Danilo Zolo. Cosmopolis. La prospettiva di un governo mondiale.

Questo libro di Danilo Zolo appare notevole per la sua profeticità, è stato infatti pubblicato per la prima volta nel 1995, e dunque scritto almeno undici anni fa, eppure è attualissimo perché già allora coglieva con estrema chiarezza quei grandi temi di politica internazionale che sarebbero emersi nel decennio seguente. Si tratta di un testo che affronta con cura analitica una materia molto complessa, il sistema planetario dei rapporti politici, ma che riesce ad essere limpido in ogni passaggio e sempre di agevole lettura. Altri pregi di questo volume riguardano la sua capacità di non limitarsi a una mappatura dello stato della questione, che pure c’è ed è precisa, né all’enunciazione della dimensione problematica, ma di offrire una teoria dei rapporti politici, costruita attarverso la presa di posizione nei confronti delle teorie concorrenti.

1. leggi il testo dell’introduzione di Roberto Diodato

2. leggi la trascrizione della relazione di Danilo Zolo

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Testo dell’introduzione di Roberto Diodato a Danilo Zolo

Innanzi tutto questo libro di Danilo Zolo appare notevole per la sua profeticità, è stato infatti pubblicato per la prima volta nel 1995, e dunque scritto almeno undici anni fa, eppure è attualissimo perché già allora coglieva con estrema chiarezza quei grandi temi di politica internazionale che sarebbero emersi nel decennio seguente. Si tratta di un testo che affronta con cura analitica una materia molto complessa, il sistema planetario dei rapporti politici, ma che riesce ad essere limpido in ogni passaggio e sempre di agevole lettura. Altri pregi di questo volume riguardano la sua capacità di non limitarsi a una mappatura dello stato della questione, che pure c’è ed è precisa, né all’enunciazione della dimensione problematica, ma di offrire una teoria dei rapporti politici, costruita attarverso la presa di posizione nei confronti delle teorie concorrenti. Tale teoria si colloca al livello della filosofia politica, e credo sia soprattutto questo il livello a cui può essere discusso. Quindi procedo così: per mezzo di alcune citazioni fornisco uno schema riassuntivo del testo, capitolo per capitolo, e pongo in fine qualche questione.

Nel primo capitolo, intitolato Il modello cosmopolitico della Santa Alleanza, Zolo mostra il progressivo tentativo avvenuto in particolare durante gli ultimi due secoli, di dar vita «a una moderna Cosmopolis nella quale la pace e la stabilità venissero garantite da una legittima garanzia di potere». A partire dalla costituzione della Santa Alleanza, quel “governo congressuale” sorto ad opera di Russia, Prussia, Austria, e a cui aderisce di fatto anche la Gran Bretagna, sorto dopo le guerre napoleoniche per garantire il “bene del mondo”, la “tranquillità e la prosperità dei popoli e il mantenimento della pace fra gli Stati”, procedendo per la Società delle Nazioni, nata dopo la Prima Guerra mondiale per iniziativa delle potenze vincitrici, ancora con lo scopo di assicurare stabilità e pace al quadro internazionale, fino alle costituzione delle Nazioni Unite dopo la Seconda Guerra mondiale, nel 1945. Al di là delle ovvie differenza, del resto messe bene in luce da Zolo, un’unica complessiva idea di controllo reciproco tra gli Stati-nazione unifica i tre progetti di pace stabile e universale: sappiamo tutti che questa strategia non ha avuto successo, soprattutto perché gli Stati più forti hanno comunque praticato, anche all’interno e dall’interno delle stesse istituzioni internazionali, una politica di potenza che spesso violava in modo aperto i principi ai quali pure avevano aderito. Ma ai nostri giorni, segnala Zolo, si sta imponendo una nuova strategia che ha le sue origini in quella sopra segnalata, e perciò può considerarsi il suo ultimo sviluppo, ma è al tempo stesso caratterizzata da una rilevante novità. L’ idea di base di questa nuova strategia è riassumibile così: «ogni possibile progresso verso il superamento della violenza fra gli Stati è oggi sottoposto a una condizione preliminare. Occorre metter fine alla situazione di anarchia internazionale che il mondo mo­derno ha ereditato dall’Europa del Seicento. Ciò è tanto più necessario a causa della crescente globalizzazione dei pro­blemi della direzione politica, dello sviluppo economico, del­l’utilizzazione razionale delle risorse, del controllo dell’am­biente». Ciò vuol dire che mentre Santa alleanza, Società delle nazioni, Nazioni Unite, facevano comunque riferimento al quadro internazionale moderno caratterizzato dal sistema degli Stati sovrani che si è affermato in Europa con la pace di Westfalia (1648) e che alla fine dell’Ottocento è divenuto universale, oggi dovremmo prendere congedo da questo sistema, che com’è noto «aveva sancito l’e­sclusiva potestà interna degli Stati nazionali e la loro asso­luta indipendenza verso l’esterno. Al posto del “modello di Westfalia” occorrerebbe —secondo questa prospettiva— dar vita e legittimità formale a una nuova gerarchia di potere internazionale, a qualcosa come una moderna Cosmopolis nella quale sia i rapporti interstatali, sia i rapporti fra gli Stati e i loro cittadini siano sotto­posti al controllo e al potere di intervento di un “governo mondiale”».

Ora Zolo è  —come vedremo— fortemente critico verso questa prospettiva, che però davvero a prima vista potrebbe apparire ragionevole, se non altro perché è difficile negare che oggi il sistema degli Stati nazionali è in crisi e che il processo di democra­tizzazione della comunità internazionale non ha fatto gran­di progressi.

