Danilo Zolo. Globalizzazione. Una mappa dei problemi.

Noi usiamo “globalizzazione” per identificare una realtà nuova – come non fosse mai esistita – mentre la globalizzazione ha una radice e una provenienza antiche. Amartya Sen fa risalire il fenomeno ai grandi movimenti rinascimentali, facendo anche osservare come essa venga spesso vista essenzialmente come un movimento verso l’ovest, mentre se ci pensiamo bene, la prima globalizzazione è un movimento verso l’est. Se teniamo conto di tutta la cultura orientale, bizantina, vediamo la situazione in modo molto meno eurocentrico, come fa lui che è indiano. E’ un aspetto che meriterebbe un approfondimento a sé, perché è di grande interesse.

1. leggi il testo dell’introduzione di Salvatore Natoli

2. leggi la trascrizione della relazione di Danilo Zolo

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Testo dell’introduzione di Salvatore Natoli a Danilo Zolo

Semantica della globalizzazione

Sarò molto breve per consentire – una volta indicati i problemi (il mio intervento sarà, sostanzialmente, una rassegna delle tesi e dei temi presenti nel libro di Zolo) – di entrare nel vivo e nel dettaglio delle questioni.

Questo libro ha una funzione illuminante e terapeutica rispetto all’uso generico e indeterminato che spesso vien fatto della parola “globalizzazione”. L’ “amico” Nietzsche diceva che esistono parole stregate, che coprono la realtà perché la banalizzano in una formula; uno dice: “realtà-apparenza”, parole stregate perché ci sono realtà che sono apparenti e apparenze che sono realtà. La globalizzazione – se noi l’andiamo a vedere bene –  ha una vastità di profili in ognuno dei quali si trova qualche buona ragione. Zolo mostra che, in effetti, non esistono prospettive che prendono abbagli totali; qualche taglio giusto c’è, però bisogna vedere qual è il modo più completo per spiegare la situazione.

Il libro parte da una semantica della globalizzazione:  il primo capitolo spiega che cosa è la globalizzazione e come la possiamo intendere. C’è questa definizione preliminare, di comodo, che vede la globalizzazione come un “processo d’estensione globale delle relazioni sociali”.  Che cosa vuol dire?

Le radici della globalizzazione

Intanto va considerato che noi usiamo “globalizzazione” per identificare una realtà nuova – come non fosse mai esistita – mentre la globalizzazione ha una radice e una provenienza antiche. Amartya Sen fa risalire il fenomeno ai grandi movimenti rinascimentali, facendo anche osservare come essa venga spesso vista essenzialmente come un movimento, essenzialmente, verso l’ovest, mentre se ci pensiamo bene, la prima globalizzazione è un movimento verso l’est. Se teniamo conto di tutta la cultura orientale, bizantina, vediamo la situazione in modo molto meno eurocentrico, come fa lui che è indiano. E’ un aspetto che meriterebbe un approfondimento a sé, perché è di grande interesse.

Quindi l’inizio del processo è molto antico; la modernità è caratterizzata, sin dal suo sorgere, da un’ampia mobilità. Se poi pensiamo alla “idea” di globalizzazione (non, quindi, ai reali mutamenti politici, per i quali non esistevano neanche le forme), ci accorgiamo che essa è antichissima. Possiamo risalire agli stoici, che vedevano, alla fine, l’unificazione mondiale; questa idea – che è una litografia, ma anche un programma e una deontologia – ha  una radice remota e attraversa il cristianesimo, che a sua volta, presenta un aspetto singolare: noi, spesso abbiamo in mentre una versione “battista-bushiana” del cristianesimo; ma non dobbiamo dimenticare che quando il cristianesimo nacque e approdò nell’impero romano, era religione “orientale”. Altro mito da rovesciare, come tanti luoghi comuni. Anche per il giudaesimo le fonti erano orientali e poi ci fu il fenomeno della contaminazione con correnti neo-platoniche. Questo è il discorso di Sen.

La vera novità: l’accelerazione del processo

Ma la novità non sta tanto nell’estensione, quanto nell’accelerazione e nella contemporaneità del processo: il mondo si è ristretto e l’implementazione del movimento ci ha messo tutti nello stesso mondo; questo è il dato molto importante. L’accelerazione tecnologica ha fatto sì che tutti i punti del globo siano nello stesso momento nello stesso punto; oggi, in modo visibile, sensibile, percepibile, il mondo è fondamentalmente una sfera, mentre fino a poco  tempo fa era una distesa sulla carta geografica, dove si metteva al centro l’Europa e c’erano l’Est e l’Ovest. Se si assume la sfera, ogni punto è insieme est e ovest, anche se c’è qualcuno che sta cercando di riappiattire la sfera del mondo. Penso però (questo è un punto su cui possiamo ragionare), che  non ci riuscirà: esistono segnali che, comunque, non è così facile  e scontato; sarà un po’ dura.

Quindi il fattore tempo: questa dimensione di accelerazione e di concentrazione, favorita dalla tecnologia, è l’elemento veramente singolare che prima non esisteva.

Finanza globale in un modo diseguale

Un’altra dimensione riguarda gli aspetti non solo tecnologici, ma anche di integrazione economica-finanziaria, di mobilità del denaro (realizzabile stando fermi). Si tratta di una globalizzazione abbastanza indipendente e separata dal contesto generale, perché non è che tutto il mondo diventi uno. E’ la finanza che si globalizza (è la tesi di Gallino) in un mondo che conserva un tasso di parzialità e di esclusione immane: fortissima contraddizione di cui parleremo più avanti.

