Chiara Saraceno. Momenti della famiglia e politiche sociali in Italia.

Il tema della famiglia in Italia diventa sempre più difficile da affrontare, se poi accostato a quello della povertà ci si pone su un vero e proprio campo minato. Le recenti indagini statistiche sull’impoverimento delle famiglie sono un esempio evidente di come la polemica sull’argomento sia sempre dietro l’angolo, così come le politiche sociali di risulta siano spesso inadeguate, frammentate, quando non populistiche o retoriche (i soldi a pioggia per i secondi figli, o i vaucher sociali), soprattutto quando il progetto politico generale tende allo sfaldamento completo delle politiche sociali, fiscali e del lavoro.

1. leggi il testo dell’introduzione di Marica Mereghetti

2. leggi la trascrizione della relazione di Chiara Saraceno

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Testo dell’introduzione di Marica Mereghetti

Il tema della famiglia in Italia diventa sempre più difficile da affrontare, se poi accostato a quello della povertà ci si pone su un vero e proprio campo minato. Le recenti indagini statistiche sull’impoverimento delle famiglie sono un esempio evidente di come la polemica sull’argomento sia sempre dietro l’angolo, così come le politiche sociali di risulta siano spesso inadeguate, frammentate, quando non populistiche o retoriche (i soldi a pioggia per i secondi figli, o i vaucher sociali), soprattutto quando il progetto politico generale tende allo sfaldamento completo delle politiche sociali, fiscali e del lavoro.

Mentre si porta avanti un discorso retorico sulla difesa della famiglia, si riserva sulla stessa tutta la responsabilità della gestione dei bisogni e delle difficoltà anche temporanee, tagliando servizi o aumentandone il costo di accesso al fine di “aprire al mercato” settori delicatissimi quali quelli relativi alla cura.

Come giustamente sin dall’introduzione sottolinea la professoressa Saraceno “le politiche sociali per la famiglia nel nostro paese sono riluttanti ed ambivalenti soprattutto perché sono il risultato di una assenza”: l’assenza di alternative strutturate e qualificate, l’assenza di politiche fiscali che aiutino le famiglie con figli, l’assenza di politiche di conciliazione tra responsabilità familiari e lavoro remunerato. Le famiglie, ed in particolare le donne, diventano allora la risorsa ovvia e pressoché inesauribile nella mente dei legislatori, ma la realtà è profondamente diversa soprattutto quando si tratti di soddisfare i bisogni di cura soprattutto di bambini, anziani e disabili, o quando si versi in stato di povertà relativa o assoluta.

Certo la famiglia in Italia si è modificata, e profondamente – pur nelle differenze persistenti tra Nord e Sud. L’andamento demografico, è notorio, tende all’invecchiamento progressivo della popolazione e alla diminuzione delle nascite (in Italia oggi vi sono circa 2,8 milioni di bambini sotto i cinque anni e 1,9 milioni di anziani sopra gli ottanta: tra cinquant’anni si prevede ci saranno 1,5 milioni di bambini e 4,3 milioni di anziani), all’aumento dell’età al matrimonio (circa 1/3 dei 35enni vive ancora in famiglia) e al primo figlio, all’aumento dell’instabilità coniugale (nel 2000 le separazioni sono state oltre 70.000 e i divorzi oltre i 39.000) con conseguente aumento delle famiglie monoparentali (di cui il 90% ha figli minori – pari al 4,9% del totale delle famiglie con minori – e nell’83% ha come genitore presente la madre), e aumento delle famiglie formate da un’unica persona (sono il 23% sul totale e per il 69% sono formate da vedove). Contemporaneamente però reggono le reti di relazioni parentali che sono consistenti e importanti sia in termini affettivi che di qualità della vita complessiva, nonché per flusso di aiuti economici e di cura all’interno delle relazioni tra generazioni.

