Massimo Bordignon. Europa: la casa comune in fiamme.

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Corso di formazione alla politicaIl testo, edito dal Mulino nel 2012, si inserisce in una serie di interviste con i fondatori della testata web lavoce.info. Si occupa della crisi europea e della sua evoluzione, individuando i problemi istituzionali che in Europa ritardano le risposte della politica e in Italia inceppano quel tanto di federalismo faticosamente costruito fino ad ora, con  un parallelismo che trovo estremamente affascinante. L’obiettivo è quello di identificare un filo conduttore tra ciò che accade a livello globale e ciò che accade a livello locale; tra la crisi finanziaria che, partita dall’America, mette a rischio la moneta unica e lo stesso progetto europeo e quel federalismo fiscale che in Italia sembra essersi arenato.

Massimo Bordignon. Europa: la casa comune in fiamme.

1. leggi il testo dell’introduzione di Stefano Guffanti

2. leggi la trascrizione della relazione di Massimo Bordignon

3. clicca sui link sottostanti per ascoltare i file audio mp3

1. premessa di Giovanni Bianchi 6’11” – 2. introduzione di Stefano Guffanti 28’45” – 3. relazione di Massimo Bordignon 1h 07’30” – 4. domanda e risposta 4’37” – 5. domanda e risposta 9’45” – 6. domanda e risposta 17’46” – 7. domande e risposte 30’10”

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Introduzione di Stefano Guffanti a Massimo Bordignon

Massimo Bordignon, “Europa – la casa comune in fiamme”, Il Mulino editore.

Il testo del Prof. Massimo Bordignon che presentiamo oggi: “Europa – la casa comune in fiamme”, edito dal Mulino nel 2012, si inserisce in una serie di interviste con i fondatori della testata web lavoce.info.

Il libro si occupa della crisi europea e della sua evoluzione, individuando i problemi istituzionali che in Europa ritardano le risposte della politica e in Italia inceppano quel tanto di federalismo faticosamente costruito fino ad ora, con  un parallelismo che, da convinto federalista italiano ed europeo, trovo estremamente affascinante.

L’obiettivo è quello di identificare un filo conduttore tra ciò che accade a livello globale e ciò che accade a livello locale; tra la crisi finanziaria che, partita dall’America, mette a rischio la moneta unica e lo stesso progetto europeo e quel federalismo fiscale che in Italia sembra essersi arenato.

Cominciamo dalla situazione europea:  immaginiamo che l’unità dell’Italia venga messa in discussione da una grave crisi finanziaria che colpisce la Regione Marche…. a tutti noi sembrerebbe un’ipotesi inverosimile considerando che il PIL delle Marche è pari al 2% circa di quello italiano e, pertanto, il problema potrebbe essere risolto con relativa facilità.

Eppure, il “caso Grecia”, che rappresenta anch’essa il 2% del PIL rispetto all’Unione Europea, ha determinato l’inizio della crisi che stiamo vivendo, ed ha comportato, almeno finora, 170 miliardi circa di prestiti da parte dei governi europei. Inoltre si è verificato l’annullamento del debito pubblico verso i creditori privati, che hanno sopportato una perdita del 70%, con scontri di piazza e una situazione di sofferenza democratica diffusa.  Il risultato ottenuto, come ricordava Alessandro Penati su Repubblica del 24 novembre, è che il debito greco, nonostante tagli pari al 30% del PIL, salirà al 190% del PIL nel 2013.

Nel frattempo, in attesa delle elezioni tedesche previste per l’ottobre 2013, in Europa stiamo assistendo a un litigio sul bilancio comunitario 2014-2020 in cui ogni Stato vuole tagliare ma nessuno in casa propria. La Commissione propone 1047 miliardi di budget, David Cameron vorrebbe 200 miliardi di tagli, la Germania e  i paesi del nord Europa propongono tagli inferiori ma anch’essi non vogliono spendere per pagare gli “sprechi” dei paesi del Sud, i cosiddetti PIIGS, mentre  sud ed est Europa, sia pur in maniera diversa, cominciano a stancarsi dei diktat che provengono da altri Stati o da organismi tecnici non legittimati dal voto democratico come la “Trojka” composta da Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e la stessa Commissione Europea.

Il presidente del Consiglio Europeo Van Rompuy propone una mediazione che abbassa il budget europeo a 972 miliardi,  aumentando i fondi per l’agricoltura e i fondi di coesione e tagliando ricerca e innovazione, reti transeuropee, giustizia, ordine pubblico, politica estera.

Ebbene si potrebbe dire: “tanto rumore per nulla”, perché  l’UE è caratterizzata, rispetto ad altri modelli di unione, da un bilancio pubblico praticamente inesistente.

Se andiamo a guardare al suo bilancio infatti, troviamo che, nel 1960, era intorno allo 0,1% del PIL dei paesi aderenti, ovvero i 6 fondatori della CEE: Italia, Francia, Germania, Belgio, Olanda, Lussemburgo. Nel frattempo l’UE è cresciuta ,e da 6 si è arrivati a 27 paesi membri; ebbene nel 2012 il bilancio  ammontava all’1,15% del PIL e la mediazione del Presidente del Consiglio Europeo Van Rompuy che abbiamo visto prima, 972 mld, equivale all’1,01% del PIL europeo. Chiediamoci ora qual è il bilancio degli Stati Uniti d’America?  Negli Stati Uniti  si arriva al 27% del PIL. Se prendiamo un’unione più piccola come la Germania Federale, troviamo che il bilancio pubblico dello Stato federale supera largamente il 30% del PIL. Proporzioni analoghe le troviamo in Australia e nelle Repubbliche ex sovietiche.

Che cosa c’è allora di politica di bilancio federale nell’Unione ? Qualcuno, come il Prof. Boitani, sostiene che in Europa ci sono “Patti”; cioè, sostanzialmente, la politica fiscale federale è una politica basata su “limiti”, “soglie”, “tetti”, “sanzioni”.

In particolare, nel 1992 con il Trattato di Maastricht vengono definite le norme sulla moneta unica e dall’anno successivo possono circolare liberamente beni e servizi, persone e capitali, la Comunità Europea diventa Unione Europea e inizia una politica, che  poi continuerà con  il Patto di Stabilità e Crescita del 1997, che  pone grande attenzione alla disciplina fiscale come pre-condizione per una crescita economica stabile.

Ecco quindi i ben noti  “tetti” del 3% del rapporto deficit/PIL e del 60% del rapporto debito/PIL; si pensava: se vogliamo avere un’Unione monetaria e, contemporaneamente, una Banca Centrale indipendente, dobbiamo essere nelle condizioni in cui interventi della Banca Centrale volti ad acquistare titoli dei debiti pubblici dei singoli Stati siano impossibili.

Perché questi interventi della BCE dovevano essere impossibili?

La prima ragione era che se la Banca Centrale può acquistare titoli del debito pubblico, allora esiste la possibilità di monetizzare il debito,  esiste un incentivo per le Pubbliche Amministrazioni a “fare” inflazione perché possono beneficiare degli “introiti” della tassa da inflazione sfruttando il signoraggio, cioè la riduzione del valore reale della moneta che è consentito dall’inflazione (possiamo immaginare l’orrore con cui i tedeschi guardano a una simile ipotesi considerando le infauste esperienze che l’eccesso di inflazione ha causato in quel paese).

L’altra ragione è strettamente collegata alla precedente, i singoli bilanci pubblici nazionali in passivo e i singoli debiti pubblici spingono i paesi a fare pressioni sulla Banca Centrale affinchè aumenti il tasso di crescita della quantità di moneta, tenga bassi i tassi di interesse e comunque svolga una politica inflazionistica.

Teniamo presente poi che la caratteristica fondamentale di una politica monetaria unica è che si pone obiettivi finalizzati all’insieme dei paesi che partecipano all’Unione. La Banca Centrale tenderà a fare una politica che punta all’inflazione “media” e terrà conto del tasso di crescita e del tasso di inflazione medio dell’Unione, i quali tassi però possono essere assai diversi all’interno dei singoli paesi. Come i fatti hanno dimostrato,  una politica monetaria che è ben tarata sulla media dei paesi dell’Unione può non esserlo sui singoli paesi se questi divergono molto rispetto alla media. Cioè una politica che è ottimale per un paese che cresce del 3% l’anno e ha un tasso di inflazione del 2% l’anno (i valori ipotizzati dagli autori del Trattato di Maastricht),  non è detto che sia ottimale per un paese che cresce dell’1% l’anno e ha un tasso di inflazione del 3,5%. E’ chiaro allora che per l’Unione Monetaria avere delle regole che spingono i paesi a tenersi il più vicino possibile alla media dell’Unione stessa è un vantaggio, perché in questo modo la politica monetaria comune riesce a svolgere il suo ruolo equilibratore nel migliore dei modi possibili.

Un’altra ragione, meno proclamata, è che in una Unione Monetaria, per definizione, c’è una libera circolazione dei capitali, quindi i capitali vanno nella direzione della maggiore remunerazione (sia pur tenendo conto anche di altri fattori). Se la remunerazione dei capitali in Grecia, non dico adesso ma nel 2004 quando la Grecia aderiva all’Unione Monetaria, era tale da più che compensare per il rischio di investire in Grecia, ovviamente le banche tedesche avevano tutto l’interesse a comprare titoli greci (lo stesso le francesi etc,,) perché rendeva in termini attuariali più di quanto non rendesse acquistare titoli tedeschi o francesi, anche considerando il premio per il rischio, cioè anche accantonando delle riserve per far fronte all’eventuale rischio di perdita improvvisa di valore dei titoli greci o di default della Grecia (che peraltro, nel 2004, sembrava essere una cosa del tutto inverosimile. )

L’idea di comprimere il debito dei singoli  paesi dentro una soglia, uguale per tutti, del 60% aveva quindi la finalità di evitare che diversi livelli di indebitamento potessero creare  politiche speculative portando  flussi di capitale dai paesi più virtuosi con basso rapporto debito/PIL a quelli più “spendaccioni” e di favorire invece una allocazione efficiente del risparmio e dei capitali.  Se, paradossalmente, i paesi membri fossero costretti a “ricomprarsi” tutto il loro debito avremmo perso uno dei vantaggi principali della moneta unica.

