Giulio Sapelli. Un racconto apocalittico. Dall’economia all’antropologia.

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Corso di formazione alla politicaQuello che Giulio Sapelli, professore universitario e apprezzato studioso di materie economiche, ci offre attraverso la sua ultima fatica editoriale è una lettura insolita delle relazioni sociali che legano le persone tra loro nella dimensione dell’organizzazione capitalistica, al di là del puro funzionalismo generato dagli scambi mercantili, attingendo invece da quell’universo di valori simbolici (vecchi e nuovi) che le vite dei singoli attivano, e che determina altresì in buona parte il destino collettivo dell’umanità. Ecco quindi l’attualità di una lettura “Apocalittica” della contemporaneità nel senso Pascaliano del termine, e cioè di quel “divino nascondimento”, la cui rivelazione però è fonte di redenzione; tuttavia non si riscontra un cedimento a previsioni catastrofiste ma quasi sempre un’indicazione di una possibile via di uscita.Giulio Sapelli. Un racconto apocalittico. Dall’economia all’antropologia.

1. leggi il testo dell’introduzione di Andrea Rinaldo

2. leggi la trascrizione della relazione di Giulio Sapelli

3. clicca sui link sottostanti per ascoltare i file audio mp3

1 premessa di Giovanni Bianchi 03’30” – 2 introduzione di Andrea Rinaldo 22’31” – 3 relazione di Giulio Sapelli 53’54” – 4 prima serie di domande 06’48” – 5 risposte di Giulio Sapelli 16’07” – 6 domanda + risposta di Giulio Sapelli 18’01” – 7 domanda + risposta di Giulio Sapelli 08’28” – 8 domanda + risposta di Giulio Sapelli 14’35” – 9 domanda Giovanni Bianchi + risposta di Giulio Sapelli 22’57” – 10 domanda Salvatore Natoli + risposta Giulio Sapelli 28’00”

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Testo dell’introduzione di Andrea Rinaldo a Giulio Sapelli

Una narrazione “apocalittica”, cioè un’ipotesi di rivelazione che consente di leggere la contemporaneità.

Tra possibili fasi espansive ed improvvise crisi di decadenza, si impone una nuova centralità del rapporto tra economia e antropologia. Introduzione di Andrea Rinaldo al testo di Giulio Sapelli1.

Uno. Una lettura “apocalittica”
Quello che Giulio Sapelli, professore universitario e apprezzato studioso di materie economiche, ci offre attraverso la sua ultima fatica editoriale è una lettura insolita delle relazioni sociali che legano le persone tra loro nella dimensione dell’organizzazione capitalistica, al di là del puro funzionalismo generato dagli scambi mercantili, attingendo invece da quell’universo di valori simbolici (vecchi e nuovi) che le vite dei singoli attivano, e che determina altresì in buona parte il destino collettivo dell’umanità.

Ecco quindi l’attualità di una lettura “Apocalittica” della contemporaneità nel senso Pascaliano del termine, e cioè di quel “divino nascondimento”, la cui rivelazione però è fonte di redenzione; tuttavia non si riscontra un cedimento a previsioni catastrofiste ma quasi sempre un’indicazione di una possibile via di uscita.

Piuttosto l’enfasi è posta sulla necessità di dare più peso all’antropologia, studiando con maggiore approfondimento le ragioni che muovono il genere umano, e che in definitiva determinano l’orizzonte sociale comune della collettività, non a caso il sottotitolo del testo che oggi stiamo esaminando propone proprio il passaggio “dall’economia all’antropologia”.

Il piglio è sicuramente accademico, però il percorso narrativo del saggio risente certamente delle diciamo così diverse “biografie” dell’autore, che è (o è stato) sì docente universitario e studioso, ma anche manager e consulente aziendale.

Si tratta quindi di riflessioni sedimentate negli anni da Giulio Sapelli in altrettanti saggi pubblicati su talune riviste specialistiche sui temi del lavoro, dell’azienda, del destino comune degli uomini, dell’economia, inanellati secondo un percorso logico in tre parti, iniziando dai riferimenti teorici, per passare poi al tema della libertà, e finire con le torsioni del triste caso italiano.

Due. Globalizzazione e antropologia economica
I processi di globalizzazione ormai di scala planetaria amplificano le diversità dei mondi simbolici che rendono possibile proprio la globalizzazione stessa, ed essendo quest’ultima una questione cruciale per il nostro autore, egli si chiede per prima cosa che nesso sussista tra il mondo delle rappresentazioni culturali e le modalità sociali dell’agire economico, ricercando una possibile risposta a questo quesito attraverso l’approfondimento di quella che egli chiama “antropologia economica”.

Centrale è il ruolo svolto dalla “cultura” però antropologicamente intesa, non quindi come pura accumulazione progressiva di saperi, ma come relazione tra la nostra più intima “spiritualità” e il mondo che ci circonda, cioè come capacità simbolica di rappresentare e di rappresentarci nel contesto in cui ciascuno è inserito.

Centrale è altresì la divisione del lavoro sociale che è “dominante” nella statuizione dei legami condizionanti tra il mondo produttivo, quello delle relazioni interpersonali e gli orizzonti simbolici delle diverse stratificazioni sociali. Parlare quindi di “antropologia economica”, vuol dire pertanto interessarsi delle intersezioni tra “cultura antropologica” e la divisione del lavoro sociale funzionale all’attività economica stessa, che a livello planetario assume ormai le forme prevalenti e totalizzanti del capitalismo. Capitalismo che segna peraltro l’importante passaggio da una società caratterizzata da risorse ricevute prevalentemente in ragione allo status di appartenenza, alla società fondata sul modello contrattualistico.

Il professor Sapelli teorizza quindi la non scindibilità della cultura antropologicamente intesa con le prassi sociali dell’economia, sia con riferimento ai sistemi pre-capitalistici che a quelli invece marcatamente capitalistici, per il perdurare comunque di elementi di tipo tradizionale che tendono non a scomparire ma semmai a rimodularsi nel nuovo contesto.

Certo nelle società capitalistiche la forma prevalente di relazione sociale è quella generata dallo “scambio di mercato”, che a sua volta però è il prodotto della divisione del lavoro sociale e quindi delle “culture” che la sorreggono, e che in ultima istanza non sono sovrastrutturali rispetto all’uomo ma al contrario provengono dall’uomo stesso.

L’antropologia economica consente pertanto di attribuire un “senso” a quelle statuizioni generate da un capitalismo certamente reificato che a prima vista sembrerebbero essere sostanzialmente solo omologanti e impersonali. Non mancano però le osservazioni critiche alla modernizzazione, che superano però le vecchie tesi che ne indicavano come responsabile principale ne “i fallimenti della politica” e cioè nei fallimenti delle élite dominanti, ma il docente universitario qui con noi stamattina, cita a questo proposito alcuni casi atipici di “città mediterranee” che propongono modelli inusuali di fuoriuscita dalla povertà, che attingono dal patrimonio relazionale dei suoi abitanti e riattualizzano taluni elementi tradizionali che possiedono, in un contesto però di società di mercato e in una feconda continua tensione tra interessi individuali e quelli di carattere più universale.

Si tratta di alcuni luoghi urbani del “sud del sud” del Mediterraneo, che si pongono per la loro storia specifica al crocevia tra i modelli di relazione di tipo occidentale con altri modelli più localistici; mentre per quanto riguarda l’Italia, terra prevalentemente come sappiamo bene (e come chiarirò anche in seguito) del sempreverde “particulare” Guicciardiniano, solo in piccola parte, credo, si possa riscontrare attualmente tale fenomeno.