Sappiamo tutti che le Nazioni Unite appaiono «inidonee non solo a garantire la pace, ma anche a operare efficacemente per la protezione interna­zionale dei diritti, per lo sviluppo economico‑sociale delle aree più povere e arretrate del pianeta e per la tutela del­l’ambiente». E sappiamo anche «che la responsabilità di questa situazione grava in massima parte sulle democrazie industriali, le sole che dispongano del potere e delle risorse economiche che sarebbero necessarie per una riforma delle istituzioni internazionali. E tuttavia i paesi democratici operano secondo criteri che non si distinguono da quelli che verrebbero seguiti da regimi autocratici o totalitari, a cominciare dal ricorso alla guerra, dalle strategie tariffarie e non‑tariffarie che emarginano i paesi più deboli, dalle politiche dell’immigrazione e dell’ambiente».

Eppure è altrettanto chiaro che se l’obbiettivo è un sistema internazionale stabilmente pacifico, e se questa pace non può più essere garantita dal principio dell’equilibrio della potenza tra Stati oppure  dall’equilibrio del terrore, allora «sarebbe indispensabile un pactum subjectionis che subordini il potere di autodifesa degli Stati a una autorità comune, dotata di una considerevole forza militare. Sa­rebbe dunque necessaria una radicale riforma delle istitu­zioni internazionali, anzitutto delle Nazioni Unite, al fine di aumentarne il potere e di espanderne le funzioni». Si tratterebbe allora di mutare il carattere interno, direi quasi il senso e la struttura ontologica, delle istituzioni internazionali al fine di superare il loro manifesto fallimento. E’ questa l’idea “forte”, emergente nel panorama del pensiero politico: l’ipotesi di costituzione di un “governo globale” del disordine internazionale, che permetta di allontanare lo spettro della distruzione del pianeta; una Cosmopolis che garantisca salvezza e pace. Ora proprio contro questa ipotesi muove il pensiero Zolo, ritenendola «troppo elementare rispetto alla complessità e turbolenza dei rapporti internazionali».

Il punto di svolta politico che mostra secondo Zolo la debolezza della prospettiva Cosmopolis, cioè la sua deficienza di realismo, è la Guerra del Golfo del ’91 «una guerra —scrive Zolo— che in pochi anni l’opinione pubblica occidentale è riuscita a rimuovere dalla sua memoria storica e che io invece considero come uno degli eventi più carichi di conseguenze negative per il sistema internazionale che siano accaduti nel corso del secolo». Alla guerra del Golfo è appunto dedicato il secondo capitolo del libro. La guerra del Golfo è un punto di svolta in quanto è la prima vera guerra cosmopolitica, tale da permettere la costruzione di una strategia politica adatta al nuovo ordine mondiale, quello successivo alla guerra fredda e alla politica atomica del terrore. A partire dalla giustificazione di questa guerra viene ideata, dall’aministrazione statunitense e dai suoi teorici, la nuova nozione strategico-militare ed essenzialmente politica di sicurezza globale, fondata sui seguenti punti (che riprendo dalle pp. 42-43):

1- il crollo dell’impero sovietico e la fine della guerra fredda hanno aperto una nuova era… Gli Stati Uniti hanno a portata di mano la “straordinaria possibilità” di costruire un sistema internazionale giusto e pacifico, ispirato ai valori della libertà e della democrazia propri dell’Occidente. Gli Stati Uniti sono la sola potenza in grado di garantire l’ordine e la sicurezza mondiali nell’era post-nucleare;

2- la costruzione del nuovo ordine mondiale deve fondarsi su un sistema di sicurezza “globale” che tenga conto della crescente interdipendenza economica, tecnologica e informatica del pianeta…Questo sistema esige una stretta cooperazione tra i paesi che appartengono alle tre grandi aree industriale del pianeta (Stati Uniti, Europa,Giappone) sotto la leadership politica e militare degli Stati Uniti;

3- l’organizzazione della global security comporta una drastica correzione della strategia della Nato… Il tradizionale quadro geografico dell’Alleanza atlantica deve dolatarsi fino a tener conto dei crescenti rischi di anarchia internazionale provenienti da una molteplicità di aree regionali, in modo particolare del Terzo Mondo. E’ dal Terzo Mondo che possono venire le minacce più gravi per la sicurezza collettiva e per la pace, a causa dei potenziali di conflitto che vi sono annidati. Le crescenti rivalità economiche tra i paesi in via di sviluppo, l’esplosione dei nazionalismi, l’intolleranza religiosa, gli odi razziali, la pressione demografica, le variazioni climatiche con la conseguente possibilità di disastri ambientali sono tutti fattori destinati a minacciare la sicurezza della collettività mondiale e in particolare gli interessi dei paesi industriali;

4 – l’accresciuta complessità e interdipendenza dei fattori internazionali ha reso più vulnerabili gli interessi vitali dei paesi industrializzati (accesso alle fonti energetiche, soprattutto petrolio, approvvigionamento delle materie prime, sicurezza dei traffici e dei trasporti, stabilità dei mercati finanziari). Dunque i paesi industriali sono interessati a reprimere i fattori di turbamento, in primo luogo il terrorismo internazionale, e a contrastare la proliferazione delle armi non convenzionali.

Conclusione: per realizzare concretamente  gli obiettivi della nuova strategia le potenze industriali dovranno mettere risolutamente da parte il principio della non ingerenza degli affari interni degli Stati sovrani e legittimare il loro diritto-dovere di “ingerenza umanitaria” in tutti i casi in cui giudicheranno necessario intervenire  per risolvere situazioni e crisi interne a singoli Stati.

