Danilo Zolo. Chi dice umanità. Guerra diritto e ordine globale.

Questo libro parla di una guerra che è fondamentalmente il conflitto jugoslavo, sopra tutto nella fase relativa al Kossovo. L’analisi di questa guerra ha una funzione paradigmatica perché quella del Kossovo non è la prima guerra: noi ci troviamo in questo ultimo decennio dinnanzi ad interventi militari sempre più continui, contro Saddam, poi Bosnia-Erzegovina, Kossovo, poi Afganistan, e non è detto che sia finita; si parla di nuovo di Iran. Abbiamo una guerra di tutt’altra natura, di tutt’altro carattere, ma poi sempre guerra è quella che si combatte tra Palestina ed Israele. Quindi un paesaggio inquietante e dove l’intervento dell’Occidente, quello che Karl Smith chiamava l’emisfero Occidentale, è stato un intervento motivato sempre da ragioni umanitarie.

1. leggi il testo dell’introduzione di Salvatore Natoli

2. leggi la trascrizione della relazione di Danilo Zolo

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Testo dell’introduzione di Salvatore Natoli a Danilo Zolo

Questo libro parla di una guerra che è fondamentalmente il conflitto jugoslavo, sopra tutto nella fase relativa al Kossovo. L’analisi di questa guerra ha una funzione paradigmatica perché quella del Kossovo non è la prima guerra: noi ci troviamo in questo ultimo decennio dinnanzi ad interventi militari sempre più continui, contro Saddam, poi Bosnia-Erzegovina, Kossovo, poi Afganistan, e non è detto che sia finita; si parla di nuovo di Iran. Abbiamo una guerra di tutt’altra natura, di tutt’altro carattere, ma poi sempre guerra è quella che si combatte tra Palestina ed Israele. Quindi un paesaggio inquietante e dove l’intervento dell’Occidente, quello che Karl Smith chiamava l’emisfero Occidentale, è stato un intervento motivato sempre da ragioni umanitarie. Non a caso il titolo di questo libro e “Chi dice umanità“, che riprende a livello di titolo quanto poi è detto in una frase di C. Schmith, che cita a sua volta Proudhon: “Chi dice umanità cerca di ingannarti”.

Le guerre che si sono fatte, si sono fatte con motivazioni umanitarie, ma la motivazione umanitaria è fondamentalmente un inganno o un pretesto. Per cui noi ci troviamo dinnanzi a guerre fondamentalmente illegittime. La posizione di Zolo è singolare perché si risolve in un’analisi realistica del conflitto, delle forze in campo, e se confuta la guerra non la confuta da posizioni pacifiste. Noi siamo abituati a confutare la guerra da posizioni pacifiste: contro i modelli pro guerra umanitaria si oppongono modelli positivi di tipo umanitario, in una logica di bene-male, per la quale da una parte le guerre è bene farle per il bene dell’umanità e di contro l’altra posizione secondo cui qualsiasi guerra, in quanto guerra, è un male e quindi non si deve fare. Se da un lato chi dice umanità vuol ingannarti, e quindi c’è un uso pretestuale dell’umanitarismo, dall’altro lato c’è un uso altrettanto pretestuale ed ingenuo dell’antiguerra, perché la radice, il fondamento che motiva l’antiguerra è esso stesso universalizzante umanitario.

Zolo invece fa un’operazione di smontaggio, mostrando che probabilmente le guerre continuano ad esserci anche se non si interviene. Qual è il modo, se non per risolverle, ma per ridurle queste guerre? Qual è la via realistica per addomesticare la guerra? Questo è il tema fondamentale. Le guerre sono un fatto, qual è il modo, qual è la strategia per addomesticarle? La critica ha caratteristiche, come sempre nel realismo, di mettere a fuoco la drammaticità delle situazioni.

Su questo poi Zolo tira delle conclusioni che, secondo me, sono meritevoli di particolari attenzioni. Il libro ha il sottotitolo “Guerra, ordine, diritto globale“. Per Zolo queste ultime guerre sono illegittime. Per quanto riguarda la guerra sulla fine della Yougoslavia, la guerra del Kossovo, lui articola il libro in cinque capitoli. Il primo capitolo si chiama “Cartografia imperiale e nazionalismo balcanico“, dove si traccia un profilo della situazione partendo dalla fine dell’800, da Bismark in avanti. La realtà Jugoslava è stata sempre ritenuta europea, mitteleuropea, da una parte inglobata nell’area austriaca, assieme all’Ungheria, quindi assimilata alla grande civiltà asburgica, dall’altro verso però fuori, ai margini di questa realtà. La Yugoslavia, la Croazia, la Slovenia, in parte la Romania, tutti questi sono territori mitteleuropei, anche se ai confini della mittel-Europa. Un’Europa sì, ma un’Europa minore e periferica e quindi, in genere, pensata come sede di turbolenze, coacervo di etnie contraddittorie, quindi di violenze ancestrali, di barbarismi. E qui si è prodotto poi, nella visione comune, collettiva, un pregiudizio, nel senso che si guarda a questo luogo come a un luogo tenebroso, dove ci sono etnie ancestrali che si combattono. Per esempio ultimamente John Fraser, successore della Tacher, che diceva di queste popolazioni che “mancano della facoltà di apprendimento”. Le cose che dice Berlusconi sull’Islam non è che non abbiano antecedenti.

Ora la mitologia di fondazione del nazionalismo balcanico ha quindi le sue ragioni, dice Zolo, nella logica arcaica dell’odio. Però si trascura, nella messa in atto dell’attivazione di questo pregiudizio, quanto sin dall’inizio, fin dall’ottocento, non siano state le potenze europee a generare questi nazionalismi, a smembrare e a contrapporre queste comunità. Cioè a dire, l’etno-nazionalismo balcanico è in larga parte il prodotto della politica estera europea già durante l’ottocento, sopra tutto da Bismark in avanti. E’ allora che si fanno divisioni arbitrarie. E’ toccato alla Polonia, che spariva e riappariva (questo nel corso del settecento); alla Jugoslavia, la quale area geografica, nel momento in cui veniva divisa, si nazionalizzava secondo il modello delle nazioni europee. L’Europa se da un lato la divideva arbitrariamente, dall’altro lato esportava il modello territoriale della nazione. Tutto ciò avveniva con complicazioni terribili, nel senso che in questa divisione non si teneva conto delle etnie. L’inferno era inevitabile perché aveva una radicalizzazione in termini di etno-nazionalità in territori misti. Ecco perché Zolo nel primo capitolo parla di cartografia imperiale: sono i grandi imperi centrali che disegnano questa cartografia e questa cosa è riprodotta di recente dopo la fine della Yugoslavia, dopo la fine di Tito.

Julius Andreani, plenipotenziario austriaco al Congresso di Berlino al tempo di Bismark riassumeva così l’orientamento delle potenze imperiali nel definire le delimitazioni territoriali: gli stati avrebbero tenuto conto anzi tutto delle regioni geografiche strategiche, mentre avrebbero fatto ricorso a quelle etnografiche solo come estrema ratio, in mancanza di ogni altro criterio. Cioè a dire le ragioni etnografiche, le etnie, non c’entravano nella divisione. Vi erano terre sotto l’arbitrio di grandi potenze imperiali che venivano divide in base a ragioni strategiche e militari, quindi popolazioni miste trattate come nazioni, e quindi la prima guerra che si facevano non era la guerra fuori, ma se dentro.

