e forse evitare l’intervento armato in Iraq. E affrontare con la politica la questione della democrazia e della liberazione dei popoli dalle dittature. Riservando l’uso delle armi per gli  interventi di ingerenza umanitaria armata a situazioni come quella del Darfur in Sudan, dove nessuno credo possa mettere in dubbio la necessità di fermare il genocidio: s’intende sotto l’egida dell’ONU. Voglio concludere la riflessione sulla relazione del Governo ricordando che la campagna “banche armate” ha avuto grande efficacia, talchè nessuna banca vuole sentirsi definire in quel modo, sia per l’immagine che per la perdita di clienti. E la relazione si preoccupa per la frenata degli istituti bancari che stanno rendendo più difficili le transazioni: il Governo sta pensando ai possibili rimedi. Intanto noi possiamo a buon diritto dire:”ben scavato, vecchia talpa”.

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