La crisi post 2008 ha comportato ulteriori interventi frutto di decisioni del Consiglio Europeo e ispirate in gran parte da Merkel e Sarkozy:

– EUROPLUS,  proposto con 5 punti che dovevano essere adottati dai paesi dell’area euro che poi diventarono un documento del marzo 2011 esteso anche agli altri paesi, volto a facilitare forme di politiche di convergenza su temi (competitività, occupazione, miglioramento della sostenibilità delle finanze pubbliche, stabilità finanziaria,  integrazione delle politiche fiscali) che verranno poi trasformati nei PNR (piani nazionali di riforma) dei paesi;

– il Meccanismo europeo permanente di stabilità (ESM), che sostituirà gli strumenti transitori di stabilizzazione finanziaria istituiti in base all’accordo ECOFIN del 9-5-2010 (EFSM e EFSF) sostenendo i paesi in difficoltà con un capitale sottoscritto di 700 mld. L’ESM potrà acquistare titoli emessi sia sul mercato primario che secondario dei paesi membri e offrire prestiti e linee di credito all’interno di piani di aggiustamento macroeconomici concordati. Il suo limite è che non è un bilancio europeo finanziato da fondi federali  ma è una forma di assicurazione di ultima istanza al quale i paesi devono contribuire, analogamente a quanto avviene con l’EFSF,  in proporzione alle loro quote di partecipazione al capitale della BCE;

– il FISCAL COMPACT, sottoscritto a margine del Consiglio Europeo del marzo 2011 da tutti i paesi membri dell’UE con l’eccezione del Regno Unito e della Repubblica Ceca.  Il trattato in larga parte riprende o specifica obiettivi, vincoli e parametri già contenuti nel SIX PACK e nel Patto EUROPLUS concordando un “Patto di bilancio” per rafforzare il coordinamento delle politiche economiche e promuovere la governance economica dell’eurozona attraverso una serie di meccanismi preventivi e correttivi. Il “Fiscal compact”, in particolare, obbliga i Paesi firmatari, a partire dal 2013, a costituzionalizzare il pareggio di bilancio e a ridurre annualmente il proprio rapporto debito/PIL di un 1/20 della differenza tra il rapporto effettivo e il rapporto “ideale” del 60%.  Prevede inoltre “clausole di salvaguardia” conformi al concetto di “circostanze eccezionali” previste dal Patto di Stabilità e Crescita e il rafforzamento del ruolo e dell’indipendenza delle istituzioni di sorveglianza.

Tuttavia, limitarsi ai dati economici può risultare fuorviante; l’UE, se analizziamo indicatori come deficit, debito, tasso di crescita del PIL, occupazione, è più solida di molte altre federazioni.

Non esiste quindi una soluzione “tecnica” alla crisi, il rischio di simili scorciatoie è quello di favorire i movimenti antieuropei  (in Italia, nel 2011, il supporto all’Unione Monetaria ha perso 10 punti…).

A parere di Bordignon, siamo di fronte a una crisi istituzionale più che economica. Il filo conduttore che permette di comprenderla è rappresentato dalla crisi dello Stato nazionale come è andato formandosi negli ultimi tre secoli:  Stati nazionali che la globalizzazione dei mercati rende troppo piccoli,  provocando tendenze alla frammentazione, amplificando le differenze, le gelosie, le distanze culturali che i processi di federalismo e di decentramento non riescono a governare.

Come è possibile che la formazione dell’Unione Europea porti con sé una spinta al decentramento ?

Questo fenomeno, scrive Bordignon, dipende dal fatto che: “con il trasferimento di poteri verso l’Unione, si è formata la convinzione – o la speranza – che una serie di servizi fondamentali tradizionalmente offerti dallo Stato Nazionale (dalla difesa, al mercato unico, alla solidarietà) sarebbe stata d’ora in avanti garantita dall’Unione Europea, svuotando così lo Stato nazionale medesimo.” Mentre: “il fatto stesso che la fiscalità non coincida più con le dimensioni del mercato spinge verso il decentramento, ci sono cespiti che  a livello nazionale non si riescono più a tassare, perché la mobilità dei capitali impedisce perfino di identificarli e su questo i territori hanno spesso un vantaggio sugli stati, perché la loro fiscalità è meno influenzata da fenomeni di concorrenza fiscale”. E sappiamo quanto rilevante sia nell’Europa di oggi il tema della concorrenza fiscale.

La stessa Commissione, per motivi storici ha avuto come interlocutori i governi nazionali, che invece si oppongono alla centralizzazione e, per bypassarli, cerca di rivolgersi ai livelli sub-nazionali puntando a creare politiche e interlocuzioni regionali

Vero è che il ruolo del Parlamento Europeo è cresciuto negli anni, acquisendo sempre più poteri attraverso la revisione dei trattati e, con il Trattato di Lisbona, sono state estese le pratiche di co-decisione che prevedono che la legislazione a livello europeo sia decisa in modo quasi paritario tra Consiglio e Parlamento, Parlamento nel quale i parlamentari si dividono sempre più su linee politiche e non nazionali.

Tuttavia, al di fuori delle politiche legate al mercato unico e alle politiche economiche, il Parlamento Europeo conta ancora troppo poco. Il trattato di Lisbona infatti ha anche istituzionalizzato il Consiglio Europeo che definisce gli orientamenti politici generali ed è composto dai 27 ministri o capi di Stato dell’UE più il Presidente della Commissione (con possibilità di invitare anche il Governatore della BCE).

Sostiene Bordignon citando Giuliano Amato, che in Europa, abbiamo in questo modo creato due esecutivi: uno, il Consiglio Europeo, con la “C” maiuscola e l’altro, la Commissione, con la “c” minuscola, che dialoga con il Parlamento su un numero limitato di politiche.

Ma che tipo di rischi corre l’Europa? Nella storia recente, scrive Bordignon, abbiamo avuto un esempio chiaro di come un processo  di apertura commerciale e integrazione finanziaria, quello garantito dal “gold standard” che  definiva il tasso di cambio di molte monete rispetto all’oro, una volta chiuso nel 1914, possa capovolgersi nel riemergere dei nazionalismi e della guerra che si concluderà solo nel 1944 con la Conferenza di Bretton Woods che segna il ritorno al sistema aureo.

Per fermare l’instabilità dei mercati e permettere alla crescita di ripartire occorrono strutture sovranazionali legittimate che vadano oltre i nuovi strumenti di governance europea

Mercati mondiali richiederebbero regole mondiali, invece abbiamo creato una moneta unica lasciando la regolazione bancaria nelle mani delle autorità nazionali. L’Autorità Bancaria Europea (EBA) rappresenta un progresso, ma non è ancora dotata dei poteri adeguati di vigilanza e regolazione sulle banche nazionali.

Serve poi uscire dall’ipocrisia dell’ “andare avanti tutti insieme” e permettere a chi lo vuole di andare verso una politica economica comune, che riduca gli squilibri e i divari tra i paesi.

E questo è possibile solo con una unione politica: Bordignon sostiene l’elezione diretta del Presidente della Commissione Europea, con programmi dei candidati che esprimano agende alternative sulle questioni “politiche”, non “tecniche”,  che vanno risolte in Europa: politiche del lavoro, modelli di welfare, diritti civili, ingresso o meno della  Turchia etc..

Il Presidente eletto potrebbe poi scegliere direttamente i Commissari con meccanismi analoghi a quelli utilizzati dai Sindaci in Italia o dal Presidente degli Stati Uniti, con un Senato degli Stati affiancato al Parlamento Europeo ai quali spetterebbero le grandi linee di politica macroeconomica, le dimensioni del bilancio e la gestione del debito. Tutto ciò  genererebbe effetti virtuosi per tutto il sistema e costringerebbe  gli Stati europei a selezionare una classe politica che goda di grande credibilità all’estero, al contrario della situazione attuale in cui, vedi il caso Monti in Italia, occorrono gravissime crisi perché un paese selezioni gli uomini in grado di far valere con più forza le proprie posizioni a livello europeo.

Bordignon non si aspetta tuttavia gli Stati Uniti d’Europa a breve, auspica però un percorso che dia segnali chiari alle opinioni pubbliche e calmi i mercati andando verso l’unione bancaria, fiscale e politica per evitare che la “casa comune” crolli.

Occorre in sintesi la volontà, da parte degli Stati, di cedere quote di sovranità all’Unione Europea, con la creazione di una struttura sovranazionale pienamente legittimata.

Passiamo ora all’altro grande tema affrontato nel libro: anche in Italia come in altri paesi europei (ad es. in Spagna) si verifica un fenomeno di ri-accentramento per cui lo Stato nazionale cerca di riequilibrare i propri conti spremendo ed esautorando gli enti locali.

Il processo di decentramento iniziato negli anni Novanta, determinato dalla crisi finanziaria del ’92, dal nuovo equilibrio europeo e dal successo elettorale della Lega Nord, ha conferito maggiore autonomia economica agli enti locali attribuendo nuovi tributi (ICI per i Comuni e IRAP per le Regioni) e sostituendo diversi trasferimenti vincolati con compartecipazioni e trasferimenti non vincolati. Rispetto agli anni ’80 gli enti locali passano da un autofinanziamento del 20 a uno del 50%, sia pur con ampie differenze tra i diversi territori.

Contemporaneamente si è favorita la responsabilizzazione del personale politico attraverso la creazione di nuovi strumenti elettorali (elezione diretta del Sindaco e dei presidenti delle regioni e della provincia) e, con i decreti Bassanini, sono state distinte le funzioni legislative da quelle amministrative in un’ottica di responsabilizzazione degli amministratori localiCon la riforma del titolo V della Costituzione  del 2001  si è infine verificato, sia pur con contraddizioni dovute all’assenza di una “fase di transizione”, il massimo del decentramento e del federalismo che il nostro paese ha conosciuto.

Si è cercato di distinguere le competenze statali da quelle delle regioni, che hanno visto aumentare le loro funzioni legislative su temi come sanità, scuola, assistenza favorendo così la formazione di diversi “modelli regionali”, in alcuni casi virtuosi in altri dai risultati assai discutibili. Sono state aperte potenzialità importanti in materia di differenziazione dei servizi in base alle esigenze dei territori e di espansione delle funzioni amministrative degli enti locali.

Severo è invece il giudizio di Bordignon sui successivi interventi dei governi, che da un lato dibattono sulla “Devolution” (bocciata, al contrario della riforma del Titolo V, dal referendum popolare) e dall’altro, in attesa del “vero federalismo fiscale prossimo venturo” , intervengono in maniera restrittiva sulle autonomie locali con i famosi “tagli lineari” che ancora oggi, non solo non premiano ma penalizzano le amministrazioni virtuose.

Anche la “Legge delega del 2009” si rivela prevalentemente una bolla mediatica apportando variazioni marginali alla struttura dei tributi e dei trasferimenti  regionali e comunali.

L’unica  novità interessante, anche se complessa da attuare, è rappresentata dai “costi standard”, basati su parametri simili su tutto il territorio nazionale, che dovevano sostituire l’inefficiente e iniquo metodo del finanziamento in base al “costo storico”. Si tratta tuttavia di un principio di buon governo che poco o nulla ha a che fare con il federalismo, in quanto anche un governo centralista ha interesse a trasferire le risorse ai territori che lo compongono sulla base di benchmark di efficienza e non con pagamenti a piè di lista.

Bordignon presenta inoltre i risultati di una serie di ricerche   sulle  riforme federalistiche degli anni ’90.

