Dossetti su “Il Popolo”: resoconti di alcuni discorsi del deputato reggiano.

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Ritratto-Dossetti

Dossetti su “Il Popolo”. Intervento al Consiglio Nazionale del partito fra il 20 e 22 dicembre 1948. A cura di Luigi Giorgi

L’intervento qui riportato di Dossetti è relativo al Consiglio Nazionale del partito, che si tenne fra il 20 e il 22 dicembre del 1948. Dossetti interveniva nella discussione non per negare la richiesta di unità fatta dal segretario Piccioni ma più che altro per cercare di sostanziare con un contenuto adeguato questa aspirazione della dirigenza democristiana. “Unità intorno a che cosa?”, chiese e si domandò il deputato reggiano: le vecchie ricette mutuate dal passato non erano più rispondenti alla nuova situazione politico-economica del paese. Non si doveva rifuggire per questo, a suo avviso, dal libero dibattito interno perché ciò significava anche mobilitare la base del partito intorno ad una discussione libera, aperta e plurale.

Il suo discorso si sviluppava poi con geometrica lucidità intorno ai temi cardine della situazione interna ed internazionale che riguardavano la Penisola. La situazione economica risentiva di un’impostazione eccessivamente liberista, influenzata da gruppi e persone legati, a suo giudizio, a concezioni superate. Ciò era dovuto anche al comportamento del partito che non aveva saputo, o non aveva voluto, impegnarsi in prima ‘persona’ nella gestione della politica economica in modo da indirizzarla su di un cammino di libertà, giustizia e uguaglianza, attenta alle esigenze dei più bisognosi e dei lavoratori. Soltanto un diverso progetto economico più coordinato e coerente, e per questo maggiormente efficace, avrebbe permesso al governo di chiedere ai lavoratori quei sacrifici che servivano per la ricostruzione dell’Italia (era evidente il suo disappunto verso l’operato del Ministro Pella). Un diverso approccio verso la politica economica avrebbe determinato, a suo parere,anche una maggiore autonomia del nostro paese in politica estera (c’era già stato il dibattito sulla mozione Nenni, e Dossetti aveva confermato che l’Italia, per storia e cultura, apparteneva al mondo occidentale). L’Italia, a suo avviso, dando prova di una maggiore efficienza nel riordino e nel rilancio della propria economia avrebbe potuto acquistare una migliore libertà di movimento in ambito internazionale e valutare le varie ipotesi di alleanza non pressata da eventi e situazioni esterne, ma decidendo con serenità e con attenzione all’effettivo interesse nazionale.

Il Consiglio Nazionale della DC, Il Popolo, p. 4, 22 dicembre 1948, ora in Luigi Giorgi”Una vicenda politica. Giuseppe Dossetti 1945 – 1956, Scriptorium, Milano 2003, pp. 276 – 277.

DOSSETTI […] un lungo intervento, prende lo spunto dal discorso di Piccioni e dichiara che considererà la parte di quel discorso relativo ai problemi interni del Partito, solo per quanto ha attinenza con premesse immediate delle sue valutazioni sull’attuale situazione politica. Accetta che il perno della nostra concezione di Partito sia posto nell’impegno dell’unità. Ma unità intorno a che cosa ? Le premesse della scuola sociale – cristiana e la nostra tradizione di partito non bastano per risolvere i problemi generali dell’attuale situazione economica e politica: debbono essere sviluppate e incarnate in nuove concezioni, nuovi istituti e nuove impostazioni di politica e di politica economica aderenti al momento. Ed è a questo proposito che una varietà di opinioni, nello sforzo critico ed inventivo, non solo diventa legittima, ma necessaria e vitale. Ci si preoccupa tanto che i democristiani di base e simpatizzanti restino scandalizzati o turbati di fronte a varietà di opinioni dei maggiori responsabili.

Ma il pericolo vero per la salvezza e la efficacia della azione democristiana non sta nel fatto che la gente sappia che ci sono varietà di opinioni, ma nel fatto che essa non sappia esattamente quali siano, e di quali dimensioni, queste differenze. Cioè è necessario che gli organi del Partito diano autenticamente e con senso di responsabilità informazioni complete ed esatte sugli atteggiamenti dei diversi responsabili e che le notizie in proposito non siano lasciate soltanto alle versioni pettegole e scandalistiche della stampa avversaria. In altre parole se i dibattiti in seno agli organi responsabili del Partito avranno un carattere di sicura pubblicità, verrà meno la possibilità di esagerazioni artificiose e quindi di turbamento per i democratici cristiani di base i quali potranno esattamente valutare come le diversità di opinioni si mantengano nell’ambito di uno sforzo critico costruttivo e non violino l’impegno fondamentale di tutti per la comune solidarietà.

Passando quindi ad esaminare la situazione politica Dossetti considera soprattutto il problema delle efficienza del Governo e della sua capacità di corrispondere alla gravità ed alla complessità dei compiti dell’ora. Rileva la sproporzione tra la attuale struttura di Governo e le funzioni oramai addossate allo Stato e si richiama per questo alle osservazioni da lui e da Fanfani sviluppate in due articoli di <<Cronache Sociali >>. Considerando poi più da vicino questo Governo, avverte anzitutto che nella sua formula politica non ha nessuna obiezione a priori e anzi ricorda di aver con Ravaioli assunto una iniziativa conforme nel primo Consiglio Nazionale del Partito dopo il 18 aprile. Ma ricorda anche di aver subito sin dal momento della sua formazione manifestato il suo netto dissenso circa il modo concreto con cui la formula politica della collaborazione fra i partiti democratici è stata realizzata, soprattutto negli organi tecnici preposti alla guida della nostra politica economica.

Si è sottovalutato di proposito l’importanza degli organi della politica economica e perciò non si sono predisposte strutture e persone adeguatamente efficienti. Dossetti continua diffondendosi quindi in un esame critico della linea fondamentale della nostra politica economica e sociale, inquadrandola in un raffronto con quello che si è fatto in altri paesi, come il Belgio e l’Inghilterra, in cui ci si è molto prima proposti un deciso indirizzo coerente e unitario, affidandolo ad organi capaci di attuare un coordinamento di tutta l’azione statale in materia. Soprattutto rileva come questa linea sia stata nei tre anni trascorsi e continui a essere nel fondo di ispirazione liberista e continui a risentire, si voglia o non si voglia, l’influsso di gruppi interessati e legati a concezioni superate. Questo influsso è da tutti i gruppi esercitato con tutti i mezzi e persino con un camuffamento delle cifre fondamentali relative alla nostra situazione economica: si veda per tutto l’esempio dell’attuale controversia fra lo Istituto Centrale di Statistica e la Confindustria a proposito dell’indice della nostra produzione che la Confindustria descrive inferiore al reale con gravi conseguenze anche nei nostri rapporti con gli organi della Cooperazione Economica Internazionale. Il mutamento di un simile indirizzo di politica economica è anche la condizione tecnica e psicologica perché possano essere richiesti ai lavoratori quei sacrifici che indubbiamente un aumento del nostro sforzo ricostruttivo e produttivo può richiedere.

Ma soprattutto l’esigenza e la tesi fondamentale del Dossetti è quella che rileva la stretta connessione tra la nostra politica estera e l’efficienza della nostra politica economica. Si insiste da molti su alternative categoriche che sarebbero imposte all’Italia in materia di politica estera e si pretende che l’Italia abbia nelle attuali condizioni, nel contrasto fra colossi ben poco da fare. Ci si abbandona così ad un certo fatalismo. Mentre non ci si accorge che anche in tema di politica estera le nostre possibilità di scelta e di libertà o almeno di autonomia di movimenti e di difesa dei nostri interessi, sarebbero molto maggiori, se noi dessimo la prova di una maggiore efficienza nello sforzo di riordinamento della nostra economia. Meno è deciso ed efficace questo sforzo, altrettanto diminuisce la nostra libertà di movimenti in sede politica e internazionale e ci troviamo costretti a subire situazioni e decisioni esterne, che non sempre vengono a formarsi con una adeguata considerazione dei veri interessi essenziali del popolo italiano.

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L’intervento dei Comitati Civici nella competizione elettorale dell’aprile del ’48 aveva lasciato pesanti strascichi all’interno del mondo cattolico: se questi avevano contribuito in modo importante alla vittoria dello Scudocrociato, d’altra parte avevano aperto un problema nel rapporto tra idealità religiose e azione politica. Dossetti e il gruppo di amici a lui vicino avevano compreso fin da subito che un tale comportamento determinava un serio problema all’interno del partito, rischiando di condizionarne l’attività politica. L’ intervento del professore reggiano durante il Convegno Nazionale dei Laureati Cattolici, qui riportato da “Il Popolo”, (c’è un ampio resoconto dello stesso anche sul bollettino del movimento, “Coscienza”, del gennaio 1949), si muove nel solco aperto dal dibattito susseguente alle elezioni del 18 aprile sul ruolo dell’organizzazione elaborata da Gedda. Dossetti era molto fermo nel ribadire la sostanziale differenza tra i due settori, che pur operando nell’ambito di un’ispirazione comune godevano di una rispettiva autonomia. La Chiesa interveniva nella politica, disse, soltanto per difendere i beni spirituali che le erano stati affidati e per salvaguardare la propria esistenza. Egli affrontava poi il discorso dell’Azione Cattolica, grembo nel quale si era sviluppata tutta la macchina elettorale e propagandistica voluta da Gedda. L’Azione Cattolica doveva esplicare un servizio d’amore nei confronti delle anime, disse, un suo utilizzo diverso, seppur temporaneamente giustificato, che si fosse protratto per troppo tempo elevandosi a sistema avrebbe rappresentato, affermò con nettezza, un “errore capitale”

G.C.,Politica e ideali cristiani, Il Popolo, p. 3, 7 gennaio 1949, ora in Luigi Giorgi, “Una vicenda politica. Giuseppe Dossetti 1945 – 1956, Scriptorium, Milano 2003, pp. 277 – 279.