Nonostante tutto ciò la legislazione corrente tende maggiormente a difendere posizioni di valore (legge sulla fecondazione assistita o sull’abbreviamento dei tempi per il divorzio in assenza di figli) – che sono per loro stessa natura fonti di scontro – o a predisporre interventi di spreco quali i finanziamenti una tantum a pioggia per i secondi figli (o per i quarti come avviene in Lombardia), dimenticando l’aspetto importante, e per un certo periodo sperimentato, ad esempio dei redditi di ultima istanza o di esistenza, che spesso per le famiglie senza reddito ed in povertà assoluta (che proprio perché senza reddito non hanno accesso ad esempio agli assegni familiari) possono diventare l’unica modalità di sussistenza: soprattutto non esiste una progettazione di finanziamento su queste sperimentazioni (certo non siamo l’Alaska che ripartisce i proventi delle concessioni dei pozzi petroliferi tra i suoi cittadini, però non possiamo escludere modalità di tassazioni di pubbliche concessioni che possano finanziare politiche di questo tipo).

Le stesse politiche di trasferimenti (inclusi quelli indiretti delle detrazioni) alle famiglie riguarda prevalentemente le pensioni di invalidità, vecchiaia e superstiti (per il 90%) e solo in minima parte da trasferimenti sia direttamente familiari (assegni familiari, detrazioni di imposta) sia indiretti: intanto i dati sulla povertà sottolineano che le famiglie povere con tre figli minori hanno una incidenza nel Paese del 25,5% (al Sud siamo a oltre il 33%), con la conseguenza che, nei paesi dell’Unione, l’Italia – insieme all’Inghilterra – è il paese che presenta il più alto tasso di povertà minorile (nel 2000 il numero di minori è stato stimato ad 1.704.000 unità pari al 16,9% di tutti i minori).

A fronte di tutto ciò quali sono le politiche sociali?

Storicamente – a parte la parentesi fascista che fece propria una politica sulla famiglia fatta di controlli, di gerarchizzazione sessuale, e di sottomissione agli interessi dello stato – sono state politiche di controllo sulla povertà. Sono andate trasformandosi con le modificate esigenze familiari avvenute con l’aumento dell’incidenza del lavoro femminile, con l’aumento di bisogni e di difficoltà non necessariamente legate allo stato di indigenza (tossicodipendenze, disabilità, vecchiaia), oltre che con le rivendicazioni femminili al riguardo.

Attualmente se è vero che la legge 328/2000 finalmente pone all’attenzione sia il benessere delle famiglie e dei suoi componenti che la responsabilità derivate dall’assumere impegni familiari, è anche vero che siamo instradati ad un ben triste destino con le scelte attuate con il cambio di governo e con le auspicate privatizzazioni dei servizi sociali (e in Lombardia siamo purtroppo all’avanguardia), della sanità e della scuola, con l’avvilimento delle politiche di pari opportunità, con l’ennesima presa di posizione a favore della precarizzazione del lavoro, con l’assenza di politiche per la casa (che a dire il vero – come afferma il testo – sono sempre state la cenerentola delle politiche sociali).

A tutto questo si aggiungano due altre questioni fondamentali: la confusione ad hoc sul concetto di sussidiarietà che è ormai è diventata una coperta talmente corta e strattonata da diventare un cencio, e i mancati trasferimenti ai comuni che restano ancora e comunque i primi erogatori di servizi sociali di importanza fondamentale per le famiglie; su quest’ultima questione poi la federalizzazione proposta di fatto distrugge ogni possibilità di omogeneizzazione dei servizi a livello nazionale e quindi la possibilità di avere degli standard di riferimento validi per il pubblico come per il privato (che notoriamente guadagna dall’assunzione in proprio dei servizi sociali proprio perché non sottosta ai medesimi standard del pubblico, salvo rare eccezione).

Nonostante tutto ciò le reti familiari reggono – a fatica – l’impatto: e le donne sono il perno centrale di queste reti di relazione tra generazioni. Ma i problemi delle donne in questo tenere il passo stanno aumentando.

La generazione di nonne giovani è spesso impegnata tra nipoti affidati, aiuti economici ai figli non autosufficienti e alle famiglie dei figli sposati, aiuto di cura alle proprie madri ormai anziani e spesso non autosufficienti, cura del coniuge e magari lavoro sottopago e precario in qualche cooperativa di servizi senza TFR. Quando potranno reggere e quanta povertà “dignitosamente affrontata” potranno ancora sostenere? Ma chiaramente il vero problema è che non sono capaci di fare la spesa come la signora Rosa Berlusconi.

