Chiara Giaccardi con Mauro Magatti. Generativi di tutto il mondo, unitevi!

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Corso di formazione alla politica

E’ come imbattersi in un vero e proprio manifesto, nel momento in cui scorriamo le pagine di questo lavoro. Di più! E’ come imbattersi proprio nel manifesto che stavamo cercando.

Perché, si sentiva forte il bisogno di un lavoro di questo genere: qualcosa che fosse più di un lavoro di ricerca, di critica e di dialettica, ma che si presentasse, con il crisma della proposta concreta, a fornirci l’orizzonte di un nuovo (o, per riprendere uno dei concetti in cui è dato imbattersi nel libro) originale modo di essere, e di agire, degli esseri umani nelle società occidentali del ventunesimo secolo.

Non solo: si sentiva forte il bisogno di una solida analisi del mondo odierno, che, adattandosi alla moltiplicazione degli aspetti che lo compongono, e all’ esplosione esponenziale delle loro interrelazioni, ce ne restituisse un convincente quadro d’insieme; dove l’uomo, la tecnica, il linguaggio, la politica, l’economia, la società fossero valutati esattamente per quello che sono, cioè insieme.

Chiara Giaccardi con Mauro Magatti. Generativi di tutto il mondo, unitevi!

1. leggi il testo dell’introduzione di Luca Caputo

2. Leggi la trascrizione delle relazioni di Chiara Giaccardi e Mauro Magatti

3. clicca sui link sottostanti per ascoltare i file audio mp3

1. premessa di Giovanni Bianchi 04’39” – 2. introduzione di Luca Caputo 16’05” – 3. relazione di Chiara Giaccardi 23’26” – 4. relazione di Mauro Magatti 39’44” – 5. domande 07’32” –  6. risposte di Giaccardi e Magatti 23’40” – 7. domande 11’05” – 8. risposte di Giaccardi e Magatti 19’06”

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Testo dell’introduzione di Luca Caputo a Chiara Giaccardi e mauro Magatti

Manifesto per la società dei liberi di Mauro Magatti e Chiara Giaccardi

E’ proprio così, come imbattersi in un vero e proprio manifesto, che succede nel momento in cui scorriamo le pagine di questo lavoro.
Di più! E’ come imbattersi proprio nel manifesto che stavamo cercando.

Perché, almeno a titolo personale posso dirlo (ma sono certo di interpretare le esigenze di molti), si sentiva forte il bisogno di un lavoro di questo genere: qualcosa che fosse più di un lavoro di ricerca, di critica e di dialettica, ma che si presentasse, con il crisma della proposta concreta, a fornirci l’orizzonte di un nuovo (o, per riprendere uno dei concetti in cui è dato imbattersi nel libro) originale modo di essere, e di agire, degli esseri umani nelle società occidentali del ventunesimo secolo.

 Non solo: si sentiva forte il bisogno di una solida analisi del mondo odierno, che, adattandosi alla moltiplicazione degli aspetti che lo compongono, e all’ esplosione esponenziale delle loro interrelazioni, ce ne restituisse un convincente quadro d’insieme; dove l’uomo, la tecnica, il linguaggio, la politica, l’economia, la società fossero valutati esattamente per quello che sono, cioè insieme.

Quanto più si ritenga infatti, che i processi di liberazione dell’essere umano abbiano dato un reale risultato di eliminazione dell’ asservimento dalla durezza e dalle difficoltà della realtà e dai vincoli delle relazioni umane, tanto più si andrebbe incontro a un madornale errore di valutazione.
Si cadrebbe dritti nell’ equivoco di considerare gli individui liberi proprio perchè individui, liberati dalle necessità di ogni genere, dalle appartenenze, dai bisogni, quando invece il dato, evidente a uno sguardo più profondo, è che proprio la recisione dei legami personali e sociali, l’ affrancamento dalle necessità materiali elementari, la liberazione dai significati rigidi, isolando l’uomo, lo rendono schiavo, nè più nè meno di quanto accadeva nella società dell’ antica Roma, laddove agli schiavi era negata la facoltà di stringere legami personali e sociali, e di avere così, attraverso essi, una vita compiuta.

 Nel momento in cui questa analisi organica ci restituisce una proposta parimenti organica, intorno a quella che è e deve continuare ad essere la pietra fondante di qualunque sistema umano, cioè la vita umana, ma anche una proposta ricca di sfumature, di significati, di ambiti in cui ci si può dar da fare, questo lavoro ci appare davvero come una ricca fonte d’ ispirazione.

Darsi da fare. Perchè?
E cosa c’entra la generatività con la politica, e con i sistemi sociali?
Senza dubbio, parlando di generatività il primo pensiero che viene richiamato alla mente riguarda la procreazione. Una azione ben precisa, da tempo ormai al centro del dibattito intorno ai diritti, consistente in un soggetto attivo e uno passivo.
Il genitore che dà la vita al figlio.

O no?

Forse questo è solo uno dei tanti equivoci in cui ci imbattiamo più di frequente nel mondo di oggi: che cioè, sia il genitore a dare la vita ad un figlio che la riceve, e non semmai, in parte, anche il contrario.
Siamo così di fronte ad uno dei principali squarci che gli autori aprono: la rimozione di ogni chiave di lettura unilaterale, quasi la negazione della dignità di ogni schema basato sull’ interazione tra soggetti ed azioni unicamente attivi e soggetti ed azioni unicamente passivi.

L’altro, fondamentale squarcio, da cui prende le mosse la trattazione di questo manifesto, consiste nell’ affermazione di una verità spesso negletta: che, cioè, la libertà in regime di costrizione sia profondamente diversa dalla libertà in regime di libertà.

E che questa nuova forma di libertà, inserita dentro il circuito potenza – volontà di potenza, ci renda più schiavi di prima, perchè schiavi di noi stessi:

bloccati sul nostro Io, giriamo a vuoto e finiamo prigionieri della ripetizione dell’ identico. Perché all’interno del circuito potenza-volontà di potenza essere liberi vuol dire avere un numero crescente di possibilità ed essere sempre aperti a raccoglierle.

Ecco quindi l’uomo contemporaneo, alle prese con il paradosso della società in cui vive: vivendo sempre e solo in potenza, lasciandosi cioè aperte tutte le possibilità, tenendosi sempre pronto a coglierle tutte, si costringe a vivere nell’ attimo fuggente, schiavo di se stesso, e di possibilità non ne coglie nessuna, perchè la scelta comporta il sacrificio delle altre. Secondo l’accezione odierna del termine sacrificio, cioè come restrizione della potenza, questo è un male, è la negazione di sè. Ecco un altro termine positivo liberamente tradotto nel suo contrario.

Libertà oggi, quindi, significa sostanzialmente libertà da sè stessi, dall’ autosufficienza.

Ma come, e dove combattere questa nuova “battaglia” di libertà? E contro chi, se è il caso di parlare ancora di “battaglia contro”?
Dopotutto, com’è ricordato, non c’è più una Bastiglia da prendere e distruggere e la secolarizzazione delle nostre società è talmente avanzata da poter arrivare a parlare di società post-secolari.

Diversi sono i piani su cui si gioca questa nuova battaglia di liberazione, perchè diversi sono gli ambiti in cui il circuito potenza – volontà di potenza si traduce in fatti concreti e condizionanti.
Si può anzi dire, con buona approssimazione, che l’intero mondo occidentale si esprima oggi secondo questa dinamica, con un paradigma sufficientemente ampio e ben spiegato; macchina, efficienza, decisioni, governabilità, taglio dei costi, deregolamentazione, intelligenza del mercato, velocità, digitalizzazione, tempo reale, connettività, connessioni, abbattimento delle barriere, potenza, libertà.

Le macchine ci danno la libertà, pare. O, piuttosto, la tecnica serve allo scopo dell’ aumento indefinito della potenza, cosicchè, divenendo noi schiavi della tecnica lo diventiamo anche della volontà di potenza, nostra e di altri, o per meglio dire degli effetti collaterali dell’espansione della potenza?