Del resto, chi rappresentava più o meno la nazione dentro quello spazio territoriale arbitrariamente definito dalla cartografia imperiale? Un esempio di questa mentalità si è avuto prima della guerra bosniaca con il riconoscimento unilaterale da parte della Germania e del Vaticano della Croazia e della Slovenia, che ha acuito, dentro la Yugoslavia la radicalizzazione ed i serbi, diventati minoranza, hanno sprigionato ancora di più questo modello centrale etnografico di civiltà serba proprio in quanto diventavano meno significativi nella Yugoslavia. L’operazione di Tito era stata in fondo di raccogliere, con la logica comunista che noi sappiamo, ma anche autonomista, le diverse nazioni, le diverse etnie facendole convivere anche con un’idea universalista come il socialismo.

Questa operazione è stata riprodotta oggi, con una mentalità che è quella della cartografia imperiale: si voleva portare la Slovenia e la Croazia in area tedesca e la Chiesa Cattolica tendeva a privilegiare questo. Questa operazione si fa distruggendo una tradizione di grande convivenza e, questo viene spesso dimenticato, di grande pacificazione che c’era stata sotto l’impero ottomano. L’impero ottomano aveva fatto convivere le etnie perché aveva funzionato, secondo un modello asburgico, come stato amministrativo e, in quanto stato amministrativo, non era uno stato etnico, era uno stato che approntava servizi. Prevaleva ancora l’idea cinquecentesca che i territori fossero proprietà del Re. Si aveva così una doppia dimensione: per un verso, in quanto proprietà del Re, una dimensione di soggezione, di bassa democrazia, però anche una dimensione paternalistica che accoglieva le differenze. C’era un rapporto positivo tra amministrazione ed etnie. Quando le etnie cacciano l’amministrazione imperiale per affermare le loro identità, si trasformano immediatamente in nazioni. Se sotto una amministrazione potevano convivere etnie diverse, perché a fare corpus c’era l’amministrazione, quando si caccia l’amministrazione, avviene la nazionalizzazione e, quindi, quello che sotto una stessa amministrazione poteva convivere ora non lo può più.

L’impero ottomano aveva una concezione diasporica della nazione, sopra tutto per quanto riguarda i gruppi minoritari, e non territoriale, compatibile con l’universalismo delle istituzioni ottomane; dentro questa amministrazione tutti potevano migrare, perché ciò che dava identità era l’unità amministrativa. Quando l’identità viene dal basso, allora immediatamente si nazionalizzano le etnie e quindi la dimensione diasporica finisce con etno-nazionalismi truccati e potenziati dalla cartografia imperiale.

Il nazionalismo serbo nasce e si sviluppa fra l’identità diasporica e lo stato nazionale: c’è questo passaggio tra l’identità diasporica, quindi migrante, che può convivere con le altre etnie, allo stato nazionale, Questa dimensione di nazionalismo serbo si sviluppa ancora di più con l’intervento dell’Italia e della Germania, fortissimo, a partire dal ’39 dove c’è un uso degli ustascia per affermare in modo spregiudicato il dominio delle diverse nazionalità. E c’è un personaggio noto, famoso in quegli anni, che diventa poi capo del governo nel 1941, Ante Palevic, il quale usa gli ustascia per un’egemonia fascista e cattolica. Quale fosse la mentalità dei fascisti rispetto a queste popolazioni si ha in una frase di Galeazzo Ciano (Diario, 17 luglio 1941) in cui lui scrive che Mussolini normalmente non ama i generali, non ama i militari, ne ama uno solo, il quale in Albania dice ai suoi soldati: “Ho sentito dire che siete dei buoni padri di famiglia; ciò va bene a casa vostra, non qui; qui non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori”. Questo è il tipo di comportamento delle nazioni imperiali.

Quando si ragiona di una guerra non si possono ignorare questi precedenti e quindi non si può dare per scontato che questi popoli siano luoghi oscuri di turbolenze primigenie….

Questa cartografia imperiale la si ritrova anche negli ultimi avvenimenti. Leggo poche righe per fare capire questa idea: “Milosevic aveva ritirato gran parte delle forze di sicurezza serbe dall’area del Kossovo e aveva finalmente dato esecuzione all’accordo scolastico con Rugosa, restituendo agli albanesi i maggiori edifici del campus di Pristina”. Nonostante queste iniziali concessioni, queste aperture di dialogo, per quanto faticose e incerte, con i rappresentanti democratici della resistenza kossovara, la richiesta jugoslava che venisse annullato l’ordine impartito dalla NATO e dal Consiglio Atlantico, non era stata accolta. Quello che sottolinea Zolo era un tentativo di mediazione da parte di Milosevic. Da questo momento, cioè da quando il Consiglio Atlantico non accoglie la sua mediazione, a Belgrado si diffonde ancora una volta un senso di profonda frustrazione e riprende l’estremismo nazionalistico. Il ritiro delle forze di polizia dal Kossovo è coinciso con la perdita della sovranità sulla quasi totalità del territorio che è in mano all’U.C.K., le milizie kossovare albanesi che si fanno sempre più aggressive, incoraggiate dalla permanente minaccia della NATO di usare la forza contro la Jugoslavia. L’U.C.K. in Kossovo ha iniziato la dimensione di guerra etnica nel momento in cui si è ritirato Milosevic e non il contrario. In questa situazione di isolamento, la Jugoslavia di Milosevic, cioè la Serbia, si sente isolata e quindi attacca. D’altro canto nel rapporto con la Jugoslavia l’Europa non è esistita; se è esistita è esistita poco, ha sopra tutto trattato su tavoli separati. Romano Prodi, troppo tardi, questo l’aveva detto già durante la guerra di Bosnia: dice che bisogna portarli tutti insieme in Europa, non spezzarli. Ma questa trattativa di inserimento di tutto il blocco jugoslavo dopo il disfacimento, doveva essere prodotto dall’Europa subito e non spezzarla ulteriormente, radicalizzare, favorire alcune parti della Jugoslavia a svantaggio di altre, producendo un isolamento dei serbi che inevitabilmente avrebbe sviluppato e potenziato la reazione etnica.

Nel conflitto jugoslavo non bisogna sottovalutare questo ultimo punto, la totale inadempienza, la modesta lungimiranza e l’atteggiamento radicalmente strumentale che c’è stato da parte degli occidentali e, nella specie, dall’Europa.

Il secondo capitolo del libro ha per titolo “Le ragioni della guerra”. Perché la guerra? Ecco si sono varie tesi. Si è detto guerra intelligente, intervento breve. Si dice sempre così. Secondo Zolo, questa guerra intelligente, questo intervento breve, così come viene presentato è invece il frutto di una lunga elaborazione, l’esito di una strategia che parte dagli anni ’90. Lui tende a confutare alcune tesi, anche critiche nei confronti della guerra, perché non mettono in evidenza questa strategia di lungo periodo. Zolo contraddice la tesi di alcuni, come Caracciolo, che dicono che l’intervento è stato un intervento sbagliato, intempestivo. La tesi di Zolo è che la guerra era un intervento strategicamente pensato.

E’ anche contro la tesi, che viene da certe aree di sinistra, di una guerra preventiva e di stabilizzazione: nel collasso dell’Unione Sovietica, tutta l’area dell’Est europeo era diventata un’area di instabilità, allora l’intervento che gli USA hanno fatto in quell’area è stato un intervento di insediamento per stabilizzare la situazione ed evitare che in tutta l’area ci fosse una scomposizione incontrollabile.