Ora Zolo rileva l’incredibile successo di questa strategia, che come tutti abbiamo notato è di fatto quella corrente oggi, che è stata legittimata, relativamente alla Guerra del Golfo (ma anche in seguito, durante gli anni ’90,  relativamente alla partecipazione al conflitto bosniaco da parte della Nato, all’intervento definito “umanitario” in Somalia, al neocolonialismo francese in Ruanda, all’invasione statunitense di Haiti), anche da intellettuali italiani di prestigio, a partire da Norberto Bobbio. «Mi sorprese — scrive Zolo — che un gruppo di intellettuali italiani, pur impegnati a ricostruire le “ragioni della sinistra”, interpretassero la Guerra del Golfo come la risposta del liberalismo democratico occidentale al fondamentalismo islamico e al pacifismo laico e cattolico… Da allora il silenzio o l’apologia sono diventati una consuetudine, anche in larghi settori della sinistra».

Dunque in sintesi Zolo rileva che in fin dei conti «l’emergente filosofia cosmopolitica tende a giustificare in termini teorici la nuova strategia delle potenze industriali e il ruolo che in essa dovrebbero assumere le istituzioni internazionali.. le prospettive teoriche “globalistiche” … possono prestarsi a giustificare, ad esempio, la nuova teoria della “ingerenza umanitaria” delle grandi potenze nelle questioni politiche, economiche e sociali degli altri stati, anche contro la volontà dei loro governi o contro la volontà di maggioranze o di minoranze presenti all’interno di questi paesi». Si può, in altri termini, pensare una vocazione morale o una responsabilità planetaria senza di fatto favorire un governo mondiale portatore di idee e interessi dei membri potenti che lo compongono? Si può costituire davvero l’immagine di una razionalità morale, giuridica e politica del governo mondiale che non sia di parte (i valori dell’Occidente, per esempio)? Il sogno cosmopolitico della monarchia universale, dell’autorità politica sopranazionale garante di ordine e pace, non è comunque vincolato dai rapporti di forza interni, e non è in ultima analisi una forma di mascheramento ideale di questi rapporti? Zolo muove nelle sue pagine contro questo sogno, disegnando una concezione “complessa” e “realistica” delle relazioni internazionali, cioè «pluralistica, dinamica e conflittuale», nella convinzione che «la diversità, il mutamento e la differenziazione dovrebbero essere la regola, e non l’eccezione, nell’attivazione delle relazioni internazionali capaci di ridurre la paura al di fuori di ogni tentativo di estinguere il conflitto ricorrendo a una forza militare centralizzata e soverchiante».

Entriamo così nel cuore del libro di Zolo, nei capitoli 3, 4, e 5, nei quali egli cerca di costruire questa “concezione complessa” delle relazioni internazionali della quale abbiamo già segnalato l’intenzione: la non riduzione, o non riducibilità, del “conflitto”, concezione che condurrà, come vedremo, verso l’ipotesi teorica di un “pacifismo debole”: insomma «dalla logica dell’accentramento gerarchico che domina la Carta delle Nazioni Unite alla logica di un “interventismo debole” — e di un “pacifismo debole” — che privilegi l’auto-organizzazione e la negoziazione».

Il terzo capitolo, intitolato I vicoli ciechi dell’etica internazionale, si occupa del contributo che il “pacifismo etico” può, o non può, offrire all’elaborazione di una filosofia politica aggiornata e complessa del peacemaking. Zolo esamina diffusamente la dottrina della “guerra giusta” nell’interpretazione di Michael Walzer, interessante in quanto  contiene tra l’altro anche una giustificazione etica della guerra preventiva. Zolo mostra bene la debolezza e presupposti di questa teoria, che modella a proprio uso e consumo le categorie morali spesso trasformandole in apparato retorico e perdendone necessariamente quella carica universalistica che sta a fondamento dell’accezione stessa di valore etico. In generale, rispetto a una prospettiva di pacifismo cosmopolitico che resuscita, dopo l’equilibrio del terrore, l’idea di “guerra giusta” allo scopo di limitare la guerra (“la limitazione della guerra è l’inizio della pace” scrive Walzer), Zolo obietta che esso «pensa ancora un ordine mondiale gerarchico e monocentrico. E si illude di poter usare la dottrina dei diritti dell’uomo come fondamento o come bandiera ideologica di un ordine universalmente giusto perché in sintonia con i valori occidentali». Ma questo pecca di mancanza di realismo politico, non coglie in realtà la complessità dei rischi planetari: l’incremento demografico, le ondate migratorie, gli squilibri ecologici, la diffusione delle armi nucleari, la segmentazione crescente nella distribuzione internazionale della ricchezza, lo sviluppo impetuoso delle economie orientali, e quindi non può governare il cambiamento. Rispetto a tutto ciò si limita a opporre «una teoria semplicisticamente hobbesiana, che intende replicare al disordine con l’elementare violenza di un Leviatano sopranazionale», di fatto, e necessariamente, dispotico e totalitario.

