Giuseppe Dossetti e l’esperienza amministrativa bolognese 1956 – 1958

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Ritratto-Dossetti

L’esperienza amministrativa bolognese 1956-1958 – a cura di Luigi Giorgi

L’esperienza amministrativa bolognese di Giuseppe Dossetti, che inizia nel 1956 e termina nel 1958, è fra le meno conosciute nella vicenda politica del professore reggiano.

Dossetti fu chiamato a quella prova da Lercaro. Egli non era affatto convinto della validità della scelta dell’Arcivescovo, che cadeva a quasi cinque anni dall’abbandono delle cariche politiche ricoperte in seno alla Democrazia Cristiana, ma per dovere di obbedienza si piegò ed accettò[1].

Tuttavia, nonostante le forti perplessità, profuse nella campagna elettorale e nel seguente impegno fra gli scranni di Palazzo d’Accursio, tutte le sue energie, tutta la sua intelligenza e passione, lasciando un’eredità di innovazione politica – amministrativa fondamentale per la città di Bologna e per le amministrazioni che si sarebbe susseguite negli anni

La serie di articoli che verranno riportati testimoniano da un lato le reazioni della sinistra, veementi e decise, alla discesa in campo di Dossetti; dall’altro raccontano la sua campagna elettorale e il suo energico impegno in quella tornata amministrativa.

Il corsivo in questione, apparso su “l’Unità” del novembre 1955, era una delle prime reazioni del Pci alla notizia che girava, da qualche tempo negli ambienti politici cittadini e cioè il ritorno di Dossetti sulla scena politica per contendere al Sindaco Dozza la poltrona di primo cittadino della città di Bologna. L’articolo del quotidiano comunista individuava, non senza ragione, l’ispiratore di questa decisione nel Cardinal Lercaro. Significativo, inoltre, il richiamo finale in cui si invitava Dossetti a riflettere sulla sua decisione anche in ossequio alle sue scelte passate, verso le quali, l’anonimo estensore dello scritto, sembrava nutrire nonostante tutto profondo rispetto.

Ulisse, Mossa da cardinale, “l’Unità”, 5 novembre 1955, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica. G. Dossetti 1945 – 1956, Scriptorium, Cernusco sul Naviglio 2003, pp. 324 – 325.

In ambienti bene informati, ambienti di curia che conoscono bene quanto avviene in curia, si dà per certa una notizia che potrebbe metter a rumore il campo democristiano. La notizia è questa: l’on. Dossetti, il professorino che faceva parte della triade Fanfani.-La Pira, e appunto, Dossetti., rientrerebbe nella piena attività politica Tutti ricordano che l’on. Dossetti si ritirò dall’attività politica alla fine del 1951 quando, di fronte alle incertezze dei cattolici, le destre economiche riprendevano a far sentire il loro peso indebolendo il <<centro democratico>> e soprattutto minando la democrazia nel Paese. Egli allora ritenendo che la sua 1inea ideologica., politica e culturale oltre a non essere accettata dal partito democristiano fosse insufficiente a proporre azioni positive capaci di dirigere in altro modo la politica cattolica si chiuse nel silenzio ritirandosi dalla vita politica. Ora un primo annuncio di un rientro di Dossetti in politica, verrebbe naturale pensare anche quelli i quali sanno che le vie del Signore sono infinite, che questo rientro significhi che Dossetti vuol rimettersi in azione per impedire ulteriori, scivolamenti a destra, nel suo partito, opponendosi validamente e chiaramente al peso dei monopoli, Invece i motivi del rientro in politica attiva del democristiano reggiano sarebbero tutt’affatto diversi. Il rientro di Dossetti è dovuto a quel facitore di politica che è il cardinale Larcaro, il quale, forse perchè ha sempre meno fede nel bolognese ed in Emilia, si sostituisce volentieri ai dirigenti politici d.c. e prepara i quadri ed il clima per le prossime elezioni. E’ infatti il cardinale Lercaro che ha avuto la pensata e la capacità di far uscire dal chiuso il professorino per proporlo a sindaco di Bologna. Sissignori, secondo il cardinale Dossetti sarebbe l’uomo capace di battere Dozza e di togliere il comune di Bologna al popolo. Essendo tradizionalmente di sinistra l’on. Dossetti potrebbe, secondo l’eminenza, ingannare ancora certo elettorato democristiano deluso da questo terzo tempo sociale promosso dai suoi governi  e che non arriva mai. Nelle mani del cardinale Lercaro, da sinistro il Dossetti dovrebbe diventare addirittura mancino e raccogliere attorno a sé magari un listone che non disdegni monarchici e fascisti.Il cardinale ha buone speranze ed il nome del sindaco La Pira gli sarà avvicinato nel tentativo di convincere i bolognesi a tradire i loro interessi. Se Dossetti farà questo passo, cioè sa berrà la cicuta del cardinale,se andrà a Canossa, dinanzi a Fanfani., sarà affar suo. Vorremmo soltanto raccomandare all’on. Dossetti di non, illudersi sull’onnipotenza di questi uomini così tanto terreni. L’elettorato bolognese potrebbe preparargli una secca trombatura. Meglio stare ancora qualche tempo a meditare con la propria coscienza e con i fatti nazionali e bolognesi prima di prendere una strada che già un tempo era percorsa da uomini dai quali Dossetti ha voluto dividersi non condividendone la responsabilità.

