Gian Enrico Rusconi. Cosa resta dell’Occidente.

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Corso di formazione alla politicaEssenza dell’Occidente, la sostanza stessa delle nostre democrazie, della nostra politica, della nostra scienza, è la razionalità: la sua capacità di definire e ridefinire – attraverso il confronto e il dialogo – valori che possono essere universalmente condivisi attraverso le strutture della democrazia occidentale. Ma è ancora vero che questa razionalità, la sua pretesa universalità, i diritti e gli obblighi che da essa derivano, sono centrali e condivisi? Sono ancora una eredità o stiamo semplicemente tramontando nella nostalgia di un panorama confuso, incapaci di realizzare e finanche di pensare politiche condivise e condivisibili? Siamo ancora in grado di rivendicare la bontà di un percorso o ne abbiamo dimenticato le radici e insieme perse le ragioni?

Gian Enrico Rusconi. Cosa resta dell'Occidente.

1. leggi il testo dell’introduzione di Marica Mereghetti

2. leggi la trascrizione della relazione di Gian Enrico Rusconi

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1. premessa di Giovanni Bianchi 03’41” – 2. introduzione di Marica Mereghetti 13’44” – 3. relazione di Gian Enrico Rusconi 1h 08’36” – 4. prima serie di domande 08’40” – 5. risposte di Gian Enrico Rusconi 24’30” – 6. domanda e risposta 04’50” – 7. domanda e risposta 14’40” – 8. domanda e risposta 12’30” – 9. domanda e risposta 16’33”

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Testo dell’introduzione di Marica Mereghetti a Gian Enrico Rusconi

Il tema centrale del testo denso e attento di Rusconi consiste nella domanda su cosa resta della essenza più propria dell’Occidente, così come essa è venuta a strutturarsi nella sua storia, nel delinearsi della sua politica, della sua socialità e della sua economia, nella sua ridefinizione costante rispetto all’incontro con l’altro – sia esso un altro storicamente presente, sia esso l’altro dell’interiorità singola.

Essenza dell’Occidente, la sostanza stessa delle nostre democrazie, della nostra politica, della nostra scienza, è la razionalità: la sua capacità di definire e ridefinire – attraverso il confronto e il dialogo – valori che possono essere universalmente condivisi attraverso le strutture della democrazia occidentale.

Ma è ancora vero che questa razionalità, la sua pretesa universalità, i diritti e gli obblighi che da essa derivano, sono centrali e condivisi? Sono ancora una eredità o stiamo semplicemente tramontando nella nostalgia di un panorama confuso, incapaci di realizzare e finanche di pensare politiche condivise e condivisibili? Siamo ancora in grado di rivendicare la bontà di un percorso o ne abbiamo dimenticato le radici e insieme perse le ragioni?

La metafora del tramonto e quella della decadenza sono argomenti retorici che storicamente ritornano rispetto alla ragione occidentale e alle sue forme, così come tornano atteggiamenti antimoderni e di rigetto e tornano anche tutte le contraddizioni interne di un sistema che via via si paralizza nell’incapacità comunicativa, nella mancanza di prospettiva politica, nella perdita di condivisione di valori laici di convivenza . L’attuale violenta crisi economica di sistema tratteggia una perfetta falsificazione della pretesa razionalità del sistema economico ipercapitalista così come si è venuto strutturando. Sia concessa una facile ed amara ironia: Dio è morto, Marx è morto, la Thatcher è morta ma nessuno di noi si sente troppo bene.

Se è vero che l’Occidente è culla della razionalità, esso è anche il luogo dove l’irrazionale si presenta, ma la stessa ragione occidentale nella sua capacità di autocritica è stata in grado di correggere se stessa e di rinnovarsi nelle condizioni di realtà date. Ciò che la crisi impone è però il verificarsi di un deficit di razionalità: ciò che occorre capire è quanto questo deficit sia sistemico e quanto invece non sia legato a singoli aspetti di crisi emendabili attraverso nuove pratiche e nuovi percorsi comunicativi.

Certo la difficoltà dell’Occidente sta nel suo essere diviso al suo stesso interno e di essere divisivo verso il resto del mondo. I tentativi di conquistare ruoli egemonici nello stesso ambito dell’Occidente sono legati alla prospettiva ancora ottocentesca dello stato–nazione: essi si esprimono attraverso l’incapacità di ridare fiato alla politica rispetto ad una economia completamente deregolarizzita, al cedimento sui fronti interni a prospettive etiche di respiro corto, alla mancata tematizzazione del confronto e della conoscenza dell’Islam, al respiro corto delle “guerre giuste” che senza alcuna prospettiva politica vedono perdenti nei fatti coloro che dovrebbero essere tecnicamente invincibili, nella mancata democratizzazione dei progressi scientifici.

Attraverso una analisi attenta Rusconi rilancia la scommessa di ridefinire gli ambiti e i pregi della razionalità occidentale, pur con un certo pessimismo sulla capacità di prendere decisioni condivise nelle nostre democrazie. Rusconi scommette su una razionalità che – declinata nelle forme della democrazia, nella prospettiva di un’etica laica del rispetto, e di un ritorno alla tematizzazione dei diritti umani – può essere ancora un modello – sinora probabilmente il migliore – accettabile e adatto per tutte le culture, quando anche esse si pongano in una prospettiva di dialogo e di consapevolezza della necessità di un convivenza dialogante.

Ripercorrere tutti gli argomenti trattati nel testo sarebbe improbo, si può però tentare di fare una scelta su alcuni temi – non necessariamente quelli più urgenti, sicuramente quelli che maggiormente ci interpellano o che risvegliano maggiori tentazioni irrazionaliste e maggiori paure.

Alcune delle pagine più interessanti del testo sono quelle dedicate alla Germania. Interessanti perché aiutano a capire la differenza tedesca, senza ridurre il tema della sua attuale intransigenza a soli motivi elettorali. Vien quasi da dire che a leggere queste pagine sembra (con una immagine cara ad Hegel) di poter vedere lo spirito tedesco che dalle foreste di Teutoburgo, attraverso le porte della chiesa di Wittenberg giunge fino alla catastrofe del Novecento; eppure dopo il periodo felice della riunificazione e della critica, sembra che la Germania torni a tessere tentazioni egemoniche sul resto d’Europa, con armi economiche, mettendone a rischio il futuro. La Germania, che pure pensa e scrive la storia della razionalità occidentale – influenzando modelli e ideologie -,e insieme ne rivendica la guida, pensa se stessa come sostanzialmente altra rispetto all’Occidente, si distingue e per molto tempo rigetta l’Occidente riservando a sé un sentiero (Sonderweg) altro nella storia e nella politica, sino a perdersi e a a perdere il suo stesso concetto di civiltà (che è sempre Kultur, mentre l’Occidente al massimo si declina nella Zivilisation ). Vien da chiedere a chi conosce profondamente la Germania se non è forse vero che dopo l’euforia europeista la Germania stia tornando a posizioni di chiusura nella propria felice autosufficienza, condannando con altre armi quel Mediterraneo di cui pure si è sempre fregiata di essere unica vera erede?

Del resto seguendo il percorso dei deficit di razionalità e di capacità comunicativa della politica europea – che perde se stessa nel fraintendimento della potenza delle burocrazie, ottime tecniche razionali di gestione, ma ,come dire, vuote di prospettiva se lasciate a se stesse – sembra trovare il suo definitivo tramonto in un Nobel per la pace che ha il sapore dell’onore delle armi allo sconfitto. L’Europa non riesce più a determinare percorsi di convivenza: chiusa, timorosa dell’altro, divisa al suo interno, nostalgica del suo grande passato, invecchiata… insomma “post”.

