Enrico Morando. Riformisti e comunisti? Dal PCI al PD. I “miglioristi” nella politica italiana

linea_rossa_740x1

Corso di formazione alla politicaApprocciandoci a rileggere l’esperienza dei “miglioristi” all’interno del PCI e della politica nazionale, ci torna subito alla mente il tema del corso di quest’anno: “SBLOCCARE LA DEMOCRAZIA. Etica della responsabilità e responsabilità politica.” Ebbene, nella parabola di questa area “riformista” del PCI prima e del PDS poi, ritroviamo tutto il senso del nostro approfondimento, quasi che l’esperienza politica dei miglioristi, il loro ruolo all’interno del partito e della politica nazionale, col suo portato di vittorie e di sconfitte, di errori come di felici intuizioni, sia una rappresentazione anticipata, ma ben diversa nel punto di partenza e nel’orizzonte, delle problematiche che interessano oggi la vita politica del nostro Paese e del Partito Democratico.

 Enrico Morando. Riformisti e comunisti? Dal PCI al PD. I "miglioristi" nella politica italiana

1. leggi il testo dell’introduzione di Luca Caputo

2. leggi la trascrizione della relazione di Enrico Morando

3. clicca sui link sottostanti per ascoltare i file audio mp3

presentazione di Giovanni Bianchi (11’57”) – introduzione di Luca Caputo (12’52”) – relazione di Enrico Morando (47’15”) – prima serie di domande (14’23”) – intervento di Giovanni Bianchi (13’48”) – risposte di Enrico Morando (30’25”) – seconda serie di domande (19’06”) – risposte di Enrico Morando (28’55”)

linea_rossa_740x1

Testo dell’introduzione di Luca Caputo a Enrico Morando

Approcciandoci a rileggere l’esperienza dei “miglioristi” all’interno del PCI e della politica nazionale, ci torna subito alla mente il tema del corso di quest’anno: “SBLOCCARE LA DEMOCRAZIA. Etica della responsabilità e responsabilità politica.” Ebbene, nella parabola di questa area “riformista” del PCI prima e del PDS poi, ritroviamo tutto il senso del nostro approfondimento, quasi che l’esperienza politica dei miglioristi, il loro ruolo all’interno del partito e della politica nazionale, col suo portato di vittorie e di sconfitte, di errori come di felici intuizioni, sia una rappresentazione anticipata, ma ben diversa nel punto di partenza e nel’orizzonte, delle problematiche che interessano oggi la vita politica del nostro Paese e del Partito Democratico.

Nessuno, forse, avrebbe immaginato quanto il quadro politico italiano del 2011, dopo quasi vent’anni di c.d. Seconda Repubblica, avrebbe visto ancora solidi i nodi cruciali che hanno caratterizzato l’esperienza del PCI e della sua corrente riformista. Il gioco dei rapporti interni ed esterni, il ruolo complessivo nella politica nazionale e internazionale, il senso del partito, il peso del leader, la storica questione delle scissioni, l’importanza della cultura politica nell’operare scelte, il progresso verso forme moderne tanto di partito quanto di sinistra, sono tutte problematiche che ci sembrano all’ordine del giorno in uno scenario politico che non riesce a produrre uno “sblocco” ideologico e sociale della società italiana; anzi, la mortifica, comprimendola tra il leaderismo, partiti e parlamentari autoreferenziali, e lo stadio mummificato dei soggetti politici (nonché di quasi tutti i loro vertici) capaci di mutare forma di continuo ma senza mai compiere salti culturali e ideologici, anzi senza nemmeno più porsene il problema.

La storia della corrente migliorista rappresenta, e non poteva forse essere altrimenti, molte delle difficoltà del centrosinistra di oggi, e del PD in particolare, nel definire una nuova identità politica che sia realmente oltre (non “altro”) rispetto alle culture politiche di provenienza.

Se la transizione non è ancora compiuta qualcosa si deve, forse, anche alle difficoltà e alla effettiva volontà di questa corrente, che nel suo virtuoso rispetto del centralismo democratico come forma morale e pratica di partecipazione al partito e alla sua maggioranza, ha trovato anche il limite più forte al compimento di quel “salto” necessario per rompere col passato e compiere la transizione. La moralità in sé del metodo e la fedeltà alla forma-partito quasi come un tabù che impedisce di diventare avanguardia al momento giusto, furono elementi virtuosi ma che paradossalmente non le permisero di rompere gli indugi e sostituire la classe dirigente.

Il metodo

L’unità del partito; la continuità ideologica con il passato la tradizione e la base elettorale; la visione del socialismo liberale e democratico come un “altro da sé”, un interlocutore con cui trattare e non, invece, come il punto della tradizione politica propria della sinistra su cui far leva per proiettarsi verso un ruolo di partito guida e pienamente rappresentativo della società italiana: questi i limiti (alcuni dei quali, lo ribadiamo, pur virtuosi) oltre cui i miglioristi, e con essi il PCI intero, non sono riusciti ad andare.

La corrente di Amendola non mette mai in discussione il metodo del centralismo democratico nella decisione e realizzazione della linea del partito:

ne è, anzi, il “migliore” interprete, rappresentando con senso critico e sagacia tattica le due facce della stessa medaglia. Un mezzo per portare il partito sulle proprie posizioni, agendo sui programmi, senza uscirne, senza metterne in discussione l’unità, anzi esaltandolo come il luogo in cui le posizioni e le idee, anche del singolo, trovano compiutezza nella possibilità di espressione e confronto. Anzi, devono trovare compiutezza, per dare un senso unitario e reale all’appartenenza a una casa comune. Un’arena in cui l’individuo è libero, nel rispetto dei valori comuni fondanti, di condurre la propria battaglia politica. E ne verranno condotte, specialmente come contrappeso al radicalismo dell’ala sinistra. Questo doppio momento, antagonisti prima, uniti poi, nella lealtà del confronto, nobilita un metodo che è, per il vero, sempre a rischio di diventare centralismo assoluto, schiacciato sulla linea del segretario in nome dell’unità: un delicato equilibrio da rispettare, nel PCI come in ogni partito politico di ispirazione tradizionale, quello tra libertà del singolo e fedeltà ai valori fondanti e unitari. Un equilibrio che i miglioristi, in questo in grande sintonia con il centro Togliattiano, praticano e ricercano con costanza. Un equilibrio, però, pur sempre da rompere, quando la storia lo richiede. E d’altro canto proprio da una rottura, di portata storica e rivoluzionaria, nasce la “casa” comune che i miglioristi non vogliono tradire.

