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Cittadinanza della rete. Gregorio Gitti, dichiarazione dei diritti in Internet.

linea_rossa_740x1Corso di formazione alla politica

La rete, in questi ultimi 10 anni, è diventata un fenomeno globale senza limiti di tempo e di spazio collegando popoli di tutto il mondo. Se all’inizio la rete era considerata uno dei simboli principali della rivoluzione elettronica degli anni’90, che avrebbe dovuto portare ad uno sviluppo della comunicazione e ad una maggior circolazione di dati, adesso si incominciano a constatare gli effetti negativi sulla società e in particolare modo sui giovani, ecco quindi la necessità di portare avanti un primo processo di regolamentazione della rete (la dichiarazione dei diritti in internet) in grado di tutelare la libertà del singolo utente durante l’uso di Internet.

Gregorio Gitti. Cittadinanza della rete

1. leggi l’introduzione di Marco Corno a Gregorio Gitti

2. leggi la trascrizione della relazione di Gregorio Gitti

3. clicca sui file audio sottostanti per ascoltare le registrazioni della lezione

(se vuoi scaricare i file sul tuo computer trovi i link in fondo alla pagina)

Premessa di Giovanni Bianchi 15’40”

Introduzione di Marco Corno 13’25”

Relazione di Gregorio Gitti 56’28”

Domande del pubblico 20’24”

Risposte di Gregorio Gitti 24’37”

Domande e risposte, chiusura 8’09”

Giovanni Bianchi, Gregorio Gitti e Marco Corno

Giovanni Bianchi, Gregorio Gitti e Marco Corno (in primo piano)

Testo dell’introduzione di Marco Corno a Gregorio Gitti

La rete, in questi ultimi 10 anni, è diventata un fenomeno globale senza limiti di tempo e di spazio collegando popoli di tutto il mondo. Se all’inizio la rete era considerata uno dei simboli principali della rivoluzione elettronica degli anni’90, che avrebbe dovuto portare ad uno sviluppo della comunicazione e ad una maggior circolazione di dati, adesso si incominciano a constatare gli effetti negativi sulla società e in particolare modo sui giovani, ecco quindi la necessità di portare avanti un primo processo di regolamentazione della rete (la dichiarazione dei diritti in internet) in grado di tutelare la libertà del singolo utente durante l’uso di Internet.

L’obiettivo è quello di promuovere la partecipazione nel rispetto dei diritti e doveri dei singoli individui e la tutela dei dati, ovvero i beni della rete, sui quali si richiede il massimo rispetto della privacy. Il diritto, applicato al digitale, porta alla nascita di una gerarchia “istituzionale” creando sicurezza e ordine in questo mondo parallelo (rispetto della cosa pubblica virtuale) con la susseguente nascita di una rappresentanza giuridica reale che diventa automaticamente anche digitale garantendo la tutela dell’individuo e punendo gli eventuali reati commessi (legalità).

Quindi è possibile parlare di cittadinanza? Le nostre società vivono e sopravvivono proprio grazie al senso di appartenenza che si identifica nella cittadinanza, una cittadinanza, nel caso in esame, digitale, in cui tutti possono riconoscersi, a patto che abbiano uno smartphone che permetta loro di accedere alla cosiddetta comunità digitale la quale a sua volta crea senso di appartenenza. Sorprendente è come essere cittadino della rete crei i presupposti per diventare membri di qualcosa di più grande, nel bene e nel male, per riempire quel vuoto alimentato dalla forte crisi identitaria del giorno d’oggi che si ripercuote sulla vita quotidiana.

Questo senso di appartenenza viene realizzato soprattutto dai social network come Facebook, Twitter dove un semplice like ad una pagina porta l’assimilazione dei suoi contenuti e la loro applicazione nella vita reale. Un esempio molto frequente sono le mode mondane propugnate dai mass media che dal mondo digitale si spostano nel mondo reale e questo può avvenire anche grazie alla cittadinanza digitale.

Interessante è constatare che quest’ultima diventa il punto di congiunzione o meglio la porta di accesso di questi due mondi. L’uomo, di fatto, vive contemporaneamente in due realtà diverse: una percettibile con i 5 sensi e l’altra visibile tramite uno schermo. Spesso la seconda tende a prevalere sulla prima creando un’eccessiva dipendenza, invadendo tutti gli spazi, anche quelli più intimi, della nostra vita.

L’appartenenza ad un mondo “libero” il cui unico modo per essere “cittadini” è poter navigare in Internet crea delle situazioni per cui tutti si sentono legittimati a fare tutto plasmando false identità, storpiando la realtà e soprattutto, cosa più pericolosa, sovrapponendo le due identità (reale e digitale), per cui spesso lo status sociale della persona dipende dal suo status di rete.

Questo ha fatto sì che i principi morali possano venir meno a vantaggio dell’apparenza, incarnata nella cultura del selfie e del postare foto su Snapchat (massima espressione del narcisismo), insieme alle mode e alle tendenze sociali. E chi rifiuta questa filosofia di vita viene emarginato realizzando l’espressione “homo homini lupus” che in teoria nelle società moderne non dovrebbe esserci più.