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Maurizio Ferrara, dalle colonne di “Rinascita” cercava di dimostrare l’inadeguatezza del dossettismo alle nuove sfide politiche che l’attualità metteva in quel momento in campo, a fronte, invece, di una proposta politica, antecedente il ‘56, ritenuta in qualche modo valida. L’impreparazione del professore reggiano, dunque, proveniva, secondo il parere del mensile comunista, sia da una sorta di tradimento della sua opera precedente sia, paradossalmente, dalla inadeguatezza della sua riflessione anteriore all’impegno amministrativo bolognese.

M. Ferrara, Cosa vuole oggi Dossetti ?, “Rinascita”, dicembre 1955, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica. G. Dossetti 1945 – 1956, cit. pp. 325 – 327.

Dopo un momento di ritorno alla ribalta della notorietà politica, il nome dell’on. Dossetti sembra da qualche tempo esser ripiombato nell’oscuro oblio. Non si sa ancora se, come e quando l’ex leader di una delle non poche “sinistre” che nel passato nacquero e si spensero nei gorghi dell’interclassismo degasperiano, si presenterà o non si presenterà a Bologna come capolista democristiano nelle prossime elezioni amministrative. Una grande campagna di sollecitazioni è stata lanciata sul finire del 1955 attorno al suo nome dal giornale della Curia bolognese e da alcuni circoli democristiani emiliani. Ma, in sede nazionale, il riserbo diplomatico più stretto è stato mantenuto. Scarse le allusioni, parche e ambigue le informazioni del Popolo. Del tutto contraddittorie, poi, le voci ufficiose diffuse dalle diverse correnti democristiane.C’e chi ha detto che Dossetti pone come condizione del suo ritorno alla vita politica il diritto di non essere “un secondo La Pira” e c’e chi ha detto poi esattamente il contrario. Chi dice che Dossetti è stato investito della responsabilità di costituire in Emilia il braccio vindice di Scelba, terza punta di un triangolo comprensivo dei più diversi “valori” risultanti da una “grande alleanza” Scelba -Saragat-Dossetti, cozza contro chi sostiene invece che Dossetti farà soltanto ciò che la Chiesa gli dirà di fare. Ma quale Chiesa ? C’e chi lo vuole succube dell’attivismo del cardinale Lercaro e dei suoi frati volanti e chi longa manus dei diplomatici curiali di Roma. E via dicendo. Un solo dato emerge chiaro in tutto questo intreccio di supposizioni, voci e controvoci: ed è il silenzio ermetico, ascetico, dell’interessato. Pronto o no che sia alla battaglia, il crociato dal quale i democristiani sembrano attendersi la conquista del Santo Sepolcro ancora presidiato dall’ Infedele, tace. Ogni giudizio quindi sull’orientamento che Dossetti assumerà ove accetterà la candidatura offertagli, dovrebbe apparire affrettato ed incompleto in mancanza di autentiche dichiarazioni dell’oggetto di tanti desideri contraddittori.Tuttavia proprio da questo silenzio è già possibile arguire che le linee di azione democristiane, per ciò che riguarda la politica da seguire in quel di Bologna, debbono essere assai poco chiare se è vero, come è vero, che a pochi mesi di distanza dalle elezioni amministrative in quel capoluogo ancora non si sa con quale bandiera questa volta i clericali tenteranno la battaglia anticomunista. Il fatto che Dossetti non abbia subito accettato la candidatura e che, d’altra parte, in sede nazionale e locale la prima preoccupazione dei fanfaniani è stata quella di accreditare immediatamente la voce che Dossetti non sarà  un secondo La Pira e un “sindaco della povera gente”, dimostra quanto difficile sia divenuto per la DC fare non già una politica ma addirittura una demagogia di sinistra nei luoghi – come nel, bolognese – dove le forze dirigenti democristiane si confondono con le forze dell’agraria più retriva ma dove le forze popolari da anni governano la cosa pubblica ricavando popolarità, prestigio e stima anche nella base cattolica. Sembra quindi assai difficile che nel bolognese “l’operazione Dossetti” possa svolgersi tranquillamente: il demagogico richiamo alle riforme può provocare una seria frattura fra la DC e le forze reazionarie emiliane, alle quali lo stesso Scelba ha amato per primo rivolgersi nel famoso discorso di Guastalla; ed è vero anche il contrario. Quanti cattolici nel popolo delle campagne emiliane seguirebbero ancora Dossetti, ove costui si allineasse pienamente ai dettami dell’anticomunismo smaccato fanfaniano o scelbiano? Il silenzio di Dossetti dice piuttosto chiaramente l’imbarazzo della scelta: o con “la povera gente” o con gli agrari, o con i mezzadri a favore della giusta causa o con i padroni e il Resto del Carlino per i patti agrari di Malagodi e Colombo. Nell’un caso o nell’altro i risultati del rientro di Dossetti nell’agone politico appaiono incerti. 