In particolare evidenzia che l’introduzione di tributi locali ha prodotto buoni risultati nei Comuni, prevalentemente del centro-nord, in cui vi è una base imponibile adeguata e dove i cittadini pagano di tasca loro per i servizi che ricevono.  In questo modo, i cittadini di questi Comuni tendono mediamente a selezionare una classe politica e dei Sindaci con elevate competenze tecnico gestionali.

Nei Comuni invece, prevalentemente ma non solo del Sud, in cui il PIL pro-capite è basso e si rimane dipendenti dai trasferimenti dal Governo centrale, i cittadini tendono ad affidarsi al vecchio  personale politico che mantiene robusti legami con il Governo centrale ma che non sempre amministra in maniera efficace i territori. Gli “sprechi” sono spesso modi per ottenere consenso sociale e sono accettati dall’elettorato locale proprio perché si tratta di soldi che vengono “da fuori”.

Che fare per il futuro ? Anche in questo caso Bordignon non si limita a descrivere i problemi ma assume posizioni ben precise.

Bene ha fatto il governo Monti a reintrodurre un’imposta per la prima casa, presente in tutta Europa, ma bisogna uscire da meccanismi tipici di un’economia di guerra modificando  la logica del patto di stabilità interna, che oggi non è un accordo intergovernativo volto a garantire una finanza locale coerente con le esigenze della finanza pubblica, ma è un intervento brutale,  in cui lo Stato impone ai Comuni di generare surplus di bilancio  e di depositarli nei conti correnti di tesoreria perché ha bisogno di incassarli per ridurre i propri deficit di cassa.

Non ha senso in queste condizioni parlare di autonomia, soprattutto per i Comuni, occorre pertanto razionalizzare il sistema raggiungendo un nuovo equilibrio che vincoli il bilancio di parte corrente ma permetta agli enti locali di indebitarsi, sia pur in maniera ragionevole, per gli investimenti.

Per quanto riguarda poi le proposte che riguardano l’abolizione delle Regioni, Bordignon ritiene siano inapplicabili, in quanto il Titolo V prevede solo per esse funzioni legislative e non si vede come queste possano essere delegate a enti più piccoli.

Si potrebbe invece ragionare sulla riduzione delle Regioni a una decina, come avviene con i Länder tedeschi (che senso ha infatti che il Molise abbia le stesse competenze della Lombardia ?).

Occorre poi ridurre decisamente, se non abolire, le Province, costringere i piccoli Comuni a offrire servizi in forma associata e, in generale, costruire un quadro di finanza locale razionale e coerente.

Se il federalismo non fosse stato usato come arma ideologica la soluzione ottimale, peraltro possibile a Costituzione vigente e già sperimentata con successo in un paese come la Spagna, sarebbe quella di un federalismo in cui: “ invece di decentrare tutte le funzioni a tutti i Comuni e a tutte le Regioni, come abbiamo sempre fatto, consentiamo solo alle autonomie che presentano i risultati migliori di ottenere nuove funzioni e risorse. Le altre seguiranno quando raggiungeranno livelli adeguati di efficienza”.

Concludendo, mi sembra di poter affermare che, in maniera più grave nel caso Europeo in cui pesano molto le differenze linguistiche e i tempi imprevedibili della crisi ma, direi, in entrambi i casi di federalismo in fieri esaminati, europeo ed italiano, l’incognita maggiore  è il tempo necessario per le riforme e i pericoli dei populismi di varia natura che contraddistinguono la politica europea e quella italiana. Come esempio contrario ai populismi della classe politica, mi piace citare un’intervista a Tony Blair del 29 novembre scorso, politico del  paese forse più euroscettico, il Regno Unito: “l’Europa è in crisi. Il vizio di progettazione dell’euro, un’unione motivata dalla politica ma costruita attraverso l’economia, è diventato evidente…..per salvarla è necessario un Grand Bargain, piuttosto che piccoli approcci incrementali, nel quale la Germania concordi una sorta di mutualizzazione del debito, i paesi debitori portino avanti profonde riforme strutturali e la BCE appoggi pienamente il compromesso…..L’interesse di breve termine dei politici è chiaro:  oggi essere antieuropeisti paga. Ma la capacità di leadership dei politici consiste nel non cedere agli interessi di breve termine. Bisogna invece gestire la contingenza inseguendo le politiche giuste per il lungo termine. “L’Europa è in crisi quindi andiamocene.” E’ un approccio che può farti vincere un sondaggio di opinione. Ma nel salto logico rappresentato da quel “quindi” sta l’abisso dell’errore….”.

Chiudo con una considerazione: quest’anno il corso è stato inaugurato dal Prof. Michele Salvati che, tra le tante cose, ci ha sottolineato l’importanza che al concetto di solidarietà venga associato il concetto di responsabilità. Troppe volte, in Italia, c’è stato chi ha parlato di “responsabilità” dimenticandosi della solidarietà che la deve sempre  accompagnare e chi ha reclamato “solidarietà” che però, per essere realmente tale e non trasformarsi in clientelismo o peggio, deve accompagnarsi a sanzioni severe per i comportamenti opportunistici utilizzando il principio di responsabilità individuale (premiare i “capaci e meritevoli”  di cui parla l’art. 34 della Costituzione) e collettiva (premiando le amministrazioni che utilizzano al meglio il denaro pubblico).

La crisi europea e quella italiana forse questo hanno in comune: la necessità di trovare meccanismi di unione ispirati da questi due principi, solidarietà e responsabilità, che, soli, possono trasmettere ai cittadini una sensazione di equità nel governo della cosa pubblica e garantire il consenso necessario alle grandi sfide che ci stanno davanti.

Trascrizione della relazione di Massimo Bordignon

Ringrazio moltissimo Stefano Guffanti per questa introduzione: ci ha spiegato tutto lui, quindi non è chiaro, a questo punto, che cosa sono venuto a fare qui. Ma fatemi tornare po’ indietro a mettere alcuni punti.

Innanzitutto, chi sono io? Sono un economista, fondamentalmente, un economista che ha una laurea in filosofia e quindi che l’economia l’ha imparata all’estero piuttosto che in Italia e ho altre tradizioni e formazioni originarie. Un economista, e quindi il libro (in generale, quello che sto per raccontare adesso, visto che originalmente ero stato invitato per parlare di Europa, o non solo di Europa, ma anche di qual è la situazione della finanza pubblica, il debito, la sostenibilità del debito), affronta questi temi dal punto di vista di un economista. Quindi vi trovate un linguaggio certamente diverso (non so quanto) da quello che userà la prossima settimana Enrico Letta (non ho letto il libro) e la settimana successiva Mauro Magatti, anche se i temi sono diversi.

Il fatto poi che io sia un economista (e quindi la discussione è quella, i temi sono quelli, gli argomenti sono su quel fronte), non significa che poi non ci sia un misconoscimento degli aspetti istituzionali. Anzi, io penso che le due cose: cioè come si affronta la crisi economica e come si affronta la crisi istituzionale così come forse è emerso dal discorso, siano sostanzialmente legate. Quindi diciamo, la mia visione dell’Europa è, diciamo così, vincolata e limitata dal fatto che è il punto di vista di un economista, ma di un economista che pensa sostanzialmente che le istituzioni giocano un ruolo altrettanto importante del mercato.

Quello che volevo fare, anche per non ripetere quanto è stato detto e magari per aprire la discussione, ed è forse più semplice che io risponda a domande o che ci siano riflessioni, volevo rapidamente fare il punto perché alcune cose sono successe da allora su questo tema dell’Europa non ripetendo quanto è già stato detto, ma allargandomi un po’ alla cosa generale, e poi forse, visto che siamo legati a questo, vi racconto qualcosa sulla crisi economica e il punto in cui siamo; e poi diciamo, che il paese è di fronte a un altro passaggio molto difficile e quello che succederà nelle prossime settimane conterà molto, cosa succederà con le elezioni nelle prossime settimane, conterà molto per il futuro di questo paese, per i nostri figli, e quant’altro.

Lascio un po’ più sullo sfondo il tema del federalismo fiscale, non perché io me ne sono occupato tanto in passato sia dal punto di vista di studioso, sia dal punto di vista di impegno perché, in una forma o nell’altra, più o meno quando ci sono stati i governi di centro sinistra io ho sempre fatto parte di commissioni tecniche di un tipo o dell’altro, per cui alcune delle cose che sono state fatte nel bene e nel male, per esempio per quanto riguarda i rapporti di governo, sono anche frutto in qualche modo del mio lavoro e del mio impegno. Certo, su quello c’è da rifare. Per esempio, si parlava prima della finanza locale, la situazione è veramente disastrata.

Ma comunque, questo lo lascio un attimo a lato, anche se poi è una di quelle robe che per certi aspetti interessa più i cittadini perché si parla di imposte sulla proprietà, piuttosto che altro, però se ci sono domande rispondo dopo a questo. Invece, parlerei piuttosto di questi due temi fondamentali. Uno è il tema dell’Europa, e l’altro è quello della crisi economica

Allora, che cosa sto cercando di dire, Guffanti l’ha raccontato benissimo per cui ripeto soltanto quello che è stato detto. Qual è il punto vero che sto cercando di fare in questo libro? Chiaramente, sull’Europa, su come funziona l’Unione Europea e più esattamente, perché in realtà più che all’UE sono interessato a una sub-unione che è l’unione monetaria europea. Torno anche su questo tema che la UE è fatta da 27 paesi, ma voi sapete solo 17 di questi hanno adottato la moneta comune e alcuni degli altri, quelli che sono fuori, pensano di muoversi nella direzione di adottare la moneta comune, gli altri invece pensano di non farlo, a cominciare dal Regno Unito. Quindi, quando si parla di Europa, un altro dei temi che c’è in quel libro, è che in realtà di Europa ce ne sono almeno due: c’è la UE e all’interno c’è un pezzo che sta diventando sempre più coeso che è quello dell’unione monetaria. E quindi anche i destini di questi due mondi vanno riflettuti e ripensati in maniera diversa.

Allora, qual è il punto che faccio sulla UE e poi in particolare sull’unione monetaria? Il modo con cui si affrontano questi dibattiti anche sui giornali non è una cosa corretta. C’è Angela Merkel che dice sì, Sarkozy che dice no, c’è il conflitto tra i politici, questi sono i modi con cui vengono tendenzialmente presentati. Ed è un racconto, come vi dirò tra un attimo, anche corretto, ma quello che si pesa nel modo con cui vengono affrontate queste cose, sono più i conflitti tra i leader nazionali che altro. Oppure quello che le opinioni politiche dei diversi paesi, le opinioni pubbliche dei diversi paesi, pensano rispetto a forme minori o maggiori di integrazione.