Ma nemmeno il cosmopolitismo giuridico di Kelsen e dei suoi seguaci, che viene esaminato nel quarto capitolo, intitolato Civitas maxima e diritto cosmopolitico, pare adatto al governo della complessità. Questo pecca, argomenta Zolo, «per un eccesso razionalistico, per la sua pretesa di opporre vittoriosamente la razionalità del diritto alla irrazionalità della guerra… il diritto è ordine, ritualizzazione, formalizzazione, misura, proporzione; la guerra è disordine, distruzione, violazione di ogni regola, sproporzione… E’ evidente che questa visione cosmopolitica enfatizza oltre ogni limite le potenzialità regolative del diritto, ignorando quanti ostacoli incontra e quante deformazioni subisce l’intenzione normativa entro ambiti sociali che non siano molto ristretti ed elementari. E sopravvaluta l’efficacia contra bellum che può essere attribuita a meccanismi di repressione internazionale». Si tratta insomma di quella politica delle sanzioni che tutti ricordiamo, anche per i suoi fallimenti: insomma a parere di Zolo anche questa via della regolazione dei conflitti secondo diritto è in parte utopistica in parte semplicistica, e comunque densa di presupposti. A questo proposito, in un passo assai interessante, Zolo fa notare come la tesi, sostenuta da molti continuatori di Kelsen, secondo cui solo un’istituzione sovranazionale sia in grado di assicurare un’effettiva protezione dei “diritti dell’uomo” implichi che «la dottrina dei diritti dell’uomo sia razionalmente argomentabile e sia perciò, in un senso non banale, universale. In secondo luogo la tesi suppone che i diritti dell’uomo siano diritti in senso pieno, che essi siano cioè definibili e delimitabili con precisione e che siano “diritti positivi”, vincolanti giuridicamente e non soltanto sul piano morale».

Ora procedere oltre questo modello significa impegnarsi a definire, oltre le organizzazioni sovranazionali di garanzia, «forme politiche e giuridiche di carattere differenziato e policentrico, che svolgano un numero più ridotto di funzioni e siano perciò dotate di meno potere rispetto alle attuali istituzioni internazionali, ma siano proprio per questo più efficaci nel lungo periodo per la preservazione della pace e la tutela dei diritti» E’ quanto Zolo cerca di fare nel quinto e ultimo capitolo che porta l’interessante titolo Per un “pacifismo debole”. Tale pacifismo debole viene descritto da Zolo così (leggo una pagina finale del libro, chiara e sintetica):

«Che la guerra non possa essere né vietata né negata, ma debba essere invece socialmente “integrata”, assieme all’aggressività e al conflitto cui è antropologicamente e sociologicamente connessa, è l’assioma realistico di quello che ho chiamato “pacifismo debole”. Questa versione del realismo politico, a differenza dell’etica dei rapporti internazionali, guarda con molta diffidenza alle giustificazioni morali della guerra, ma non per questo considera la guerra da un punto di vista morale: considera la guerra come un fenomeno così distruttivo e così incontrollabile da essere eticamente incommensurabile. Sotto questo profilo il “pacifismo debole” condivide l’intransigenza della non‑violenza assoluta e del pacifismo giuridico: non c’è escogitazione argomentativa, per quanto sofisticata e gesui­tica, che possa giustificare l’uccisione di (migliaia di) perso­ne innocenti entro un quadro di valori morali non contami­nati dalla complicità con il potere.

E tuttavia, a differenza del pacifismo radicale, il “pacifismo debole” si rifiuta di considerare la guerra come una degenerazione morale o come una pura regressione irrazionale e si appella, per corroborare le sue tesi, ai risultati dell’eto-logia della guerra e più in generale dell’etologia umana. Il “pacifismo debole” si qualifica come una proposta che esclude ogni possibilità di “fare guerra alla guerra”. Alla guerra si può tentare di replicare soltanto con mezzi “deboli”, e cioè nelle forme sostanzialmente non militari della di-plomazia preventiva e dei “rituali di pacificazione”. Ma tutto questo non in omaggio alla virtù della mitezza o perché ci si illuda, à la Gandhi, che la replica non violenta disarmi il nemico o lo induca a ricredersi. Al contrario: perché si ritiene che la conflittualità non possa essere repressa e cancellata , ma debba essere pazientemente incanalata, arginata, e nei casi più fortunate imbrigliata. E anche perché si ritiene che l’aggressività, che pure è all’origine della disponibilità della Guerra dell’homo sapiens, svolga funzioni evolutivamente preziose e quindi debba potersi esprimere liberamente, nella misura più ampia possibile.

Questa opzione per un pacifismo realistico, paradossal-mente impegnato a usare mezzi non violenti, si integra in una strategia più generale di” interventismo debole” che punta a un livello di complessità teorica adeguato alla crescente complessità dell’ambiente internazionale. In questa direzione, contro la prospettiva del centralismo giurisdizio-nale, va l’idea di una “società giuridica” internazionale che si articoli in una pluralità di “regimi” capaci di coordinare i soggetti della politica internazionale secondo una logica si-stemica di governance without government. E nella stessa direzione va la proposta di un ridimensionamento selettivo degli “aiuti internazionali”, che favorisca uno sviluppo eco-nomico e umano bottom up, e cioè basato su interventi di scala ridotta, di basso livello tecnologico e in sintonia con i valori, le tradizioni e le risorse locali. Lo sviluppo economi-co e umano, come la pace e come la democrazia, non può essere “esportato”. Il riscatto dei paesi deboli e poveri, se e quando ci sarà, sarà il frutto della loro autonoma capacità di organizzarsi politicamente ed economicamente e di difen-dere la propria identità collettiva con efficenti strumenti statali. Dipenderà in altre parole dalla loro aggressività e conflittualità, non dagli “aiuti” delle grandi potenze o dalla benevolenza della comunità internazionale».

Al di là di un forte e generale accordo con le tesi di questo libro così interessante, pongo a questo punto solo due questioni molto semplici, per aprire il dibattito.