0 Dossetti riprende le sue tesi “sociali” del congresso di Venezia del 1949 (il cui sacrificio lo portò a scomparire con esse); oppure si fa portavoce del fanfanismo odierno che con quelle tesi oramai non ha più nulla a che fare. Ma, evidentemente, anche il ritorno puro e semplice di Dossetti al “dossettismo” appare insufficiente e inadeguato. Malgrado tutto, malgrado la contraddittorietà, la clandestinità e la ambiguità di talune manifestazioni, le cose stesse hanno imposto da  tempo a tutti i rivoli della “sinistra” democristiana una tematica meno astratta e meno astrusa di quella dossettiana del 1948-’49; meno fondata su filosofemi e più radicata nella politica viva. Il tempo ha camminato: come è possibile oggi a Dossetti, se vuole assumere un ruolo “di sinistra” nello schieramento cattolico, ignorare che la misura della sincerità dei propositi di ogni movimento cattolico rinnovatore si determina in scelte concrete ? Senza ricordare a Dossetti il coraggio politico della gauche francese cattolica, che da tempo è  in rotta aperta con gli equivoci del MRP, c’è in Italia materia sufficiente di meditazione e azione. Cosa pensa Dossetti della politica cattolica sui patti agrari ? Cosa pensa Dossetti della politica cattolica di Bonomi nelle campagne ? E cosa pensa Dossetti dell’ unità del partito cattolico, fondata non gia sulle riforme, ma sul compromesso con i monopoli e sulla spietata lotta contro ogni apertura a sinistra? Sono questi tutti i problemi aperti ai quali il dossettismo del 1948 non risponde più e attorno ai quali non è possibile girare a vuoto; questioni aperte che non si evitano affondando la penna nei meandri di una “problematica sociale”, puramente accademica e di comodo. Oggi la DC e stata forzata dopo il 7 giugno a uscire all’aria aperta in molti luoghi; la pressione unitaria delle masse, anche di quelle cattoliche, e tale che non solo nel paese sintomi di apertura reale gia si formano nel corso delle lotte, ma già corrono nell’aria i sintomi inversi della rappresaglia; giù al colloquio in atto tra, cattolici e comunisti si cerca, da parte democristiana, di sovrapporre da un lato la sfrenata corsa di Fanfani alla organizzazione di un regime di partito totalitario e dall’altro un ritorno alla politica della discriminazione di Scelba. Fra queste due alternative, entrambe di chiusura ermetica verso sviluppi realmente riformatori, come si inserisce il neo-dossettismo ? A leggere una relazione tenuta a Vercelli sul finire del 1955 dal prof. Dossetti, si apprende che “la speranza del dopoguerra è morta in Italia, poichè essa era illusoria e illuministica, fondata su una pura pretesa volontaristica di qualche piccolo gruppo, si attendeva un rinnovamento prima che ne fossero intervenute le premesse di fatto”. Concesso che alla sinistra dossettiana non sia più permessa “l’illusione del dopoguerra”, cosa pensa oggi Dossetti delle decisioni del 18 aprile, delle delusioni del 7 giugno, delle delusioni tanto del “centrismo” quanto dello “integralismo” cattolico di Fanfani, passato attraverso tutte le capitolazioni più abiette con gli agenti dell’ordinamento capitalistico e monopolistico, il più anticattolico ordinamento possibile oggi in Italia ?  E cosa pensa, al contrario, non già dell’ “illusione illuministica”, ma della prospettiva reale dell’apertura a sinistra, patrimonio di lotta di milioni e milioni di italiani, cattolici e no ?E’ fatale che domande simili, e molte altre debba sentirsi rivolgere fin d’ora Dossetti, se davvero  intende presentarsi come leader di una nuova sinistra  democristiana, da far nascere a Bologna. Domande alle quali, come chiaro, la risposta non potrà esser data nel silenzio, ma dai fatti, dalle posizioni assunte, dai programmi sui quali il candidato si fonderà. A proporgliele, del resto, è probabile che non saranno solo i comunisti, ma gli stessi giovani cattolici delle diverse correnti. I quali forse in questi anni – con tutte le loro contraddizioni – hanno compiuto più atti di coraggio e scelte più audaci di quelle di chi oggi torna o presentarsi come loro leader dopo aver disertato per anni il campo, chiuso in un comodo tormento conventuale.