Nascono pertanto comportamenti discriminatori che portano le vittime al suicidio, come il Cyberbullismo in forte diffusione tra i giovani che desta non poche preoccupazioni. Purtroppo queste violenze sono il frutto di una cultura sbagliata indotta dalla rete, e quindi dall’essere cittadini della rete, dove gli utenti vengono bombardati ogni singolo giorno da cattivi costumi e abitudini che vengono assimilati e applicati nella vita reale, senza che i soggetti se ne accorgano finendo per disprezzare il prossimo privi di una valida giustificazione.

E’ necessario pertanto educare all’utilizzo della rete, a partire dalla scuola primaria, insegnare che Internet può essere e deve essere utilizzato per scopi nobili e che è quindi necessario saper selezionare le informazioni giuste da quelle sbagliate. E in questo la rete stessa può diventare un mezzo per l’attuazione di un vasto programma di educazione sociale e non solo per il “divertimento”. Un ulteriore passo sarebbe porre la questione a livello internazionale perché Internet non è una materia di competenza nazionale, ma di competenza mondiale e si reputa pertanto fondamentale istituire un organo sovranazionale che lavori proprio per la sua regolamentazione.

Solo riconoscendo e rispettando delle leggi scritte si può diventare veri cittadini della rete, altrimenti la società organica finirà per implodere su se stessa smarrendo quelli che sono i veri valori per i quali vale la pena vivere e lottare, evitando l’instaurarsi di un sistema e di una globalizzazione che non sono altro che “una tigre di carta”.


Trascrizione della relazione di Gregorio Gitti

Innanzitutto, mi corre l’obbligo di ringraziarvi non in modo formale, anzi proprio come segno di amicizia non solo nei confronti di Silvia e Giovanni Bianchi che mi hanno invitato insieme a Marco Corno e che mi hanno immediatamente fatto sentire a casa. È bastata veramente una mezz’ora di chiacchierata con Giovanni per, come dire, ristabilire immediatamente come due vecchi amici un linguaggio comune, un modo di ragionare sincretico anche se erano anni che non ci si sentiva, e quindi non dirò altro rispetto alle parole introduttive che lui ha declinato con grande esattezza, con grande linearità e che mi trovano del tutto consentaneo: sono le cose che ci siamo scambiate come un dono di amicizia appunto nel momento in cui aspettavamo che la sala si popolasse di altri amici, perché solo gli amici, in una giornata straordinaria come questa, sono qui. Non ci sono altre ragioni se non questa, e quindi vi prometto che faremo una chiacchierata densa ma veloce, rapida, magari anche con un botta e risposta da parte vostra e con una piccola discussione.

Non sono qui per fare una lezione ex cathedra anche se mi sento a casa doppiamente perché in queste aule, che la Curia metteva e mette a disposizione della mia università, spesso mi sono intrattenuto con i miei studenti essendo appunto professore, qui in Statale, di diritto civile. Quindi, vi ringrazio doppiamente per questo vostro invito e per questa ospitalità.

Partirei solo un attimo, come indicazione di metodo e quindi raccogliendo le suggestive parole che Giovanni Bianchi e poi Marco Corno, hanno, come dire, messo avanti rispetto a questa mia conversazione; ma addirittura voglio rimontare su quello che è il sottotitolo, altrettanto suggestivo, della sigla che organizza questi dibattiti, cioè i Circoli Dossetti: Eremo e Metropoli identificano due luoghi, e i luoghi fisici, come presto dirò anche nel prosieguo della mia conversazione, sono evocativi di molte altre cose. Eremo e Metropoli evocano, come dire, secondo il fluire delle parole di Giovanni Bianchi, che cosa ho sentito, che cosa ho avvertito? Il pensiero e il confronto: l’eremo è un luogo di silenzio, di raccoglimento, di pensiero; nel silenzio a me capita che le idee vengano a trovarmi, non devo cercarle, non devo sforzarmi; nel silenzio in un luogo raccolto l’idea, inspiegabilmente, sorprendentemente, viene a trovarti e ti regala, almeno parlo di un’esperienza personale, quei tre secondi di felicità che all’uomo sono dati. Ogni tanto esistono questi movimenti emotivi. Non sto sviando rispetto al discorso, cercherò poi di recuperare sempre su una base sistematica le mie riflessioni, sono un giurista e quindi sono portato a organizzare il mio discorso. Ma c’è questa parte fondamentale dell’emotività e l’emotività arriva in un luogo altrettanto intimo che è quello del corpo.

La metropoli evoca invece un luogo di frequentazione, quasi di confusione, di bombardamento di immagini, di sensazioni; è il luogo però anche del confronto dove persone diverse, contesti diversi, messaggi diversi, richiedono una lettura, un’interpretazione, una correlazione, una sistematica interlocuzione. E ancora una volta, discendendo dal pensiero nasce la cultura, la necessità anche di una trasmissione perché la cultura semplicemente è un’idea che può essere raccontata, trasmessa, consegnata, ereditata, maturata, elaborata. Così come il luogo più ampio del confronto sollecita, se giustamente incanalato questo confronto, sollecita la partecipazione. Il mescolarsi di culture di partecipazione può condensare, contaminare il terreno, l’humus più adatto per l’organizzazione di una vita civile, sociale e politica.