Nel momento in cui, grazie alla tecnica, ampie fasce di popolazione,si affrancano dalla necessità di costruire i beni che servono al soddisfacimento delle proprie esigenze primarie, forse non disimparano a fare, diventando così dipendenti da beni a basso consumo che non sanno più costruire ma solo comprare, precipitando quindi in una nuova, e più ambigua, forma di proletariato?

Spostando la questione su un terreno più evidente, i governi e i partiti, nel momento in cui, riconosciuto l’eccesso di democrazia, si affrancano e/o vengono affrancati dalla necessità di discutere le leggi, disimparano ad ascoltare i bisogni e diventano schiavi di chi invece quei bisogni è in grado, quando non di indurli, però di registrarli, raccoglierli, sintetizzarli e proporli come pacchetti di voti ottenibili ricorrendo ad una adeguata tecnologia e alla giusta strategia comunicativa.

Che cosa ci sia di vitale in tutto questo, ci sembra un po’ difficile comprenderlo.

Abbiamo parlato di induzione al bisogno: in effetti a un certo punto viene il sospetto che qualche cosa di terribilmente storto ci sia, nella ridondanza ad esempio della retorica dei diritti, che quasi pare difficile distinguerla dalla ideologia del consumo, da quella delle possibilità infinite, personali ed economiche, che la tecnologia e il mercato globale ci offrono.

Sembra quasi che facciano parte dello stesso grande discorso in cui chiunque abbia a disposizione un enorme centro commerciale, in cui dentro può trovare tutti i negozi di cui può aver bisogno: della politica, dell’ economia, della società, dell’ amore, del sesso, dell’ amicizia, del lavoro, ed altri ancora: e che all’interno di ognuno di questi possa trovare una gamma pressocchè infinita di opzioni, tutte naturalmente alla sua portata, come persona e come soggetto economico, e tutte disponibili alla sua libera e assoluta valutazione di massima corrispondenza ai suoi desideri.

Non so voi, ma io raramente mi sono sentito più a disagio delle volte in cui sono entrato in un negozio in cui avevo a disposizione una varietà immensa di camicie, di dischi, di film, di scarpe da calcio, di libri…

Perché non riesco a scegliere, e se non riesco a scegliere non riesco nemmeno a consumare.

Oppure, in qualunque negozio mi trovi (…) , finisco per consumare la prima cosa che capita, perchè il consumo fa comunque parte non solo dei bisogni ma anche, in una certa misura, di una legittima aspirazione alla libertà e al movimento che c’è in qualunque organismo vitale.

Ecco quindi che la misura, il desiderio, la scelta, il sacrificio, la propensione generativa, si contrappongono alla dismisura, alla logica del consumo fine a se stesso, in grado di rispondere, senza sopirli, alla bulimia e all’imperativo del godimento istantaneo, alla logica dei diritti avulsa da quella dei doveri, di qualunque tipo di diritti e doveri si parli.

Tornando alla generatività, e riportando i nostri discorsi dentro la proposta centrale di questo lavoro, avere dentro di noi gli strumenti e la volontà di fare, operando delle scelte, ci appare l’unico modo per dare vita a qualcosa o qualcuno, per noi e per gli altri. Qualcosa e qualcuno che sia oltre noi, diverso da noi, di cui non pretendiamo di essere origine assoluta ma un semplice inizio, come qualcun altro lo è stato per noi.

Per. Relazione.

Non si è genitori se non si è figli. Non si può generare senza essere generati, e non si può essere generativi senza esserne frutto. Il sistema astratto che descrive ogni aspetto della vita umana come il semplice accesso a diritti e libertà prima negati e ora accessibili secondo una linea continua di liberazione e di progresso, pare proprio negare la stessa natura degli uomini e dei sistemi che essi producono, dai più evoluti a quelli più elementari e basilari, come le relazioni personali e la famiglia.

Se si prova per un attimo a tirarsi fuori da questo meccanismo, ci sembra chiaro.

Chi di noi, figlio, si sentirebbe certo della durata nel tempo dell’ amore che il genitore gli riserva, se non fosse sicuro anche della sua origine? Se il genitore terreno fosse uno solo, il principio assoluto di tutta la sua esistenza, come si farebbe a non temerne ogni singolo malumore, ogni contrarietà, ogni sospetto accenno di follia?

Non c’è diritto che tenga. Non c’è garanzia, su questo, che non sia l’ origine della sua stessa vita, cioè quella volontà generativa (intesa, anche qui, non come atto istantaneo, ma come cura nel tempo) di due persone, in relazione tra di loro, ma diverse tra di loro, che siano “costrette” a rinunciare continuamente alla loro assolutezza per mettersi in relazione con l’altro intorno al medesimo progetto, con quella speranza che, per dirla con Ernst Bloch, consiste nella capacità di vedere ciò che non è ancora realizzato e farne la guida dell’azione.

Azione fatta non da individui perfetti e assoluti, ma inclini alle cadute, fallimenti, lontani dalla perfezione e tutt’altro che già realizzati; persone in fuga dalle tentazioni alla unilateralità.

Ed è questo il filo conduttore del lavoro di oggi: una continua tensione positiva tra attività e passività, che spiega la generatività con il concetto della deponenza, prendendo ad esempio la forma, rimossa anche linguisticamente oltre che come significato, dei verbi deponenti latini, verbi dalla forma passiva e dal significato attivo.

Ricevere la vita e darla a nostra volta, nascendo a vita e cambiando quella dei genitori. E darla e riceverne di nuova a nostra volta.

Niente, ci pare, al di fuori di questo schema elementare, garantisce nè l’essere figli nè tantomeno l’essere genitori.

Ma nemmeno, l’essere cittadini, l’essere lavoratori, l’essere uomini.

Il quadro è, insomma, chiaro: nel momento in cui rifiutiamo il meccanismo potenza-libertà di potenza sul quale è costruita l’intera società contemporanea, che proprio mentre li afferma come irrimediabilmente e definitivamente separati, coinvolge invece tutti gli ambiti della vita non solo privata, ma anche pubblica, allora ci apriamo a considerare, o ri-considerare, un mondo originale in cui è possibile portare a termine un percorso di libertà; che, partendo dalla libertà da- e attraverso la dolorosa ma potenzialmente fruttuosa gestazione dell’epoca attuale, quella della libertà di-, giunga a una nuova forma di vita umana basata sulla libertà per-.

Non possiamo essere liberi oggi, cioè, se non siamo liberi per-. Nè essere generativi senza esserlo per gli altri e non -o non solo- per noi.

Una chiave di lettura che pare discostarsi in maniera decisiva, ma propositiva e non reattiva, dalla mera logica dei diritti individuali, delle potenzialità infinite, della potenza indefinita.

Gli altri.

Perchè, se ripartiamo da Aristotele e della sua concezione dell’ uomo come animale sociale, rappresentano contemporaneamente il limite e la realizzazione della nostra libertà.
Gli altri, perchè tenerne conto è una necessità da sintetizzare con l’ insopprimibile desiderio di movimento connaturato alla libertà.
Arrivare a questa sintesi appare essere una necessità non prescindibile.

Ci siamo fin qui limitati ad introdurre i punti di partenza e i fili conduttori del lavoro di oggi, calandoli a tratti (perdonerete il passionale coinvolgimento) nel nostro personale vissuto.
Lasciamo invece alla profondità e alla sensibilità dell’ autrice di riportarci sul pezzo, di scendere in profondità negli strumenti teorici e linguistici, nel bagaglio di significati riscoperti e recuperati, nella consapevolezza di fallimenti e capacità, e indicarci verso dove, verso quale tipo di vita personale, di società e di organizzazione democratica (o demo-archica), di mondo, possiamo incamminarci nella logica della speranza e nello spirito della generatività.

Trascrizione delle relazioni di Chiara Giaccardi e Mauro Magatti

Chiara Giaccardi

Intanto, grazie per questa che era ben più di una introduzione, era veramente una rilettura di una serie di passaggi per noi importanti, quindi ti ringrazio anche di averli illuminati attraverso la tua esperienza. Sono venuta con Mauro, perché insieme abbiamo scritto questo libro e poi perché oggi io sono un po’ a mezzo servizio per via dell’influenza, quindi ho bisogno di una spalla, assolutamente. Chiedo scusa in anticipo della mia scarsa lucidità, però ci tenevo a onorare questo impegno perché crediamo molto in questo inizio che insieme ad altri, anche grazie ad altri, abbiamo avviato e che richiede però che tante persone che si riconoscono in questa pista, che naturalmente non abbiamo aperto noi, ma che abbiamo cercato di rendere più visibile, ecco, è importante trovarsi insieme, parlarne insieme e mettere in moto dei processi nei diversi contesti.