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La propaganda comunista muoveva con ardore all’attacco della candidatura di Dossetti. Pajetta enunciava in questo discorso bresciano quello che sarebbe stato un tormentone della campagna elettorale. L’esponente comunista attaccava, infatti, il professore di Reggio Emilia chiedendogli provocatoriamente perché, se tanto amante della democrazia e della legalità, non avesse posto la sua candidatura a Sindaco, invece che a Bologna, in zone dell’Italia segnate da miseria, indigenza e da malgoverno. La candidatura di Dossetti implicava anche, per l’oratore del Pci, una battuta d’arresto sul cammino di un probabile, per quanto difficile, dialogo fra cattolici e comunisti.

Pajetta invita i cattolici all’unione contro gli intrighi della Confindustria, “l’Unità”, p. 2, 14 febbraio 1956, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica. G. Dossetti 1945 – 1956, cit. pp. 327 – 328.

Perché è necessario continuare e intensificare il dialogo fra comunisti e cattolici ? A questa domanda ha risposto ieri a Breccia il compagno Giancarlo Pajetta. La folla che gremiva la vasta sala del cinema Brixia ed i vivi applausi che hanno frequentemente interrotto l’oratore  provano l’interesse che il tema ha sollevato. Il dialogo fra comunisti e cattolici – ha detto Pajetta – appare urgente oggi mentre certa gente è sempre più impegnata a scavar trincee per dividere gli uomini. Ogni giorno Fanfani, Rumor e soci si preoccupano di dichiarare che ogni responsabilità di colloquio è chiusa. Scelba non si accontenta neppure di questo e vuole addirittura  la crociata contro il Partito comunista ponendo su questa base la propria candidatura al governo. Noi invece non abbiamo timore a stringere qualsiasi mano onesta ed anche a ricercare quelle mani che sono riluttanti a tendersi. In un Paese in cui la fame e la morte insidiano continuamente gran parte della popolazione, in cui basta un inverno rigido per ridurre intere popolazioni alla disperazione, gli italiani devono sapere chi sono i veri nemici. A chi giova – ha proseguito Pajetta – la lotta fra cattolici e comunisti ? Il popolo ha già fatto la prova. L’unità delle forze ha dato loro la Repubblica e la Costituzione. L’anticomunismo ha dato a tutti i lavoratori, cattolici o comunisti, più sfruttamento, più tasse, più miseria. Tutti hanno tratto vantaggio dalla unità. Tutti hanno perduto dalla divisione che non è avvenuta certo per motivi ideologici o religiosi. Quando infatti De Gasperi ruppe nel ‘47 l’unità antifascista non tornava da Loreto o da un pio pellegrinaggio: tornava dagli Stati Uniti e chiaramente disse che si poneva oramai il problema del <<quarto partito>>.Questo quarto partito era quello dei grandi agrari e dei proprietari delle grandi fabbriche e delle grandi imprese che non potevano sopportare che i rappresentati dei lavoratori decidessero della politica dello Stato. E’ questo quarto partito che ha impedito le riforme, che ha bloccato la legge Segni sui patti agrari nelle mani stesse di Segni, che vuol continuare  dividere gli italiani per impedire la soluzione dei loro problemi. Per questo noi insistiamo sulla necessità di un colloquio. Se esiste il partito dei miliardari, se i dirigenti della Confindustria vogliono dare direttamente i loro ordini ai ministri (secondo il programma esposto da De Micheli), se essi vogliono rimettere Scelba in sella è segno che questo è più che mai il momento dell’unità. Esistono oggi le forze per respingere il complotto di coloro che vogliono fare andare la storia a ritroso. E’ possibile tagliare le unghie a chi protende le mani sulla tavola del povero per toglierli una fetta del suo pane quotidiano. Vogliamo il colloquio – ha proseguito ancora Pajetta – perché si chiariscano le idee e esposizioni, si esca da ogni nebuloso equivoco. Questo vale particolarmente oggi mentre abbiamo di fronte le elezioni a cui è necessario andare con le idee chiare. Vi è, ad esempio, un noto dirigente cattolico che si è sempre detto di sinistra che torna oggi alla vita politica dopo un lungo ritiro. E’ Dossetti che si presenta oggi come aspirante sindaco nel comune di Bologna. Egli si dice un democratico, un cattolico di sinistra che vuol essere amico dei poveri e un dispensatore di bene. Perché allora si presenta a Bologna e non invece a Roma dove l’amministrazione comunale è corrotta, dove gli speculatori hanno guadagnato miliardi con la truffa dei terreni mentre migliaia di poveri vivono in tuguri e sotto i ruderi degli archi ? Perché Dossetti non va laggiù a combattere la santa crociata di giustizia e di carità e a mettere un po’ d’ordine proponendosi di sostituire Rebecchini ? No, egli vuole andare a Bologna dove neppure gli avversari hanno mai potuto dubitare dell’onestà degli amministratori comunisti, dove nessun clericale ha mai osato paragonare Dozza a Rebecchini: Dossetti non va a Partinico, a Venosa o a Roma, ma vuole andare a Bologna ad alzare la bandiera dell’anticomunismo contro un uomo come Dozza colpevole di essere onesto e antifascista e di appartenere al nostro partito. In questi casi abbiamo diritto di parlare di demagogia e di inganno. Non è questa – ha concluso Pajetta tra i più vivi applausi – la strada giusta. La via buona è quella di unire le forze dei lavoratori e degli onesti per spazzare la corruzione e per fare che essi entrino davvero nello Stato secondo un’espressione che ci piace prendere dal messaggio del Presidente della Repubblica. Ed è per questo che invitiamo i cattolici ad unirsi agli altri lavoratori per fare che nel nostro Paese cambino le cose giunte ormai ad un punto non più tollerabile.