Altro tema delineato magistralmente da Rusconi è la critica e la crisi che l’Islam rivolge all’Occidente. Rusconi correttamente intende il tema dell’Islam rispetto all’Occidente come il tema del rapporto tra modernità, secolarismo e tradizione religiosa, avendo l’attenzione di comprendere come l’Islam contemporaneo non intenda mai se stesso come antimoderno: antisecolare, antioccidentale sicuramente, ma non antimoderno. L’analisi dei pensatori islamici, di quelli più attenti a definire percorsi di possibile democrazia nei paesi islamici (che hanno peraltro differenti storie), rivela come lo strutturarsi della cultura islamica si sia venuta a delineare intorno al suo testo sacro e all’interpretazione univoca dello stesso, sovrapponendo la ripetizione della legge coranica alla legge dello stato, la comunità (Umma) dei credenti alla sovranità democratica, il dettato della fede ai diritti dei singoli compreso il diritto di non riconoscersi in quella fede. L’Islam non ha avuto la Riforma e non ha avuto l’Illuminismo: in un certo senso né il credente, né l’individuo sono potuti diventare maggiorenni, né si è potuto definire un concetto di laicità dello stato. Gli stessi musulmani moderati non riescono a operare la distinzione dell’ambito dell’azione politica da quello della pratica credente. E sicuramente la dottrina Bush della guerra per esportare la democrazia non aiuta nel proseguimento del dialogo, così come non aiuta l’incapacità dell’Occidente di intervenire in maniera propositiva nelle primavere arabe, aiutando la nascita della democrazia. Occidente che tra l’altro ha molte responsabilità avendo foraggiato per anni regimi utili ma non certo rispettosi dei diritti, in questo modo spianando la strada ai fondamentalismi. Quanto riusciamo a capire le ragioni altrui e a spiegare le nostre? Quanto i veti tra potenze egemoniche abbandonano masse di civili inermi a quelle che sono guerre civili e insieme guerre di religione? La situazione siriana, che rischia di diventare una pericolosissima miccia per tutto il Medio Oriente, vede la comunità internazionale balbettante e incapace di superare reciproci veti di carattere fondamentalmente economico. Nel mondo islamico l’unico percorso storicamente autonomo e di avvicinamento alla democrazia occidentale è quello della Turchia, pur con moltissimi limiti, non poche difficoltà e altalenanti politiche. Eppure proprio la Turchia è uno degli atti mancati dell’Europa: il rifiuto all’ingresso sembra più dettato dal timore di minare le proprie radici e dalla paura dell’Islam che dalla necessità che la Turchia ha di correggere leggi illiberali e pratiche lesive dei diritti umani.

Sia permessa una riflessione sulla questione femminile all’interno dell’Islam, che non può e non deve essere più agitata per giustificare guerre così come si è fatto, ma deve essere tematizzata non solo come una liberazione dei corpi (anche se il controllo dei corpi delle donne è uno dei temi della laicità e della democrazia), bensì anche come una riappropriazione democratica della libertà di parola e insieme come una rivendicazione ad una individuale ermeneutica del testo della fede.

Rusconi giustamente lega e fa seguire la riflessione sull’Islam alla riflessione sui presupposti stessi della laicità dello stato e della secolarizzazione a fronte del ritorno di un antisecolarismo religioso, teologicamente povero, ma ideologicamente armato ed eticamente intransigente, profondamente miope. Le contestazioni a un Occidente che ha perso l’anima si pongono su alcune direttrici principali: la laicità dello stato come negazione de factodella libertà religiosa, intendendo per libertà non l’effettiva possibilità per ciascun individuo di professare il proprio credo religioso, quanto come resa al silenzio per le confessioni religiose, quasi che le chiese non possano prendere parola e rivendicare diritti ed obblighi che per diretta derivazione dal trascendente si dovrebbero porre come obblighi per tutta la comunità in quanto uniche, vere e corrette determinazioni della natura umana. Si contesta l’Occidente tornando al passato e riproponendo di fatto la centralità del trascendente quale immediato e intangibile motore dell’umano agire e del buon uso del potere. Si pensi in tal senso al battage intorno all’anniversario dell’Editto di Costantino, assurto a campione del riconoscimento della libertà religiosa e trasformato surrettiziamente in un moderno prima del moderno. La seconda direttrice è quella del relativismo morale delle società contemporanee, un relativismo assolutizzato in modo da mettere in discussione l’inevitabile necessità del concordare le regole tra i diversi soggetti, fermi restando i principi inviolabili della dignità degli individui e dei diritti fondamentali degli esseri umani. Si dichiarano, brandendoli come una clava, i “principi non negoziabili” disconoscendo i principi degli interlocutori e di fatti impedendo lo svilupparsi della norma come mediazione tra gli interessi e come spazio della convivenza pacifica. Rusconi giustamente nota che “in democrazia soltanto i diritti fondamentali sono «non negoziabili», e tra questi al primo posto c’è la pluralità dei convincimenti, pubblicamente argomentati. Al pluralismo dei convincimenti deve essere subordinato l’impulso di far valere i propri valori (per quanto soggettivamente legittimi) nei confronti degli altri cittadini.” Per finire si centra il discorso sulla fede come unica vera ragione, senza la quale la ragione stessa non ha senso d’essere né quasi esiste se non come mancanza di una verità più elevata che è trascendente rispetto al mondo. Kant insomma aveva torto, e per i cristiani pare quasi che non sia dato essere adulti nel mondo e capaci di agire moralmente. Rusconi ci ricorda – come del resto aveva già fatto in un altro notevole scritto – la lezione di Dietrich Bonhoeffer, lezione tanto più credibile quanto più testimoniata con la vita stessa (il martirio cristiano in senso pieno): spetta a noi comportarci nel mondo etsi deus non daretur, come se/anche se dio non ci fosse, questa la legge morale, o meglio il postulato etico, si tratta “della piena autonomia dell’uomo o della donna e della loro responsabilità morale davanti a un Dio che si astiene dal parlare direttamente”.

Ma quest’ultimo principio dell’autonomia morale non è altro che una delle eredità che l’Occidente deve riscoprire in sé, pena la sua inadeguatezza e la perdita del suo volto più profondo, della sua stessa parte di verità.

Trascrizione della relazione di Gian Enrico Rusconi

Grazie a Marika Mereghetti, e grazie a voi per l’invito. Sono persino imbarazzato a sentirmi leggere con questa acuta simpaticità, infilandoci delle cose che non ho neanche scritto, ma i sintomi… Beh, è così che si leggono i libri. Davvero sono molto contento e quindi mi tranquillizzo sul dubbio che ho avuto fin dall’inizio e cioè se avesse senso parlare qui di questo libro, non parlare di queste cose, perché questo libro è anche una specie di autobiografia, arrivato ormai alla pensione. Che cosa ho fatto in questi 30-40 anni di insegnamento? Di solito i miei colleghi fanno le memorie, fanno il manuale; io ho fatto questo che è una specie di manuale nel senso che è costruito, e così entro direttamente nel merito, su alcune riflessioni di ordine generale, che sono i primi due-tre capitoli, poi andrò più in dettaglio, e poi alcuni temi circolari che sono stati evidenziati molto bene: la laicità, l’islam… Vi ringrazio perché pochi lettori hanno capito l’importanza dell’islam. Anzi, direi che l’islam è l’unica cosa nuova di questi ultimi miei, diciamo, dieci anni; prima l’ho sempre molto dimenticato.