C’è poi l’interpretazione della globalizzazione come processo “istituzionale” (ancora Gallino). Saremmo in presenza di un’istanza politica-economica-tecnologica che presiede ai processi di globalizzazione, che non sono spontanei. Si ipotizza, quindi, l’esistenza di una strategia che globalizza, che plasma il mondo, che ha obiettivi precisi in questa tendenza ad unicizzare. A tale impostazione si oppone l’idea della globalizzazione come processo involontario, casuale, che è la tesi di Bauman. Si tratta di vedere – e nella discussione la faremo – le buone ragioni di un modello rispetto all’altro, le capacità esplicative che hanno questi due modi di lettura del fenomeno. Poi c’è una tesi-propria delle correnti, in senso lato, neo-marxiste sia in termini ideologici, che di analisi dei fattori economici – la quale intende, sì, la globalizzazione come “universalizzazione”, ma vista non tanto come concentrazione dei processi, quanto come estensione di una specifica particolarità; una universalizzazione non perché il mondo diventi uno, ma perché qualcuno lo riduce ad una particolare identità.

La (non) globalizzazione dei diritti

Queste sono le varie interpretazioni, tenendo conto che l’idea di globalizzazione ha natura, per un verso, descrittiva (si illustrano questi processi) e, per altro verso, prescrittiva ( si stabilisce un diritto, che regolamenti e governi le relazioni). Qui c’è un passaggio – lo riprenderò più avanti – che mi sembra decisivo nel libro di Zolo: la questione dell’universalizzazione dei diritti. Si potrebbe declinare il problema in senso positivo, cioè di estensione dello stato sociale, di globalizzazione del welfare; invece la realtà è che siamo in una situazione d’instabilità così forte che quando si parla di universalizzazione dei diritti non la si pensa più in termini espansivi, bensì in termini difensivi. L’internazionalità è richiesta per garantire la sicurezza e l’ordine; molto meno praticata ai fini dell’ estensione dei modelli di coesione. C’è un’evoluzione della linea del diritto molto equivoca, perché dallo stato sociale si è passati al modello “penale” dello Stato; cioè quando si pensa al diritto si pensa in termini di garanzie, di modalità, di difesa e molto meno in termini di inclusione.

Apologeti e detrattori

Nel secondo capitolo, si parla degli apologeti e dei critici. I primi, interpretano la globalizzazione in termini di modernizzazione: ha dato ai popoli le risorse materiali e cognitive tali da consentire a tutti la possibilità di entrare in relazione con tutti e di uscire dall’esclusione; ha aperto l’accesso. Però, si tratta di vedere quanti effettivamente hanno avuto accesso. Quante sono in Africa le persone che dispongono di un computer? Ecco, già si vede l’ambiguità del concetto di globalizzazione; la confusione tra qualcosa che si immagina (o ci si augura) possa accadere e la realtà. Da qui l’interpretazione critica della globalizzazione, che guarda all’iniqua distribuzione della ricchezza, alla turbolenza dei mercati, alle fortissime operazioni speculative (basti pensare agli eventi economici di questi ultimi anni, con le “bolle” che sono scoppiate e … quant’altro!).

Allora: quest’idea di turbolenze; di speculazioni nello “spazio mondo”; di polarizzazioni, sono idee molto ben sviluppate da Stiglitz, che ha lavorato sulle controfinalità della globalizzazione, vista non tanto come processo, quanto dal versante delle politiche con le quali è stata governata. Lui non è un regressivo; la globalizzazione è irreversibile, il problema è come starci dentro. Entrano, così, in discussione le politiche del Fondo Monetario Internazionale e, più in generale, le modalità con le quali la globalizzazione è stata diretta e polarizzata a favore di interessi particolari. Si porta come esempio il tipo di rapporti che gli USA hanno avuto con l’Unione Sovietica; come l’hanno spinta  verso la crisi e poi come sono entrati in quella crisi. Operazioni nefaste che, alla fine, hanno realizzato effetti boomerang rispetto allo stesso mondo occidentale.

La grande incognita cinese

C’è chi fa rilevare che con la Cina è stata seguita una politica più prudente, anche se è tutto ancora da vedere che cosa si voglia veramente fare. E’ un interrogativo che viene da questa occupazione della zona instabile del mondo (perché le guerre sono avvenute tutte lì!) e non dimentichiamo che è una zona di frontiera rispetto a una grande realtà in ascesa come la Cina. Lì c’è una frontiera di sbarramento; bisogna vedere chi è il vero nemico. Prima che emergesse questa forma di terrorismo, il bersaglio, l’obbiettivo, la paura erano puntati sulla Cina. E’ ancora così? Lavorare in questa zona vuol dire mettere una cerniera di non poca importanza sul piano della geopolitica.

I “semiapologeti”

C’è, poi, l’interpretazione semiapologetica della seconda modernizzazione, che è quella di Ulrich Beck. Molte idee pensate nella prima modernità sono rimaste – secondo la formula di Habermas – inevase e bisogna, quindi, riproporle in modo riflessivo. E’ questo un discorso su cui vale la pena ragionare: Beck, a mio avviso, è molto problematico; Habermars lo definirei un apologeta dello Stato futuro, del “come sarebbe bello se il mondo fosse così”: questa è un po’ la mia opinione. Lui dice poi cose di grande interesse ma lo sfondo, in sostanza, resta invocativo.