L’occasione

Quando il crollo del Muro cambia gli equilibri e il senso stesso delle appartenenze politiche, essi non riescono ad assumere il ruolo che gli spetterebbe di diritto, per collocazione e per propensione, assumere cioè la guida di quel partito che continuavano a volere unito. Non decolla così il riformismo, ci si attarda sui “nuovismi” del centro del partito, pur da essi stessi denunciati e paventati come pericolose regressioni. Sempre a metà tra transizione e conservazione, il PCI non coglie l’occasione che la storia offre e non affronta l’impegno che la stessa richiede. E, per cultura e difficoltà oggettive (assenza di un leader in grado di prendere la guida del partito) non riescono a farlo neanche i miglioristi. Non riesce il salto ideologico, non viene portato alle estreme conseguenze lo “strappo” col secondo Berlinguer, non c’è sostituzione compiuta del ceto dirigente. E questo nonostante, da Napolitano allo stesso Morando, fin dalla prima metà degli anni ottanta, giungesse a più riprese l’invito a “considerarsi parte integrante della sinistra europea” ed anzi ad impegnarsi a stabilire rapporti “anche di tipo organizzativo” coi partiti dell’Internazionale Socialista. Si sceglie la via della continuità nonostante fosse già chiaro, per dirla con Bufalino, che “l’area riformista fosse l’unica in grado di tenere assieme due elementi essenziali: la difesa del patrimonio positivo del PCI e la necessità di un’opera di trasformazione.

Soffermiamoci però sul metodo più che sulle vicende: condizionare la linea del partito, lavorare con senso della storia per portarlo sulle proprie posizioni, senza mai arrivare al ricatto, forse senza nemmeno contarsi, considerandosi sempre parte attiva della maggioranza.

Verrebbe da dire che la divisione è una costante nella storia dei partiti della sinistra. Da una divisione nasce il PCI, e molte altre ne verranno. Ma sono divisioni, tutte ideologicamente centrate, che non portano mai i partiti della sinistra ad assumere la guida del Paese. E quando l’inchiesta “Mani pulite” distrugge la classe dirigente che aveva guidato il Paese per oltre quarant’anni, il partito nato a Livorno e rinnovato a Rimini non la coglie. Il partito che poteva prendere la strada compiuta del riformismo imbocca invece quella del nuovismo e resta vittima delle scissioni.

Nuove istanze e forme

Divisioni, scissioni, uscite. Una lunga teoria di separazioni che comincia a caratterizzare tutto il panorama politico nazionale, probabilmente non a caso.

A trarne beneficio è l’unico reale polo di attrazione, quel Berlusconi che invece apertis verbis rigettava (ma era più uno slogan contingente) come male assoluto la forma partito, inaugurando l’era del partito-azienda (quindi supino alla volontà del proprietario, anzi essendone espressione acritica) e del marketing politico. Non vincono più i  programmi né e linee o le ideologie in positivo: a determinare il voto nell’urna sono ora più che mai le suggestioni, le paure, i conati, le passioni. Stanca e sfiduciata dalle zone d’ombra e dalle lentezze dei partiti tradizionali, la Nazione è facile preda (ma non inconsapevole vittima) dell’uomo che si presenta come uomo nuovo, senza passato, senza partito, senza appartenenza, il self mad(e) man di casa nostra. Nessuna democrazia interna, nessun confronto leale di posizioni, nessuna buona volontà unitaria, nessuno spirito di corpo in quanto tale, sembrano più reggere il confronto: l’unica linea è quella del leader, colui che detenendo il potere più importante, quello dei mezzi di comunicazione di massa, è in grado di tenere sotto cenere qualunque dissidente.

L’uomo senza passato e senza appartenenza interpreta meglio il sentimento popolare; si dimostra, anzi, facilmente in grado di manipolarlo e indirizzarlo, e, nel breve, di formarlo ex novo. I vecchi metodi non funzionano più: non per ottenere il consenso, a malapena per costruire solide esperienze di partito.

I partiti diventano sempre più piccoli, appaiono più assimilabili a delle tribù; che quando va bene corrispondono ad etnie precise che reclamano la propria fettina proporzionale al peso, quando va male sono meri assembramenti d’occasione e d’interesse intorno al capobastone di turno, armenti sempre pronti a disfarsi per vedere i capi tornare nel gregge dell’unico pastore riconoscibile, o trasmigrare di gregge in gregge a seconda del momento.

Nessuna appartenenza reale, nessuna continuità ideologica, nessun rispetto della “casa”. Anzi, a cambiare nome sono anche le case. A volte in maniera necessaria, altre pretestuosa.

Una nuova e solida casa comune

Fuori dalla confusione della tattica buona per un giorno, del tirare a campare politico, riproviamo a guardare i fatti col senso della storia di cui le vecchie generazioni politiche non erano certo prive: non è pretestuosa la transizione dei due principali partiti di massa verso soggetti politici al passo coi tempi. Al di là delle scelte concrete, a volte opportunistiche e altre sinceramente ispirate, delle resistenze strategiche e delle nostalgie, piuttosto che dei tabù ideologici, la direzione complessiva del moto appare una sola, quel centrosinistra come unione e sintesi delle masse popolari e riformiste di diversa provenienza.

Doppia è però la difficoltà, per le due case originarie: non solo ridefinirsi e ricollocarsi, ma anche fondersi con chi continua ad apparire, forse un po’ superficialmente, altro da sé: che le tradizioni liberale, del riformismo socialista, del popolarismo cattolico, del meridionalismo, fossero parte della propria identità costruita in decenni, è lo stesso Chiaromonte a dirlo.