L’interesse suscitato dall’ultima relazione di studio al Convegno Nazionale dei Laureati Cattolici era documentata ieri mattina plasticità (?) (parola incomprensibile nel testo originale) e dalla presenza tra questi di molti illustri parlamentari. Abbiamo notato infatti tra l’uditorio dell’ on. Dossetti ( e chiediamo scusa a quanti ci siano sfuggiti tra la moltitudine) gli on.li Gronchi, Fanfani, Cappi, Pella, Spataro, Mastino, Gotelli, Dominedò, La Pira, Moro, De Cocci, Bianchini, il senatore Baschi e molte illustri personalità del pensiero cattolico. La relazione dell’on. Dossetti sul tema: <<La politica in rapporto alla attuazione delle idealità cristiane>>, è stata assai ampia e approfondita, seguita sempre con appassionato interesse, particolarmente verso la conclusione, quando il relatore ha espresso il proprio punto di vista, del resto condiviso dalla maggior parte degli ascoltatori che hanno applaudito calorosamente, circa la posizione dell’Azione Cattolica in ordine a determinate contingenze eccezionali della vita sociale e politica.

La sua esposizione si è mantenuta sempre su un elevato tono dottrinale, dal quale tuttavia le concrete applicazioni scaturivano con perfetta logica e naturalezza. Egli ha cominciato con l’indicare i presupposti della sua trattazione, delineati già dalle lezioni precedenti, circa i rapporti tra natura e Grazia, la trascendenza del Cristianesimo, la distinzione tra piano spirituale e piano temporale con le due società che ne derivano, la Chiesa e la società politica, la esclusività del destino personale con la sua distinzione in eterno di ciascuna persona umana che trascende sistemi e storia.

Ha quindi chiarito la portata dei termini in discussione, definendo politica ogni azione della polis o in vista della polis, della comunità di parte o di categoria o di interessi economico – sociali, ogni attività dei cittadini in vista della polis o delle comunità relative. Ha parlato di politica difensiva o costruttiva, quando cioè i cittadini sono impegnati nella difesa di un minimo di libertà o dei valori essenziali del Cristianesimo o viceversa quando, assicurati questi presupposti elementari, i cristiani operano per la ristrutturazione di una società che non tradisca l’intima essenza dell’uomo e della soprannatura.

Successivamente ha delineato la sostanza delle idealità cristiane compendiandole nel Regno di Dio, la vita in Dio anticipata dalla grazia nel fine ultimo della Chiesa, la protezione diretta del deposito della Rivelazione e dei mezzi della Grazia, nel fine prossimo, la conservazione di sé stessa nei rapporti con il temporale. Evidentemente – afferma Dossetti – solo nell’ultimo punto la politica entra in relazione con le idealità cristiane. Negli atti di relazione temporale la Chiesa usa delle varie realtà politiche, sociali, culturali per costruire il complesso necessario alla sua esistenza terrena: ma prende dalla storia e della realtà umana solo quel minimo che è necessario alla sua azione.

Per il resto non assimila, ma rispetta, lascia liberi, pur illuminando e spiritualizzando. In questo minimo si distinguono due zone, ridotte in estensione (l’eccessiva amplificazione sarebbe arbitraria), l’azione sociale cristiana, l’azione civica. L’azione sociale cristiana, più che costituire un programma normativo da ed è una orientazione. Oggi l’approfondimento della tecnica e delle scelte prudenziali è sempre più necessario per la soluzione dei problemi sociali. E’ chiaro che l’intervento della Chiesa nella politica è legittimato dalla difesa dei beni spirituali che le sono affidati dalla difesa della sua esistenza, necessaria ad esercitare questa tutela.

L’on. Dossetti ha proseguito con foga crescente man mano che avanzava nell’esposizione, parlando del valore della politica in rapporto alle idealità cristiane. Egli ha osservato che questa attività dell’uomo quale appartenente alla comunità naturale, è la suprema, quella che organizza architettonicamente tutti i dati desunti dalla realtà umana. Essa è necessaria in relazione alle idealità cristiane perché la Chiesa ha bisogno del mondo per esercitarvi la sua missione. L’uomo non è un isolato, esiste nel contesto dei rapporti sociali l’inserzione negli altri aumenta e completa l’essere. La solitudine è una finzione data dalla materia, la solidarietà è una realtà data dallo spirito. Onde è necessario che per ogni azione fecondatrice si tenga conto delle capacità di assimilazione della compagine sociale.

Ma la politica ha anche i suoi limiti rispetto alle idealità cristiane. Tra mondo naturale e mondo soprannaturale vi è un salto, un valico incolmabile, è la politica che appartiene al primo, sia pure al vertice della scala dei valori terreni, non è capace di superare lo iato. Ed ecco che la politica ha bisogno della fecondazione da parte delle idealità cristiane. Esse danno uno stimolo attivatore e ispiratore che non mira a soluzioni determinate, ma fornisce solo un anelito, un fermento vitale. L’on. Dossetti cita ad esempio il principio democratico, che vivendo del consenso di base ha più bisogno della conferma delle idealità cristiane. E’ per questa fecondazione che la politica può raggiungere il suo fine che è quello di eliminare ogni compressione dell’umano, sviluppare liberamente i talenti dati a ciascuno da Dio.

Nella politica, che parte dalle realtà inferiori, dai dati materiali attraverso la conoscenza tecnica, economica, sociale, culturale fino alla sintesi architettonica finale, vige il principio radicale dell’uguaglianza, dell’autocostruzione, della proporzionalità del valore all’efficienza. Per essa che pone di fronte al criterio di scelte tra bene o male ma più spesso tra beni diversi o tra mali minori, secondo l’on. Dossetti non vige il principio della unità necessaria e le differenziazioni tra cristiani possono essere non necessarie ma possibili. Parimenti la politica esige la legge della tolleranza civica. L’on. Dossetti è quindi entrato nell’ultima parte della sua esposizione, parlando dei soggetti del rapporto tra politica e idealità cristiane.

Egli si è in questo punto posto la domanda se in questo rapporto l’Azione Cattolica abbia una funzione propria da svolgere, ed ha dato una risposta negativa. Ha osservato in proposito che anche quando sono in gioco i diritti essenziali del Cristianesimo e la Chiesa interviene con un atto scaturente dal suo fine prossimo alla sua espressa volontà sono tenuti indistintamente tutti i fedeli senza una responsabilità particolare dell’Azione Cattolica. Né l’intervento dell’Azione Cattolica è legittimato da situazioni eccezionali (o per lo meno non va troppo facilmente estesa la valutazione di eccezionalità) giacchè in queste circostanze l’attuazione o la salvaguardia delle idealità cristiane va fatto con gli strumenti politici esistenti o in mancanza, con il crearli.

L’Azione Cattolica è destinata al servizio delle anime a un servizio di amore. Se una sua utilizzazione diversa può essere giustificata in funzione di una eccezionalità l’elevazione a sistema di un simile fenomeno costituirebbe errore capitale. Il discorso di Dossetti è durato dalle ore 10, 30 alle ore 12,15 e quando è terminato è stato accolto da un fervidissimo applauso. Anche questa volta, è seguita una proficua discussione. Il Congresso si è concluso ieri sera con la relazione organizzativa dell’onorevole Scaglia.

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L’intervento di Dossetti qui riportato dal quotidiano del partito è relativo all’Assemblea Organizzativa che si tenne dal 6 al 9 gennaio 1949. Il dibattito era aperto da Taviani, che riconosceva l’esigenza di una maggiore articolazione interna ma temeva che l’istituzione di correnti organizzate avrebbe potuto danneggiare l’unità del partito. Anche Dossetti non metteva in discussione l’articolo 87 dello statuto che impediva la formazione di tendenze organizzate in senso capillare e verticistico. Il professore reggiano riteneva però che l’articolo in questione si potesse integrare con disposizioni nuove, che permettessero di presentare delle mozioni firmate da uomini qualificati. Questo avrebbe permesso di eliminare ogni ambiguità interna e avrebbe rinnovato la stessa vita politica del partito, favorendo il libero dibattito delle idee e contribuendo alla formazione degli iscritti. Il tutto s’inseriva in una visione dell’azione politica dei cattolici molto precisa. Egli intendeva rivendicare ed affermare, in altre parole, attraverso una nuova struttura del partito e una diversa e più completa opera di formazione politica dei suoi militanti, il ruolo della Democrazia Cristiana come partito politico autonomo, distante e distinto dalle diverse organizzazioni del mondo cattolico, le quali per il solo fatto di appartenere a quell’ambito pensavano di poter svolgere un’azione di tipo politico migliore di quella della Dc stessa. Il partito, quindi, doveva distinguersi per altro: esso doveva fare politica analizzando in tutti i suoi aspetti e in conformità ad un programma concreto la realtà economica e sociale del paese.

La struttura i compiti e la funzione del Partito all’esame dell’Assemblea organizzativa, Il Popolo, p. 3, 8 gennaio 1949

ora in Luigi Giorgi, “Una vicenda politica. Giuseppe Dossetti 1945 – 1956, Scriptorium, Milano 2003, pp. 279 – 280.