Tre. Marketing antropologico
Ecco quindi l’utilità nel mondo globalizzato dal consumismo di approcciare al tema del c.d. “marketing antropologico”, proprio in una fase storica in cui le aziende tendono non semplicemente a pubblicizzare i loro prodotti ma a “comunicarli” al potenziale consumatore, appare quindi più significativo non tanto creare valore aggiunto simbolico alle merci diciamo così dall’esterno, ma di calarsi direttamente nel sistema di valori e di simboli proprio del consumatore stesso, essendo quest’ultimo appunto generatore di tale sistema.

In questa direzione quel che propone Sapelli è un’interpretazione delle relazioni con le merci nel senso di relazioni di tipo culturale e il marketing antropologico si origina laddove vi è appunto una “riattualizzazione della tradizione”, e in questo senso l’atomizzata società si può scoprire (o ri-scoprire) comunità nel vorticoso mondo della circolazione delle merci. Quel che il capitalismo scompone, verrebbe da dire, in certe condizioni lo stesso capitalismo può ricomporre, seppur ricostruendo il puzzle sociale sotto altre forme.

L’influenza delle culture locali trasforma quindi i brands consolidati conferendo ad essi valori e simboli trasmessi dalle stesse nicchie di consumo, di qui la necessità di formare manager del marketing sempre più intrisi di multiculturalismo e di capacità di interpretare le singole particolari antropologie umane. La pianificazione d’impresa quindi deve ovviamente considerare i costi della produzione, ma deve altresì interessarsi del portato culturale che essa stessa trasmette, declinato però nelle multiformi particolarità e varianti etniche di un mercato che è sempre più parcellizzato.

Però il dubbio che nasce a tal proposito è che il fattore centrale, il focus sia sempre l’impresa e di conseguenza il consumo, mentre l’interesse per la persona sia soltanto una subordinata, così pure le possibili ricadute positive in termini di ricucitura dello sbrindellato tessuto sociale.

Quattro. Modello occidentale e modello orientale
Comunque sia per il professor Sapelli la vera distinzione tra modello Occidentale e quello d’Oriente sta proprio nell’impostazione del primo sulla “persona” intesa però spesso come “individuo”, mentre per il secondo è sicuramente più decisivo il “gruppo corporato”. E in questa prospettiva il mercato si profila come unico elemento ordinatore delle risorse.

Tuttavia sono le persone e i diversi Sé nelle organizzazioni a determinarne la “cultura organizzativa” e non viceversa, chiudendo in questo modo il triangolo tra diritto, organizzazione e persona. E’ quindi necessario costruire una teoria della persona per poi addivenire ad una teoria dell’organizzazione e non il contrario; il dolore e la gioia che le persone provano poi impedisce di considerare le stesse come soggetti impersonali annichiliti, mentre l’organizzazione diventa lo spazio pubblico dove si confrontano in modo dialettico i “Sé e il dominio oligarchico dei Sé”.

Cinque. La liberta’
Il tema della libertà è introdotto da Sapelli nel senso di una mancanza della stessa, proprio nel sistema sociale dove essa si è maggiormente espansa e cioè nella città, poiché alla città europea tradizionale si sta progressivamente sostituendo quella conurbazione costituita dalle grandi metropoli appartenenti agli altri continenti extraeuropei e specialmente con riferimento a quelli dei c.d. Paesi emergenti.

La grande industrializzazione asiatica, ad esempio, è il frutto di una trasformazione della civiltà contadina preesistente ad alta intensità demografica; ma quest’ultima seguirà la “via” europea alla modernizzazione o invece modalità specifiche locali? Il professor Sapelli è dell’opinione che lo sviluppo del continente asiatico seguirà un percorso particolare dato che le caratteristiche socio-etniche avranno la meglio, ed anche perché in futuro la rivendicazione dei diritti umani sarà un elemento esiziale di “verifica” dell’affidabilità statuale.

Può quindi la grande metropoli afro-asiatico-sud-americana inverare il principio della rappresentanza democratica? La risposta è negativa poiché la stessa è più proiettata verso il mondo del “villaggio globale” che verso gli organismi della rappresentanza democratica, tuttavia essendo quest’ultima la manifestazione delle possibili modalità future del vivere associato, si dovranno comunque cercare modelli che superino il principio ordinatore rappresentato dal solo concetto di maggioranza, per attingere a modalità altre rappresentate da criteri meritocratici, di sussidiarietà, di eguaglianza dei diritti dei cittadini metropolitani.

Emblematico è il caso delle infrastrutture. Le infrastrutture contengono sia elementi ingegneristici che simbolici, e sembrano essere maggiormente nella disponibilità legata al potere decisionale delle “poliarchie” sia proprietarie che desideranti, comunque non elettive, piuttosto che nel principio democratico della scelta della maggioranza (elettiva) che prevale sulla compagine di minoranza, o tutt’al più nella composizione degli interessi divergenti di queste forze.

Nella poliarchia del mondo globale si manifesta quindi la capacità di condizionamento costituita dai movimenti e dalle diverse compagini “desideranti” e l’integrazione sistemica posta in essere dalle infrastrutture non è all’attualità realizzabile senza una composizione con gli elementi culturali e simbolici che la stessa rappresenta. Un cenno merita anche il tema delle liberalizzazioni e il nesso esistente tra queste ultime e il concetto di libertà, nesso che si stabilisce in quanto le liberalizzazioni possono essere una modalità per allocare le risorse secondo criteri meritocratici, che è uno dei contenuti fondamentali della libertà modernamente intesa.

Sei. Il triste caso italiano
La terza parte del testo riguarda l’inesorabile decadenza del nostro Paese e a questo proposito il professor Sapelli si chiede se in Italia esista (o sia mai esistita) una “classe dirigente” cioè un’èlite in grado di porsi come riferimento per l’intera nazione.

La conclusione è amara: nemmeno l’esperienza drammatica ma anche di altissimo valore civile e morale rappresentata dalla Resistenza è riuscita a creare una stabile e riconoscibile classe dirigente, per il prevalere dei vizi storici degli italiani, che si chiamano familismo amorale, pratica della raccomandazione, cura degli interessi privati a danno di quelli collettivi, etc., questioni nodali queste ultime che peraltro abbiamo già avuto modo di trattare proprio qui al Circolo Dossetti in un’altra occasione con David Bidussa”2.

Resta da vedere se tali epifenomeni siano da relazionare in misura maggiore (almeno per quanto riguarda la fase cuspidale) a quella che Sapelli definisce “sifilide culturale” rappresentata dal sessantotto nostrano, oppure al carattere atavico per buona parte diciamo così “Machiavellico e Guicciardiniano” degli italiani stessi che forse anche per questi motivi li rende “difficilmente psicoanalizzabili”. Comunque sia è certo che la propensione profittatrice e predatoria della piccola borghesia italiana si è disvelata proprio in occasione della (incompiuta) unificazione Europea durante il cambio della valuta Lira/Euro attraverso un ingiustificato aumento dei prezzi, dinamica appunto prettamente ascrivibile alla nostra nazione mentre è pressoché assente appena ci si sposta al di là delle Alpi.

Così come è sicuramente certa una netta attitudine “cleptocratica” di talune (tutte ci dice Sapelli?) compagini politiche, nonché il gravame enorme rappresentato dal drenaggio di risorse da parte delle numerose mafie autoctone, col risultato, anche questo decisamente evidente, di uccidere la speranza e contemporaneamente di consegnare l’Italia ad una penosa decadenza.

Infine a riprova della specialità del desolante caso italiano possiamo aggiungere la reiterata e incanaglita volontà di “riformare” l’articolo 41 della nostra Costituzione, riforma sbandierata come soluzione copernicana alla crisi economica, mentre in realtà si tratta probabilmente soltanto di eliminare quel riferimento “bolscevico” all’utilità sociale dell’impresa, cosa che peraltro è rimasta spesso solo sulla carta.