È l’incontro di questi due formanti che innervano quello che dovrebbe essere il senso di una politica, il senso della politica attraverso la condivisione di politiche. Per questo sono d’accordo, chiudo su questo punto introduttivo. Quello che oggi manca in questo paese, ma manca anche in Europa, sono partiti che innervino questi due formanti, partiti che io definisco in modo tecnico, è già stato evocato l’art. 49 della Costituzione, sono organi costituzionali. Qualunque legge ordinaria che limiti, sia nella regolamentazione che nella disponibilità di risorse, la vita dei partiti è incostituzionale.

E oggi noi viviamo da questo punto di vista certamente una situazione gravemente incostituzionale. I partiti non sono solo oggetto di una campagna di stampa, secondo me, gravemente diffamatoria, ma non esistono nemmeno come condizioni di vita. La legge sul finanziamento pubblico dei partiti che il governo Letta ha consegnato a questo paese è una legge deleteria: rincorrere movimenti che speculano e strumentalizzano, perché in realtà poi coi gruppi parlamentari utilizzano decine di milioni di euro gestiti da entità privatistiche, significa uccidere, l’infrastruttura, la possibilità di fare politica in questo paese. Quindi, il tema della democrazia è oggi un tema di priorità emergenziale. Non ne parla nessuno, anzi spesso e volentieri i media, che sono peraltro corresponsabili, come dire, nell’organizzare l’opinione pubblica, ovviamente non ne parlano. Ma questa è la priorità, l’emergenza di questo paese.

Detto questo, mi chiedo come siamo riusciti a immaginare e ad approvare un documento che io ritengo importante, e vengo al merito di questa mia conversazione, nell’assenza, ripeto, di strumenti istituzionali che potessero consentire un dialogo, un confronto, una scelta politica. Questo documento, come altre cose che mi è capitato di vedere in questa legislatura – che doveva essere la legislatura delle grandi riforme e invece produrrà il ritorno alla prima repubblica senza i partiti, quindi una legislatura che si è rivelata un forte boomerang – siamo arrivati a produrlo proprio perché c’era indifferenza, c’era totale inconsapevolezza, incompetenza. Oggi in Italia la politica può fare delle buone scelte nella distrazione di chi comanda o presiede le istituzioni pubbliche. Di questa Commissione non si è occupato nessuno se non una persona, la presidente della Camera, che ha cercato, anche per sua oggettiva, naturale visibilità personale, di cogliere qualche obiettivo.

Anche la riforma del regolamento della Camera che poteva essere tranquillamente fatta, in otto mesi, avrebbe, come dire, svuotato, collassato il discorso puramente ideologico del mono-cameralismo, bi-cameralismo perfetto, imperfetto, subordinato. Tutte, scusate, menate, lo dico da giurista, tutte queste disquisizioni ideologiche ed erroneamente politicizzate, mentre dovevano essere derubricate come fatto tecnico. Il referendum costituzionale doveva essere derubricato come fatto tecnico, non come fatto politico. Ebbene, con la riforma contestuale dei regolamenti della Camera e del Senato si producevano degli effetti di miglioramento, quindi di efficienza, di maggior lavoro, più consapevole anche con una valorizzazione del lavoro, non solo in sede referente, ma in sede legislativa delle commissioni e quindi dei singoli deputati che magari potevano essere semplicemente ridotti in numero: ridotti in numero, magari con una legge elettorale più selettiva, con il collegio uninominale, si riusciva ad avere personale politico parlamentare di ottimo livello consegnandogli banalmente, con dei regolamenti e una modifica della Costituzione che oggi prevede una via prioritaria, quella appunto della commissione e dell’aula: bastava veramente cambiare il numero e cambiare un comma sulla sequenza dell’organizzazione dell’attività parlamentare e si otteneva molto di più rispetto alla cosiddetta riforma Renzi. Però, il problema è la competenza. Bene, la Boldrini su questo tema si è impegnata.

Che cos’è questa dichiarazione dei diritti in Internet? Serve a qualche cosa? E dal punto di vista delle fonti, che cos’è, giuridicamente? È una dichiarazione politica, però è una dichiarazione che ha un peso politico perché è assunta dal Parlamento italiano, primo in Europa e poi condivisa da dichiarazioni della maggioranza dei Parlamenti dei paesi attualmente membri dell’Unione Europea. E quindi è un atto che ha un rilievo politico: è stato presentato appunto anche alla presenza, come dire, dei presidenti dei Parlamenti dei paesi più importanti in Europa, a Roma.

È un atto di indirizzo, ma oggi chi conosce la rete, e chi conosce quelli che sono gli sviluppi che la rete porterà, sa benissimo che questo è semplicemente l’innervatura di quello che dovrà essere un confronto e soprattutto, e ancora una volta esprimo un concetto giuridico, mi scuso ma cerco di spiegarlo, il frutto finale dovrà essere un trattato internazionale, dal quale poi discenda una legislazione statuale.