DOSSETTI La relazione di Taviani ha tracciato una completa architettura del partito e della sua funzione nello Stato in una situazione storica concreta come la presenta. La mia visione del partito è in più di un punto diversa: ma la sua esposizione organica e sistematica mi costringerebbe a fare ora una controrelazione. Non ne ho l’intenzione e spero che mi si presenti presto il destro per farla in altra sede. Mi limito a richiamare le impostazioni già fatte qui da Ardigò, Baget e da Ravaioli. Ma soprattutto mi richiamo a quanto io stesso ho detto nell’ultimo Consiglio Nazionale del Partito. Posi allora una domanda che rimase senza risposta ieri da Piccioni come oggi da Taviani e da tutti coloro che parlano di unità del partito. Unità sì, ma intorno a che cosa ? Non basta intorno ai principi cristiano sociali o ad una tradizione di partito che è rimasta ferma alla situazione di 20 anni fa, tanto diversa dalla presente. Occorre finalmente convincersi che da quei principi, che oggi hanno un valore solo di generica orientazione, bisogna scendere ad un programma concreto di azione, di partito e di Governo il cui contenuto sistematico è ben altra cosa dalle singole applicazioni particolari che, queste sì, debbono essere lasciate all’iniziativa quotidiana degli organi del partito e del Governo. Per la determinazione di questo contenuto occorre lasciare svolgere la dialettica disciplinata delle tendenze che sono l’unico strumento per l’affinamento politico dei nostri e perché dal complesso di tutto il partito siano tentate quelle analisi tecniche e prudenziali, presupposto indispensabile della sintesi sugli orientamenti d’azione, intorno ai quali deve operarsi e mantenersi l’unità, non solo sentimentale, ma di volontà e di responsabilità, di tutti i democratici cristiani.

Con questo non voglio che sia abolito l’articolo 87 dello Statuto circa il divieto delle tendenze organizzate. Ritengo che si debba mantenere il divieto della organizzazione in senso proprio capillare e verticale. Ma ritengo anche che l’articolo 87 debba essere integrato con precise disposizioni le quali consentano, non solo in teoria, ma di fatto e in concreto, alle diverse posizioni tendenziali, sistematiche e coerenti non occasionali e limitate a singoli problemi particolari, di farsi valere: cioè con Ravaioli ritengo che deve essere data una posizione ufficiale alla presentazioni di mozioni, qualificate con la firma di uomini responsabili, e che a queste mozioni debba restare legata la elezione di coloro che devono far parte degli organi del partito.

Ciò per un impegno di chiarezza e responsabilità. Ma ciò anche perché questo è l’unico modo di disciplinare quanto altrimenti avviene di fatto. Cioè l’azione di gruppi o di posizioni di frazioni spesso ad opera proprio di coloro che non parlano mai, come noi, del diritto delle tendenze ad affermarsi, ma senza parlarne di fatto organizzano tendenze che potrebbero rompere l’unità politica dei cattolici italiani. Anzi questo riconoscimento di un giuoco disciplinato delle tendenze e della funzione ch’esse sole possono adempiere per l’affinamento politico degli iscritti, per la formazione di una classe dirigente e per la determinazione concreta di un programma tecnico politico di azione è anche l’unico modo per precisare e specificare l’azione politica dei democristiani. Soprattutto per rendere questa azione aderente alle necessità del momento e per impedire che si continui a pensare da molti che si dicono cattolici organizzati e non, che basti essere cattolici e possedere il patrimonio dei principi generali della nostra dottrina sociale, per poter svolgere una azione politica e magari una azione politica migliore e più efficace di quanto non sappiano fare i democratici cristiani. Bisogna dimostrare che per avere il diritto e la capacità di fare della politica, ci vuole e si ha un programma politico concreto, conquistato attraverso un’analisi complessa, graduale e, se è necessario, internamente dialettica, della realtà economica, sociale e politica.

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Dossetti su “Il Popolo”: marzo-dicembre 1949, dal Patto Atlantico alla necessità delle riforme economiche. A cura di Luigi Giorgi

Questo intervento aretino di Dossetti avvenne pochi giorni prima dell’inizio del dibattito parlamentare in merito al problema dell’adesione o meno dell’Italia al Patto Atlantico. Egli ribadì la sua linea “non neutralistica” rispetto al problema delle alleanze internazionali ed espresse una visione della politica estera ancorata ad una declinazione pacifica delle necessità dettate dallo schema politico del dopoguerra.

Il dibattito in seno ai gruppi parlamentari del partito avrebbe chiarito meglio la sua posizione, attenta a qualificare maggiormente, nel senso di una più decisa consapevolezza e di una più estesa autonomia, l’entrata del nostro paese nell’alleanza atlantica. In questo modo si sarebbe potuto costruire una parabola “estera” del nostro paese che avrebbe permesso all’Italia di reinserirsi nel consesso internazionale in una posizione di maggiore importanza.

Dichiarazioni di Dossetti, Il Popolo, 9 marzo 1949, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica Giuseppe Dossetti, Scriptorium 2003, pag. 281.

Nella Sala Maggiore del Seminario alla presenza del Vescovo di Arezzo, del Sindaco, del sen.Pazzagli, delle maggiori autorità e di una grande folla, l’on. Giuseppe Dossetti ha inaugurato ieri, con un’ applaudita conferenza, la settimana di sociologia cristiana (7 – 12 marzo) svolgendo il tema introduttivo: << Dalle promesse ai fatti>>.

L’oratore ha rilevato fra l’altro come il mondo vada incontro ad una vicendevole unificazione, sia pure esteriore, ed ha sottolineato come la data del 18 aprile 1948 non sia soltanto una data di quelle che si definiscono storiche ma debba essere considerata come una tappa della civiltà moderna che ha affidato alle forze cattoliche le sorti di un grande paese come l’Italia. Rispondendo infine a tre domande rivoltegli da un gruppo di post telegrafonici aretini, che chiedevano la sua opinione personale circa l’adesione dell’Italia al Patto Atlantico, il suo giudizio sulle critiche dell’opposizione al Patto stesso e quali speranze si possano avere per una schiarita nei rapporti internazionali, ha replicato in via presuntiva e con tute le riserve di non ritenere possibile la minacciata terza guerra mondiale che scatenerebbe addosso ai popoli più che la bomba atomica la distruzione di ogni valore umano; che le critiche delle sinistre sono contraddittorie e che la crisi che travaglia il Partito socialdemocratico è dovuta a riflessi stranieri del laburismo e di altri movimenti consimili e che nessuna anticipazione può essere fatta circa l’adesione dell’Italia al Patto Atlantico prima che di ciò sia discusso in sede competente. Egli ha concluso affermando che ognuno deve sentire profondo il sentimento della difesa del proprio Paese e dei propri fratelli non per andare incontro ad una nuova guerra ma alla vera e duratura pace.

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Dossetti interveniva durante il CN dell’aprile ’49 considerando nel complesso soddisfacente l’operato dell’Esecutivo dopo il 18 aprile: riteneva tuttavia che servisse uno scatto in avanti, in grado di rivitalizzare l’opera del partito e conseguentemente del governo. Bisognava, per questo, approntare una riforma degli organi “decisionali” dando maggiore attenzione ad un cambiamento della struttura degli organi centrali di governo e al rapporto fra l’Esecutivo e il Parlamento; occorreva coordinare l’intervento economico e sociale secondo precise priorità. In questo disegno il partito doveva assumere un ruolo centrale di perno e di sprone nei confronti dell’azione governativa, in modo da veicolare le aspirazioni del popolo italiano. Tale disegno poteva attuarsi, però, soltanto se il partito si fosse posto, pur nella necessaria collaborazione, in maniera autonoma rispetto al governo.

De Gasperi esalta la forza unitaria del Partito al servizio dell’Italia, Il Popolo, 29 aprile 1949, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica Giuseppe Dossetti, Scriptorium 2003, pag. 282.

DOSSETTI riafferma che pur nella differenziazione di certi atteggiamenti, c’è in tutto il Partito della D.C. una sostanza di fondamentale adesione spirituale all’unità e alla disciplina. Concorda con Piccioni nel ritenere che, nel Paese, si sia determinato un senso di soddisfazione per le realizzazioni operate dopo la vittoria del 18 aprile. Il popolo italiano apprezza il cammino compiuto per il rinsaldamento dallo Stato all’interno e (sia pure in molti con semplificazioni unilaterali non da tutti condivise) per l’aumento del nostro prestigio di fronte all’estero. Ma questo apprezzamento non basta alle esigenze morali e politiche di un Partito come la Democrazia Cristiana, perché esso è come la gioia di un’ alba che implica però la responsabilità del meriggio. Di qui per molti di noi sorge l’esigenza di una critica costruttiva, che non è tanto rivolta al passato, ma tesa verso realizzazioni sociali e politiche dell’avvenire. E’ per questo che noi chiediamo di costruire con invenzioni nuove ricercate il più possibile in libertà e concordia di intenti. A questo fine però non basta il patrimonio ideale che abbiamo ereditato. Bisogna arricchire le tesi fondamentali che debbono segnare la nostra costruzione meridiana. E’ per questo che noi parliamo talvolta di insufficienza, ma non rispetto al passato, rispetto al futuro. La coscienza a cui fa appello De Gasperi è un presupposto necessario della nostra azione, ma essa per se non basta e deve rivelarsi nella luce delle realizzazioni concrete. Di qui la esigenza delle analisi dei nuovi problemi e delle nuove situazioni e del dialogo interno. Questo dialogo non deve far paura perché non è una specie di dialettica marxista, ma è fondato sul senso della concretezza realizzatrice. Addita come temi pratici in questa analisi: lo studio di una riforma di struttura degli organi centrali di Governo, in relazione al fatto che lo strumento governativo va adeguato ai nuovi compiti assunti dallo Stato; il contributo ad una più organica delineazione dei rapporti fra Governo e Parlamento; la impostazione di una coordinazione, organica e non empirica, da parte del Partito delle direttive per le riforme sociali sinora piuttosto accennate frammentariamente e senza una direttiva unitaria di politica economica e sociale. In particolare sottolinea la necessità per la D.C, di dare ai suoi aderenti, che agiscono nel campo del lavoro, una visione più adeguata e costruttiva dei loro compiti. Sollecita un dialogo più intenso di contatti e di scambi fra Partito e Governo. Conclude affermando che il Partito deve servire il Governo, facendogli pervenire con la propria voce autonoma e genuina, attraverso uno sforzo di collaborazione organica e continua, l’espressione di quelle che sono le aspirazioni del popolo italiano verso una società migliore.