L’economia globalizzata

Anche nel terzo capitolo del libro, il discorso è su “opportunità-vantaggi” e, da questo punto di vista, per esempio A. Sen – che pensa molto al mondo indiano –  sostiene che la globalizzazione mette a disposizione di tutti la maggiore ricchezza prodotta dall’innovazione tecnologica. D’altro canto, è vero che in India c’è una concentrazione fortissima di tecnologia informatica, decisamente sproporzionata rispetto alle risorse naturali del paese, però occorre vedere quali sono le intenzioni politiche. E’ chiaro che le conoscenze messe a disposizione sono indubbiamente una risorsa notevole, e anche la ricchezza prodotta. Ma per una valutazione è necessario considerare i parametri che si usano: la gente sta meglio, probabilmente, di quanto non stesse prima, però lui dice che questo tipo di società ha subito una “scomposizione”, una sorta di disastro mentale. Se si fosse rispettata la loro “ecologia della mente”, probabilmente si sarebbero avuti progressi, secondo i nostri parametri, più ridotti, ma dal punto di vista della loro autoevoluzione, molto più equilibrati. Non bisogna dimenticare che queste problematiche c’erano già negli anni ’60. Il tipo di terrorismo che oggi osserviamo nasce allora: la rottura dell’ecologia della mente, nel senso di distruzioni di identità. Io ho sempre detto che i fondamentalismi sono un colpo di coda di identità sociali perdute: tu hai il colpo di coda perché a quel punto ti domandi chi sei. Se, invece, resti immerso nella tua civiltà, nell’andatura morbida delle tue forme di vita, allora non ti domandi chi sei, perché sei nella tua performance, quello che sei. E’ quando ti distruggono che ti domandi chi sei.

Sulla maggiore circolazione di beni e di risorse, le tesi neocolonialiste dicono che non c’è una crescente disponibilità di beni, ma fondamentalmente c’è un tentativo di impossessamento di risorse altrui; e anche qui una doppia lettura: i neocolonialisti che dicono, in fondo siamo di fronte ad un impossessamento di risorse altrui e molte volte non solo e non tanto come beni materiali.  Quando si dice che gli americani non hanno bisogno del petrolio dell’Iraq, per il mantenimento della loro forma di vita, sarà anche vero, però se parliamo della politica dei prezzi, della politica finanziaria, allora avere il controllo delle fonti dell’energia mondiale diventa determinante in termini di decisioni politiche e di controllo dei flussi finanziari. Quindi non è tanto l’uso materiale dei beni, quanto il significato economico che il bene ha come risorsa rilevante dello stato del mondo. Naturalmente, tutto andrebbe in frantumi – o almeno succederebbero cose non piccole –  se si scoprisse, per esempio, l’energia pulita: ci sarebbe una rivoluzione eguale, o forse anche maggiore, a quella che si verificò quando il petrolio è subentrato al carbone, nella metà del ‘900; la fonte primaria di risorse erano il carbone, le miniere, l’Inghilterra della grande industrializzazione, il carbone vapore; venne il petrolio e ribaltò completamente tutto; l’approvvigionamento dell’energia cambiò. Se oggi venisse un gruppo di fisici e dicesse: “l’idrogeno è energia pulita, non serve più il petrolio”, questo sì sarebbe eversivo. Sempre che glielo lasciassero dire, perché c’è la questione del brevetto di uso fino a che la produzione di quel bene è amministrato dalle stesse mani. Molte volte sono sorte vertenze non piccole, anche in termini giuridici, sul fatto che certi beni siano da considerare “beni dell’umanità”, e quindi sottratti alla brevettabilità.

Rivoluzione informatica

Vengo alla rivoluzione informatica (di cui parla il capitolo 4°). Incentiva una cultura cosmopolita, la crossfertilization di cui parla Beck; sconfinamenti dei processi culturali. Obiezioni a questo: si può avere un’idea tutta positiva della cultura cosmopolita, della riduzione delle transitività universale delle informazioni, della riduzione delle complessità? Dicevo anche l’altra volta (quando parlavo del mio libro), che se c’è un motivo per cui si è contro alla clonazione – prima ancora di scomodare la natura umana, ecc. ecc., imbarcandosi in questioni pressoché irrisolvibili – è una sicura obiezione ex- post: la riduzione della complessità. La clonazione ridurrebbe la fauna umana e una sua programmazione determinerebbe un impoverimento. Il mondo è fatto ricco a partire dalla sua eccedenza, dalla sua insubordinazione: se tutto venisse programmato, il mondo sarebbe assolutamente impoverito. Ciò vale anche per quanto riguarda un’eventuale riduzione della complessità linguistica e culturale. Per esempio: questa nuova linguistica dell’inglese da computer: ormai tutti parlano l’inglese, ma parlano l’inglese di 300 – 500 parole del computer; se devono leggere Dickens non arrivano alla quarta riga. Non è una lingua. Ciò che si voleva fare con l’esperanto, ora lo si fa con questo inglese.

Altro aspetto, di cui abbiamo parlato, è quello delle élites che detengono l’informazione e, quindi, la amministrano, la gestiscono, la fanno passare o non la fanno passare e, su questo, la tesi di Pier Paolo Portinaro è quella della dissimmetria di potere che si produce. Oggi uno dei fattori fondamentali dell’ineguaglianza, non è soltanto in termini di reddito, ma in termini di conoscenza, anche perché la conoscenza è un fattore di reddito e di arricchimento. Quindi, mettere fuori gioco le persone in termini di conoscenza vuol dire sostanzialmente prolungare la loro dipendenza. Anche qui è illuminante la posizione di A. Sen, che sottolinea la necessità di non puntare tanto alla distribuzione del reddito, quanto alla produzione delle capacità e, da questo punto di vista, Sen è più attento alle istanze del soggetto di quanto non lo sia una politica egualitaria centrata sulla distribuzione delle ricchezze. Inoltre, è importante il “come” si distribuisce, perché se tu ragioni in termini solo quantitativi, dare quantità uguali a persone in condizioni diverse, magari non serve; tu devi dare in proporzione ai bisogni in modo che si possano soddisfare.

Una cosmopolis imperiale?

Il capitolo quinto è intitolato “Una cosmopolis imperiale?”, Di questo ne abbiamo parlato molte volte, anche con Zolo: la fine del “modello Vestfalia”, cioè del sistema degli Stati sovrani.