Sette. Le vie di uscita
Non c’è via d’uscita a questa rovinosa condizione del Bel Paese? Quello che sembra indicare l’autore de “Un racconto apocalittico” come possibile strada da percorrere per uscire dal labirinto dell’avvitamento su pratiche economiche ormai obsolete è una sorta di ritorno al “sociale e alle virtù della dimensione del civile” come antidoto alle tare storiche del capitalismo in salsa “de’ noantri”. Ovviamente tutto ciò in una dimensione di neo-capitalismo, dove nonostante le criticità evidenziate non sono comunque messe in discussione le per così dire “magnifiche sorti e progressive” della crescita economica.

Tuttavia sembra anche di poter scorgere la germinazione di elementi nuovi che consentano di superare quello che Pier Paolo Pasolini definiva nel caso italiano (e causa della biechità specifica della nostra borghesia) “sviluppo senza progresso”, non tanto, appunto, attraverso la dismissione del modello di sviluppo (o l’adozione di altri modelli che peraltro non si scorgono all’orizzonte), ma mediante la coscientizzazione del fatto che una dimensione del civile e del sociale virtuosa non povera di relazioni e di valori è proprio il brodo di coltura ideale dove può svilupparsi un’impresa competitiva generatrice di ricchezza ma anche di “ben essere”3.

Purtroppo però, e solo per fare un esempio emblematico spostando lo sguardo dalla parte datoriale, l’ organizzazione aziendale “illuminata” ormai datata voluta da Adriano Olivetti per la sua linea di produzione ha rappresentato un unicum nel panorama italiano, che appunto è stato ben presto incasellato nel novero dei casi eccezionali (e fors’anche un po’ bizzarri), in modo da ricondurre il conflitto capitale-lavoro entro l’alveo di parametri classici ed immutabili, aventi ben più ristretta capacità di visione.

Certo perché possano innescasi questo tipo di dinamiche virtuose sono necessarie senza dubbio poche mirate privatizzazioni e direi anche parecchie vere liberalizzazioni. Ma è ancor più necessario, proprio come asserisce il professor Sapelli, un contesto di legalità e di propensione alla coesione sociale che non sembra però appalesarsi in un Paese come l’Italia dove sì gli italiani sono “brava gente”, ma solo in un immaginario collettivo ormai di tipo fumettistico, dove invece (e davvero senza facili moralismi) l’illegalità è diffusa e la “lotta tra poveri” è sapientemente attizzata (e sedata) a seconda delle convenienze allo scopo di mantenere inalterato lo status quo, da talune compagini politiche espressioni spesso di potenti poteri lobbystici. E dove appunto tali dinamiche rappresentano la quotidianità con la quale confrontarsi.

Andare oltre gli interessi immediati e privatistici dell’impresa richiede pertanto in Italia un cambiamento culturale, una curvatura della prospettiva che forse è stata possibile solo nelle fasi dominate dall’egemonia riformista socialista e cattolico sociale, e in quella temperie ha generato uno “sviluppo positivo” e non solo una “crescita” per il nostro Paese.

In conclusione la visone “apocalittica”, nel senso di “rivelatrice” di Giulio Sapelli sta probabilmente dietro il fatto che nessuna società può reggersi e riprodursi solo sull’impianto di diritti astrattamente intesi e cristallizzati una volta per tutte, ed anche solo su immotivati privilegi, ma è necessaria l’acquisizione di una coscienza dei doveri, delle obbligazioni reciproche che sussistono non tanto tra gli “individui” Thatcherianamente intesi, ma tra le “persone” considerate nella loro antropologia, le quali agiscono nella fluidità del nuovo capitalismo molecolare.

Ci sono ancora però i luoghi formativi perché questa coscienza si possa generare?

[1] Giulio SAPELLI,  Un racconto apocalittico, Bruno Mondadori, Milano-Torino, 2011
[2] David BIDUSSA,  Siamo italiani, Chiarelettere, Milano, 2007, testo discusso nel c.f.p. del Circolo Dossetti di Milano del 2/02/08
[3] Per un approfondimento si veda, Giulio SAPELLI, Modernizzazione senza sviluppoIl capitalismo secondo Pasolini,  (a cura di V. Ronchi), Bruno Mondadori, Milano-Torino, 2005.

Trascrizione della relazione di Giulio Sapelli

Innanzitutto, vi ringrazio, cari amici. Un grazie a Giovanni Bianchi e a questo straordinario lettore. Devo dire che sono sorpreso: veramente. Nel dibattito sui libri, uno dice un po’ di cazzate, presenta l’autore, l’autore ne dice altrettante, un po’ di dibattito col pubblico e poi si va via. Io in generale sono contrario a presentare i miei libri, anche perché, vedete, il mondo si divide in due: quelli che faticano a finire il libro e quelli che faticano a parlarne dopo. Per me, una volta scritto, un libro è un messaggio in una bottiglia, quello che viene dopo non mi interessa, ma purtroppo ci sono gli editori che ti dicono vai a presentare eccetera…

Dato che non ho nessuna – mi spiace dire questo a voi – fiducia nella forza delle idee, penso che la storia sia un vuoto plumbeo dove si odono solo grida e lamenti, dove vince solo la violenza e la menzogna, poi in fondo c’è la luce e la presenza divina, la luce pascaliana, il dio nascosto. Quindi, proprio non mi appartiene quello che diceva Luigi Caprioglio, vecchio comunista impiccato nel ’44 dai fascisti, che disse: “Tutto ho avuto, ma non ho avuto l’amore dei dotti”, di quelli che sanno. Quindi, dicevo, per me un libro, una volta scritto, è un messaggio in una bottiglia e qualcuno lo leggerà.

È uscito, 15 giorni fa, un mio libricino che si chiama L’inverno di Monti, il bisogno della politica, dove esprimo lo sconforto perché un uomo senza meriti, laureatosi nel ’65, già ordinario di economia politica nel ’69, che non ha mai scritto un libro, viene presentato come un professore, un tecnico e, preside della cattedrale del neo-liberismo, dovrebbe salvare l’Italia. Dico: ammazzalo, come siamo scesi in basso. D’altra parte, è stato messo lì dall’unico di cui gli americani oggi si fidano in Italia che è il presidente Napolitano senza il quale non avremmo bombardato la Libia. Non potendosi più fidare di Cossiga, che è morto, e di Amato, che si è rivelato troppo capace, rimane il presidente. Quindi, come vedete anche questo libro è stato pubblicato ma non so che fine abbia fatto, l’ha pubblicato Ghedini, se volete compratelo e leggetelo per poi dire che non siete d’accordo.

Ma veniamo a noi. Innanzitutto, ringrazio l’amico Andrea Rinaldo per la radiografia straordinaria di questo testo. Come ha detto lui, questo testo è diviso in tre parti, l’ultima parte è quella dedicata all’Italia e raccoglie soprattutto scritti in parte usciti su Atlantide, la rivista della Fondazione della Sussidarietà del mio amico Giorgio Vittadini, e poi usciti quasi clandestinamente, facendo attenzione che Bonanni non li leggesse, su Diaporo, Conquiste del Lavoro. Pezzotta, mio carissimo amico, non li capiva, quindi non era un problema. Per Bonanni l’importante è che non li legga perché ci sono alcuni punti contro l’Euro. Gli altri, come diceva giustamente Andrea Rinaldo, sono su riviste molto specialistiche.

Questo libro è dedicato a un amico, Pierclaudio Corduas, diventato uno dei miei amici della vita, con cui avevo lavorato giovanissimo, 30 anni assieme all’ENI e poi lui è andato in Ferrovie e dopo, diciamo così, l’atroce dominio di Trimoretti l’ha portato alla morte. Quindi, è un testo che raccoglie un fil rouge di esperienze tra l’accademia soprattutto all’estero e l’esperienza manageriale.

