Luciano Gallino. Lotta di classe. Dopo la lotta di classe.

linea_rossa_740x1Corso-Formazione-Politica“Non solo la lotta di classe c’è ancora, ma la stiamo vincendo noi”. Questa frase attribuita a Warren Buffett, uno di quei multimiliardari che formano la “superclasse” dominante a livello planetario che Luciano Gallino aveva già analizzato nei suoi libri precedenti, potrebbe benissimo figurare in esergo al libro-intervista che Gallino ha pubblicato lo scorso anno insieme alla sua allieva Paola Borgna e che di fatto rappresenta uno stadio ulteriore della riflessione che lo studioso torinese da molti anni dedica all’evoluzione della società, del lavoro e dei rapporti di forza nella dimensione sociale.

Luciano Gallino. Lotta di classe. Dopo la lotta di classe.

1. leggi il testo dell’introduzione di Lorenzo Gaiani

2. leggi la trascrizione della relazione di Luciano Gallino

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1. introduzione di Lorenzo Gaiani 25’18” – 2. relazione di Luciano Gallino 30’08” – 3. intervento di Lorenzo Gaiani 07’34” – 4. prima serie di domande 15’39” – 5. risposte di Luciano Gallino 18’20” – 6. seconda serie di domande 34’39” – 7. risposte di Luciano Gallino 23’50” – 8. chiusura di Lorenzo Gaiani 04’02”

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Testo dell’introduzione di Lorenzo Gaiani a Luciano Gallino

LE MANI SUGLI OCCHI – Una lettura politica di “La lotta di classe. Dopo la lotta di classe” di Luciano Gallino

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“Non solo la lotta di classe c’è ancora, ma la stiamo vincendo noi”. Questa frase attribuita a Warren Buffett, uno di quei multimiliardari che formano la “superclasse” dominante a  livello planetario che Luciano Gallino aveva già analizzato nei suoi libri precedenti, potrebbe benissimo figurare in esergo al libro – intervista che Gallino ha pubblicato lo scorso anno insieme alla sua allieva Paola Borgna e che di fatto rappresenta uno stadio ulteriore della riflessione che lo studioso torinese da molti anni dedica all’evoluzione della società, del lavoro e dei rapporti di forza nella dimensione sociale. Il libro che oggi analizziamo può considerarsi per certi versi – e come sono molti dei testi della collana “Saggi tascabili” di Laterza cui appartiene – una sorta di summa del pensiero di Gallino con la differenza che altri  hanno concesso uno spazio più o meno ampio alla loro dimensione biografica mentre il nostro autore si concentra essenzialmente sulle questione che formano il suo interesse oggettivo, come se l’urgenza dei temi facesse premio su altre considerazioni ritenute , se non impertinenti, comunque secondarie.

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Quale è la tesi di fondo del libro? Per uscire dalla crisi, è noto,  sappiamo cosa fare: ridurre il debito, tagliare la spesa pubblica, rendere più competitivi i lavoratori, aumentare il ruolo dei privati nell’economia. Sappiamo tutte queste cose, ma non ci è chiarissimo perché le sappiamo. Anche gli economisti più assertivi, tipo Francesco Giavazzi e Alberto Alesina sul Corriere della Sera, faticano a dimostrare che queste sono le ricette migliori. Bisogna fare così e basta, perché lo dicono gli economisti più autorevoli, quelli ascoltati dai mercati. Cioè loro. Luciano Gallino ci ricorda una volta di più che questo genere di misure non sono neutre e indiscutibilmente giuste, ma la traduzione in politica economica della “Lotta di classe dopo la lotta di classe”. L’analisi di Gallino corrisponde al passo indietro che, in un museo, permette di vedere un quadro come un insieme invece che come somma di dettagli. La tesi è questa: nei primi 70 anni del Novecento la lotta di classe ha portato a una ridistribuzione verso il basso delle risorse: la costruzione dei sistemi di welfare ha protetto milioni di persone dalla povertà e dalle incertezze, la pressione dei sindacati ha ridotto la quantità di lavoro e ne ha migliorato la qualità, l’istruzione di massa ha permesso mobilità sociale.

