Cittadinanza sociale. Chiara Saraceno: il welfare, modelli e dilemmi.

linea_rossa_740x1Corso di formazione alla politica

Definire il Welfare State, non è facile, tutti crediamo di sapere cos’è ma, analizzando i fattori che lo determinano ci rendiamo ben presto conto di quante sono le variabili che ne determinano il funzionamento.

Non è quindi più sufficiente distinguere tra il modello nato nella Germania prussiana di Otto Von Bismarck, fondato sul principio assicurativo, in base al quale occorre creare un sistema che protegga il cittadino commisurando l’entità della protezione al danno economico subito, “congelando”, di conseguenza, le disuguaglianze e le differenziazioni presenti nel livello di vita dei cittadini da un lato ed il modello universalistico Beveridgiano che garantisce trasferimenti monetari finanziati dalla fiscalità generale e uguali per tutti a prescindere dal livello di reddito.

Chiara Saraceno, il welfare. Modelli e dilemmi della cittadinanza sociale

1. leggi l’introduzione di Stefano Guffanti a Chiara Saraceno

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Premessa di Giovanni Bianchi 4′ 04″

Introduzione di Stefano Guffanti 16′ 19″

Relazione di Chiara Saraceno 1h 20′ 49″

Domande del pubblico 4′ 38″

Risposte di Chiara Saraceno 18’57”

Domande del pubblico 13’39”

Risposte di Chiara Saraceno e chiusura 24’42”

Stefano Guffanti, Chiara Saraceno e Giovanni Bianchi

Stefano Guffanti, Chiara Saraceno e Giovanni Bianchi


Testo dell’introduzione di Stefano Guffanti a Chiara Saraceno

Siamo qui oggi per presentare il libro della Prof.ssa Chiara Saraceno “Il Welfare Modelli e dilemmi della cittadinanza sociale” edito da “Il Mulino”.

Definire il Welfare State, non è facile, tutti crediamo di sapere cos’è ma, analizzando i fattori che lo determinano ci rendiamo ben presto conto di quante sono le variabili che ne determinano il funzionamento.

Non è quindi più sufficiente distinguere tra il modello nato nella Germania prussiana di Otto Von Bismarck, fondato sul principio assicurativo, in base al quale occorre creare un sistema che protegga il cittadino commisurando l’entità della protezione al danno economico subito, “congelando”, di conseguenza, le disuguaglianze e le differenziazioni presenti nel livello di vita dei cittadini da un lato ed il modello universalistico Beveridgiano che garantisce trasferimenti monetari finanziati dalla fiscalità generale e uguali per tutti a prescindere dal livello di reddito.

La professoressa Saraceno evidenzia come, nella realtà europea, i due sistemi abbiano incorporato caratteristiche l’uno dell’altro: basti pensare all’introduzione del sistema sanitario nazionale italiano o al fatto che paesi che avevano pensioni universali uguali per tutti come Regno Unito, Olanda e Paesi Scandinavi abbiano introdotto un secondo livello di pensione basato sui contributi, o all’introduzione di forme di pensione minima non basate sulla contribuzione in paesi con sistemi di tipo “assicurativo” come Francia, Germania, Italia, Portogallo e Spagna.

Un altro elemento di cui tener conto è il ruolo svolto, all’interno dei differenti sistemi di welfare, dalle famiglie, dal mercato, dallo Stato e dal terzo settore, attori che formano il cosiddetto “diamante del welfare”. Da Paese a Paese cambia il peso e l’importanza di ognuno dei quattro vertici principali.

Riprendendo questa presenza di vari settori, l’economista danese Esping Andersen preferisce parlare di differenti regimi di welfare e ne individua tre all’interno delle società capitalistiche avanzate degli anni ’80:

  • un regime universalistico basato sull’intervento pubblico che caratterizza i paesi scandinavi;
  • un regime continentale conservatore in cui è lasciato un forte ruolo alla famiglia mentre allo stesso tempo la redistribuzione pubblica preserva la stratificazione operata dal mercato, di cui fanno parte i paesi continentali bismarckiani come Germania e Italia;
  • il regime liberale in cui la redistribuzione pubblica è minima, la solidarietà familiare poco accentuata ed è lasciato libero spazio al mercato, di cui fanno parte i paesi anglosassoni, che pure sappiamo essere differenziati al loro interno (vedi il NHS che caratterizza l’Inghilterra o il Canada).