Quel’operazione che il PCI non compie, e sulla quale i miglioristi non spingono, nel quadro prospettico di estendere al centrosinistra il metodo di conduzione del partito, col centro dello schieramento al comando e le due ali, destra e sinistra, a fare da corona. Personalmente non ci vedo, nell’estensione del metodo alla coalizione, la stessa buona volontà che si può ravvisare nella gestione di un partito che ha un punto di nascita ben preciso e vissuto per decenni come un corpo unico. Il centro della coalizione non è per sua natura capace di guidare l’intero, perché in fondo non la rappresenta e perché gli steccati ideologici sono, cha sia un bene o un male, molto più bassi che in passato.

Era l’ideologia, la consapevolezza della comune appartenenza ad una casa, che cementava e dava un senso pratico oltre che morale alla conduzione del PCI: non può esserlo per una coalizione in cui le storie e le origini dei partecipanti sono eterogenee quanto i valori di riferimento originari. E se non è una formula valida per condurre una coalizione, necessariamente non lo è per guidare il Paese. E questo spiega forse lo scetticismo con cui gli italiani non schierati spesso accompagnano i “movimenti” a sinistra.

Oggi il bivio che solitamente si presentava al gruppo dirigente del PCI interessa la coalizione intera: il PD appare pur sempre bloccato da un equivoco di fondo, impossibilitato a procedere verso la strada di una reale sintesi politica che interessi i nuclei che lo hanno fondato; condizione, questa, imprescindibile perché il nuovo partito possa effettivamente assurgere a ruolo di guida del centrosinistra e di reale alternativa politica nel panorama nazionale.

A noi la strada da percorrere pare obbligata, il tentativo non velleitario di realizzare una sintesi adeguata, capace di rappresentare chi lo costituisce, la sua base elettorale e una fetta consistente di società, va fatto. E non lo si può fare né partendo da posizioni rigide e barricate, siano esse di appartenenza ideologica piuttosto che di clientela, né per contro fingendo di non ricordare la propria provenienza. Come ebbe a dire Chiaromonte, “non è possibile portare al cambiamento e al rinnovamento un partito popolare e di massa facendo piazza pulita della sua storia”. Un approccio maturo e pragmatico, ma non per questo politicamente amorale, che parta dalla consapevolezza del chi siamo, che si ponga il problema dell’incontro e la confusione coi compagni di viaggio, e si chieda se per caso non stiamo lasciando a casa pezzi interi di riformismo, magari a noi molto vicini, ma anzi si proponga di dare loro voce e rappresentanza politica, è l’unica via per costruire l’alternativa politica democratica, liberale e solidale di cui l’Italia ha, a nostro avviso, bisogno. Uno sforzo fatto con quel senso della storia e dello Stato di cui i nostri “padri” politici, a partire dai Costituenti, erano intrisi, è l’unica via per (ri)dare vita al Partito Democratico, prima che passi definitivamente dal novero degli embrioni a quello dei non nati e permettergli di essere un partito di massa, realmente rappresentativo di ampie e solide fette di società italiana, così come lo erano i partiti che lo hanno generato.

Testo dell’introduzione di Luca Caputo a Enrico Morando

Vi ringrazio prima di tutto per avermi invitato e dico subito che il libro, chi non l’ha letto, può anche fare a meno di leggerlo perché più o meno è stato riassunto in modo molto puntuale e intelligente nelle cose che avete sentito nell’introduzione di Luca Caputo. Detto questo, forse qualche interesse per voi può avere il fatto che io provi a dire perché mi sono deciso a scrivere questo libro non essendo io uno storico e non avendo ambizioni di diventarlo, né un politologo. La ragione è questa: io credo che noi che siamo stati i protagonisti di questa fase di passaggio tra quella che abbiamo chiamato la Prima Repubblica e quella che abbiamo chiamato la Seconda Repubblica, dobbiamo, avendo militato nel centro-sinistra a sinistra, avendo assunto delle responsabilità di direzione politica nei partiti della sinistra e del centro-sinistra, dobbiamo chiederci: com’è andata? Cos’è che c’è stato di profondo nella nostra vicenda politica, dico nella vicenda politica della sinistra e del centro-sinistra se si è potuta determinare una situazione nella quale l’Italia, fino a poco tempo fa, fino alla nascita del Partito Democratico (vedremo poi se la cosa è davvero risolta o no, ma fino alla nascita del PD l’Italia ha avuto una storia politica del tutto eccentrica rispetto al resto dell’Europa e, in particolare sul versante del centro-sinistra), l’Italia è stata l’unico grande paese europeo, protagonista del processo di costruzione dell’unione politica dell’Europa, che non ha avuto nel campo progressista la capacità di costruire una forza politica che fosse in grado di garantire coesione, stabilità, leadership del campo riformista nella competizione democratica in alternativa al centro-destra?

Abbiamo avuto per anni, secondo me, un atteggiamento che i greci chiamavano da ubris, da assolutamente incredibile, di presentare questa cosa, assolutamente anomala in negativo nel contesto europeo, come invece un’anomalia positiva. Tutto il resto dell’Europa sarebbe stato, diciamo, qualcosa da giudicare negativamente sotto il profilo dello strutturarsi degli schieramenti politici, in cambio del fatto che l’Italia invece stava in una situazione più avanzata. No, l’Italia stava in una situazione più arretrata per mille ragioni che adesso non voglio indagare e, diciamo, quel segno di arretratezza era tutto riassunto nel fatto che alla fine un grande partito riformista, egemone nel suo campo che, non da solo necessariamente, ma garantendo della stabilità, della solidità, fornendo una leadership all’intero schieramento di centro-sinistra, fosse in grado di candidarsi in alternativa alle forze del centro-destra, così come è accaduto, sia pure con un processo che è variato da paese a paese, in tutti i paesi europei.