Questo è un pezzo di storia corretto, giusto, poi ci ritorno, però non racconta tutta la storia. Secondo me uno dei problemi fondamentali della UE e specifica dell’unione monetaria, è la carenza di istituzioni adeguate: questo è il punto che sto cercando di fare. Non è vero che la politica, quello che succede, non dipende dalle istituzioni. Per esempio, una cosa di cui discutiamo tutti in Italia, e immagino ne abbiate discusso voi in alcuni tempi, parliamo della legge elettorale: la legge elettorale è una istituzione. Alla fine la gente la pensa e non è che c’è una legge elettorale diversa e quindi la gente la pensi in maniera diversa, la pensa nello stesso modo. Ma questo non significa che la legge elettorale non sia importante, perché a seconda di come si fanno le leggi elettorali si garantiscono gradi diversi di rappresentatività, di governabilità e i risultati possono essere diversi. Giusto?

Se voi guardate, per esempio, per dare un caso clamoroso che vi aiuta a capire, se voi prendete la Grecia o la Francia e vedete che la Francia adesso ha una chiara e forte maggioranza socialista e controlla sia l’esecutivo, sia il legislativo, però se voi andate a vedere per esempio i voti che ha preso il partito socialista francese al primo turno del doppio turno per l’elezione del presidente, ha preso meno voti del PASOC. Eppure, la Grecia ha dovuto rifare di nuovo le elezioni perché se no crollava tutto, perché lì c’è una differenza, un sistema maggioritario a doppio turno e dall’altra parte c’è un sistema proporzionale e quindi a parità anche di preferenze tra la collettività alla fine i risultati in termini di governabilità e rappresentazione possono essere molto diversi. Faccio questo esempio perché così mi capite di una cosa chiara, in cui le cose sono sostanzialmente le stesse, cioè la posizione delle persone, i valori, eccetera, sono uguali, però si raggiungono risultati diversi.

Allora secondo me, la UE e in particolare l’unione monetaria, distinguo tra le due e ritorno ancora su questo punto più avanti, manca fondamentalmente di istituzioni adeguate, manca più che altro di un centro. Cioè in un certo senso, ed è quello sostanzialmente il discorso che vien fatto lì dentro, dire che la UE non sia democratica sarebbe eccessivo, però per la costruzione complicata a cui siamo arrivati abbiamo costruito un sistema un po’ strano in cui hai un esecutivo, un governo, che è la Commissione Europea che di fatto non è eletta, ma è appointed, sostanzialmente sono i capi di governo e i ministri che decidono chi fa il presidente della commissione e poi chi fa i commissari. Poi c’è un passaggio dall’Unione al Parlamento, poi il Parlamento ha acquisito un suo potere, però non c’è una dialettica tra la commissione e il Parlamento come c’è nel nostro sistema parlamentare, per esempio. Giusto? Quindi non è che ho bisogno di avere il supporto del Parlamento europeo per poter prendere delle decisioni.

Quindi è un sistema per certi aspetti più un organismo tecnico che politico e c’è anche una ragione per questo, perché originariamente quello di cui si doveva occupare fondamentalmente la UE era quello di garantire il mercato unico e allora quale era l’idea di fondo? Che cos’è il mercato unico? Il mercato unico, come dico nel libro, è una forma, se volete, di integrazione, tra virgolette, negativa nel senso che per fare un mercato unico alla fine si tratta di sedersi attorno a un tavolo, mettersi d’accordo e dire se io elimino questa barriera o tu elimini quell’altra barriera, se ci troviamo d’accordo su questo standard e tutti adottiamo questo standard, andiamo tutti in quella direzione. Quindi è un accordo se volete di scambio, un pochino più sofisticato ma alla fine si tratta di mettersi d’accordo. E siccome si riconosce che ci sono vantaggi collettivi negli scambi eliminiamo gli ostacoli degli scambi. E allora per garantire che il mercato unico vada avanti uno può anche immaginare meglio metterci un organismo tecnico, una specie di, come si potrebbe dire, un antitrust… Non a caso per moltissimo tempo il commissario veramente importante della commissione, lo sa benissimo per la sua esperienza, era il commissario sulla concorrenza, Mario Monti era molto più importante di Romano Prodi al tempo della commissione guidata da Prodi, perché era quello che aveva veramente i poteri, quelli sull’antitrust, gli altri andavano in giro e facevano delle chiacchiere.

Così è nata sostanzialmente la UE e le sue strutture istituzionali, e quindi abbiamo una Commissione che tendenzialmente rappresenta l’Unione ma poi è formata da gente, anche gente di livello, politici, ma che sono fondamentalmente appointed, poi hai un Parlamento che ha legittimato tutto quanto, però il Parlamento decide su alcune delle politiche che abbiamo deciso di mettere insieme e che sono quelle specificate sostanzialmente nell’ultimo trattato di Maastricht ma che sono tutte intorno, in fondo, al mercato unico.

E quindi se voi mi domandate: ma a questo punto, chiedo scusa, chi è che decide invece dei problemi quali quelli legati, che ne so, alla difesa o alla moneta unica, o altre cose così? La risposta è che non lo decide la Commissione, non lo decide neanche il Parlamento, ma lo decidono i paesi attraverso il Consiglio Europeo che è una serie di rappresentanti dei singoli paesi che si incontrano e prendono decisioni in merito a questi temi. E non c’è un ruolo del Parlamento, non c’è in generale un ruolo di qualunque istituzione centrale.

Per esempio, è interessante, io ho invitato anche Barroso in Cattolica l’anno scorso lui ha ripetuto le sue cose… Provate a pensarla così: c’è Barroso che dice: “Dobbiamo fare gli Eurobond”, poi va di fronte alla Merkel e le dice: “Dobbiamo fare gli Eurobond”. La Merkel lo guarda e gli dice: “No!”, e il problema è risolto. Ma quale legittimità ha Barroso per poter dire alla Merkel che bisogna introdurre gli Eurobond? Nessuna. E quindi il sistema va così, tutto è basato tra contrattazioni tra i leader europei. Il che, voglio dire, va benissimo, i leader europei sono ovviamente legittimati politicamente. La Merkel è eletta, Mario Monti non in questo caso, lo sarà il prossimo presidente del Consiglio, comunque hanno certamente una rappresentanza e una legittimità democratica perché sono eletti nei rispettivi paesi. Quindi questi si mettono lì e possono tranquillamente prendere questa decisione.

Ma questi sono leader nazionali e a un leader nazionale non gli puoi chiedere il punto di vista dell’Europa, ce l’ha all’interno di quello che è vantaggioso dal suo punto di vista per il suo paese, per la sua personale sopravvivenza politica, e quindi quello che può fare la Merkel in quel caso lì è che non può prendere nessuna decisione che non possa essere funzionale agli interessi del suo paese in primo luogo e, in secondo luogo, anche ai suoi personali interessi della sua coalizione e quant’altro.

Quindi hai dei politici nazionali che vanno lì e contrattano, e i politici nazionali che vanno lì e contrattano hanno come obiettivo fondamentale non quello di tornare a casa e dire abbiamo fatto l’interesse di tutti. Chi se ne frega. Io devo tenere conto della mia posizione. Poi hanno la percezione comunque dei vantaggi complessivi dell’Europa, eccetera, eccetera. Però fondamentalmente la Merkel deve tornare a casa e dire: “Io ho fatto l’interesse dei tedeschi” e chiunque sia lì come rappresentante tornare indietro e dire: “Io ho fatto l’interesse del mio paese”. Questo devono fare.

Allora, un sistema di questo tipo fa soprattutto (e poi vi dico qualcosa di più economico così ci capiamo meglio), nel momento di una crisi, con la mancanza delle istituzioni, rende molto difficile prendere delle decisioni. Ci siamo? Rende molto faticoso e difficile prendere delle decisioni, che sono magari a vantaggio di tutti nel lungo e nel medio periodo, ma che i leader nazionali devono rappresentare tenendo conto quali sono i loro obiettivi anche di primissimo termine; cioè, l’esempio che faccio lì nel libro è che sono le elezioni in Westfalia o da qualche altra parte per il politico locale o nazionale sono sicuramente più importanti del destino dell’Europa nel lungo periodo, perché di questo deve rispondere e questo crea un problema.

E allora come si fa a risolvere questo problema? Questo mi sembra il nodo vero. E poi ritorno ancora con qualche esempio. E come si fa a risolvere questo nodo vero? Lo si fa soltanto se si creano delle istituzioni europee in qualche modo e gli si danno anche qualche tipo di legittimità che gli possa permettere al Barroso di domani di dire alla Merkel: “Io rappresento anche i tuoi cittadini e quindi quello che dico conta anche per i tuoi”. Io sono un economista alla fine dei conti, per quanto abbia grande interesse per la scienza politica, quindi non dico che la mia soluzione sia l’ideale, ma certo c’è un dibattito molto robusto in Europa con posizioni avanzate da diversi politologi, poi ci sono posizioni anche diverse, in cui l’obiettivo di fondo è di creare un centro che sia legittimato a livello europeo. Che possa a quel punto spingere davvero in una situazione di crisi, o in generale, verso, diciamo, una struttura più coerente e portare avanti alcuni passi indispensabili per l’Europa.

La proposta che faccio nel libro, che poi ho preso da altri, è quella dell’elezione diretta del Presidente dell’Europa: decidiamo come lo vogliamo fare, ci sono diverse combinazioni, si può pensare che sia il Presidente del Consiglio europeo a essere eletto con la Commissione che gli fa da braccio esecutivo, oppure teniamo le figure distinte ed è il presidente della Commissione, oppure unifichiamo il presidente del consiglio con il presidente della commissione, oppure altra proposta adesso avanzata: cosa succede adesso negli USA? Negli USA il presidente è eletto dai cittadini ma non è eletto dai cittadini direttamente, non sono i voti popolari che eleggono il presidente, sono i voti dei grandi elettori e i grandi elettori rappresentano i diversi stati. Quindi possiamo fare un meccanismo di votazione di questo genere.

Ma l’idea di fondo è che se c’è una figura, oppure ragioniamo se vogliamo dare più ruolo al Parlamento e a una struttura più parlamentare, o se c’è una figura di grande prestigio che è legittimata dal punto di vista politico perché è il risultato di una elezione su cui si confrontano politiche diverse, allora questo presidente dopo di che ha anche una legittimità e una forza per parlare alla pari con gli stessi paesi. Se per ipotesi, facciamo una specie di controfattuale, immaginate che nulla sia cambiato, immaginate che non ci sia nessun cambiamento istituzionale di nessun tipo, ma immaginate che il Barroso invece di essere eletto nel modo appointed come vi ho raccontato, fosse stato eletto in una competizione paneuropea internazionale. Secondo me, solo quello avrebbe cambiato completamente i meccanismi politici delle decisioni perché la legittimità sarebbe stata diversa e queste cose in paesi democratici come i nostri contano e quindi, alla fine, le cose sarebbero andate meglio. Questo è il primo punto.