Ma anche questa definizione a ben vedere non è esaustiva, altre variabili influenzano i regimi di welfare , il cosiddetto categorialismo, cioè la scelta di privilegiare i bisogni di certe categorie di persone considerate più meritevoli di altre, contrapposto a politiche di selettività o universalistiche, il ruolo della famiglia, le politiche di genere, l’esistenza di fenomeni di clientelismo, le politiche del lavoro, della salute, della casa…

Una ulteriore scelta, una volta individuata la platea dei destinatari delle misure di welfare, è quella tra sostenerne i consumi attraverso trasferimenti monetari oppure offrendo beni o servizi voucher spendibili solo per l’acquisto di determinati beni.

Inoltre, la professoressa Saraceno richiama la nostra attenzione sul fatto che i regimi di welfare producono differenti modelli di cittadinanza, e, citando Marshall, ci ricorda come l’ “appartenenza nazionale” che delimitava i confini del welfare state e garantiva i diritti sociali ai soli cittadini, sia diventato un elemento quanto mai controverso in un mondo globalizzato nel quale si può essere cittadini e godere dei benefici del welfare senza avere la residenza e senza pagare le tasse (indennità di accompagnamento e pensione sociale degli italiani all’estero ), si può avere accesso alle cure sanitarie e mandare i figli a scuola senza essere cittadini e pagare le tasse (immigrati irregolari).

Malgrado le differenze nazionali, con riferimento ai paesi appartenenti all’UE si parla spesso di ‘modello sociale europeo’:

  • Stato interventista
  • Elevata tassazione
  • Welfare robusto e (tendenzialmente) universale
  • Contenimento delle disuguaglianze

Eppure, paradossalmente, proprio quello Stato Sociale che caratterizza, sia pur in modo estremamente differenziato, i nostri paesi europei rendendoli così attraenti, come Giovanni Bianchi spesso ci ricorda, per moltitudini di migranti provenienti dall’Africa e dall’Asia, rischia di essere la vittima della crisi che stiamo vivendo da diversi anni a causa delle dinamiche determinatisi con la fine della guerra fredda, con l’accelerazione dei processi di globalizzazione che ha portato al prepotente irrompere sulla scena di nuovi attori come l’India, la Cina, la Corea, il Brasile, l’Indonesia e, infine, alla terribile crisi finanziaria del 2007 nata negli Stati Uniti con i sub-prime, il fallimento Lehman e tutto ciò che ne è seguito.

Una crisi dovuta a un problema di debito privato i cui effetti si sono però scaricati sui bilanci degli Stati che sono dovuti intervenire per salvare banche “too big to fail”, tamponare gli effetti sul piano sociale e ricostruire la fiducia nei mercati.

Siamo ben lontani dall’aver risolto questa crisi ma, nella nostra “vecchia Europa”, abbiamo assistito in questi anni a una reazione, sia pur tardiva, con i vari fondi salvastati, che ha dato una boccata di ossigeno alle disastrate finanze di alcuni paesi europei e abbiamo assistito al famoso discorso in cui Mario Draghi affermò che la BCE avrebbe implementato politiche per salvare l’euro “ whatever it takes” e alla politica di quantitative easing che ne seguì.

Ma proprio Mario Draghi, che la professoressa Saraceno cita nella prefazione del libro, ci mette in guardia affermando che il vecchio modello sociale europeo si sarebbe esaurito “a causa della concorrenza crescente dei paesi emergenti, della riorganizzazione dei processi produttivi su base globale, la rapidità dell’innovazione, la crescente frammentarietà dei percorsi lavorativi sempre meno legati al riferimento di un “posto fisso”, la maggiore instabilità dei nuclei familiari, l’abbassamento della fertilità, la flessione prospettica delle forze di lavoro, l’invecchiamento della popolazione”.