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Dossetti subordinò la sua accettazione della candidatura a capolista della DC ad una scelta esplicita compiuta da un’ assemblea di iscritti e simpatizzanti del partito cittadino, che si tenne il 19 marzo. Il Sindaco uscente Dozza giocò d’anticipo e, in una conferenza convocata due giorni prima, attaccò questa scelta della DC, paventando i rischi di una candidatura posta con queste regole, simbolo, a suo parere, di scarsa democraticità nelle decisioni interne allo Scudocrociato. Egli inoltre lasciava balenare l’idea che una vittoria del capolista DC avrebbe saldato i vari poteri della città, limitandone la vita democratica.

L. Vandelli, Dozza polemizza a Bologna con il capolista dc Dossetti, “l’Unità”, p. 2, 18 marzo 1956, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica. G. Dossetti 1945 – 1956, cit. pp. 328 – 329.

Il sindaco Giuseppe Dozza ha tenuto stamattina, ad un folto gruppo di giornalisti e invitati, una conferenza stampa sulle prossime elezioni, allo inizio della quale il segretario della Federazione bolognese de1 P.C.I.; Enrico Bonazzi, lo ha ufficialmente presentato come capolista del nostro Partito nell’imminente consultazione elettorale. I cronisti e gli inviati dei giornali i quali attendevano con una certa curiosità di sentire come il sindaco avrebbe commentato la tanto reclamizzata scelta del capolista fatta dalla D.C., non sono stati delusi: alla designazione di Dossetti, il sindaco ha dedicato puntuali e franche dichiarazioni, che hanno interpretato la questione nei suoi termini più genuini ed oggettivi. Dopo aver osservato che il Problema più importante non è quello degli uomini, ed aver sottolineato la manifestazione di impotenza fornita dal partito clericale col non aver saputo trovare, in una città ricca di tradizioni e di valori culturali un dirigente bolognese per la prossima battaglia elettorale. Dozza ha così proseguito: «Vi è, però, un problema dei problemi: se non esista, nella procedura seguita per la candidatura d.c. una minaccia per tutto l’ordinamento democratico rappresentativo. La risposta è positiva. Il capo non è stato liberamente scelto: è stato imposto, com’è sin troppo noto. Imposto da un potere estraneo a queste manifestazioni, non qualificato a questi interventi, non responsabili dei suoi fatti di fronte al popolo, al corpo elettorale. Lo stesso prescelto ha resistito a lungo, oggi ancora, forse, nella sua coscienza oppone gravi obiezioni al proprio agire. Ha obbedito “perinde ac cadver”, come un cadavere, secondo un noto precetto. Un simile fatto capovolge ed annulla ogni criterio democratico e ci riporta a un passato storicamente superato, che non può e non deve tornare».«Ne consegue – ha soggiunto Dozza – questo problema: se tale è il metodo della designazione, quale sarebbe al caso il metodo dell’amministrazione ? Come potrebbe non obbedire anch’esso a un potere cui ci si inchina non già su basi democratiche ma su fondamenti teologici ? si farebbe così un salto indietro nella storia, per tornare la regime delle legazioni con poteri assoluti da un cardinale legato, mentre Bologna è e vuole restare una città della Repubblica democratica italiana, nell’interesse dello Stato come in quello della Chiesa». Ma un altro efficace argomento è stato portato da Dozza: «Nell’amministrazione comunale, diretta dalle correnti di opposizione al governo – egli ha osservato – il cittadino ha visto, sino ad oggi, una limitazione, almeno parziale, allo strapotere dell’altra parte, mentre ha avuto la sicurezza che, in essa, nulla di men che corretto sarebbe sfuggito stante i moltissimi controlli, persino troppi, di cui è circondata. Semmai sarebbe potuto accadere che venisse impugnato, come irregolare qualcosa di ineccepibile». «Dalla scomparsa di tale duplice garanzia, il cittadino deve invece temere la perdita di ogni possibilità di controllo da parte sua. Noi pensiamo che se arcivescovo, prefettura, comune fossero guidati da una unica mano, una cappa di piombo conformistica, confondendo il sacro con il profano, calerebbe sulla città a soffocare ogni dibattito, ogni controllo, ogni vitalità democratica, libertà queste già oggi limitate. Nulla potrebbe più sapersi del poco che si sa e gli scandali e gli arbitri si moltiplicherebbero per dieci e per cento volte, ma sarebbero sepolti nel silenzio».

