Giovanni: un intellettuale ed un amico. Di Andrea Rinaldo.

La vita è fatta d’incontri, di prossimità, di vicinanze ed anche magari poi di lontananze, di inevitabili separazioni. Alcune persone s’incontrano soltanto per pochi minuti, altre per qualche tempo, altre ancora nonostante il kronos non ti lasciano mai. Sono gli incontri “speciali”: quelli che per la loro qualità sono in grado di aprire opportunità in precedenza neanche soltanto immaginate. Il caso o la necessità li facilitano. Ma fors’anche c’è qualcosa di più… Quello che siamo lo dobbiamo per buona parte agli incontri che abbiamo avuto. Magari perché molti di essi hanno tracciato un solco positivo nel nostro cuore, ed attivato per la loro pregnanza, la forza tutt’altro che debole dell’intelligenza.

Questo mi è capitato nell’avere incontrato quasi vent’anni fa Giovanni Bianchi. In quei “Circoli Dossetti” da lui fortemente voluti e fondati, ed in particolare in quello di Milano. Non sarà un puro caso se le assise di quel gruppo si sono svolte per molto tempo nella Sala Verde della “Corsia dei Servi”, cioè in quel luogo così caro a padre David Maria Turoldo, che insieme ad altre figure notevoli come il cardinale Martini, Chenu, Maritain, Munier, ma anche Sturzo, Dossetti, La Pira, De Gasperi e Moro sul piano più squisitamente politico, hanno costituito una porzione significativa di quel pantheon che lui avrebbe definito di “ineludibili maestri”. Quel “pensatoio” milanese che grazie all’incessante rovello formativo di Giovanni verso la ricerca di nuove e non banali elaborazioni culturali si è confrontato, ed è cresciuto nel dialogo, con il meglio dell’intellighenzia progressista italiana.   Il circolo era (ed è) un luogo dove il pluralismo è sempre stato la sua cifra identificativa, dove il confronto a partire da diverse visioni culturali e politiche è considerato (veramente) una ricchezza: infatti quello spazio di dibattiti ha mantenuto costantemente una sua autonomia di pensiero. Questa propensione verso la molteplicità la si deve sicuramente a Giovanni Bianchi. Si sono svolte le attività associative sempre però nell’umiltà e nella misura, consci di quel socratico “so di non sapere”, che lui aveva fatto proprio, insieme ad altri compagni di strada come Pino Trotta e Salvatore Natoli.   In questo senso possono essere interpretate le due citazioni che ricorrevano frequentemente nelle sue discussioni pubbliche: quella di Aldo Moro e cioè che il pensare Politica è al 90 per cento fare Politica, e quella di Hegel, per il quale la Politica nasce da quel che politico non è, e gli dà forma.

Penso abbia sempre affrontato le sfide dell’esistenza tantonando da credente sulle strade accidentate appunto della Politica, generosamente con rara disponibilità e sincerità nei rapporti sociali, con dedizione ed affetto verso la sua famiglia. Ed appunto in quella famiglia magari un poco allargata sono stato accolto con inusitata semplicità, in un clima sempre cordiale, diventando con il passare del tempo, con l’accrescere della stima reciproca, sempre più “di casa”. Ma quella è stata (ed è) una modalità “cenacolare” di intendere l’impegno civile pubblico, dove amicizia e qualità dell’apporto si tengono insieme, in un binomio che si autoalimenta. Perché forse inconsapevolmente (sicuramente nel mio caso personale), avevamo introiettato l’assunto aristotelico secondo il quale Politica ed amicizia (etica) sono due facce della stessa medaglia.   Quelle cene al terzo piano di un condominio di piazza Petazzi, nella ex Stalingrado d’Italia più volte narrata nella voluminosa produzione letteraria di Giovanni Bianchi, ma che egli avrebbe piuttosto definito la sua “Steppa urbana” oppure “Non è Macondo”, avevano un carattere speciale: informale e nello stesso tempo germinativo di visioni e di contenuti dell’ormai storico Corso di Formazione alla Politica del circolo Giuseppe Dossetti, con non poche incursioni su argomenti vari della quotidianità.

Le sue fatiche editoriali sono state numerose e sempre puntuali, esplicative di una tensione inesauribile verso l’approfondimento, di una esigenza di acribia che è il metodo rigoroso per poter approdare ad una qualche conclusione sempre però intrinsecamente provvisoria. E comunque lontana anni luce da un rassicurante conformismo di maniera, alcuni suoi titoli lo indicano esplicitamente: “Nel paese degli atei devoti”, “Solo la sinistra va in Paradiso”, “Martini politico e la laicità dei cristiani”, “Dossetti rimosso”, solo per citarne alcuni.

Non ha mai delineato facili ricette preconfezionate, semmai ha sempre cercato di trovare i punti di convergenza sulle diverse “issues”, attraverso un dialogo fruttuoso che nasceva e si sviluppava nella pluralità dei codici etici; a partire e non contro le diverse identità, lontano perciò da ogni tentazione integralista ed esclusivista del pensiero cattolico in politica: in questo senso potrebbe essere intesa la particolare “weltanschauung” del già deputato e dell’ex presidente nazionale delle ACLI.

Quando ha sollecitato la mia collaborazione per la stesura di alcuni ebook su temi che gli stavano particolarmente a cuore mi ha stupito ed ampiamente motivato: lui, quel fine uomo di cultura che era, generosamente affiancava il suo nome a quello di un emerito sconosciuto. Non avevo, non ho e probabilmente non avrò mai la sua statura intellettuale, eppure con lui sono riuscito (credo) ad esprimere il meglio delle capacità di pensiero che forse posseggo. Su quegli argomenti che era solito trattare diagonalmente alla maniera “rosminiana”, con l’immancabile incipit del suo poeta preferito Clemente Rebora, come le “Piaghe della Politica”, oppure su quella sensibilità sui valori resistenziali, probabilmente ulteriormente affinata dalla sua presidenza dell’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani d’Italia. Stavamo lavorando alla “Galassia della Pace”, costituita né da pacifisti né da pacificatori ma essenzialmente da uomini in perenne ricerca come Cassola, Balducci, don Tonino Bello, Capitini ed Alex Langher. Come lui.

Che cosa è la memoria? Tutte le persone che se ne vanno e che hai in qualche modo conosciuto ti lasciano sempre qualcosa di loro dentro di te. In particolare quelle più “speciali”. E’ forse questo il “segreto della memoria”? Se è così io mi sento un po’ più sicuro perché mi riecheggiano i tuoi insegnamenti Giovanni. Dalla Gerusalemme celeste dove tu sei guarda con benevolenza alle nostre miserie ed anche alle nostre piccole qualità.   Suscita in noi ancora il tuo spirito. Io ad esempio, ho ancora bisogno di una tua parola.

Ciao Giovanni.

Andrea Rinaldo

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