Queste tesi si rifanno al realismo politico: i primi dicono che la guerra è stata sbagliata perché non è stata pensata; i secondi che era una guerra di prevenzione per stabilizzare l’area. In ogni caso, contro queste tesi, quella che ufficialmente è stata propagandata nei media, nell’opinione pubblica, quella che fondamentalmente poi doveva creare il consenso collettivo su questa guerra è la seguente:la guerra è stata fatta per motivi umanitari. Dinnanzi a una esplosione tenebrosa di guerre etniche, si interviene per evitare che questi si ammazzino tra loro, si è parte terza. Non si è stati parte terza, anche perché non è stata un’operazione di interposizione, ma è stata una guerra attiva, in particolare contro qualcuno. L’interposizione, caso mai, è venuta dopo, come residuo. L’interposizione vuol dire che questi territori non sono stati pacificati, ma sono stati occupati: oggi noi in Bosnia, ecc. ecc., abbiamo delle situazioni non di pacificazione ma di occupazione militare, dei protettorati.

Si entra in nome dello “justum bellum”. Si riprende il vecchio modello schmittiano della guerra giusta, dove la guerra non può mai essere “giusta” in termini sostanzialisti. Le guerre dal punto di vista della sostanza non sono mai giuste: le guerre sono tutt’al più legittime, no giuste. E infatti nel diritto internazionale, e nei fondamento del diritto moderno, si parla di “justus hostis”. La guerra è giusta in quanto legittima, cioè in quanto ci si oppone ad un “justus hostis“. Può sembrare paradossale ma il nemico è giusto. Perché? Perché è sovrano. Quindi io nel condurre la guerra contro il nemico lo tratto come nemico di guerra, gli riconosco la sovranità. In questo rapporto si modera la guerra attraverso un nesso di giustizia, cioè, per quanto nemico, tu sei un nemico giusto, cioè io ti combatto ma ti riconosco la sovranità. Nella guerra umanitaria questo salta perché tu diventi un nemico ingiusto, non ti riconosco la sovranità, tu sei un criminale e quindi io intervengo nel merito, per portare la giustizia.

La guerra umanitaria ha fatto saltare la logica della sovranità; essa dà un giudizio contenutistico a “giusto” e, quindi, essendo giustificata in base al contenuto, è illegittima nella sua forma. Io non faccio la guerra ad un nemico che non riconosco, non la dichiaro neanche, perché colpisco in nome dell’umanità. E infatti la guerra nel Kossovo non è stata dichiarata, come non è stata dichiarata nei confronti di Saddam, come non è stata dichiarata nei confronti dell’Afganistan, perché la guerra non è stata fatta contro una nazione, contro uno “justus hostis”, ma è stata fatta come “justum bellum”, cioè giusta per il suo contenuto e quindi in nome di un valore universale; la difesa dell’umanità.

Ma chi decide che con questa guerra si difende l’umanità? C’è un organo dell’umanità che decide che questa è una guerra umanitaria? Perché si suppone che per decidere che questa è una guerra umanitaria ci sia un organo in cui l’umanità sia rappresentata e dica questa è una guerra umanitaria. Ma il Consiglio di Sicurezza della NATO ha addirittura scavalcato le timide proposte dell’ONU e lo ha messo di fronte al fatto compiuto. Ecco il realismo politico di Zolo.

Dal punto di vista del diritto ci deve essere un organo di legalità che possa definire se la guerra è umanitaria o no, perché altrimenti diventa una copertura ideologica. Quindi la tesi di Zolo è: noi abbiamo un atto giuridicamente illegittimo, giustificato attraverso un’ideologia dell’umanità che è diventata una retorica persuasiva per rendere accettabile e legalizzare la guerra. Non si può non intervenire. Questo è un problema molto serio dal punto di vista del diritto. Nel caso della Jugoslavia la Chiesa ha suggerito che fosse bene intervenire, con tesi contenutistiche: si deve intervenire per difendere l’umanità. Questa ideologizzazione della guerra è una copertura dell’illegittimità. Dovremmo accettare il paradosso: la pace se la producano loro perché loro devono essere i titolari della loro pace. Una pace imposta non è una pace. Capite che un non intervento di questo genere, pensato così, non è un intervento da pacifisti: cioè io non intervengo non in base ad una logica pacifista, non intervengo in base ad una logica del diritto. Non è che non intervengo perché la guerra è cattiva. Se la mettiamo su questo terreno accediamo a un contenuto e quindi a due logiche umanitarie, cose terribili.

Come si risolvono questi problemi? Con quale diritto noi risolviamo questi problemi. Abbiamo degli strumenti per poterlo fare?

Quali possono essere le ragioni di merito e non ideologiche , per cui la guerra si è fatta? Quali sono queste ragioni? Ecco leggerò alcuni passaggi per essere chiaro in questo senso.

“Dunque poco affidabile è risultata la contabilità delle perdite che la comunità kossovara-albanese ha subito nel corso della guerra civile senza sottovalutare la gravità degli eccidi dei quali i Serbi si sono macchiati; l’accusa di genocidio nei loro confronti deve essere considerata esattamente come la giustificazione umanitaria di uno strumento militare.Il numero delle vittime causate dalla guerra civile nel corso dell’anno precedente all’attacco della NATO non ha superato le 2.000 unità: questo dato, confortato dal parere dei Consiglio dei Diritti Umani e delle Libertà di Pristina, viene oggi generalmente accettato ..”

“Sulla base delle ricerche condotte in Kossovo dopo la fine della guerra dai contingenti della NATO e dai team inviati dagli USA e dall’Inghilterra per assistere il Tribunale dell’Aia, è realistico fare ammontare le vittime complessive degli scontri armati nell’area del Kossovo, nell’anno precedente all’intervento della NATO a 4.000-5.000 unità, in maggioranza di etnia albanese. Nell’intera area del Kossovo non si è trovata alcuna traccia delle famigerate fosse comuni, che invece vennero scoperte in Bosnia.Erzegovina dopo la conclusione della guerra. Non si può dunque parlare di né di genocidio, né di una guerra civile particolarmente cruenta se paragonata, ad esempio, con i conflitti in atto nella stessa area mediterranea, come la guerra civile in Algeria dove nello stesso periodo sono stati trucidati non meno di 100.000 civili. Quindi la guerra civile si fa da un lato e non si vede dall’altro. Con quale diritto, diritto qui in senso giuridico?”

Con Zolo si può non essere d’accordo o meno ma ci si trova dinnanzi ad una critica alla guerra argomentata. Si può ragionare contro la guerra, ma ragionare.

Zolo analizza vari atteggiamenti. Secondo alcuni è una guerra fatta dagli americani contro l’Europa, nel senso che si voleva evitare che fosse l’Europa la garante di quell’area e che quindi si costituisse un contro-potere nei confronti degli USA, cioè un potere di bilanciamento. Che poi, anticipo la conclusione di Zolo, è la soluzione del diritto. Non la cosmopolis, che non è possibile, ma spezzare l’unipolo attraverso bilanciamenti, quindi far nascere una grande Europa, far nascere una forte Cina, cioè rimodellare il mondo attraverso bilanciamenti di potenze, visto e considerato che un parlamento mondiale è l’utopia Keynesiana che non si può realizzare. Si. La pace perpetua (Kant), questo è un argomento, secondo lui, di indebolimento. Il problema è spaiare le carte nel territorio-mondo.

Questa è una tesi che è stata sostenuta. Non è che lui la sposi, indica in questo uno dei motivi autentici sotto l’ideologia umanitaria.