La prima domanda è: ma come è andata? Perché ancora adesso siamo alle prese, perché di nuovo stiamo dicendo ma… non so… forse il PD è fallito, forse bisogna… e quindi il rischio è addirittura che dobbiamo di nuovo ricominciare, consapevoli del fatto che l’infinita transizione del sistema politico costituzionale italiano, apertosi con l’89, è incompiuta per tante ragioni, la prima delle quali, questa è la mia valutazione, è che mancano i soggetti politici interpreti della stabile democrazia dell’alternanza in Italia. Una delle ragioni del fatto che tutte le volte che si vota, i campi si scompongono e si ricompongono, sta nel fatto che abbiamo costruito regole da competizione maggioritaria tra due schieramenti, ma non abbiamo i soggetti politici che interpretano correttamente quelle regole. E in ogni caso non ce li abbiamo compiutamente e non li abbiamo avuti sul versante del centro-sinistra. E anche il fallimento delle esperienze di governo che pure ci sono state per il centro-sinistra, e di cui non dovremmo mai dimenticarci, è stato in larga misura dovuto alla disomogeneità politica, alla mancanza di questo soggetto politico.

Quindi, il libro è stato scritto per cercare di capire, guardando a quel pezzo di sinistra e di centro-sinistra che è stata la sinistra di ispirazione socialista e, in particolare, il PCI, che cosa ha fatto sì che alla fine le grandissime forze politiche organizzative, le risorse umane di intelligenza, di volontà di fare, di cambiamento eccertera, di rappresentanza di interessi che si raccoglievano nel PCI, non siano state in grado, col tempo giusto, di sboccare e di dare il proprio contributo alla costruzione di questo soggetto politico che c’è in tutta Europa ed è di solito in tutta Europa un grande partito socialista o socialdemocratico o laburista, e così via, e che non c’è stato in Italia.

In questo senso, da questo punto di vista, per capire, non ancora per agire (agire senza capire secondo me di solito porta a infilarsi dentro dei buchi senza sbocco), allora per capire io ho pensato che fosse importante vedere le ragioni dell’insuccesso di fondo di quella componente del Partito Comunista che – adesso obiettivamente è difficile negare fosse l’unica all’interno di quel partito – che in tema del superamento pieno attraverso una rottura ideologica col comunismo, se l’era posto, in modo, come cerco di dire nel libro, incerto, ancora timido, ma se l’era posto.

I riformisti del PCI-PDS da Amendola in poi vengono chiamati non solo la destra, ma vengono chiamati i socialdemocratici dentro al PCI perché venivano, anche compresi dentro il partito della opinione pubblica, come quelli che volevano una rottura ideologica nel partito comunista, cercavano di proporla sia pure con tutte le timidezze del caso, che nel libro vengono variamente indagate con una certa acribia e anche magari con qualche pesantezza di troppo che a molti miei amici miglioristi non è piaciuta. Ma i documenti sono documenti e le cose vanno rilette per vedere dov’è che si nascondevano le contraddizioni che poi hanno determinato problemi, insuccessi. L’attività di analisi si fa anche così.

E cercare di capire come mai non ce l’hanno fatta nemmeno quelli che il tema se l’erano posto in modo esplicito, è interessante, perché sembra testimoniare di problemi irrisolti, di incertezze politiche che forse hanno qualcosa a che fare anche con i problemi irrisolti e le incertezze politiche di oggi.

E mi fa piacere che si sia insistito nella presentazione del libro sul tema del metodo perché io penso che una delle ragioni per le quali anche quelli che tutto sommato quello che bisognava fare l’avevano capito, e non sono stati capaci di farlo – i miglioristi del PCI-PDS -, una delle ragioni di questo relativo insuccesso (diciamo così) sta nel fatto che non hanno mai operato una vera rottura di metodo candidandosi, scontando nell’immediato la necessaria posizione di minoranza all’interno del partito, in alternativa al centro del partito, per guidarlo, sapendo che la minoranza di oggi di fronte all’evoluzione delle cose poteva diventare maggioranza di domani. C’era dietro un’idea di non contendibilità della leadership che è un tema assolutamente cruciale e che ha reso le battaglie politiche dei miglioristi e dei riformisti utili per produrre quel lento e progressivo spostamento delle posizioni prevalenti del partito nella direzione che possiamo considerare tra virgolette “giusta”, o che in ogni caso io considero utile per il paese, ma, diciamo, ha provocato una sfasatura temporale, sempre dieci anni di troppo rispetto alle esigenze, che noi abbiamo pagato in maniera drammatica.

In fondo, anche la vicenda del Partito Democratico è caratterizzata sempre dal ritardo di dieci anni di troppo. Il PD doveva nascere dopo le elezioni del 1996 e alcuni, è vero, possono dirlo adesso perché l’hanno detto allora e tutti ci ricordiamo che quella battaglia politica venne data e venne immediatamente stroncata con un convegno, rimasto famoso, a Gargonza, dove D’Alema e Marini, i due leader dei due partiti che si erano raccolti nell’Ulivo, dissero non se ne parla proprio; l’Ulivo non esiste, esistono il PDS e i Popolari. Era una posizione tragicamente sbagliata al convegno di Gargonza, sbagliata come ha rivelato la vicenda politica dei dieci anni successivi, tant’è che dopo dieci anni facciamo il Partito Democratico, cioè facciamo l’Ulivo. Allora dicevamo l’Ulivo soggetto politico con le sue procedure, con il suo radicamento, con i suoi circoli, collegio per collegio, eravamo andati anche molto nel profondo.

Una sfasatura temporale che, se riguarda il PD in ultimo, noi possiamo riapplicare, tant’è che una volta ho scritto un articolo che aveva per titolo “Se dieci anni vi sembrano pochi”, perché sistematicamente noi abbiamo un ritardo di dieci anni nella maturazione di posizioni politiche innovative, di orientamenti, di iniziative innovative, rispetto alla realtà del paese, alla domanda che il paese e la società ci rivolgono. Ed è chiaro che dieci anni di ritardo sono tanti, si pagano sistematicamente.