L’unico appunto, ma ne prendo nota, è il capitolo ultimo: la scienza dell’uomo-natura che è un confronto col darwinismo, anche qui col darwinismo come lo leggiamo noi oggi e non col darwinismo che c’era prima; per dire che questo libro ha alcuni concetti di fondo che ruotano attorno al concetto di razionalità; però avrei dovuto dire un’altra cosa, lo dico tra le righe, più che razionalità, ragionevolezza, che è una cosa diversa: la razionalità di solito viene intesa come lo scopo, eccetera, poi c’è la razionalità comunicativa.

Ecco, è difficile, comunque il concetto principale è l’Occidente cui noi apparteniamo e poi Marika Mereghetti si è soffermata poco sulla Germania, che qui c’è sotto sotto e non c’è; in realtà avevo scritto un capitolo tutto dedicato alla Germania che, d’accordo con l’editore poi ho eliminato. L’editore ha fatto una censura molto importante. Ma come tu accetti le censure? No, la ragione è banale, professore, io questo libro glielo pubblico ma il mercato…, la ragione del mercato… e io ho accettato. Ho sacrificato la Germania perché ci voglio tornare, adesso dirò alcune cose, ma la cosa che più mi è costata nel sacrificio è stato un capitolo che poi ho infilato dentro un paragrafo nel quinto: “Logos e mitos”, per discuterne ci vorrebbe una vita. Mitos non è il mito nel senso illuministico, il racconto della Bibbia è mitos, l’Iliade e l’Odissea sono dei mitos.

L’Occidente, le radici dell’Occidente stanno in questa fusione tra logos e mitos, dico mitos per dire mito nel senso in cui noi siamo stati abituati, una leggenda, una palla, ma no, è il racconto. La Genesi è un bellissimo racconto da cui discendono alcune idee forti. Del resto, faccio il professore, Platone ha scritto dei romanzi filosofici, ha infilato dentro il mitos, quindi è vero, ecco l’autocritica, se dovessi riscrivere questo libro, e ho tentato, non ha funzionato e il naso dell’editore ha avuto ragione perché era troppo complicato, non era ancora maturo e spero di scriverlo prima di morire, l’essenza dell’Occidente è questa fusione tra logos e mitos, tra  ragione e ragionevolezza. È questo.

Ma che cosa diciamo in questa terribile giornata, la prima cosa che ci siamo detto quando ci siamo visti, terribile giornata, infatti ci pensavo stamattina venendo qui, proprio questo giorno doveva capitare. Allora, amici, facciamo lo sforzo di astrarci, l’astrazione è una cosa importante, è logos, ragioniamo, dimentichiamo le cose che ci verranno addosso appena usciamo da qui, in questa giornata, altrimenti non ha senso il discorso che sto facendo. Non parlo d’altro, ma occorre in qualche modo prendere le distanze e credere a questa cosa che è ragione e ragionevolezza.

Ma mi sono perso per strada perché in Germania tra l’altro, come dicevo, ci sono stato in questi ultimi 10 anni, vivevo proprio a Berlino. Berlino è una città un po’ particolare, e ho amato la Germania, ho sacrificato la mia giovinezza alla Germania, l’ho seguita, l’ho studiata a lungo, adesso mi fa un po’ paura, non perché torna la cattiva Germania, perché ha espiato, anzi proprio per questo: ragazzi, abbiamo espiato, la terza generazione, i miei coetanei, abbiamo espiato, abbiamo riconosciuto le nostre colpe, adesso però alziamo la voce, adesso però voi, amici italiani, vi lasciamo andare al vostro destino.

Nun me fa ride, come dicono a Roma: usciamo dell’Euro, ma escono loro dall’Euro, noi cadiamo come delle pere cotte. Cioè entriamo in una nuova fase della grande storia tedesca, chiusa la fase più feroce, più cattiva, entri in una fase, come dire, più razionale, perché fa dei ragionamenti sul sistema in un certo modo. Noi abbiamo lo stato sociale migliore al mondo tant’è vero che gli operai sostengono la Merkel? Perché la socialdemocrazia tedesca è così fifona e alza il ditino qualche volta al parlamento? Perché il suo elettorato sta con la Merkel perché la Merkel non è quella signora con i baffetti di Hitler, no! Che stupidate prendere quella strada. Cara grazia avere la Merkel, che tiene ferma la vera destra, che vuole semplicemente andarsene.

Noi abbiamo fatto l’Europa, noi abbiamo preso più cose di quanto non andassero prese, va beh, lasciamo perdere. L’Europa non va più, i francesi pensano agli affari loro. Basta! Vedete però, dietro alla cronaca c’è il discorso incredibile di Thomas Mann nel 1918, un libro terrificante, provate a leggere Le considerazioni di un impolitico nel 1918. Thomas Mann, non un politico da strapazzo in versione del marxismo italiano alla Cacciari eccetera, no, no… (scusate sono battute fatte tra colleghi). Ma mi fa piacere che lei abbia colto dietro… perché parlare dell’Occidente, che poi è un Occidente europeo, è parlare della Germania.

E il vero titolo di questo libro, che ancora una volta mi ha fatto modificare o semplificare l’editore come si diceva prima. Il circuito mediatico è diventato una variabile indipendente e se volete comunicare e non fare seminari fra i vostri quattro amici, dovete entrare e accettare, contrattare il circuito mediatico. In questi giorni che cosa succede? Che ci sono venti persone con i loro talk show e compagnia che condizionano il linguaggio pubblico: chi non entra in quel cerchio lì, non c’è. E allora? Questa è una grossa novità, che non abbiamo capito perché siamo legati… Mi viene in mente il patetico Jürgen Habermas, ah, il discorso pubblico… ma ormai sei stato travolto dal circuito mediatico politico. Questa è la grossa novità, anche dal punto di vista concettuale.

Ora, dicevo, il titolo avrebbe dovuto essere “Cosa resta del razionalismo occidentale”. A parte che non ci stava dentro perché voi sapete che la copertina è fatta, noi dobbiamo adeguarci alla copertina. E poi ho detto: “Posso anche concederlo” e l’ho infilato subito. È più bello ‘Occidente’ e anche più giusto. Ma per dire che il tema è… non c’è tutto l’Occidente, non c’è l’arte, non c’è il mitos, non c’è il romanzo. Però è l’Occidente. Ebbene, in questo Occidente una parte fondamentale l’ha avuta e ce l’ha ancora la Germania, questa sua cultura, questa parola che è autoidentificante. Poi appunto è Thomas Mann, le altre sono civilizzazioni, la loro è una cultura.

Al solito, noi italiani abbiamo una posizione sempre un po’ così, da terzo incomodo tra i due potenti, perché noi abbiamo civiltà, che non è né civilizzazione ma non è neppure civiltà. È curioso, ma è, come dire, si scopre anche l’Italia. L’Italia ha sempre vissuto in qualche modo legata in tensione con queste due grandi nazioni continentali, e poi anche alle altre ovviamente. Qui è relativamente poco presente ma fa parte dell’Occidente.

Va beh! Queste sono alcune battute iniziali più a livello quasi biografico. Adesso procederò così: come dicevo i primi tre capitoli sono di carattere definitorio, ridefinire la razionalità occidentale. Ci sono alcune anticipazioni sul concetto di moderno, di moderno islamico, la secolarizzazione e le sue conseguenze. Poi c’è un capitolo secondo, l’Occidente è diviso e divisivo, paragrafo che non so se avrò tempo di…, la fine del demos europeo. Voi sapete che 10-15 anni fa si è introdotta questa idea del demos per non dire popolo che è un concetto un po’ troppo… demos è il popolo dei cittadini, oggi non esiste più il demos europeo. Non esisteva neanche prima in realtà, ma si faceva finta che esistesse e adesso sono tornati i popoli europei col loro parlamento locale e infatti non a caso Strasburgo non conta nulla perché non c’è più… ma non è che non c’è più, è che si è smascherata questa promessa; si è corso troppo, si è sognato troppo. Quindi, l’Europa sta finendo, ma non perché, probabilmente, è stata costruita in maniera troppo affrettata. Non lo so, ma su questo non voglio entrare molto più da vicino. Poi c’è una geografia variabile dell’Occidente, la Russia è tipica: alcune volte è dentro, alcune volte non è dentro; o le riluttanze tedesche, è difficile trovare l’espressione giusta.