Faccio un paragone: siamo come alla fine dell’Ottocento quando, dopo la rivoluzione industriale, si accompagna la necessità di una grande espansione del commercio. Prodotti che venivano appunto serializzati, industrializzati, che avevano una potenzialità di sbocco in mercati nuovi, pensate anche alla possibilità, come dire, delle vaporiere e quindi del trasporto anche transoceanico e all’inizio dei trasporti ferroviari. Tutto questo portava a una massificazione della produzione, quindi non più artigianale ma su scala industriale. Ebbene, dal punto di vista dei commerci uno pensa quello che è il sistema dei pagamenti, il sistema delle garanzie ed è appunto dei primi decenni del Novecento il discorso culturale e politico che poi porta ai trattati sugli assegni e sulle cambiali. È vero che gli assegni furono inventati dai banchieri fiorentini, italiani, lombardi, molti secoli prima, ma evidentemente erano, come dire, dei titoli giuridici, titoli di credito: una categoria giuridica tuttora insegnata in queste aule dell’università e oggetto di confronti dottrinali e giurisprudenziali, però funzionale a dei commerci molto limitati, molto parcellizzati.

Ebbene, ecco un trattato internazionale che disciplina l’assegno, l’assegno bancario che deve avere alcuni formanti, alcune dichiarazioni espresse per poterne garantire la fiducia, la validità, anche se da un punto di vista giuridico, scusate ancora una volta questo riferimento, a prescindere dalla causa giuridica, dalla causa contrattuale: l’assegno va pagato a prescindere dal rapporto contrattuale sottostante, è un titolo, come diciamo noi giuristi, astratto.

La rete costituirà un veicolo in cui transiteranno anche i pagamenti. Noi come italiani anche qui non siamo informati, ma nel ripensamento imprenditoriale degli istituti di credito delle banche, che oggi soffrono perché i tassi di credito, cioè l’Euribor è negativo, quindi non si riescono nemmeno a pagare gli stipendi di tutti i bancari disseminati per tutte le reti di sportelli e, come dire, con il sistema retail le banche non stanno in piedi, lo sappiamo, non stanno in piedi a meno che, come dire, mettano a casa, licenzino migliaia e migliaia di dipendenti. Poi ci sono le banche che svolgono attività di investment banking, però c’è il problema del conflitto di interessi.

Cosa avevano le banche? Avevano degli istituti di pagamento importanti, il pagamento elettronico, ma non hanno fatto investimenti sulle piattaforme ed esistevano anche piattaforme evolute. Hanno pensato bene… una banca valtellinese che non nomino, però ce ne sono due, ha pensato bene che anziché fare un aumento di capitale cui la BCE, come dire, la costringeva, ha venduto una partecipazione di controllo, ma non da sola perché non è responsabilità evidentemente solo di questa banca della Valtellina, ma anche tante altre banche popolari hanno venduto a dei fondi americani, che sono entrati nell’Istituto Centrale Banche Popolari. Poi, altre banche più grosse hanno venduto le proprie società, sempre di pagamento elettronico: forse a Milano vedete sui banchi dei negozi una sigla Setefi, ecco è stata venduta anche Setefi, sempre agli stessi fondi.

Che cosa hanno in mente questi fondi? Hanno in mente un’idea imprenditoriale. Qual è questa idea imprenditoriale? Faccio l’esempio, diciamo così, del settore bancario ma ne potrei fare tanti altri. L’idea imprenditoriale è banale: investire qualche miliardo di euro per aggiornare e sviluppare queste piattaforme che potranno gestire tutto, in termini di pagamenti, di comunicazioni, di utilizzo delle carte di credito. E che cosa faranno attraverso queste piattaforme? Sapranno non solo dove i singoli clienti costantemente si trovino, ma di più: ne conosceranno i gusti, le capacità di spese, perfino la possibilità se, anno si, anno no, stagione si, stagione no, vanno in vacanza con la famiglia, non con la famiglia. Queste piattaforme saranno in grado di poter controllare, ovviamente da un punto di vista commerciale, che cosa faremo.

Il contante è destinato a essere superato ma anche per banali esigenze fiscali ed erariali. Noi stiamo parlando oggi, ma dobbiamo pensare a quello che succederà ai nostri figli, cioè a quello che succederà fra 5-10 anni. Il contante non ci sarà più e quindi ci sarà una virtualizzazione delle ricchezze, dei patrimoni. Ma non solo piattaforme del genere avranno una conoscenza penetrante di tutto questo che vi ho raccontato, ma gestiranno anche le modalità con cui noi ci muoveremo.

L’automobile in grado di muoversi con un sistema driveless, cioè sostanzialmente senza la guida, è già una realtà non solo prototipizzata, ma già sperimentata. Cioè nelle strade americane girano già più automobili che stanno facendo un’attività di testing. Quello che noi vediamo, diciamo così, sui modelli più evoluti di qualche auto giapponese o tedesca è un’infinitesima potenzialità. Per carità, andremo poi finalmente in un sistema di trasporto più pulito, più green come si suole dire, ma saremo sostanzialmente guidati anche nei nostri spostamenti da un sistema che potrà in evoluzione governare una serie di strumenti.