1 – L’ immagine della politica come garanzia e mediazione del conflitto è un’immagine squisitamente moderna che tutto sommato corrispondeva a una società più semplice, e temo sia poco  spendibile a livello di politica internazionale. Non solo perché da un lato la complessificazione sociale ha disarticolato il potere e ne ha cambiato il volto, cioè perché il potere si è parcellizzato nelle sue funzioni ed è diventato troppo complesso per permettere una sua gestione, ma soprattutto perché l’idea della politica come “mediazione del conflitto” non mi convince: io credo piuttosto che la politica sia invenzione di valori e costruzione di novità sulla base della tradizione. E all’interno di questo concetto il richiamo all’etica, anche se debole e utopistico, è indispensabile, Faccio un esempio: senza un impegno prettamente solidaristico, nell’ambito di un interesse globale, che comporta innanzi tutto un investimento di risorse nel processo di crescita della società civile, non si possono innescare energie per dare un futuro sostenibile al continente africano.

2 – Zolo dedica nel secondo capitolo alcune pagine all’opzione che definisce di “pacifismo assoluto”, prendendo a esempio soprattutto l’etica gandhiana. Zolo considera questa opzione sostanzialmente utopistica, e ad essa oppone la tradizione del realismo politico classico, da Machiavelli a Weber: ciò che può funzionare nell’ambito di un eroismo morale individuale è incompatibile con il codice funzionale di un sistema politico complesso. Obietto solo che la radicalità di questo modello, esplicitamente in Gandhi, ma anche in molti altri teorici del pacifismo, assume innanzi tutto un valore demistificatorio e di sospetto rispetto alle pratiche politiche che agiscano in nome di valori già dati, e permette quindi di rinnovare il codice politico anche al di là dell’attualità dei rapporti di forza.

Trascrizione della relazione di Danilo Zolo

Senilità o preveggenza?

Che cosa posso dire a questo punto? Devo dichiararmi ammirato per la presentazione che Roberto ha fatto del mio libro, perché ne ha colto gli aspetti sicuramente centrali con grande lucidità e con un’analisi veramente acuta, penetrante anche sul piano filosofico; direi molto al di là di quanto il libro non meritasse, benché esso sia certamente ambizioso, con premesse filosofiche abbastanza elaborate, soprattutto sul tema della complessità. Avete ascoltato il ritornello: complessità, complessità, complessità. C’è sicuramente questa premessa filosofica generale, che non è poi tanto banale. Sono anche alquanto adirato con Roberto, perché a questo punto non so più che cosa dire, avendo detto tutto lui, e mi aspetto di essere un po’ contestato da voi.

C’è, ovviamente, qualche accenno critico molto blando, in un contesto però di grande adesione al mio testo, e questo naturalmente mi lusinga. Sono preoccupato per un fatto: io non leggevo questo mio testo da molti anni (non mi è proprio capitato di rileggerlo) ed ho assistito ad una sua rilettura; la preoccupazione è di trovarmi molto d’accordo con quello che ho scritto 12 anni fa, cosa che, normalmente, non mi capita mai e, quindi, è un segno o molto positivo o molto negativo. Io temo che sia negativo, nel senso che non mi sono molto rinnovato da quegli anni. In genere mi è capitato, nella mia vita, di scrivere molti libri e di trovarmi fortemente in disaccordo con quello che avevo scritto nel giro di pochi anni.

In questo caso non è così e quindi – ripeto – o si tratta di una possibile sindrome senile, di paralisi della mia capacità produttiva, oppure, forse siamo in presenza di una grande capacità di previsione storica, non tanto della mia analisi, quanto dei documenti che ho evocato. Mi riferisco, in particolare, a quelli scritti agli inizi degli anni ’90 da Wolfowitz e approvati ovviamente da Bush padre, nei quali si gettano le basi dell’ordine mondiale e che, poi, diventeranno le regole assolute per la politica estera degli USA nel quindicennio successivo; anche il presidente Clinton, naturalmente, li ha fedelmente approvati e, non a caso, oggi si dichiara grande amico di Bush junior. Dirò poche cose sul commento, molto rapidamente, perché vorrei avere con voi uno scambio rapido, semplice, simpatico, possibilmente allegro, anche se non vi sono molte ragioni per essere allegri; non voglio ripetermi, o asseverare in modo troppo dogmatico la parte che riguarda le mie tesi.

Il potere politico: un male necessario

Provo a rispondere a queste tue due ultime domande. Potevi farne molte di più, probabilmente; sei stato un po’ prudente; generoso voglio dire. Si è chiarito che la mia posizione, di realismo politico internazionale, si richiama essenzialmente al pessimismo antropologico di Macchiavelli, ma soprattutto al pessimismo politico di Hobbes. Penso al potere politico come a una funzione indispensabile; non c’è il minimo accenno anarchico in questo testo. Il potere –  e, quindi, anche la possibilità  di intervenire in modo ostile, illegittimo, nei confronti dei cittadini o di un gruppo sociale organizzato – è indispensabile. Non conosciamo alcun gruppo sociale capace di stabilizzarsi senza l’organizzazione di un potere, in cui non ci sia qualche magistratura penale e qualche forma di sanzione; pensate alla pena di morte, all’esilio, ecc., nei confronti dei soggetti ritenuti devianti rispetto alle aspettative prevalenti all’interno del gruppo.

Il potere è inevitabile, ma è anche molto pericoloso. Questa è la mia posizione; una posizione tipicamente realista ed anche liberale, poiché considera che il potere è carico di  aggressività in senso piuttosto negativo, quasi devastante; che esso ha questa tendenza funzionale, insita nel suo codice: di riprodursi, di moltiplicarsi, di diventare arbitrario e aggressivo e, quindi, ammetto l’utilità di trovare strumenti che possano limitare questa tendenza del potere.