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La classe dei lavoratori ha vinto la battaglia. Ma la guerra è continuata, è iniziato un “contromovimento” come lo chiamava Karl Polanyi. I numeri di Gallino sono difficili da confutare: tra il 1976 e il 2006 crolla la percentuale dei redditi da lavoro sul Pil, misura di quanta parte della ricchezza nazionale finisce nelle tasche dei lavoratori. Tra il 1976 e il 2006, nei 15 Paesi più ricchi dell’area Ocse, si passa dal 68 al 58 per cento. In Italia i redditi da lavoro scendono addirittura al 53 per cento. Questo significa, ricorda Gallino, che i lavoratori dipendenti hanno perso 240 miliardi di euro all’anno. Ma pagano comunque moltissime tasse e tuttora in Italia l’aliquota più bassa dell’Irpef (23 per cento) è maggiore di quella sui proventi finanziari, passata nel 2012 dal 12, 5 al 20 per cento. Non è colpa della globalizzazione, sostiene Gallino. È la lotta di classe. Perché mentre i lavoratori dipendenti diventavano più poveri, altri si arricchivano. Una superclass globale, ma fortemente radicata anche all’interno delle singole nazioni, si appropriava di quella ricchezza sottratta ai lavoratori.La teoria (neo) liberista, che secondo Gallino è una delle espressioni più compiute della lotta di classe, sostiene che se il Pil cresce tutti ci guadagnano, che rimuovere gli ostacoli alla crescita, rendere il lavoro più flessibile e i salari più competitivi, alla fine è nell’interesse di tutti. Il filosofo John Rawls affermava nei suoi principi di giustizia che una disuguaglianza è accettabile soltanto se migliora la condizione anche di chi ha meno. E Gallino dimostra che all’arricchimento di pochi, soprattutto nella finanza, ha corrisposto un impoverimento della base della piramide sociale, con la perdita della capacità di essere una classe “per se” (soggetto attivo, consapevole di avere interesse comuni).Il libro di Gallino costringe a una perenne ginnastica mentale, perché a ognuno delle dimostrazioni della violenza della nuova lotta di classe al lettore scatta subito la risposta mainstream. I nostri lavori sono poco produttivi? Dobbiamo accettare meno diritti e più flessibilità, o la disoccupazione. Sbagliato, risponde Gallino: con un minimo di coscienza dell’essere classe anche i sindacati dovrebbero porsi il problema di far aumentare i salari dei lavoratori cinesi e indiani, denunciando le condizioni di sfruttamento, invece che rassegnarsi a veder scendere quelli italiani o americani.

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Se è consentito a chi per formazione e vocazione è e rimane fondamentalmente un giurista, entrare nella complessa architettura economica e sociale costruita da Gallino e che già abbiamo avuto modo di esaminare nei testi precedenti, di cui questo è lo sviluppo, occorre aprire una riflessione su quanto tutti i settori del discorso pubblico siano stati influenzati da una dialettica di classe che non nasce dal nulla ma è stata lungamente pianificata da grandi interessi economici che hanno finanziato influenti think-tank i quali hanno fornito le idee per una classe politica di destra ma anche di sinistra che ha operato attivamente per smantella re le conquiste del Welfare State, i diritti dei lavoratori ed allargare il campo di intervento delle forze del mercato finanziario. Il mercato, ce lo ha sempre ricordato Gallino, non esiste in natura, esso è un prodotto dello spazio ampio o ristretto che i decisori politici intendono dargli, ed è nell’interesse della “superclasse” che tali decisori arretrino sempre di più la dimensione pubblica a favore di quella privatistica (che diventa facilmente oligarchica).

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In tempi di crisi – e questi lo sono – il diritto, inteso come forma giuridica, viene spesso percepito come un’ intollerabile camicia di forza rispetto alle esigenze dell’economia, e si fa di tutto per proseguire l’opera di riadattamento delle leggi e dei codici per piegarli agli interessi dei mercati e di chi li orienta. Il problema è che la manipolazione del diritto si porta dietro anche la svalutazione dei diritti sociali ed umani da esso protetti, e questa è un’altra conseguenza – nient’affatto involontaria- del predominio dell’economia e della finanza nello spazio sociale e politico.
Nella loro essenza, le procedure esistono proprio per garantire la posizione del cittadino rispetto al prepotere dello Stato, e ciò che distingue uno Stato di diritto da una dittatura è proprio il fatto che le procedure siano effettivamente rispettate, e vi sia la possibilità concreta di esigere il rispetto dei propri diritti, al di là del fatto che testo costituzionali più o meno abilmente infiorati li enuncino sulla carta. Non è un caso, del resto, se in tutti i totalitarismi del XX secolo gli studi giuridici declinarono e i cultori e i pratici della materia – docenti universitari, avvocati, magistrati …-dovettero o tacere o sottomettersi a qualunque aberrazione. Così in ambito nazista una grande mente del costituzionalismo contemporaneo come Carl Schmitt  compromise la sua coscienza e la sua dottrina enunciando il principio per cui “la volontà del Fuhrer è la legge suprema”, mentre giudici sul modello di Roland Freisler amministravano una “giustizia popolare” in cui gli imputati venivano insultati in aula prima di essere assassinati fra crudeli torture. Così, in Unione Sovietica, Andrei Vishinsky poteva affermare che “l’istinto di classe viene prima delle prove e dei codici”, e a questo aberrante principio ispirò, insieme ai suoi colleghi, la sua azione di grande inquisitore nei processi staliniani degli anni Trenta.
Anche oggi, un pensiero largamente omologante , per quanto non formalmente totalitario, vede nelle riserve dei giudici, ad esempio di quelli costituzionali, rispetto a quelle leggi che traducono in diritto la volontà dei manipolatori dei mercati internazionali un  grave limite alla salute dell’economia, laddove forse si tratta solo dell’ultimo presidio dei diritti dei cittadini.
Non ha torto, in questo senso, Barbara Spinelli quando si domanda se in tutta Europa solo i giudici della Corte costituzionale tedesca che siede a Karlsruhe si pongano seriamente il problema della compatibilità di certi istituti o decisioni dell’ Unione europea con i principi fondamentali delGrundgesetz, la Costituzione federale del 1949, soprattutto a petto della fretta un po’ spensierata con cui il Parlamento italiano ha inserito in Costituzione un principio impraticabile come quello del pareggio di bilancio.

