Conoscenza, relazione e partecipazione nel mondo del lavoro. Tavola rotonda con Sandro Antoniazzi e Marco Carcano.

Corso di formazione alla politica

La partecipazione dei lavoratori in azienda non è sicuramente un fatto inaudito, ma sicuramente complesso e in un qualche modo si tratta di una proposta e di una prospettiva che ha avuto scarso sbocco realizzativo in Italia e che invece diventa una prospettiva interessante all’interno dei processi di trasformazione del lavoro che stiamo vivendo: dal tramonto della classe operaia, alla creazione di nuove relazioni industriali, dalla crisi alla prospettiva di una industria 4.0.

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Presentazione e introduzione di Luca Caputo, che legge il testo preparato da Marica Mereghetti. 19′ 15″

Relazione di Sandro Antoniazzi 39′ 10″

Relazione di Marco Carcano 52′ 59″

Domande del pubblico 21′ 11″

Risposte di Sandro Antoniazzi 13′ 38″

Risposte di Marco Carcano 18′ 17″

Domande del pubblico 14′ 13″

Risposte di Sandro Antoniazzi e Marco Carcano, chiusura di Luca Caputo 20′ 28″

Luca Caputo, Marco Carcano, Sandro Antoniazzi

Luca Caputo, Marco Carcano, Sandro Antoniazzi (foto Enrico Leoni)


Introduzione di Marica Mereghetti

La partecipazione dei lavoratori. Una democrazia inedita
di Sandro Antoniazzi, Marco Carcano, Vito Volpe, Sergio Zaninelli

a cura di Marica Mereghetti

“Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione aziendale” [ Costituzione Italiana art. 46 ].

Intorno all’inveramento di questo articolo della Costituzione si sviluppa la riflessione del testo in discussione oggi. La partecipazione dei lavoratori in azienda non è sicuramente un fatto inaudito, ma sicuramente complesso e in un qualche modo si tratta di una proposta e di una prospettiva che ha avuto scarso sbocco realizzativo in Italia e che invece diventa una prospettiva interessante all’interno dei processi di trasformazione del lavoro che stiamo vivendo: dal tramonto della classe operaia, alla creazione di nuove relazioni industriali, dalla crisi alla prospettiva di una industria 4.0. In questo quadro tra l’altro si inseriscono come novità politica i due documenti unitari delle organizzazioni sindacali che proprio sul sistema delle relazioni industriali e sull’industria 4.0 cercano una via italiana alla partecipazione anche attraverso l’esemplificazione di modelli virtuosi presenti in Europa.

Sicuramente la scommessa di una proposta di accordi partecipativi all’interno delle aziende in una prospettiva di collaborazione tra impresa e lavoratori si sviluppa non solo nella visione di una maggior partecipazione diretta e di una maggior partecipazione istituzionale (sindacale) all’interno dei rapporti industriali, ma vuole di fatto essere la scommessa di uno sviluppo della “democrazia sostanziale” di dossettiana memoria: una democrazia non solo formale e procedurale, ma anche sociale ed economica come la Costituzione stessa prevede.

L’analisi storica contenuta nei saggi in oggetto legge attentamente l’avvio della discussione intorno alla partecipazione democratica dei lavoratori in azienda in quel “biennio rosso” seguito alla conclusione del primo conflitto mondiale. La necessità di una uscita dal crollo economico seguito alla guerra e insieme la necessità della modernizzazione del paese aveva posto come centrale proprio la partecipazione diretta dei lavoratori all’interno delle aziende. La lettura dei documenti ha la forza prorompente dell’attualità o quantomeno della direzione che ha assunto la questione all’interno del faticoso percorso verso la democrazia. Se la partecipazione è stata allora una esigenza diffusa è pur vero che è rimasta sostanzialmente inattuata – nonostante la legislazione mediativa e a suo modo sperimentale di Giolitti -, a causa delle forti contrapposizioni tra il sindacato rosso maggioritario, diviso tra massimalisti e riformisti, il sindacato cattolico che mancava di una prospettiva politica e il sostanziale blocco degli imprenditori. Il ritardo e la contrapposizione segnavano l’inadeguatezza culturale e politica delle parti sociali e insieme l’incapacità di pervenire a una nozione condivisa della partecipazione come pratica del lavoro. Sappiamo purtroppo come andò a finire. Il blocco si chiuse, il corporativismo fascista prese il potere e la democratizzazione della società dovette attendere un nuovo conflitto mondiale e la distruzione.

Se l’uscita dal fascismo e dalla guerra attivò la ricerca di una nuova creazione della democrazia, la situazione di devastazione bloccò di nuovo la formulazione di modalità di partecipazione effettiva e democratica dei lavoratori in azienda. Tuttavia i Costituenti assunsero il tema del lavoro come centrale nella riflessione democratica. Il famoso articolo 1 sulla fondazione della Repubblica fu la definizione alta di una prospettiva antropologica condivisa: la democrazia non poteva farsi che attraverso il lavoro e il lavoro di tutti, e lo scopo della partecipazione richiamata nell’articolo 46 doveva prevedere modalità socio-economiche di democrazia partecipata e sostanziale, diretta.