Le cause della crisi del welfare, ci ricorda la professoressa Saraceno, sono economiche, politiche e culturali.

Come reimpostare il senso della nostra democrazia mantenendo quella grande conquista politica e sociale che è, è stato e ci auguriamo possa continuare ad essere, il welfare ?

Sarà la professoressa Saraceno a parlarcene, io mi limito a due considerazioni, qualunque sia il modello di welfare che si affermerà non si potrà a mio parere prescindere da due aspetti cruciali:

  • chi finanzierà il sistema di welfare italiano;
  • chi erogherà materialmente i servizi, perché non basta certo scrivere una norma, come molti politici italiani ancora mostrano con il loro comportamento di pensare, perché la medesima si trasformi in una prestazione usufruibile dai cittadini.

Con riguardo al primo tema, nel 2015 l’impatto del welfare sul bilancio dello Stato è stato pari al 54,13% (27,34% in percentuale sul PIL); su 826,429 miliardi di spesa pubblica totale 447,369 miliardi riguardano il welfare.

Cominciamo con il dire che, se ragioniamo in percentuale del PIL la spesa pubblica italiana per il welfare non è affatto fuori linea rispetto a quella europea (semmai si notano inspiegabili differenze tra regione e regione ma questo è un altro discorso..) l’unica voce di spesa tra quelle del welfare italiano che appare squilibrata rispetto alla media europea, quella previdenziale, se depurata della quota di spesa assistenziale appare in linea con quella degli altri paesi europei (11% del PIL ).

Semmai occorrerebbe a mio parere ragionare se sia il caso di mantenere una età pensionabile così elevata all’interno di un sistema che tende al contributivo. Esiste poi questa idea che il sistema a ripartizione, dove chi esce dal sistema lavorativo ha una pensione finanziata da chi invece lavora, non è sostenibile perché la popolazione invecchia, ci sono meno persone che lavorano etc.. La soluzione è: tu, durante la tua vita lavorativa, invece di pagare i contributi, investi i tuoi soldi e li metti nel circuito finanziario. Naturalmente questo te lo dice chi nel circuito finanziario ci lavora perché questi sono nuovi soldi di cui può disporre….Il problema però è capire se, da qui a domani, avremo creato valore. Se avremo creato valore succederà che, per esempio, il lavoratore, siccome sarà diventato più produttivo, creerà più valore aggiunto, avrà dei salari più elevati, avrà dei contributi più elevati, li verserà e potrà comunque pagarti una pensione. Se ci sarà crescita economica, che è crescita del valore di quello che si fa, il sistema a ripartizione sarà sostenibile.

Se invece la crescita è zero non funziona neanche il sistema contributivo, perché crescita zero significa che tu dai i tuoi soldi, anziché pagarci i contributi, a un’azienda che domani avrà prodotto esattamente quello che ha prodotto oggi, nel frattempo però la base di pensioni da pagare è aumentata e quindi il sistema non si sostiene.

Il giorno dopo della riforma Fornero, il prof. Quadrio Curzio (Presidente della società italiana degli economisti), dichiarò: “noi non avevamo bisogno di questa riforma perché avevamo risolto i problemi con la riforma Dini (che ci è stata copiata dalla Svezia) ma l’abbiamo comunque dovuta fare perché ce l’hanno chiesta i mercati.”

Come finanziare, mi domando e vi domando, un sistema di welfare in un paese nel quale, analizzando la struttura dell’IRPEF, emerge che in Italia su 60,79 milioni di residenti, solo 40,71 presentano la dichiarazione dei redditi e solo 30,7 mln pagano almeno un euro di tasse. Se è vero che nei 60 mln sono presenti bambini e anziani mi sembra che il numero di italiani che pagano le tasse sia lo stesso un po’ bassino…

Più della metà delle tasse italiane (il 52,5% !!) è pagata dall’11,53% dei cittadini (il 4,3% dei cittadini paga il 33,64% delle imposte, lo 0,08% dei cittadini paga il 4,71% delle imposte).