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Ma siccome i giudici non esistono solo a Berlino – o a Karlsruhe- capita a volte che la stessa Corte costituzionale italiana assuma decisioni che possono seminare granelli di sabbia negli ingranaggi apparentemente potentissimi del pensiero unico, così potenti che, come ha giustamente scritto Gallino, sono riusciti a far credere che una crisi epocale nata dall’irresponsabilità del sistema bancario sia invece  frutto del deficit della finanza pubblica.
Il 20 luglio 2012 la Corte costituzionale ha pubblicato le sentenze 199 e 200 del 2012. La prima è quella che ha riscosso maggiore attenzione da parte degli organi di stampa, in quanto era relativa alle conseguenze dei referendum del giugno 2011 con cui venivano abolite le normative che sottoponevano a regime di mercato le società pubbliche che gestivano il servizio idrico – e non solo- limitando le ipotesi di affidamento diretto dei servizi pubblici locali. All’indomani del referendum il Governo Berlusconi emanò il decreto legge 138, nel quale fra l’altro, all’articolo 4, venivano ripresi alcuni elementi della normativa abrogata dal referendum di giugno, con il solo furbesco espediente di escludere ogni riferimento al servizio idrico. A fronte di ciò numerose Regioni – non tutte guidate dal centrosinistra, visto che c’erano anche la Sardegna ed il Lazio – si sono appellate alla Corte costituzionale, ritenendo che l’art.4 violasse da un lato la volontà popolare chiaramente espressa e dall’altro infirmasse le loro prerogative costituzionali. La Consulta ha dichiarato illegittimo l’art.4 e lo ha fatto decadere, svolgendo alcune considerazioni supplementari. In primo luogo ha rilevato che l’articolo in questione “, nonostante sia intitolato «Adeguamento della disciplina dei servizi pubblici locali al referendum popolare e alla normativa dall’Unione europea», detta una nuova disciplina dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, che non solo è contraddistinta dalla medesima ratio di quella abrogata, in quanto opera una drastica riduzione delle ipotesi di affidamenti in house, al di là di quanto prescritto dalla normativa comunitaria, ma è anche letteralmente riproduttiva, in buona parte, di svariate disposizioni dell’abrogato art. 23-bis e di molte disposizioni del regolamento attuativo del medesimo art. 23-bis contenuto nel d.P.R. n. 168 del 2010. (…) Tale effetto si verifica a prescindere da qualsivoglia valutazione dell’ente locale, oltre che della Regione, ed anche – in linea con l’abrogato art. 23-bis – in difformità rispetto a quanto previsto dalla normativa comunitaria, che consente, anche se non impone (sentenza n. 325 del 2010), la gestione diretta del servizio pubblico da parte dell’ente locale, allorquando l’applicazione delle regole di concorrenza ostacoli, in diritto o in fatto, la «speciale missione» dell’ente pubblico (art. 106 TFUE)”.
La Consulta va oltre, ed aggiunge che: “Le poche novità introdotte dall’art. 4 accentuano, infatti, la drastica riduzione delle ipotesi di affidamenti diretti dei servizi pubblici locali che la consultazione referendaria aveva inteso escludere. Tenuto, poi, conto del fatto che l’intento abrogativo espresso con il referendum riguardava «pressoché tutti i servizi pubblici locali di rilevanza economica» (sentenza n. 24 del 2011) ai quali era rivolto l’art. 23-bis, non può ritenersi che l’esclusione del servizio idrico integrato dal novero dei servizi pubblici locali ai quali una simile disciplina si applica sia satisfattiva della volontà espressa attraverso la consultazione popolare, con la conseguenza che la norma oggi all’esame costituisce, sostanzialmente, la reintroduzione della disciplina abrogata con il referendum del 12 e 13 giugno 2011.”
Sicché la concorrenza ed il mercato sono forse dei valori, ma in ogni caso sono secondari rispetto alla missione specifica degli Enti pubblici – ed in ultima analisi dello Stato- rispetto alla garanzia generale dei beni pubblici (non solo l’acqua) che debbono essere a disposizione di tutti i cittadini.
Meno reclamizzata, ma altrettanto interessante, è la sentenza 200, la quale invece riguarda una serie di impugnative, anch’esse bipartisan, avverso l’art.3 dello stesso d.l. 138/2011, nel quale Tremonti aveva tentato di far passare in via surrettizia  la sua ossessione di trasformare in senso più liberista la Costituzione : infatti il comma 1 di questo articolo recita che “l’iniziativa e l’attività economica privata sono libere ed è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge”, sia pure mitigando tale affermazione con riferimenti ai principi generali della Costituzione (che dice in sostanza cose diverse). Solo tale mitigazione, in effetti, ha salvato il comma 1 dalla dichiarazione di illegittimità, anche se la Consulta, nel rendere il suo giudizio, ha rimarcato che il principio della tutela della concorrenza e le liberalizzazioni sono al massimo elementi di organizzazione del quadro normativo, il quale si deve comunque mantenere nell’ambito dei vincoli di utilità sociale definiti dalla Costituzione, che in qualche modo precedono e giustificano lo stesso principio della libertà d’impresa che non deve quindi intendersi come un diritto assoluto. In ogni caso, la Corte ha dichiarato l’illegittimità del comma 3 del medesimo articolo, che imponeva , ad una data scadenza, l’abolizione delle norme incompatibili con il comma 1, evidenziando come la genericità dei principi ivi evidenziati rendesse tale operazione pressoché impossibile, e nello stesso tempo ledesse potenzialmente le competenze legislative delle Regioni: in tal modo, nei fatti, le prescrizioni del comma 3 venivano rese largamente inoperanti.
E’ da ritenere che molti zelatori del pensiero unico a questo punto si metteranno a disputare sulle insidie del “governo dei giudici” che a Roma come a Karlsruhe pretendono di rallentare le “magnifiche sorti e progressive” del mercato globale.
In effetti il presidio giudiziario del diritto pubblico – e dei diritti dei cittadini- è un dato necessario ma non sufficiente per la tutela della democrazia da tutti i suoi nemici interni ed esterni.