Mi viene in mente una citazione di Shakespeare, che mi sembra molto appropriata alla contemporaneità, quando lui dice “times are out of joint”,“i tempi sono disconnessi”; viviamo in un presente che è smemorato, che si focalizza su un istante che sembra sempre sganciato da un prima e da un dopo, si naviga a vista, non ci si impegna. Allora, questa disconnessione è qualcosa che da una parte ci disumanizza, dall’altra ci condanna a una sorta di stagnazione, di ripetizione dell’identico. Il negativo è fin troppo evidente, non stiamo così ancora a lamentarlo, il paradosso della contemporaneità è quello che Maria Zambrano definisce bene come il vuoto di una libertà puramente negativa, cioè una libertà che esiste soltanto se rimane virtuale, perché nel momento in cui io scelgo qualche cosa, e quindi taglio fuori qualche caso, perché scegliere significa tagliare, allora riduco l’ambito delle mie possibilità e nella contemporaneità più libertà uguale a più possibilità, più potenza da realizzare. Potenza che però, nel momento in cui si realizza, si depotenzia e quindi è veramente un paradosso, una trappola della libertà contemporanea.

Lo diceva già Pasolini che certamente non era un moralista negli anni Settanta, quando diceva: io dico questo, chi pretende la libertà poi non sa che farsene. Non sa che farsene, perché non può farsene nulla, di quel tipo di libertà, di quella libertà che esiste soltanto come infinito gioco delle possibilità che devo lasciare se possibile aperto.

In questo negativo mi viene in mente un’altra citazione di Calvino, molto famosa, da cui parto invece per vedere cosa si può fare. La citazione è quella sull’inferno: lui dice l’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà, se ce n’è uno è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme; due modi ci sono per non soffrirne: il primo riesce facile a molti, davvero riesce facile a molti, accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui, cercare e saper riconoscere chi è che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno e farlo durare e dargli spazio.

Il modo che noi seguiamo, e quando dico noi dico noi, non dico loro, gli altri, i cattivi, è quello di immergerci talmente tanto nella realtà che abbiamo intorno da non vederne più i limiti, da andare appunto seguendo la corrente. La nostra politica è un po’ questa, cioè ormai l’inferno è quello, o ci battiamo il petto tutti i giorni, o ne facciamo parte e così non lo vediamo più. Ecco, questa non è la strada.

Calvino riconosceva la necessità di dare visibilità e durata a ciò che non è inferno; forse possiamo fare un passo di più, abbiamo cercato di fare un passo di più, non soltanto ciò che non è inferno, ma ciò che è un anticipo di pienezza, un anticipo di paradiso se possiamo chiamarlo così, o comunque un seme di umanità che ci fa intravedere semplicemente un non negativo, ma un positivo da poter far fiorire. Nello stesso tempo però liberandoci dall’ansia, dall’ossessione del modello, della città ideale da cercare di realizzare, appunto dall’utopia da rendere concreta. Anche questo rapporto tra ideale e reale, tra modello e realtà forse non è quello che ci serve oggi, forse il metodo deve cambiare e deve essere un metodo induttivo, un metodo che riconosce in ciò che c’è un positivo imperfetto che però può essere fatto crescere. E ha già una sua bellezza: se non ci sappiamo dire che esiste qualcosa di bello, oltre qualcosa di brutto il che è evidentissimo, allora forse è difficile sperare, è difficile mettere in moto dei processi virtuosi.

Allora che cosa c’è di bello, di positivo imperfetto da cui possiamo ripartire? Con Mauro ci siamo risposti, appunto dopo aver vissuto una certa porzione di vita e una serie di esperienze lavorative, familiari, professionali ed esistenziali, qual è non soltanto il non inferno ma quell’anticipo di paradiso che abbiamo conosciuto? E la risposta che ci siamo dati è stata: generare, che è un’esperienza di tutti, non è soltanto l’esperienza della genitorialità biologica. Noi abbiamo, io ho partorito cinque figli e dunque questa esperienza l’ho vissuta, assaporata, gustata e ripetuta perché l’avevo trovata veramente illuminante.

Però non è solo questo; questo è un ingresso, è un affaccio a questo tipo di esperienza, ma l’esperienza di generare è di tutti. Tutti noi abbiamo generato qualcosa. Che cosa significa generare? Poi lo dirò meglio, però significa scommettere la propria vita su qualcosa, fare esistere qualcosa non soltanto perché ci restituisca la nostra immagine come uno specchio, ma perché metta qualcosa di nuovo nel mondo attraverso di noi e al di là di noi.

Allora questo movimento è un movimento che tutti conosciamo e che si realizza nelle cose piccole e nelle cose grandi, nell’educare i propri studenti se si è un docente che cerca di accendere questa scintilla, questa passione per la conoscenza, o nel costruire bene qualcosa se si è un artigiano mettendo tutto il proprio saper fare, la competenza, la tradizione che abbiamo ricevuto in qualcosa che possa durare oltre di noi, nel mettere in piedi un movimento, nello scommettere su un corso di formazione politica che può appunto aiutare le persone a fare un cammino, tutto questo è generare.

Allora è un’esperienza di tutti. È un’esperienza che ha a che fare intanto con l’alterità, perché noi viviamo in un contesto in cui l’altro va bene se è a distanza, va bene se mi posso disconnettere, va bene se lo posso assimilare, tirare dalla mia parte, va bene se lo posso invece allontanare come nemico che mi restituisce la mia identità, di un noi contro un loro. Però il rapporto con l’alterità è un rapporto molto problematico nella contemporaneità, mentre invece, come diceva anche Luca Caputo nell’introduzione, per generare l’altro ci vuole perché senza l’altro non si genera, molto semplicemente. Ma non soltanto i figli, e anche se lo faccio, se vado a prendere la provetta, lo sperma, lo spermatozoo è sempre di qualcun altro. Anche se sono un insegnante che insegna, la mia capacità di fecondare i miei studenti con il seme del sapere è perché io ho ricevuto un’eredità di pensiero, di passione che posso a mia volta trasmettere. E nel generare, l’altro c’è sempre. C’è l’altro che viene prima e c’è l’altro che sta davanti e che viene dopo, che verrà dopo. Non soltanto io e tu del presente, dell’istante, ma anche il loro delle generazioni che verranno.

Quindi il tema dell’alterità è costitutivo al tema della generatività e questo ci costringe anche a rivedere il nostro immaginario della libertà. Mi piace citare Yoel Ben-Assaiag quando mette in discussione la definizione più comune, e secondo me più stupida, che c’è dell’idea di libertà, ovvero la mia libertà finisce dove comincia la tua. Dice Ben-Assaiag nell’epoca delle passioni tristi: la mia libertà non è ciò che finisce laddove comincia quella dell’altro, ma anzi comincia dalla liberazione dell’altro, attraverso l’altro. In questo senso si potrebbe dire che la libertà individuale non esiste ed esistono solo atti di liberazione che si connettono agli altri. Allora la mia libertà non esiste se non c’è l’altro in due sensi: il primo perché è l’altro che mi libera da me stesso e senza questa relazione faticosa, frustrante, impegnativa e dolorosa, tante volte, io non posso essere libero, perché sono schiavo del tutto intorno a me, schiavo dei miei limiti, dei miei traumi, delle mie coazioni a ripetere, quindi l’altro è chi mi aiuta a venir fuori dalla prigione di me stesso. Ma poi non posso essere libero se gli altri attorno a me sono schiavi, così come non posso essere felice se gli altri attorno a me sono nella sofferenza.