Un’altra interpretazione è quella che vede la guerra come voluta per il potenziamento dell’industria bellica, una guerra economica industriale. Non è la prima volta che le guerre sono fatte per lanciare l’economia. Un’altra interpretazione: è stata una guerra economica perché la Jugoslavia si colloca sui corridoi di passaggio della grande linea del petrolio: Kasakistan, Turkestan, Azerbaigian.. Tra l’altro, questa ipotesi di guerra del petrolio è stata enunciata anche nei giornali per l’attacco all’Afganistan, che è stato fatto addirittura dopo aver tentato un accordo con i Talebani sulle rotte del petrolio. Dacchè non è avvenuto, si è fatta la guerra. Si tratta di definire che cosa è il terrorismo di Been Laden. L’ambizione di Been Laden è prendersi l’Arabia Saudita.. Da questo punto di vista, non solo la Fallaci, ma tutti i giornali italiani hanno affrontato temi devianti rispetto al problema, perché hanno parlato di relazioni intraculturali senza una diagnosi adeguata del terrorismo. Il problema non è il rapporto con gli islamici, il problema è perché Been Laden fa la guerra lì. Comunque un’idea di guerra economica.

Un’ultima cosa: l’idea di un federalismo egemonico sulla base del global sheriff; cioè: noi siamo i padroni del mondo, federiamo le nazioni con noi, però a livello subalterno. Questo fa da pendant al fatto che non si deve far nascere l’Europa. Non è un federalismo paritario, noi guidiamo la federazione, e quindi la NATO.. La potenza egemonica sono io, di volta in volta in accordo con le potenze sub-regionali per condurre delle guerre strategiche che oriento io. Allora mi posso alleare con l’Italia piuttosto che con la Germania, piuttosto che con un altro territorio, per fare questo tipo di operazioni.

Tra l’altro: sia la NATO che gli Americani, prima che scoppiasse il terrorismo, che ha un po’ cambiato la mappa della geopolitica, tentarono attraverso il Sud dell’Asia, l’Indonesia, ecc. di sviluppare provocazioni per destabilizzare la Cina, che, prima del terrorismo, era il vero potenziale avversario mondiale. Una volta parlai con un’economista e gli dissi che gli americani hanno bisogno di un interlocutore per regolare aree geografiche squilibrate; mi rispose che ero un ingenuo, gli americani non hanno bisogno di un interlocutore, non gliene frega nulla che ci siano le mafie in Russia o in Cina, perché poi l’interlocutore se lo creano loro. Cioè è una situazione di equilibri politici multi-direzionali. In fondo gli interlocutori si subiscono, ma se uno se li può scegliere preferisce sceglierseli. Quindi un federalismo egemonico e una guerra per la stabilità egemonica globale, quindi l’uso della forza per rimodellare nuove forme di concertazione gerarchica. Gli Usa tendono a modellare gerarchie. Tutto questo vuol dire che in nome della guerra umanitaria non solo non si riconoscono come legittimi gli avversari che si attaccano, ma si creano alleanze forzose che violano l’autonomia degli stessi stati, modellando gerarchie funzionali a secondo degli interessi. Ti riconosco, ma ti costringo ad associarti con me. Perché se tu non fai la guerra contro l’Afganistan, sei uno stato sovrano, però se anche uno stato connivente, perché non ti allei in una strategia umanitaria.

Zolo usa una formula, bestialitat und humanitat.,

Ancora un altro uso della guerra: la guerra come sanzione e quindi la guerra morale. Ora la guerra non può essere usata come sanzione. Nel diritto internazionale quando c’era il riconoscimento della sovranità, la guerra era addomesticata, ma non era nata come sanzione. Oggi la sanzione ha questo paesaggio terrificante, che da una parte muoiono 100.000 persone e dall’altra ne muore una, due e non per la guerra, ma per incidente. Quindi la sanzione non è la sanzione rispetto ad un regime, ma è una sanzione rispetto a popolazioni che sono anche contro il regime. Se si ha la sanzione morale, ammessa che sia legittima, essa non può che essere personale: tu sei sanzionato per il crimine che hai commesso, ma non si può porre una sanzione rispetto ad una popolazione che magari è la prima ad essere contro. I regimi devono essere giudicati dai loro popoli. Il diritto internazionale come dispositivo universale rende contraddittoria la guerra perché tutti gli individui sono titolari di diritti inviolabili. Nell’universalismo non è che l’universalità è un’astrazione, è la tutela di tutti i diritti, di tutti gli individui, dei singoli. Allora un dispositivo universale di guerra umanitaria finisce per violare la radice del diritto, cioè il diritto degli individui ad essere sanzionati in base a colpe che non hanno commesso. Una giustizia politica poi, che molte volte ha carattere retroattivo, e quindi si applicano sanzioni inventando ex-post il principio in base a cui sanzionare, violando un principio del diritto “nullum crimen sine legem”, e la legge deve essere positiva. Per Zolo bisogna scendere dall’altezza della morale. Io non sono mai stato per le guerre umanitarie, ma per le guerre efficaci sì. Per Zolo queste guerre non sono state neanche efficaci. Scendere dall’altezza della morale dovrebbe significare la rinuncia dall’usare i principi dell’etica Kantiana per legittimare, ancora una volta, una guerra egemonica delle potenze occidentali.

Il tema della guerra efficace lo si trova nel Cap. V “Le conseguenze della guerra” . Alcuni hanno sostenuto che la guerra del Kossovo fosse efficace. L’ha sostenuto Bobbio, io… Se il risultato della guerra è illegale, ed era stata comunque una guerra efficace, bisognerebbe mettere da parte ogni formalismo giuridico e dire che gli Usa hanno fatto bene. Se è vero che c’è una guerra etnica senza limiti, se ci sono prevaricazioni terribili, un discorso di contenuti, per quanto giuridicamente arbitrario, un discorso di sostanza dovrebbe essere accettato. Se un intervento placa un male maggiore, anche se è illegale, è bene che sia compiuto. Qui il problema si rovescia. La natura dell’efficacia è sempre ex-post. Un’operazione di questo genere non può mai essere giustificata per principi, può essere giustificata di fatto; ed è l’ultima parte del libro dove si possono anche sviluppare delle obbiezioni nei confronti di Zolo. Zolo in questa diagnosi ha lavorato molto sull’illegalità e arbitrarietà della guerra, poi nelle conclusioni tende a mostrare che la guerra non è stata neanche efficace.

Io su questo punto qualche problema ce l’avrei, perché indipendentemente o meno dalla colpevolezza di Milosevic, in Jugoslavia una rimodellazione di regime c’è stata, non si può dire che non sia successo niente, non si può dire che quella guerra abbia prodotto, adesso noi abbiamo anche il tempo per dirlo, soltanto una dinamica di occupazione. Perché lì si è riformulato un profilo governativo, sotto protettorato sì, però ci sono spazi di rappresentanza. Non possiamo dire che la guerra abbia prodotto soltanto occupazione militare e abbia lasciato un deserto e che lì non sia nato nulla. Lo stesso discorso, in parte, lo si può fare per l’Afganistan: noi non sappiamo come andranno a finire le cose, però ci troviamo dinnanzi ad una situazione in cui si sta rimodellando la rappresentanza. Quindi se ci mettiamo sul terreno dell’efficacia, mentre sul piano dell’illegittimità il discorso ha una sua plausibilità, sul piano dei risultati non si può dire che sono stati solo negativi.

Evidentemente la situazione è ben diversa quando si ha a che fare con altre sovranità. Per esempio, nel caso che noi abbiamo visto della guerra che c’è tra palestinesi e israeliani, Powell se ne è tornato indietro con le pive nel sacco perché lì un intervento diventa molto difficile proprio sul piano dell’efficacia. Qual è l’errore rispetto alla Jugoslavia? Che l’Occidente ha permesso e potenziato il logoramento. E’ molto più grave la strategia precedente che l’intervento alla fine. Insomma sul tema dell’efficacia il discorso di Zolo, secondo me, diventa più problematico. Ora la conclusione del libro di Zolo è troppo anticipata per fare bilancio. Ci troviamo in una situazione migliore rispetto a quella che ha descritto lui.