Andrea Rinaldo ha detto le cose importanti. Sottolineo due o tre cose, poi dico la mia posizione su alcune questioni che reputo critiche, forse con poca diplomazia, perché siamo già in un mondo di conformismo, di nicodemismo, e parlare chiaro forse servirebbe. Se no poi abbiamo i governi Monti e la ragioniera Fornero, perché anche quella lì, quella professoressa lì, titoli ne ha pochi.

Veniamo alla questione. Naturalmente, il messaggio essenziale era ben descritto: perché è una lettura apocalittica? Perché l’apocalisse, naturalmente nel linguaggio comune, è vista come un elemento negativo; addirittura il senso comune della plebe dice: “È un apocalittico”. Addirittura, uno dei maestri della cultura radical chic anni fa, circa 30, scrisse un testo Apocalittici e integrati: era Eco, uno della nuova legge, naturalmente. Io ho molti dubbi sulla libertà espressiva, più invecchio e più vedo. Per esempio, fa bene leggere un libro su Smith? No, sicuramente no, un libro che bisognerebbe non pubblicare, L’uomo della pioggia eccetera. Eppure, lo leggo, e immaginarsi la gente che legge stupidaggini…

Comunque, il mio appunto è: l’apocalisse che cos’è? L’apocalittico chi è? È qualcuno che è leghista, talmente lontano dalla realtà con cui si confronta e soffre di quella malattia messa in circolo dalle riflessioni di Papa Ratzinger, il nichilismo, che ha avuto la sua espressione massima, per esempio, nel comportamento degli uomini della finanza: oggi dovremmo parlare di nichilismo finanziario per il fatto che il colpo di stato mondiale dei manager economisti hanno rovesciato tutte le finalità dell’economia, cioè l’economia non esiste più, ma esiste solo in un certo senso il punto più alto della realizzazione capitalistica, esiste solo la realizzazione dell’utile per se stessi.

Quindi, una forma di nichilismo sociale, comportamento nichilistico, perché in questo modo non usi solo le risorse tue individuali e personali, usi le risorse degli altri che ti sono giunte con un sistema fiduciario che è quello delle relazioni finanziarie. In fondo, la trasformazione degli intermediari finanziari da imprese che fanno marginalità sul credito alle famiglie e alle imprese in supermercati di massa che attraverso la simmetria informativa realizzano valore per coloro che ne detengono anche il potere è una forma estrema di nichilismo perché distrugge la società,

E poi questi comandano, e comandano a tutto il mondo, comandano in Italia: non abbiamo avuto in questi ultimi trent’anni un primo ministro che non sia appartenuto a questi circoli. In Italia, diciamo da Prodi… l’unico momento in cui questi circoli non hanno dominato è stato il momento di Berlusconi che rappresenta un altro blocco sociale, quello dell’impasto un po’ putrido di classi medie, di quelli che evadono il fisco, un impasto tradizionalistico delle piccole e medie imprese, non organico al neo-capitalismo nichilistico.

Quindi, questo libro è una riflessione amara, apocalittica amara, di chi è convinto che l’apocalisse, come dice giustamente Giovanni Bianchi, ha in sé la catarsi. In fondo quello che ispira… c’è l’introduzione dove si racconta quella vecchia favola chassidica di Martin Buber quando racconta che un rabbino incontra ogni mattino un muratore e chiede a questo uomo: “Che cos’è la tua vita?”. E quest’uomo gli dice: “Mi alzo al mattino, mia moglie mi prepara la colazione, mi avvio al lavoro, e poi costruisco, torno a casa”, e il rabbino continua a chiedergli: “Ma qual è la tua vita?”. Lui comincia a dirgli: “Mi alzo al mattino, vado a lavorare…”. Questo così per tutta la settimana, e il sabato gli chiede: “Ma qual è la tua vita? Aspetta, quando ti chiedo qual è la tua vita voglio sapere quali sono i tuoi sogni”. E questo è tipico dell’escatologia ebraica e poi, se volete anche nel cristianesimo e nel marxismo ne rimane un elemento fondamentale.

Io sono un vecchio cattolico comunista, da parte di mio padre, ho passato la mia fanciullezza sulle gambe di Felice Barbon perché mio papà era l’unico operaio della sinistra cristiana, quindi lo portavano in giro come la Madonna, lo esponevano come una specie rara e così via. Quando arrivò la scomunica di Pio XII, mio padre ritornò nella Chiesa, abbandonò il partito ma rimase sempre un uomo grande portatore di un messaggio di libertà e di convivenza, mentre altri come sapete continuarono nel PCI e ruppero con la Chiesa.

Quindi questo libro è dedicato al mio amico Corduas, il mio amico Corduas condivideva con me questa formazione, e quindi l’apocalisse è che bisogna entrare fino in fondo nei mali del mondo, convinti che alla fine c’è la luce della presenza divina e che il cristianesimo è naturalmente sfida al nascondimento pascaliano. Bisogna pensare come Charles Péguy che la speranza è una virtù bambina perché può essere presa per mano e noi possiamo crescere con essa anche nei tempi più duri. Lo ricordava sempre Massimo Mila che quando era in carcere si mise a tradurre Le affinità elettive di Goethe, mentre Pajetta gli diceva: “Non diventerò né tisico né liberale”, e sicuramente aveva ragione Pajetta dal punto di vista politico e dal mio punto di vista, perché anch’io spero di non morire né tisico, questo non mi pare il caso, ma soprattutto non liberale, e tanto meno liberista; però sicuramente anche nei momenti più duri non bisogna perdere la speranza.

Tutto questo cosa mi fa dire? Mi fa dire che, ed è la riflessione profonda che c’è in questo libro, che nonostante il capitalismo sia la forma più reificata dell’organizzazione economica, non riesce a reificare la soggettività della persona. Questo è l’elemento di fondo: la persona reagisce sempre. Io ho studiato tutta la vita l’impresa cooperativa e il no profit, soprattutto l’impresa cooperativa. Per esempio, la nascita continua in tutte le parti del mondo di una forma di impresa che massimizza non il profitto ma l’occupazione e la continuità è la prova che la comunità, come diceva Ferdinand Tönnies, si realizza continuamente nella società. Non c’è dittatura che possa reprimere la spinta dell’uomo (e questa è la presenza divina nell’uomo); l’uomo è l’unico essere vivente sulla terra che ha in sé il principio del dover essere. E questo si unisce naturalmente al principio di comunità, potente forma di resistenza alla deificazione capitalistica.

Quindi, questo è un po’ il messaggio che c’è nel libro e da dove lo colgo? È chiaro che per capire questo bisogna riuscire a sfuggire al totalitarismo neoclassico, il main stream del pensiero economico o del pensiero sociologico. Tutti gli scambi di mercato hanno anche scambi di non mercato, il principio del dono è consustanziale al mercato; anzi per certi versi il mercato non vivrebbe se fosse solo mercato perché si distruggerebbe: Perché non vendiamo i bambini? Ma certamente, vendiamo gli organi, però naturalmente ci sono delle basi morali di mercato che lo frenano. Naturalmente, la decadenza delle società inizia quando non ci sono più basi morali che frenano il dilagare totale del mercato.

Per certi versi la Caritas in veritate esprime forse dei dubbi, ma è il più importante documento economico uscito negli ultimi 50 anni perché esprime la presenza del dono nel mercato finalmente nella teologia: non a caso inizia con l’escatologia paolina e si richiama a S. Paolo e poi a Paolo VI, e finalmente si recupera dopo il periodo per me un po’ (anche lo Spirito Santo si addormenta ogni tanto) un po’ oscuro del papa polacco e si ritorna a un papa come Paolo VI, che ha personificato il punto più alto dell’incrocio fra intellighenzia, intellettualità, sfida del mondo contemporaneo e alta teologia.