E dunque la mia libertà ha come condizione la libertà dell’altro, non come il suo limite E questo è un modo, come dire, è una rivoluzione copernicana necessaria nella nostra idea di libertà. Anche perché ridefinisce gli stessi spazi del nostro vivere sociale; cioè io ho bisogno dei miei spazi e l’altro invade i miei spazi. C’è veramente tutta una geografia della relazionalità con l’altro che è schiava di questo modello asfittico e di libertà. Chi vive in una famiglia sperimenta il fatto che lo spazio si allarga se fai entrare più persone e se invece ti preoccupi di proteggere il tuo perimetro, il tuo perimetro è sempre troppo stretto e avresti bisogno di sempre più spazio. Ed è l’altro che dilata il mio spazio, non che lo restringe, non che lo rende soffocante.

Allora la generatività è l’unico modello che ci è parso di riconoscere, alternativo alla stagnazione che è quella sterilità ripetitiva che caratterizza la società occidentale decadente contemporanea. Il termine viene da uno psicologo, Erik Erikson che lo riferiva allo sviluppo della personalità individuale, ma che si può intendere, come con Mauro abbiamo cercato di fare, alla lettura del mondo sociale. Erikson diceva: quando si è giovani, quando si è adolescenti si prende, si prende tutto, appunto si ha fame di esperienza, di intensità, poi quando si diventa adulti si comincia a dare. O meglio, ci sono due alternative. O rimanere in questo stato appunto di consumo perenne della realtà che abbiamo intorno, e questo è lo stato di stagnazione in cui semplicemente riproduciamo un sistema, oppure si diventa generativi, cioè ci si mette, si decide di dare oltre che, avendo preso e continuando a prendere, si decide anche che è il momento di dare e si innesta un circuito virtuoso senza il quale appunto la società è stagnante, senza il quale, come dice lo psicanalista Luigi Zoja, siamo tutti dei lattanti psichici attaccati al biberon di quello che ci fa stare bene ma rompendo quel circuito vitale tra ricevere e dare e rimettere in circolo.

E lo diceva S. Agostino: la società umana si stringe in unità dando e ricevendo reciprocamente. Se noi rompiamo questo circuito vitale del dare e del ricevere, limitandoci a consumare e a prendere, non possiamo nemmeno costruire, sperare di costruire, un mondo sociale, unito, un mondo in cui potere stare assieme. Quindi la generatività è la capacità, secondo Erikison, di mettere in gioco la propria libertà al di là di se stessa e diventando così capaci di generare.

Non c’è una terza via, secondo noi, tra generatività e stagnazione, posto che la generatività è un paradigma antropologico che ha moltissime declinazioni possibili, non è un modello da calare nella pratica, è una matrice che può appunto mettere in movimento processi anche molto diversi in ambiti differenti.

Concludo questo mio intervento per passare poi la parola a Mauro, cercando di mettere a fuoco alcuni di questi elementi, alcune di queste matrici che sono matrici di significato, matrici, come dire, di dignità, ma anche matrici politiche, in un certo senso, che possono essere generative di nuovi modelli, di nuove forme, di nuovi legami che ci possono far stare insieme in un modo diverso da quello che conosciamo.

Noi abbiamo definito questo paradigma della generatività con due modi e quattro verbi, quindi con due modalità e quattro tipi di azione. Luca Caputo ha già accennato qualcosa, ma mi sembra giusto ritornarci sopra perché le parole sono importanti e la riflessività è importante; cioè mettere a tema le nostre azioni per capirne il significato e per rilanciare la parte bella di questo significato.

Le due modalità dell’azione generativa sono la transitività e la deponenza. La transitività è quella apertura in avanti e all’indietro, appunto quell’apertura che ci rende capaci di ricevere l’eredità di chi ci ha preceduto, di ricevere l’altro che ci feconda in qualche modo; però è un’apertura anche in avanti che si traduce appunto in questo passare la tradizione, la vita, l’esperienza attraverso di noi perché possa andare oltre di noi. E questa transitività è anche una intertemporalità che è ciò che si è interrotto nel time out of joint della contemporaneità, dove vale solo un istante disconnesso dall’altro. La transitività è il ricevere e il dare, ma è anche il prima e il dopo, il passato e il futuro, l’eredità e la promessa, la fedeltà e la speranza… Sono tutte costellazioni di significato che hanno a che fare con questa dimensione in cui noi siamo protagonisti, ma in cui, come dire, tutto viene prima e tutto va anche oltre noi stessi. Siamo invece abituati a forme d’azione intransitive in cui io faccio qualcosa perché mi ritorni un profitto, in cui non mi importa di chi verrà dopo, sfrutto una situazione per massimizzare il vantaggio nell’istante. Non mi importa se qualcuno è morto perché fossi libero e mi gioco la libertà in questo modo. Non mi importa di chi verrà dopo e in che mondo si troverà. Ecco la transitività è questa consapevolezza dell’intertemporalità che è la condizione della responsabilità, che è la condizione della gratitudine e che è la condizione della speranza.

E poi la deponenza che è l’unica alternativa alla potenza; la deponenza non è impotenza, non è rassegnazione, ma è consapevolezza che ogni nostra azione è impastata di qualche cosa, come dire, che non abbiamo scelto, con cui dobbiamo fare i conti, che magari non possiamo modificare, ma ciò nonostante con una nostra iniziativa che è irrinunciabile, consapevole del proprio limite, ma nello stesso tempo irrinunciabile.

Allora così come questa forma che giustamente, come ricordava Luca Caputo, non a caso è stata dismessa, i verbi che hanno una forma passiva e un significato attivo. Sequor, per esempio, seguo, noi lo vediamo come passivo, mi metto come la pecora nel gregge, ma in realtà io seguo qualche cosa perché penso che valga la pena mettermi a questa sequela, e non uso a caso questa parola. Allora seguire è attivo o passivo? È attivo e passivo, e così è ogni nostra azione che è impastata di attività e passività. Misconoscere la passività intrinseca a ogni nostra azione è cadere nel delirio di onnipotenza che ci rende poi ciechi a un serie di cose. Misconoscere la dimensione attiva ci rende rassegnati, cinici, alla fine ci va bene, non ci posso far niente, tanto vale massimizzare. Quindi la deponenza è l’unico antidoto, secondo noi, al modello della potenza ed è un modello alternativo positivo perché appunto rifugge della tentazione della rassegnazione e dell’impotenza,

E i quattro verbi, lo dico brevemente poi li tratterà Mauro, che sono quattro modi dell’azione che devono sempre stare insieme perché sono veramente un paradigma, nel senso letterale del termine, della generatività e se anche soltanto uno di questi movimenti viene meno, tutto il percorso rischia di diventare antigenerativo. E questi quattro verbi sono: desiderare, mettere al mondo, prendersi cura e lasciare andare. Questi quattro verbi li possiamo applicare all’ambito della vita familiare, all’ambito del mondo delle imprese, all’ambito della politica e sono quattro movimenti antropologicamente costitutivi, che ci caratterizzano come essere umani, perché l’essere umano è l’unico che desidera, noi non abbiamo un istinto che ci dice cosa dobbiamo fare, abbiamo però un desiderio che ci aiuta a trascendere continuamente le condizioni contingenti, l’angustia del dato e che ci fa desiderare appunto, che ci fa tendere verso qualcosa di più grande ed è ciò che ci tiene in movimento.

Mettere al mondo è un atto necessario perché se continuiamo a desiderare senza mai tradurre questo desiderio nel fare esistere qualche cosa, nello scommettere la nostra vita su qualche cosa, rimaniamo un po’ così nel mondo delle nuvole e alla fine anche un po’ patetici. Mettere al mondo è sempre un atto esaltante perché fai esistere qualcosa che prima non c’era e questo è un segno anche della nostra potenza, della nostra capacità appunto di fare esistere, di realizzare, di creare qualche cosa.

Ma non è ancora una volta sufficiente perché se noi non ci prendiamo cura di ciò che abbiamo messo al mondo questa cosa muore, si spegne o diventa rachitica, diventa un’altra cosa. E prendersi cura e far durare è il movimento più faticoso che ha a che fare con il tempo, e non soltanto con l’istante, ma è anche il movimento della reciprocità in cui non semplicemente noi dobbiamo prenderci cura, ma noi, prendendoci cura dell’altro, di qualcos’altro, ci prendiamo cura di noi stessi, nella reciprocità di questo movimento, che è un movimento di contatto, di contiguità, di familiarità, di consuetudine, coltiviamo la nostra umanità.