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E’ qui che si colloca il ruolo della politica, poiché evidentemente è il compito di legislatori e governanti quello di scrivere le leggi in modo che tutelino realmente l’interesse generale contro quello particolare, anche se il particolare si appoggia alla forze del denaro. In qualche misura, l’intervento volto a presidiare le libertà civili  attraverso la tutela od il ripristino di quelle sociali – perché anche le norme di tutela dei diritti sociali sono presidio di libertà, in quanto una libertà astratta non serve a nulla all’uomo schiavo della sua precarietà sociale- costituirebbe una forma di autotutela per lo stesso capitalismo globale, il quale non potrà proseguire indefinitamente la sua azione di distruzione delle risorse naturali e di quelle umane che lo contraddistingue senza che ciò provochi conseguenze potenzialmente letali per un equilibrio sociale saltato da tempo che però mantiene una sua precaria normalità. E tuttavia la politica non opera sul nulla, e se il passaggio della classe subordinata globale da classe in sé a classe per sé, come scrive Gallino riecheggiando Marx (ossia in sostanza da aggregato sociale informe a forza consapevole del suo ruolo sociale e delle sue mete politiche) sarà frutto di elaborazione e crescita culturale, ancor meno facile sarà definire quel “principio speranza”, per dirla con Bloch, a cui la politica deve ispirarsi per muovere le masse.

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Lo annota Gallino verso la fine del libro: “Un colpo quasi letale che ha favorito l’affermazione di una politica a-dialettica, la politica a una dimensione, è stato inferto dalla caduta del Muro, ovvero dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica e dalla scomparsa che ne è seguita dei partiti comunisti come dei partiti socialisti che meritino ancora tale nome. Su questo sono abbastanza d’accordo con l’interpretazione di Slavo Zˇizˇek -“Il gigante di Lubiana”, uno dei più acuti filosofi politici dell’occidente -, soprattutto quella esposta nell’opera che s’intitola “In difesa delle cause perse”. Qui egli mette in luce come,aldilà delle tragedie provocate dal comunismo anzitutto in URSS – tragedie che vanno denunciate, che a nessun costo devono ripetersi, c’era in quella causa un frammento, qualcosa di vitalmente importante: la speranza dell’emancipazione, l’idea che si potesse essere un po’ più uguali, che la società potesse essere un po’ più giusta. Con la caduta del socialismo reale è stato seppellito anche quel frammento di verità essenziale su cui era stata malaccortamente e colpevolmente innalzata la torreggiante megamacchina sociale che pretendeva di rappresentarlo.  Quel frammento, che dopotutto sta alla base del movimento operaio da quando è cominciato, fin dall’inizio dell’Ottocento, era la ragione stessa della storia, o meglio, la ragione che conferisce un senso alla storia. Era giusto che la torre cadesse, ma, cadendo, la torre ha sepolto tra le sue macerie anche quell’ultimo frammento che rappresentava la speranza di un rinnovamento della società intera. E questa è stata una perdita enorme.” (pag.210). E’ probabile che un primo abbozzo di risposta della politica si avrà quando cesserà l’incomunicabilità, che Gallino denuncia, fra nuovi movimenti sociali e partiti politici, laddove venga riconosciuta l’intrinseca politicità delle istanze dei primi ed il persistente valore della funzione dei secondi. Al momento tuttavia, ed evitando di tenere le mani sugli occhi e cercando invece di guardare al di sopra delle miserie e dei compromessi di oggi, il recupero del principio di realtà cui ci rimanda il nostro autore attraverso la figura moderna della lotta di classe sembra essere ancora lontano, e la stanchezza, il nichilismo ed il qualunquismo si diffondono come unico antidoto esistenziale alla delusione della politica, della democrazia e della libertà.