Quindi, abbiamo una costruzione a livello europeo che non ha le istituzioni adeguate e fa più fatica a portare a casa decisioni che sarebbero… Questo è anche un corollario, un corollario che forse non so quanto si capisce o non si capisce, ma insomma per riportare più ai livelli economici, che noi (la Grecia è un caso ma potrebbero essercene altri) stiamo pagando prezzi troppo elevati perché appunto non esistono questi meccanismi istituzionali che ci consentirebbero di trovare delle soluzioni più semplici e quindi si va avanti, diciamo così, con grande fatica, per compromessi continui, con cui poi i politici devono preparare la loro base elettorale nazionale, e ci si muove con molta lentezza. Questo fa sì che si introducano dei costi molto elevati che si sarebbero potuti evitare. È chiaro quello che sto cercando di dire?

Avessimo avuto le istituzioni e meccanismi più adeguati, i problemi europei, compresi noi stessi con la crisi in cui ci troviamo in questo momento, sarebbero potuti essere affrontati in modo più semplice e a costi più bassi.

Per dire, visto che c’era stato un esempio con la Grecia: la Grecia ha questo elemento di paradossalità, come ricordava prima il relatore, cioè è un paese minuscolo rispetto a quel che riguarda l’Europa, che avrà avuto o non avuto i suoi problemi, le sue responsabilità con falsificazioni di bilanci e tutto quanto, con più o meno, diciamo così, una complicità da parte delle istituzioni comunitarie, soprattutto dall’Eurostat e da questi qui che i dati li avevano da prima ma non li hanno voluti tirar fuori per motivi politici eccetera, e quindi ha certamente avuto le sue responsabilità sia per una politica sbagliata sia per una deliberata falsificazione o modificazione dei conti, ma la Grecia è anche un paese minuscolo, è il caso che si faceva prima, è le Marche nei confronti dell’Italia. Se uno andasse in giro e dicesse: “Guardate, mi dispiace, è probabile che si sfascia tutto, il paese va da un’altra parte, non c’è più una lira, un euro, salta tutto perché le Marche sono indebitate”. Le Marche sono indebitate? Chi se ne frega, vorrà dire che ci ricompriamo le Marche e troveremo un’altra soluzione. E la Grecia è lo stesso, sostanzialmente.

Solo che, siccome al tempo che emerge la crisi della Grecia (poi forse è bene che vi dica qualcosa su che cosa è questa crisi, se no di che cosa stiamo parlando?), quando la Grecia va in crisi, non c’era nessun meccanismo istituzionale che potesse farlo, a un certo punto si sono innestate queste cose che sono aspettative di fuoriuscite, di frantumazione dell’area euro, i paesi si sono mossi molto in ritardo, prima gli si è fatto un prestito bilaterale a tassi di interesse proibitivi ed era del tutto evidente che quella regola non sarebbe andata, dopo di che si è detto: “No, va bene, ti continuiamo a dare i soldi però tu devi fare delle politiche terribili” perché nella logica, siccome c’è questa paura dei tedeschi, ma non è solo dei tedeschi, è il centro-nord (e poi vi faccio qualche esempio italiano così ci capiamo meglio) che quello che noi economisti chiamiamo di azzardo morale, cioè ti sei comportato male e poi vieni a chiedere a me di pagarti, perché? Vai in pensione a 50 anni e sino a 67 devo pagare io? Allora io ti do i soldi ma tu fai questo, questo e quest’altro, con politiche che diventano sempre più asfissianti e quindi abbiamo visto recessioni, il crollo del PIL.,eccetera.

Dopo di che si dice: “Mai e poi mai faremo in modo che questo venga pagato da parte dei privati”, privati che, quando si parla del debito greco, vale banche tedesche e francesi in buona parte, dopo di che si arriva lì e si dice: “A questo punto devono pagare anche i privati, ristrutturazioni 70% di azioni”. Ora tutto il debito, nei fatti, praticamente tutto il debito greco, è nelle mani, a parte le banche greche, degli organismi istituzionali, ce lo abbiamo noi tutto il debito greco, ce l’hanno le istituzioni, le banche nazionali, i governi, eccetera. Ed è del tutto evidente che si aspetta che raggiunga l’avanzo primario e che la Merkel venga rieletta, dopo di che a un certo punto ci sveglieremo una mattina e diremo: “Sai una cosa: ma questo 170% non riuscirà mai a restituirlo la Grecia”. È ovvio che non riuscirà mai a restituirlo, non c’è nessun programma che permetta alla Grecia di restituirlo. E a un certo punto diremo: “Va bene, in cambio però degli sforzi importanti che sono stati effettuati con una politica di condono del debito gli condoniamo 100 miliardi di euro”. Quindi c’è già la soluzione della Grecia, in realtà io sono più ottimista di prima proprio perché una qualche soluzione è stata trovata, è già lì, solo che non la possiamo dire prima, non la possiamo dire durante, perché dobbiamo far fare dei sacrifici, ci devono essere ancora dei rischi perché naturalmente il giocattolo a un certo punto si rompe.

Cioè al greco che sta lì e che è disoccupato e non vede nessun futuro e nessuna cosa, a un certo punto quando messi alle strette anche i professori hanno deciso di puntare sull’Europa, però potevano decidere altrimenti e la fuoriuscita di un paese anche così piccolo, adesso cerco di spiegarmi un po’ meglio in queste cose perché se no non ci capiamo, davvero poteva infliggere gravi danni a tutto compresa la costruzione europea, nonostante si parli solo del 2%. Quindi sto dicendo, le soluzioni si stanno trovando, ma si stanno trovando proprio per mancanza di istituzioni comuni, di un centro, ma in maniera molto più faticosa.

Intendiamoci, il centro famoso di cui parlo più legittimato, siccome propriamente più legittimato, tra l’altro, poteva fare delle cose che adesso invece, diciamo così, le opinioni nazionali percepiscono anche nel nostro caso come particolarmente pesanti, quali per esempio quello di dire: “Il bilancio, io ti do i soldi però controllo io come li i soldi. Cioè sono legittimato perché anche i tuoi cittadini hanno votato per me, quindi a questo punto in cambio dei soldi che ti do, del sostegno che ti do, io faccio delle forme anche di controllo molto puntuale su come spendi i soldi”.

Allora fatemi fare a questo punto questo esempio perché diventa più chiaro. Io non so quanti di voi lo sanno, perché aiuta a capire, e in realtà i giornali sono pieni di questo discorso: “Quanto è cattiva la Merkel e quanto sono buoni quegli altri”, allora facciamo un esempio. Non so quanti di voi lo sanno, ma nel 2007, e non stiamo parlando di 10mila anni fa, quando al governo del paese c’era per la seconda volta Romano Prodi e Padoa-Schioppa era il ministro del Tesoro, noi abbiamo fatto un paying out, abbiamo sostanzialmente rifinanziato i debiti sanitari del Lazio per quasi 10 miliardi di euro, perché il Lazio era in una situazione di collasso e lo è tuttora. Però siamo intervenuti e abbiamo garantiti i debiti della regione Lazio per 10 miliardi di euro. Dal punto di vista del linguaggio degli economisti questo si chiama un paying out, cioè lo stato centrale è arrivato lì e ha detto: “Me ne faccio carico io”. Non appare così perché in realtà si tratta di un prestito trentennale che lo stato nazionale ha fatto alla regione Lazio che verrà finanziato dagli stessi trasferimenti che lo stato nazionale dà alla regione Lazio sulla base di un tasso di interesse che è uguale a quello dei BOT, però nei fatti è un paying out perché di fronte a una situazione che stava crollando è intervenuto lo stato centrale e ha detto: “Ci metto dei soldi e quindi garantisco questi debiti”. In cambio per averci messo dei soldi nella regione Lazio, così come è successo in altre regioni meridionali, in questo momento la regione è commissariata. Cosa vuol dire commissariata? Che il presidente della regione qualunque delibera venga adottata nel campo della sanità deve essere controfirmata dal funzionario del ministero dell’Economia. Va bene? E la regione Lazio continua a ricevere i finanziamenti fintanto che fa certe cose perché se non segue i piani sanitari e quant’altro perde la possibilità di questi soldi. È una forma, se volete, di aiuto a questa regione in difficoltà, sono soldi che, tradotto, significa soldi in cambio di perdita di sovranità.

Bene, questo è quello che è successo nel 2007, 10 miliardi di euro. Avete sentito qualche mugugno sì, ma avete sentito per esempio che sia successo nella regione Lombardia, che questa cosa abbia scassato, diciamo così, le coscienze per cui c’è stato un dibattito a livello nazionale? No, non se n’è accorto praticamente nessuno. La regione Lombardia aveva detto: “Ma come”, ha fatto un po’ di cose ma è durato 5 minuti. Non solo, ma avete mai sentito il presidente della regione Lazio arrivare lì e dire: “è una perdita di sovranità inaccettabile, l’ingerenza, da parte di un governo straniero”. Ma come, l’ingerenza da parte di un governo italiano? Io ti do i soldi, ma ringrazia. Tutti contenti. Giusto?

Allora, va bene. Perché questo è successo? Perché esiste una federazione che si chiama stato italiano, che ha le sue risorse e le sue strutture, che è legittimata perché tutti votano per lo stato italiano sia nel Lazio che nella Lombardia, che ha preso una decisione, ha usato le proprie risorse e con le proprie risorse ha deciso di finanziare la regione Lazio ed è anche intervenuto imponendo vincoli, sanzioni, eccetera, giusto o sbagliato che sia: questo non è quello di cui stiamo discutendo, stiamo discutendo qual è la struttura.

Ora immaginate, sempre processo controfattuale, immaginate a questo punto invece di 10 miliardi di euro, invece di essere una decisione che spettava allo stato nazionale, immaginate che questa decisione dovesse essere approvata dal Consiglio regionale della Lombardia, di 10 miliardi, cioè i 10 miliardi dovevano essere approvati prima di essere trasmessi alla regione Lazio dal consiglio regionale della Lombardia. È evidente che sarebbero successe due cose: uno, i soldi non sarebbero arrivati, giusto?; due, sarebbero arrivati se non con vincoli allucinanti, cioè un corso accelerato di lumbard per tutti i funzionari sanitari dell’ASL. E allora uno avrebbe detto sicuramente “cattivo Formigoni”. Ma qui è questione di regole, di strutture, di istituzioni, di come funziona e se sostituite al Lazio la Grecia o comunque i paesi del sud Europa e poi invece al posto della Lombardia ci mettete la Germania, avete capito qual è il gioco: dietro a tutto questo c’è anche questo fatto qui che non esistendo, non c’è paese del mondo in cui non esiste la solidarietà interregionale, cioè in qualunque paese del mondo quando ci sono crisi di questo tipo, quando c’è un problema di ridistribuzione non sono mai le aree ricche di un paese che trasferiscono le risorse alle più povere, non direttamente; c’è sempre un bilancio federale, sono sempre problemi della federazione. Quindi finché non abbiamo la federazione, noi questi problemi ce li portiamo avanti ma non perché sono cattivi, ma perché è il gioco. È come funzionano le istituzioni.