Politica ed etica: un’armonia impossibile

Rispetto a questa logica del potere come garanzia anche violenta dell’ordine, le posizioni dell’etica universalistica mi sembrano molto deboli. Ecco, questo è il punto su cui esiste qualche dissenso tra noi, perché ritengo (con Machiavelli e il suo “Principe”) che la politica come garanzia dell’ordine, ottenuto anche con l’uso della forza, sia incompatibile con i grandi principi dell’etica universalistica. Vediamo il Cristianesimo che ci è più vicino: pensate all’impegno di dire la verità, di non mentire; di mantenere le promesse; di non uccidere; ecco, questi tre princìpi sono totalmente incompatibili con la politica così come la conosciamo all’interno degli Stati nazionali.

Lo Stato non governa se non pratica sistematicamente la menzogna. Considerate, ad esempio, il dovere dei cittadini di non rivelare i segreti; i servizi segreti che sono istituzioni pubbliche e che hanno il dovere di praticare la menzogna, sistematicamente; pensate che senza questo strumento lo Stato non si difende. Ci sono Stati  che eccedono nel praticare la menzogna (penso agli USA nella vicenda recente che riguarda l’uccisione di un nostro funzionario in Iraq), ma non c’è dubbio che pretendere di eliminare la menzogna è pura illusione. Pensate al segreto industriale: non c’è organizzazione particolaristica, all’interno della quale non ci sia il dovere dei membri a non diffondere notizie preziose per la struttura interna; quanto meno, l’obbligo dell’omissione, del non dire; comunque è larghissimamente praticata la menzogna. Questo vale sicuramente per la politica.

Pensate, poi, al non uccidere: gli Stati sono in genere istituzioni sanguinarie. Vi sono due meccanismi culturali che giustificano questo homo sapiens nello spargimento del sangue: siamo gli animali superiori più sanguinari del pianeta e la pena di morte largamente praticata negli USA, massimo esponente della civiltà occidentale. Ma pensate anche alle carceri italiane dove il suicidio è in tasso crescente, un fatto gravissimo e che sicuramente è una pena di morte indiretta extra giudiziaria. Andrebbe studiato questo fenomeno.

Pensate ai meccanismi culturali di giustificazione della guerra, largamente in funzione di nuovo in Italia, nonostante l’art. 11 della Costituzione sancisca che la Repubblica bandisce la guerra; in realtà non l’ha minimamente bandita e anzi oggi c’è una discussione recentissima provocata da un “bellicista” come D’Alema, il quale sostiene per l’ennesima volta che la sinistra italiana deve cancellare il tabù del ripudio della guerra.

Infine, mantenere le promesse: è anche questo un impegno di carattere morale che normalmente, anche sul piano internazionale, non viene ritenuto obbligatorio; insomma, i trattati si fanno ma possono essere disattesi quando cambiano le circostanze.

Relativismo etico

Ecco, da questo punto di vista, la mia posizione è di profondo relativismo etico, cioè rifiuto l’idea che ci sia un ordine morale oggettivo che ci guida, che ci comanda, al quale dobbiamo aderire al di là della nostra libera scelta. Questo è un mio atteggiamento molto forte, che non emerge dal testo e che non è neppure del tutto pertinente; pensate all’etica sessuale cattolica (che, forse, molti di voi condividono): è un tipo di etica per cui, per rispettare un ordine oggettivo, devo seguire indicazioni di comportamento inderogabili; non posso esercitare la mia sessualità, perché essa è legittima soltanto se è orientata alla riproduzione. Questo tipo di etica la sento inaccettabile, perché è un’etica universalistica, deontologica, che pretende, in nome di un ordine oggettivo che non riconosco, di considerare illegittimi quei comportamenti che in coscienza io sento legittimi.

E qui forse c’è, un possibile dissenso fra di noi; però questo non significa, dal mio punto di vista, che la morale non abbia una dimensione importantissima nell’esperienza  collettiva e in quella individuale, se per morale intendiamo non questo dipendere da un ordine oggettivo che limita o cancella la nostra  libertà individuale, ma la libera scelta personale. Io penso, ad esempio, che la mia vita – benché io sia non credente e rifiuti i codici morali universali – sia, con molti fallimenti, impegnata su alcuni valori morali che penso di aver scelto personalmente, che nessuno mi ha imposto come doverosi.

Sono, ad esempio, un grande amico dei palestinesi; sento, con grande emotività, che la loro causa merita sostegno; ho una fortissima reazione di ostilità nei confronti dello Stato di Israele (ve lo dico perché ieri mattina ero ancora in Palestina), e tuttavia ritengo che tutto questo sia legato ad una mia scelta morale, se volete ad una mio emotivismo morale, ma che non mette in atto nessun “dovere”; io non ho alcun dovere generale di fare questo, ma è una mia personale scelta e come tale praticata, testimoniata ma che non può avere alcuna ambizione normativa nei confronti degli altri.

Questa è un po’ la mia risposta e quindi non penso che la politica debba “inventare” valori. Ho una concezione molto alta del valore, e meno alta della politica se politica è essenzialmente mantenimento dell’ordine, anche contro i valori morali emergenti, a volte, per garantire una certa qualità della vita civile e la possibilità di interazioni minimamente pacifiche fra gli individui.