Trascrizione della relazione di Luciano Gallino

Buon giorno a tutti. Mi fa molto piacere essere ancora una volta qui, mi pare che siano passati dieci anni dalla prima volta e mi congratulo ancora una volta con Lorenzo Gaiani per la capacità di penetrare nella sostanza di un testo e di esporre in un modo così solido e, al tempo stesso, così brillante: i recensori di libri in Italia dovrebbero prendere qualche lezione da Gaiani. Considero un privilegio aver avuto da lui almeno cinque o sei recensioni in questi anni.

Provocherò la discussione con domande che stanno nel libro ma che forse è utile riproporre in chiaro.

Prima domanda: che senso ha discutere ancora di classe, di lotta di classe alla nostra epoca, davanti al mondo che è cambiato (me lo sento ripetere ogni volta che apro bocca in un incontro, in un convegno, eccetera), davanti alle trasformazioni globali del lavoro, della produzione, delle nuove tecnologie, delle nuove condizioni di vita, della cultura e della politica? E sono tutte trasformazioni che erano inimmaginabili anche solo 30-40 anni fa. E se si dovesse arrivare a conclusioni che dopotutto le classi di lotta, le classi ci sono ancora, quali sono i fattori che hanno contribuito a rinnovarne l’esistenza? E poi che fare, dove andiamo a finire? Che cosa ci riserva il futuro prossimo o meno prossimo?

Cominciamo dalla prima domanda. Non è facile proporre al giorno d’oggi che si riparli nel dibattito politico, nelle scienze umane, nelle scienze sociali, di classi sociali. Le obiezioni vengono da ogni parte, arrivano dai media, da ogni parte dello spettro politico e anche da ogni parte della cultura accademica. E partendo da destra, per la stampa che definirei portabandiera del volgare liberismo, o volgare liberalismo, e che è rappresentata da TV, da quotidiani, eccetera, chi parla di classi sociali lo fa perché in questo modo manifesta una sorta di invidia, una forma di invidia per i ricchi e per i potenti. È un mondo a cui vorrebbe appartenere in modo spasmodico, è questa l’accusa, ma da cui è escluso perché non possiede talento, non possiede gli studi, non possiede l’impegno che sarebbero necessari. È una cultura da cui deriva l’idea per dire che propongono una tassazione un po’ più ragionevole dei grandi patrimoni, ma non di quelli dichiarati al fisco, di tutti i grandi patrimoni, e se è soltanto uno dei tanti modi per insultare i ricchi. Un grande giornale tedesco, poche settimane fa, aveva un grosso titolo, “Non si insultano così i ricchi” perché qualcuno aveva proposto un incremento, mi pare del 3% dell’aliquota marginale dell’IRPEF tedesca.

Un poco più in là, ossia un po’ meno a destra, ci sono in Europa i fautori della cosiddetta terza via, i discendenti italiani, britannici, tedeschi, francesi di quelli che sono stati in varia misura partiti di sinistra, comunisti, laburisti, socialisti. Perché? Perché a giudizio di questi reduci il concetto di classe sociale è ormai un residuato dell’800, un ciarpame intellettuale privo di qualunque significato, e anche di qualunque utilità per interpretare il famoso mondo che è cambiato. Un politico italiano assai noto che ha trascorso almeno metà della vita nei ranghi del Partito Comunista, divenuto un esponente di rango del Partito Democratico, che si definisce tuttora il partito del lavoro, ha potuto affermare qualche tempo fa, un po’ di mesi fa, “al solo sentire parlare di classi sociali, mi viene il mal di stomaco”.

Poi vengono i sociologi e gli economisti. Stando ai sociologi, non tutti ma intorno al 90%, bisogna avere presente l’intreccio che si osserva in tutta la popolazione mondiale di nuove culture, nuovi stili di vita, nuove tecnologie, l’idea dell’essere sempre connessi 24 ore al giorno, sette giorni alla settimana, ci sono professioni mai viste, flussi smisurati di informazioni, merci e servizi, forme nuove di ricerca dell’identità personale attraverso l’individualizzazione, ma al tempo stesso anche attraverso l’affiliazione socializzante attraverso il web, un simile intreccio, concludono molti sociologi, rende del tutto improponibile una ripresa del concetto di classe al fine afferrare l’evoluzione della società contemporanea.

Quanto agli economisti, c’è un nutrito gruppo di essi per i quali si spiegherebbe tutto perché certe persone hanno una grande padronanza delle tecnologie informatiche, della cultura manageriale, dell’innovazione finanziaria e altre invece non ce l’hanno e quindi coloro che sono familiari con queste tecnologie in ogni parte del mondo ne traggono un reddito elevato e ricavano gratificazioni addizionali dalla professione. Invece chi, per diverse cause, quelle competenze non posseggono devono accontentarsi di un salario medio basso o della precarietà collegata a mestieri meno qualificati. Quindi, gli economisti sostengono: che cosa c’entra un simile divario di competenze, e quindi di reddito, con le classi sociali?