Non so se sono riuscito a rendere chiaro questo punto.

Torniamo adesso alla crisi, perché a questo punto, quand’è che (non vorrei farla troppo lunga) si creano questi problemi in Europa, qual è il punto fondamentale, perché c’è questa crisi?

Quello che racconto in questo libro e quello che cerco di dire è che sostanzialmente la UE è andata avanti bene con le sue regole, con le sue istituzioni, finché il problema era avere un mercato comune perché, come vi dicevo prima, tutto complicatissimo, ma alla fine si tratta di una forma di integrazione negativa: si tratta sempre e comunque di eliminare delle barriere perniciose per lo scambio, poi riusciamo a metterci d’accordo, e ci mettiamo d’accordo per bene.

Levare le barriere perniciose per lo scambio significa altre cose, significa per esempio anche razionalizzare con qualche misura la fiscalità, perché se non riusciamo a farlo e ognuno fa il furbo con le sue tasse, però insomma è un progresso importante ma tutto sommato limitato.

Il quantum leap, come lo chiamerebbero i fisici, il salto quantico che crea le condizioni è l’introduzione della moneta unica perché avere una moneta unica non è la stessa cosa che avere un mercato unico, perché si crea un livello di integrazione molto più forte ed è un livello di integrazione positivo. Cosa che non è successa, non abbiamo creato le istituzioni per affrontarla e in realtà, poi ve lo dirò in fondo, abbiamo fatto adesso dei progressi non ancora sufficienti ma pezzettino per pezzettino con i tempi, con il linguaggio insopportabile dell’Unione, lo stiamo facendo. Lo stavo citando prima.

Anticipo delle cose che dirò dopo, mi rendo conto di non essere molto chiaro ma almeno aiuta a capire. Io sono molto più ottimista adesso, di quanto lo fossi l’anno scorso, per esempio, sui destini della moneta unica. Abbiamo passato un’estate tranquilla rispetto a quella dell’anno scorso e tutto questo è dovuto essenzialmente a una cosa soltanto: a una modifica di fatto, portata a casa attraverso e con l’abilità che gli va riconosciuta, a una modifica di fatto dell’obiettivo della BCE. Il motivo per cui noi siamo tranquilli è perché a un certo punto Draghi a luglio è andato di fronte alla discussione e ha detto, cioè il governatore della banca centrale è andato di fronte ai mercati e ha detto: “Faremo tutto quello che è necessario per sostenere la moneta unica, e credetemi sarà sufficiente”.

Allora, se il presidente della BCE dice: “credetemi sarà sufficiente”, i mercati ci credono perché “credetemi sarà sufficiente” vuol dire che di fatto (ve lo spiego un po’ meglio adesso) non c’è nessuna speculazione che conti perché io, BCE, ho i soldi per la semplice ragione che li stampo io e quindi posso sostenere qualunque scommessa che io voglio e la presento rispetto a quelli che sono i mercati.

Poi Draghi questo l’ha portato a casa attraverso l’equilibrio, bisogna fare questa richiesta alle SM, c’è un complicato meccanismo istituzionale dietro, e Draghi non è arrivato a dire questo così, perché questo non sta nel mandato della BCE e per farlo ha dovuto lavorare, diciamo così, con la strategia diplomatica e quant’altro, mettendo in minoranza la Deutsche Bank e ottenendo su questo ampiamente il consenso della Merkel e degli altri politici perché se no non avrebbe mai potuto farlo. Ma quella frase lì è stata sufficiente. E che ha voluto dire quella frase lì? In media lo spread si è ridotto di 200 punti non solo da noi, ma la media tra gli altri paesi.

Quindi, faticosamente in realtà, lo spread, solo quello ci ha aiutato più di qualunque altra cosa e quello che sta succedendo, voglio dire, è che delle soluzioni sostanzialmente si stanno trovando, magari a rate, l’ultimo segnale è che avevamo fatto pochi passi rispetto… (poi ci torno ancora, quella era la proposta Van Rompuy per esempio, la supervisione bancaria) e a questo punto l’accordo è stato trovato (poi torno, magari vi spiego un po’ queste cose).

So che questo è un corso di formazione alla politica, la prima parte del discorso è andata bene, ho parlato di politica. Però fatemi dire due cose di economia se no non si capisce come mai funziona questa cosa. Allora, quello che è successo è questo. Provate a vederla da questo punto di vista. Uno stato non può mai fallire in debiti; il punto fondamentale da capire è che qualunque stato non può mai fallire se è indebitato della propria moneta. Va bene. Se io mi indebito nella mia valuta nazionale, le lire italiane, e praticamente prendo un contratto con voi e vi dico domani vi restituirò 100 lire, ci può essere un rischio ma non c’è modo per cui si possa rinnegare questa promessa. Magari questi soldi ve li rende a 100 lire inflazionate, cioè che non contano nulla, potete avere dei rischi di perdita in termini reali, cioè nel senso che ti presto 100 milioni, me ne restituisci 110 tra 5 anni ma a quel punto il valore di quella moneta è così basso che ci rimetto; ci sono tanti rischi però non c’è mai il rischio che lo stato dica: “Mi dispiace ma non ce li ho, non te li posso dare, fallisco, faccio bancarotta”.

Perché non c’è mai questo rischio? Perché, ovviamente, se ci trovassimo di fronte a una situazione di vero rischio, cioè che lo stato per qualche ragione ha un crollo delle entrate tributarie e quindi non ha i soldi per restituire i soldi, al limite poi l’indipendenza arriva fino a un certo punto, uno prende il telefono, telefona al governatore della banca centrale nazionale e dice: “Mi stampi un po’ di moneta”. Oppure se preferite, io ti vendo direttamente i titoli di stato, tu mi dai la moneta e con quella moneta io pago tutti gli altri. Non si può fallire, della propria valuta nazionale non si può fallire. E questa è la ragione per cui, se volete paradossalmente, il periodo di paradossalità che abbiamo avuto in questo periodo, è che una serie di paesi, in realtà ridotti peggio di noi, non solo dell’Italia, ma sicuramente della federazione europea, ma anche dell’Italia, tipo l’Inghilterra per dire, in parte anche gli USA, hanno in realtà portato a casa, sono riusciti a piazzare il proprio debito con tassi di interessi più che ragionevoli, nonostante questa difficoltà. Perché di fondo, se voi siete indebitati della vostra valuta non c’è modo che potete fallire nel senso di non potere restituire i soldi. Male che vada, stamperò la valuta. Poi ci sono altri rischi, però certamente questo non c’è.

Ma a essere indebitati invece di una valuta straniera, questo comporta dei rischi, perché poi alla fine non sono io che stampo quella valuta. Se io mi indebito in dollari e ci mettiamo d’accordo nel senso che io prendo da te 100 dollari, ti devo restituire 100 dollari, ma non sono io che faccio i dollari, quindi devo andare a trovarli da qualche parte, devo avere un sufficiente surplus di entrate in maniera da poter avere abbastanza dollari e poterli mettere lì, questo è il punto.

L’Argentina è finita a gambe all’aria perché a un certo punto ha fatto una politica seria di eliminazione dell’inflazione. Questo paese, proprio per una carenza di fiducia fondamentalmente dello stato, delle istituzioni, aveva problemi profondi di inflazione, nessuno credeva, e alla fine la moneta è un elemento fiduciario, la gente crede nella sovranità che ci sta dietro, c’erano fenomeni di inflazione, un economista, Domingo Cavallo, ha cercato di trovare la soluzione attraverso la cosiddetta dollarizzazione: in un certo senso sono intervenuti, hanno detto un pesos uguale a un dollaro. Da questo momento siamo ancorati direttamente al dollaro. Tutto bene per un certo periodo, tanto è vero che l’inflazione è crollata e si sono ripresi il paese, però di fatto siete ancorati, l’Argentina è ancorata alla politica monetaria di un altro paese che naturalmente faceva le sue scelte di tassi e interessi o di espansione sulla base delle proprie esigenze nazionali, non quelle dell’Argentina. E quando ci sono stati i primi problemi in Argentina, eccetera, e la politica americana ne risentiva, l’Argentina a un certo punto è saltata e quando è saltata ha dovuto fare bancarotta perché ha dovuto convertire il dollaro in pesos dalla notte al giorno, ci sono stati scontri di piazza e quant’altro. Quello che, tra parentesi, succederebbe da noi se dovessimo tornare indietro sull’euro.

Quindi, se uno di indebita in una valuta straniera, naturalmente c’è questo problema, sta lì il rischio perché potresti non restituirmi questi soldi. Noi che cosa abbiamo fatto? Nei fatti la nostra valuta è l’euro che viene decisa dalla BCE, della cui politica monetaria noi siamo presenti nel governatorato, abbiamo cioè i nostri rappresentanti, non è che ci siamo indebitati in dollari, noi stessi contribuiamo a questa moneta, ma per vincoli istituzionali che non sono stati messi e come se noi non controlliamo veramente questa valuta. Quello che abbiamo rischiato in questi due anni, quando si sono create le aspettative di frattura dell’euro, quello che abbiamo rischiato, è che a un certo punto i mercati hanno detto: “Un momento, questi paesi hanno preso dei debiti in euro, me li restituiscono davvero in euro?”. Sì, se poi c’è la BCE che, così come la banca centrale inglese, se necessario, stampa la moneta per sostenere quel debito, anche se io non ho quei soldi posso andare dalla mia banca e costringerla a farlo. Ma se io mi aspetto che a un certo punto la BCE non agisca in questo ruolo, allora c’è il rischio che io effettivamente non abbia i soldi per restituire questi denari. A questo punto si innestano delle aspettative di frattura dell’area.

Ecco perché la Grecia di per sé era pericolosa al di là del 2%. Perché, che cos’è un’unione monetaria? Un’unione monetaria non è soltanto un rapporto di tassi di cambi, un accordo di cambi fissi, se fosse solo un accordo di cambi fissi… Mettetela in questo modo: prima avevamo un accordo di cambi fissi tra tutte le valute europee, a un certo punto abbiamo deciso di fare una valuta unica che si chiama euro. Perché non siamo andati avanti con gli accordi di cambi fissi? Non potevamo semplicemente dire che i cambi fissi erano irrevocabilmente fissi? La risposta è no, perché non esistono cambi irrevocabilmente fissi, perché se ci sono dei tassi di cambio possono essere sempre cambiati.