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In questo Consiglio Nazionale (30 luglio – 2 agosto 1949) Dossetti espresse la necessità di un migliore funzionamento della macchina statale, in modo da venire incontro alle impellenti esigenze del Paese. A questo fine egli ragionava sui provvedimenti da attuare per migliorare l’efficienza degli organi legislativi ed esecutivi. In questa prospettiva individuava il partito come un protagonista in grado di dettare l’agenda dei nuovi rapporti fra se stesso e il governo e fra l’ambito proprio della politica e quello proprio della burocrazia e della tecnica. Egli riteneva, inoltre, che si dovesse assumere un atteggiamento più intransigente contro i tentativi di condizionamento della politica delle riforme operati dai partiti di destra presenti nella maggioranza di governo. Il riferimento andava probabilmente alle resistenze, messe in atto dagli altri partiti centristi, in particolare i liberali, incontrate nella nascente proposta di riforma agraria posta in itinere dal governo, che si rendeva oltretutto sempre più urgente viste anche le continue manifestazioni di protesta attuate da parte dei braccianti.

Chiediamo che la libertà e la giustizia sociale costituiscano base sicura del comune lavoro, Il Popolo, 2 agosto 1949, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica Giuseppe Dossetti, Scriptorium 2003, pag. 284.

DOSSETTI dichiara che rinuncerà a trattare di molti problemi per i quali pure può nutrire vivo interesse (per esempio la politica estera del Partito) e concentrerà la sua attenzione unicamente su due problemi politici e con la preoccupazione non tanto di vederne gli aspetti generali di impostazione di pervenire a una soluzione concreta. Come primo aspetto concreto considera la necessità di pervenire a una qualche conclusione sui rapporti con gli altri partiti di Governo (socialisti democratici e liberali in specie). Rileva al riguardo che tanto Taviani come i molti amici intervenuti su questo argomento hanno espresso uno stato d’animo, ma non hanno concluso sull’atteggiamento concerto da assumere: perciò propone senz’altro quattro criteri immediati da adottare soprattutto nei rapporti con le destre, come esigenza minima immediata per evitare alcune delle manifestazioni più gravi della non collaborazione e della sorda ostilità mostrata al centro e alla periferia dai liberali e dalle forze economiche che li fiancheggiano e che si prevalgono della forza risultante dalla partecipazione al Governo. I quattro criteri proposti sono un minimo immediato da adottare che potrà svilupparsi in caso di necessità anche in un invito ai liberali a lasciare il Governo. Come secondo aspetto concreto affronta quella della efficienza dei supremi organi legislativi e esecutivi. Al riguardo dichiara che la sua posizione di partito, da tanti amici descritta come una posizione di sinistra o di avanzato progressismo, vuole essere soprattutto posizione fondata sull’esigenza primaria dell’efficienza statutale: cioè scontento non tanto di un preconcetto indirizzo di sinistra o di destra, ma anzitutto sulla preoccupazione che lo Stato, di cui la D.C. ha la maggiore responsabilità, soddisfi il più efficientemente e il più tempestivamente possibili compiti fondamentali (sopratutto economici e sociali) che sullo Stato oggi gravano. A questo fine preannunzia la presentazione immediata al Consiglio Nazionale o a una apposita sua commissione di un progetto contenente una serie di prime proposte o di primi suggerimenti per l’avvio a soluzione dei problemi interessanti l’efficienza del Parlamento, del Governo, dei Ministri e i rapporti tra le Camere ed Esecutivo. Di questo progetto annuncia i criteri generali interessanti in particolare la funzione di sintesi e di stimolo, al riguardo, del Partito e i rapporti, da una parte tra Partito e Governo, e dalla altra tra organi politici e burocrazia tecnica.

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Dossetti nel CN del partito (18 – 20 dicembre 1949) effettuava un pressante appello circa la necessità delle riforme economiche. Esse potevano essere attuate, a suo giudizio, tramite appositi organi in grado di condurre gli investimenti necessari con competenza ed efficacia. Quest’opera di cambiamento poteva essere maggiormente incisiva se appoggiata da vere forze politiche e non da “mezze formazioni” che rappresentavano solo pochi “notabili”. Ciò non significava escludere la collaborazione con gli altri partiti, ma cercare appoggio da forze veramente rappresentative della realtà italiana. Egli proponeva, infine, alla DC , uno sforzo di direzione dei processi economici e sociali più deciso e convinto di quanto avesse posto in essere fino ad allora, così da rispondere al problema della lavoro e tentare di affrontare con più energia la disoccupazione. Da tutto ciò avrebbe trovato giovamento l’intera azione governativa, a suo giudizio ancora troppo lenta, contraddittoria e frenata. Occorre ricordare, inoltre, che il governo si trovava in quel periodo in difficoltà per le dimissioni dei ministri socialdemocratici, che si erano allontanati dal governo per non precludere una possibile riunificazione socialdemocratica, tra il Psli, la componente di Romita e Viglianesi uscita dal Psi e l’Unione Socialista di Silone.

Due intense giornate di dibattito al CN della DC, Il Popolo, p. 2, 20 dicembre 1949, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica Giuseppe Dossetti, Scriptorium 2003, pp. 285 – 286.

Si alza quindi a parlare DOSSETTI. L’oratore affronta solo il problema centrale cioè, se nella situazione attuale, politica ed economica, vi siano o non vi siano motivi sostanziali di novità e se non si debba fare altro che continuare sulla linea di ora. Insiste sugli elementi di novità giudicando che la stessa Direzione del Partito non si sia resa abbastanza conto e non si sia fatta portavoce presso il Governo dell’opinione generale del Partito e dello stato generale di insoddisfazione oramai dominante. Pone in evidenza i mutati rapporti delle forze politiche. Rileva le ostilità nutrite da certi ambienti liberali rispetto a punti fondamentali e indifferibili del programma democristiano. Insiste sul fatto che gli attuali Ministri liberali non hanno una vera e propria solidarietà di base politica e parlamentare. Così pure, il PSLI non ha portato nell’opera di Governo una vera e propria qualificazione socialista. Di più il PSLI oggi dopo le ultime vicende non esprime più tutta la base socialista che gli ha dato i voti il 18 aprile. Non si può ignorare che una parte, forse prevalente dei socialisti indipendenti, dal comunismo, oggi sfugge al PSLI e non si sente rappresentata dagli uomini che hanno partecipato al Governo. Orbene tutto questo non vuol dire che la D.C debba, in linea di principio escludere la collaborazione di altri partiti. Anzi una vasta e sincera collaborazione democratica sarebbe sempre augurabile, ma deve trattarsi assolutamente di collaborazione di vere e proprie forze politiche, non di mezze forze o di singole persone che rappresentano solo se stesse. Chi partecipa al Governo vi deve partecipare avendo dietro di sé, nel Parlamento e nel Paese, una base effettiva e solidalmente impegnata in un determinato programma e in una determinata azione governativa. Altrimenti, l’azione di Governo diventa sempre più lenta e contraddittoria, incapace di quella efficienza pronta e realizzatrice che l’opinione pubblica sente ora come assolutamente necessaria soprattutto per risolvere il problema fondamentale dell’ora, cioè, il dare lavoro al maggior numero possibile di lavoratori. A questo riguardo l’oratore ha ripreso le osservazioni già fatte alla riunione economica dei giorni scorsi e ha mostrato vari aspetti della lentezza dello scardinamento e della contraddittorietà della politica economica, soprattutto in materia di investimenti e di potenziamento del Meridione e delle altre zone meno sviluppate. Perciò l’oratore dice di voler concludere con la enunciazione di tre condizioni assolute per garantire l’efficienza del futuro Governo: 1) che non vi è collaborazione efficiente se non vi è collaborazione di forze politiche (e non soltanto di persone più o meno qualificate come tecnici) impegnate ad una solidarietà di azione nel Governo e nel Parlamento; 2) che la politica economica d’ora in poi deve essere tutta centrata (e coordinata sotto responsabilità diretta della D.C) sull’obiettivo della massima occupazione; 3) che gli investimenti nelle zone non del tutto sviluppate debbono essere coordinate specificamente da un apposito organo stimolatore e realizzatore degli investimenti stessi.

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Dossetti su “Il Popolo”. Gennaio – dicembre 1950: inizio di un nuovo percorso politico.  Il partito e le riforme. A cura di Luigi Giorgi

L’esponente democristiano insisteva, durante un discorso tenuto a Milano (9 gennaio 1950), sulla necessità di dare il “la” ad una politica di riforme attraverso un piano di investimenti ben determinato. Egli precisava, inoltre, la sua posizione rispetto al rapporto del partito con le altre forze politiche. Questo era definito “problema di forma” rispetto a quello più urgente, di merito, consistente nell’ affrontare e risolvere le necessità del Paese. In questo compito, dunque, qualsiasi compagno di “strada” volenteroso e sincero sarebbe stato benaccetto. (La difesa della lira è una necessità sociale.

Dichiarazioni del Ministro Pella – Un discorso di Dossetti a Milano, Il Popolo, 10 gennaio 1950, ora in L.Giorgi, Una vicenda politica. G. Dossetti 1945 -1956, Scriptorium, Cernusco sul Naviglio, 2003, p. 286.