Non a caso Ratzinger è un seguace di Romano Guardini che continua a essere la stella polare in mancanza d’altro e la cosa drammatica è che quello che dico si svolge in una cultura cattolica che è muta da circa 40 anni. Dopo Mounier, Maritain e Guardini non so più che cosa leggere che ne valga la pena, a parte Ratzinger e Hans Kung che sono i due giganti tedeschi; il resto sono tutte frattaglie.

Quindi, in questo senso l’approccio tra economia e antropologia; l’economia di per sé non esiste, il mercato non esiste, non è un meccanismo impersonale, il mercato è una serie di infiniti comportamenti personali. E tutte queste stronzate su Adam Smith, non c’è una parola nel libro di Smith che parli di invisible hand, non c’è, è stata un’invenzione neoclassica. Piuttosto è tutto un insieme di invisible hand shut, invisibili strette di mano. Di Adam Smith, quello che ha scritto La ricchezza delle nazioni che viene sbandierato, il libro più importante non è La ricchezza delle nazioni ma La teoria dei sentimenti morali. Naturalmente, quando mandiamo i ragazzi alla Bocconi non possiamo che distruggerli intellettualmente e moralmente.

Questo è l’elemento di fondo, è la drammaticità dell’essere, perché naturalmente si sono create delle istituzioni che creano classe dominante idonee alla reificazione capitalistica e anche voi, diciamo, siete finanziati da una di queste istituzioni, la fondazione Cariplo che è la distruzione del principio di sussidiarietà orizzontale per una organizzazione oscura controllata da neo-ascetismi che avocano risorse che invece dovrebbero scaturire dal profondo della società civile e dalla filantropia. Ma ognuno fa quello che può, e naturalmente il fine spesso giustifica anche i mezzi. Siamo uomini di mondo.

Quindi, l’antropologia economica è questo messaggio: che non esiste l’economia separata dai mondi simbolici culturali, i quali esistono in termini di biblioteca, naturalmente, esistono articoli di giornali… io non leggo giornali italiani da anni salvo quelle volte che devo scrivere sul Corriere e allora sono costretto a leggerlo quel giorno e in questo credo che stia la mia sanità mentale; ma, per esempio alcuni anni or sono il Financial Time fece una serie di articoli sui fallimenti dell’illuminismo manageriale, che è una storia vera, non è finta: il fatto che Mac Donald’s sprecò miliardi di dollari perché era convinto di vendere i suoi hamburger in India, perché nessuno dei suoi dotti manager sapeva che la vacca è sacra e non si mangia. Sembra una storia detta da Bertinotti, invece no, è una storia vera su cui il Financial Time, che è un giornale libero, da circa 10 mesi fa un dibattito se il capitalismo è in crisi o meno, se è finito o meno, mentre qui dobbiamo tutti dire che è eterno, e se non dici che è eterno sei uno come Vendola, il che non fa certo piacere a Monti, però lì invece si discute, perché c’è un’opinione pubblica, c’è una stampa indipendente; qui i partiti sono posseduti dai possessori di giornali, vedi De Benedetti e Berlusconi.

Quindi, nel processo di globalizzazione, quello che abbiamo visto, riscontrato, in questi studi che ho fatto per anni – ho scritto nel ’94 un libro per la casa editrice inglese Longman (Southern Europe since 1945. Tradition and modernity in Portugal, Spain, Italy, Greece and Turkey) che era uno studio comparato, economico, delle istituzioni politiche in questo paese e mettevo la Turchia nel sud Europa – viene fuori che la globalizzazione invece di produrre omogeneità, l’ha prodotta nella grande distribuzione di massa, nella grande produzione di massa, nel meccanismo di costruzione del mercato pianificato delle grandi corporation, però ha prodotto culturalmente un moto di resistenza umano, la soggettività, non solo delle persone, ma delle comunità e quindi ha prodotto una straordinaria eterogeneità culturale. Che oggi ci balza davanti agli occhi perché vediamo il migliorare dell’emulazione.

Quindi, ringrazio Andrea Rinaldo per questo aspetto del rapporto tra cultura ed economia: secondo me non è l’economia che è al centro della società, questa è una sciocca tesi marxista, anche se Marx bisognerebbe sempre rileggerlo, è la società che è al centro. Oggi noi ci siamo invece ridotti addirittura a dire che l’università deve essere come un’impresa; la riforma Berlinguer, l’atto più nefando che sia esistito in Italia, promosso da Confindustria nel 1999, ha distrutto l’università italiana, perché bisognava essere come le imprese, i giovani dovevano essere produttivi. Quindi, ci sono queste schifose tesi triennali dove i ragazzi si laureano su Kant e non sanno il tedesco; perché bisogna essere pronti al mercato e si è arrivati addirittura, si è talmente distrutta la spiritualità delle famiglie, che se un ragazzo dice a un genitore: “Voglio laurearmi in filosofia”, la madre dice: “Ah no, diventerai disoccupato, devi laurearti alla Bocconi in economia, o fare l’ingegnere”. Qui si separa la funzione dal senso, si toglie all’educazione qualsiasi senso. Questo è diventato un sentire comune, è accettato da tutti.

Invece, noi dobbiamo vivere questa globalizzazione ma mantenendo il senso, la mutata funzione e il senso. Quello che il nichilismo finanziario ed economico dei top manager che comandano e della classe politica tutta: come vedete, io non faccio differenza tra Berlusconi e Prodi, sono la faccia della stessa medaglia, diciamo che Prodi è più pericoloso perché è una corruzione più diffusa, più endemica attraverso tutte le sue società di consulenza, Prometea, Nomisma eccetera, è la continuazione del ciclo democristiano. Il mio povero papà diceva: “Spero nel meglio dei democristiani”, invece io sono convinto che quello che sta avanzando è che i democristiani continuano a tenere il pallino in questo paese, continua il dominio democristiano. Invece, l’altro fa il bunga bunga e altro ancora, ma non sono criptocraticamente diversi: sono forme diverse di organizzare la corruzione e il clientelismo, ma più o meno siamo lì. Poi, l’altro, Berlusconi, ha la magistratura con sé, perché l’ha portato al potere e fa finta di fargli la lotta e di fargli la guerra, ma non riesce mai a incastrarlo, guarda caso. Probabilmente, tutti vanno a cercare lì, nei cassonetti dove si mette la monnezza, dove il giudice Curtò prende la loro parte, invece l’altro è più legato al capitalismo mondiale e all’oligopolio finanziario mondiale, il prodismo.

Quindi, i problemi del fallimento della politica sono al centro della riflessione in questo libro, ma a livello globale. Cioè, la finanziarizzazione dell’economia è la finanziarizzazzione della società, è lì il problema vero che si è innervato anche in molti modelli culturali: la risposta del genitore al figlio che vuole laurearsi in filosofia, i giovani che non si sposano… Le leggi Biagi e le leggi Treu sono state lo strumento di distruzione di massa più potente realizzato in questi ultimi anni: hanno dato corpo giuridico a un’idea neoclassica per cui l’occupazione dipende dal mercato del lavoro. Non c’è cazzata teorica più enorme, perché l’occupazione dipende dalla capacità di investimento e le grandi imprese del mercato del lavoro se ne sbattono le balle. In Spagna dove c’è il mercato più liberalizzato del mondo abbiamo cifre attorno al 23 per cento. Qui abbiamo avuto addirittura un martire che ha detto delle cose sbagliate, è come parlar male di Matteotti. Quindi, capite bene perché c’è una visione apocalittica, perché la verità si nasconde anche dietro il sangue del terrorismo: anche la vittima porta al maleficio. Questa è la cosa drammatica.