Ma poi c’è l’ultimo movimento che è fondamentale ed è così difficile da vedere intorno a noi, che è quello di lasciare andare. È un movimento faticoso per tutti perché quando abbiamo fatto esistere qualcosa ci dispiace lasciarlo andare perché abbiamo paura che poi diventi qualcos’altro, che gli altri non lo sappiano appunto far durare, che senza di noi questa cosa morirà. E questo vale per le madri che non lasciano andare e non departoriscono i loro figli, non li mettono mai veramente al mondo, ma vale anche per i politici che non lasciano il loro posto a qualcun altro, per i presidenti delle varie cose che hanno l’età oltre 90 anni, 130 anni e pensano che loro non se ne possono andare se no… che stanno lì per il bene degli altri. Magari stare lì, ma stare lì con un altro ruolo, affiancando un giovane, insegnandogli quello che hanno imparato, lasciando andare, passando il testimone. Ecco questo è il movimento senza il quale anche quello che abbiamo messo al mondo è destinato a morire

A questo punto faccio intervenire l’altra metà. Grazie.

Mauro Magatti

L’amico Massimo Recalcati ha scritto su Repubblica, recensendo il libro, che c’era il rischio di slittare nel moralismo. Massimo Recalcati è un caro amico e ha fatto finta di non capire il punto, ma tra l’altro anche lui ha usato, varie volte, libertà generativa. Questo non è un discorso moralistico, non c’entra niente, diciamo così, essere buoni o essere cattivi, il discorso non è impostato in questa chiave. Il discorso è impostato invece nella forma della critica all’idea di libertà contemporanea, che è un modello iper-individualistico, iper-immanentistico, schiacciato sul tempo presente. Questo è il tema, a partire dall’idea che in un’epoca di democrazia, di libertà, il pensiero della libertà è il luogo del potere. Cioè se tu definisci la libertà in una democrazia avanzata hai il controllo della situazione. Quindi sull’idea di libertà, avendo noi dietro alle spalle alcuni secoli di costruzione di condizioni di libertà, si gioca la partita.

Quindi, il nostro sforzo è quello di provare a produrre qualche elemento che riapra un po’ la questione, perché quello che è successo dagli anni Sessanta in avanti non è stato solo il posterismo, è stato anche tutta l’ideologia dei diritti di sinistra, si è consolidato ormai in questa concezione appunto iper-individualistica e iper-immanentistica schiacciata tutta sul tempo presente. La crisi della famiglia è che noi abbiamo, in questa connessione tra libertà di potenza soggettiva e sistema tecnico, perché qui la cosa si vede plasticamente, che abbiamo prima sganciato il sesso dalla riproduzione, per cui si fa sesso e non si riproduce, e negli ultimi dieci anni, e sempre più radicalmente, stiamo sganciando la riproduzione dal sesso, cioè c’è un doppio sganciamento.

E l’ideale, tra virgolette, che ci viene proposto è che noi immaginiamo una società di singoli individui, che saranno organizzati, anche per quanto riguarda la relazione sessuale, la riproduzione e tutto il resto, da sistemi tecnici sempre più efficienti e quindi ci si immagina una serie di individui che necessariamente saranno neutri, perché potrai essere qualunque cosa in qualunque momento, organizzati da sistemi tecnici sempre più efficienti e sempre più potenti. Cioè questo, che aveva citato Luca Caputo, potenza e volontà di potenza, è un’dea delirante perché questo processo di individualizzazione di libertà, che tanti meriti ha avuto, sta prendendo una piega, diciamo così, che con i meriti del benessere e di tante cose, per carità la tecnologia è una cosa buona, non è quello lì il punto, ma sta prendendo una piega estremamente pericolosa.

Leggetevi, perché nel libro non c’è, ne parlavamo anche adesso scendendo in macchina, questo circuito potenza-volontà di potenza è la realizzazione storica dell’etica di Spinoza, leggetevi l’etica di Spinoza che non a caso si intitola Ethica, e c’è tutta la lettura del nostro tempo, proprio pari pari. Perché Spinoza dice: l’essere è l’esistente, non c’è un’essenza, un dover essere qualche cosa, l’essere è l’esistente che si dà. L’essere cosa vuole essere? L’essere vuole essere, cioè vuole essere potente, vuole più vita. Prima di Nietzsche lo dicevano in maniera molto più sofisticata e dunque si può fare qualunque cosa laddove c’è più vita, perché l’essere semplicemente vuole più se stesso. E l’essere è quello che c’è, noi stiamo realizzando questa cosa qua.

Per cui dici: la famiglia è il modello naturale, lo sappiamo, ma che vuol dire? Ci dovrebbe essere un’essenza, per citare invece S. Tommaso, a cui i nostri rapporti dovrebbero tendere. Ma no, non c’è un modello naturale di relazioni, c’è il fatto che io questa sera voglio uscire con quella donna lì e ci vado, punto e finito. Oppure voglio un figlio, e non lo posso avere, oppure c’è una relazione omosessuale. Lo cito questo tema perché la questione lì la si vede bene, ma è un problema che va bene al di là del tema della famiglia, dei cittadini.

Allora, il nostro sforzo, tentativo, proposta, suggerimento, quello che volete voi, molto umile e molto modesto, è di dire: com’è che tu ti confronti con questa roba qui? Opponendoti? Dicendo tratteniamo la potenza? È impossibile. Voi capite anche il fondamentalismo che cos’è: il fondamentalismo è l’altra faccia della stessa moneta, è veramente l’altra faccia perché il fondamentalismo è, come dire, questa opposizione esplicita a questo delirio di onnipotenza. Le due cose sono letteralmente l’una l’opposto dell’altra.

Allora, come dire, noi non pensiamo assolutamente, perché cadremmo nel delirio dell’onnipotenza, di aver trovato la risposta: è un contributo alla riflessione. Allora, è questo paradigma della generatività, che come Chiara ha detto, cerca di esplorare, di trovare un punto di ingresso, diciamo, nella relazionalità costitutiva del nostro essere. Questo è il punto, diciamo, che traduce l’idea che noi siamo dentro la vita, non padroni della vita. Poi, in fondo, è questa la questione: che noi come esseri umani capaci di agire sia a livello individuale che collettivo, siamo dentro la vita, e non ne siamo i padroni. Chiudiamo il libro dicendo: di fronte a questo tema della potenza bisogna riaggiornare destra e sinistra, progressisti e conservatori, noi proponiamo la schema prepotenti, quelli che si intestano direttamente la vita, e deponenti, quelli che non disprezzano il progresso, l’avanzamento, lo sforzo, ma si pongono costitutivamente in relazione; l’altro, il passato, il futuro, la vita, cioè si va avanti, ma si va avanti con il passo della relazione. I deponenti, diciamo così, contrapposti ai prepotenti. (Il ritmo salutare della prossimità, se posso citare papa Francesco, dice Chiara Giaccardi.)

Quindi questa è la prima considerazione; cioè questo non vuole dire, il nostro tema non è: bisogna essere generosi, generosi è la stessa parola di generativi, ma non nel senso che è brutto e bisogna essere buoni, no, noi stiamo cercando di dare un’altra risposta.

Secondo passaggio: consumare che è una cosa buona, il consumo è qualcosa fuori di noi che lo mettiamo dentro, e noi ci arricchiamo; voi qui state consumando, attraverso l’udito, diciamo, state consumando. Cioè non è che il consumo sia una cosa da demonizzare, il consumo è una cosa buona, è la modalità attraverso cui l’uomo prende la realtà esterna e se la mette dentro. Per chi è cattolico addirittura, il rito fondamentale del cattolicesimo, che è la comunione, è un consumo, cioè addirittura lì si mangia e si dice: siamo il corpo di Dio. Perché è importante consumare. Il problema è che noi abbiamo costruito… Nel libro c’è una citazione fondamentale: nel 1927 Paul Mazur fondatore della Lehman Brothers dice: bisogna costruire la strada dei consumi, cioè far sì che gli uomini e le donne imparino a consumare, a desiderare; un conto è il consumare come atto antropologico, abbiamo costruito la società dei consumi, cioè abbiamo fatto le vetrine, abbiamo fatto la pubblicità, abbiamo fatto i centri commerciali, abbiamo fatto la carta di credito, abbiamo costruito la società che ha esasperato, accentuato quel movimento del mettere dentro. E il consumo è diventato ossessivo.