E le giovani donne? Le giovani donne si arrabattano – spesso con alti livelli di istruzione – con lavori sempre più precarizzati, maternità posticipate (e quindi più difficili), cura delle relazioni familiari e insieme difficoltà con compagni che spesso hanno gli stessi problemi e che non sempre sono abituati alla suddivisione delle responsabilità dei servizi di cura (anche se la legislazione Turco ha cercato di intervenire proprio sulla corresponsabilità). Quando poi siano anche divorziate con figli minori in affido i problemi aumentano – anche con gli avvocati se gli assegni di mantenimento dei figli non arrivano. Mentre al Sud si incominciano a formare nuove famiglie giovani con “annessi” nonni non autosufficienti, però con pensione di accompagnamento, affidati alla giovane sposa.

La povertà femminile è sempre esistita, ma celata in generiche statistiche e all’interno dei nuclei familiari. Qualche dato però esiste: in Italia circa il 10-13% della popolazione femminile vive in una condizione di estrema povertà, tra queste donne, il 405 è compreso in una fascia di età tra i 19 e i 24 anni. Un segmento debole, per il quale l’accesso al mondo del lavoro, spesso precarizzato, è difficile, provocando una serie di privazioni materiali che conducono a processi di famiglie di donne con figli, la povertà è attestata intorno al 10% e le donne solo anziane e vedove non stanno sicuramente meglio. Chiaramente il dato scorporato del Meridione è drammaticamente molto più elevato.

Un’ultima parola andrebbe poi detta sulla povertà femminile delle immigrate, sia regolari, sia irregolari che credo sia una delle emergenze più attuali. Povertà non solo materiale: penso al dramma delle “badanti” che curano tanti nostri anziani lasciando figli e genitori in patria (e spesso sono madri sole), e si ritrovano a dover combattere con una legislazione che certo non le aiuta nei ricongiungimenti familiari.

A fronte di questo panorama le raccomandazioni dei planning dell’ONU sulla lotta alla povertà principalmente attraverso azioni positive che abbiano come soggetto prevalente le donne (che a livello mondiale sono la maggioranza della popolazione povera insieme ai minori) sembrano assolutamente inutili, e mi chiedo se questo in Italia non dipenda anche dalla scarsa rappresentanza politica delle donne nelle sedi legislative e quindi nella loro scarsa capacità di incidere sulle scelte importanti che ovviamente non sono solo quelle delle politiche sociali o delle politiche di pari opportunità, ma anche e soprattutto quelle della destinazione delle risorse nelle politiche finanziarie (a meno di non fare come qualche ministra che rivoluziona – male – la scuola pubblica senza risorse destinate).

Trascrizione della relazione di Chiara Saraceno

le reti familiari 

Molti individui, che sarebbero poveri dal punto di vista del reddito personale, non sono tali perché possono far conto sulla ridistribuzione intrafamiliare. I salari d’ingresso, i lavori precari ecc. in Italia a lungo sono stati concentrati tra i più giovani, oggi di meno. Anche se continua ad esserci una concentrazione di giovani questi tipi di lavoro cominciano a riguardare tutte le altre fasce d’età. Questo è sempre stato vero per le donne, ma comincia a riguardare anche gli uomini. Gli uomini di mezza età espulsi dalle imprese in cui lavoravano, difficilmente riescono a ritornare con un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, è più facile che riescono a ritornare con i contratti “atipici”. Non è più vero che questi lavori riguardino soltanto i giovani e le donne, anche se c’è una forte concentrazione di giovani e donne.

Ma comunque, a lungo, questo non si è configurato tout court come povertà giovanile, o come povertà femminile, perché erano giovani o donne che vivevano e vivono in famiglia e quindi oggetto-soggetto di ridistribuzione familiare. Non a caso, l’Italia, prima che venisse messa in mora dalla Corte Europea, era il paese in cui l’età massima per i contratti di formazione lavoro era più alta. Poi è stata messa in mora e l’ha dovuta abbassare fino ai 30 anni e con alcune eccezioni a 34.