Quindi, sono cazzi acidi, tempi duri. Naturalmente, si ha più la capacità di interpretarli se come me si pensa di essere già stati e si attende solo la morte e ci si prepara per, anche se adesso ci fregano questi teologi moderni che dicono che non esiste più l’inferno e mi incazzo veramente perché dico: allora tutto quello che uno fa a cosa serve? Però Dio è eternamente misericordioso e va bene… Ma comunque, devo dire, è di moda così perché anche i preti hanno le loro mode, come Ferragamo, Fendi, eccetera. La cosa fondamentale Rinaldo l’ha colta molto bene, e cioè: l’approccio sul consumo, che tutto dipende dai dati del consumo è una illusione: il capitalismo continua a essere qualcosa governato dalla produzione; basta leggere i libri di Pasinetti, che è uno dei più grandi economisti al mondo, è andato in pensione alla Cattolica ma nessuno l’ha mai ricordato, nessuno l’ha mai interpellato, in Italia non sanno neanche che esiste; il suo ultimo libro edito da Cambridge è come se non fosse mai uscito. Perché? Perché è uno sraffiano, è un rinaldiano, è un marxista in pratica, insegna alla Cattolica e qui la gente non capisce più un cazzo. Però lui spiega molto bene come il meccanismo capitalistico sia arrivato fondamentalmente alla sua fine. Cioè, l’impresa capitalistica da sola non può resistere alle sfide dell’incremento demografico e dell’aumento perché l’impresa capitalistica massimizza il profitto capitalistico. Nell’OCSE abbiamo 250 milioni di disoccupati e la cosa più drammatica è che a macchia di leopardo avanza la disoccupazione strutturale, in Germania in dicembre abbiamo solo il 7%, sì però il 45% è strutturale di quel 7% e vuol dire che c’è il 7%, circa 300 mila persone, in Germania che hanno meno di 50 anni che non lavoreranno più. In Brasile c’è il 9%, ma il 55% è di disoccupazione strutturale.

Questa è la politica di oggi: non votare, io non voto da 15 anni e quindi mi sento libero, non sono corresponsabile di aver messo questi topi nel formaggio, sono un vecchio bordighista. Se non si crea la politica fatta di cooperative (l’impresa non può) che massimizzi l’occupazione, la disoccupazione e la crisi capitalistica sarà inevitabile, non c’è soluzione. In questo senso ritorna la Caritas in veritate, polifonia delle forme proprietarie, ci deve essere una polifonia delle forme proprietarie. Qual è il primo obiettivo economico? Non questa stupida idea che il debito pubblico sia fondamentale, il debito pubblico non centra un cazzo con la crescita. Il Giappone ha il 280% del debito pubblico, poi è in stagnazione da 15 anni perché ha un alto valore dello yen. E gli Stati Uniti? Hanno un debito pubblico enorme eppure continuano e hanno ripreso a crescere adesso, anche se lentamente, in modo misurato.

Qui c’è una parte sull’Euro; io sono sempre stato contrario all’introduzione dell’Euro. L’Euro è una dittatura monetaria piccolo borghese, è stata un’invenzione di Mitterand e di Andreotti, spaventati dalla riunificazione tedesca, cioè 80 milioni di tedeschi nel cuore dell’Europa perché l’aveva riconosciuto la seconda guerra mondiale… Non è uno scherzo, con Kohl che era un grande uomo politico che diceva non ho tedeschi di serie A e di serie B, il marco è 1 a 1, non 1 a 2 come volevano gli altri europei, e hanno pensato di mettergli attorno l’Euro come camicia di forza. Naturalmente, tutti e due non capivano un cazzo di economia e i loro banchieri centrali e i loro consulenti erano soprattutto governati dal grande monopolio finanziario mondiale. Quindi si sono inventati una cosa che non è mai esistita nel mondo, una moneta senza stato.

La maggioranza degli economisti nordamericani non mainstream, cioè i seguaci di Minsky di cui io sono un seguace, un economista del quale non avete mai sentito parlare perché è proibito parlare in Italia di Minsky, che è morto nel ’96, ma aveva già previsto tutto, la crisi finanziaria, eccetera… Paolo Savona e io lo portammo in Confindustria quando Guido Carli era presidente, il periodo più fulgido forse di Confindustria, la prova che gli imprenditori sono governati bene non da loro stessi ma da civil servant, se si governano da loro fanno delle disgrazie come questa povera ragazza che abbiamo avuto adesso. Squinzi è un mio caro amico e penso che farà bene. Se pensate ai disastri di Agnelli e di Lama che hanno fatto il punto unico di contingenza e hanno distrutto il sistema produttivo. Pensate un po’ cosa potrà capitare.

Ma tornando a prima. Non sapendo niente di economia non si sono dimenticati, come scrivo in uno di questi saggi, di guardare che statuto aveva la banca centrale europea, che non era che la copia della Bundesbank e quindi si preoccupava della stabilità. E vedete, i tedeschi nel ‘900 hanno perso tutte le guerre, ma hanno vinto sempre tutte le paci, aiutati dai capitali finanziari internazionali. Questa volta non solo hanno vinto la pace aiutati dal capitale finanziario internazionale, ma hanno imposto il loro passo di marcia a tutta l’Europa, con un’alta produttività di lavoro, con un sistema sociale coeso, bismarckiano, perché poi è ancora quello, è il sistema sociale di Bismarck. Helmut Schmidt nel dicembre 2010 (Schmidt è un uomo straordinario, ha 91 anni ma continua a essere un faro) ha fatto un discorso all’Assemblea, forse il suo ultimo discorso pubblico (può anche darsi che arrivi come mia suocera a più di 100 anni, mettendoci tutti in un angolo), un discorso straordinario, che ha criticato la signora Merkel, ha detto: “Guarda, giovanotta, quando la Germania si mette in testa all’Europa e vuole costringere l’Europa ad avere il passo tedesco, crea solo paura e odio antitedesco e una pax americana attorno a sé, perché nessun paese europeo riesce ad avere la produttività del lavoro tedesco, soprattutto la total factor productivity tedesca. Aggiungete che adesso c’è una moneta unica, una macro decisività monetaria, per cui è impossibile ogni svalutazione competitiva.

Quindi, l’Europa è destinata all’inflazione e all’implosione: il default greco è già avvenuto, loro lo chiamano salvataggio ma le banche europee tecnicamente sono quasi tutte fallite. Intesa ha fatto quello che ha fatto Unicredit l’altro anno, Passera naturalmente se ne andato prima, è sempre stata la sua specialità. Il mio vecchio amico Corrado è stato in Olivetti, in Poste… ha perso 8 miliardi di Euro e ha svalutato 14 miliardi di Euro, 14 miliardi di titoli tossici. Se non ci fosse la BCE sono banche tecnicamente fallite. Per fortuna è andato Draghi che da buon italiano dice una cosa e poi ne fa un’altra: fa dei conti di leasing come la FED, ma se rimaneva il tedesco che si è dimesso non a caso, Oswald Bessing, eravamo già tutti morti. Già abbiamo avuto la gente per strada, no la gente, gli accattoni per la strada; io sono stato ad Atene recentemente perché ho una mia vecchia allieva che si è divisa dal marito e adesso è da sola, ho preso l’aereo e sono andato ad Atene: ragazzi, sembra di andare in una città dove c’è stata la guerra, intere aree di negozi chiusi… quella cosa che vedevamo nella Spagna franchista quando io andavo a portare i soldi ai compagni che mi dava l’Olivetti, mi mandava ogni due mesi… uomini di 45-50 anni che girano per le piazze e vendono dei pupazzetti… puttane ovunque… quindi è uno spettacolo tragico.