Ci sono anche degli economisti che dicono che il denaro domina il mondo perché è diventato una forma da tutti interiorizzata di modo di pensare, per cui dicono il denaro domina le azioni umane perché la sua apparenza, la sua essenza vuota non vengono riconosciuti.

Ci sono persino settori del marxismo contemporaneo, soprattutto tedesco, che sono avversi all’idea che per comprendere il mondo, e perché no, per trasformarlo, l’idea di classi sociali e di lotta di classe può essere ancora utile. Sono studiosi che si concentrano soprattutto su certe parti, su certi aspetti dell’opera di Marx, e ritengono che ciò che occorre analizzare sia soprattutto la così detta forma merce, la forma che tutto prende sotto il capitalismo, il feticismo incluso è il suo nucleo produttivo, ma le classi sociali sono soltanto fasi di superficie di cui non merita occuparsi.

E quindi è un bello sbarramento, un robusto sbarramento di obiezioni transculturali e transpolitiche contro l’idea di classe e di lotta di classe. E allora, a quali dati, a quali osservazioni si può riferire uno che si ostina a pensare che, tutto sommato, il concetto di classe e di lotta di classe conservi una certa importanza?

Un punto di partenza può essere la distribuzione quotidiana della ricchezza: dal punto di vista della ricchezza la popolazione adulta del mondo, cioè chiamiamoli gli over 18 che sono in totale 4,7 miliardi, appare distribuita in 3 gruppi. Rendendosi conto della quota esigua di individui ricchi e super ricchi, cioè sono considerati ricchi nel linguaggio della finanza coloro che hanno almeno 3 milioni di patrimonio finanziario e molto ricchi coloro che hanno almeno 30 milioni di patrimonio finanziario, bene, questi 30 milioni di individui, un po’ meno, corrispondono allo 0,6% della popolazione mondiale ma controllano il 40% della ricchezza globale. Se la mettiamo in metri abbiamo 6 millimetri che controllano 40 centimetri. Il totale della ricchezza che controllano questi 30 milioni, cioè ricchi e super ricchi, ammonta a 88 trilioni di dollari, 88 mila miliardi di dollari, il PIL del mondo nel 2011 è stato intorno a 65 trilioni di dollari, il che vuol dire che siamo a una volta e un terzo del PIL del mondo nelle mani di 30 milioni di persone.

La parte mediana della piramide della ricchezza globale è formata da un po’ meno di un miliardo e mezzo di individui, e comunque è già 42 volte più numeroso del precedente, che si dividono 125 trilioni di dollari, pari a 90 mila dollari a testa, 33 volte meno di quelli che stanno al di sopra. Sono i benestanti medi dell’Europa, dei nostri paesi e anche dei paesi emergenti, quelli che hanno un lavoro decente che assicura loro un’esistenza discretamente dignitosa,

Un’esistenza che è un sogno vietato ai 3,2 miliardi di individui la cui ricchezza arriva sì e no a 2.300 dollari a testa. Si noti che in questa distribuzione della ricchezza ci entra tutto: la casa, l’abitazione, il frigorifero, l’automobile, la bicicletta, il camino se c’è, qualunque cosa sia posseduta da una persona e le persone al basso della piramide mondiale dispongono di 2.300 dollari a testa, tutto compreso. Rispetto ai 30 milioni di super ricchi la differenza è di 1.315 volte. Così la ricchezza di uno vale 1.315 volte quella del più povero, o se vogliamo la ricchezza di uno vale quella di 1.315 persone della fascia più bassa.

Dove sta il problema a fronte di una distribuzione della ricchezza così diseguale? Non sta nel fatto che i super ricchi hanno gli yacht lunghi 100 metri e i super poveri non hanno neanche una barchetta di plastica, non conta che i primi abbiano ville con 20 stanze, piscina semi olimpionica, e che i benestanti medi abbiano alloggi di 70-80 metri quadri, e che i poveri vivano in baracche prive di acqua, servizi sanitari, servizi igienici ed elettricità, come si fa ad arrivare a che una simile distribuzione della ricchezza è profondamente ingiusta? Non è soltanto ingiusta. Il problema va visto nell’immenso potere politico, economico, mediatico, culturale che possiedono coloro che stanno in cima alla piramide, mentre i medi benestanti arrivano sì e no a possederne delle briciole e i più poveri nemmeno a quelle. La concentrazione della ricchezza significa un’immensa concentrazione di potere di decidere dell’esistenza degli altri, di alcuni miliardi di altri.

In parte quel potere deriva dalla ricchezza di per sé, ma in misura ancora maggiore discende dal controllo che esercitano sul capitale produttivo e finanziario del mondo attraverso le cariche che occupano: presidenti e amministratori delegati di grandi società, gestori di fondi di investimento di ogni genere, dirigenti di banche nazionali e centrali, alti funzionari dello stato, direttori di organizzazioni internazionali e inter-governative, proprietari di immobili e terreni che si misurano a centinaia o migliaia di ettari, eccetera.