L’unica cosa che negli ultimi decenni ci è stato detto di fare è di essere liberi e consumare, perché è il solo consumare che ti aumenta la potenza, questo ci è stato detto, perché solo attraverso quell’atto dell’appropriarsi che deve essere sempre rinnovato, per cui un atteggiamento esplorativo… senza pensare che io abbia quella fissa lì, non sono entrato nel Movimento per la vita, perché non ho niente contro il Movimento per la vita, ma non è quello. Cioè i nostri ragazzi non si sposano perché dentro questa mentalità del consumo non ha senso sposarsi, ma proprio non ha senso. Loro hanno ragione: perché io devo promettere fedeltà, io sono sposato da trent’anni con mia moglie, voi mi capite, è una roba fuori di testa, ma perché devo promettere fedeltà a una ragazza che mi piace, con cui sto bene, ed è del tutto sicuro che io e lei incontreremo nel corso della vita una persona migliore di lui o di lei? Ma è sicuro, è garantito che in quel momento mi piacerà di più, mi darà più stimoli, è sicuro perché se la mentalità è quella lì del consumo, non ha nessun senso prendersi un impegno.

Il paradosso che diceva Chiara e lo diceva anche Luca Caputo. per cui la libertà, se io ti scelgo non sono libero, che è un paradosso, perché l’unico modello di libertà che ci è stato proposto è essere sempre potenzialmente liberi, cioè bisogna essere sempre disponibili a qualunque cosa ti capiti nella vita, perché se no non sei più libero e quindi una libertà che implode su se stessa. Ma è evidentissima nella nostra società questa cosa. Il consumare è un movimento antropologico, il generare… una volta c’è stata la cultura del lavoro, il lavoro come capacità di manipolare la realtà, è la stessa cosa ma ripresa e allargata perché il lavoro in fondo è solo un’espressione del generare, così come l’imprenditore, così come il genitore, così come l’artista, quindi è un’idea più ampia. Ecco, il consumare è un movimento speculare del generare, cioè noi ci arricchiamo mettendo dentro, ma ci arricchiamo e ci realizziamo mettendo fuori, punto. È questo, quindi non è che bisogna essere buoni, se mettiamo fuori non è che siamo buoni, abbiamo tanta necessità di mettere dentro, quanta necessità di mettere fuori, la nostra umanità sta in questo equilibrio. Quindi non c’entra niente, ci siamo convinti che se è tutto questa cosa qui va in un discorso morale, no, non è un discorso morale, con buona pace del mio amico Massimo Recalcati. Non c’entra niente. Certo che se Lacan è il solo desiderio che non puoi neanche nominare, e va bene, allora ciao. Perché Lacan che Recalcati un po’ addomestica, diciamo così, sta molto alla base ed è molto collegato al ragionamento di Spinoza. Se il desiderio non lo puoi neanche nominare, alla fine è come un motorino che gira sempre a vuoto su se stesso, perché il piccolo problema di Lacan è questo, ma insomma va bene.

Ma il generare è quindi semplicemente questa nostra facoltà di mettere fuori. Allora già ho detto che noi interpretiamo, diciamo sul piano politico, ci piace dire che progressisti, conservatori, destra e sinistra per tanti versi, che poi si definiscono sempre perché sono una relazione, ci piace parlare di deponenti e prepotenti: questa è una proposta politica. Qual è un criterio per giudicare politicamente le proposte? I prepotenti e i deponenti, diciamo così. Poi chiaramente, non è che il prepotente è chi appunto afferma la propria posizione politica, il proprio rapporto con il mondo, una certa concezione dell’economia in senso prepotente appunto, come affermazione di sé e del proprio punto di vista.

Il secondo passaggio è che come è stata costruita nel XX secolo la società dei consumi, si può e si deve costruire la società della generazione, della generatività, ma non nel senso che bisogna imporre alla gente di diventare generativi, come se fossimo diciamo così una nuova Unione Sovietica, ma perché è del tutto evidente che se lo vedete dal punto di vista economico quello che è successo dagli anni Ottanta in avanti, la finanziarizzazione, cioè la società dei consumi s’è saturata già negli anni Settanta: cioè pensare di reggere l’economia consumando, che è stata un’idea molto acuta, cioè com’è che facciamo a mandare avanti l’economia? aumentando i consumi, era giusto, se no a chi vendiamo i prodotti, insegniamo (il buon Paul Mazur che scriveva su Wall Street Journal) che bisogna educare, mettere in condizione attraverso i salari, tante persone a diventare consumatori, così sosteniamo l’economia. Un’idea geniale. Peccato che negli anni Settanta era già finita la storia in Occidente.

La crisi degli anni Settanta è dovuta a vari fattori e uno dei fattori era che il circuito era già saturato: avevamo venduto le automobili, i frigoriferi, avevamo fatto le strade, non c’era più nulla da vendere, l’economia in recessione. Quello che è successo dopo è stata la risposta a quella crisi lì, cioè abbiamo esteso il modello, la deregulation, la globalizzazione, abbiamo cercato da una parte nuovi consumatori, abbiamo detto che consumare non era solo comprarsi la lavatrice, ma era comprarsi la lavatrice con 74 cose che ti facevano fare chissà che cosa; non era il consumismo banale dei beni, ma era anche il consumare le relazioni, il consumare le esperienze; abbiamo reso il consumo un po’ più etereo, diciamo, abbiamo detto: perché consumi sta gente facciamogli pagare un po’ meno i prodotti e quindi andiamo a produrre dove costa meno la mano d’opera. E la finanzializzazione è stata la droga che ha tenuto tutto questo sistema. Cioè gli ultimi trent’anni sono un’esasperazione della società dei consumi, dell’economia dei consumi.

Ho detto prima che il consumo è un bene, non sono per la decrescita, ma voi pensate che nel 2015, nel 2020, nel 2025 in Occidente, per quanto sia importante la domanda interna, che quel modello potenza-volontà di potenza deprime perché produce disuguaglianza evidentemente, e tra l’altro la ricchezza si concentra. Va bene ci sono questi problemi. Ma voi pensate che la nostra crescita economica in Italia, in Germania, in Francia si fonderà sui nostri consumi interni? Cioè la nostra speranza di crescita economica segue i consumi come negli anni Cinquanta o Sessanta? Ma lo pensate sensato? Che una distribuzione corretta sostenga la domanda, che la domanda interna di consumi resti una componente importante di un’economia sana, per quanto mi riguarda non c’è dubbio, ma voi pensate che noi possiamo immaginare una crescita economica badata sui consumi?

Siamo vecchi, e già questo è un problema come fare consumare un settantenne, un ottantenne; come dire, è noto che un settantenne, un ottantenne, comunque sia, consumerà meno del ventenne o del trentenne. Quindi abbiamo un problema demografico, prodotto dal benessere, abbiamo un problema per il fatto che abbiamo accumulato consumo e tante cose le abbiamo lì. Le case, dove cavolo costruiamo le case? Cosa facciamo? Le strade, le macchine? Quindi abbiamo bisogno di una nuova idea di crescita. Ripeto, ci sono margini legati al consumo sia nella distribuzione interna, sia considerato che ci saranno altri consumatori in giro per il mondo, altre persone, altri uomini e donne, che diventeranno consumatori ai quali potremo anche vendere i nostri beni che produciamo, ma capite che c’è una domanda, che è la domanda che ci fu negli anni Settanta e che questa crisi pone al di là del metadone che stiamo usando adesso.