Fare la valuta unica vuol dire introdurre dei tassi di cambio irrevocabilmente fissi, non si torna più indietro, giusto o sbagliato che sia, quella è la moneta. Poi sta a te avere comportamenti coerenti rispetto a quella moneta, ma quella è la moneta. È chiaro che questo è il passaggio, poi c’è qualche paese che dice: “Sapete, io me ne vado”, oppure: “Sono costretto ad andarmene” (vedi la Grecia), allora a questo punto comincia a dire, al di là di quelli che sono gli effetti mediatici eccetera, forse questa non è un’unione monetaria, perché se se n’è andata la Grecia può andarsene il Portogallo, ma se se ne va il Portogallo potrebbe andarsene la Spagna, e se se ne va la Spagna potrebbe andarsene l’Italia, e se se ne va l’Italia potrebbe andarsene anche la Francia e la situazione si frantuma. Ecco perché era così importante che la Grecia restasse dentro.

Ecco perché anche tutto quel linguaggio complicato e difficile, perché i greci lo sanno che per loro è importante restare dentro la UE e usano quello come arma per dire voglio i soldi e gli altri gli dicono: “No, tu non li avrai e te li do solo se fai questo”, e tutto quello che abbiamo sentito.

Quindi, primo punto fondamentale: perché questa crisi è stata così feroce? Abbiamo patito molto di più per convincere, per esempio, i mercati e perché volevamo stare in Europa abbiamo trovato delle politiche recessive, eccessivamente recessive. Perché siamo come indebitati in una valuta straniera e se non riusciamo ad avere una gestione più sensata di questa politica monetaria, di questa valuta comune, c’è il rischio della frantumazione, ci sono sempre delle aspettative che qualcuno se ne possa andare fuori.

Secondo, che cos’è successo con l’unione monetaria? Questo è il secondo problema perché questo riguarda il futuro del nostro paese e quali sono le nostre preoccupazioni. Quello che è successo è sostanzialmente questo: tutti noi ci aspettavamo che con l’entrata dell’unione monetaria avremmo avuto una serie di vantaggi che, in realtà, si sono soltanto in parte verificati. Quindi ,questa è la politica economica del futuro su cui discutere. Perché a noi conveniva entrare nell’euro, quali sono stati i vantaggi dell’euro? Il vantaggio dell’euro sostanzialmente è che noi abbiamo cominciato… il paese, se vi ricordate (qui vedo che l’età media è tale per cui ve lo ricordate), nel 1992 avevamo già un rischio di default, abbiamo cominciato un processo di riavvicinamento per rispettare Maastricht quindi di razionalizzazione delle finanze pubbliche e di riaggiustamento, siamo entrati nel 2007 a Maastricht e qual è stato il paid off, il dividendo rispetto a questo? Che i nostri tassi di interesse sono crollati, abbiamo cominciato ad avere tassi di interesse tedeschi. Se vi ricordate, ancora nella metà degli anni Novanta, i tassi di interesse di questo paese erano a due cifre, 12-14%. Con Prodi, dal ‘97 in poi scendono al 5%. Ma allora, qual è il vantaggio di avere tassi di interesse bassi? I vantaggi sono due. Uno, naturalmente, è un vantaggio per lo stato, in un paese molto indebitato come il nostro avere tassi di interesse bassi significa pagare meno interessi, significa dunque avere bisogno di introdurre meno imposte per pagare quegli interessi.

Vi ricordo che noi siamo arrivati in questo paese fino al punto di pagare il 14% del PIL solo di interessi, in servizio del debito; poi siamo scesi fino al 5% e adesso siamo attorno al 5%, il che vuol dire un risparmio di 7, 8, 9 punti percentuali in termini concreti di PIL, per cui se adesso dite: “Ma scusi che vuol dire in pratica?”: stiamo parlando di roba intorno ai 100 miliardi; non è poco. Se io andassi da Monti e gli dicessi: “Scusa, ho 100 miliardi”, forse sarebbe contento, qualunque governo lo sarebbe; è l’IRPEF di un anno, quindi stiamo parlando di cifre veramente considerevoli. Questo è un vantaggio, è il dividendo di Maastricht e il dividendo di Maastricht ci ha accompagnato sostanzialmente da quando siamo entrati nella UE e giù giù fino praticamente alla crisi economica e quanto pagavamo tutti gli anni per l’onore del debito, per pagare gli interessi, si andava riducendo.

Ma c’è un vantaggio anche per i privati, perché improvvisamente la gente si trova con tassi di interesse più bassi, il che significa poter accendere un mutuo a interessi più bassi, fare un investimento a tassi di interesse più bassi, un credito più facile, eccetera, eccetera.

Allora, che è successo realmente con l’euro? Gli economisti, me compreso, si aspettavano in paesi come l’Italia una ripresa anche della crescita economica e quant’altro, perché l’idea di fondo è che quando il costo del capitale diventa più basso, c’è più sicurezza, c’è un mercato unico, le aspettative di inflazione sono più basse, i tassi di interesse si abbassano e quando i tassi di interesse si abbassano le imprese investono di più. Oppure avremmo dovuto anche attrarre capitali dall’estero, perché come noi prima eravamo costretti a pagare un tasso di interesse molto elevato, i tassi di interessi si abbassano, nel processo di abbassarsi ci sono tutta una serie di iniziative di investimenti che prima non erano convenienti e adesso diventano convenienti. Quindi, ci saremmo aspettati una crescita del paese, crescita che invece non c’è stata.

Paradossalmente, c’è stata in altri paesi tipo l’Irlanda, la Spagna, la Grecia; questi hanno avuto un periodo di forte crescita economica, noi non abbiamo avuto neanche quella, abbiamo avuto in realtà un periodo di recessione: il nostro è un paese che in 15 anni ha accumulato, anche fino al punto massimo, quindi nel 2007 quando abbiamo raggiunto la situazione migliore, comunque eravamo cresciuti 15 punti in meno degli altri paesi, che non è poco perché, che ne so, il Belgio che era entrato con un debito più alto del nostro sul PIL, alla fine del periodo del 2007 aveva 30-40 punti in meno perché era cresciuto un po’ di più. Questo è il problema italiano, è il paese che è cresciuto di meno e questo riguarda tutti, non riguarda solo un problema specifico, la moneta unica o l’euro, noi siamo un paese che ha smesso di crescere.

Se non cominciamo a domandarci perché è così, perché eravamo i cinesi d’Europa con tassi di crescita… le persone più anziane se lo ricordano, questo era un paese morto di fame alla fine della seconda guerra mondiale, qualcuno probabilmente ha memoria sufficiente per ricordarsi: abbiamo fatto un boom allucinante che è durato praticamente fino a… La prima riduzione è del 1967, ma ha continuato a crescere a ritmi vertiginosi fino sostanzialmente alla fine degli anni ’70 e poi si è fermato ed è andato avanti soltanto a colpi di debito pubblico o di svolta nazionale. Questo è il problema che abbiamo avuto.

E addirittura, anche se l’entrata nell’unione monetaria non ha significato un problema, non ha significato un grande vantaggio nel senso che la crescita, la riduzione dei tassi di interesse non ha determinato quella spinta che noi ci aspettavamo. Questo riguarda noi.

Sugli altri paesi quello che è successo è invece che ci sono state queste crescite e in realtà è successo questa cosa paradossale, in un certo senso dovuta anche a quella nota mancanza di vigilanza bancaria, il mancare di regolamentazione  generale di cui si parlava prima, che una serie di paesi, tipo per esempio la Spagna, che prima di questa crisi era la prima della classe: perché come funzionava il sistema spagnolo? Il sistema spagnolo funzionava che il paese cresceva fortemente, c’era una grande richiesta di importazione, quindi la bilancia di parte corrente, la bilancia degli scambi commerciali fra la Spagna e gli altri paesi accumulava deficit sempre più rilevanti… in certi punti per esempio la Grecia è arrivata ad avere il 18% di deficit di parte corrente rispetto al resto d’Europa, quindi si sono accumulati questi grandi disavanzi. Ma se c’è un disavanzo vuol dire che io sto cercando di comperare merci dall’estero ma non ho i soldi per farlo, chi me li da questi soldi?

Finora ha funzionato finché non c’era questa crisi, l’idea che si potesse frantumare l’area euro, e siccome un euro è un euro, queste cose sono passate attraverso sostanzialmente i trasferimenti che attraverso il sistema bancario avvenivano dai paesi surplus, dalla Germania, fino a questi paesi in deficit; quindi tradotto in termini pratici: l’imprenditore spagnolo andava in banca, prendeva dei soldi per comprare una macchina tedesca, la banca li prendeva dalla BCE, la BCE sostanzialmente li prendeva dalla banca centrale tedesca, la banca centrale tedesca li prendeva da quelli che depositavano i soldi che aveva fatto perché erano in surplus e quindi erano l’eccesso di risparmio da parte dei paesi forti dell’area che finanziavano i deficit di quelli deboli. E siccome è andata avanti così per lungo tempo e non c’erano aspettative che ci potessero essere delle frantumazioni dell’area, la cosa è andata avanti abbastanza tranquilla fino al 2007.

Nel 2007 alcuni paesi, noi meno, però anche noi, hanno accumulato dei grandi disavanzi di parte corrente nei confronti degli altri paesi. A un certo punto che cosa è successo? C’è stata la crisi economica americana, la gente ha cominciato a preoccuparsi. A seguito della crisi economica americana la gente si è accorta che c’era troppo debito in giro, molti paesi europei, non noi di nuovo, ma la maggior parte dei paesi europei non sono intervenuti a sostenere il proprio sistema bancario, e questo ha creato anche questo rapporto incestuoso tra banche di un paese e il paese stesso, e a un certo punto la gente ha cominciato a domandarsi: “Che succede se a questo punto la Grecia non ha i soldi per pagare il suo debito e non passano più questi trasferimenti dal nord al sud?”. Se a un certo punto dice: “Va bene, c’è questo disavanzo, la Grecia ha bisogno di chiedere questi soldi per finanziare questo suo disavanzo di parte corrente, i soldi tradizionalmente arrivavano dal mercato privato, cioè dalle banche private, ma può darsi che la Grecia non ce la faccia a restituire quei soldi, può darsi che esploda tutto il sistema, può darsi che domani me li renda sotto forma di dracme”. Allora a questo punto, non do più questi soldi, il mercato interbancario si è completamente bloccato e l’unica che presta i soldi sostanzialmente è rimasta la BCE.

Non so come riuscire a metterla, ma proviamo a metterla così: fino al 2007 le cose sono andate bene, perché c’era questa idea che saremmo stati in un mercato unico, che la valuta non era in discussione, e anche il fatto che si fossero accumulati tutti questi deficit crescenti verso la parte corrente non veniva considerato come un problema perché comunque si trattava di un trasferimento all’interno della stessa area. Quando si sono innestate le preoccupazioni a seguito della crisi europea, allora è come se il giocattolo si fosse rotto, a quel punto i soldi non sono più passati e questo ha determinato la crisi.