Ho fatto solo qualche esempio, come dire, evocativo, ma non sto parlando di scenari futuribili, sto parlando di cose reali, che ci sono già adesso. Non sono state ancora oggetto di una commercializzazione, ovviamente ci sono delle certificazioni in termini di sicurezza perché sul nostro pianeta… (voce dal pubblico: la metropolitana) sì, è quello che ha fatto un’industria italiana perché la prima metropolitana, che è stata fatta a Copenaghen, è stata fatta da una industria italiana, da Ansaldo Sps che era leader mondiale nei sistemi di informatizzazione ferroviaria e che è stata venduta ai giapponesi in questo momento difficile.

Vi potrei raccontare anche altre cose sulle auto elettriche. L’auto elettrica, a parte la Tesla, c’è anche un’industria, che tra l’altro ho visitato giovedì scorso, un’industria italiana, che ha già certificato come auto, o quadricicli, dei veicoli bellissimi con un’autonomia anche maggiore rispetto a Tesla e ha già un accordo con la prima società produttrice in Cina – quindi sarà quella che nel piano di sviluppo fra 10 anni sarà la prima casa automobilistica al mondo – e sostanzialmente gli hanno dato tutto il knowledge, cercheranno di fare una battaglia commerciale per poter andare a produrre in Cina; già l’anno prossimo sarà pronto uno stabilimento con 150 mila veicoli elettrici urbani in costruzione: vuol dire che questi vogliono già approcciare il mercato europeo, questi tra 3-4 anni invaderanno il mercato europeo. Hanno come socio anche la Mercedes che utilizzano come rete commerciale. Sarà un’evoluzione molto ampia.

Spesso alla base di tutte queste invenzioni ci siamo noi italiani, ma noi quello che abbiamo è il capitale umano e di altri capitali ne abbiamo pochi evidentemente per sviluppare su basi organizzative e industriali, infrastrutturali, ampie per poter dare una continuità imprenditoriale. Però è la nostra specialità: il nostro carattere, il nostro individualismo, purtroppo, ce lo portiamo dietro da secoli. Ma chiudo questa parentesi.

Ebbene, la rete, o qualche cosa che evolverà, sarà il contenitore all’interno del quale le nostre vite saranno organizzate, raccolte, indirizzate. E questa dichiarazione è stata, come dire, modulata con una consapevole ingenuità di quello che si è qui descritto. Ci sono dei diritti che risuonano nelle orecchie come molti dei nostri diritti costituzionali, ma ancora come molti dei diritti delle dichiarazioni dei diritti dell’uomo o, diciamo così, europea, della Convenzione di New York: ci sono riadattati molti dei diritti fondamentali, ma sappiamo bene che senza una convenzione, un trattato internazionale, e quindi la possibilità di renderli enforceable (ndr, esecutivi) come dicono gli anglosassoni, sono diritti annunciati, enunciati, che non hanno sostanza applicativa.

Che cosa può indurre una multinazionale che governa una infrastruttura… (e poi arrivo al punto perché qui dentro ho fatto una battaglia per fare capir alla presidente Boldrini, a Stefano Rodotà e ad altri componenti della Commissione che cosa serviva per renderla un pochino più concreta) che cosa può indurre? Il danno reputazionale. Un articolo di una giornalista grintosa, Selvaggia Lucarelli, può indurre Facebook a chiudere una chat di un milione e 400 mila iscritti dediti alla pornografia. Ma 1.400.000 iscritti sono un potenziale di mercato pazzesco: Facebook ha chiuso questa chat solo perche rischiava un danno reputazionale, non perché esisteva un giudice che non può intervenire.

Questa realtà è in mano a poche ricchissime corporation. Da dove traggono i ricavi? Le enormi risorse di cui oggi dispongono? Un conto era cinque anni fa, un conto è oggi. Ma ovviamente dai ricavi pubblicitari. Facebook è in grado di arrivare a un terzo della popolazione mondiale. Google è utilizzato da un numero ancora maggiore di uomini e donne sul pianeta. Direi: praticamente non c’è alcuna persona che abbia una connessione Internet che non abbia mai usato Google. Google è in sé un editore, non lo chiamiamo nemmeno più televisivo, non ha senso, il broadcasting era una cosa diversa, la trasmissione via etere, oggi ci sono trasmissioni più sicure.

E poi sapete bene, dalla crisi profonda in cui Steve Jobs l’ha recuperata una seconda volta, l’ha trasformata in una società multiprodotto. Quelli che oggi noi identifichiamo come strumenti che fanno più della metà dei ricavi di quella corporation, solo dieci anni fa erano un oligopolio di industrie che non esistono più oggi. Vi ricordate Motorola, Nokia, Blackberry, non sto parlando di Kodak che è preistoria, pensate alla Kodak che cosa era trent’anni fa, quarant’anni fa. Questi sono prodotti che hanno ucciso, si chiamano killer application. Ma ce ne saranno altre che distruggeranno queste. Noi avremo prodotti sempre più complessi che invaderanno le nostre vite.