Poi c’è il terzo capitolo sempre a carattere introduttivo, il moderno occidentale e le sue contestazioni, l’età assiale che è un concetto che da noi non è ancora penetrato, perché noi quando si faceva il dibattito sulle radici cristiane, eccetera, a Gerusalemme, ad Atene e a Roma (senza Roma c’è sempre il triangolo), ma c’è qualcosa prima, che si chiama l’età assiale, più indeterminata, assiale proprio dell’asse, che geograficamente è molto più spostata a oriente; è un discorso appena appena accennato in cui l’Occidente inventa la cosa che le altre culture non hanno: la trascendenza. Non la divinità, ma anche le idee platoniche sono le idee che travalicano, un modello, un qualcosa che non è terreno. Voi pensate alle culture indù, questa mescolanza che noi chiamiamo panteismo. Ma questa idea che se c’è un primum dell’Occidente, ripeto però anche con l’asse molto più spostato in là, è questa età assiale, questa idea della scoperta… Poi il monoteismo è la prima filiazione di questa età.

Si va così, giustamente, in cui momento mitico e fantasia si mescolano: se vogliamo il primum è questa età assiale, poi arrivano le radici giudaico cristiane che per altro è un processo molto lungo, le realizzazioni di cui parlava Ratzinger, di cui parlò, lasciando di stucco la gente, i teologi e tutti quanti pensavano che cosa volesse dire, e c’era il cardinal Sodano alle sue spalle che lo guardava… di che cosa sta parlando questo signore? Sta parlando del fatto che quello che noi chiamiamo cristianesimo è la fusione tra un dato giudaico e l’ellenismo.

Ma ragazzi, senz’altro molti di voi siete credenti, la prima parte del Credo di cui non si capisce più un tubo di niente, che cosa vuol dire… Qualche volta, lo dico scandalizzando quando mi chiamano in parrocchia, ma voi che cosa capite della prima parte del Credo. La gente mi guarda sbalordita e di colpo si rende conto che non ha mai capito niente ma l’avrebbe sempre detta. Non è cattivo sarcasmo il mio. È da lì che viene fuori la struttura concettuale di tutto. È quello che viene fuori anche dalla Bibbia, il discorso… Sono tutte cose serie, le radici sono cose serie, ma qualcosa che viene da questa età assiale. Poi c’è uno scontro di civiltà, orientalismo, la provincializzazione eccetera eccetera.

Allora questa è la prima parte, poi i capitoli successivi sono quelli più tematici: il mondo islamico, la razionalità della fede e la democrazia con la formula che giustamente è già stata anticipata che se abbiamo tempo ve la illustrerò, cioè la mia idea che il fondamento della laicità per me è la formula dell’etsi deus non daretur nel senso che Marica Mereghetti ha già anticipato, che non è la negazione di Dio, è la possibilità però di agire senza di Lui, che è la versione radicale del discorso tomistico della ragione umana che ha la sua autonomia ma perché è creata, ma anche se non fosse creata.

Ma che cosa è poi la creazione, fra l’altro? Anche qui c’è un altro discorso. Adesso tutti i pretini: “Ma si sa che la Genesi è un’invenzione mitica, che si può anche lasciar perdere la lettera”. Va bene, benissimo, mettiamo il Big Bang al posto del… Ma, caro, nella Bibbia si parla di un comando, sovrano: non fare questo! Perché? Perché lo dico io. È così. Non mangiare questa… Perché? Perché lo dico io, o per lo meno, altrimenti diventate come me.

Subito il dramma c’è all’inizio di questa storia, quindi non si può dire: eh, va bene… No, no quella lettera lì è vera e non mi risulta che neanche questo papa qua, verso il quale c’è un eccesso di aspettativa, potrà toccare questo punto. Ed è da lì che esce tutto il resto e giù, giù… Il guaio è che fanno discendere da lì perfino il preservativo. Questo è l’assurdo. È così no? Non mangiate il frutto e giù giù il matrimonio, l’omosessualità e il preservativo. Non sto scherzando, ma è così che è costruito, ed è una cosa assurda, è una cosa assurda abbi pazienza.

Poi è venuta la società delle nuove guerre e poi il capitolo della scienza nuova. Tanta roba ambiziosa e va beh! Giunto alla mia età ho dovuto dire, ragazzo cerca di capire che cosa hai fatto fino adesso. Guardate, letto tra le righe, non è che il titolo che propone sia una specie di versione del tramonto dell’Occidente, è un atto di ottimismo nei confronti della razionalità con tutte le cose di oggi. La nostra forza è la razionalità.

E questo è anche il discorso degli islamici, e dico islamici quelli più occidentalizzati, quelli che insegnano a Oxford, quelli che c’erano magari su ad Amsterdam, non quelli che sono chiusi in quelle università che sono ancora legate ai regimi, la razionalità è un’invenzione vostra. Ma come è un’invenzione vostra? Per esempio non riescono a capire l’ateismo, ecco una cosa che mi ha molto colpito, come si possa essere atei e avanti di questo passo: ma poi anche in senso amichevole lo dici. Guardate che il discorso con l’islam non è ancora incominciato. Va bene il discorso del velo, delle donne, i diritti, la famiglia, queste cose probabilmente verranno fuori, basta vedere… dicevo prima questa battuta del mio nipotino di anni otto, ed è lì in una scuola a metà fatta praticamente da marocchini, eccetera, vivono fraternamente, amiconi, le mamme fuori aspettano col loro velo assieme alle altre mamme, fin quando durerà questa cosa? Ahimè, durerà poco per i ragazzi a quanto pare, dopo un po’ scappano.

E soprattutto non si può ridurre la coesistenza alle gentilezze da couscous, occorre parlare di una cosa di cui non parliamo più, di Dio, di Cristo, di Allah e di Maometto. Ah, no di questo non si parla. Certo, perché oggi come oggi è incompatibile Allah e il Dio di Cristo, o per lo meno sembra così, per correttezza magari non se ne parla, ma è sbagliato; per questo qui sto parlando di razionalità e di razionalismo, non sto parlando di coesistenza, di regole buone, fortunatamente questo è fuori discussione. Ma non si dialoga veramente con l’islam fin tanto che non si parla, e qui dico una cosa che alcune volte fa scattare sulla sedia chi mi ascolta, di teologia: i laici devono essere competenti di teologia e di storia e di religione, non lasciarla come monopolio dei preti che poi sono sempre più ignoranti, per la verità. Lo dico con piacere, sono delle brave persone, bravissime, ma perché è crollato, e si fa finta che non sia crollato…

Era il dramma di Ratzinger che è stato un po’ ridicolizzato in quel suo gesto finale che è stato di una sottigliezza e di una forza straordinaria: lui ce l’aveva con il relativismo, con Gordon Kaufman. Ma, Santità non ha capito niente, era un modo di dire, roba che dico Tommaso non avrebbe mai immaginato, lui Tommaso prendeva l’islam, poi lo manipolava un po’, ma nel senso che… anzi lo manipolava del tutto, li copiava di nascosto, si copiava che era una meraviglia in quegli anni classici; invece oggi no, e allora se vogliamo fare un discorso teorico forte, dobbiamo fare un discorso teologico. Quando dico queste cose qua mi sento mica a punto, io che adesso abito a Torino dove c’è il nucleo duro del laicismo italiano, saltano sulla sedia, ma cosa dice adesso ci mettiamo… sì!, sì! Proprio in questo spirito di logos e di ragionamento.