Io mi ricordo che a 32 anni ero sposata e madre di 2 figli, insegnavo, avevo un lavoro, non mi percepivo come una in formazione che doveva ancora dipendere dalla generosità dei genitori. E’ vero, quindi, che la famiglia copre, anche solo in termini reddituali, i rischi che, altrimenti, sarebbero rischi di povertà. Noi troviamo in Olanda e Germania molto più giovani, coppie o giovani soli, che vivono sotto la povertà, senza per questo definirsi poveri, perché hanno per esempio le borse di studio, ecc. che sono al limite. E’ una fase di vita che è condotta con un certo grado di sicurezza.

L’altra faccia della tenuta forte della solidarietà familiare- che è anche uno dei motivi per cui, più raramente che negli altri paesi, l’essere poveri economicamente produce isolamento sociale, esclusione sociale perché si fa parte di un gruppo, cioè di una famiglia, di una comunità – non esclude che ci sono famiglie povere, con un sopra carico di responsabilità. Il dover essere sopra caricati a lungo può produrre l’impoverimento d’interi gruppi familiari, e con effetti di più lungo periodo. Essere, infatti, poveri nella fase d’entrata nella vita adulta è una cosa diversa che stare poveri per tutta la propria età di formazione.

figli e povertà

Il rischio di povertà in Italia comincia ad aumentare a partire dal secondo figlio e riguarda un quarto di tutte le famiglie che hanno 3 figli. Ciò in parte è dovuto al fatto che ci sono più famiglie con 3 figli nel Mezzogiorno, dove l’incidenza della povertà è più elevata. Comunque un quarto di tutte le famiglie con 3 figli sono povere. E’ un buon numero. Meno male, viene da dire, che sono poche le famiglie con 3 figli, perché altrimenti il numero dei minori coinvolti sarebbe altissimo. E sono famiglie, come si dice, “intatte”, quelle che piacciono tanto, fondate sul matrimonio.E’ vero in tutti i paesi, che alcune famiglie sono più vulnerabili di altre. Ad esempio in Inghilterra, o in Francia, o in Germania le famiglie con un solo genitore hanno un rischio più che doppio di povertà, rispetto alle famiglie con 2 genitori; tuttavia il grosso delle famiglie povere sono quelle con 2 genitori. Un conto è l’incidenza più alta della povertà in particolari sottogruppi e un conto è l’incidenza del sottogruppo tra i poveri. In Italia si assiste ad un dato: le famiglie con un solo genitore non sono più a rischio di povertà della media delle famiglie italiane, mentre le famiglie con 2 genitori, ma con più di 2 figli, hanno un rischio molto più elevato d’essere povere. Questo non è un incoraggiamento a diventare tutte famiglie con un solo genitore. Questo apparente paradosso è spiegabile con il fatto che finora in Italia (ma le cose stanno già cambiando da qualche anno) la separazione e il divorzio, ma sopra tutto la separazione, è stata un fenomeno non solo concentrato nel centro-nord, dove i tassi di povertà sono inferiori e i tassi d’occupazione femminile sono più elevati sia tra le donne coniugate che tra le non coniugate, ma sono stati più alti nel ceto medio-alto, dove il tasso di partecipazione della moglie al mercato del lavoro è più elevato ed il reddito prodotto autonomamente dalle donne coniugate è maggiore. Questo vuol dire che queste famiglie, quando avviene la separazione, perdono reddito, anzi ne perdono tanto, per certi versi, perché data l’omogamia, sono di solito sposate con un uomo che guadagna altrettanto bene e più di loro. Tuttavia non diventano povere. Certo si abbassa il loro tenore di vita, ma non scendono sotto la soglia della povertà.