Anche qui un dilemma: possiamo immaginare una rappresentanza democratica, sovranazionale? Pensiamo a tutti i problemi che ha l’ONU, alle difficoltà di una sua riforma. Una “Costituzione del mondo globale” potrebbe anche significare lo strapotere delle grandi potenze. Guardiamo, nel piccolo, le difficoltà della Costituzione europea; la gente che si tira dietro, ecc. ecc. E su questo, io – presentando gli altri libri di Zolo – mi trovavo d’accordo con il suo modello: tenere ancora gli Stati nazionali (magari riuniti in grandi aree geografiche, o in grandi regioni federali) e pensarli come i grandi elettori delle istituzioni internazionali. C’è bisogno di questa mediazione interstatale, di grandi aree sociali che diventino loro i titolari della rappresentanza. Una rappresentanza diretta del mondo nell’ONU, registrerebbe un gap tale di distanza che, alla fine, sarebbero in pochi a contare, i quali – tra l’altro – disporrebbero di mezzi di controllo e di prevaricazione, forniti dalla tecnologia, immensamente superiori a quelli del mondo antico (Adriano riuniva l’impero, mentre questo si sfaldava da tutte le parti).

Deriva privatistica del diritto

Vengo, velocemente, allo “spazio giuridico globale” di cui si parla nel capitolo quinto. Noi stiamo vedendo che, proprio perché è difficile un costituzionalismo globale, avanza, in modo sempre più potente, il diritto privato e si restringe il diritto pubblico. Assistiamo a normative fatte tutte “ad hoc”, di emergenza, sostanzialmente con l’impiego di Authority varie, non so quanto legittime, “nominate” ed eterodirette. Zolo sviluppa questo tipo di considerazioni, discutendo (poi eventualmente lo farà lui perché altrimenti parlo troppo io) le posizioni di Guido Rossi, che indica abbastanza bene queste antinomie nel commercio internazionale.

La guerra cambia aspetto

Poi, l’ultima cosa –  che tutto sommato, in questo ambiente, è la più congeniale (ci abbiamo lavorato l’anno scorso e anche, recentemente, a Sesto S. Giovanni) – è la modificazione della guerra,  che ha avuto quattro tappe (io, qui, sono d’accordo con Zolo): la guerra del Golfo; la duplice guerra nei Balcani (“umanitaria”); l’Afghanistan (guerra non conclusa); l’Iraq (sfacelo perfetto). E’ chiara a tutta l’opinione pubblica la trasformazione reale che ha subito la guerra. Lo dicevo già a Sesto: che la guerra abbia assunto  caratteristiche ormai extraeuropee è un fatto iniziato nel XX secolo. Beck parla di guerre post-nazionali ed io, nel mio libro su Gentile, valorizzavo questo tipo di ragionamento riferendomi alla prima guerra mondiale, che non a caso si chiama la “grande” guerra perché è l’ultima ad avere come teatro unico l’Europa. Già da quella guerra si uscì non più da un conflitto “fra Stati”, ma fra contrapposte visioni del mondo. Erano entrati dicendo “viva Savoia” ecc. ecc. ed uscirono dicendo “fascismo”, “comunismo”… La guerra si sviluppava su un piano transnazionale: fosse in gioco la razza superiore o la liberazione universale degli uomini, il dato era orami questo. Facevo, poi, un certo tipo di discorso che potremmo discutere con Zolo, e credo che ci troveremmo d’accordo: la guerra fredda è il frutto di una contaminazione tra una sopravvivenza del modello della guerra “fra Stati” – in termini di diritto internazionale e nel senso che si fronteggiano due potenze – con un’implementazione sempre maggiore dello scontro ideologico. Il grande compromesso è giocato qui; un compromesso protettivo che, ad esempio, non ha fatto scoppiare il terrorismo: lo ha diretto, lo ha prodotto, ma lo ha anche controllato, perché è ancora dominante il soggetto “Stato”. Però l’ideologia dell’essere Stato è in via di superamento: la contrapposizione è tra comunismo e barbarie, da una parte, e “missione” di portare la libertà nel mondo, dall’altra, che è un vizio già presente nella guerra fredda. Gli USA diventano il modello di libertà; l’esportazione della democrazia non è un’invenzione dei giorni nostri. Già nello scontro contro l’URSS, il modello era: “la democrazia contro il totalitarismo”. Quindi la partita è stata giocata nella prima metà del ‘900.

Quello che lì era implicito, i processi di globalizzazione l’hanno accelerato; soprattutto, è la fine dell’URSS che io ritengo (ma non solo io) l’evento del XX secolo. Il ‘900 sorge con la nascita dell’URSS e tramonta con la sua fine; è lo spartiacque tra due leoni – se vogliamo usare una figura della cosmologia antica – una transizione lunga tra i due leoni che è durata un secolo. Ciò che ci sembrava una definitività è diventato un grande modello di transizione verso un nuovo stato del mondo, non a caso fondato  su queste idee universalizzanti. Sarebbe utile approfondire questo aspetto di “passaggio di civiltà”; bisognerebbe vedere che cosa ha significato l’Unione Sovietica. Abbiamo liquidato molto superficialmente la fine del totalitarismo, senza capire la portata storica della sua genesi e che cosa ha immesso nella storia del mondo, nella mentalità collettiva, nelle forme di autorappresentazione. Sarebbe come dire: “è finito il cristianesimo”; ma dove mai è finito? Ha avuto delle metamorfosi anche patologiche, terribilmente patologiche, ma…

Le guerre “nuove”

Allora torniamo a queste quattro guerre e a ciò che hanno introdotto. Che cosa si vede in queste quattro guerre? Un elemento geopolitico: la guerra moderna è cambiata nel senso che è “destatalizzata”, cioè non è più una guerra che si gioca alle frontiere. E anche quando diventa una guerra di frontiera, la motivazione non è la frontiera. Attacchiamo l’Afghanistan che è lì, ma perché? Per dare la caccia a Bin Laden. Attacchiamo Saddam che è lì in Iraq. Perché? Perché è il promotore del terrorismo internazionale. Voglio dire che c’è un “luogo fisico”, che però non è lo spazio della guerra, è un elemento di protezione, una casa provvisoria. I risultati sono terribili perché, per un verso, esplodono nel mondo, per l’altro, non avendo un’interposizione adeguata,si raccolgono lì. Il doppio paradosso è questo: voi vedete che il terrorismo ha fatto stragi tremende fuori dall’Iraq, però si è andati lì perché non c’è un’interposizione statuale adeguata, non c’è un filtro.