Non basta dire il monoteismo, è troppo vago, dobbiamo andare avanti se si vuole andare avanti, dobbiamo andare in fondo, litigare amichevolmente, confrontarci amichevolmente, così vengono fuori i discorsi chiave.

Qui faccio un’altra affermazione che non è venuta fuori e che è tutta implicita perché poi il vero discorso dietro a Dio è la natura. Che cos’è la natura? Il cristianesimo storico ha costruito le cose in modo che c’è un continuum positivo, la natura come creazione… La piazza non è Big Bang, nel senso che dicevo. Il monsignore basta che dica che c’è il matematico che dimostra che c’è il domineddio con la formula algoritmica ed è felice; ma tu non hai capito niente, caro cardinale, di quel che succede, il problema non è l’inizio, è tutto il discorso che viene dopo, è il passaggio che dicevo prima del Genesi, cioè quando il mitos e il logos si fondono. Quindi, la vera scommessa è anche quella di che cosa è la natura.

E io qui dico darwinismo per dire simbolicamente questa visione alternativa, complementare, e comunque problematica, che è l’idea della creazione e il creazionismo che sono due cose diverse, insomma. Sì, è complesso. Lo dico ai miei lettori: se non sappiamo di queste cose dobbiamo rivolgerci a Bersani? Ma vogliamo scherzare, signora! Non facciamoci il sangue amaro. Certo purtroppo, non c’è niente da fare, ma il problema è: almeno teniamo ferme queste cose perché non è che dico che schifo, comincia da qui, ma c’è un abisso tra queste cose e il dramma di questo nostro paese, ma è per evitare quella cosa più tremenda che è questo sconforto totale. Io parlo da laico: c’è questa cosa qua che è la ragione, la razionalità, la riflessione: queste cose dobbiamo tenerle ferme, assolutamente; è questo l’Occidente che ho in testa io, che dialogo con tutti.

Anzi, gli amici islamici che insegnano e hanno successo con i loro libri in Occidente, alla Yale University, piuttosto che a Los Angeles, pensano, scrivono, parlano come occidentali, sono dei perfetti occidentali, come la donna islamica con il suo velo, le unghie rosse e la sua estetica ed erotica è estetica ed erotica come una donna occidentale. Io sono sempre stato colpito, in Germania da 10 anni, lentamente sono comparse: prima non c’erano, e forse anche per un problema di crescita, le ragazze col velo, poi sono arrivate, prima da sole, poi sempre più sofisticate, sempre più seduttive nel loro modo, ben vestite… È bello che sia così, è una forma di identità particolare, l’orgoglio di essere una donna islamica, è un discorso preparato anche lì dalle donne professoresse che però devono insegnare non in Egitto ma a Berlino, ovviamente.

Dico, a un certo punto, che c’è una cosa ridicola: a Berlino c’è una boutique che vende le cose sofisticate ma con sopra un detto della Sunna o un detto del Corano perché magari stessero in regola. Si può sorridere, ma questo è anche Occidente.

Va bene, ho detto quasi tutto ma adesso vengo a fare un discorso un po’ più sistematico e incominciando vi leggo alcuni passaggi. “Nulla rivela maggiormente l’incapacità di definire le caratteristiche del nostro tempo, che per noi è il tempo dell’Occidente, quanto l’uso, ormai coatto, della particella ‘post’. Dopo l’irresistibile invasione del post-moderno e della sua narrativa tutto è diventato post. Post-ideologico, post-secolare, post-metafisico, post-democratico, post-cristiano, post-eroico, post-imperiale e post-politico naturalmente, per limitarci ad alcune parole. Noi ci sentiamo sempre il dopo di qualcosa da cui non sappiamo emanciparci concettualmente. È l’inconfessata ammissione della nostra condizione di epigoni che devono fare i conti con un passato che ci condiziona intimamente. La tentazione di parlare di post-Occidente è forte ma qui io non la uso. Non possiamo essere dopo l’Occidente perché lo siamo sempre”.

Proprio in questo passaggio c’è un paradosso, lo portiamo dentro di noi anche nella narrazione del suo tramonto e declino che alimentano da oltre cent’anni una redditizia letteratura: sono cent’anni che si parla della fine dell’Occidente e dell’arrivo dei cinesi. Dobbiamo invece capire che cosa è diventata per noi quella che le scienze sociali classiche del primo ‘900 chiamavano l’essenza dell’Occidente, identificata, e cito una brevissima frase di Max Weber, che rimane l’unico autore cui sono molto affezionato, come “la razionalità che ha acquistato significato e validità universali”. Questo per me è quasi ovvio, invece non è ovvio per un islamico. Il cinese è molto ambivalente, per me è un mistero, ci vorrà un’altra vita per capirli.

Ebbene, che cosa ci rimane di questa razionalità? La brutalità della crisi del sistema economico-finanziario globale in corso, che fa luce alle mutazioni culturali e politiche ancora incalcolabili e loro conseguenze e falsifica la presunta razionalità economica, coinvolge il concetto di razionalità stessa dell’Occidente. Che ne è della capacità di governo dell’Occidente e che ne è della pretesa di rappresentare un modello universale per tutte le culture? Dobbiamo chiederci se razionalità, razionalismo, razionalizzazioni, ma come dicevo io aggiungerei anche ragionevolezza, sono concetti ancora che qualificano quello che nel linguaggio tradizionale era l’essenza dell’Occidente, o sono diventati concetti obsoleti, che appartengono soltanto alla sua storia e genealogia?

Ma a quale genealogia possiamo riferirci? A quella remota dell’età assiale, matrice profonda dell’Occidente? Ma, come vi dicevo, in realtà la geografia era spostata più verso oriente, l’Occidente arrivava al massimo fino a comprendere la Grecia e poco sotto il Nord Africa che è stato il luogo più civile del mondo fino all’arrivo dei barbari, fino ad Agostino. Era il più civile di tutti, poi si è spostato in Italia, poi in Francia, ha tentato di entrare poi in Germania, così così ed è rimasto fermo, poi improvvisamente siamo andati… insomma si è spostato. Oggi l’Occidente, ahimè, per gli iracheni è l’America, infatti l’Europa ha una posizione un po’ particolare, qui c’è un po’ di nominalismo da mettere a fuoco, sì, siamo occidentali però non siamo americani. È curioso questo spostamento verso occidente dell’Occidente.

Quindi qual è questa genealogia ? Quella che viene dall’età assiale, quella greco-romana, ebraico-cristiana, la genealogia più prossima della modernità, la razionalità dell’illuminismo, della scienza moderna, del secolarismo, o quella di cui si parlava alcuni decenni fa? Quanto è univoco il concetto di razionalità che abbiamo ereditato da questa lunga vicenda? Non dimenticate, anche qui è un lungo discorso, che la parola trascendenza l’abbiamo addirittura fatta salire a 2-3.000 anni avanti Cristo e forse anche di più perché a un certo punto le date ci sfuggono e ci sfuggono i documenti.