Man mano, e sta già avvenendo nel centro-nord, non ancora nel Mezzogiorno, che il fenomeno dell’instabilità coniugale si democratizza, ovvero la caratteristica della media della popolazione si distribuisce più equamente, aumenteranno sempre più tra i separati le coppie di ceto medio-basso, con istruzione medio-bassa, in cui l’incidenza della popolazione femminile è un po’ più bassa e i redditi che si guadagnano sono un po’ più bassi e quindi il rischio di povertà diventa probabile. Tra qualche anno, se si mantengono questi tassi di aumento dell’instabilità matrimoniale, che è ancora lontana dalla media del centro-Europa (nel centro-nord è simile a quella media centro-europea) e con queste caratteristiche è facile che troveremo il classico fenomeno di impoverimento delle donne e dei bambini, dovuto all’instabilità coniugale, che è l’effetto perverso della divisione del lavoro di cui parlavamo prima.

il modello familiare

Non è la separazione in sé che produce rischi di impoverimento differenziato tra uomini e donne, donne e bambini, è nel modello di matrimonio che sta la causa, non nella separazione.

La separazione mostra quali erano le regole implicite del matrimonio. E’ vero che nel matrimonio ciò che è tuo è mio, ma quando ci separiamo ciò che è mio è mio e ciò che è tuo è tuo e, sopra tutto, mia è la capacità di guadagno e tua è la perdita di capacità di guadagno in quanto ti sei dedicata prevalentemente alla famiglia. Questo è lo scambio che avviene dentro il matrimonio.

Questa osservazione è avvalorata dalla constatazione che se noi guardiamo le famiglie intatte, cioè i matrimoni intatti, a parità di numerosità dei figli , l’incidenza della povertà diminuisce di due terzi se accanto all’occupazione del padre c’è anche l’occupazione della madre. La cosa più protettiva della povertà delle famiglie è l’occupazione della madre. Così si spiega perché nelle famiglie in cui le donne sono occupate, se per caso succede qualcosa al matrimonio, c’è impoverimento relativo ma non c’è povertà. E’ impressionante.

Quando ero presidente della Commissione Povertà, abbiamo fatto quest’approfondimento su che cosa succedeva alle famiglie con figli minori. Io, che pure queste cose le insegno, non credevo che fosse così, cioè mi sono stupefatta del fortissimo impatto positivo dell’occupazione della madre. Mi verrebbe da dire che la prima grossa politica di lotta alla povertà per le famiglie con figli è l’incentivazione dell’occupazione materna; verrebbe da dire che tutte le madri dovrebbero essere al lavoro. Ovviamente perché le madri siano al lavoro occorrerebbe che i padri facessero qualche cosuccia di diverso e che sia l’organizzazione del lavoro, che l’organizzazione sociale complessiva sia adeguata al fatto che le madri lavorino e non soltanto nella famiglia. Non basta dire che tutte le madri siano al lavoro, già adesso i comportamenti stanno andando in quella direzione, in assenza però di sostegno e in assenza di mutamenti nella testa di gran parte degli uomini, spiace dirlo, ma anche delle donne.

Il lavoro in più

Le donne lavorano meno per il mercato in termini di ore, poi, se succede qualcosa, si trovano svantaggiate. Tutta questa enfasi sul part-time va bene se c’è un full-time, ovviamente. Di part-time da soli non si vive. Il modello del part-time come strumento di conciliazione, va benissimo se è temporaneo, però presuppone sempre una coppia, sia dal punto di vista della sopravvivenza della coppia stessa, sia dal punto di vista della sopravvivenza dei figli. E’ il modello della coppia con un salario e mezzo. Non è il modello del salario autosufficiente.

Dicevo che quello che succede è che le donne lavorano meno per il mercato, il che vuol dire che producono meno salario, meno contributi pensionistici, e si preparano ad una vecchiaia da povere, ecc. ecc.

Però, complessivamente, lavorano molto più degli uomini, perché sono entrata nel mercato del lavoro mantenendo la divisione del lavoro familiare. Questo non lo dice una vetero femminista selvaggia, come è la sottoscritta, lo dicono i dati Istat, la banca d’Italia. Sono indagini molto hard, non ideologicamente orientate, sull’uso del tempo. Da queste indagini emerge che le donne lavorano, a seconda dei casi, tra le 7 e le 9 ore in più alla settimana rispetto ai loro compagni. Il che vuol dire 7-9 ore in meno di tempo per sé. Sotto c’è sempre l’immagine delle donne che vanno da parrucchiere, ma a guardare bene non hanno tempo manco per dormire, meno tempo per la formazione, meno tempo per il tempo libero. E così via.