La tragedia in tutto questo qual è? Per me è stato anche una sorta di fallimento intellettuale, tutta la mia vita è una sorta di fallimento intellettuale. Pensavo che l’impresa potesse essere in po’ una corporate social responsability, ho portato io la corporate social responsability in Italia: l’introduzione di un libro del 1982 per l’ENI, Responsabilità dell’alta direzione di Gunther Teubner che era diventato un grande teorico del diritto, un allievo di Luhmann e di Hobbes, con grande merito, poi abbiamo visto che la corporate social responsability viene portata avanti dai compagni di don Colmegna, quelli che si trovano al venerdì, i banchieri ricchi che fregano 40 milioni di Euro al Program, mandando in culo le banche, tanto per dire, e scrivono libri sulla corporate social responsability.

Io sono sempre e continuo a essere un sostenitore del capitalismo anglosassone rispetto a quello europeo, soprattutto perché è un capitalismo più libero che tradizionalmente permette la più alta estensione della gamma delle forme di proprietà, naturalmente l’italico popolo che non regge una mazza non sa che il 30% dell’energia elettrica nell’agricoltura nord americana è distribuita da cooperative di farmer, ad esempio. E il mondo cooperativo è molto forte in Inghilterra, patria del capitalismo, però le corporate e le union non sono molto forti e anche le banche in Canada… la più grande banca del Canada è la Societé de Jardin (che non è come mi ha detto un mio collega della Bocconi: non pensavo che seguisse Sgaravatti), che non è una roba di giardinaggio ma la più grande banca cooperativa fondata da un povero prete alla fine dell’800. E ha un peso così forte che ha costretto tutte le banche canadesi a imitarla e quindi il Canada non è andato in crisi perché nessuna di queste banche ha comperato derivati e ha commerciato derivati.

Però il capitalismo anglosassone che cosa aveva? Non essendo fondato sul sangue come il nostro capitalismo, cioè sull’ereditarietà, il nostro è unbloody capitalism, qui la proprietà si eredita, ma essendo un sistema dove la proprietà si scambia in borsa, naturalmente deve essere auto-regolato, quello che è fallito in questi ultimi 20 anni è questo capitalismo via via deregolato che non è stato in grado di auto-regolarsi. Proprio perché è un fatto sociale, come spiego nel libro, perché si è formata una classe, un ceto dominante, quindi i prodotti della Bismarck school, i prodotti di tutte le Bocconi del mondo… Bastardi di tutto il mondo, unitevi. E poi ho fatto 7 anni di presidente della Oligomittit Unicredited ho visto davanti qual è la simmetria che un manager ti mette davanti; tu puoi fare tutte le riforme che vuoi ma te lo mette sempre in quel posto.

E se li vedi da lontano ti sembrano solo bastardi, da vicino sono anche deficienti, quindi esprimono un potere situazionale di fatto terribile. Se pensate che adesso noi li cloniamo su scala di massa e se vedete le ultime pagine dell’Economist, di che cosa sono fatte le ultime pagine dell’Economist? Di propaganda di NBA, di business school. Noi produciamo ogni anno, abbiamo fatto dei conti io e il mio vecchio amico Leslie Tado,che sta andando in pensione come me nel Massachusetts, dal 20 ai 30 mila prodotti clonati di questi antropoidi, tra cui ci sono anche gli antropoidi di Family che sono peggiori e sono persone incazzate come delle belve.

Quindi stiamo producendo una… non so, qui siamo tutti vecchi, vedo che dei più giovani non c’è nessuno, ci ricordiamo quindi, e questo spiega la mia disperazione (no, alcuni giovani ci sono, bene); vi ricordate che negli anni ’50 uscì quel libro La rivoluzione dei tempi di Janus Barnard, Barnard era un vecchio trotziska americano che come tutti i trotziski quando diventano vecchi diventano monarchici o di destra, anch’io sono stato un trotziska da giovane e quindi può darsi che diventerò anch’io come Goldwater, spero di no. Barnard cosa diceva? Polemizzava con Neil Wacky che invece era un teorico della tecnocrazia in senso positivo, la meritocrazia. Che cosa diceva? Va bene la tecnocrazia come meritocrazia, ma presto le rivoluzioni dei tecnici domineranno il mondo, dilagheranno la democrazia. Beh, in fondo sta avvenendo un po’ la stessa cosa con la produzione della clonazione dei dirigenti di impresa.

Tra le pagine di questo libro circola anche questa cosa che io sono contrario all’eccesso di istruzione. Io non penso, come dicono questi stupidelli che scrivono sull’industria o su riviste pessime di questo tipo che “il grado di universalizzazione provoca la crescita economica”. Non c’è nessuna inferenza statistica: quello che provoca la crescita è invece una buona istruzione tecnica. Certo, a che cosa serve l’istruzione universitaria? È uno spolmone per la disoccupazione giovanile.

Tre forze hanno liberato l’umanità: il cristianesimo, l’impero britannico che ha portato la legge e la dignità della legge ovunque, e le multinazionali che hanno portato medicine, eccetera. Naturalmente, i no global non sono d’accordo perché sono ferocemente ludisti, però questa cosa qui era diretta prima da un gruppo di manager che avevano come mira la continuità dell’impresa e venivano ricompensati alla fine con bonus, invece adesso massimizzano il non investimento.

Avete seguito le cose delle terre rare, le vergognose bugie che si dicono sulle terre rare, Sapete cosa sono le terre rare? Penso che tutti avete studiato un po’ di chimica: sono dei derivati dal lattanzio e che formano quello che abbiamo dentro i telefonini, il silicio. Naturalmente, la Cina che è il più grande produttore al mondo di terre rare, senza le quali non va avanti la nuova società della conoscenza, ha posto il blocco e non le esporta più. Dice: voi mi rompete le balle con i diritti umani, adesso c’è una lotta feroce nel comunismo cinese. Un’altra cosa di cui la gente si dimentica è che la Cina è un paese comunista: in Cina c’è il mercato! Ma che cazzo di mercato. Il capo della polizia di Chonqing, che è una cittadina di 30 milioni di abitanti, si è rifugiato nel consolato americano, il consolato l’ha buttato via a calci nel culo, è scomparso, l’hanno ucciso e hanno arrestato la moglie: Il boss Li Yanker, che era stato destinato a diventare una dei nove dello steering committee, è scomparso. Ecco, questo sarebbe il modello capitalistico che vorrebbero imporci i nostri conservatori: il compagno Prodi è presidente di una società che cerca imprese italiane belle per venderle ai cinesi, il figlio anche, un sistema familistico.

A parte queste piccole dimostrazioni che tutti sono uguali, anzi quelli che lo sono meno sono peggio degli altri, il problema vero è che alla Cina che cosa sta capitando? Che è un paese che non riesce neanche più a provocare una crescita; il capitalismo anglosassone invece era l’alter ego a questo capitalismo che non ha capacità di autoregolazione, il problema è che questo capitalismo ha perso capacità di autoregolazione. Questo prova la mia tesi che l’economia non è frutto di procedimenti meccanici, ma è frutto di volontà personali. È in primis un fattore culturale che guida l’economia.

Naturalmente, le forze in campo nel paese non hanno lo stesso peso, in questo sono perfettamente d’accordo con te. Per questo io ho condotto da solitario una piccola polemica contro Marchionne. Lui diceva: “Ma lei non è un cislino?. Sì, sono un cislino. Ma come fa a essere contro Marchionne? Ma se Bonanni pensa che per far il culo alla CGIL, cosa necessaria ideologicamente, bisogna essere per forza filo-governativi, io non penso perché a un sindacato anti-governativo non puoi opporre per forza un sindacato filo-governativo, devi opporre un sindacato contrattualista e così io sono contro Marchionne perché non si può lasciare senza rappresentanza un operaio perché è iscritto alla FIOM, non si può non assumere a Pomigliano gli iscritti alla FIOM. Perché è una nomia, è come dare a un operaio un pacco di dinamite e mandarlo a lavorare.