«Troppi fatti purtroppo sono già avvenuti nella nostra città perché si possa presumere che si tratti di esagerazioni o di allarmi infondati». E a questo proposito il sindaco ha ricordato numerosi e scandalosi episodi: una pubblica amministrazione è stata sospesa per nascondere uno scandalo, nel quale erano state coinvolte ragazze affidate a religiose: un’altra è stata sciolta per appoggiare un candidato battuto in un concorso. Concludendo, Dozza – trattando la questione dei programmi – si è riferito alla nebulosa idea “comunitaria” che sembra vagheggiata dal Dossetti e ha rilevato che ogni idea, comunque, esige, per essere tradotta in fatto, di avere al suo sostegno forze idonee a raggiungerne la realizzazione. «Quali sono – egli si è chiesto – le forze sulle quali poggerebbe il designato ‘ Sono le forze classiche del conservatorismo bolognese, che non vogliono affatto conservare le tradizioni progressive del liberalismo; bensì i privilegi di classe dei gruppi più retrivi della società italiana, quei gruppi che hanno lottato per decenni – anche insieme con il fascismo – contro la democrazia e il socialismo bolognesi in tutte le loro tendenze».

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Bologna 1956: la campagna elettorale, il voto, i commenti. A cura di Luigi Giorgi

Durante la campagna elettorale per le elezioni amministrative di Bologna, Dossetti dovette difendersi dalle accuse di essere un rappresentante della “Triplice”, organizzazione che riuniva i rappresentanti dei cosiddetti “padroni”. Pur di fronte a secche prese di posizione, da parte sua, contro di questa e contro ogni condizionamento che ne sarebbe potuto derivare sulla sua politica, il quotidiano del Pci non perdeva occasione per attaccarlo e dipingerlo come uomo che rappresentava la parte agiata e conservatrice della popolazione felsinea.

Ammissioni di Dossetti sulla Triplice. Un peccatore che non si pente, “l’Unità”, 24 aprile 1956, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica. Giuseppe Dossetti 1945 – 1956, Scriptorium, Cernusco sul Naviglio 2003, pp. 329 – 330. Per la vicenda bolognese di Dossetti si veda anche L. Giorgi, «Presunti orientamenti esageratamente sociali». L’esperienza amministrativa di Giuseppe Dossetti, in I Quaderni di “Bailamme”, Marietti, Genova – Milano 2005, pp. 245 – 270.