La nostra storia, a pensarci bene, è cortissima. Duemila anni, ma che cosa sono duemila anni rispetto ai discorsi che ci fanno i genetisti, i darwinisti? È impressionante questa cosa, no? È senz’altro ipotizzabile che tramite essa possiamo stabilire un confronto positivo con le culture non occidentali, in particolare con l’islam che ci è geo-politicamente vicino. A questo interrogativo è dedicato appunto questo saggio. Non comprende soltanto le idee delle democrazie e dei diritti fondamentali, i processi di modernizzazione e di secolarizzazioni, il confronto delle civiltà, ma anche l’analisi della guerra e la riflessione sulla scelta del mondo natura. È l’intera civiltà occidentale che viene messa in questione o sotto interrogativo

Colpisce un fatto: attraverso molti dei suoi esponenti intellettuali, studiosi, analisti, pubblicisti, l’Occidente mostra una straordinaria capacità analitica, critica, autocritica, ma a essa non corrisponde una adeguata coerente capacità di orientamento politico e di governo dentro e fuori del suo orizzonte geopolitico. Alla razionalità analitica e critica non corrisponde un’altrettanta forza di razionalità performativa, cioè politicamente realizzatrice. Almeno questo è evidentissimo nel vecchio Occidente. Cioè grande capacità analitica e autocritica ma non performativa, non realizzatrice. Si tratta di un deficit settoriale di razionalità correggibile o di un’alterazione profonda della sostanza stessa, della razionalità così com’è stata concepita sino a oggi?

La risposta non sarà catastrofistica soltanto se prendendo sul serio queste domande, ripercorrendo puntigliosamente alcuni sentieri storici del razionalismo scopriremo che, alla fine, le risorse che offre non sono esaurite.

Come vi dicevo questo libro specialmente nelle ultime pagine non è ottimistico nel senso banale del termine, ma nel senso che se dimentichiamo queste cose è finita ed è stando con queste cose che teniamo botta a tutto.

L’Occidente e il suo razionalismo hanno sempre avuto grandi nemici che hanno usato argomenti ed espressioni sempre molto simili. Facciamo qualche esempio. Citazione: “L’Occidente è colpevole del peccato di razionalismo, di essere cioè arrogante al punto da credere che la ragione di per sé abiliti gli esseri umani a conoscere tutto quelle che c’è da conoscere. Ancora più corrosivo dell’imperialismo militare è l’imperialismo della mente che si impone diffondendo la fiducia occidentale nella scienza, la fede nella scienza come unica via di conoscenza; altre fonti di conoscenza, specialmente la religione, vengono bollate dai razionalisti come superstizioni”. Queste parole, che potrebbero essere pronunciate da un iman in una moschea medio-orientale o europea in odore di fondamentalismo, ma anche da qualche nostro prelato, sono di uno scrittore russo del tardo Ottocento che contrapponeva lo spirito occidentale all’anima religiosa russa presentata come la quinta essenza dell’anti-Occidente e del suo razionalismo. Cito Fiodor Dostoevskij che era tutti e due, certo Dostoevskij è questo qua con la sua citatissima frase: “se Dio non esistesse tutto è possibile”. No, ecco, questo è esattamente il contrario di quello che dico, nell’etica ci devi stare anche se Dio non ci fosse, è il massimo del rischio questo. Questo è Kant, tra l’altro, è Kant, capite, c’è tutta una tradizione. Però come vedete non stiamo inventando nulla, nulla.

Altra citazione: “Non sarebbe ora che voi occidentali vi liberaste una volta per tutte dall’arrogante ingenuità con cui andate sottoponendo gli altri popoli ai vostri schemi mentali giudicandoli sulla scala dei vostri valori?”. Anche queste parole non si trovano sulla bocca di un politico o di qualche intellettuale islamico ospite della pubblicistica occidentale, ma sono state scritte meno di 100 anni fa da uno dei più grandi autori tedeschi, Thomas Mann in quel libro straordinario che è Considerazioni di un impolitico. È un capolavoro di antioccidentalismo in chiave germanica, scritto quando gran parte dei tedeschi non si identificavano affatto con l’Occidente, termini che per essi qualificava innanzi tutto la civiltà anglo-americana e francese. I tedeschi ancora fino agli anni 20-30 non si consideravano Occidente, l’Occidente era al di là del Reno e poi all’oriente c’era la barbarie, loro erano il centro. È soltanto nel secondo dopoguerra che diventano iper-occidentali e oggi ricominciano il processo inverso, non hanno ancora le prove giuste ma le stanno trovando.

Quella di Thomas Mann non era una voce isolata di un letterato, ma interpretava una cultura intera. Ricordo soltanto un grande studioso di livello internazionale, teologo e storico delle religioni, Ernst Troeltsch che nelle temperie del primo conflitto mondiale sosteneva l’antagonismo tra l’Occidente e lo spirito tedesco difendendo con passione le idee del 1914 contro le idee del 1789. Dopo la sconfitta della Germania nel ’18, cercando una nuova sintesi culturale tra spirito tedesco e illuminismo occidentale, parlava di una idea tedesca di umanità del tutto diversa dall’occidentale. Nel ’22, un teologo, bravissimo peraltro: il suo tentativo di salvaguardare la specificità culturale tedesca secondo la tradizione storicista e comunitaria di contro al razionalismo individualista di matrice illuministica occidentale, suona oggi come un’anticipazione di tante rivendicazioni analoghe avanzate da studiosi ed esponenti di civiltà extra-occidentali, non soltanto di cultura islamica che è quella che sembra o è la più polemica.

Un’ultima citazione, poi mi fermo; è solo un messaggio per dire guardate che la divisione interna dell’Occidente non è una cosa di oggi. Ultima citazione. “La logica del sistema occidentale dominante trae vantaggio dal presentare se stesso come aperto, pluralistico e, soprattutto, razionale; noi non dobbiamo dare l’impressione di integrarci in questo ordine di razionalità penalizzante i principi universali dell’islam.” Notate questa confusione. L’ho citata non a caso perché questa è una citazione di Tariq Ramadan, che è considerato uno dei mussulmani più occidentalizzati, che insegna a Oxford, adesso mi pare a Ginevra, e che gli studiosi italiani guardano sempre con rispetto. Invece, è un grande confusionario… però bisogna stare attenti perché la confusione e sintesi spesse volte c’è un passaggio sottile. Infatti, lui che usa molto la lingua francese, parla di religiosità citoyenne, ma anche di un islamismo di carattere citoyen e voi sapete che cittadino, cittadinanza per i francesi è una cosa fondamentale.

Va bene, poi ce ne sono degli altri. Ripeto, questo era soltanto un piccolo assaggio per dirvi che il tema dell’Occidente e dei suoi nemici, degli epigoni , eccetera non è originale e merita di essere riflettuto.

Un’altra piccola annotazione, non marginale. L’anno prossimo sono cent’anni che è scoppiata la prima guerra mondiale, i tedeschi l’hanno chiamata kulturkrieg, oggi diremmo scontro di civiltà. Persino crash of civilisation è stata inventata nel ’14. Poi, sappiamo come fu una guerra terrificante, la prima guerra mondiale, ma è stata una guerra con una densità culturale incredibile, con i professori che fino al giorno prima, di qui e di là del Reno, si stimavano si sono messi a insultarsi in termini allucinanti. Poi hanno cancellato tutto, hanno rimosso tutto perché era una cosa che…

Perché la seconda guerra mondiale, che è mostruosa, è diabolica nella sua semplicità, perché fondamentalmente integralista e razzista, punto e basta. È un sottoprodotto di questo grande scontro di culture che fu. Io non lo so se l’anno prossimo se ne parlerà, perché è il capitolo più difficile riconoscere che questa kulturkrieg è nata in Occidente e, guarda caso, la Germania è stata uno dei protagonisti.

A questo punto siamo d’accordo che parlo ancora un po’ poi dopo, vi ho dato tanti stimoli, e reagisco alle vostre domande.