Quindi sono perfettamente d’accordo che i pesi dell’impresa sono diversi ed è per questo che è molto importante anche la discussione di questo tempo. Questo sarà la fine del governo Monti. Il meccanismo si è inceppato, diciamo che non riesce più a portare a casa questa unanimità che quando non toccavano i problemi della società attiva, cioè gente che può fare sciopero, stare con i movimenti collettivi, era facile; adesso la povertà dell’assenza di politica emerge tutta. Bastava andare avanti una settimana ancora e la cosa si chiudeva. Solo che se metti il vicepresidente della Compagnia di San Paolo a fare il ministro del lavoro, dove vuoi arrivare?

Quindi, sono d’accordo in questo e sulla riflessione sulla libertà: io sulla libertà, non sono liberista ma penso che la libertà sia la possibilità di espressione della soggettività e soprattutto la possibilità di estensione della comunità per la creazione di organizzazioni comunitarie. Io non credo che ci sarà un ritorno alla politica tramite i partiti, in tutto il mondo è in crisi la forma di rappresentanza territoriale. La democrazia parlamentare non gestisce più un tardo capitalismo. Guardate che cosa capita nella campagna elettorale delle primarie repubblicane americane, lì le primarie sono cose serie non sono baggianate anche perché si svolgono a suon di milioni di dollari. Io poi non credo che esista la democrazia, esiste quello che Lindblom e il mio amico e maestro Alberto Predieri chiamavano poliarchia, cioè un insieme di elettori dove la decisione finale è presa da un parallelogramma di forze dove i poteri istituzionali di fatto (le grandi imprese, le lobby, le corporation) si intrecciano con il lavoro dei rappresentanti in Parlamento. Non esiste la democrazia rappresentativa pura, allora non capiremmo cosa è la formazione delle leggi.

Quindi, diciamo così, soprattutto quando i partiti sono scomparsi come in Italia, sono apparsi i neopacifismi, cioè gruppi di fedeli attorno a un capo che vivono delle scorie della partitocrazia e delle risorse date al capo da alcuni imprenditori fedeli e da alcuni segmenti dello stato, il cosiddetto neopatrimonialismo: tutti hanno una fondazione adesso; diciamo, i dirigenti di tutti i partiti da AN al PD, al PDL non vanno alla sede del partito, ma vanno alla sede della loro fondazione. Questa è una cosa che avevamo visto nell’America Latina, dove ci sono i grandi partiti, l’Apra, l’aprismo del Perù, grandissima forza politica, e i partiti del Cile. Li abbiamo già visti. Io spero di finire la mia vita in Argentina, che è un paese che amo molto. Lì avevamo visto le fila del giustizialismo peronista e anche dei radicali, purtroppo questo fenomeno del personalismo della politica. Mauro Calise è l’unico che ha capito 15 anni fa cosa capitava nel mondo con il suo libro Il partito personale, che è frutto anche di un lavoro che avevamo fatto assieme.

Le vie di uscita sono quelle già dette. Assomigliano a una lunga traversata nel deserto. Dopo l’assassinio di Moro in Italia è finito tutto, dopo l’assassinio di Berlinguer per il troppo lavoro, dopo l’emersione… non so se vi rendete conto, uno come Prodi lasciato per 10 anni presidente dell’IRI. Prodi, come Eltsin, ha distrutto la nazione. Perché non c’è la crescita? Perché non abbiamo più né la siderurgia integrale, né la chimica: privatizzate senza regolarizzarle e vendute agli amici e al migliore offerente, una gigantesca operazione alla russa. Come volete che ci sia la crescita! Economicamente, non ci sarà crescita se non si ritorna all’intervento pubblico nell’economia e, mi spiace dirlo, se non si faranno una nuova IRI e una nuova ENI non c’è niente da fare.

Certo, deve essere di tipo anglosassone, un office, uno solo, nessun consiglio di amministrazione, tipo Beneluce durante il periodo fascista. I soldi? I soldi ne abbiamo quanti ne vogliamo, la liquidità non manca: ma tutti parlano di pericolo dell’inflazione, ma da dove arrivano questi qui? Dalla Bocconi, appunto. Abbiamo immesso una tale massa di liquidità che se il pericolo fosse l’inflazione avremmo un’inflazione al 50%. Invece, il pericolo è la deflazione che domina le imprese, che ha preso luogo in tutto. E se si leggesse qualche volta un libro di economia che vale la pena di leggere… Guttmann per esempio, che lo dice da anni, e mica sarà uno stupido. Io prima dicevo ai miei ragazzi: non leggete gli economisti a guidacommon welfare perché è merda; adesso devo dire non è che hanno dato il Nobel a uno delle mie più care vecchie amiche Elinor Ostrom per la teoria del common welfare.

Quindi, come si esce dalla crisi in Italia e nel mondo? Con l’intervento dello stato. È stata l’economia mista che ci ha regalato la crisi. Più intervento dello stato. Il debito pubblico non fa problema, un po’ d’inflazione lo cura. Con il 10-15 % di inflazione il debito pubblico sarebbe già finito.

Due: polifonia delle forme proprietarie: cooperative, cooperative, cooperative. No for profit. Tutta la salute dovrebbe essere no for profit. Perché si deve fare profitto sulla salute? Gli ospedali ebraici negli Stati Uniti, sempre per dire che dove c’è il peggio c’è anche il meglio: questa è la grandezza dei popoli anglosassoni, sono quasi tutti fondazioni, non come la Cariplo, ma fondazioni vere, non governate da una serie di politici bolliti, o da rappresentati di oscuri gruppi di interesse. Ma fondazioni vere di filantropia.

Quindi, intervento dell’intervento pubblico, cooperazione, comunità, associazionismo. Io sono andato lunedì a Torino a parlare ai ragazzi che Don Ciotti organizza, con queste forme un po’ egoistiche naturalmente, come fanno i preti quando non fanno i preti. Io amo l’Opus Dei, non ne faccio parte, perché ai sacerdoti vieta qualsiasi attività economica di qualsiasi tipo e sociale, devono solo parlarci della Madonna, cosa che mi sembra un’ottima cosa: parlatemi della Madonna, non mi parlate della politica, state a casa vostra, fatevi le liturgie vostre. Però nonostante tutto, è un’esperienza straordinaria: c’erano 400 ragazzi, ci saranno stati un po’ di carampani come noi, una decina, però non contavano un cazzo, questa è una cosa ottima, e c’erano ragazzi di “Benvenuti in Italia”, la nuova associazione fondata per amministrare le proprietà, perché lì c’è il problema che le proprietà che si tolgono alla mafia è amministrarle, che fa paura a tutti. Ecco, è stata creata un’associazione di ragazzi, la presidente è una professoressa di storia delle religioni di 36 anni, due figli, da dove arriva?

Guardate, questo è un tempo di crisi ma ricordatevi bene, è un tempo di attesa: sentinella, devi ascoltare cosa viene dalla notte. I giovani attendono i maestri e maestro non è colui che sa, maestro è colui che è. Solo se saremo e testimonieremo usciremo dalla crisi, anche dalla crisi economica, dico io, e ritroveremo la forza morale di sbaragliare questi qui. Quindi, è una lotta sociale che ci attende, prima che politica, e naturalmente culturale; bisogna rimettersi a studiare. Ditemi un libro sul personalismo cristiano che valga la pena di leggere, ripeto, uscito negli ultimi 20 anni. Non c’è niente. Quindi anche a questi preti bisognerebbe dire: “Non andate in giro a fare casino, non occupatevi dei Rom, lasciateli a noi, voi tornate nelle abbazie, ritornate a studiare, abbiamo bisogno del pensiero”.

Quindi, ci sono tante cose fuori squadra. Questo libro è la prova che si può anche essere fuori squadra quando uno si schiera. Grazie.

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