A questo punto come se ne esce? Qui c’è tutta una grande critica nei confronti del governo D’Alema rispetto alla guerra. Tutti voi che avete fatto bene le scuole medie (adesso non si fanno più) sapete bene che quando si parlava di Cavour si diceva che Cavour era stato un grande statista. Per esempio attraverso la guerra di Crimea è riuscito a sedersi al tavole delle grandi potenze di allora. La tesi che sostiene Zolo è che D’Alema abbia voluto giocare questa guerra per dare un ruolo internazionale all’Italia. Io apro un problema più serio, interno, che è da discutere perché alcuni lo hanno sollevato. Si dice che una delle ragioni fondamentali per cui il governo Prodi sia caduto era data dal fatto della guerra: soltanto un uomo di sinistra poteva permettere alla sinistra di avvallare un guerra di questo tipo. E il governo D’Alema è pensato da Cossiga e degli USA su questa base, cioè per ragioni di politica internazionale. Se fosse vero questo allora tutto il discorso su Prodi cambia. Io non la liquiderei come una banalità questa. Io questo argomento non lo abbandonerei, perché ben si combina con l’idea della dimensione unipolare che modella gerarchicamente gli stati. Se il meccanismo è quello, se tu hai un global sheriff che modella gli stati, allora è chiaro che con Blair parli in un modo, con D’Alema parli in un altro e crei delle alleanze verticali dove sostanzialmente poi tu esci.

Quale è la proposta di Zolo? L’unico modo per restaurare il diritto è che ci sia un bilanciamento reale dei poteri: forti aree di rappresentanza che si controllino a vicenda, nasca una grande area asiatica con la Cina, che si ristrutturi la Russia. C’è un’area di rappresentanze reali che vengono dai loro popoli e quindi hanno un potere di interdizione tra di loro, rappresentando qualcuno, mentre un’idea di rappresentanze mondiali dirette non ha le mediazioni realistiche. Uno dei motivi fondamentali della crisi dell’ONU è questo deficit di rappresentanza, dove c’è ancora questo modello delle nazioni vincitrici quando il mondo è diventato immenso, ecc. ecc. Il realismo politico dice: politiche di bilanciamento e di riequilibrio perché con il controllo di aree di rappresentanza si può anche definire la legalità di un intervento senza ricorrere a ideologie che lo giustifichino in modo del tutto arbitrario.

Trascrizione della relazione di Danilo Zolo

Ringrazio Salvatore Natoli per la presentazione e voi per la pazienza che avete avuto nel meditare quello che io ho scritto e poi di attendere il mio arrivo per continuare la conversazione e la discussione. Cercherò di rispondere alle sollecitazioni di Salvatore.

Io normalmente comunico un forte senso di certezza, di convinzione mentre sostengo le cose in cui credo, però sono anche sicuro che, in genere, sbaglio quando sono convintissimo delle cose in cui scommetto, quindi non datemi retta fino in fondo in questo tipo di problemi, nessuno ha la verità in tasca.

Il tema centrale del mio libricino è questo della menzogna umanitaria. Questo poteva essere il titolo, poi invece se ne è adottato un altro un tantino commerciale: un enunciato che è privo di significato in se stesso e quindi attira. Non a caso questo libro è stato pubblicato da una casa editrice occupata dal signor Berlusconi e quindi il gusto per la pubblicità ha invaso anche la titolazione dei libri. Ma l’ispirazione è questa: chi usa l’argomento umanitario per giustificare l’uso della forza internazionale intende ingannare. In che senso intende ingannare? Sempre in Occidente l’impegno bellico ha richiesto un grande sforzo di persuasione delle persone, uno sforzo di legittimazione anzi tutto di carattere religioso o morale. Non si fa la guerra senza che la guerra comporti un grande spreco di risorse, di sofferenze, di paura e di panico; non si fa la guerra senza convincersi e convincere che si tratta di una guerra giustificata da profonde ragioni morali. E il ricorso alla motivazione umanitaria è oggi quasi necessitato per il tipo di mondo in cui viviamo. Un tempo la guerra veniva giustificata in nome dell’unità del mondo cristiano, oppure, penso all’epoca coloniale a cavallo tra 800 e 900, la guerra si faceva per diffondere la civiltà, per convertire i barbari incivili ai modi della civiltà occidentale, della civiltà tout court. Anche la civiltà cattolica, scusate non voglio fare polemiche, doveva chiamarsi civiltà semplicemente. In un secondo tempo è stata chiamata civiltà cattolica perché, per antonomasia, la civiltà era la civiltà occidentale, profondamente ispirata a valori cristiani e cattolici.

Quindi è quasi obbligo oggi il ricorrere ad una motivazione umanitaria e questo tipo di presentazione e di giustificazione riesce a contrapporre l’opinione pubblica mondiale alla posizione di un singolo stato, di un singolo esponente politico, di un singolo paese che viene quindi isolato come nemico dell’umanità. E’ questo un meccanismo che già aveva intravisto Karl Schmith quando si impegnava in questa critica dell’universalismo umanitario della giustificazione della guerra. Io credo che questo sia un argomento da conservare: nessuna guerra è giusta; non dico che è ingiusta. Qui dovremo affinare la nostra metodologia perché la mia tesi è che c’è una sorta di incommensurabilità fra guerra e le categorie di carattere morale. Così come non diciamo, normalmente, stupro giusto, non diciamo tortura giusta, così forse dovremmo sentire come improponibile al nostro linguaggio il termine guerra giusta. O come non diciamo terremoto giusto, o bufera giusta o ingiusta. Norberto Bobbio nei primi anni ’60, in piena epoca nucleare sosteneva che la guerra moderna non può essere sottoposta a regole, controllata con comportamenti motivati da regole generali, così come non è appunto sottoponibile a regole il terremoto, o la tempesta, o la bufera. Per quale ragione? Perché in qualche modo l’etica o il diritto, cioè queste discipline normative, esigono che il fenomeno di cui si parla possa essere in qualche modo regolato, che in qualche modo sia contenibile in uno spazio di proporzionalità, di proporzioni. Ricordate che nella classica teoria della guerra giusta fin da Agostino si sostiene che la guerra può essere giustificata da certe ragioni, ma perché anche la condotta bellica sia giusta occorre che ci sia una qualche proporzione, una qualche misura di adeguatezza delle sofferenze provocate, dei danni provocati rispetto all’obiettivo che si vuole ottenere, che si suppone legittimo e naturalmente giustificato. Bobbio sosteneva che in epoca nucleare non è possibile contenere la cascata di conseguenze che una guerra può avere. Poi Bobbio ha un po’ rivisto questa posizione. Forse ricorderete che a proposito della guerra del golfo, Bobbio sostenne inizialmente che era una guerra giusta. Nel gennaio 1991, quando scoppiò la guerra, il Corriere della Sera comparve con un titolo a caratteri cubitale: “Bobbio. Questa guerra è giusta”. Ricordo che intervenni subito su un altro quotidiano italiano, l’Unità, per sostenere che la stessa categoria di guerra giusta era ormai improponibile e accusando un po’ Bobbio di inconseguenza perché in precedenza aveva sostenuto le cose che stavo dicendo e ora invece si impegnava in una definizione così grave: questa guerra era giusta. Abbiamo avuto varie discussioni, pubbliche e private, anche abbastanza tese in qualche circostanza, e lui ha continuato a sostenere: sì è vero, sì ho detto queste cose, la presenza del terrore nucleare cambia lo scenario, anche morale, della guerra, e però dobbiamo continuare a distinguere fra violenza prima e violenza seconda, a distinguere fra chi usa la forza per primo e chi la usa per difendersi da un’aggressione. Infatti in qualche modo è legittimo, io penso, tentare di distinguere tra chi usa la forza militare per attaccare, per aggredire e chi è costretto a difendersi.