Ho qui davanti a me due passaggi: uno che riprende il tema etsi deus non daretur che parla ancora di laicità, forse in questo ambiente non è necessario, so che è un ambiente laico. Però voglio che seguiate il ragionamento che qui viene fatto in sintonia con il discorso fatto finora, poi dopo vi leggerò alcuni passaggi sull’islam, dopo di che apriamo il dibattito.

Per il credente, il riferimento a Dio è parte costitutiva della sua visione della vita, della sua idea di natura umana, della natura in generale, ed è fondativo dei doveri e dei diritti che ne derivano. Per il laico invece, la questione di Dio rimane aperta ed enigmatica e quindi la determinazione delle regole del comportamento morale e la fondazione dei diritti prescinde da ogni riferimento diretto a Dio. Etica senza Dio: è già stata usata questa espressione, ma io non la userei perché l’espressione “senza Dio” ha di fatto significato una cosa che non… un senza Dio. Bisogna stare attenti perché il linguaggio ha una sua autonomia e una sua corposità. Etica senza Dio corrisponde a quella… però non la uso perché nel linguaggio non va bene. Questa posizione può essere sinteticamente meglio espressa nella formula più volte citata etsi deus non daretur, dove quell’etsi può essere tradotto “come se”, o anche “se Dio non ci fosse”, che non è una dichiarazione circa l’esistenza di Dio, come talvolta lasciano intendere anche alcuni laici, ma è un postulato di ordine etico.

Dopo di che io considero l’ateismo una forma di laicità, ci mancherebbe altro. Anzi a questo proposito, voglio fare un’altra riflessione. È uscito qualche anno fa un librone grosso così di Charles Taylor, L’età secolare, se non sbaglio: è un filosofo canadese, molto quotato, che si dichiara cattolico, molto amico di Adermatt: ebbene, in lui ci sono passaggi molto belli e a un certo punto dice: “Non solo l’ateismo è moralmente accettabile”, ci sono persone atee di specchiate virtù, ma, lui dice, “l’ateismo è anche teoricamente plausibile”. Non credo che Ratzinger possa dire… Dico Ratzinger con rispetto perché è stato, tutto sommato, un personaggio molto importante. Questo lo dice Taylor; quando l’ho letto ho detto: questa è la posizione giusta. Un credente, filosofo, che quindi ha in mano la chiave dei fondamenti, che dice no, l’ateismo è… Questo soltanto un occidentale può dirlo.

Charles Taylor è notissimo, solo che questo è un librone molto grosso, anche un po’ prolisso, non sempre è chiaro e poi si sa che le traduzioni… è difficilissimo tradurre; lui scrive in inglese ma su queste cose qui… Mi ha molto colpito che lui faccia questo ragionamento, che non è la tolleranza, ma noi siamo tolleranti, anche i cardinali sono tolleranti, ma l’idea della plausibilità, perché il concetto di plausibile evita il sì, credi non credi, ma è plausibile.

Comunque, io preferisco ancora la mia formula. È la rivendicazione della piena autonomia e responsabilità morale della donna e dell’uomo (e se metto prima la donna non è per omaggio ma perché con l’età capisco che c’è una grande differenza) davanti a un Dio che si astiene dal parlare direttamente o attraverso un ceto di interpreti religiosi professionali preventivamente autorizzati a rappresentarne l’autorità. Non si tratta di disconoscere l’immenso valore culturale e morale che il riferimento a Dio creatore e legislatore perché, questo è il punto, ha svolto storicamente nel corso della umanizzazione e della civilizzazione dell’uomo, non si tratta neppure di contestare al credente la sua convinzione personale che i diritti fondamentali dell’uomo sono radicati nella condizione naturale dell’uomo-creatura di Dio.

Benissimo, io non sto a dire che se tu credi che la natura e tu creatura, questo è il nesso, natura-creatura ergo…ques to è il ragionamento. No, quello che sto dicendo è che il problema di Dio, il problema della natura umana e il problema dell’etica sono scissi, sono esplosi, esattamente l’opposto delle grandi sintesi a partire da Tommaso, il grande a cavallo dell’età media, ai nuovi filosofi credenti. Questa direi che è la cosa filosofica più seria che posso dire. Il problema di Dio, il problema dell’uomo natura, il problema del comportamento etico sono separati, mentre la forza, il fascino delle dottrine tradizionali è esattamente di tenerle assieme.

Ecco allora l’etsi deus non daretur. L’etica laica non ha altro punto di appoggio che l’autonomia della ragione-ragionevolezza umana consapevole di tutti i suoi limiti. Quando è in gioco l’etica pubblica, ecco qui facciamo un passo in avanti, il laico si aspetta che a questo criterio si adeguino di fatto anche la donna e l’uomo religioso. È una prospettiva che inquieta molti credenti, anche coloro che riferendosi alla tradizione dell’umanesimo cristiano ammettono, in linea di principio, un’autonomia razionale e naturale dell’uomo, ma questa convinzione si è storicamente costruita nel mondo cristiano, meglio forse cattolico, sul postulato dell’armonia tra fede e ragione, anzi con implicita ammissione del primato della fede. Su questo postulato si è sviluppata la modernità, anche della dottrina giusnaturalistica che riconosce i diritti umani radicati nella natura umana razionale collegandola in qualche modo all’idea di Dio.

Il discorso che dicevo, natura-creatura, è il punto critico. Perché? Faccio questi salti ma penso che ci capiamo. L’unico punto teologico che ancora esiste nella Chiesa cattolica, non sapendo più chi è domineddio o Gesù Cristo… adesso sto esagerando, l’unico punto è l’idea di creazione. Ecco perché ci tengono così tanto. L’idea di creazione come unico sostegno, da cui però fanno dipendere tutto, appunto, non soltanto i diritti dell’uomo, il problema drammatico dell’aborto, tanto per intenderci, ma incomincia a scalchignare di fronte all’omosessualità e lentamente sta… Cosa c’entra l’innaturale dell’omosessuale? Cosa vuol dire? Cioè non funziona più l’idea dell’innaturale: in base a che cosa dici che è innaturale?

E giù giù. Poi il vero punto, quando si entra nel campo pubblico, il riconoscimento dell’omosessualità spinta fino alle richieste del riconoscimento giuridico dei gay. Ieri ero a Parigi e c’era il centro col Parlamento circondato da una folla arrabbiatissima… ma non erano cattolici questi qua? Arrabbiatissima contro la legge dei matrimoni gay. Ma, dio bono, con tutto quello che succede al mondo devono fare sto casino con la polizia terrificante fino all’una di notte per i matrimoni gay?

Qui è il discorso… Guardate, spesse volte, adesso non più, ma fino a qualche anno fa sentivo: ma questi omosessuali, va bene, ma ora basta. E no! è un punto delicatissimo, concettualmente delicatissimo, non è che stiamo a sopravalutarlo. È chiaro che ancora più delicato è il discorso dell’aborto, ma su questo direi che si può combattere più violentemente perché tante cose non vanno. Del resto, anche il problema dell’aborto a ben vedere è legato al concetto di natura: che cosa è l’inizio, da dove comincia la vita?

Insomma, corto circuito, oggi il pensiero teologico si gioca attorno all’idea di natura umana. Chi l’avrebbe detto? Quando per secoli questa roba era una specie di conseguenza di una costruzione teologica, a cominciare dalla Trinità, e giù giù si finiva nella morale, e invece si è capovolta, o si sta capovolgendo. E la Chiesa si trova sprovveduta e si attacca fondamentalmente al concetto di creazione e/o di natura sul quale siamo tutti quanti un po’ presi male dalle leggi di Darwin.