Non solo. Il marito di donna occupata guadagna tempo, perché fa meno spesso il secondo lavoro, non avendo più l’unica responsabilità di produrre reddito per la famiglia. Per un uomo avere una moglie occupata è un guadagno di tempo, che non si traduce nell’essere più presente nel lavoro familiare. Per una donna, invece, essere occupata aumenta moltissimo il carico complessivo di lavoro. Ciò non toglie che se lo tengono stretto se possono, perché è un problema di autonomia economica e di sicurezza per sé e per i propri figli.

Una volta mi ero messa a lavorare con i dati della Banca d’Italia e viene fuori che le donne lavorano, a seconda di quello che è lo standard della settimana lavorativa media, 2 o 3 mesi lavorativi un più all’anno. E non ci guadagnano.

Il prezzo per essere protetti dal rischio di povertà è un prezzo altissimo in termini di sovra carico di lavoro, con in più il rischio del deficit della cura, per cui, per quanto una sia dio e cerchi di moltiplicare le ore del giorno, più di tanto non si può fare. Il problema è quindi anche di essere considerata una madre e figlia degenere perché chiede il tempo pieno o l’assistenza domiciliare, o vattelapesca. Mentre i padri sono considerati degeneri solo se non mantengono i propri figli. Ci avete mai pensato? Non esiste l’analogo maschile della mamma lavoratrice: il papà lavoratore è uno che lavora, che deve lavorare; a volte proprio per far fronte alle proprie responsabilità di padre lavoratore deve star fuori tanto dalla famiglia per produrre reddito.

l’assenza di politiche redistributive

Quindi primo dato: l’impoverimento che viene dal sovra carico di responsabilità familiare cui si può far fronte con un sovra carico di responsabilità femminile. Devo anche dire che l’impoverimento delle famiglie con figli è anche dovuto all’assenza di politiche ridistributive che ha una lunghissima storia. Noi siamo tra i pochi paesi del mondo che non hanno un assegno per i figli degno di questo nome. Abbiamo questa cosa strana che è l’assegno al nucleo familiare che riguarda soltanto alcuni gruppi, e così via. I vari governi hanno risposto pochissimo. Questo governo ha accettato una cosa negativa che aveva già fatto il precedente: quella di utilizzare la leva fiscale. La leva fiscale ha un doppio limite: è basata sul reddito individuale e non familiare e quindi non può essere utilizzata operando un criterio di soglie di reddito, come è da due anni. Quando c’è un aumento della detrazione, il reddito è individuale con il rischio che la famiglia in cui uno solo guadagna 71 milioni di lire all’anno non riceveva la detrazione maggiorata, mentre se in due guadagnavano ciascuno 69 milioni di lire ricevevano invece la detrazione maggiorata. Ma questo non per cattiveria, proprio non ci hanno pensato. Anche all’atro governo più volte ho dovuto spiegare che il fisco, essendo basato sul reddito individuale, non può essere usato per sistemi ridistributivi che evocano il reddito familiare. Quindi: o si cambia sistema fiscale o non si usa quella detrazione lì.

Il secondo vincolo è la questione degli incapienti. Per quante detrazioni splendide io possa fare per sostenere, per riconoscere il costo di chi è a carico, ciò vale solo per chi ha un’imposta teorica tale da poter fruire di tutta la detrazione. Se invece ha un’imposta teorica più bassa, o addirittura nessuna imposta, perché è troppo povero, a questo punto il fatto di avere più detrazioni non gli cambia di nulla la vita, non gli aggiunge reddito, non è un risparmio, non è nulla. Quindi proprio i più poveri sono esclusi dalle misure che dovrebbero essere invece pensate sopra tutto per loro. Per questo io sono personalmente molto più favorevole, anche nel caso dei miei figli, a cose pagate direttamente invece che tramite il sistema delle detrazioni. Come avviene in molti paesi.