Il tema del pacifismo

L’altro tema che hai proposto è quello del pacifismo assoluto, e qui credo che il nostro dissenso sia molto limitato perché, personalmente (come del resto Bobbio che è stato sempre un carissimo amico mio), ho un grandissimo rispetto per chi dà testimonianza coerente di mitezza. Io non sono mite; sono tendenzialmente aggressivo, ma ho grande ammirazione per le grandi figure dei testimoni della pace. Sono stato per anni collaboratore stretto di Giorgio La Pira, che era sicuramente un “visionario” ed un grande pacifista. Il “potere creativo” era certamente la sua filosofia; un credente – lo sapete benissimo – che però non ha avuto grande fortuna. Se venite a Firenze, il 90 % dei fiorentini non sanno neppure chi fosse La Pira, così come in India pochissimi ricordano l’insegnamento di Gandhi, e sicuramente la classe politica indiana non ha accolto alcunché della sua testimonianza pacifista, se è vero che l’India è una potenza oggi fortissimamente rivolta alla potenza economica e tecnologica ed è una delle grandi potenze nucleari. Dobbiamo riconoscere che quella testimonianza, almeno per ora, almeno localmente, non ha dato grandi frutti.

L’irraggiungibile traguardo della mitezza

Quindi: grande rispetto e anche riconoscimento dell’importanza che una testimonianza di pace può avere per la costruzione di una cultura di pace; questo è un punto importante. Tuttavia non nascondo che la mia posizione è caratterizzata da un nostalgico, amaro rifiuto dell’idea che per dar vita ad un mondo – non dico pacifico (non riesco a credere a un mondo perennemente pacifico) – in cui i rapporti internazionali siano meno spietati e sanguinari, la strada efficace sia quella che tutti noi viviamo incarnando perfettamente l’idea della mitezza; e questo perché la mitezza – così come il Vangelo la predica e come anche Gandhi la predicava, richiamandosi in parte al Cristianesimo – è virtù che io considero irraggiungibile.

Non ho incontrato, nella mia lunga esperienza, persone che mi abbiano dato veramente la testimonianza concreta di mitezza e, personalmente, considero la mitezza non solo irraggiungibile ma anche poco razionale. Questa è la mia posizione da non credente, perché sono orientato ad affermare la mia soggettività innanzittutto, non posso negarlo. E’ chiaro che un soggetto che non ha attese soprannaturali, che è pronto a riconoscere che, nel giro di pochi anni, tutto è finito e nulla rimane della sua esperienza, beh, un impegno a preferire la vita degli altri alla propria  è irrazionale. Se mi trovassi in condizioni di contrasto forte, per esempio con Roberto, se mi minacciasse con un’arma e mi convincessi che sta per uccidermi, io cerco di anticiparlo! Non ho alcun motivo razionale per comportarmi diversamente … (Roberto: “anch’io!”…) Ma, allora, non far finta di essere in disaccordo! Comunque non sei cristiano in questo, non sei gandhiano…Stiamo un po’ giocando.

Insomma, la mitezza è esemplata in diversi modi. Se qualcuno mi dà uno schiaffo… dovrei porgere l’altra guancia. Siamo a Milano, in ambiente berlusconiano; se prendo uno schiaffo, immaginate la mia reazione… e capite che anche la filosofia nobile, la filosofia cristiana della dignità della persona, mi pare una retorica inaccettabile. Io conosco persone dignitose e persone indecenti con le quali non condivido nulla e per le quali non ho pietà, non ho pietà! Un personaggio come Bush, per esempio, tanto per essere molto semplicistico, io non lo considero un membro di qualsiasi insieme al quale io possa appartenere. Questa è la mia posizione realistica e, però, sono fortemente interessato, partendo dalle mie aspettative, a vivere in un mondo in cui ci sono persone come Roberto, persone come voi che dialogano, che rispettano le mie posizioni, che le criticano, ma non usano strumenti violenti nei miei confronti; vorrei vivere in un mondo in cui poter dialogare con tutti, liberamente ad ogni angolo di strada (e lo sto facendo con il mondo islamico, il più possibile) e in cui il sangue umano non venga versato, non per ragioni di moralismo globalistico, ma perché non voglio essere ucciso (non c’è alcuna ragione perché una persona mi uccida prima del tempo) e perché le persone che amo non devono essere violentate ed uccise, semplicemente. Gli amici non devono essere uccisi. Un mondo invece in cui gli amici vengono tormentati, torturati e uccisi è un mondo nel quale io vivo malissimo e che cerco di combattere. Questa è la mia etica molto elementare.

Anche l’amore è possesso

E capite che in questa etica c’è spazio anche per l’aggressività, se per aggressività intendiamo un’interazione forte tra i soggetti; ci sono diversità, contese, conflitti, competizioni; non possiamo negare che, per esempio, di fronte a scarsità di offerte di certi beni la domanda può diventare fortemente competitiva. Ero in Palestina in questi giorni a un convegno internazionale sul tema del diritto all’acqua; è chiaro che se questo bene elementare viene a mancare, l’aspettativa può diventare fortemente competitiva e ormai, infatti, si sta parlando della possibilità che nei prossimi decenni scoppino guerre violentissime a causa del crescente bisogno di acqua. Questa è una previsione che si sta facendo, ovviamente, in primis per la situazione palestinese-israeliana.

Come diceva uno dei più grandi etologi tedeschi, c’è aggressività senza amore, ma non c’è amore senza aggressività, nel senso che amare è sicuramente in qualche modo voler prendere; riconoscere talmente il valore dell’altro – e una corrispondente mancanza in se stessi – da voler appunto acquisire l’altro a sé (parlo di amore non in senso cristiano, di generosità, ecc., ma in senso umano). Quando dichiariamo amore ad un’ altra persona, dichiariamo che abbiamo un grande bisogno di lei e scattano tutti i meccanismi di appropriazione, di acquisizione. Pensate ai meccanismi sacrosanti della gelosia  E’ chiaro che c’è una volontà di appropriazione esclusivistica e quindi un’aggressività nei confronti di ogni possibile pretendente o competitore; e così via.