Darwin era una brava persona, tranquillissima, che diffidava dei filosofi, giustamente… Ho scoperto che gran parte di quello che è chiamato darwinismo l’ha inventato Spencer, certi filosofi chiacchieroni. Darwin, siccome guardava le cose così come stanno, diceva ma: non lo so, qui non si capisce, i grandi paleontologi sono sorpresi da quanto vedono, trovano un reperto lì, boh, poi ne trovano un altro e come fai a collegarli? È chiaro che l’idea dell’evoluzione c’è, ma poi i romanzi che vengono fatti dai filosofi e dai pubblicisti non c’entrano niente. E allora saltano fuori i creazionisti che fanno il ragionamento inverso e vogliono dimostrare scientificamente la creazione.

Comunque, ripeto una cosa importante. Il punto critico, secondo me, è l’idea di natura, di creazione e quindi qui si gioca l’idea della sopravvivenza della religione di chiesa non come sentimenti, religiosità nel senso generico  (adesso la chiamano spiritualità che è una forma anche di psicologismo). Per l’amor di Dio, non voglio essere frainteso… Ci sono delle aspettative nei confronti di questo papa che va in questa direzione, ma lui non può modificare nulla delle cose che sto dicendo io e non le modificherà. Lo poteva fare quello precedente, che si è terrorizzato, giustamente.

Quindi, il punto critico, oppure l’en jeu come dicono i francesi, è proprio questo qua: uomo, natura, Dio, laicità. Qua che si gioca tutto. È qui che noi siamo pronti, o dobbiamo essere pronti col nostro strumentario concettuale che dovrebbe essere comune agli altri. Ma, secondo me, siamo un po’ arretrati, credo, ma non lo so, nel senso che faccio delle affermazioni, un po’ degli assunti , ma bisognerebbe che sviluppassi quel discorso lì, ammesso che lo debba fare io. È una cosa non dico collettiva ma è necessario, potrebbe essere, un impulso per cui molte persone sono spinte a studiare questa cosa qui.

Allora, torno al discorso dell’etica pubblica: quando è in gioco l’etica pubblica il laico si aspetta che a questo criterio si adeguino anche l’uomo e la donna, è una prospettiva che inquieta molti fedeli, anche coloro che riferendosi alle tradizioni dell’umanesimo cristiano ammettono, in linea di principio, un’autonoma razionalità “naturale” dell’uomo. E su questo è nata anche la giurisprudenza tradizionale. Su questo impianto Ugo Grozio ha coniato per la prima volta la formula etsi deus non daretur, è esattamente il 1632, Grozio è considerato tra i grandi filosofi fondatori dello stato moderno.

E infatti c’è questa frase che vi dico in italiano: tutto ciò che abbiamo detto, sono i prolegomeni al libro De iure belli ac pacis (1632), tutto ciò che abbiamo detto sul diritto e sulla legge avrebbe comunque la sua rilevanza anche se ammettessimo (cosa che non può darsi senza sommo crimine) che non ci fosse Dio o non si curasse delle faccende umane. Pam: il colpo è partito, con la parentesi per tener buono il censore.

Questa può considerarsi la prima formulazione di stampo giusnaturalistico di come se ci fosse, o anche se non ci fosse… Con la secolarizzazione matura e con lo sviluppo delle scienze dell’uomo-natura, la formula viene ripresa e interpretata in maniera religiosamente radicale dal teologo luterano già citato, Bonhoeffer. Anche qui dobbiamo stare attenti perché adesso so che ci sono delle chiese bonhoefferiane, in realtà la citazione che io faccio è semplicemente presa dalle lettere che dalla prigione lui scriveva all’amico che era militare in Italia. Mi chiedo sempre in quale divisione, ma non voglio andare ad approfondire, perché la Wermacht in Italia non è che si sia comportata molto bene. Però per evitare imbarazzi con i luterani non chiederò neanche a Carlo Gentile che sa tutto… Lettere che quindi a volte non arrivavano, o arrivavano tardi, ed è lì che costruiamo l’ultimo pensiero, perché poi Bonhoeffer, quello precedente, certo si sente, ma il piacere rivoluzionario è qua.

Tutto sommato aveva 39 anni, era un giovanotto. Mi chiedo sempre che cosa sarebbe successo se fosse sopravissuto. Probabilmente, sarebbe rimasto a Berlino nella zona orientale, avrebbe dovuto fare una specie di… non lo so, perché era diverso, tollerava la religione ma rigorosamente chiusa nelle chiese e fu nell’89 che le chiese vennero aperte. Ma non lo so, perché il suo pensiero, secondo me, finisce… non lo so cosa avrebbe potuto fare.

Comunque, lui dice: “l’intera nostra predicazione sulla teologia cristiana è costruita sull’a priori religioso dell’uomo, il cristianesimo è stato una forma, forse la vera forma, della religione, ma quando un giorno sarà evidente che questo a priori non esiste affatto, ma è soltanto una forma di esprimersi storicamente determinata e transitoria dell’uomo, quando cioè l’uomo diventerà realmente non religioso, cosa significherà essere cristiani?”

E prosegue: “non possiamo essere onesti senza riconoscere che dobbiamo vivere nel mondo etsi deus non daretur. Proprio questo dobbiamo riconoscere davanti a Dio. Dio stesso ci costringe a questo riconoscimento”. E qui va avanti e dà la sua sbandata mistica, è tipico di Bonhoeffer: un pensiero radicale e poi una fuga mistica come se si spaventasse. Ma, come dire, la mia domanda su cosa avrebbe fatto, non lo so, ma credo che ciascuno con la sua sensibilità debba tenere aperto questo iato, questa tensione che mantiene però la validità dell’etsi deus non daretur.

Ancora un piccolo paragrafo: in democrazia la laicità non è un’opzione privata, credi, non credi, sì, no? Ma è lo statuto stesso della cittadinanza; la laicità è la disponibilità a far funzionare le regole della convivenza democratica partendo dalla convinzione che la molteplicità delle visioni del mondo e della vita, e delle concezioni del bene e della natura umana non sono una disgrazia pubblica a cui non ci si deve rassegnare, il famigerato relativismo, ma è l’essenza stessa della vita democratica. L’assunto principale della democrazia laica consiste nel distinguere i cittadini non tra chi crede e chi non crede, ma tra chi garantisce la pluralità delle visioni di stili di vita morale e chi, limitandosi a tollerare il pluralismo, ne vanifica la sostanza trattandola in modo opportunistico; al di là delle sue buone intenzioni rischia di mettere in gioco i fondamenti costituzionali stessi del sistema democratico e lo fa anche quando, disponendo di una maggioranza parlamentare, in nome dei propri valori non negoziabili, impone la sua visione del mondo senza preoccuparsi di contraddire in questo modo lo spirito e la lettera costituzionale. Perché poi va da sé che i miei sono valori, quelli degli altri non sono valori.

Va bene, basta! credo che abbiate capito, ma il problema è trovare argomenti virtualmente in grado di superare questo impasse, anche se non mi faccio delle illusioni, perché anche i paradossi, che alcune volte tolgono il fiato, non credo in questo gruppo di persone, ma spesse volte su delle persone che hanno un’idea della vita, del sesso, dell’uomo e della donna completamente diversi, incompatibili. Eppure dobbiamo vivere assieme come cittadini, ecco il primato della cittadinanza. Questa è la summa! Visioni del mondo e della vita radicalmente diverse, ma devono vivere assieme. Vivere assieme non è sempre facile ma è già molto il principio.

Io mi fermo qua, anche perché con questo mio stile fatto un po’ a entrate e uscite, ho detto delle cose che andavano al di là dello schema. E quindi mi fermo e aspetto le vostre reazioni.

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