Esiste poi un dato sistemico. Torniamo sempre al discorso delle élites. La globalizzazione non è un processo involontario; la guerra è il modo per decidere una leadership mondiale che è collocabile anche geograficamente: sono gli USA, intesi come forza politica ma, al tempo stesso, come sistema di interessi integrato. Infatti  quando parliamo di leadership degli USA solo in termini di nazione è riduttivo, perché lì c’è una convergenza di interessi di tutto il mondo che poi ricade nel sistema di alleanze politiche. Certo che gli USA dispongono di un potere di soggezione e di costrizione indiscutibile.

Guerra legittima e guerra giusta

Poi, l’altra nozione, è il senso normativo della guerra. C’è un’evoluzione sia del diritto “alla” guerra (ius ad bellum), che del diritto bellico “nella” guerra (ius in bello). Si è sempre più sviluppato il tema e l’idea della “guerra giusta”, che corrisponde all’intervento in situazioni di emergenza. Senonché,  noi oggi siamo sempre più in emergenza e, quindi, siamo sempre più in guerra; ogni guerra diventa legittima, in quanto è prodotta e motivata in termini di valore e tutte le guerre di valore sono guerre ,per definizione, infinite perché fin quando non hanno distrutto il nemico non possono chiudersi. Quindi guerra illimitata! A parte il fatto che anche nella definizione giuridica classica si parlava di guerra giusta, ma la parola non aveva un senso etico, bensì giuridico; si poteva tradurre anche con guerra legittima. I due concetti finivano per confondersi: la legittimità di fare guerra era connessa alla “guerra giusta”, con caratteristica etica, assolutamente fondata sul valore, di tinta ideologica. Anche quando la Chiesa parlava di guerra giusta e del diritto alla guerra (da Agostino in avanti), c’era questa oscillazione tra “giustizia” e “legittimità” della guerra; tra il diritto a fare la guerra e la bontà della guerra. Una guerra legittima può essere una guerra buona? Caso mai sarà necessaria. Secondo me, l’idea di guerra “buona” è fondamentalmente novecentesca. Su questo si può discutere perché è fondamentalmente la guerra delle grandi ideologie. Circa la guerra dei príncipi cristiani contro gli infedeli, anche lì era una guerra estrema contro il male assoluto, ecc. ecc..

Il totalitarismo della bontà

C’è questo sconfinamento tra l’ordine della legittimità, come qualcosa che autorizza alla guerra, e il doverla fare. Ecco: un fatto è l’ordine di legittimità, altro fatto è l’impellenza morale. L’ordine della legittimità dice: “è opportuno che io intervenga perché c’è un pericolo”; l’impellenza morale dice:  “lo devo fare perché io porto il bene nel mondo”. I battisti e il gruppo neo-con che sta lì dietro si rifanno a Leo Strauss, ma stiamo attenti perché Leo Strauss è uno che dice che dobbiamo tener ferma e difendere la democrazia (perché l’esperienza del nazismo è maestra), ma non avrebbe mai pensato che fosse un bene fare la guerra. Loro hanno forzato il suo pensiero in questa direzione; cioè dalla legittimità di difendersi, dal diritto di non farsi aggredire – perché altrimenti si finisce sotto il calcagno degli antidemocratici,  come è successo col nazismo – arrivano all’idea di “esportare il bene” e di “guerra preventiva”. L’idea è che si deve andare contro il male assoluto; che la democrazia è il modello di organizzazione del mondo, il nuovo ordine; che chi non è democratico è cattivo. Si passa, così, dall’ordine della legittimità, all’ordine della qualità assoluta: “dobbiamo rendere tutto il mondo democratico”.

Sono andato, così, al quarto punto, cioè alla motivazione ideologica della guerra: non difendersi, proteggersi da un  male, ma la legittimità di estendere un’idea unica di bene. Diciamo che c’è un totalitarismo della bontà.

Tra mito e realtà

Concludo questa mia esposizione, questo mio riepilogo: “mito e realtà della globalizzazione” è una formula che “Esprit” riprende. Allora, dinnanzi a tutto questo, che cosa c’è da respingere; che cosa Zolo respinge? L’idea della globalizzazione come strada maestra che conduce all’unificazione del genere umano; l’idea della seconda modernità, la metafisica delle insicurezze di Zygmunt Bauman; la mutazione antropologica (ne parlavamo prima). Bauman è finissimo quando fa una fenomenologia di patologie particolari, di dissesti della società, ma lo è molto meno quando configura lo stato del mondo nella forma apocalittica di un sistema generale. E una critica anche dell’idea di P. Bourdieu e di alcuni autori neomarxisti, secono i quali la globalizzazione non c’è, ma è una pura retorica del capitalismo per autorizzare la propria estensione. Invece, Zolo tende ad assimilarsi e a far sue le posizioni di Ian Clark: si tratta di un processo irreversibile, dal quale non possiamo tornare indietro, la cui natura è quella di concentrazione di tecnologie e di spazi economici (Giddens e Stiglitz). Sì, la globalizzazione ha carattere irreversibile, però occorrono processi politici che la guidino, perché non sono affatto irreversibili le derive alle quali oggi assistiamo. E’ la politica che deve entrare in campo, perché  la globalizzazione non vuol dire necessariamente arretramento del welfare, privatizzazione totale dei mercati, omologazione culturale, diritto illimitato alla guerra da parte della potenza egemone. Globalizzazione –  la metto nei miei termini – può voler dire messa a punto di impostazioni e di processi che consentano al meglio l’inclusione di tutti nella possibilità di esprimere e potenziare le qualità.