Come si doveva uscire da questa crisi e si poteva anche uscire. Anzitutto, riconoscendo che esistono questi problemi, al primo punto, e ritorno a noi e al nostro paese: abbiamo perso 12 punti di competitività nei confronti della Germania. Sono calcoli molto approssimati perché in realtà poi il conto è pure molto più complicato, ma se voi controllate il costo del lavoro con l’unità di prodotto, cioè quanto costa produrre 1000 euro di valore aggiunto in Germania rispetto a noi, i nostri costi sono aumentati del 13% rispetto ai loro, in altri paesi sono aumentati molto di più. Quindi, qui c’è un divario di fondo che è incompatibile con la moneta unica perché non possiamo più svalutare: non che devono essere esattamente uguali e quant’altro, ma non possiamo avere delle politiche salariali o dei sistemi di crescita della produttività che sono completamente diversi. Perché altrimenti poi non riusciamo a sostenere la moneta unica, e quindi ci vogliono anche politiche economiche che sono convergenti, politiche salariali e via. Questo è un problema vero.

Abbiamo risolto, diciamo, quello che dicevo prima: Draghi e quant’altro, a questo punto le aspettative sono più tranquille perché, voglio dire, tornando al problema, chi è che può garantire che i soldi ci saranno e che verranno restituiti? La Banca Centrale, perché a un certo punto la Banca Centrale può sempre acquistare sufficienti debiti da parte dei greci o degli italiani o quant’altri e mettere moneta sul sistema in maniera da mantenere inalterati i tassi; questo è quello che aveva promesso Draghi, tutto quello che serve lo faremo.

Però in fondo restano questi problemi strutturali, cioè noi dobbiamo pensare di ricostruire un paese di cui però le politiche economiche, monetarie e quant’altro non possono tener conto del fatto che abbiamo una moneta unica e quindi il nostro tasso di crescita, la massa  salariale, ma in generale la nostra politica fiscale, e anche la nostra politica economica, non può essere disgiunta da quella degli altri paesi. Questo è il primo punto.

Secondo: naturalmente se non ci fossero stati tutti questi problemi che ho raccontato dell’azzardo morale, della necessità di imporre dei vincoli e quant’altro, questa politica poteva essere fatta anche in maniera molto più sensata, cioè le politiche sono state perseguite all’interno dell’unione monetaria e quant’altro, sono state fatte… (per raccontarle in maniera diversa dovrebbero essere messe così): a un certo punto Germania e company si sono rese conto che dovevano intervenire a dare una mano a questi paesi se no sarebbe crollato tutto con svantaggi in primo luogo per la Germania e questi altri paesi. Farlo apertamente però avrebbe creato tutta una serie di problemi e quindi sostanzialmente lo scambio è stato: lo fai però ti impongo delle politiche estremamente recessive, perché da una parte ti faccio… – l’origine della parola debito è la stessa di quella di peccato in tedesco – e quindi ti faccio scontare un peccato e quindi devi fare penitenza. Non è una questione solo dei soldi, devi fare penitenza.

Questa è stata la logica e allora, per esempio, tutte queste politiche, fiscal compact e tutte queste robe qui, che poi io adesso non voglio fare il perditempo, ma non sono molto sensate neanche nel contesto di una costruzione federale europea, però sono, complessivamente, eccessivamente recessive. In questo paese quest’anno faremo meno 2% di PIL, la nostra produzione industriale è sotto del 30% rispetto a quella che avevamo nel 2007, abbiamo 800mila disoccupati in più: questi sono costi eccessivi. Di fronte a una situazione così quale sarebbe stata l’alternativa?

Supponiamo di vivere in un mondo che funziona in maniera diversa, quale poteva essere l’alternativa? Ovviamente, la competitività è un concetto relativo, io sono più o meno competitivo rispetto a qualcun altro; allora se l’Italia, la Spagna, la Grecia hanno perso competitività, le ragioni sono due: la grande Germania è più competitiva rispetto agli altri paesi e allora per risolvere il problema bisogna che qualcuno diventi meno competitivo o che qualcuno diventi più competitivo. Se tutto l’aggiustamento viene imposto su quelli che sono meno competitivi, il prezzo è troppo elevato, perché come si fa a diventare più competitivi? Per esempio come faccio a risolvere un problema della bilancia dei pagamenti? Posso farlo esportando di più e importando di meno, un modo per importare di meno è che se massacro la domanda interna col PIL siamo tutti più poveri, non si compra più nulla e risolviamo il problema della bilancia dei pagamenti. Però non va bene così perché vuol dire un costo troppo elevato, c’è il rischio che poi le opinioni pubbliche si arrabbino e a un certo punto esplode tutto. Questa è la problematica.

E quindi abbiamo sofferto in questi due anni per questo eccesso di restrizione che non è, dal punto di vista economico, se non scarsamente giustificabile: la speranza a questo punto è che qualche passo avanti si riesca a fare con una versione più coordinata, cioè sostanzialmente dovremmo avere la capacità di dire: beh, se tutti noi per esempio… In questo momento la politica monetaria americana sta sostenendo il più possibile la ripresa degli USA e noi abbiamo invece la politica che è ancora abbastanza restrittiva, abbiamo politiche fiscali che sono tutte restrittive, perché ogni paese sta cercando di riorganizzare i suoi conti, ma ovviamente se io riduco la mia domanda interna e cioè cerco di fare una politica recessionistica perché cerco di migliorare i miei conti, vuol dire che io compro meno da parte dell’altro paese. Ma siccome io compro meno dall’altro paese, questo paese a sua volta, come dire, avrà meno domanda per i suoi prodotti e quindi tenderà a crescere meno e siccome cresce meno lui domanderà anche meno a me, dei miei prodotti. Quindi, c’è il rischio che una cosa fatta tra tutti questi paesi che sono fortemente integrati dia una spinta recessiva eccessiva. Questo è il punto dove ci troviamo, questa è la situazione.

Solo se ci sono domande sarebbe da discutere a lungo perché è così importante avere un’unione bancaria, perché la vigilanza bancaria è così importante, ma indipendentemente da quello stiamo vedendo delle politiche che in qualche modo, pezzo per pezzo hanno messo a posto alcuni elementi. Certamente, questo rischio di frantumazione c’era l’anno scorso, è meno forte di quanto fosse un anno fa, ma forse non abbiamo ancora risolto i problemi strutturali che continuano a essere lì e l’impronta della politica continua a essere eccessivamente recessiva.

Dietro a tutto questo, secondo me, c’è un problema di carattere istituzionale, c’è il fatto che non esiste un centro, non c’è qualcuno che è in grado di prendere delle decisioni. Questa sarà la partita del futuro, io spero che a un certo punto, via via che la condizione anche dell’economia tedesca cominci a peggiorare, ci sia la comprensione che bisogna fare delle politiche un po’ diverse. Quali sarebbero queste politiche? Sono paradossalmente o queste nuove istituzioni, o quelle che erano già previste in questo documento Van Rompuy che è stato proposto la prima volta a giugno, ed è stato ripresentato a dicembre, in cui non è solo Van Rompuy, ma ci sono anche Mario Draghi, Junker e Barroso, i 4 presidenti che propongono una prospettiva di sviluppo dell’unione monetaria basata sull’unione bancaria, economica, fiscale e politica e lì ci sono questi pezzi. E che cosa vorrebbe dire in pratica? Per esempio, c’è un’idea di introdurre, come dire, una capacità fiscale a livello europeo, cioè sostanzialmente, così come succede negli USA, se noi cominciamo a mettere vincoli perché impediamo ai singoli paesi, agli stati, di fare una politica autonoma… Pensiamo al prossimo governo e a quello che ci racconterà e poi andiamo alla BCE, in politica fiscale abbiamo tutti i vincoli decisi a livello di Bruxelles. Allora c’è bisogno di un bilancio federale, di una capacità fiscale a livello europeo, quindi delle tasse che vengono assegnate a livello europeo che ne assume la gestione, e questa è esattamente quella proposta.

Quindi c’è questo problema di azzardo morale? Io non mi fido di te per cui non ti do i soldi? Questo si risolve soltanto se a un certo punto il tuo bilancio lo approvo a Bruxelles; il tuo Parlamento conta, ma conta anche Bruxelles e te lo approvo lì. Però perché possa far questo poi, non può essere la Germania che approva il bilancio della Grecia, deve essere un governo federale europeo.

Quindi questi sono i passaggi e se vi leggete queste 15 pagine di Van Rompuy vedete che lì è tratteggiato anche questo e su questo ci sono anche forme di mutualizzazione del debito, magari non tanto nella forma che i tedeschi pagano il nostro debito, perché non succederà mai né direttamente né indirettamente, ma attraverso cose tipo un reduction fund, che è questo fondo di rimpiazzo in cui l’idea di fondo, che è una proposta dei tedeschi, è che ti aiuta a pagare gli interessi, non il debito.

Allora, ci sono tutti questi meccanismi, stiamo andando avanti, è possibile adesso, visto che si aggrava la situazione economica in Germania, si riesca ad avere una posizione un po’ più sensata; ancora non siamo lì; quindi il problema è… quali sono i problemi… Allora, abbiamo ancora una situazione economica molto difficile, l’economia reale, dobbiamo affrontare quello come problema perché l’economia finanziaria più o meno l’abbiamo risolta, ma un’unione monetaria non si può tenere insieme, se ha una moneta unica, se i paesi tutto sommato non sono simili e quindi devono avere un’evoluzione economica convergente. Ci sono delle proposte, qualche pezzettino si fa avanti, non so però quanta ci sia di comprensione nelle opinioni pubbliche perché questi sono i giochi… Ci sono le elezioni, stiamo parlando di questo o stiamo parlando di altre cose? Stiamo dicendo, guardate se vogliamo stare nell’euro perché ci serve per tanti motivi eccetera, eccetera, e magari qualcuno potesse anche cercare di raccontare che cosa succedesse se davvero usciamo dall’euro, però per rimanere nell’euro bisogna fare questo e quest’altro. È chiaro? Questo andrebbe detto, ma non so se di questo stiamo parlando, però questo è esattamente il problema.

Quali politiche possiamo prendere dal punto di vista economico a livello nazionale e poi ci vorrebbe una cosa migliore anche a livello europeo. La mia paura e preoccupazione, e poi veramente sto zitto, è che poi tutto questo sistema alla fine non ce la faccia perché ci può essere sempre un incidente di percorso. In questo paese a un certo punto, domani l’altro vince Grillo, vince Berlusconi muova maniera e noi per qualche ragione usciamo dall’euro. La reazione del Partito Popolare Europeo alla possibilità che Berlusconi si ripresenti non è perché semplicemente il personaggio è antipatico o perché forse le donnine non sono in linea con la tradizione cattolica popolare eccetera, ma perché questo rappresenta davvero un rischio di frantumazione dell’area e i costi sarebbero per tutti. Questo secondo me è il problema in cui ci troviamo.

Mi fermo.

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