Questo sul versante della povertà. Ci sarebbero molte altre cose da dire, ma poi ne parliamo nella discussione.

lavoro e matrimonio

In Italia, molto più che negli altri paesi, nonostante che le donne giovani entrino oggi nel mercato del lavoro nella stessa percentuale degli uomini, quando sono nubili, a parità di età, escono già con il matrimonio. Siamo rimasti uno dei pochi paesi dove si continua ad uscirne per causa del matrimonio. C’è un 10 % di caduta della partecipazione, a parità di età. Sopra tutto la caduta è drammatica , cioè oltre il 30 %, in caso di figli. E voi sapete che uscire dal mercato del lavoro non aiuta a tornarci dentro, sopra tutto a tornarci dentro bene.

Quindi la famiglia è ancora l’elemento che discrimina di più tra uomini e donne nella partecipazione al mercato del lavoro, che vuol dire anche nella capacità di avere un reddito proprio, cioè dal non dover dipendere dal reddito dell’altro. La percentuale di donne che esce per motivi familiari è rimasta la stessa negli ultimi 15 anni, attorno al 25-30 %. Ciò che è mutato è la percentuale di chi entra, per cui oggi sono presenti nel mercato del lavoro la maggioranza delle donne sposate con figli giovani, cioè fino a 39 anni, una maggioranza che a livello nazionale è del 51 %. Questo è un grandissimo mutamento di comportamento che implica anche un mutamento nell’organizzazione familiare. Tuttavia, appunto, si passa dall’83 % delle donne nubili che sono nel mercato del lavoro, al 51-53 % delle donne coniugate con prole che sono nel mercato del lavoro nella stessa fascia di età. Gli uomini con figli sono tutti nel mercato del lavoro; le donne con figli continuano ad uscire dal mercato del lavoro. Questo dato, ovviamente, va disaggregato a livello territoriale e per titolo di studio, quindi per classe sociale. Una laureata che vive nel centro-nord ha molte più change di vivere nel mercato del lavoro che essere col titolo elementare o dell’obbligo nel Mezzogiorno. Le differenze sono anche altre, ma questa è la divaricazione maggiore, come se appartenessero a due mondi diversi. Che non è così per gli uomini. Gli uomini sono differenziati nel modo in cui stanno nel mercato del lavoro, nella posizione che occupano, mentre l’istruzione delle donne, l’appartenenza territoriale fa distinzione già fra l’essere e non essere nel mercato del lavoro, poterci rimanere o non rimanere in caso di arrivo di responsabilità familiare. E’ un elemento importantissimo per le donne, molto più che per gli uomini. I motivi di questo sono evidenti, perché se un lavoro è più bello uno fa anche più sacrifici per tenerselo, se paga bene vale di più la pena di investirsi, se poi ho un titolo di studio elevato, sono più spesso sposata con un uomo che ha il mio stesso titolo di studio e che, essendo uomo, guadagna più di me e quindi abbiamo complessivamente più risorse per comprare i servizi che sostituiscono il lavoro familiare, e così via. Mentre quanto più ho titolo di studio basso, sono sposata con un uomo come me che guadagna poco, non è conveniente che spenda, come dicevano le donne della mia generazione, ma temo che lo dicano ancora adesso, tutto il mio stipendio per pagarmi una domestica. La domestica naturalmente è qualcosa che si paga con il proprio stipendio, quello dell’uomo, no! Oppure gli uomini dicono: non vale la pena che lei vada a lavorare se poi dopo tutto il “suo” stipendio va per pagare la domestica. Come forme di concettualizzazione sono molto interessanti per capire poi come uno negozia. E’ vero che è l’equivalente del suo stipendio però non sono i loro contributi. Paghiamo metà dello stipendio della domestica ciascuno, però manteniamo tutti e due i nostri contributi. Si potrebbe ragionare così, ma non lo si fa mai; si guarda solo a quanto costa sostituire il “suo” lavoro, che naturalmente è “suo”.