Ma da questo punto di vista noi abbiamo solo due possibilità. Dal punto di vista, sto parlando di nuovo della Dichiarazione di cui ci siamo promossi ingenui sostenitori. Il primo: l’obiettivo ve l’ho già detto, quello di una consapevolezza finalmente politica, perché la politica se vuole può di nuovo avere il sopravvento su alcune scelte, alcune elezioni no, lo hanno dimostrato, alcuni capovolgimenti, alcune discontinuità ci dicono che ancora la politica può influire. E quell’obiettivo è quello del trattato internazionale. Pensiamo ai primi anni del Novecento, pensiamo all’assegno. Quella potrebbe essere una soluzione che poi, attraverso quell’innervamento legislativo, darà il potere si giudici dei singoli stati o in Europa, se avremo un’evoluzione politica, ordinamentale e giuridica più complessiva, avremo delle giurisdizioni che potranno interferire. Ma prima di allora che cosa abbiamo? Abbiamo un sistema di antitrust. Ed è quello che ho cercato, in due luoghi di questa Dichiarazione, di sostenere. Il primo, art. 12, comma 3: “Le piattaforme che operano in Internet, qualora si presentino come servizi essenziali per la vita e le attività delle persone (mi pare di avervi dato qualche esempio) assicurano anche nel rispetto del principio di concorrenza (che oggi non c’è, oggi esistono dei monopoli, contrariamente allo Sherman Act cioè i principi retorici dell’America che ha precorso alcune… ricordate sempre che gli Stati Uniti d’America predicano i principi per gli altri, ma dal punto di vista economico e finanziario praticano una formidabile politica di predominanza economica. Avete visto come sono democratici i repubblicani, come sono intervenuti quando in Europa qualcuno ha cercato di far pagare le tasse ad Apple sulla sede irlandese: i principi del libero mercato applicati a loro non esistono) “condizioni per un’adeguata interoperabilità in presenza di parità di condizioni contrattuali”, ripeto, parità di condizioni contrattuali.

Questo inciso io l’ho voluto inserire ricorrendo a una norma che è classica nel diritto continentale europeo e che è già presente anche nell’art. 2597 del nostro Codice civile del ’42, per certi versi precursore di molta della legislazione europea. Anche perché chi guidava la commissione reale per la riforma dei codici era un grandissimo giurista Filippo Vassalli, non fascista: le cose migliori anche in quel caso avvenivano sempre un po’ con la distrazione del potere politico. L’unificazione dei codici, è bello alcuni storici del diritto lo raccontano, avviene in una settimana in cui il ministro della Giustizia era all’estero, aveva fatto un viaggio nei Balcani, in Albania, e Filippo Vassalli in una settimana prende la decisione praticamente da solo di unificare il codice del commercio al Codice civile. È così che a volte capitano le cose.

In questa norma, nell’art. 2597, disciplinando allora, negli anni Quaranta, il monopolio legale, il legislatore italiano impone nell’ambito del monopolio legale il monopolista non solo ha l’obbligo di concludere il contratto con chiunque lo chieda: cioè il servizio, il monopolio deve essere per tutti, non si può dire di no a nessuno: e non solo c’è l’obbligo del contratto, il cosiddetto contratto imposto, ma c’è l’obbligo altrettanto coercitivo di rispettare la parità di condizioni economiche e contrattuali. Quel servizio deve essere dato a tutti e a parità di condizioni. Ovviamente, la parificazione delle condizioni con la massificazione del servizio porta ad abbassare il costo del servizio e quindi a calmierare il guadagno del monopolista, che non ha concorrenti: è solo la concorrenza che fa abbassare i prezzi. Oggi sulla rete noi ci troviamo ad affrontare dei monopolisti rispetto ai quali nessuno osa dire nulla, né il potere politico, né autorità tecniche, né tecnocrazie, le cosiddette autorities in materia di antitrust.

E questo non va bene. Si è dimostrato nell’esperienza, e in questo devo dire che il buon Mario Monti è stato più bravo come commissario antitrust forse che come presidente del Consiglio italiano, anche se bisogna comunque essergli grati per quello che ha fatto per questo paese e credo che il tempo gli darà maggiore ragione; che poi non abbia sensibilità e non sia un politico, questo lo sappiamo benissimo, però come tecnico, almeno nella Commissione europea antitrust, ha saputo dimostrare in almeno due passaggi personalità e temperamento. Ebbene, la Commissione Europea, l’unico organismo insieme a quelli che la Cina sta organizzando, in Cina le major americane non entrano. Non so se vi è capitato recentemente di fare un viaggio e di fermarvi in Cina, Internet in Cina è una grande opportunità ma dosata in modo molto attento e prudente. In Cina in quel mercato mostruoso operano solo operatori cinesi e si vede un po’ la differenza, ma sono in grande evoluzione tecnologica. Noi europei invece siamo ormai delle colonie. Vi ricordate la retorica sul colonialismo europeo? Ecco, ornai ci siamo: non ce lo diciamo perché siamo orgogliosi, siamo, come dire, persone schizzinose dal punto di vista culturale e intellettuale, pensiamo di essere ancora al centro del mondo, ma noi siamo già ormai una comunità colonizzata. Siamo coloni, ma non ne abbiamo la consapevolezza né culturale, né politica, e non attiviamo gli strumenti che potremmo attivare: la Commissione Europea in sede antitrust.