Adesso, gli Stati Uniti sono andati meglio di noi perché dopo l’eroina hanno usato il metadone e anche noi, adesso anche l’Europa, finalmente, si decide a usare il metadone. Cioè, se produci eroina e interrompi l’uso dell’eroina, succede un casino, meglio usare il metadone per un po’ di anni. Poi c’è il problema del quantitative easing di metadone; cioè lo stato che somministra, diciamo così, in maniera relativamente controllata il metadone. Naturalmente, nessuno sa esattamente cosa succede dopo. Non lo sa nessuno. Oltre ai rischi di bolle, di uscita dai quantitative easing, ma c’è il problema di dire: va bene, ma per quanto tempo si va avanti col metadone? Cioè, il governo americano acquista tipi di tossici fino a quando? Come dire, verrà un punto in cui ci sarà un problema di stabilità di tutto il sistema. Ma lasciamo perdere.

Dunque, il problema è: qual è la prossima crescita economica? Dentro il libro c’è un’idea, c’è una concezione di superamento della società consumistica in positivo, che è la società, diciamo così, in cui gli uomini e le donne, come dire, non solo producendo beni, ma anche producendo beni, le democrazie avanzate, le economie avanzate, avranno a che fare con la capacità di produrre valore. Cosa vuol dire produrre valore? Produrre qualità, qualità nella nostra relazione, qualità in ciò che facciamo, qualità delle persone, qualità delle nostre città, perché la produzione di valore renderà le comunità, prima di tutto le renderà prospere, le renderà capaci di offrire merci e servizi al resto del mondo e sarà interessante per tutte, gli individui, le risorse finanziarie, tutto quello che volete voi, come dire che in giro per il mondo cercano dei luoghi in cui questa qualità viene prodotta.

Ma produrre valore è diverso dal consumare valore; cioè l’idea di fondo è che la società della generazione di valore, chiamiamola così, va pensata e va infrastrutturata esattamente come nel secolo scorso abbiamo pensato e infrastrutturato la società dei consumi. Perché la società dei consumi è stato un progetto, è stata costruita con delle istituzioni economiche e politiche ben precise. Allora, se noi non riusciamo ad avere una capacità di immaginazione politica che articoli, renda socialmente e politicamente rilevante, premi questa attitudine generativa, è chiaro che, come dire, questo discorso che si fa resterà latente. Cioè, ci sono dei sociologi americani che l’hanno studiato e hanno fatto vedere che ci sono alcune persone che sono particolarmente generative; sono spesso imprenditori, c’è gente che attiva anche processi sociali importanti; ma ci sono, come c’è la personalità autoritaria di cui parlava Adorno, c’è la personalità generativa.

Ma a noi non interessa la personalità generativa, noi diciamo che questa attitudine, a dosi variabili, ce l’abbiamo tutti come la nostra capacità di consumare, e questa attitudine va potenziata e, chiudo, nel libro si indicano alcune piste, percorsi dal punto di vista politico.

Prima di tutto è chiaro che non ci sarà nessuna generatività se non investiamo, come hanno investito i nostri padri. Faccio sempre questo esempio: quando nella seconda parte dell’Ottocento inizio Novecento, qualche demente, perché era un demente nella cultura di allora, ha detto: ci vuole l’istruzione obbligatoria per tutti, quando sapevano leggere e scrivere il 5% della popolazione, voi capite che ai primi che hanno detto una roba del genere, è stato detto: tu sei fuori, come si farà a dare l’istruzione a tutti, al 90% degli analfabeti? Come faremo mai a pagare le maestre, a costruire le scuole? Cioè l’hanno portato al neurodeliri, i primi li hanno rinchiusi. Capito? Dico questo per dire che hanno avuto un’ambizione che noi sembra che non abbiamo più.

Allora, nel campo dell’educazione: va bene, adesso facciamo un piano della scuola, la buona scuola, va benissimo. Ma è molto di più perché se tu devi portare delle persone in grado primo di essere vagamente consapevoli del loro mondo, della realtà in cui vivono; secondo, in grado di portare un loro contributo positivo, di generare, noi dobbiamo prendere tutto il comparto che va da zero anni, che non significa la scuola sovietica, ma noi sappiamo che a 1 anno i danni cognitivi sono già fatti, quindi se tu non socializzi in qualche maniera, naturalmente dialogando con la famiglia, mica dobbiamo prendere i bambini appena nati e portarli via, ma se tu nasci in un quartiere con i genitori separati, senza possibilità, e passi i primi due o tre anni in quella condizione, la frittata è già fatta, dal punto di vista della potenzialità della persona. Poi c’è lo Spirito Santo, i miracoli, gli incontri, ovviamente, ma dal punto di vista, come dire, sociale… Allora quindi, tu hai il problema di andare indietro sul processo educativo, con delicatezza, e c’è un problema di ripensare a tutto il percorso, perché abbiamo accumulato un ritardo pazzesco rispetto alla società che abbiamo costruito nel campo dell’educazione. C’è bisogno proprio di riprogettarlo, tutto il comparto, avere il coraggio di ripartire un po’ da capo.

Sii più preciso. No, adesso no: primo, non lo so, e poi non abbiamo tempo. Ma ho fatto prima un esempio: ci vuole un’ambizione simile a quella dei nostri padri, molto di più, diciamo così. Poi, sarà il governo… per esempio, il mondo cattolico, le scuole private, ci vuole una capacità di progettazione, di innovazione radicale; radicale nei metodi, nelle forme, altrimenti non ci sarà nessuna società generativa, evidentemente. Perché, adesso lo diciamo così, in modo un po’ banale, Berlusconi che cosa ha fatto? Ci ha resi tutti consumatori e rendendoci tutti consumatori ci ha instupiditi, per cui l’Italia fa fatica a riprendersi, perché ha impostato esattamente quel giochino lì.

Secondo punto, il grande capitolo dell’impresa. C’è l’impresa capitalistica, cioè tu puoi far soldi sfruttando letteralmente i tuoi operai, sfruttando i tuoi consumatori, sfruttando l’ambiente; c’è questo tipo di impresa, non c’è dubbio, cioè l’impresa rapace c’è. Ma l’impresa, che è un prodotto della modernità, può essere un luogo in cui questa capacità generativa viene valorizzata e ha cittadinanza un’impresa che si rapporta, come dire, che sa che sta svolgendo un ruolo privato ma anche pubblico perché quello che sta facendo ha un valore sociale al di là del valore economico, che sa che i propri dipendenti, i propri operai sono il vero patrimonio, diciamo così; se tu crei un’impresa che è capace di valorizzare le tante competenze, hai il successo economico e avrai bisogno di contratti di lavoro che rendano possibile questo processo virtuoso. Hai le imprese, come dire, della cooperazione, hai tutto il tema che si sta aprendo dell’impresa sociale, cioè quelle, come dire, che sono capaci di organizzare in maniera efficiente, non per trarne un profitto privato, ma per affrontare dei problemi che lo stato, con tutto il suo ambaradam, diciamo così, burocratico non riesce ad affrontare, come dire, quei fetuses, la capacità, l’eventualità dell’impresa rispetto a un obiettivo anche comune.

Quindi c’è un grande capitolo sull’impresa. L’impresa può essere un grande luogo di generatività, naturalmente a certe condizioni, evidentemente, non sto dicendo che le imprese oggi sono generative, spesso sono totalmente sterili e antigenerative. Eppure guardo Sandro Corti pensando a tutto il campo dell’artigianato, l’artigianato, che in Italia abbiamo molto rilevante, è un grande campo di generatività; naturalmente va rinnovato, ce l’abbiamo, ma andrebbe tutto rivalorizzato, ripensato. Oppure penso anche ai tanti ragazzi che vanno a lavorare nel campo dell’agricoltura, l’agricoltura può essere l’industrializzazione applicata allo sfruttamento della terra, ma ci sono spinte che vanno a ripensare l’agricoltura proprio come una forma di vita e di lavoro generativo, le cui pratiche che abbiamo detto prima in qualche modo vengono cercate e realizzate.

Terzo, c’è il grande capitolo, diciamo, dei beni comuni compreso il welfare, che è un modo di ridire la sussidiarietà non in contrapposizione alla solidarietà, ma invece sapendo che, come vediamo nelle democrazie avanzare, se tu sposti la solidarietà solo sulle istituzioni, che è necessario, ma se le sposti solo lì, alla fine è la stessa solidarietà che ti si scioglie tra le mani. Le democrazie avanzate rischiano di andare tutte sul versante dei diritti; per forza, se la solidarietà è fare richieste fino a un certo punto è giusto: è chiaro che è la solidarietà che fa le richieste a chi i diritti non li vede rispettati, quindi questo pezzo della domanda è assolutamente fondamentale. Ma noi sappiamo che c’è un problema di rigenerazione della solidarietà, c’è un problema di capire che la democrazia, che è la convivenza dei diversi, è sempre uno sforzo che l’altro, di cui ci riempiamo la bocca, è sempre una difficoltà e noi siamo una difficoltà per l’altro.