Se guardiamo alla vicenda del PCI è del tutto evidente che sì, là dentro c’erano fermenti positivi, sì, c’era un’originalità straordinaria altrimenti…In questo, il mio amico e compagno, uno dei pochissimi che io veramente considero maestro, cioè Gerardo Chiaromonte, mi diceva: se tu vuoi continuare a ragionare come fai tu da estremista va bene, ma altrimenti devi riconoscere che se abbiamo preso a metà degli anni ’70 il 33-34% del voto degli italiani, il partito essendo partito comunista, è perché non le abbiamo sbagliate tutte come dici tu – perché già allora tendevo a dire che eravamo in ritardo, che bisognava cambiare, che bisognava fare e disfare, ecc. ecc. E diceva: sì, ma con calma, perché qui non è che abbiamo preso il 33% dei voti, essendo un partito comunista in un grande paese industriale avanzato occidentale, vorrà dire che qualcosa di ben equilibrato e di corrispondente alle esigenze lo abbiamo fatto.

È vero, ma malgrado quella originalità quando arriva l’89, se ci pensate, siamo l’unico paese europeo in cui l’89 ha lo stesso effetto che nei paesi del socialismo reale: i partiti che stavano nella Prima Repubblica fino all’89, protagonisti della vicenda politica italiana, dopo l’89 scompaiono tutti come se fossimo stati un paese del socialismo reale. Anche qui, si dice: è successo per tangentopoli. È una clamorosa cazzata, scusate la volgarità. Tangentopoli ha enormemente accentuato un problema di funzione politica che nasce dalla rottura dell’89 perché solo in Italia il discrimine comunismo/anticomunismo era ancora in larghissima misura determinante, altrimenti la gente come Giovanni Bianchi e come Luca Morando in Europa sarebbe stata nello stesso partito da sempre. In Italia, no! Perché c’era un discrimine attorno al quale si organizzava l’essenziale della competizione politica democratica, dentro un contesto nel quale il PCI, essendo un partito comunista, non poteva governare in alternativa alla Democrazia Cristiana e dentro alla Democrazia Cristiana forze di orientamento progressista, riformista nel merito, spesso più coraggiose in termini di innovazione e nella rappresentanza degli interessi sociali dei più deboli di quanto non fossero le forze di sinistra, stavano nella DC per cercare di influire sull’azione di governo in un contesto nel quale il PCI, cioè il principale partito di opposizione, non era in grado di rappresentare un’alternativa.

D’altra parte, nel PCI le forze che si battevano per dare caratura di governo al partito stesso, per costruire un partito di governo, cioè i miglioristi sostanzialmente, erano sistematicamente in minoranza perché quando si poneva il tema di una rottura di continuità rispetto alla tradizione, sistematicamente il centro del partito si spostava a un accordo con la sinistra e bloccava l’innovazione dove stava. Il processo era troppo lento.

Allora, sono partito da questo per dire che la vicenda dei miglioristi, sotto il profilo del metodo scelto per la vita interna di partito ci dice molto, secondo me, anche per il Partito Democratico. Per dirlo farò un riferimento all’attualità, ma prima devo parlare di una scelta politica compiuta dal PDS, assieme ad altri, nel 1994 che io considero una scelta assolutamente di quelle che i politologi chiamano tragiche, nel senso della tragedia greca, tragica nel senso che fatta quella scelta, pensate un attimo alla tragedia greca, tutto quello che viene dopo è ineluttabile, i protagonisti si rendono conto di aver commesso un errore, cercano di correggerlo, ma gli eventi determinati da quella scelta tragica ineluttabilmente li travolgono. Ecco, nel 1994, 1993-94, in quella fase lì, l’Italia è cambiata, ci sono stati i referendum elettorali, i partiti politici non sono stati in grado di interpretare la domanda di cambiamento del sistema politico che viene dalla società.

La società ha dovuto pensarci da sola, prima con il referendum del 1991, organizzandosi in comitati, le ACLI per esempio diedero un contributo importante per quello che poteva contare, componenti relativamente significative del PCI-PDS danno una mano, il vice presidente del comitato dei referendum è Augusto Barbera, cioè un deputato comunista, non uno che non c’entrava… solo per dire che è la società organizzata che si muove per cambiare il sistema politico in un contesto nel quale i partiti, alcuni esplicitamente dicono andate al mare invece che a votare, e altri non lo dicono ma è piuttosto patente che sperano che i cittadini lo facciano.

C’è un mutamento radicale del sistema elettorale, tra il ’91 e il ’93, il sistema elettorale cambia, diventa un sistema elettorale maggioritario; nel frattempo c’è stato l’89 e quindi non c’è più il discrimine comunismo/anticomunismo. La democrazia italiana entra in una nuova fase della sua storia, non c’è niente da fare; è chiaro che cambiano alcune discriminanti fondamentali come ho già detto. Lì, nel PDS si sviluppa una battaglia politica; i miglioristi e i riformisti che tra l’altro a quel punto si erano organizzati in una corrente, cioè non era più la roba che c’è ma non c’è interna al PCI, no! lì c’era una corrente organizzata che teneva le sue riunioni, aveva i responsabili provinciali, regionali, nazionali che organizzavano riunioni, facevano i manifesti, i volantini; insomma, era una corrente nel senso, secondo me, positivo con cui questa espressione si può usare nell’organizzazione interna di un partito, che aveva un orientamento politico e cerca di farlo prevalere: prima al momento della formazione del governo Amato quando con un documento ufficiale presentato alla direzione del partito cerca di ottenere un atteggiamento del PDS positivo rispetto alla formazione del governo Amato, di apertura, e viene respinta con perdite, come si dice nel linguaggio militare dalla maggioranza di Occhetto, in quello naturalmente alleato con la sinistra interna al partito, ma soprattutto nella fase successiva, come dimostra il libro (chi vuole, con la citazione dei documenti può andarseli a leggere, a vedere e si ricorderà di avere letto qualcosa sui giornali), i riformisti, attraverso iniziative concrete, di rapporto con la diaspora socialista, con parti del mondo cattolico, cercano di porre il problema della costruzione, prima del voto, di uno schieramento di centro-sinistra per andare alla competizione elettorale (nel frattempo si stava sempre più palesemente annunciando la riorganizzazione del campo del centro-destra con l’iniziativa di Berlusconi) per andare alla competizione elettorale riconoscendo la rottura di continuità rispetto alla Prima Repubblica, cioè riconoscendo che con il sistema elettorale maggioritario, e fuori dalla dialettica comunismo/anticomunismo, si poneva il problema della candidatura della sinistra nel suo complesso alla direzione politica del paese, che in fondo il passaggio dal PCI al PDS era la premessa di questa operazione e che però bisognava costruire uno schieramento ampio che prima del voto scegliesse un candidato presidente del consiglio da presentare agli italiani come riferimento di questo schieramento, che non poteva che essere uno schieramento di centro-sinistra costruito prima.