Interrogato da un elettore circa la «triplice intesa» padronale, nel corso di una pubblica assemblea, l’on. Dossetti ha rotto il silenzio a lungo osservato in proposito ed ha dichiarato: «Per quanto mi riguarda la “Confintesa” non ha nessun peso sul programma come non ne ha avuto nella scelta della lista che sarà presentata domani sera». «Nessuno – ha aggiunto Dossetti – può contestare la legittimità delle associazioni di categoria, anche se talvolta esse difendono interessi gretti, perché la loro azione rivolta a problemi definiti è controllabile e si svolge con scopi individuali. Ma quando tre associazioni si pongono insieme per scopi non individuabili e tuttavia per svolgere una funzione in qualche modo sicuramente politica, attraverso pressioni e ricatti sulle istituzioni politiche qualificate, allora noi consideriamo tale alleanza come un elemento oscuro della vita nazionale. Mi schiero contro di essa per le stesse ragioni per le quali mi schiero contro il marxismo: l’una e l’altro dipendono da una stessa visione classista della vita che io ripudio. Considero la Confintesa un errore grave: errore politico e in fondo grave errore morale». La dichiarazione è tanto recisa quanto reciso è stato invece il silenzio mantenuto finora sulla «triplice» dalla D.C. su scala nazionale, e da Fanfani, e dal governo in specie. La dichiarazione conferma in modo abbastanza clamoroso le «pressioni e i ricatti» che la «triplice» esercita sulle «istituzioni politiche qualificate»: a cominciare dalla D.C. e dal governo, è da supporre che Dossetti parli per esperienza diretta. La dichiarazione, infine, è recisa tanto quanto lo è l’apertura delle liste democristiane, dovunque ed anche a Bologna, ai fiduciari della «triplice», ai quali Dossetti è stato indicato, dal capo della «triplice» bolognese avv. Barbieri, come l’uomo meritevole di ogni sostegno e fiducia. La coerenza vorrebbe, a questo punto, che Dossetti non si fosse mai presentato in una lista che è lo strumento dichiarato della «triplice» contro l’amministrazione democratica di Bologna. O, quanto meno, vorrebbe che non solo con le parole, ma con atti politici, Dossetti respingesse l’ipoteca della «triplice», escludendone i candidati dalla lista d.c. Finchè Dossetti rimarrà di fatto il capolista del blocco clerico – padronale le sue dichiarazioni confermano egregiamente non solo la complicità nazionale tra la D.C. e la «triplice» ma anche la sua personale incoerenza politica e morale. Il fatto che il prof. Valletta abbia preso posto al tavolo della presidenza al comizio torinese del ministro Tambroni, nella sua qualità di presidente del monopolio Fiat, ha dato una luce particolare a quella parte del discorso che Tambroni ha volenterosamente dedicato agli operai torinesi, per predicare la collaborazione di classe e la conciliazione con lo sfruttamento monopolistico. Si è visto il ministro degli interni far da battistrada alla politica padronale di fabbrica, così come, nazionalmente, si vede oggi la D.C. ergersi a strumento dichiarato della «triplice padronale» e della sua offensiva reazionaria. Se si vanno a spulciare i discorsi che i «leaders» democristiani hanno pronunciato in questi giorni un po’ dappertutto, l’argomento meno di ogni altro trattato o affrontato nel modo nel modo più involuto e contraddittorio è – accanto a quello della «triplice» – quello delle autonomie locali. L’ on. Segni, quando ne ha parlato, lo ha fatto per polemizzare con il Capo dello Stato, e per indicare nelle autonomie locali un pericolo da esorcizzare. Scelba vede nei prefetti i veri amministratori locali, e lo dichiara. Fanfani, minacciando di sciogliere le amministrazioni a lui sgradite, non fa solo scempio delle autonomie locali, ma ne rinnega l’essenza stessa contestando il diritto del popolo al voto libero e all’autogoverno. Il ministro Tambroni, che è il responsabile diretto in questa materia, ha bensì contestato ai comunisti «il diritto di rivendicare la priorità della concezione regionalistica», ma ha aggiunto: «non sta a me dire quando le regioni opereranno, dico però che opereranno». In realtà starebbe proprio a lui dire «quando», tanto più che secondo la Costituzione, è dal 1949 che l’assetto regionalistico avrebbe dovuto essere compiuto! Ma poiché lui non lo dice, dovranno pur dirlo gli elettori negando il voto al partito dei prefetti.

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D’Arcais coglieva, con questo suo articolo, il senso profondo della battaglia elettorale portata avanti da Dossetti a Bologna. Il suo programma si spingeva oltre la semplice amministrazione cercando di rivitalizzare l’animo e il clima della città, anestetizzato da troppi anni di amministrazione “monocorde”. La sua proposta politica cercava di eliminare barriere inutili fra i cittadini, scansando vecchie differenziazioni oramai desuete, mirando ad un coinvolgimento diretto del cittadino nelle decisioni amministrative: la campagna elettorale che egli condusse ne fu un esempio significativo, basti pensare ai famosi “incontri con gli elettori”, momento di democrazia sostanziale e diretta.

F. D’Arcais, Dossetti impegna i bolognesi a scoprire il vero volto della città, “Il Popolo”, p. 3, 4 maggio 1956, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica, cit. pp. 330 – 333.