In qualche modo, se me lo consentite, potremo tentare di applicare questo schema anche alla questione palestinese. In qualche modo non usare categorie moralistiche, ma cercare di ricostruire le ragioni delle due parti e poi dare un giudizio, ripeto non di carattere morale, ma di opportunità politica in funzione di questa differenza. L’articolo 51 della Carta dell’ONU riconosce il diritto naturale alla self-defence. Nella Carta dell’ONU si stabilisce un assoluto monopolio dell’uso legittimo della forza in testa al Consiglio di Sicurezza che è l’unico, secondo questa visione, per cui la forza può essere usata in modo legittimo. Anche qui il discorso sarebbe lungo. C’è stata questa unica eccezione strappata, fra l’altro, a paesi americani a S. Francisco nel ’45. Inizialmente il progetto della Carta escludeva qualsiasi uso della forza che non fosse quello appunto intrapreso dal Consiglio di Sicurezza. L’Art. 51 consente ad uno stato attaccato da un altro stato l’uso della forza in permanenza dell’attacco. Quindi secondo il diritto internazionale vigente è legittimo l’uso della forza da parte di soggetti diversi dal Consiglio di Sicurezza se uno stato, ripeto uno stato, è attaccato da un altro stato e soltanto durante l’intervento, non successivamente, non per ritorsione o per punizione, e così via.

Perché, insisto, sarebbe molto interessante fare un’altra attualizzazione rispetto al mio libretto, vedere se ha senso sul piano del diritto internazionale l’equiparazione di un attentato terroristico ad un attacco militare. Questo è un discorso molto interessante. E’ uscito un bel saggio di Antonio Cassese su questo punto, il quale contesta che sulla base del diritto internazionale si possa tout court considerare anche un gravissimo attentato terroristico come quello delle due torri, come un attacco militare che fa scattare il diritto di self-defence previsto dall’Art. 51 della Carta dell’ONU.

Ecco, se volete possiamo poi sviluppare questi due punti: Palestina per un verso e guerra in Afganistan per un altro, con tutte le conseguenze che ne sono derivate anche in termini di decisioni prese all’interno degli USA nei confronti dei cittadini, ma sopra tutto nei confronti degli stranieri sospettati di essere terroristi. Quindi, per concludere su questo punto, io credo che sia ragionevole, in qualche misura, distinguere fra le ragioni politiche, io dico non morali (non mi interessano) di chi attacca per primo, dalle ragioni politiche di chi si difende dall’attacco. Questo mi sembra ancora ragionevole. Tuttavia sono orientato a pensare che la difesa riesca sempre a scatenare un processo che può portare, in epoca nucleare, a superare la soglia nucleare. Questo è il grande, grandissimo problema sempre presente in qualsiasi focolaio di guerra rilevante e sicuramente lo è l’Afganistan, lo è la Palestina. Bush, in modo esplicito, ha sostenuto che nessuna arma era, in linea di principio, messa al bando nella possibile guerra contro l’asse del male. Una delle conseguenze della guerra per il Kossovo è stata la ripresa della corsa agli armamenti nucleari che a questo punto pochi osservatori hanno sottolineato. Siamo cioè in una fase in cui tutte le grandi potenze, di un qualche rilievo, stanno moltiplicando il loro impegno per produrre armi nucleari sempre più sofisticate, sempre più potenti per un verso, ma anche armi nucleari di medio raggio, di piccolo raggio, cioè diciamo quasi nucleari, capaci di avere effetti distruttivi come quelle nucleari, però entro raggi limitati.

Ricorderete che le blue-bombs usate a Bora Bora dagli Usa nell’ultima fase della guerra. Erano bombe quasi nucleari nel senso che erano studiate per colpire l’ingresso di tunnel o di caverne, quindi non scoppiavano immediatamente, emettevano dei gas micidiali che invadevano queste aree sotterranee e poi successivamente esplodeva la bomba e quindi si provocavano effetti nucleari, nel senso di distruzione immediata dell’ossigeno con effetto di aspirazione, e quindi di uccisione di tutte le forme viventi presenti nell’ambiente. Queste bombe sono state usate anche nella guerra del Golfo. Hanno l’effetto di distruggere la vita umana in un raggio di 300 metri. Sono nucleari addomesticate nel senso che la scala dell’effetto distruttivo della bomba nucleare è concentrato in un piccolo spazio, con altissima utilità dal punto di vista bellico.

Quindi, ripeto, è legittimo, è ragionevole considerare chi è stato il primo, che è la logica della Carta dell’ONU. L’intera dottrina della guerra giusta, dottrina inventata dai cattolici, è stata conservata parzialmente sul versante dello “ius in bello”, cioè di accordi internazionali per vietare l’uso di certi strumenti militari particolarmente distruttivi, o per mettere al bando certe pratiche belliche, per esempio, lo sterminio dei prigionieri. Ecco, questa è forse una delle poche tematiche in cui lo “ius in bello”, secolarizzato, diventato diritto internazionale moderno, ha avuto efficacia. Mentre l’intera tematica etico-teologica della guerra giusta è stata praticamente espulsa dal diritto internazionale moderno perché la Carta dell’ONU sostiene che chiunque usa la forza militare per primo, per qualsiasi ragione è l’aggressore. L’uso legittimo è monopolio del Consiglio di Sicurezza.

Poi, se volete, possiamo vedere come di fatto questo monopolio è stato gestito. In realtà il Consiglio di Sicurezza come tale non ha gestito proprio nulla e in realtà la pratica che si è instaurata è di appaltare la guerra, mentre la Carta dell’ONU prevede che ci sia un corpo militare sempre presente, organizzato, a disposizione del Consiglio di Sicurezza e sotto il controllo politico del Consiglio di Sicurezza. Si pensava non propriamente ad una guerra col suo arbitrio distruttivo, ma si pensava ad operazioni di polizia internazionale. C’è una differenza fra operazioni di polizia internazionale e guerra. L’emblema dell’intervento di polizia internazionale dovrebbe essere quello di una polizia democratica, se volete anche la nostra, con tutti i suoi difetti, non è la peggiore del mondo. Conosco bene il Brasile, so che cos’è una polizia in un paese che non rispetta le regole di uno stato di diritto. Una polizia che cerca di limitare al massimo gli effetti distruttivi e che, sopratutto, considera la vita degli avversari o dei nemici di valore uguale a quella dei membri del corpo di polizia. Cioè un atteggiamento non razzistico, un atteggiamento per cui, per garantire l’ordine non si possono sacrificare vite innocenti, o sacrificarle in maniera ridottissima, quando è veramente inevitabile. A me pare che normalmente le guerre condotte anche in nome del Consiglio di Sicurezza da potenze a cui questo compito è stato appaltato, hanno usato criteri di assoluta non curanza nei confronti del problema che nessuna persona innocente può essere uccisa. Io non sono dogmatico, ma credo che questo sia un punto autorizzato dall’importantissimo “nessuno ha il potere sulla nostra vita”, tutti abbiamo il diritto di vivere e se siamo poi innocenti nessuno può decidere di sacrificare la nostra vita per nessuna ragione. Questa è la mia posizione, questo per me è un assoluto.