Il 46% dei cittadini paga solamente il 5,1% delle imposte (il 24,88 % paga meno di 55 euro l’anno e il 21,8% paga 601 euro all’anno.

Cosa significano questi dati ? Significano che la ripartizione del carico fiscale in Italia è iniqua e squilibrata, da cosa dipende questa iniqua distribuzione del carico fiscale, (ma anche la malasanità, le inefficienze burocratiche che colpiscono i cittadini italiani) dall’altro elemento che a mio parere è necessario affrontare. Per il funzionamento del welfare, come bene evidenziato nell’ultimo incontro con il Prof. Gitti, occorre riprendere il concetto che la pubblica amministrazione, senza la quale il welfare rimane una dichiarazione di intenti, è per il 90% “gestione” per la quale non occorrono grandi innovazioni e progetti, inventati dal politico di turno che durano lo spazio di un mattino per poi essere abbandonati con l’arrivo dei nuovi “padroni”, occorre un lento, continuo e lungimirante lavoro con norme certe e non continuamente modificate (vedi l’incredibile stillicidio di leggi che in Italia hanno riguardato il possesso di una casa o gli assegni di povertà).

In un contesto in cui da anni si assume una persona ogni 4 che vanno in pensione, con l’età media dei dipendenti pubblici che viaggia intorno ai 50 anni, occorre il recupero delle professionalità della P.A., sacrificato nel nome di una filosofia che, dopo le leggi Bassanini e le successive riforme Brunetta, cerca di importare nella P.A. modelli organizzativi privatistici basati sulla moltiplicazione di figure dirigenziali generaliste il cui operato non viene valutato sull’andamento della gestione ordinaria (quella che incide sulla vita dei cittadini e viene invece data per scontata) bensì su improbabili indicatori inadatti alla realtà della P.A. oppure, peggio ancora, su progetti di miglioramento organizzativo slegati dall’attività degli uffici che servono solo a dare visibilità ai predestinati (sarebbe interessante a questo proposito effettuare una analisi su certe fulminanti “carriere” che portano neo-laureati a diventari Direttori Generali nell’arco di 4-5 anni… )

La cosa che mi lascia esterrefatto è che i modelli organizzativi delle migliori aziende private vanno nella direzione opposta, le migliori aziende privilegiano modelli organizzativi “orizzontali” con pochi livelli gerarchici mentre perfino i vecchi capi ufficio una volta depositari del sapere pratico, della gestione operativa, oggi sono “dirigenti”, proliferano figure di controllo interno (ovviamente nominate dai controllati) figure di “staff”, “comunicatori”, il tutto a scapito di coloro che lavorano con i cittadini erogando quelle prestazioni e quei servizi.

Perfino temi apparentemente nobili come la trasparenza, la privacy, l’anticorruzione, nella realtà italica si trasformano in adempimenti formali che hanno la sola finalità di giustificare l’esistenza di Direzioni e Strutture create ad hoc. Ci si riempie la bocca con il diritto di accesso quando poi, a fronte di centinaia di finti invalidi che girano impunemente per il paese, mi è capitato di toccare con mano che un malato di Alzheimer, al quale è stato inspiegabilmente negato l’assegno di accompagnamento, non ha modo di interloquire con l’INPS (peraltro guidato dall’illuminato Tito Boeri) se non attraverso una visita medica a pagamento e un successivo, costoso, ricorso legale.

In conclusione, credo che il libro della prof. Saraceno rappresenta una autorevole testimonianza dell’importanza di valutare le politiche di welfare comparando le politiche adottate nei vari paesi per poi progettare nuovi interventi socio-assistenziali, socio-sanitari e socio-educativi che si basino sull’analisi dei dati e dei risultati conseguiti collocando l’evidenza empirica al centro del dibattito pubblico a disposizione di chi concretamente “fa” il welfare e di chi lo discute, obiettivi cruciali per i quali vale la pena di unire gli sforzi, al di la delle differenze nel ruolo e nelle finalita di ogni soggetto.


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