Allora, noi pensiamo alla globalizzazione come quella dinamica che deve produrre non tanto il governo mondiale, ecc. ecc., ma un’inclusione di tutte le parti dell’umanità. E qui io vorrei che fosse  considerata la mia particolare visione filosofica e, quindi, si pensasse a un’inclusione e ad una liberazione di tutte le soggettività. Potrebbe sembrare un sogno. Però mettere in moto, sin da ora, processi che includano Stati che rispettino le comunità e favoriscano il valorizzarsi delle soggettività è una strada proponibile e coerente con la meta.

Penso che in una società complessa, regolata da grandi apparati,sia necessario che i soggetti, nella loro singolarità ed eccedenza,  si possano costituire tutti come principi d’istanza critica rispetto al sistema. Per questo mi sono interessato alle passioni come governo di sé, condizione necessaria per essere critici di ogni potere; perché se non ci si governa da sé, si è suscettibili di ogni soggezione senza neanche accorgersene!

Trascrizione della relazione di Danilo Zolo

Strumento di lavoro… tendente al rosso

Devo ringraziare Salvatore per questa sua presentazione, che però mi mette in terribile difficoltà perché ha presentato un libretto in termini così raffinati, congrui e intelligenti, che io ne sono sorpreso e quasi non mi ritrovo. Non credevo di aver detto cose così profonde e non saprei che cosa dire a questo punto. La mia tentazione sarebbe quella di delegare Salvatore a continuare lui, che avrebbe senz’altro un successo molto superiore al mio. Lo dico sinceramente e, naturalmente, sono molto grato a Salvatore che per la terza volta (se non sbaglio) si occupa dei miei scritti; questa sua opera di diffusione mi lusinga.

Probabilmente questo mio libro ha anche qualche merito, perché è uno strumento di lavoro, soprattutto per chi è appassionato alle tematiche della globalizzazione e sente una qualche esigenza di chiarimento terminologico. Da tale punto di vista, queste pagine sono una sorta di diligente cartografia concettuale che cerca di introdurre elementi di analisi e di chiarificazione. Per certi versi è un libro un po’ alla Bobbio, con il  bisogno un po’ di chiarire, di semplificare.

Questo è sicuramente un colore delle mie pagine che si incrocia – via via che si procede nella lettura – con un altro colore, molto più vivace, che tende al rosso sicuramente, e che è la spia dell’ideologia sottostante. Ciò accade spesso:  un autore tenta di presentarsi come un analista distaccato, un po’ accademico;  poi la sua incapacità di reggere questo tipo di livello discorsivo mostra quali sono i suoi pregiudizi e, sicuramente, anche il complesso dei suoi valori.

Dal punto di vista appunto analitico, sì, probabilmente, è uno strumento che consente di affrontare il tema magmatico della globalizzazione con un atteggiamento chiarificatore: ci sono aspetti molto differenziati in quella che noi chiamiamo sommariamente “globalizzazione”, e che riguardano: la dimensione economica (che sicuramente è il nucleo generativo del fenomeno); quella comunicativa (massmediatica soprattutto); quella politica; quella giuridica; e, infine, anche quella militare –  sulla quale Salvatore si è soffermato –  che, se volete, è l’unico elemento minimamente originale perché, normalmente, chi si occupa con taglio analitico di questi problemi dimentica sempre (non si sa bene perché) il fenomeno bellico che invece, a mio parere, è importantissimo.

Sotto questo profilo, la mia operazione mette in evidenza che c’è uno zoccolo duro (quella che noi chiamiamo, appunto,  “globalizzazione”) che non sono d’accordo di considerare pura proiezione ideologica, come fa Bourdieu. Per questo faccio riferimento a Giddens, e cioè al fatto che il mondo è realmente cambiato, perché abbiamo assistito a questo fenomeno – propriamente tecnologico/informatico – di compressione dei tempi e dei costi dei trasporti e delle comunicazioni. Questo è il dato, secondo me incontestabile e, in qualche misura, irreversibile, se è vero che questo processo corrisponde ad un processo millenario che vede l’homo sapiens impegnato a produrre utensili, cioè a dotarsi di cose tecnologiche che gli consentono di dominare agevolmente l’ambiente in cui è immerso. Quindi c’è questo nucleo, in presenza del quale non è sensato parlare, a mio parere, di no global e di no globalism, mentre è sensato parlare di new globalism.

Questo, mi pare, sia un passaggio molto importante anche nella consapevolezza di chi contesta – con ottimi argomenti, secondo me – la globalizzazione, perché il dato è, a mio parere, irreversibile.  Non solo: dobbiamo anche riconoscere – con gli “apologeti” della globalizzazione – che, in assoluto, non si può negare che l’allargamento dei mercati, l’abbattimento delle frontiere artificiali, doganali, ecc., la circolazione dell’informazione e la mobilità generale dei fattori produttivi (salvo i vincoli ancora pesanti che rimangono per quanto riguarda il fattore umano), che tutti questi elementi abbiano incrementato la quantità della ricchezza prodotta nei  termini conclamati. Non c’è dubbio che l’umanità è molto più ricca grazie alla globalizzazione ed è indubbio che l’economia di mercato abbia vinto la competizione con l’economia statalista- socialista soprattutto –  dimostrando che il mercato massimizza le capacità produttive. Tutto questo non si può negare e viene riconosciuto anche da Stiglitz  e dagli altri autori che ho citato.