Si dice che nel Kosovo occorreva comunque intervenire, che comunque c’era un obbligo a carico della comunità internazionale di intervenire con la forza perché sembra che non ci fossero altri strumenti a disposizione per impedire qualcosa di molto simile al genocidio, o comunque alla pulizia etnica, o comunque ad una gravissima violazione dei diritti fondamentali di un gruppo etnico. Io non credo che fosse chiaro che si dovesse intervenire, perché conflitti come quello, conflitti motivati da ragioni secolari non era la prima volte che scoppiavano nei Balcani. Le ragioni dello scontro fra etnie dell’area balcanico sono ragioni che hanno radici millenarie, risalgono all’esperienza dell’occupazione delle aree da parte dell’impero ottomano. Quindi pensare che si debba intervenire urgentemente per risolvere una questione che ha profondissime radici è compiere operazione irragionevole. Io credo che si possa argomentare a posteriori che l’intervento militare non abbia pacificato quell’area che resta un’area di altissima instabilità e che lo sarà finché ci saranno fortissime tensioni tra gruppi etnici che hanno, diciamo, rivendicazioni indentitarie e territoriali egualmente legittime.

E’ molto pericoloso pensare che si possano estinguere i conflitti, anche quelli armati, sovrapponendo un potere soverchiante che pretende di estinguere anche le ragioni del conflitto. Alcuni ritengono che fosse necessario che una forza esterna, militarmente soverchiante, intervenisse per spegnere l’incendio. Io penso che non è questo uno strumento legittimo, ma neppure efficace, per riportare la pace là dove, ripeto, si scontrano motivazioni identitarie che non sono negoziabili, dove il compromesso è molto molto difficile.

Una delle conseguenze dell’intervento in Kosovo è stato semplicemente il rovesciamento della direzione del genocidio o, comunque, della violazione grave dei diritti degli uomini e delle donne: i serbi sono diventati le vittime e la maggioranza kossovara-albanese la maggioranza oppressiva con eventi anche gravissimi che io ho ricordato nel mio libretto.

C’è l’altro argomento: se si decide che la comunità internazionale ha il dovere di intervenire tutte le volte in cui ci sono gravi eventi di violazione dei diritti fondamentali delle persone, bisogna farlo con qualche criterio di equità e sulla base di valutazioni che siano minimamente imparziali, neutrali rispetto alle ragioni dello scontro fra le grandi potenze e secondo qualche straccio di regola.

Voi sapete che nei 10 mesi precedenti all’intervento della NATO la guerra civile nell’area del Kosovo aveva provocato non più di 2100-2200. Negli stessi mesi, sull’altra sponda del Mediterraneo, in Algeria, almeno 80.000 persone erano state strangolate.

La teoria della guerra giusta pensa che ci possano essere giochi di guerra e cioè che si possa giocare con la guerra. Che significa giocare con la guerra? Fare guerre secondo regole rispettate da entrambi i contendenti. Era questo un mito teologico, ed anche illuministico, quando si è pensato che il singolo stato potesse essere titolare dello “ius ad bellum”, di un diritto alla guerra e che si poteva fare la guerra secondo regole, rispettandole in modo cavalleresco, per così dire. Sapete che in un certo periodo era doveroso persino dichiarare la guerra. Se la guerra non veniva dichiarata con le procedure diplomatiche previste era una guerra ingiusta. Ora tutto questo è saltato, completamente saltato perché ormai è chiaro a tutti che la guerra è l’assenza di regole, quindi se alla fine del gioco all’improvviso il vincitore uccide il perdente, è nella logica della guerra e quindi non ci sono giochi di guerra nel senso che la guerra possa essere sottomessa a regole. E mi pare che gli eventi più recenti sono esempi, non di giochi di guerra, ma di guerra senza alcun gioco, cioè senza alcuna regola possibile.

Non sempre per altro è così facile capire chi è l’aggressore, nel senso di colui che per primo usa la forza, perché si può costringere l’avversario ad usare a sua volta la forza; un po’ come avviene fra fidanzati, o fra marito e moglie. I maschi riescono sempre a convincere le donne ad usare la forza per prime, cioè a chiedere il divorzio, perché non hanno il coraggio di dire che la cosa è finita, lo fanno dire all’altra. Secondo me ci possono essere condizioni particolari e quindi occorre giudicare caso per caso, con molta saggezza. Però ci sono casi estremi. Nel 1981 Israele ha deciso di bombardare delle strutture industriali irachene sostenendo che stavano costruendo armi chimiche. E anche nucleari. Cosa hanno fatto? Hanno deciso, gli aerei hanno bombardato, distrutto e sono tornati. La cosa è finita lì. Questo sicuramente è un attacco, è un uso della forza sicuramente illegittimo, contro la forma del diritto internazionale, ma anche nella sostanza perché non era affatto provato, c’era soltanto la pretesa, che continua ancora, di quel paese di essere l’unica, grandissima potenza nucleare dell’area e non intende minimamente consentire ad altri di armarsi con armi nucleari. Israele è pronta a collaborare con gli USA nella prossima guerra, ormai sicura io temo, cioè la guerra contro l’Irak. Sicuramente Israele è pronta e per questo Sharon è definito uomo di pace, perché è l’alleato strategico per la prossima guerra, perché una guerra in quello scacchiere non si fa senza il sostegno dell’intelligence israeliana ed anche della struttura militare israeliana che è potentissima. Pensate che gli Usa comprano armi raffinatissime da Israele che ha tecnologie in questo settore superiori a quelle degli USA.

Volevo aggiungere un’altra cosa minima: l’embargo è un atto di guerra dal punto di vista formale ma anche sostanziale, l’embargo è guerra. Se si impedisce a un popolo di avere rapporti commerciali o di assicurasi le risorse impedendo il movimento delle sue navi, dei suoi aerei, e così via, di fatto si è dichiarata una guerra. Si chiama embargo ma è sostanzialmente l’uso della forza perché comporta l’uso della forza contro navi, aerei o altri mezzi di trasporto che violino il divieto di introduzione di merci o di altri prodotti,

Il secondo punto di grande rilievo è che se intendiamo orientarci nel mondo in cui viviamo per questi aspetti, e capire cosa sta avvenendo nello scacchiere internazionale, è molto utile fare riferimento alla circostanza che il mondo è cambiato con la fine della guerra fredda. Da una situazione di equilibrio, con tutti i suoi rischi, fra due grandi potenze nucleari, siamo passati ad una situazione, forse senza precedenti nella storia umana, di una potenza che ha vinto l’ultima guerra, la guerra fredda, e l’ha vinta raggiungendo un livello di egemonia planetaria, assolutamente inarrivabile per tutta l’umanità messa assieme. C’è un gap inaudito sul piano militare, innanzi tutto, sul piano tecnologico, sul piano economico, sul piano finanziario, sul piano dell’incredibile quantità di conoscenze e di capacità di indagine di cui dispongono gli USA. E’ un gap che aumenta ad ogni guerra, perché la guerra è per gli USA anche l’occasione per affinare i suoi strumenti di egemonia, di controllo e di sperimentare nuove armi. Pensate che persino la guerra umanitaria in Kosovo, in questa zona limitata, contro uno stato debolissimo, poverissimo come la Serbia gli USA hanno usato strumenti molto raffinati come l’uso di proiettili all’uranio impoverito. Gli USA, usando le “cluster bombs”, hanno aggiunto altre migliaia e migliaia di mine in Afganistan. Sapete come sono le “cluster bombs”? Sono bombe che scoppiano a 10-20 metri, a frammentazione, e liberano una grande quantità di bombette, di piccole mine, che hanno la forma di bottiglia, di un certo colore arancione, fra l’altro, e soltanto una parte di questo ordigno esplode se entra a contatto con un oggetto solido, altrimenti se finisce in un prato o su un oggetto non molto solido non scoppiano e quindi hanno la stessa funzione delle mine e per questo sono armi illegali. Pensare che tutti i membri della NATO avevano sottoscritto il trattato per il bando delle mine antiuomo e l’hanno sistematicamente violato in Kossovo e in Afganistan. In Afganistan, forse non lo sapete, pare che circa il 70% delle mine sono italiane, e sono le più pericolose perché sono di plastica, non si riesce a individuarle con i “metal detectors” normali.

