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Diritto e società. Vincenzo Ferrari, elementi di sociologia del diritto.

linea_rossa_740x1Corso di formazione alla politica

A chiusura del corso di formazione politica del Circolo Dossetti di Milano, è possibile compiere una sintesi degli spunti emersi nel rapporto tra diritto e società, tenendo conto di alcuni degli strumenti che vengono descritti all’interno dell’opera di Vincenzo Ferrari, un punto di riferimento saggistico essenziale sul tema nel panorama italiano e internazionale. Il titolo del corso di quest’anno è “Cittadinanza oltre le culture”.

Cittadinanza è un termine socio-giuridico, che ben si presta a far ponderare alcuni elementi in gioco nel mutamento sociale e nelle sfide di quest’epoca, attraversando politica e riflessione etica.

Quale cittadinanza è possibile pensare oltre le culture? I modelli europeisti dominanti che vengono assunti come riferimento generale – lo si è visto nella recente campagna elettorale di Macron – pretendono una visione civista della cittadinanza.

Significa, in altre parole, che una cittadinanza inclusiva e attuale deve essere espressa in termini formalistico-istituzionali culturalmente neutri, ed estraniare qualunque fattore universale che non possa essere controllato a monte dalla legge e dagli ordinamenti nel presiedere ai diritti e ai doveri degli individui. È pacifico che i fattori nazionalistici, ereditati dal passato, siano stati considerati l’antimodello di questa visione. Tuttavia, questa scissione disconosce fattori extragiuridici importanti in qualunque discorso sulla cittadinanza.

Locandina Vincenzo Ferrari, diritto e società, elementi di sociologia del diritto.

1. leggi l’introduzione di Paolo Masciocchi a Vincenzo Ferrari

2. il testo della relazione di Vincenzo Ferrari non è ancora disponibile

3. clicca sui file audio sottostanti per ascoltare le registrazioni della lezione

(se vuoi scaricare i file sul tuo computer trovi i link in fondo alla pagina)

 

Premessa di Giovanni Bianchi 7′ 37″

Introduzione di Paolo Masciocchi 21′ 20″

Relazione di Vincenzo Ferrari 1h 07′ 09″

Domande del pubblico 13′ 13″

Risposte di Vincenzo Ferrari 20′ 40″

Domande del pubblico 11′ 26″

Risposte di Vincenzo Ferrari 20′ 00″

Paolo Masciocchi, Vincenzo Ferrari, Giovanni Bianchi

Paolo Masciocchi, Vincenzo Ferrari, Giovanni Bianchi


Testo dell’introduzione di Paolo Masciocchi a Vincenzo Ferrari

A chiusura del corso di formazione politica del Circolo Dossetti di Milano, è possibile compiere una sintesi degli spunti emersi nel rapporto tra diritto e società, tenendo conto di alcuni degli strumenti che vengono descritti all’interno dell’opera di Vincenzo Ferrari, un punto di riferimento saggistico essenziale sul tema nel panorama italiano e internazionale. Il titolo del corso di quest’anno è “Cittadinanza oltre le culture”. Cittadinanza è un termine socio-giuridico, che ben si presta a far ponderare alcuni elementi in gioco nel mutamento sociale e nelle sfide di quest’epoca, attraversando politica e riflessione etica.

Quale cittadinanza è possibile pensare oltre le culture? I modelli europeisti dominanti che vengono assunti come riferimento generale – lo si è visto nella recente campagna elettorale di Macron – pretendono una visione civista della cittadinanza. Significa, in altre parole, che una cittadinanza inclusiva e attuale deve essere espressa in termini formalistico-istituzionali culturalmente neutri, ed estraniare qualunque fattore universale che non possa essere controllato a monte dalla legge e dagli ordinamenti nel presiedere ai diritti e ai doveri degli individui. È pacifico che i fattori nazionalistici, ereditati dal passato, siano stati considerati l’antimodello di questa visione. Tuttavia, questa scissione disconosce fattori extragiuridici importanti in qualunque discorso sulla cittadinanza.

In realtà, il difetto del civismo è l’assenza di una visione metodologica e strategica della cittadinanza, intesa come fattore che stia al di sopra delle culture e ne determini una direzione pacifica e collaborativa delle persone appartenenti a una comunità politica, negli obbiettivi costituzionali di uno Stato. Tale incapacità del civismo è emersa quando, entrato in crisi il modello estensivo universalistico della cittadinanza e alzatosi il debito pubblico degli Stati, si è trattato di comprendere come proseguire la parabola inclusiva delle persone nell’alveo dei diritti soggettivi, senza trovare una risposta convincente. Non è un caso che i principali modelli di integrazione, come il multiculturalismo e l’interculturalismo, che totalmente difettano di questa direzione a monte, siano di fatto in piena crisi. Il medesimo problema affligge il mercato del lavoro, che risente sempre meno di punti di riferimento stabili, e anche l’impresa e le libere professioni non trovano interlocutori efficaci, o soggetti garanti. Una cittadinanza oltre le culture non può mancare di includere metodi e strategie economico-sociali per riconoscere e rendere effettivi i diritti, al di là della stabilità degli scambi di interesse con entità sovranazionali (UE e BCE per prime), e della gestione delle crisi migratorie.