A Milano ha parlato l’on. Dossetti il quale ha sottolineato la necessità di un <<piano d’investimenti>> da lui considerato più importante delle singole riforme che devono essere coordinate ad esso e, come nel caso della riforma fondiaria, devono essere limitate a realizzazioni immediate. Parlando dell’industria metalmeccanica l’on. Dossetti ha additato nella costruzione di acquedotti meridionali e di impianti idroelettrici due obiettivi del piano. L’oratore ha pure chiesto che il Governo si faccia delegare dal Parlamento a compiere rapidamente un’opera di rinnovamento totale della burocrazia. Giungendo alla conclusione del suo discorso l’on. Dossetti ha espresso il suo pensiero sui rapporti con gli altri partiti. <<E’ un problema di forma – ha detto l’oratore – poiché il problema di sostanza è rappresentato dal fatto che il Paese esige la soddisfazione urgente delle sue naturali necessità. Se con quest’opera possiamo trovare dei compagni tanto meglio >>. Ha cioé respinto una pregiudiziale, attribuitagli, di volere il Governo <<monocolore>>.

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Dossetti nel suo nuovo compito di vice segretario del partito, acquisito durante il CN del 16 –20 aprile del ’50, si spendeva in giro per l’Italia per illustrare i propositi di riforma messi in campo dal governo. Fra questi c’era la Cassa del Mezzogiorno (varata poi il 16 settembre dello stesso anno). La discussione in merito assurgeva a simbolo di un modo nuovo di coinvolgimento e responsabilizzazione dei cittadini, in grado, inoltre, di dare nuova vita, importanza e centralità al ruolo dei partiti politici. Questi assumevano cosÏ, per il parlamentare emiliano, un compito di fondamentale mediazione in grado di introdurre il popolo alla piena coscienza dei principi della vita democratica, momento di edificazione di un nuovo tessuto sociale, capace di creare una profonda aderenza del cittadino alla democrazia.

Convegno di studio per la “Cassa del Mezzogiorno”, Il Popolo, p. 5, 9 luglio 1950, ora in L.Giorgi, Una vicenda politica. G. Dossetti 1945 -1956, Scriptorium, Cernusco sul Naviglio, 2003, p. 287.

L’on. Dossetti, vice – Segretario della D.C. e l’on. Scoca presidente della Commissione speciale della Camera per la <<Cassa del Mezzogiorno>>, hanno inaugurato stamane l’annunciato convegno economico appulo – lucano. Dopo il saluto rivolto agli intervenuti dal segretario regionale della D.C., Priore e dal Sindaco Di Cagno, ha preso la parola l’on. Dossetti. Stabilendo i limiti del convegno sull’argomento <<Cassa del Mezzogiorno>>, egli ha detto che si tratta di un provvedimento nuovo nella sostanza e nello spirito per la sua ispirazione, per i metodi cui intende attenersi. Il convegno odierno ha lo scopo di affermare un nuovo criterio di democrazia nel senso che gli uomini della periferia partecipano, sia pure indirettamente, alla discussione di un provvedimento legislativo che, peraltro è nella fase che consente ancora modificazioni correttrici; si tratta, dunque, di un’estensione di vita democratica dal partito di maggioranza. Se tutti i partiti fossero consapevoli di questa loro funzione – ha soggiunto l’oratore – i cittadini si persuaderebbero di più dell’utilità dei partiti politici, i quali debbono essere considerati appunto come termini di mediazione per la partecipazione più proficua degli uomini della periferia alla vita democratica. L’on. Scoca a sua volta, prendendo la parola ha indicato al convegno tre punti fondamentali di discussione: sistema dei controlli, mezzi finanziari, opere che siano complessi organici e non realizzazioni dispersive. Si è quindi aperta la discussione alla quale hanno portato notevoli e vivaci contributi molti intervenuti: il prof. Tridente ha parlato della necessità che si trovino uomini adatti e preparati a interpretare e realizzare lo spirito della legge; il prof. Lasorsa ha posto in luce il pericolo che il finanziamento per 100 miliardi annui alla <<Cassa>> non sia veramente garantito; il dott. Pirelli si è soffermato su alcuni aspetti tecnici della questione.

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Questo suo secondo intervento in merito alla Cassa del Mezzogiorno, è più tecnico e specifico del precedente effettuato due giorni prima. La “Cassa” rispondeva, in definitiva, ad esigenze di riforma strutturale della realtà meridionale. Essa rappresentava un mezzo per arrivare a cambiare, in modo profondo, l’equilibrio sociale ed economico delle regioni del Sud, che dovevano, per questo, raggrupparsi in un fronte unitario senza disperdere le loro energie in richieste particolaristiche.

La Cassa del Mezzogiorno strumento di elevazione sociale, Il Popolo, p. 5, 11 luglio 1950, ora in L.Giorgi, Una vicenda politica. G. Dossetti 1945 -1956, Scriptorium, Cernusco sul Naviglio, 2003, p. 287-288.

Il Convegno economico appulo – lucano, nel corso del quale sono stati esaminati i problemi più importanti connessi con l’istituzione della <<Cassa del Mezzogiorno>> si è concluso con i discorsi riassuntivi degli on. Scoca e Dossetti.

L’on. Scoca ha spiegato che per essere fedeli al concetto e allo spirito della <<Cassa>> si è voluto di proposito concentrare il programma solo su opere straordinarie. Gli ospedali, gli acquedotti, le scuole, di cui si è parlato sono certo esigenze gravi e inderogabili, ma non rientrano nei compiti della <<Cassa>>, il che sta a confermare che gli stanziamenti ordinari per il Mezzogiorno rimarranno integri nei bilanci ordinari dei vari Ministri come è detto nello stesso articolo 1 della legge che dice esplicitamente che <<restano ferme le attribuzioni e gli oneri dei Ministeri competenti per opere anche straordinarie alle quali lo Stato provvede nei singoli stai di previsione dei Ministeri>>. Si è levato quindi a parlare l’on. Dossetti. Egli ha rilevato da tutta la discussione la contrapposizione di due tesi: una dispersiva, che cioè era meglio assegnare maggiori disponibilità ai vari Ministeri, oppure distribuire la somma alle varie province; la seconda favorevole a un programma unitario. La legge è per la seconda tesi, per la tesi che cioè si oppone ad ogni divisione e distribuzione. La legge sulla <<Cassa>> mostra che per la prima volta è entrata nella coscienza dello Stato e degli uomini che agiscono in suo nome, la necessità di una incisione strutturale. Ecco perché l’articolo primo della legge non parla neppure di <<Cassa>>, proprio per sottolineare che la <<Cassa>> non è che un mezzo per raggiungere un certo fine. Più importante della <<Cassa>> è il programma generale di interventi: intervento coordinato, unitario e concentrato, allo scopo di determinare una situazione nuova, cioè la rottura di un vecchio falso equilibrio e l’avvio verso un equilibrio nuovo della situazione economica e sociale dell’Italia meridionale. Le regioni meridionali non possono pertanto e non debbono rimanere in una psicologia di rivendicazioni territoriali, provinciali o comunali, non possono tenere un atteggiamento rivendicazionista. La loro situazione di depressione esige una grande azione frontale unitaria e le regioni meridionali debbono, in perfetta armonia, rilevare i loro bisogni, formulare un programma unitario e porlo allo Stato non nell’interesse particolare delle singole regioni ma nell’interesse generale.

L’oratore ha quindi concluso con un appello alla collaborazione di tutti gli uomini di qualunque ispirazione politica nel nome dell’amore alla loro terra.

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Il professore reggiano illustrava alla Direzione i risultati raggiunti con i nuovi provvedimenti socio – economici. Egli inoltre spiegava il ruolo che in questo iter si era cercato di attribuire al partito e ai suoi militanti, affidando ad essi il difficile compito di seguire e stimolare, nella loro concretezza, i progetti di legge ratificati dall’Esecutivo. Va ricordato, infatti, che erano state da poco approvate le leggi di riforma agraria: nel maggio 1950 la “Legge Sila” riguardante la Calabria; il 28 luglio dello stesso anno la legge stralcio applicata al bacino del Fucino, alla Maremma toscana, al delta del Po e ad alcune zone della Sardegna, Basilicata, Campania, Puglia. Dossetti gettava, dunque, tutto il suo prestigio e tutta la sua passione per permettere una reale ed efficace riuscita di queste scelte del governo.

Ampio esame delle esigenze fondamentali del Paese. Un programma di attività politica e organizzativa, Il Popolo, 10 settembre 1950, ora in L.Giorgi, Una vicenda politica. G. Dossetti 1945 -1956, Scriptorium, Cernusco sul Naviglio, 2003, pp. 288 – 289.

