Artico: la nuova frontiera del XXI secolo?
FEDERICO PETRONI: la febbre dell’Artico.
Sabato 15 gennaio 2022 on-line dalle 10 alle 12:30

Sesta lezione del Corso di Formazione alla Politica 2021-22
OLTRE LA PANDEMIA. UNA SOCIETÀ PER LA PERSONA.

L’Artico ha sempre suscitato un grande interesse e un grande fascino per l’alone di mistero in cui è avvolto. Dai telegiornali ai documentari scientifici, la calotta polare è sempre stata rappresentata come una meta per esploratori e scienziati che studiano un mondo incontaminato, praticamente rimasto isolato dal resto del mondo fino ai primi anni del XX secolo.

I mutamenti climatici degli ultimi decenni a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso hanno aperto progressivamente l’Artico all’uomo e di conseguenza l’area ha assunto una dimensione geopolitica. Dimensione geopolitica che influisce non tanto sull’Artico in sé ma sulle aree strategiche più importanti per il futuro dell’ordine internazionale come l’Europa e il Sud Est Asiatico.

Per quanto riguarda il continente europeo, lo scioglimento della calotta polare influisce sulla rivalità tra USA e Russia per il controllo dell’Europa Orientale e allarga la competizione al Mar Glaciale Artico, creando un unica faglia geopolitica estesa dalle isole Svalbard ai Dardanelli all’interno del quale il progetto geopolitico anglosassone del Trimarium (ovvero la creazione di una grande sfera di influenza americana per contenere la Russia estesa dal Mar Nero al Mar Adriatico fino al Baltico) assume anche un carattere artico. Di conseguenza un ruolo sempre più importante lo avranno i paesi limitrofi alla calotta glaciale artica che aumenteranno il proprio peso geopolitico come la Norvegia, l’Islanda, il Canada e la Danimarca che potrebbero condizionare notevolmente il futuro dell’Alleanza Atlantica, orientandola verso quello che gli inglesi chiamano “High North”. Altri paesi scandinavi come la Svezia e la Finlandia potrebbero dover rinunciare alla propria neutralità e decidere se schierarsi con i russi o gli americani cambiando gli equilibri di potenza della regione a favore degli uni o degli altri.

Per quanta riguarda l’Asia lo scioglimento dei ghiacciai aprirebbe una nuova rotta commerciale di vitale importanza per la Cina e condizionerebbe gli sviluppi geostrategici nel Mar Cinese meridionale. Pechino ha inaugurato le “via della seta polare” e negli ultimi anni ha investito ingenti risorse nell’Articolo il cui controllo le permetterebbe di aggirare lo stretto di Malacca, da dove transitano la maggior parte delle merci esportate ed importate dalla Cina nel mondo, qualora venga chiuso dagli USA in caso di conflitto per Taiwan.

Ma i mutamenti climatici del Polo Nord modificano anche gli equilibri interni di alcuni stati come Regno Unito e Russia.

Londra a partire dal XXI secolo ha maturato progressivamente sempre di più una propria coscienza artica che la spinge a riorientarsi verso Nord per contenere le ambizioni della Russia, considerata dall’intelligence inglese la principale minaccia nella regione. Infatti la Brexit è una scelta da interpretare anche in funzione di questo obbiettivo strategico. Londra spera di aumentare il proprio status geopolitico all’interno della NATO, sfruttando anche la sua posizione geografica nel Giuk (Groenland-Island-United Kingdom), lo spazio marittimo compreso tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito, il cui possesso permette di controllare il flusso di navi e di sommergibili in entrata e in uscita dall’Artico e dall’Atlantico.

In Russia il dibattito sul Polo Nord è centrale perché è considerata una delle aree che più influenzeranno il futuro della Federazione russa. Il cambiamento climatico e l’innalzamento delle temperature in Siberia causeranno una ridistribuzione della popolazione interna e un aumento dei flussi migratori che andranno a popolare zone fino ad oggi inospitali. In più all’interno dell’intellingencija russa la visione dell’Artico come opportunità è molto eterogenea e spazia dall’interesse puramente economico, alla difesa e alla necessità di tutelare la zona come area naturale cooperando con gli stati limitrofi.

Infine una riflessione doverosa anche per l’Italia. Lo scioglimento del Polo Nord rappresenta una sfida anche per Roma. Un Grande Nord sempre più blu rischia di indebolire la centralità strategica del Mediterraneo per il commercio e di conseguenza dell’Italia.

Lo Stato italiano gode di un’immagine molto prestigiosa a livello scientifico tra i paesi nordici, in particolare in Norvegia, ed è quindi necessario intensificare il proprio soft power in quella regione per sopperire ad un’eventuale marginalizzazione del Mediterraneo.

Il numero di Limes “la Febbre dell’Artico” è un volume molto più proiettato sul futuro che non sul presente. Un volume nel quale emergono analisi molto accurate ma non definitive perché lo scioglimento dell’Artico è un fenomeno in continua evoluzione e così l’approccio strategico e tattico delle nazioni interessate. Un volume che sarà utile leggere nel 2030 quando il Nord ghiacciato sarà oramai un Nord blu nel periodo estivo.

Marco Corno


Federico Petroni, consigliere redazionale e analista geopolitico di Limes, è laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università di Bologna e ha conseguito un Master in Scienze Governative alla LUISS.

È responsabile del Limes Club Bologna e co-fondatore di iMerica.

(fonte: Limes)

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