Io credo che per orientarci in questo scenario così complicato e così allarmante, occorre capire che il mondo è cambiato: una sola potenza ha il compito di governare il mondo. Non voglio neppure essere polemico: qualsiasi stato si trovasse nella situazione degli USA, cioè di assoluto leader mondiale, non potrebbe non comportarsi. Uno stato ed una classe dirigente si qualifica di fronte ai propri cittadini o elettori nella misura in cui conserva i privilegi dei propri cittadini. Quindi è chiaro che gli USA sono impegnatissimi a conservare, e possibilmente consolidare, la loro posizione di massima potenza mondiale. E l’Europa è nell’ombra di questa piramide di potenza e di ricchezza.

Ora, per capire come questa egemonia può essere mantenuta è necessario leggere i documenti che il Pentagono e il Dipartimento di Stato pubblicano periodicamente per mettere a punto quali sono le strategie di fondo della massima potenza. Sono particolarmente interessanti i documenti pubblicati nei primi anni ’90, quando si è lanciata l’idea del “new world order”, il nuovo ordine mondiale, e della “global security” e cioè l’idea che ormai non c’era più una grande potenza che mettesse a repentaglio l’egemonia degli USA e quindi gli USA avevano il compito di garantire l’ordine mondiale con la propria forze e, nello stesso tempo, di tentare di espandere l’area di vigenza dei principi occidentali, i diritti dell’uomo, la democrazia e, sopra tutto, la libertà del mercato.

Il punto più interessante è che secondo queste analisi, riconfermate successivamente, ormai i pericoli contro l’ordine mondiale venivano essenzialmente dal cosiddetto terzo mondo, cioè dai paesi poveri e quindi maggiormente tentati da una turbolenza che mettesse a repentaglio la presente distribuzione del potere internazionale e della ricchezza internazionale. Quindi ecco la proposta, già nel ’91 e ’92, di una riforma profonda della NATO. La NATO avrebbe dovuto scomparire, perché scomparso il Patto di Varsavia sarebbe stato logico chiudere questa baracca, invece no, con grande acume strategico la NATO rimane e cambia funzione: non è più uno strumento puramente difensivo europeo e nord-americano, ma diventa uno strumento proiettivo, attivo, aggressivo in qualche modo, che può operare anche fuori area (out of area) cioè al di fuori dei limiti posti dall’Art. 5 dello Statuto della NATO.La NATO così diventa non soltanto lo strumento di garanzia dell’ordine a vantaggio delle potenze occidentali, ma lentamente, nel corso dell’ultimo decennio, diventa il braccio militare delle Nazioni Unite. Questo è un fenomeno singolarissimo: un’alleanza militare di parte, prodotta dalla guerra fredda, nel giro di pochi anni si riqualifica e diventa uno strumento di uso della forza con pretese universalistiche e con l’ambizione di essere neutrale.Un discorso analogo si potrebbe fare anche per la giurisdizione penale internazionale che ha usato la NATO come polizia giudiziaria sempre sulla base di questa assunzione di neutralità e indipendenza della NATO.

In quei documenti dei primi anni ’90 si lancia l’idea dell’erosione della sovranità degli stati nazionali. Ormai gli stati sono finiti e quindi il potere-dovere delle grandi potenze di intervenire a sedare conflitti non soltanto fra gli stati, ma anche a sedare guerre civili interne agli stati, senza più rispettare il sacrosanto principio della non ingerenza negli affari interni degli stati e del rispetto della sovranità degli stati, il che significa rispetto dell’integrità territoriale e dell’indipendenza politica degli stati. Questo detto chiaramente ai primi anni ’90. Gli Usa lo faranno a conclusione della guerra del Golfo, quando intervengono militarmente nel nord dell’Irak adducendo ragioni umanitarie ( è la prima volta che si fa) per proteggere la minoranza curda contro il regime di Saddam Hussein, e si continua inventando delle “no flying zones” nel sud dell’Irak. E si continua in Somalia, si continua in Ruanda, ad Haiti e poi con le due classiche guerre balcaniche, entrambe motivate da ragioni umanitarie in dispregio di questo principio westfaliano che è alla base del diritto internazionale moderno e cioè che le decisioni a livello internazionale vengono prese dagli stati in quanto rappresentanti di sistemi politici che hanno assoluto diritto alla propria sovranità.

Anche l’embargo a Cuba è sostanzialmente un atto di guerra, illegittimo perché Cuba non ha mai aggredito minacciato gli USA. Sono infinite le forme nel mondo intero…. Pensate alla presenza delle basi militari USA anche nel nostro paese. Siamo l’unico paese in Europa che non ha mai proposto agli USA di rinegoziare le basi militari nel nostro territorio. Tutti gli altri lo hanno fatto. Oggi sarebbe legittimo farlo perché il territorio italiano è territorio europeo, e l’Europa dovrebbe in qualche misura avere diritto a una minima autonomia militare, invece nessuno ha mai proposto questo. Anzi, al contrario, come sapete. Un altro degli esiti della guerra in Kossovo, è stato l’ampliamento della base di Aviano. La base è raddoppiata con un contributo finanziario rilevante anche del governo italiano. E’ stato D’Alema in persona che ha sottoscritto questo e ora si sta creando una catena di grandi basi militari USA..

Poi, ovviamente il medio-oriente. Mancava una presenza militare robusta degli USA nell’area che fa da cuscinetto fra l’Iran, l’India e la Cina e Osama Bin Laden ha offerto su un piatto d’argento agli USA la possibilità di motivare questo intervento che ha come obbiettivo sicuramente quello di controllare un’area diventata cruciale dal punto di vista strategico. E’ ormai certo che nell’area caspiana e caucasica ci sono immense ricchezze energetiche di petrolio e di gas naturale, largamente superiori a quelle classiche dell’area medio-orientale. Ma forse non è neppure questo l’obbiettivo strategico fondamentale; fondamentale è che in questo modo si continua, per un verso, l’accerchiamento dell’ex Unione Sovietica, in una zona delicatissima, quella delle ex repubbliche sovietiche e quindi si stringe il cerchio. Non a caso ci sono rapporti stretti con la Georgia.. Poi l’occupazione dell’Afganistan, del Tagikistan, forse anche del Turmekistan. Una conseguenza importante è che in Pakistan è in costruzione un’altra immensa base militare degli Usa. E simultaneamente, due piccioni con una fava, si completa l’accerchiamento della Cina. Questo, secondo me, è il grande obbiettivo. La Cina non va dimenticata, è sempre presente. Se leggete i quotidiani USA vi accorgete che cè un’attenzione enorme a tutto quello che succede in Cina.

Ho forse divagato un po’ dal punto centrale però è un po’ di quello che sta avvenendo in termini di strategia mondiale. Non sono gli arabi islamici il rischio vero contro l’egemonia statunitense, ma sono i cinesi.

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