Allora, la questione dei beni comuni, del welfare e delle comunità, non è una questione di riduzione degli sprechi, che ci può essere anche quello, ma è creare occasioni in cui noi ci sentiamo coproduttori del bene comune come cittadini, come un’esperienza fondante della democrazia, perché una democrazia generativa ha bisogno di questa partecipazione e di creare l’occasione della partecipazione, perché lì scopri la complessità, la delicatezza, se no abbiamo l’idea nei confronti della democrazia che deve funzionare tutto, che è sempre il modello di potenza-volontà di potenza, per cui voteremo il politico bastardo che si presenta come quello che farà funzionare tutto. Per forza, perché se tu devi solo domandare, perché qualcun altro deve fare le cose come cittadino, per forza la democrazia finisce come finisce. Allora la democrazia va riradicata nell’esperienza anche piccola, anche modesta, ma di una partecipazione perché lì troverà il suo fondamento. L’abbiamo resa troppo consumistica, ecco, la democrazia.

Quindi, diciamo così, rapidissimamente, adesso non ricordo più le altre due a memoria, quindi l’impresa, i beni comuni, ecco sì, la libertà religiosa. Il cattolico deve mantenere la libertà religiosa. Perché noi citiamo nei cinque punti finali di proposta politica la libertà religiosa? Perché prima Chiara ha detto che il tema della generatività ha a che fare con il desiderio, con l’autotrascendenza. Cosa c’entra questo con la libertà religiosa? Le società avanzate, consumistiche contemporanee, che ruotano attorno al circuito potenza-volontà di potenza, sono società teoricamente orizzontali, cioè abbiamo fatto tutto d’autorità, nessuno ci deve dire quello che è bene e quello che è male. Naturalmente, poi ci dicono che dobbiamo essere efficienti, ma l’efficienza è esattamente la richiesta della potenza, è l’unica richiesta valida, l’unica richiesta che noi consideriamo legittima è la richiesta di efficienza, che è la richiesta del sistema che deve girare in maniera potente. E guardate che non è un caso: qualunque altra richiesta viene rifiutata perché se no sei un moralista, mi vuoi imporre il tuo punto di vista, io devo decidere che cosa è bene e che cosa è male. Nel circuito potenza-volontà di potenza l’unica richiesta legittima è quella della potenza, ovviamente. Ma, diciamo così, il rischio è che le nostre società diventino piatte: abbiamo costruito società democratiche, adesso queste società rischiano di diventare assolutamente piatte. Cioè, quello che nel libro richiamiamo, in cui vale il regime dell’equivalenza, tutto è ugualmente basso, potremmo dire, è ugualmente un frammento. I valori sono distrutti perché io penso così, tu pensi cosà, ognuno pensa la sua, punto. Non rimane più niente. (Intervento dal pubblico) Sì, sì, certo, questo è il problema dello stato dei liberi, nel senso che siamo autorizzati ciascuno a dire la sua, io sono autorizzato a decidere e alla fine naturalmente si fa questa polverizzazione, tutto diventa polvere.

Allora, qual è l’idea? Che una società democratica orizzontale, quindi non verticale, naturalmente il piatto poi riproduce centri di potere che si pigliano tutto, evidentemente, la grandi multinazionali; allora, deve avere cura di costruire un panorama in cui ci sono delle diversità. Come si esce da una società piatta? Avendo cura di costruire un panorama sociale che è un progetto sociale collettivo in cui tu hai una radura, un lago, una collina perché questo è il presupposto della libertà individuale, cioè il fatto che socialmente esistono delle diversità. Queste diversità sono la salvezza per la libertà individuale.

Allora, tra le diversità più importanti c’è il tema della libertà religiosa, il fatto che nella vita pubblica siano presenti forme di espressione religiosa, perché le religioni sono fra le poche cose che hanno qualcosa da dire sul circuito potenza-volontà di potenza, altro che la politica, la politica non ha un tubo da dire, corre dietro a quel sistema lì, non ha niente da dire. Per sfidare questo circuito deve avere una profondità che la politica non ha, la politica è un servo-sistema di questa cosa qua dal nostro punto di vista, soprattutto se non la ripensiamo in maniera più profonda.

La presenza pubblica delle religioni, ma anche dell’arte, ma le religioni sono tra le poche cose che hanno questa radice così profonda, per cui se tu sei perfettamente ateo ed esistono delle chiese, della gente che va in chiesa devi essere contento perché c’è un’alterità che fa bene alla tua libertà. Capite che questo tema della libertà religiosa, che significa anche, se noi occidentali capissimo questo discorso, la presenza di altre religioni, perché questo è un bene, è un bene per la nostra libertà, ci aiuta a metterci in rapporto con la diversità, capire chi siamo noi, che c’è chi dice un’altra cosa. Quindi questo quarto capitolo è tutt’altro, dal nostro punto di vista, che retorico.

L’ultimo, e finisco, se sono in grado di trovare il quinto punto, ecco è la rete, diciamo, perché la rete? Perché la rete è un grande attivatore potenziale della generatività, perché la rete che noi dobbiamo pensare non semplicemente come uno strumento, ma deve essere chiara come un ambiente, dobbiamo assumerlo nel nostro ragionamento. Non perché mandiamo i twitter, o perché facciamo delle cose, ma per una duplice ragione: perché abilitare le persone ad abitare quel mondo fa sì che le persone, i gruppi, le realtà, le associazioni siano capaci di coniugare, è tutto un lavoro da fare, il locale con l’universale, che è un grande luogo di generatività; quindi c’è questo processo. E dall’altra parte, la rete è un ambiente che va popolato, cioè ciò che sta dentro la rete è importante, le proposte che circolano nella rete sono importanti. Quindi è importante essere presenti con delle proposte dentro la rete, perché sempre di più la rete, soprattutto per le nuove generazioni, sarà l’ambiente dove ci si farà ispirare. Quindi, la rete va popolata, va popolata con delle proposte, perché sarà sempre più luogo di ispirazione. Di ispirazione di che cosa? Della generazione.

Chiudo con questa espressione che può essere un po’ eccessiva, ma insomma ci montiamo la testa, perché tutti siamo prepotenti, soprattutto quando si parla si diventa prepotenti. Io arrivo a dire questa cosa, pensiero che non è scritto nel libro: il canone della Rivoluzione francese, se voi lo ripensate dopo questo incontro, è: libertà, uguaglianza, fraternità. È pazzesco, è tutto orizzontale. Libertà, mia, uguaglianza e fraternità, questo è il problema del canone della Rivoluzione francese che noi lo vediamo benissimo oggi. Libertà, uguaglianza e fraternità è stata una grande conquista, ma è tutto orizzontale, tutto tra di noi. Ecco, ciò di cui stiamo parlando è il canone generativo, ne ha parlato anche Ravasi, e anche il papa ha usato i quattro verbi nel suo messaggio, qualcuno gli ha scritto il discorso evidentemente. Il papa ha usato i quattro verbi di cui parlava Chiara. Il canone generativo, per usare l’espressione che ha usato Ravasi, è: io sono figlio (di una storia, di mio padre…) dunque sono fratello e sono genitore. Questo è il canone generativo e, rispetto al canone della Rivoluzione francese, questo canone è un canone, diciamo così, relazionale e intertemporale.

Ecco, questo è il contenuto politico di questo libro, che bisogna, per così dire, anche dopo 200 anni e vedendone i frutti buoni, ma anche ormai i suoi limiti, ci permettiamo di dire, sommessamente, un po’ per gioco, che questa proposta di canone generativo prova a rimettere in movimento questo canone della Rivoluzione francese che alla fine si consegna a quest’idea, individualistica e puramente schiacciata sull’attuale, che vediamo intorno a noi.

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