Gli interlocutori naturali erano i Popolari di Martinazzoli, il Movimento di Segni che aveva promosso i referendum dentro cui erano stati molti della sinistra e del PDS tra i promotori, e così via. Occhetto e la maggioranza del PDS e Martinazzoli, i Popolari, pensano, malgrado l’iniziativa di Berlusconi a quel punto sia in campo, pensano assurdamente di interpretare il nuovo sistema politico aperto con la testa della Prima Repubblica e apertamente dicono: non c’è bisogno di fare alcunché di tutto ciò che voi dite, la linea è: noi ci presentiamo con i progressisti… Che cos’era se non un nome diverso di quelli che stavano nel Partito Comunista Italiano, o poco più.

Martinazzoli e Segni si presentano con Popolari, Patto Segni ecc., poi di là c’è la Lega e vediamo che fa questo Berlusconi e così via, l’MSI che nel frattempo si era dato il nome di AN, o forse non se l’era ancora dato, lo farà dopo, e andiamo a votare: noi vinciamo certamente tutti i collegi del centro, vi ricordate come era il sistema elettorale uninominale, maggioritario per il 75% sia alla Camera che al Senato, con poi un recupero proporzionale del 25% ; noi vinciamo certamente nel centro, nel mezzogiorno in larghissima misura prevale lo schieramento Popolari-Segni e così via, nel Nord certamente ci sarà una relativa affermazione di uno schieramento che mette assieme la Lega con altri, vedremo che cosa, ecc., ma sostanzialmente nessuno vince le elezioni nel senso che da solo ha la maggioranza e dopo il voto facciamo una coalizione tra la sinistra, i progressisti e il patto Martinazzoli-Segni.

Chi fa il candidato a presidente del consiglio? Occhetto, esplicitamente, ci sono testi che lo dimostrano, dice: cercheremo di applicare il metodo europeo: il segretario del principale partito fa il candidato presidente del consiglio; cioè pensava, legittimamente, a se stesso; solo che pensava a se stesso candidato presidente del consiglio di uno schieramento che dal momento del concepimento non poteva che perdere le elezioni. I riformisti del PDS questo lo capiscono, e anche nell’altro campo, quello che sarebbe stato il nostro naturale interlocutore, ci sono coloro che capiscono che bisogna subito, prima del voto, presentare una proposta matura di governo con una leadership, con un programma e interpretare quindi in chiave completamente innovativa: nasce l’idea confusa, di Alleanza Democratica dentro la quale in un primo tempo i riformisti del PDS entrano perché capiscono che il nome, l’idea, è quella giusta: prima del voto, con una candidatura alla premiership esplicita, un progetto di cambiamento del paese che interpretasse la spinta referendaria che c’era stata così forte, può prevalere, tanto è vero che nelle amministrative, con l’eccezione molto significativa di Milano, nelle amministrative del ’93 uno schieramento che tende ad articolarsi in questo modo con il candidato lì obbligato, perché c’era il candidato sindaco da presentare come tale, che si organizzano schieramenti di vario genere ma sostanzialmente di centro-sinistra, vincono da per tutto. Perché il centro-destra non si era ancora riorganizzato con l’iniziativa di Berlusconi, ma anche perché effettivamente il campo che si organizza localmente per presentare candidature in quella che sarà poi chiamata la stagione dei sindaci, è un campo articolato di centro-sinistra, del tutto nuovo, ma di centro-sinistra.

Quella scelta, che si concluse naturalmente con la rovinosa sconfitta del 1994, ma voi pensate che effetti ha avuto nella storia politica del paese! Noi siamo nel pieno di una crisi che qualcuno definisce crisi di regime con quello che vedete tutti i giorni, non sto a raccontarvelo, con la tragedia di un paese, perché nel 1994 non abbiamo fatto la scelta giusta. La linea politica con cui siamo andati alle elezioni nel ’94 era clamorosamente sbagliata.

Allora, e finisco, cambiando quello che c’è da cambiare, e c’è molto da cambiare, ma io, con la mia natura di bastian contrario, chiedo: scusate, ma la linea che adesso stiamo seguendo è quella della grande alleanza contro Berlusconi, mette assieme tutti quelli che sono contro Berlusconi. Io penso sinceramente che questa linea politica sia sbagliata, non perché non bisogna battere Berlusconi, ma perché, secondo me, per battere Berlusconi quella è una strada che non funziona e rischiamo di fargli una specie di respirazione bocca a bocca. Perché se l’elemento ispiratore fondamentale è l’anti e non il per, ed è ovvio che l’idea di mettere assieme da Vendola a Casini con tutto in mezzo, è ispirato dall’anti e non dal per, perchè non c’è una scelta veramente rilevante per il paese che quello schieramento condivida. L’unica cosa che condivide è che bisogna mandare via Berlusconi, obiettivo, almeno per me, condivisibile, non c’è bisogno di dirlo naturalmente, però la politica è fatta di quella iniziativa che è in grado di conseguire lo scopo, in questo caso mandare a casa Berlusconi, ma davvero non proclamarlo e creare le condizioni perché non venga raggiunto.