Oltre l’analisi

Il grande problema è come gestire politicamente questo sviluppo positivo, anche perché, a giudizio di molti autori economisti, l’attuale gestione è legata ad un progetto di egemonia politica che – come dice lo stesso Stiglitz –  produce danni gravissimi a carico delle popolazioni più povere e, all’interno di queste,  dei poverissimi. Tale penalizzazione è estremamente pesante e il processo è costante in questi decenni, senza sospensioni o inversioni di tendenza; anzi, con crescente polarizzazione della distribuzione della ricchezza.

Questo è il grande problema: un aumento della ricchezza accompagnato, però, da meccanismi distributivi tipici dell’economia di mercato, che penalizzano i poveri e i poverissimi e che premiano soprattutto le grandi potenze industriali e, all’interno dei grandi paesi, le élites dirigenti. Ci sono dati –  ora non voglio annoiare, addentrandomi in statistiche – dai quali risulta, ad esempio, che le 200 persone più ricche del mondo detengono risorse pari a quelle possedute dai due miliardi di persone più povere: 200 contro 2 miliardi! Questo è un fatto conclamato, il dato è ufficiale. Tra l’altro – come dicevo – l’allarme cresce se si considera che il trend va verso un aumento costante di questa polarizzazione. Non ci si è fermati di fronte a questo abisso che separa gli uomini; l’abisso si spalanca sempre più! Questo è il grande tema che mi spinge a passare dalla funzione di analista concettuale a quella di ambizioso terapeuta ma, ovviamente, sempre appoggiandomi a posizioni di autori autorevoli, senza arrischiare troppo sul piano personale.

(Tra cinque minuti smetto e poi discutiamo assieme perché non ha senso, credo, andare avanti in chiave monologica).

Miti da sfatare: crescente “equità”, cultura “globale” e diffusione dei “valori”

Ritengo che la terapia possa fondarsi su questi elementi. Un tentativo di demistificare alcuni assiomi che riguardano la globalizzazione: la diffusione “equa” della ricchezza. E’ vero il contrario: nonostante l’aumento della ricchezza c’è questo divario costante, quasi oggettivo, se l’economia di mercato viene gestita in questo modo. E tenete presente che ciò che rende turbolenta una società è molto meno la povertà assoluta che non la disuguaglianza nei modelli di consumo. E’ utopistico pensare che, di fronte ad un processo di crescente modernizzazione e, al tempo stesso, di crescente disuguaglianza, si possa andare verso l’unione del mondo e che ciò possa essere immaginato come un qualcosa di gestibile pacificamente da parte di una comunità planetaria più o meno rappresentata dalle istituzioni internazionali presenti.

L’altro aspetto che, a mio parere, va messo in discussione è l’idea propria dei “west-globalists”, in particolare di Habermas e di altri, in base alla quale i grandi mezzi di comunicazione di massa starebbero generando una “global culture”, una cultura globale: siamo tutti ormai membri del villaggio globale, le nostre conoscenze sono incrementate e sempre di più arricchite dall’interscambio fra le civiltà diverse, usiamo meglio le lingue; comunichiamo in modo più preciso; c’è una crescente competenza linguistica; la diffusione della lingua inglese è strumento di comunicazione e di dialogo fra gli uomini; il tutto potenziato dagli strumenti digitali…

Ecco: questo è un altro mito che, secondo me, andrebbe sfatato o, comunque, contrastato. Ci sono studi importanti su questo aspetto, che indicano come, in realtà, non stiamo andando verso una koiné culturale-linguistica, bensì verso un processo che, per un verso, si presenta comeamericanizzazione dell’Occidente (dell’Europa in particolare) e, per altro verso, come occidentalizzazione del mondo e poi, forse, comeaggressione umanitaria dell’intero spazio che ci circonda. Non dimentichiamo che stiamo invadendo lo spazio extra-terrestre, anzitutto con protesi tecnologiche che sono in gran parte – anche se non si vede palesemente – protesi militari. Questo ulteriore passaggio è di grande rilievo. Nessuno ce lo dice, ma lo slancio recente di Bush (ricordate qualche mese fa: “riprendiamo la corsa verso lo spazio, la luna, ecc.”), non ha sicuramente un’ispirazione spirituale, cristiana, ma bellica. D’altra parte, si sta parlando proprio della guerra dal cielo, anche a proposito della guerra in Kossovo, proprio perché la guerra si sta sviluppando in questa direzione, informatica e digitale.

Quindi, in realtà assistiamo ad un processo, semmai di “circolazione delle culture”: una grande quantità di culture deboli e alcune culture dominantiattorno ovviamente al cuore egemonico della cultura imperiale. E, non a caso, in parallelo con il fenomeno della diffusione della lingua “imperiale” inglese, c’è un’estinzione molto diffusa e rapida di centinaia di lingue parlate. Stiamo andando verso una pesante, drastica riduzione della complessità linguistica e sapete bene che la lingua non è uno strumento puramente lessicale, asettico; la lingua è sempre una visione del mondo, è un complesso di valori in simboli, e quindi il mondo si sta drasticamente impoverendo da questo punto di vista.

Per quanto riguarda, in generale, la comunicazione mass-mediale, non è necessaria una grande competenza in materia per sapere che il flusso delle informazioni parte dall’Occidente –  soprattutto dagli USA – e invade il mondo, imponendo gli stili di pensiero e di vita occidentali, utilizzando appunto i “media” come principale, formidabile strumento di appiattimento degli universi simbolici. Questo è un altro aspetto importante.