Questa è l’unica cosa che mi interessa, poi c’è tutta la retorica ingenua dei diritti, possiamo dire, quelle cose che piacciono alla Boldrini, ma lasciamole tutte lì, per carità, persona splendida, però per consentire di esercitare la retorica sul lato, diciamo così, più romantico dei diritti, dobbiamo assicurare le premesse politiche e istituzionali.

Di tutto questa complessiva Dichiarazione, io credo che il tema della concorrenza, e quindi della libertà contrattuale, sia il tema più importante; nell’ambito invece di quello che potrà essere una futura disciplina non dico mondiale, internazionale… poi ripeto, la Cina arriva al WTO dopo anni di trattative, quindi immagino che questo trattato su Internet, su cui faranno resistenza gli americani fino alla morte, per il penale internazionale, ecco, mani libere, USA free hands, mani libere sul penale, su vari traffici. Poi c’è la retorica. Chissà quando arriverà questo trattato.

Però una cosa importante è che in questo ambito, a tutela degli individui, e poi chiuderò su questo, cioè in opposizione rispetto a questo scenario un po’ perturbante, almeno per quanto mi riguarda personalmente preoccupante, cercherò di chiudere di nuovo ritornando all’eremo, quindi al pensiero e alla cultura, e al corpo… Mi permetto di citare dell’art. 5 il comma 6: “il consenso non può costituire una base legale per il trattamento dei dati quando vi sia un significativo squilibrio di potere tra la persona interessata e il soggetto che effettua il trattamento”. Questo è il principio per cui non c’è un consenso consapevole, quindi non ci può essere un accordo contrattuale. Ancora una volta questo è un principio che nel nostro Codice Civile c’è, nella disciplina anche questa antesignana, non ha precedenti al mondo nelle condizioni generali di contratto dei formulari, i contratti per adesione.

Ebbene, questi sono due capisaldi, ma poiché gli artisti sono le persone che mi diletto maggiormente di frequentare quando appunto cerco un po’ di silenzio e un po’ di tempo della riflessione, anche perché sentono prima e meglio degli altri, gli artisti contemporanei, passata la sbornia dei video, delle cose che poi sono state copiate, copiate dalle major cioè, Youtube ha strumentalizzato alcune delle intuizioni degli anni Sessanta di molti artisti… Ormai si può veramente parlare di un ritorno alla riscoperta della fisicità del corpo. E quindi troviamo artisti che si dipingono, artisti che comunque ritornano all’utilizzo delle mani, al fare. Io credo che la nostra libertà sia una libertà che, a fronte della comunità, della metropoli, debba riscoprire fondamentalmente il luogo dell’appartarsi.

Io, Giovanni Bianchi lo ha ricordato, appartengo a una famiglia, diciamo così, del cattolicesimo liberale democratico bresciano; quando ero piccolo uno dei primi insegnamenti che mi fu dato, proprio quando iniziai a leggere, mi dissero anche: sai, il Vangelo è una cosa che ti accompagnerà per tutta la vita. In fondo, scusate se mi permetto l’argomento, fino adesso non mi sono mi sentito pronto per leggerne uno dall’inizio alla fine. Non l’ho mai fatto, me lo tengo come, non so, accompagnamento proprio ultimo. Penso che se ne avrò la forza mi terrò questo come ultima consolazione. Sempre l’ho letto a pezzi. E una delle pagine più belle che è nel Vangelo di Matteo dice: quando si prega si raccomanda di entrare nella propria stanza, di chiudere la porta e di pregare in silenzio.

Questo che è un bisogno proprio di intimità profonda, di riscoperta anche emotiva di quella che è l’identità, credo che sia l’insegnamento più importante, credo, almeno per me lo è stato, anche nei confronti di chi oggi è completamente stordito. Parlo dei più giovani, parlo dei nativi della rete, di coloro i quali reputano di trovare la propria identità nella chat, nella comunicazione anche linguistica, visiva dei coetanei, che però è appunto un passaggio adolescenziale connaturato con questa fase. Ecco, io credo che il compito degli educatori, della scuola, non parlo dei legislatori perché chiuderò su questo punto, non di chi dà norme, ma di chi può anche amministrare la cosa pubblica, cioè degli amministratori, sia quello di tutelare, difendere le occasioni di interiorizzazione, di studio e di approfondimento della cultura. Questo è il punto: la cultura è il bene più prezioso di un individuo, di una comunità; e va difesa rispetto a quella che è informazione, comunicazione, addirittura ideologicamente falsificata. Va conosciuta, va analizzata, ma deve essere segmentata, perimetrata; non può essere confusa la diffusa informazione con quello che è il precipuo di una identità individuale e collettiva che non può che essere una identità culturale.