Dopo la relazione del Segretario del partito, il vice Segretario Politico Dossetti ha riferito sul nuovo programma legislativo che il partito si propone di sollecitare per la sessione legislativa ‘50 –‘51 (provvedimenti per la difesa, leggi elettorali amministrative, legge sulle incompatibilità parlamentari, legge sull’ordinamento della Presidenza del Consiglio nel quadro del rinnovamento organico e burocratico, legge sulla stampa, legge sindacale, leggi per la magistratura, per la scuola, per la previdenza sociale, per la ricerca e lo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi ecc.), ed in particolare ha riferito sull’indirizzo dei più importanti provvedimenti destinati ad avere una notevole risonanza in sede politica e in sede sociale. Inoltre il vice Segretario Politico ha dato notizia del metodo e degli interventi con cui, nell’ultimo periodo, il Partito ha cercato di seguire e stimolare l’esecuzione dei provvedimenti legislativi già adottati, soprattutto di quelli incidenti sul rinnovamento delle strutture sociali e della occupazione. In specie la Direzione ha potuto constatare i primi sviluppi dell’azione intrapresa nella Sila e la rapidità con cui si è proceduto ad espropri per grandi estensioni di terreni, nonché l’influsso favorevole che le espropriazioni hanno esercitato sull’opinione e l’orientamento dei lavoratori della terra in Calabria a prova dell’efficacia persuasiva dei fatti concreti. Il vice Segretario Politico ha quindi esposto aspetti più particolari del problema: relativi all’occupazione, prospettando perfezionamenti per il regolamento e il meccanismo del collocamento e perfezionamenti per l’iniziativa, già rivelatasi tanto efficace, dei cantieri di qualificazione, sia prospettando un coordinamento organico e una integrazione del programma dei lavori pubblici. Infine, il vice Segretario Politico ha dato notizie di una serie di iniziative nuove, già pronte, per rafforzare l’azione e la capacità di intervento del Partito ad ausilio e presidio delle realizzazioni politiche e sociali del Governo.

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Dossetti su “Il Popolo”. Ottobre 1950 – gennaio 1951: la politica delle riforme. Limiti e possibilità. A cura di Luigi Giorgi

Dossetti in questo discorso attaccava la volontà di pace del Pci, che sperava, a suo avviso, di prendere il potere in maniera violenta: si era in pieno furore ideologico dato dalla guerra di Corea. Il conflitto asiatico determinava, in entrambi gli schieramenti, valutazioni che andavano al di là della realtà dei fatti e che generava pesanti condizionamenti nell’attività politica interna. Egli rilanciava, inoltre, il ruolo dello Stato in favore di un piano di lavori pubblici, in grado di creare occupazione. Mirava anche ad una riforma del carico fiscale in grado di favorire le piccole imprese a discapito delle grandi.  

Dossetti denuncia la falsità dei comunisti, “Il Popolo”, 3 ottobre 1950 ora in L. Giorgi, Una vicenda politica. G.Dossetti (1945 -1956), Ed. Scriptorium, Cernusco sul Naviglio 2003, pp 289 – 290.

Nel teatro nuovo di Cesena alla presenza di varie centinaia di dirigenti sezionali della D.C convenuti da ogni parte della provincia di Forlì, l’on. Giuseppe Dossetti, vice segretario del Partito, ha precisato il punto di vista della D.C. sui principali problemi politici del momento attuale. Trattando anzitutto il problema dell’Ente Regione, ha affermato che il primo dovere dell’ora attuale è quello di eliminare le molte diffidenze infondate che si sono formate intorno a questo problema, talvolta ad opera di informazione inesatte diffuse dalla stampa indipendente, la quale ha ampliato ed esagerato inconvenienti locali che in realtà avevano importanza minore di quella ad essi attribuita. La istituzione generale dell’Ente Regione è indubbiamente utile per educare il popolo all’autogoverno, ma nella situazione assolutamente eccezionale che attraversiamo va attuata con grande cautela. La D.C. terrà fede al suo impegno di fare le elezioni generali amministrative nella primavera prossima. Le elezioni regionali verranno poi. Esse però saranno di secondo grado, in quanto si faranno attraverso i Consigli Comunali. Analizzando l’atteggiamento recente del partito comunista, l’on. Dossetti vi ha scorto un vago desiderio da parte dei suoi dirigenti di tentare un avvicinamento con la D.C. Sintomi di questo tentativo egli ha scorto nello svolgimento della polemica tra l’on. Togliatti e il ministro Gonella. Indubbiamente pesa sul P.C la sensazione del disprezzo dimostrato dalla Russia nei confronti del P.C della Corea: essa infatti ha abbandonato quest’ultimo quando ha visto che il gioco ordinatogli andava a finire malamente. Eguale atteggiamento la Russia tenne nei confronti del P.C. greco. Il P.C. italiano non vuole sinceramente la pace. Esso cova invece la speranza che scoppi una guerra par poter conquistare in Italia quel potere che non potè avere con le elezioni e con le pacifiche vie della democrazia. Rivolto ai giovani che lo avevano sollecitato per varie questioni sindacali, l’on. Dossetti ha affermato: «Stimolerò il Parlamento ad approvare rapidamente la proposta legge sindacale, ma non crediate che una volta avuta la legge, la questione sindacale sia per questo fatto eliminata. Occorre disporre di una forza sindacale capace, e soprattutto bisogna fare quella coscienza sindacale che ancora manca in molti». L’on. Dossetti ha lamentato il malvezzo diffuso ancora in troppi di voler sdottrinare tutti i problemi generali dello Stato. La D. C – ha rivelato – ha chiesto al Governo un programma integrativo di altri 50 miliardi di lire per lavori pubblici per il prossimo inverno. Si spera di poterlo ottenere. La stessa D.C si interesserà poi a favorire dei piccoli artigiani e dei piccoli commercianti, i quali forse oggi risentono troppo la pressione fiscale. Bisognerà studiare una migliore distribuzione di tale pressione fiscale alleggerendola alle piccole aziende e rifacendosi invece sulle aziende maggiori.

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Durante il  Consiglio Nazionale del partito (14 – 16 ottobre 1950) il parlamentare emiliano tracciava un resoconto dei progetti approvati e di quelli ancora in itinere. Egli metteva in risalto sopratutto il metodo usato per condurre in porto le proposte di legge ratificate, che aveva prodotto risultati notevoli nel campo delle riforme sociali ed economiche. Questa capacità operativa aveva mobilitato tutta la Dc, sottomettendo le problematiche affrontate agli interessi generali, in modo da sottrarle a disposizioni di parte. Egli riteneva, in conclusione, che per arrivare a completare le riforme occorresse una chiara e decisa volontà politica: in questa ottica il partito doveva farsi carico di tale compito e portare avanti con fermezza la scelta riformistica avviata, così da ottenere esiti rapidi ed efficaci.

 I lavori del Consiglio Nazionale della DC, “Il Popolo”, 15 ottobre 1950, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica. G. Dossetti (1945 -1956), cit. pp. 290 – 292.