Questo può avere a che fare con l’indignazione morale, può avere a che fare con altri elementi, non con la politica. La mia opinione, non condivisa da molti, è che quelli che pensano che stiamo commettendo un errore politico di fondo, di quelli che possono avere conseguenze durature, non dico tragiche perché la parola usata in senso non tecnico, diciamo, suscita reazioni più durature, quelli che pensano che stiamo facendo un errore, lo debbono dire e devono dare una trasparente battaglia politica non per scindersi rispetto a quelli che hanno la maggioranza, ma per pretendere un dibattito politico trasparente, esplicito, , che alla fine abbia come mira il mutamento della linea politica e, se è necessario per mutare la linea politica, mutare la leadership e quindi il mutamento della leadership; perché i partiti democratici sono contendibili, sono partiti nei quali la leadership è contendibile per definizione. Che non vuol dire minimamente essere sleali, questo concetto di lealtà interna legato al fatto che se io vi dico: vedo una linea politica sbagliata non lo devo dire perché se no sono sleale, è un’aberrazione che danneggia la formazione politica di cui fai parte.

Nella vicenda dei miglioristi e dei riformisti questo tema si è posto con grande continuità e autocriticamente io debbo dire che, salvo che nella fase finale della nostra esperienza politica, l’abbiamo sempre risolto dal lato sbagliato, ma avevamo una scusa: eravamo comunisti in un partito comunista, e quindi è chiaro. Comunisti assolutamente anomali, originali, fin che diavolo volete, ma comunisti, e quindi stavamo dentro un metodo, una logica che ha dato anche i suoi frutti. Io ricordo una mia litigata furibonda con Gerardo Chiaromonte che, a proposito della vicenda della FIAT, sulla quale io e Sergio Chiamparino tra i piemontesi di allora del PCI che io mi ricordi, dicevamo: guardate noi stiamo portando i lavoratori alla più grande sconfitta (ve la ricordate la vicenda della vertenza FIAT del ’79?). Scatenammo un inferno dentro il partito senza farlo sapere fuori su quel comizio di Berlinguer che diceva: se occupate noi siamo pronti a sostenervi, ecc. ecc. Noi andavamo tutte le mattine là davanti e di operai della FIAT a fare i picchetti non ce n’erano, vi posso garantire non ce n’erano, c’era solo gente che veniva da fuori, perché gli operai della FIAT erano quelli di là che volevano entrare, e alla fine finimmo con la marcia dei 40 mila dove non è vero che erano tutti tecnici, c’era la gente della FIAT che si era mossa per chiudere una partita nella quale noi da un certo punto in poi avevamo sbagliato tutto.

Insomma, in quella occasione, come in tante altre, Gerardo Chiaromonte venne a Torino e disse: meglio avere torto con il partito che ragione senza il partito. D’accordo, io dissi, però se la dici così di battaglie politiche vere, determinate, non se ne possono fare; perchè è una resa senza condizioni; io sono anche d’accordo di arrenderci ma dopo aver provato; perché se la premessa è questa, siamo troppo deboli.

Però la logica era questa. Oggi noi non siamo dentro a quel contesto, c’è un contesto diverso… però c’è un elemento che è di degenerazione e che ostacola una battaglia politica trasparente: il fatto che queste benedette componenti, correnti interne del Partito Democratico sono ormai delle cose imperscrutabili. Io ho fatto il commissario a Napoli del PD e considero quello che è accaduto a Napoli solo l’anticipazione di quello che sta accadendo dovunque: a un certo punto, su richiesta unanime, come si dice, degli astanti, debbo convocare una riunione di quelli che sono un po’ i rappresentanti delle diverse componenti interne. Dico, va bene, facciamo questa riunione con 4 o 5 persone. Quelli che ho davanti: 4 o 5 persone? Sì, dico, più o meno, quelle che ci sono a Roma. No, dice, qui la riunione è quella che abbiamo sempre fatto, mi dicono; tu sei appena arrivato, adesso tu non puoi cambiare… sono 32. I capi gruppo, corrente, chiamateli come diavolo volete, che devono venire alla riunione sono 32. Io dico: ma non possono esserci 32 posizioni politiche diverse, possono esserci 32 consiglieri regionali, consiglieri comunali, assessori, persone, ma 32 correnti è impossibile, cioè non è questione, non esistono 32 posizioni politiche diverse.

Il problema è che città che passi, tempo che passa, la sostanza è che io ho l’impressione che stia succedendo così da per tutto, cioè che dietro i miglioristi prima e i riformisti poi del PCI-PDS c’era una posizione politica che (questo è il nodo) li rendeva prevedibili; io dico che una corrente dentro un partito, io sono uno che non demonizza affatto le correnti dentro i partiti, perché le correnti organizzate come si deve dentro i partiti sono un elemento di dinamismo assolutamente positivo, ma si deve trattare di istituti che abbiano un profilo politico certo e la verifica è la loro prevedibilità: se sono vere correnti di fronte all’accordo di FIAT Pomigliano possono avere sfumature nella loro posizione, ma se io ho gli elementi di giudizio, conosco la loro base ideologico-politico-culturale, il loro radicamento, la loro presenza, le loro relazioni interne ed esterne, sono in grado di prevedere che cosa diranno.

Adesso faccio l’esempio dell’accordo FIAT Pomigliano come sulla guerra in Libia, devono essere prevedibili se sono vere, se non sono prevedibili, e 32 non sono prevedibili, vuol dire che non sono correnti; e allora però, se è così, la battaglia politica sulla linea diventa quasi impossibile perché c’è sempre dietro il sospetto: ma perché Morando sta dicendo che…  in realtà non è perchè vuole cambiare la linea, passare dalla strategia delle alleanze, tra virgolette, della grande alleanza contro Berlusconi che stiamo seguendo, alla linea della riproposizione dell’idea del partito a vocazione maggioritaria, scusate la sinteticità, ma insomma è solo per intenderci. No! Morando lo fa perché prima, quando c’era l’altra situazione era coordinatore del governo ombra, aveva una possibilità di carriera, di affermazione della sua forza, il suo gruppo era meglio tutelato; adesso non lo è più, non è più nulla di tutto questo e quindi vuol tornare a essere quello… Ma non c’entra, sarebbe prontissimo a sposare la linea delle grandi alleanze se lo rifacessero coordinatore di non so che cosa.