Qual è la ricaduta politica di questo? È la difesa strenua della scuola come luogo di formazione per eccellenza. Il nostro paese non è crollato solo perché non siamo riusciti ancora a distruggere la scuola e, in particolare, la scuola pubblica che è un luogo di pluralismo culturale ancora forte. La scuola è il presidio, è il contrappeso di quello che esiste in questo ambito di cui abbiamo trattato.

Mi ha purtroppo, come dire, molto preoccupato tutta la retorica politica che si è prodotta sulle formule tipo la “buona scuola”; purtroppo abbiamo perso troppo tempo, non ci sono state risorse adeguate, il declino di questo paese è accompagnato, controllatelo anno per anno, dalla voce di bilancio che viene nel bilancio dello stato riferita alla scuola: più questa curva di discesa si aggrava, più potrete, in modo proporzionale, osservare il declino del paese.

Ci troviamo, come dire, in una sede di riflessione, di un seminario, ci possiamo dire le cose con franchezza, ce le possiamo sempre dire con franchezza e brutalità, però questo è il punto, il punto finale, ecco della mia conclusione. E ripeto, oggi più che mai, e non solo per la scuola, abbiamo bisogno non di normazione… Ho capito qui abbiamo parlato di un documento di indirizzo politico, serve la norma rispetto a uno scenario innovativo, ma molto spesso non serve nuova legislazione, nuova normazione su principi di cui siamo già inondati retoricamente in plurime fonti legislative, magari non applicate, non regolamentate, non fatte oggetto di applicazione, di amministrazione. Noi abbiamo più bisogno oggi non di normazione ma di buona amministrazione, di buoni amministratori, di buoni burocrati. Il secondo livello: la scuola è una burocrazia che ormai, coi tagli lineari è stata ossificata, ha un’età media troppo elevata e quindi non competente, non aggiornata, non fa più concorsi. Noi abbiamo i migliori ingegneri del mondo, e non ce lo diciamo noi, lo dice il SO (, Staff Operative) di General Electric che è venuto in Toscana, al Pignone, perché ha lì il centro ricerche, abbiamo i migliori ingegneri del mondo: manco uno fosse assunto in una pubblica amministrazione.

Aboliamo le province, facciamo una riforma dettata dal Corriere della Sera: bisogna dirlo, la campagna sulle province è una campagna del Corriere della Sera, una boiata pazzesca. Noi oggi abbiamo scuole, intese come strutture fisiche, e strade non gestite: poi partiranno le inchieste dei magistrati che metteranno sotto accusa i sindaci che adesso hanno le responsabilità della provincia. Non ci sono risorse. Ma non ci sono più i geologi, gli architetti, gli ingegneri nelle pubbliche amministrazioni. I comuni non sanno più cosa fare, non hanno tecnici. E non parlo dei ministeri. Ma vogliamo immaginare delle politiche per un paese quando non abbiamo poi le persone che devono attuarle?

La scuola e una battaglia per una buona burocrazia. Devono tornare gli investimenti, le risorse sul capitale umano nell’ambito pubblico. Non ci sono. È una balla, non è vero che non ci sono i soldi, i soldi ci sono. Il mercato dei capitali può essere strumentalizzato: c’è una liquidità sui sistemi finanziari internazionali che ha pochi precedenti da Bretton Woods in avanti, non sanno dove investirli. Sapete Goldman Sachs dove ha investito qualche centinaia di milioni di euro? In Social Impact Bond emessi dal governo britannico per attuare la riforma penitenziaria: non solo cambiare dal punto di vista organizzativo il sistema carcerario, ma costruire, ristrutturare, costruire nuove carceri secondo criteri ispirati alla riforma e ristrutturare quelli vecchi, i vecchi penitenziari, per renderli luoghi dove poter costruire delle imprese sociali, dove far lavorare i detenuti, recuperarli con processi di formazione professionale, organizzarli in imprese. Con i profitti di quelle imprese sociali pagano gli interessi a Goldman Sachs.

Non sono cose sconvolgenti, sono cose che sono attuate. La mia risoluzione sui social impact bond riposa sotto qualche dita di polvere da più di due anni in Commissione Finanze. I comuni hanno già lavorato: ci sono banche in Italia, ne cito una, UBI Banca, che ha già fatto 80 emissioni di Social Impact Bond fra Piemonte e Lombardia, sostenendo alcune imprese sociali, alcune cooperative di recupero di tossicodipendenti, ristoranti che danno lavoro a giovani diversamente abili; ottantaper più di 100 milioni di euro. Non è vero che non ci sono risorse, però mancano i progetti, le idee e le persone che sanno costruire i progetti. Questo sì. Manca una burocrazia all’altezza

Grazie della vostra attenzione.


File audio da scaricare (clicca sul link)

  1. Premessa di Giovanni Bianchi 15’40”
  2. Introduzione di Marco Corno 13’25”
  3. Relazione di Gregorio Gitti 56’28”
  4. Domande del pubblico 20’24”
  5. Risposte di Gregorio Gitti 24’37”
  6. Domande e risposte, chiusura 8’09”
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