La strategia della disuguaglianza e la “protesi” della guerra

Se ciò che dico ha qualche minimo fondamento, allora emerge il dramma che stiamo vivendo: il tentativo dell’Occidente – in particolare, di alcune grandi potenze – di mantenere, garantire, ordinare il mondo così com’è; con queste fratture che si spalancano sempre più e con queste turbolenze incontenibili; conservarlo e organizzarlo, senza toccare minimamente i meccanismi che producono disuguaglianza e allargano la forbice tragica tra ricchi e poveri, tra grandi e piccoli. Un impero impegnato alla difesa di un equilibrio di potenza, mantenendo –  ripeto –  due principali strumenti che rendono impossibile ogni modificazione di questo equilibrio: l’economia di mercato, che opera nel senso che dicevamo; la diffusione dei mezzi culturali, che appiattisce il mondo e sfida le culture diverse da quella occidentale.

Da qui nasce questa sommaria eziologia delle strategie internazionali; nasce il fenomeno della guerra, intesa come “protesi necessaria” in una globalizzazione che coltiva quei miti e produce quegli effetti che vi ho ricordato. Credo che ciò che sta accadendo in queste settimane –  in particolare in Medio Oriente –  trovi in questo tipo di lettura una qualche chiave, non dico esplicativa, ma di interpretazione persuasiva: assistiamo ad uno scontro sistemico, come dicevo, in cui sicuramente è in gioco non uno spazio geo-politico delimitato, ma la signoria della globalizzazione e, quindi, dei decenni futuri. Non a caso le guerre succedutesi dalla fine della guerra fredda, dai primi anni ’90 in poi, sono tutte guerre che scoppiano e che vengono condotte (ecco la gestione strategica, esplicita, volontaria) in un’area relativamente molto ridotta del pianeta: si va dai Balcani –  da questo lembo di Europa minore –  ai confini occidentali della Cina e dell’India; non a caso è un’area che si addossa alla Cina. Questo è un grande tema: c’è chi ha interpretato la guerra in Afghanistan non in chiave 11 settembre, ma in chiave anticinese. Quelle aree (Afghanistan, Tagichistan, Uzbechistan, Kazachistan) sono decisive non solo perché sono gli scrigni dell’energia dei prossimi decenni, ma perché hanno consentito agli USA di costruire una grande quantità di basi militari (è l’attività che preferiscono!) in un’area che era scoperta dal punto di vista strategico, dando loro la simultanea possibilità di controllare i resti dell’Unione Sovietica – associandoli alla strategia imperiale – e, soprattutto, di premere nei confronti della Cina, che ha sempre più bisogno di risorse energetiche e che è la vera alternativa strategica al dominio del mondo occidentale. Questo è un grande tema.

Leggo da qualche parte del libricino che il terrorismo islamico rappresenta, in realtà, una sfida sul piano dell’egemonia imperiale e una forma di espressione di una profondissima frustrazione da parte di una grande civiltà di fronte al suo decadimento, all’aggressione e alla corruzione che subisce. Non dimentichiamo che paesi come il Marocco, in parte la Tunisia, l’Egitto e la Giordania sono di fatto sul libro paga dell’amministrazione Bush, tanto quanto Israele; ed ora lo sta diventando probabilmente anche la Libia … (io, nel mio piccolo, sto cercando di impedire l’operazione prendendo contatto con le università libiche).

Ecco: questa è l’operazione in corso e le categorie interpretative molto ampie che ho utilizzato – non dissociate, peraltro, da rilevanti riscontri empirici – ci consentono di orientarci nel complesso scenario e di avere anche qualche lume per capire ciò che sta avvenendo in questi giorni in Iraq. Non è credibile l’idea che gli USA possano ritirarsi, rinunciare, smantellare; lasciare il posto alla comunità internazionale, come se la comunità internazionale non fosse, del resto, in gran parte egemonizzata dagli USA medesimi. Non convince, quindi, l’idea che si possa accreditare agli USA una motivazione diversa da quella che abbiamo in qualche modo illustrato; quella, cioé dell’esportazione – ancorché  violenta – dei “valori occidentali”, e non soprattutto dell’economia di mercato e degli interessi molto concreti di questa espansione.

E chiudo. Che il processo in corso sia un processo nel quale alcune potenze occidentali si propongono di controllare il mondo e di gestirne l’ordine, attraverso il nichilismo della violenza e dell’uso dei grandi strumenti di distruzione di massa, al quale si oppone tragicamente il nichilismo del terrorismo kamikaze; che questa battaglia, motivata in termini retorici come azione contro l’asse del male, sia invece un’espansione molto allarmante del nichilismo occidentale, tutto ciò è provato dalle immagini che avete visto, anche oggi, sui quotidiani: quelle delle torture; dell’assoluto nichilismo delle motivazioni di chi combatte, in effetti, una guerra ormai in gran parte privatizzata nelle sue modalità di esecuzione; dei mercenari, e così via. Se non sbaglio, proprio ieri – l’avrete vista anche voi – è apparsa l’immagine di una donna occidentale, una soldatessa, che accosta il suo sorriso molto bello alla maschera sfigurata di un prigioniero, di un recluso iracheno ucciso con le torture. Questo nichilismo è veramente allarmante!

Se tutto questo ha un proprio fondamento, allora ci sono molte ragioni per sostenere che il primo passo per tentare di restituire un qualche ordine al mondo, anche giuridico, è combattere quello che Stiglitz ha chiamato il “Washington consensus” e forse si può sottoscrivere l’ultima frase del mio libretto, che non è certo una frase asetticamente descrittiva: “Il Washington consensus è oggi il sigillo imperiale della negazione della bellezza e della complessità del mondo”.

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