solo perché si è donne

Però, detto questo, se noi allontaniamo provvisoriamente lo sguardo dalla famiglia e guardiamo il mercato del lavoro, troviamo che le cose non sono così luminose. Non c’è dubbio che se solo gli uomini cambiassero e ci fossero un po’ più di servizi e un po’ più di ridistribuzione favorevole alla famiglia, le cose andrebbero meglio. E tuttavia, e finisco proprio con i dati di 2 indagini fatte rispettivamente dall’Istat e da Alma Laurea. Quella dell’Istat è fatta a 3 anni dalla laurea o dal diploma, quella di Alma Laurea a 1 anno o a 5 anni dalla laurea. Quelli di Alma Laurea mostrano solo un peggioramento tra il 2000, 2001, 2002 e 2003 per i laureati: ad una anno dalla laurea è solo aumentata la disoccupazione e sono aumentati i contratti di lavori precari. I laureati del 2002 sono un po’ più disoccupati e un po’ più nei lavori precari che non i laureati del 2001 a un anno dalla laurea, ma mostrano, ed è la cosa che mi interessa in questo discorso, che si è ampliato il divario tra uomini e donne. E stiamo parlando di persone laureate nello stesso anno e che sono entrati insieme sui blocchi di partenza. Non stiamo confrontando tutti gli uomini che sono entrati nel mercato del lavoro con un sottogruppo di donne che è entrato nel mercato del lavoro, ma stiamo guardando quello che sono usciti insieme dalla formazione e si sono presentati insieme ai blocchi di partenza. L’indagine sui laureati e diplomati dell’Istat mostra che le donne sono più nei lavori precari, ecc. e che in media prendono 160-190 euro al mese (non sono sicuro della cifra ma ben più di 100 euro) in meno dei loro analoghi. L’indagine di Alma Laurea mostra che in un panorama nel quale è complessivamente diminuito il reddito per i neo-laureati, le donne guadagnano dal 7 al 30 % in meno dei loro coetanei. E le differenze sono tanto più forti quanto più è qualificato il lavoro, quindi la parità è in basso. Il che non è così ovvio. Quando io ero giovane ci si diceva che il problema delle donne era che avevamo fatto le scelte sbagliate: eravamo meno laureate dei maschi, più concentrate in certe cose e, quindi, fin che non cambiavano le scelte delle donne non c’era niente da fare. Se voi ci pensate, tutte le azioni positive sono tutte orientate a far cambiare i comportamenti delle donne, cioè il problema sta nelle donne.

Questi dati ci mostrano che non è vero. Le donne, anche nei diplomi e nelle lauree tradizionalmente maschili, finiscono prima e con voti più alti, quindi hanno un curriculum perfetto. Non sto affatto dicendo che sono più brave, più geniali. Una mia studentessa, una volta che interrogandola a lezione sul perché secondo loro le ragazze erano più brave dei ragazzi, mi ha detto: eh, professoressa, noi sappiamo che non possiamo mica permetterci di perdere tempo, dobbiamo giustificare l’investimento delle nostre famiglie in quanto per noi l’orologio picchetta e quindi non possiamo scarseggiare, dobbiamo studiare, dimostrare di essere più brave e finire in fretta perché il tempo non c’è. Quindi è solo per questo che risultano meglio, non perché hanno un cervello fatto meglio.

Il dato empirico è che finiscono prima, sono più regolari, con voti migliori. Questo è molto utile perché possono stare nel mercato del lavoro. Non sto dicendo che l’istruzione è inutile, anzi come dicevo prima è il passaporto fondamentale perché entrino e stiano. Ma non per conquistare la parità. Già, ripeto, ai blocchi di partenza, prima ancora che abbiano programmato di sposarsi, prima ancora che abbiano pensato di avere un figlio, solo perché sono donne. Le azioni positive devono smettere di riguardare le donne, ma cominciare a riguardare gli uomini sia come datori di lavoro che come mariti, che con un po’ di azione positiva prendano il congedo di paternità…

Al di là della battuta è drammatico perché che cosa dicevano alle giovani donne? A lungo le abbiamo detto che se solo facevano certe cose si sarebbe cambiato il mondo. Loro adesso mi dicono: faccio tutta la fatica di stare ad ingegneria, un posto scomodo, dove manco mi guardano, i professori parlano come se io non esistessi, mi sento un po’ sopraffatta da tutti questi corpi maschili che pure passano sopra la mia testa come se non ci fossi, finisco prima, sono più brava, dopo di che l’ultimo scalzacane di ingegnere è assunto prima di me, con contratto a tempo indeterminato e con stipendio più alto del mio. Forse se facevo lettere era meglio, perché almeno facevo meno fatica.

Sto esagerando, ma non troppo.

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