Si è spesso dimenticato che il modello di cittadinanza in cui si sono sviluppati gli Stati europei del dopoguerra nasce non solo dalla spinta della volontà di ricostruzione dei popoli dalle tragedie della II guerra mondiale, bensì anche da una stagione positiva della riflessione socio-economica cui, ad esempio, dobbiamo il modello keynesiano. Si può dire di più del legame fecondo tra cittadinanza e direzioni della cultura condivisa. Il modello di cittadinanza tradizionale, magistralmente spiegato da Vincenzo Ferrari nel suo libro, sottolinea richiamando Thomas Marshall come i diritti civili, politici ed economico-sociali (fattori universalistici, validi per tutti i cittadini), siano conseguenza dell’avvicendarsi del momento riflessivo liberale prima e socialista poi. Marshall stesso, parlando del mondo inglese del tempo, sosteneva la necessità che obbiettivo primario di una comunità politica fosse creare dei gentleman e per far questo riponeva attenzione agli obbiettivi complessivi socio-economici dello Stato.

Nel dopoguerra inglese nacque infatti il modello di Welfare, che impiegava concetti di calibro economico elaborati anni prima e che trovò parallelo accoglimento anche nelle Costituzioni di molti Stati come frutto delle medesime tradizioni e spinte economico-culturali, compreso quello italiano. La forte coesione sociale nei risultati da perseguire non era la causa, bensì l’effetto di una strategia e di un metodo. La fine delle Grandi Narrazioni, preconizzata da Lyotard nel 1979, e affermatasi come fatto negli ultimi quarant’anni, ha trascinato nella condizione postmoderna l’intero senso del vivere civile, gettando insieme all’acqua sporca delle ideologie anche il neonato fervore di qualunque riflessione tentasse di cogliere una direzione generale, per quanto critica. Ne ha fatto le spese prima di tutto la qualità della riflessione filosofico-sociale. Quali grandi Scuole ha prodotto l’Italia? Anche gli aneliti dei grandi ispiratori del Novecento, si chiamassero Pasolini, Treves o Dossetti, possono dirsi ancora vivi nel dibattito contemporaneo che influenza la politica? Dopo il pensiero, infatti, ne ha fatto le spese la politica, divenuta ricettacolo di una continua situazione di “stato di eccezione”, che richiama sempre più l’idea della governabilità fondata sulla capacità e credibilità mediatica del decisore e sullo snellimento dei processi decisionali, più che sul vaglio dei programmi politici.

Da qui l’idea dominante – totalmente avulsa dalla realtà della tradizione del pensiero occidentale e delle priorità della scienza -, di affidare la legittimazione politica a dati spiccioli facilmente orientabili nell’atto interpretativo. Un certo dato numerico piegato alle esigenze, un altro occultato, possono fare la differenza nel gradimento interno ad un partito, e quindi nel momento elettorale. Di recente, il sociologo britannico William Davies ha affermato su The Guardian che la statistica è una disciplina vecchia, incapace di descrivere la società. Per esempio, la disoccupazione, termometro della salute del Paese utilizzatissimo dai politici, può mascherare il fenomeno della sottoccupazione, ossia delle persone che non lavorano a sufficienza o non trovano impiego adeguato al proprio curriculum. Davies sostiene che sia questa la ragione per cui ha iniziato a diffondersi il sospetto verso gli esperti. Si potrebbe suggerire che in Europa e in America siano questi dati diffusi sul lavoro, insieme a quelli sull’economia finanziaria e sugli effetti delle migrazioni, da considerarsi i veri fautori del fenomeno delle fake news, più che i movimenti radicali della rete.

Eppure, valgono ancora oggi le differenze e le osmosi tra norme sociali e norme giuridiche. È ancora un punto di riferimento metodologico il modello kelseniano dell’ipoteticità della norma giuridica, che a suo modo ha determinato dal diritto una costruzione tecnica degli ordinamenti. Valgono ancora le riflessioni sulle sanzioni positive e sulla giustiziabilità dei diritti soggettivi di Bobbio, e anche i moniti weberiani sull’etica della responsabilità dell’uomo politico (Berufpolitiker) sopra gli aspetti formali del diritto. Tutti elementi che direttamente e indirettamente vengono trattati con sapienza ricostruttiva da Vincenzo Ferrari. Si tratta solo di comprendere come, con quale metodo e gerarchia di priorità recuperare le tradizioni, le tecniche e le analisi qualitative per importarle in una nuova strategia, in una nuova cultura, in una nuova cittadinanza sopra le culture.

Di certo, non può mancare l’osservazione che vi siano pur stati coloro che, nella riflessione socio-giuridica, hanno tentato di riportare in anni più vicini la riflessione su alcuni aspetti del pensiero sociale tentando di generalizzarli. Eppure nessuna delle più recenti visioni ha dato modo di superare i problemi principali della crisi economica, sociale e politica dei Paesi europei. Per individuare qualche esempio, Beck e il modello del governo del rischio hanno legittimato ancor più la politica dell’”eccezione” anziché stabilire criteri meno frammentati, Luhmann nella sua visione della riduzione della complessità ha spesso delegittimato il valore della capacità direzionale dei governi centrali che invece paiono in gran forma, Habermas per contro ha visto nella sovranità popolare salvaguardata dal diritto un punto fondamentale di sviluppo della democrazia e della civiltà, con la pecca tuttavia che il valore della sovranità popolare sia tutt’ora oggetto di pesante discussione, insieme alle Costituzioni che dovrebbero salvaguardarla, a discapito dei governi ombra finanziari.

Viene quindi la necessità di fare ordine, di stabilire qualche elemento più chiaro che motivi e dia ragione di risposta a fenomeni espressione di crisi come l’anomia, l’interventismo giurisdizionale, l’inefficienza delle istituzioni, e a questioni aperte quali la coerenza del rapporto tra diritto e comunicazione, il valore della scienza nel diritto, la funzione della riflessione economica.


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