É evidente come il valore di riferimento fosse ideale e progettuale: si tratta di un orizzonte utopico di democrazia nella quale il lavoro si definisca non come condanna alla fatica, ma come forma sostanziale della realizzazione di un «lavoro “libero”, più libero per i lavoratori», con la bella definizione di Antoniazzi. La prospettiva della libertà del lavoro si lega inevitabilmente alla “libertà sociale”, che secondo Axel Honneth si declina per affermare un progresso della democrazia che si realizza attraverso la diffusione di forme di libertà potenzialmente per tutti (in questo libertà “sociale” e non solo individuale).

Il lavoro prevede attenzione e cura: quella cura ed attenzione che Simone Weil ed Hannah Arendt riflettono come trasformazione del mondo affidatoci e insieme come fuoriuscita dalla alienazione di un lavoro insensato e ripetitivo, alienato dalla vita stessa e dalla società. Il lavoro può sradicare, o può divenire la “prima radice” di una società sostanzialmente nuova, in cui la gratuità e la bellezza e la soddisfazione di un lavoro ben fatto richiamano ad una relizzazione dell’umano nella sua accezione di poeta e costruttore del mondo. Viene alla mente, e dispiace che non sia citato, il Primo Levi de “La Chiave a Stella”: la migliore traduzione letteraria della centralità del lavoro ben fatto e insieme della umana attenzione ai sentimenti e ai progetti della classe lavoratrice ed operaia.

Antoniazzi è in continuità ideale con la proposta di Magatti su un cambio di paradigma della società contemporanea: per questo la proposta della partecipazione come azione proattiva per la realizzazione di una democrazia che si sostanzi non solo nella modalità della politica, ma anche in quella della società e della economia diviene il richiamo definito a modalità generative e contributive alla costruzione di una società, di luoghi e di tempi più centrati sulla libertà e sulla condivisione sociale. La partecipazione dei lavoratori alla definizione dell’economia richiama anche ad una gestione collettiva dei benefici (il welfare agito dal basso) a livello territoriale che possono essere condivisi e devono essere condivisi da tutte le parti sociali (in qualche modo deve essere a tutti chiaro che o ci si salva tutti insieme o non ci si salva). Solo con una partecipazione attiva di tutti gli agenti del lavoro possiamo avere una soluzione nuova a temi antichi: sanità, pensione, ambiente, lavoro femminile e tempi di vita. Ma tutto ciò determina la assunzione della costruzione di percorsi formativi anche nuovi e soprattutto dell’assunzione di nuove forme di partecipazione politica, sociale, economica e anche familiare che trascendano la dimensione antagonista verso dinamiche generative e creative del conflitto. Una formazione che coinvolga tutti, anche le controparti aziendali e dirigenti.

Le forme della partecipazione sono ovviamente molteplici e possono essere avanzate in maniera graduale, prendendo ad esempio modalità virtuose già esistenti, sia in Italia che all’estero – soprattutto secondo alcuni modelli tedeschi già operanti – e in un mondo del lavoro sempre più segnato dai principi della conoscenza e della relazione non possono che prendere avvio da questi principi, sia attraverso la modalità della formazione continua richiamata precedentemente (e vien da dire che se l’Europa avesse dato sostanza piena al Libro Bianco di Delors datato 1985, probabilmente la visione europea avrebbe avuto una declinazione meno burocratica e più relazionale con i suoi cittadini), sia attraverso una declinazione delle relazioni in termini di generatività e contribuzione, come sostiene Magatti.

La sfida è anche culturale: di fronte ad una velocizzazione, automatizzazione ed informatizzazione del lavoro che inevitabilmente diminuirà il lavoro a disposizione e che potrebbe svilirlo (già lo fa concretamente, perchè se è comodo per tutti ricevere direttamente a casa con un clic le merci che acquistiamo, possiamo dirci che i fattorini lavorano in condizioni non lontane da quel “lavoro alienato” di cui Marx ha scritto due secoli addietro…) occorre ripensare non solo i tempi e le relazioni del lavoro, ma anche ripensare il lavoro stesso nelle sue forme “gratuite”. Come sostiene Vito Volpe: « […] Il lavoro come dono, come costruttore di beni comuni, etici e umani come “eccedenza” che va oltre il dovuto, il contrattato, l’obbligato, può accelerare questa trasformazione: dall’economia digitale che ci obbliga a correre e ad accelerare tutto, a un nuovo umanesimo che ci consenta quella crescita che è lo scopo della nostra esistenza.».

Ma questo è lo spazio dell’utopia come orizzonte di senso…


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  1. Presentazione e introduzione di Luca Caputo, che legge il testo preparato da Marica Mereghetti. 19′ 15″
  2. Relazione di Sandro Antoniazzi 39′ 10″
  3. Relazione di Marco Carcano 52′ 59″
  4. Domande del pubblico 21′ 11″
  5. Risposte di Sandro Antoniazzi 13′ 38″
  6. Risposte di Marco Carcano 18′ 17″
  7. Domande del pubblico 14′ 13″
  8. Risposte di Sandro Antoniazzi e Marco Carcano, chiusura di Luca Caputo 20′ 28″
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