Il sospetto non ci sarebbe se, passatemi il termine, non si dicesse che ci sono 32 componenti interne a Napoli, o a Milano 17, non lo so: se si trattasse di correnti vere prevedibili uno si orienterebbe in rapporto alla posizione politica sostenuta. Quello che è certo per come la vedo io è che la prova che di questo si trattava sta nel fatto che ancora oggi – poi i miglioristi del PCI e i riformisti del PDS prenderanno tra di loro strade molto diverse all’interno del partito, faranno scelte molto diverse da quando alcuni di noi, la maggioranza, votò per Veltroni al dopo Occhetto, e altri, a partire da Giorgio Napolitano, votarono per D’Alema – abbiamo preso strade diverse di collocazione interna di partito, ma la prova che quella era una corrente vera sta nel fatto che quando si sono posti, anche dopo la totale scomparsa della corrente come struttura organizzata, anche dopo che gli interessi dal punto di vista delle carriere, del posizionamento politico sono diventate addirittura alternativi  perché magari ciò che faceva Ranieri nel partito lo potevo fare io, dico per dire, è un mio amico fraterno e non si è mai posto questo problema, lo dico per questo – ma quando c’è stata una battaglia politica da fare su un problema del paese ci siamo sempre ritrovati d’accordo-

Può sembrare strano ma c’era stata una grande riarticolazione del nostro posizionamento interno nelle diverse componenti del partito che è nato, i DS e poi ancora il Partito Democratico, ma se c’è un problema aperto, cioè se uno di sinistra, come è accaduto l’altroieri, dice che per risolvere il problema di Berlusconi bisogna usare i carabinieri, la polizia e i magistrati facendo un colpo di stato di sinistra, noi non abbiamo bisogno di sentirci per telefono, il giorno dopo esce una presa di posizione e state sicuri, quelli là ci sono per quella base comune di orientamento politico-culturale che rendevano quella una corrente.

Ho fatto questo esempio che è il più facile, ma si pongono cose anche assai più complesse nella vicenda politica quotidiana e da questo punto di vista io penso, il libro finisce così, che i miglioristi con, diciamo, la scelta di Napolitano a Presidente della Repubblica c’entrano ancora, adesso non se lo ricorda più nessuno perché abbiamo memoria corta, adesso che l’apprezzamento per Giorgio Napolitano è praticamente plebiscitario, cioè non c’è un italiano che non dica che Giorgio Napolitano è il miglior Presidente della Repubblica che potessimo avere per questa fase drammatica della nostra vita, ma quando è stato il momento di scegliere Giorgio Napolitano non è mica stato un idillio, non è che eravamo tutti d’accordo; è stata condotta una battaglia durissima.

Il sottoscritto, per esempio, per aver detto che secondo me dovevamo scegliere o Napolitano o Amato, e non D’Alema, venne avviata, e c’è prova nei giornali, una raccolta di firme per dire che dovevo essere espulso dal partito perché in una battaglia cruciale come quella rompevo la disciplina a sostegno del candidato ufficiale del partito che era Massimo D’Alema. Il quale anche dopo, siccome poi è una persona coerente, ha detto: se avessi voluto sarei stato eletto. Io non credo, lui voleva e non è stato eletto, ma in ogni caso a conferma che non era un tentativo fatto per farlo, non era una candidatura di bandiera: si progettò politicamente una cosa che era anche legittima; lui aveva fatto il Presidente della Bicamerale, non sto dicendo che era una cosa… ma il contesto politico dopo quelle elezioni del 2006 che noi dicevamo di aver vinto e che invece non avevamo vinto com’è noto, perché al senato le avevamo perse e anche di brutto, e nel contesto delicatissimo data la scelta di mettere un leader politico di primo piano, forse il leader politico di primo piano del centro-sinistra in quel momento, di partito come Massimo D’Alema a fare il Presidente della Repubblica, la candidatura di Giorgio Napolitano fu l’oggetto di una battaglia politica.

E io penso che il senso profondo della battaglia che Napolitano aveva fatto nel PCI, il tentativo di farlo diventare un partito socialdemocratico, l’idea, in buona sostanza, che il socialismo del futuro avrebbe dovuto essere socialismo liberale, è la ragione per la quale di noi ex comunisti, Napolitano, avendo condotto quella battaglia così lunga nel partito, era quello più, diciamo, votabile per gli altri, non perché non lo considerassero comunista, e lo consideravano comunista naturalmente, ma perché lo consideravano un comunista che aveva fatto una battaglia tale da assumere le caratteristiche giuste per quella funzione, per esercitare una funzione di garanzia. Si è visto che i cromosomi ce li aveva, adesso possiamo dirlo, all’inizio potevamo scommetterci e ci abbiamo scommesso. Adesso si vede che non abbiamo scommesso sul nulla perché era quel retroterra che sembrava garantire equilibrio, aveva fatto il Presidente della Camera, aveva fatto il Presidente della Commissione Affari Istituzionali del Parlamento europeo, aveva dimostrato grande equilibrio nello svolgimento di questa funzione ed era il presupposto per svolgere la funzione di Presidente della Repubblica con grandissimo equilibrio e come persona al di sopra di ogni sospetto.

Secondo me, oggi, perché lui è di così grande successo? Perché nella guerra civile a bassa intensità, almeno per ora, che si sta combattendo in Italia, gli italiani hanno un riferimento di cui sono certi dell’equilibrio, della capacità di discernere, della mente fredda nella valutazione oggettiva per quella che può essere la valutazione oggettiva quando si parla di politica, del riferimento certo ai principi della Costituzione. In fondo, questo sì è, sia pure attraverso una persona, il riconoscimento di una battaglia politica che invece, per tanti altri aspetti, anche quella condotta da Giorgio Napolitano quindi, avrebbe potuto e dovuto, come cerco di dire nel libro, essere condotta con maggiore determinazione per ottenere prima risultati che abbiamo ottenuto dopo quando in larga misura il tempo massimo era scaduto.

Vi ringrazio.

email

Permanent link to this article: http://www.circolidossetti.it/enrico-morando-riformisti-comunisti-dal-pci-al-pd-i-miglioristi-nella-politica-italiana/

Lascia un commento

Your email address will not be published.