Manovrando questo capitale complessivo, fatto di mezzi di produzione, di fabbriche, di uffici, oltre che di disponibilità finanziaria diretta, una trentina di milioni di individui, se poi fossero anche due o tre volte tanto non cambia di molto, esercitano un potere smisurato sull’esistenza dei restanti 7 miliardi della popolazione del mondo. È il potere di decidere quali merci e servizi produrre nell mondo e quali no, in quale quantità, con quali mezzi di produzione, in quali paesi e regioni, in quali tempi. È il potere di decidere chi e quanti possono avere un lavoro stabile e quanti invece devono accontentarsi di un lavoro precario, oppure rassegnarsi a far parte del cosiddetto esercito industriale di riserva che fa la fila ai cancelli delle fabbriche. È il potere di stabilire come il lavoro debba essere organizzato negli uffici, nelle officine, nei campi. È il potere di stabilire, sia operando sui mercati, sia costruendo appositi titoli complessi strutturali che hanno per riferimento o per sottostante, come si dice nel gergo finanziario, un elemento, un elemento di base, e stabilire quali debbano essere nel mondo i prezzi degli elementi di base stessi, in base ai quali può valutare in base a quali titoli può aumentare o diminuire quasi da un giorno all’altro il numero degli affamati nel mondo che si aggirano al presente fra gli 800 e i 900 milioni; sono cresciuti di almeno 100 milioni dopo la crisi del 2007-2008.

È un potere, come dire, di aggiramento, è il potere di scegliere nei diversi continenti quali sono le malattie che conviene curare e quali no, quali medicamenti valgono la pena di essere sviluppati nei laboratori di ricerca e quali no, naturalmente quali paesi e quali territori devono essere oggetto di approfonditi interventi, vuoi della ricerca, vuoi della gestione della sanità pubblica e quali invece non lo meritano, non vale la pena occuparsene.

In sintesi, se meno dell’1% della popolazione del mondo detiene un potere esercitato in modo tale da assicurare una vita dignitosa a un po’ meno della metà della popolazione restante e niente più di una vita povera e crudele e breve (qualcuno ricorderà la citazione) a oltre la metà del totale della popolazione del mondo, a me pare che un modo efficace per riassumere la situazione potrebbe consistere nel dire che il mondo è grosso modo diviso tra una classe molto ristretta, saldamente insediata in posizione dominante, e una classe media formata da insegnanti, tecnici, piccoli imprenditori, commercianti, funzionari pubblici e assimilati, e uno sterminato lump proletariat, cioè proletariato straccione la cui funzione principale sembra essere soprattutto quella di disciplinare le due classi che stanno meglio perché il sistema economico non sa proprio come utilizzarle, non sa assolutamente come diamine si fa a creare lavoro per quegli altri 3 miliardi che non ce l’hanno, nei quali sono inclusi anche i familiari.

Non si può dire nemmeno: “ma questo è un problema dei paesi emergenti” perché secondo dati Eurostat pubblicati pochi mesi fa, nel 2011 nell’Europa dei 27 si registravano 120 milioni di persone a rischio di povertà o di esclusione sociale, pari al 24% della popolazione dell’UE, un quarto della popolazione della UE.

A ben guardare il quadro che ho tracciato sommariamente assomiglia molto alla struttura della società feudale e ci sono degli studiosi, c’è uno studioso tedesco molto bravo che si chiama Krysmanski, che si è chiesto se la nuova struttura di classe divisa tra una classe ristrettissima di individui non solo super ricchi, che si comprano i loro yacht superiori a 10 metri, ma soprattutto super potenti, e una più sterminata classe che stava perdendo quel poco di risorse economiche e di potere politico che si era conquistato nel dopoguerra, non configuri un caso di radicale ri-feudalizzazione del capitalismo fondato sulle alte tecnologie.

Perché si è arrivati a questo? Vi sono tanti motivi, uno lo ha ricordato Gaiani nella sua bella recensione del libro, è la ridistribuzione dal basso verso l’alto: i redditi dei poveri si sono abbassati e sono andati ad aumentare i redditi e la ricchezza dei ricchi. E l’indicatore più vistoso di questa ridistribuzione, lo ha ricordato Gaiani, è il declino della quota salari che, negli ultimi 20-25 anni, è scesa di almeno 10 punti in Italia, 9+ in Francia, 7 in Germania e così via. In Italia questo conto non è stato fatto, ma un gruppo di lavoro in Germania ha calcolato che a causa di questo declino i lavoratori tedeschi abbiano perso soltanto in un decennio o poco più, 2001-2012, più di mille miliardi di reddito da lavoro. Dato che il declino della quota salari in Italia sarà maggiore, anche se l’Italia ha una popolazione minore, e un PIL minore, si può ritenere che la perdita di reddito da lavoro accumulato nello stesso periodo sia stata nel nostro paese anche di dimensioni abbastanza simili.