Dopo una breve interruzione prende la parola il Vice Segretario politico DOSSETTI il quale svolge la relazione che ha per tema l’azione svolta dal Partito in ordine all’emanazione ed esecuzione delle leggi, sia in generale che con particolare riguardo ai problemi economici e sociali. L’oratore esamina i problemi dei rapporti del Partito con il Parlamento, con il Governo, con i Gruppi Parlamentari e con i più importanti organismi ed Enti. Presupposto di questa azione è evidentemente l’efficienza del Partito, che deve perfezionare la sua organizzazione, migliorare i quadri, superare una certa resistenza al nuovo che talora permane tra taluni iscritti. Onde adeguare la Direzione Centrale ai compiti che più immediatamente la riguardano, si è cercato di perfezionare gli organi centrali e in particolare si è proceduto alla riorganizzazione dell’Ufficio economico e all’istituzione dell’Ufficio legislativo e dell’Ufficio studi. Per quanto riguarda i rapporti fra il Partito, il Governo e il Parlamento, la Direzione centrale ha più volte, ora in forma solenne esplicita, ora più semplicemente e confidenzialmente, fatto conoscere il suo pensiero e prospettato le diverse esigenze, non solo sui problemi generali e di indirizzo, ma anche sui problemi particolari. I rapporti con i Gruppi parlamentari – prosegue l’oratore- sono stati sempre molto intensi e cordiali: si deve a questa collaborazione se l’azione legislativa ha potuto assumere negli ultimi mesi un ritmo tale da consentire l’approvazione di numerose leggi alcune delle quali di grande rilievo sociale, come la legge per la Sila, per la «Cassa del Mezzogiorno» , la legge stralcio per la riforma fondiaria. Proficui rapporti si sono pure intrattenuti con le organizzazioni di categoria e con le organizzazioni sociali. Il Vice Segretario politico ha poi esaminato i provvedimenti emanati dai primi di maggio al 12 ottobre, facendo rilevare che tutto il programma legislativo enunciato al Convegno Nazionale dei Segretari Provinciali dello scorso maggio è stato realizzato prima della ripresa  autunnale. Tra i provvedimenti più importanti ricorda: la legge per l’utilizzo dei 100 miliardi ERP per macchinari e attrezzature, la legge per il Fondo speciale per il riordinamento dell’industria siderurgica, la legge sul FIM (già approvata alla Camera e in discussione al Senato), vati provvedimenti in materia sociale e del lavoro provvedimenti in materia finanziaria a favore della finanza dei comuni e della provincia. Oltre a questi provvedimenti di settore, sono stati approvati poi quattro gruppi di leggi fondamentali che più generalmente influiscono su tutta la nostra situazione, economica, sociale e politica e cioè la legge per la «Cassa del Mezzogiorno» e la parallela legge per le aree depresse del Centro – Nord, la legge per l’incremento edilizio, il gruppo di leggi per la riforma fondiaria, comprendente la legge per la Sila e la legge stralcio, la legge sulla perequazione tributaria, approvata in Senato all’unanimità nei suoi principi generali con un successo unico – nella storia parlamentare del dopoguerra – per un Ministro proponente. Ma più che l’elencazione dei provvedimenti approvati, importa segnalare il metodo di lavoro adottato dalla Direzione: essa dopo aver studiato un programma di Partito, coordinò l’attività dei Gruppi Parlamentari, attraverso le riunioni dei Direttivi e delle Assemblee, collaborò per la formulazione di un calendario coordinato delle due Camere, mantenne uno stretto collegamento con i Gruppi stessi e soprattutto introdusse due criteri nuovi che miravano a promuovere l’esame preliminare misto dei disegni legislativi tra i Gruppi D.C. della Camera e del Senato e ad affermare la prevalenza della disciplina e degli interessi di Partito su considerazioni di natura particolare. Si sta ora cercando di apportare nuove modifiche al regolamento delle Camere, per semplificare e rendere più rapido il lavoro delle Commissioni e per meglio coordinare i regolamenti della Camera e del Senato. Il partito seguì poi le leggi anche nella loro fase esecutiva, mobilitando i suoi uomini e le sue organizzazioni periferiche, in modo da esercitare un influsso politico effettivo nei diversi ambienti interessati alle leggi stesse e da realizzare completamente una nuova linea di impegno politico nell’azione economica e sociale della Democrazia Cristiana. L’on. Dossetti passa successivamente ad esaminare il nuovo programma legislativo che riguarda provvedimenti interessanti la difesa interna ed esterna del Paese, le amministrazioni locali, le leggi elettorali, che dovranno essere emanate nel più breve tempo possibile, la legge organica sulle Regioni, le leggi in applicazione alla Costituzione e specificamente in legge per la Corte Costituzionale, per l’ordinamento della Presidenza del Consiglio, la legge sulla stampa, sulla Previdenza Sociale, sulla riforma della scuola, la legge sindacale. Un cenno particolare merita questa legge, insistentemente invocata dalla periferia del Partito, e ancora più dall’opinione pubblica. Vi sono però certe riserve delle organizzazioni sindacali democratiche, preoccupate che l’attuazione di uno schema integrale di ordinamento sindacale vada a limitare la libertà di espansione del sindacalismo democratico, che sembra pertanto orientarsi verso una disciplina limitata solo alla possibilità di estensione obbligatoria dei contratti di lavoro secondo un indirizzo analogo a quello delle più recenti leggi della Francia e della Germania di Bonn. La Direzione Centrale ha inoltre cercato di stimolare e seguire il nuovo programma di investimenti resosi urgente per le obiettive esigenze dei singoli settori delle varie regioni, per le necessità generali di espansione produttiva e per le esigenze della maggiore occupazione. I problemi che più frequentemente vengono sollecitati dalla base e che richiedono un più immediato intervento sono, i problemi relativi alle facilitazioni di credito per la piccola proprietà, all’incremento dei lavori pubblici, all’assistenza al collocamento. Altri provvedimenti devono essere inquadrati in un piano più organico e generale: tali sono i provvedimenti relativi all’industria meccanica, agli armamenti, alla manovra del credito e dei finanziamenti alle iniziative private, alla stabilizzazione dei prezzi. Concludendo l’on. Dossetti rileva che dinanzi a noi si pone un campo vastissimo di lavoro, che richiede un impegno deciso, coerenza e rapidità nell’esecuzione. Il problema fondamentale è questo: realizzare  rapidamente gli indirizzi programmatici e le deliberazioni prese: esso non è risolvibile solo in un’unica direzione o con un unico mezzo; non bastano modificazioni tecniche  di congegni burocratici, non basta neppure la sostituzione  di uomini. Occorre un terzo fattore, cioè una precisa volontà politica che miri al rinnovamento e al perfezionamento continuo degli strumenti esecutivi, al coordinamento dei supremi organi amministrativi, secondo chiarezza di obiettivi e con decisione nella fase esecutiva. Perciò occorre che il Partito stesso scelga gli obiettivi, fissi a sé e al Governo dei traguardi ravvicinati e graduati per potere dare a tutti il senso del concreto e della possibilità della conquista. Ora, alla vigilia dell’inverno il Partito ne sceglie uno: la concentrazione e il coordinamento di una quota di possibile immediata realizzazione dei vari investimenti già previsti in un programma d’azione a fondo contro la disoccupazione invernale: azione che è il solo stabile fondamento per la continuità e la vitalità dei consensi più vasti della Democrazia Cristiana.

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In occasione di un convegno sulla “legge stralcio” tenutosi a Grottaferrata, vicino Roma, il 23 ottobre del ’50, Dossetti esortava la Dc e i suoi militanti a non considerare le riforme  solo dal lato economico ma a intenderle come una importantissima occasione in grado di mutare la struttura sociale del Paese:  capace di giovare anche al partito, temprandolo nella prova della loro difesa e attuazione, rendendolo più saldo nelle zone dove aveva scarsa presa, creando, in ultima analisi, una classe dirigente volitiva ed entusiasta disposta ad innovare e rendere proficua la vita interna della stessa Democrazia Cristiana.

La Dc realizza uno dei suoi capisaldi programmatici,  “Il Popolo”, 24 ottobre, 1950, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica. G. Dossetti (1945 -1956), cit. pp. 292 – 293.

Il Presidente De Gasperi e il Segretario Politico Gonella hanno presentato ieri a Grottaferrata, il Convegno di studi sulla legge «stralcio» della riforma fondiaria. Erano, fra i segretari provinciali della D.C delle zone interessate all’applicazione della legge e numerosi tecnici ed esperti, il ministro dell’Agricoltura Segni e il sotto segretario Colombo. DE GASPERI ha rivolto ai convenuti cordiali parole di saluto, compiacendosi per l’organizzazione i risultati del Convegno di cui ha sottolineato l’importanza e l’utilità ai fini migliori di quella intensa ed efficace collaborazione che il Partito intende svolgere per l’attuazione del vasto provvedimento di giustizia sociale. Il Presidente del Consiglio, dopo essersi soffermato sul contributo che richiede il realizzarsi della riforma, ha ricordato che bisogna incessantemente attingere all’ispirazione cristiana. La forza della fede e lo spirito di sacrificio – ha proseguito De Gasperi – sono indispensabili per vincere ogni ostacolo in ogni campo. Si deve guardare non tanto al contingente quanto all’avvenire, con quel senso della continuità dei nostri ideali e della nostra azione che solo può animare la nostra fiducia e spronarci all’impegno del dovere da compiere al servizio del popolo italiano. Domenica nella seconda giornata del Convegno il prof. Medici aveva chiaramente e dettagliatamente illustrato la legge soffermandosi a sottolineare la grande portata economica e sociale, anche in specifico rapporto alle caratteristiche e ai problemi delle zone comprese nella sua sfera di applicazione. Successivamente il prof. Caglioti, presidente dell’Opera della Sila, aveva fatto un’interessante esposizione sulle esperienze acquisite con le prime applicazioni della legge speciale per la Sila. Il prof. Ciardi a sua volta, si era soffermato a sottolineare il concreto apporto dato dal Partito all’applicazione della legge silana. Infine il prof. Salomone aveva riferito sulla formulazione della legge «stralcio», particolarmente per quanto riflette le tabelle di «scorporo». Ieri mattina il prof. Medici ha completato la relazione. Alle relazioni ha fatto seguito una larga discussione con numerosi interessanti interventi. Dossetti ha quindi svolto la sua relazione illustrando i compiti del Partito nella fase di realizzazione della legge. Alla base di questa attività del Partito dev’essere una piena coscienza della bontà della legge stessa: dobbiamo creare attorno ad essa un clima di fattiva collaborazione nell’interno del Partito e di vasti consensi all’esterno, in modo tale da vincere le resistenze opposte dalle varie forze economiche ad essa interessate e da superare talora le diffidenze che si possono diffondere anche nelle stesse masse contadine, prima che non si sia riusciti a raggiungere concreti risultati. Il Partito dovrà a questo scopo procedere con cautela fino a che non si siano determinate le mete che si vogliono raggiungere; ma quando queste siano state prescelte dovrà procedere con decisione e fermezza, cercando di influenzare l’opinione pubblica, mantenendo contatti con le autorità preposte alla realizzazione della riforma e con gli Enti incaricati di eseguirla, precedendo l’iniziativa comunista e cercando di precorrerne i tempi. La Democrazia Cristiana sente che questi provvedimenti legislativi possono divenire importanti elementi di lievitazione sociale: essi non devono essere considerati solo sotto l’aspetto sia pure importante, dei benefici che apporteranno nel campo economico, ma anche e soprattutto come elementi di una progressiva trasformazione della struttura sociale del Paese, capaci di apportare radicali mutamenti nella mentalità e nel costume delle classi contadine. Sarebbe però oltremodo pericoloso se questa lievitazione sociale rimanesse un fatto provvisorio e non portasse invece a raggiungere un nuovo assetto sociale stabilmente organizzato e tale da dare continuità ai risultati raggiunti. Concludendo Dossetti afferma che tale riforma pone al Partito gravi problemi perché proprio là dove esso è più debole si deva affrontare il peso di realizzazione della legge e sopportare lo sforzo che essa impone per essere attuata con decisione ed efficacia. Tuttavia anche laddove il Partito è più debole, o forse non esiste neppure come forza organica e capace di determinare l’evoluzione politica dell’ambiente questi compiti devono essere affrontati. In un certo senso curiamo prima la riforma il Partito verrà poi. «Se noi abbiamo il coraggio – affermava infatti Dossetti – la riforma non solo porterà i frutti benefici nel campo economico e sociale, ma anche porterà questo frutto finale, per noi di particolarissima importanza, di suscitare e creare il partito là dove per caso esso non esistesse con sufficiente forza e con sufficiente saldezza. La rottura delle resistenze ambientali, la preoccupazione dei compiti nuovi che impone, la lievitazione inevitabile della massa sociale che esso provoca, farà inevitabilmente suscitare coloro che si sentiranno investiti di queste responsabilità e che nel realizzare la riforma realizzeranno anche questo, realizzeranno cioè la vita feconda del Partito».