Il conflitto motore della storia

Ma anche l’idea del rischio e la vocazione per l’esplorazione – che sono tipiche dell’homo sapiens – sono sicuramente legate a questa spinta aggressiva. Per aggressività intendo, qui, la volontà del rischio, del nuovo, l’insofferenza verso i luoghi comuni; in un mondo in cui tutti fossimo mitissimi, non ci sarebbe evoluzione, scontro, conflitto, né innovazione. Ci sarebbe una specie di stagnazione; zero sul piano dell’inventività.  E quindi l’idea – anche questa realistica – del conflitto come motore della storia.

Ecco il mio pacifismo debole; molti ironizzano su questa espressione, commentando che si tratta di una “teoria” debole. In questa mia posizione la pace è un tentativo di attenuare le conseguenze più gravi del conflitto; di rispettarlo, di riconoscerlo come un patrimonio prezioso cercando, al tempo stesso, di contenerne le conseguenze distruttive, sanguinarie, belliche. Ecco, questa è la posizione di fondo detta in poche parole.

Turbolenze in atto, con la Cina sullo sfondo

Ovviamente con queste risposte ho toccato soltanto un aspetto, forse marginale, delle tesi di “Cosmopolis”.  C’è, poi,  tutto il discorso sulle relazioni internazionali, sul diritto internazionale, sulla guerra… Vi dico soltanto che – secondo me  oggi (e poi smetto davvero e dialoghiamo), per fare un inventario rapidissimo, proprio una cartografia concettuale della situazione presente – abbiamo un ritorno pesantissimo della guerra; il nostro mondo è di nuovo orientato a legittimare la guerra nelle sue forme più spietate, con l’uso di strumenti di distruzione di massa sempre più sofisticati che uccidono sempre più persone innocenti. La guerra ormai, checchè ne dica D’Alema, è una decisione collettiva di uccidere persone innocenti. Questo andrebbe detto al signor D’Alema: chi vuole la guerra oggi decide di uccidere persone innocenti.

C’è il terrorismo – fenomeno nuovissimo – il “global terrorism” che non a caso nasce con la guerra del Golfo; e qui dovremmo riflettere lungamente su questo evento, e come prima accennavo c’è un buon numero di autori islamici – penso a Redís per esempio e ad alcuni autori marocchini in particolare – che sostengono che il fenomeno del terrorismo di matrice islamica nasce con la guerra del Golfo, che è la più grande spedizione militare di tutti i tempi e che ha consentito agli USA di insediarsi stabilmente nel cuore della civiltà islamica, nelle terre sacre dell’Islam, in Arabia Saudita e dintorni. E’ da quel momento che nasce questa vicenda amarissima, che inquieta tutti e che rende insicure le nostre città e le nostre vite (pensate alla Spagna, un anno fa).

Pensate ad un altro fenomeno: quello che Negri ha chiamato “costituzione imperiale del mondo” (anche se il termine io non l’ho condiviso, l’ho discusso apertamente con lui anche per iscritto); siamo in presenza di un processo di crescente concentrazione del potere e della ricchezza.Ovviamente a favore, essenzialmente, dei paesi occidentali e, in primis, degli Usa. Quindi grande tema. Come trovare rimedi a questo processo di formazione di una struttura imperiale o neo imperiale del mondo? E’ un altro grande tema da toccare ed emerge in qualche modo dal mio libro, anche se la parola “imperiale” non viene mai usata.

Ci sono i fenomeni di globalizzazione, tematica alla quale ho dedicato un libretto recentemente, che vanno analizzati con molta cura, specialmente per un aspetto che è noto ma che viene sottaciuto molto spesso, e cioè che la globalizzazione è soprattutto un fenomeno economico, ma non soltanto. Sul piano economico la globalizzazione consente un notevole aumento delle ricchezze globali (questo è inutile negarlo, siamo sempre più ricchi globalmente) però, come sempre avviene, per quanto riguarda le economie ispirate ai principi capitalistici, il grande problema è quella della distribuzione. Quindi: aumenta la ricchezza, ma aumenta simultaneamente la polarizzazione del mondo in alcune potenze economiche, politiche e industriali e, dall’altro lato, in una grande quantità di paesi in condizioni di povertà crescente, a volte di miseria assoluta o di regressione, come i paesi dell’Africa sud-sahariana.

Qui capite: come si fa a pensare ad un mondo unificato politicamente, pacificato, in presenza di processi economici che stanno spaccando il mondo e lo dividono da abissi di differenza economica? La situazione è gravissima già oggi; ma il fatto ancor più preoccupante è che le differenze aumentano giorno dopo giorno. Questo è il punto delicato della globalizzazione.

E questi sono anche fenomeni interessanti, che rendono meno statico il panorama delle relazioni internazionali che, all’orizzonte, promette grandi turbolenze; ma anche, forse, una qualche possibilità di innovazione rispetto alla struttura attuale di dominanza neo-imperiale delle relazioni internazionali: pensate al grande fenomeno India-Cina. Cina soprattutto, ma anche India. Credo che dovremmo concentrare la nostra attenzione su quello che sta avvenendo in quell’area, nell’economia dei rapporti politici all’interno dell’Asia centro-orientale; è lì che possiamo trovare gli indicatori empirici di quello che può capitare nei prossimi decenni. Quindi la Cina, essenzialmente, come la grande alternativa. Tutti gli ultimi libri che ho scritto finiscono in Cina!

Scusate; l’ho fatta molto lunga anch’io, ma ora vediamo di chiacchierare liberamente.

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