E non è che 1.000 miliardi spariscano nel nulla, vanno da qualche parte, vanno alle forze finanziarie, vanno ai profitti, alle rendite immobiliari o ad altri tipi di rendita, a bonus, stipendi, paracadute d’oro, a optional e soluzioni che portano i redditi di molti dirigenti a 300 volte il salario medio, a 400 volte il salario medio: nelle principali imprese, corporation, sia americane che europee, si può arrivare anche a 800-1.000 volte il salario medio.

Poi, naturalmente, c’è tutta la storia dell’elusione fiscale, dell’evasione fiscale, degli enormi vantaggi che le norme fiscali hanno applicato sia alle corporation, sia a coloro che percepiscono redditi più elevati, con molti dati sui tagli delle aliquote marginali che hanno voluto dire regalare centinaia di migliaia di euro, o di dollari o altro, a persone che già guadagnavano milioni di euro, mentre sono rimaste stabili o si sono ridotte le aliquote, ma si sono tagliate le pensioni a quelli che stavano più in basso.

Dove si va a finire? Molti si chiedono, molti studiosi si chiedono: dove andiamo a finire? Ho trovato un rapporto che ho trovato delizioso per certi aspetti, un rapporto non recentissimo, del 2007, pubblicato dal ministero della Difesa del Regno Unito; si intitola “Programma di studio dei trend, delle tendenze strategiche 2007-2036” e questo rapporto, scritto probabilmente da tenenti e capitani, ma supervisionato da generali, più un po’ di ministri, dice prevedendo il futuro: “Disparità di ricchezze e vantaggi di posizioni diventeranno più evidenti insieme con le doglianze e i sentimenti a essi associati anche tra un numero crescente di persone che saranno forse un po’ più prospere dei loro genitori o nonni. La povertà assoluta e gli svantaggi comparati che vi si accompagnano alimenteranno percezioni di ingiustizia tra coloro le cui aspettative non sono soddisfatte, alimenteranno tensioni e instabilità crescenti sia entro le singole società sia tra le diverse società che potranno risultare in espressioni di violenza quali disordini, criminalità e terrorismo e moti insurrezionali”. Fa poi una previsione in campo culturale molto preoccupante: “Queste percezioni di ingiustizia, queste aspettative non soddisfatte, queste tensioni possono anche condurre alla reminiscenza non solo di ideologie anticapitalistiche, che è possibile siano legate a movimenti religiosi, anarchici o nichilisti, ma anche al populismo o al risorgere del marxismo”. È la cosa più preoccupante di questo dettagliato rapporto che risale al 2007 per opera del ministero della difesa del Regno Unito.

Verso la fine di questo rapporto le previsione sono ancora più fosche perché dice: “Le classi medie potrebbero diventare una classe rivoluzionaria assumendo il ruolo ipotizzato da Marx per il proletariato. La globalizzazione del mercato del lavoro e la riduzione dei livelli di protezione sociale assicurati dallo stato (leggasi tagli a pensioni, sanità, scuola, eccetera) e la crescente distanza tra di essi e un piccolo numero di individui super ricchi (non avevano ancora visto la ricerca che ho citato che è del 2012, qui siamo nel 2007, ma più o meno si andava in quella direzione), questa crescente distanza tra le classi medie e un piccolo numero di super ricchi altamente visibili potrebbe innescare una delusione, un risentimento nei confronti della meritocrazia, mentre le crescenti sottoclassi urbane costituiranno una minaccia crescente all’ordine e alla stabilità sociale a mano a mano che il fardello del debito contratto e la caduta della protezione previdenziale cominceranno a mordere. Confrontando queste sfide gemelle, le classi medie del mondo potrebbero unirsi per dare forma a processi trans-nazionali volti ad affermare il proprio interesse di classe”. Se i generali scrivono questo, dove andiamo a finire?

Si firmano e si approvano rapporti di questo genere.

Naturalmente, il quadro è incompleto perché non c’è la classe lavoratrice, non ci sono gli operai, non c’è il precariato, però questa idea che vien fuori da un rapporto scritto da militari, questa idea che il risentimento delle classi medie che stanno perdendo reddito, posizioni, speranze per il futuro, che sanno ormai che anche il destino dei figli non potrà essere simile al loro, sarà quasi sicuramente un po’ peggio, beh, potrebbero costituire un terreno altrettanto pericoloso per le classi che non hanno altro da perdere se non i loro bassi salari o una vita da eterni precari. Se poi gli uni e gli altri si coalizzassero ci sarebbe da preoccuparsi.

Ci fu un tale, che se ben ricordo era un abate, che molto tempo fa disse: “Siamo tanti, non contiamo niente, chiediamo di contare e diventare qualcosa”. Erano borghesi soprattutto, impotenti, arrabbiati contro le ricchezze e il potere feudale dei nobili; correva l’anno 1789. Come scenario del neo-feudalesimo meriterebbe qualche riflessione.

Grazie.

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