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Dossetti chiedeva al partito, nel Convegno organizzativo di Caserta, di superare una concezione anticomunista ancora grossolana e dettata dalla paura, per spostare in avanti il proprio asse democratico, così da portare il Paese verso lidi di modernizzazione sostanziale e concreta. Questo sforzo richiedeva però delle scelte decise e  forti che recidessero con nettezza  i condizionamenti del passato in favore di una politica di rinnovamento portata in profondità e senza tentennamenti, in grado di mutare la struttura dei rapporti socio-economici della nazione. Di questo compito, gravoso e incombente, doveva farsi carico il partito, in modo da assurgere ad un ruolo di traino per l’Italia, assumendo, oltretutto, la funzione di educare le coscienze dei cittadini.

Una Dc che doveva essere  in grado di parlare con voce autonoma e indipendente dalle posizioni del governo. Il suo appello cresceva forte e determinato, egli intuiva che il proprio intento riformista veniva man mano abbandonato dal resto della Democrazia Cristiana, o  usato con finalità diverse da quelle che egli desiderava e sperava, e per le quali aveva speso tanto impegno e tanta passione.

La solidarietà alla base della pace e del progresso sociale, “Il Popolo”, 28 novembre 1950, ora  in L. Giorgi, Una vicenda politica. G. Dossetti (1945 -1956), cit. pp. 293 – 294.

Ai lavori del Convegno Organizzativo della Democrazia Cristiana tenutosi domenica a Caserta, ha partecipato l’on. Dossetti, vicesegretario politico del Partito. Egli ha esordito sottolinenado l’importanza determinante che la Campagna per la vitalizzazione del Partito può avere non solo per la saldezza interna della Democrazia Cristiana, ma anche per il suo influsso politico nell’attuale momento. «Si parla – egli ha detto – di clima politico mutato e meno favorevole per il Partito di maggioranza ed in genere per i partiti democratici. In realtà si ha soltanto una fase di travaglio nel passaggio da una coscienza democratica ancora istintiva e indifferenziata, genericamente anticomunista, a una coscienza democratica più matura e definita. Questa coscienza via via che si specifica, impone delle scelte spesso costringe a sacrifici di interessi, inevitabilmente determina, almeno sul momento, degli scontenti. Impone, per esempio, la scelta contro o a favore della riabilitazione del fascismo, la scelta a favore o contro la riforma fondiaria; la scelta a favore o contro la perequazione tributaria e misure fiscali che colpiscano gli utili della congiuntura, riportandone parte allo Stato e garantendo la stabilità monetaria; la scelta a favore o contro una disciplina economica che potenzi ed orienti la nostra produzione in misura e secondo criteri più proporzionati ai bisogni del nostro popolo, alla lotta contro la disoccupazione e allo sforzo comune difensivo e produttivo delle democrazie occidentali. Questa fase di travaglio potrà essere soltanto transitoria e darà luogo a una nuova fase di consolidamento democratico, se il Partito di maggioranza sa divenire sempre più consapevole delle proprie responsabilità e sempre più efficiente nella sua organizzazione e nella sua azione politica. A questo possono concorrere principalmente due cose: 1) che il Partito di maggioranza si rinnovi e perfezioni le sue strutture e concreti e specifichi il suo programma di azione in modo da divenire sempre più capace di esprimere una vera volontà politica, adeguata ai problemi del momento: cioè si renda sempre più degno non di comandare ma di servire il Paese. Di servire, quale mediatore fra lo Stato e il popolo, quale educatore della coscienza politica delle masse, quale cooperatore ed esecutore nelle conquiste e nelle riforme sociali: 2) che il Partito di maggioranza sappia superare con fermezza le obiezioni e le resistenze che da più parti oggi si tenta di frapporre alla sua funzione di ispiratore e di guida della vita politica e della azione del Parlamento e del Governo. Oggi per la giovane democrazia italiana non è né anacronistico né rivoluzionario, ma del tutto attuale e legittimo quello che Disraeli diceva 80 anni fa per la democrazia inglese: “Io vi dico che non potete aver un governo parlamentare se non avete un governo di partito”».

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Il ruolo dei giovani era fondamentale nella riflessione dossettiana. Essi avevano il compito di vivificare il partito, di renderlo mobile e attivo nella strada riformistica intrapresa. Questi dovevano essere, però, invogliati all’impegno politico e sociale da un’adeguata azione riformatrice da parte dello Stato in grado di dare affidabilità e forza al ‘regime democratico’.

Partendo dal ruolo delle giovani generazioni egli parlava della sua concezione di partito: esso doveva essere un’organizzazione tutta tesa alla costruzione disinteressata e appassionata di nuove strutture sociali per il Paese. La Dc doveva dotarsi, a suo giudizio, di: “intransigenza magnanima, altruistica, benefica nella costruzione, concreta nelle nuove strutture sociali”.

Pochi mesi prima dell’abbandono da parte sua della vita politica, queste erano parole che spiegavano verso quali fini si era speso il suo impegno e che lasciavano un’eredità coerente, forte e difficile, alle giovani generazioni.  

Un discorso di Dossetti al Congresso dei GG.GG. Presenza attiva della gioventù DC in tutti settori della vita del Paese, “Il Popolo”, 28 gennaio 1951, ora  in L. Giorgi, Una vicenda politica. G. Dossetti (1945 -1956), cit. pp. 294 – 295.

I presidenti delle varie sezioni hanno riassunto ieri sera nella sede del Foro Italico il dibattito svoltosi al congresso  nazionale  della gioventù democristiana: stamane il Presidente del Consiglio terrà il discorso conclusivo alle ore 10 al Teatro dell’Opera. L’on. Dossetti ha tratto le conclusioni dei lavori della I sezione facendo una relazione organica delle discussioni svolte. L’oratore ha sottolineato la validità delle indicazioni che sono venute manifestandosi nel susseguirsi degli interventi e quali hanno enucleato queste serie di problemi generali; rapporti tra i giovani d’oggi e gli anziani, rapporti con lo Stato e quindi con il regime democratico, posizione dei gruppi giovanili in seno alla D.C ed azione in tutta la gioventù italiana. L’on. Dossetti ha messo in evidenza le differenziazioni di mentalità e di educazione che si riscontrano tra le generazioni giovanili e quelle anziane, che hanno sperimentato il periodo prefascista o hanno vissuto la resistenza al fascismo con la naturale conseguenza di una certa difficoltà di inserimento dei giovani nella vita dello Stato , così come si è storicamente man mano delineato, e che anche dopo la Liberazione non ha saputo integralmente accogliere le istanze di rinnovamento politico recate dai giovani. Venendo ad esaminare la situazione dei giovani all’interno del partito l’on. Dossetti ha analizzato la concezione di partito che anima la maggior parte delle nuova generazione la quale, sostiene la necessità di un partito ben strutturato e ben definito. A questo punto l’on. Dossetti ha specificato le due concezioni di partito: una gretta faziosa che tende a usare il partito unicamente come strumento di potere. L’altra che sostanzia la caratterizzazione del partito di una intransigenza magnanima, altruistica, benefica nella costruzione, concreta nelle nuove strutture sociali. Dopo aver esaminato la funzione dei giovani nell’ambito delle prossime competizioni elettorali l’oratore riferendosi all’azione che deve condurre lo Stato a favore dei giovani ha sottolineato che l’opera pregiudiziale per una fruttuosa risoluzione dei problemi particolari dei giovani sia da ricercarsi nella fiducia che lo Stato deve sapere a poco a poco conquistare con l’attività di tutti i settori della vita nazionale e con la prova concreta dell’efficienza del regime democratico. Il problema quindi non era quello di occuparsi subito delle condizioni particolari dei giovani ma di creare condizioni popolari di fiducia dalle quali sarebbero scaturite la sicurezza della buona fede della nuova classe dirigente e del regime politico da essa iniziato, la fiducia nelle capacità realizzatrici della democrazia e quindi l’adesione inconsapevole e stabile dei giovani al regime democratico. Occupandosi della funzione dei G.G verso l’esterno l’on. le Dossetti ha richiamato l’azione sociale che i giovani devono compiere per portare la gioventù  indifferente ad acquisire  l’urgenza dei permanenti problemi sociali. All’interno del partito i G.G devono essere gli strumenti migliori della vitalizzazione portando il loro contributo di critica di operosità e di intuizione alla soluzione dei problemi. L’oratore ha sottolineato che non bisogna avere timore del rigorismo dei giovani, perché questo in definitiva è una componente della vitalità e della forza del partito. L’on. Dossetti ha concluso tra vivissimi applausi, sottolineando come, dagli stessi più urgenti e più gravi momenti che la situazione politica internazionale e interna suscitano derivi a tutta l’azione politica del partito e del governo da esso ispirato una duplice caratteristica che, se è soddisfatta è veramente tale da assicurare alla D.C e al regime democratico il consenso e l’apporto generoso della masse giovanili: cioè una condizione di speranza e una condizione di urgenza. Condizione di speranza che è nel fatto stesso per cui la gravità dei nuovi problemi suscitati dalla situazione internazionale impone di prendere piena coscienza di squilibri strutturali cronici nel nostro paese e di provvedere al loro risanamento proprio in virtù dei bisogni e delle necessità di difesa e di vita. Condizione di urgenza che richiede di riguadagnare certe lentezze del passato e di procedere in fretta «perché andare in fretta è il passo dei giovani, e il passo della vita». Alla II Sezione dopo la risposta dei relatori Franca Falcucci, Enrico Sposito e Aldo Tartagnini ha preso brevemente la parola il Vice Segretario Dossetti intervenuto all’ultima fase dei lavori della Sezione. Dossetti ha detto agli studenti che la loro capacità di azione politica deve essere testimoniata anche nella misura nella quale sapranno conquistare al Partito e alla democrazia i giovani lavoratori, sapranno dare un valore umano alla loro cultura, sapranno comprendere la funzione del Partito anche come strumento di azione politica giovanile.

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