Ogni città, probabilmente, riesce ad accogliere e a sviluppare la campagna elettorale amministrativa in modo proprio, un po’ come le circostanze impongono, l’opinione pubblica reagisce, ed i gruppi in lizza si sforzano di fare. Chi, venendo di fuori, si mettesse a fare un lungo giro in Bologna, nella parte vecchia centrale, come alla periferia, non si accorgerebbe quasi che siamo nel ben mezzo di un possente scontro di ispirazioni e di programmi: pochissimi, e si potrebbe dire poco visibili o appariscenti i manifesti (mi hanno detto che ogni partito ne mette in circolazione solo un centinaio in tutto il territorio comunale), eppure delle prossime lezioni tutti parlano, tutti discutono, tutti si preparano a fare la loro scelta: e si parla, si discute e si sceglierà esclusivamente su un programma e su una impostazione amministrativa senza troppe concessioni alla politica. Ma la politica, si sa, è un po’ la piattaforma naturale di ogni forma di governo, anche quella che promana da Palazzo D’Accursio, sede municipale; ma è una politica comunitaria, delimitata rigorosamente ai grossi problemi cittadini. Giuseppe Dossetti, capolista della Democrazia Cristiana, ha indubbiamente ottenutoli suo primo grande successo, costringendo i bolognesi, ed anzi tutto l’elettorato della maggioranza socialcomunsita, ad occuparsi a fondo ed in spirito di verità, dei molti problemi che interessano la vasta comunità cittadina. La amministrazione rossa di Bologna è diventata nella propaganda delle sinistre, ed in modo particolare del PCI che ha in Dozza la sua bandiera, una specie di pietra di paragone, l’amministrazione classica per eccellenza, monda di faziosità, pronta agli interessi popolari, sollecita al pareggio di bilancio e alla tenuta tributaria. Dossetti ha ottenuto la sua seconda vittoria smantellando questo mito e dimostrando che in una città come Bologna, ne troppo grande né troppo piccola, con una gran maggioranza tranquilla che gli ha permesso di governare indisturbato per undici anni. Dozza non ha fatto progredire in alcun modo il Comune che anzi per molti aspetti è rimasto sotto la media nazionale dello sviluppo verificatosi nelle altre grandi città italiane. Dossetti ha ancora dimostrato che il prossimo quinquennio sarà decisivo per Bologna, per il suo sviluppo organico, che potrà aversi in maniera inerte e anonima sotto l’esclusivo aspetto materiale, oppure attuarsi ampliando le sue caratteristiche più profonde, vivificando la propria anima, scoprendo appieno il suo volto singolare. Così il capolista DC ha impostato il suo programma ma ispirandosi a questa originale concezione comunitaria di consentire a tutti i bolognesi di scoprire veramente e sino in fondo il vero volto della loro città. Un volto che l’amministrazione sostanzialmente conservatrice (conservatrice del potere mediante l’immobilismo) dalla bonomia ingannatrice e profondamente faziosa ha tenuto nascosto ai cittadini condannati a viverre senza slanci vitali nella malinconica paura del peggio o  nella rassegnata coscienza che questo era ormai un destino segnato. Quello di Dossetti e della DC è un programma <<totale>> non una fredda elencazione di problemi da risolvere in base ai quadri di bilancio, ma uno sforzo di comprendere <<globalmente >> la realtà cittadina, le sue enormi possibilità di sviluppo, la sua espansione  materiale e spirituale, economica e culturale, come probabilmente in nessuna altra città è stato fatto, perché nessuna altra città presentava come Bologna i problemi fondamentali allo stato più acuto. Torneremo anche noi sul mito della <<sana>> amministrazione Dozza che ha ridotto la città senz’anima, e documenteremo nel prossimo articolo, la profonda faziosità della carenza amministrativa socialcomunista. I bolognesi hanno già capito di trovarsi ad una impostazione del tutto nuova, di fronte alla quale nessuna ondata di manifesti avrebbe potuto dir nulla di nuovo e si apprestano ad assistere, o meglio a partecipare, al grande duello fra la Democrazia Cristiana e il comunismo, fra Dossetti e Dozzza. Gli altri partiti sembrano schiacciati da questo duello, e stanno a guardare, incapaci di esprimere qualcosa di nuovo: i socialisti in modo particolare – che pure a Bologna hanno spesso avuto più suffragi del PCI – sono tagliati fuori e si mostrano rassegnati a fare da violino di spalla alla polemica propagandistica dei compagni, quasi impauriti del modo con cui l’amministrazione cui essi pure sono corresponsabili viene sottoposta alla più spietata e scientifica delle critiche. Neppure i comunisti hanno avuto il coraggio di prendere l’iniziativa e si è assistito ad una specie di corsa velocistica su pista dove i contendenti cercavano di lasciar partire prima gli avversari per superarli nella curva finale: Dossetti aveva annunciato giorni fa in un comizio da l titolo <<la verità su Bologna>> e Dozza per il giorno successivo aveva predisposto un controcomizio dal titolo <<Dossetti ingannato o ingannatore? >>. Rinviato per il maltempo il comizio della DC anche Dozza ha preferito tacere ed attendere che il competitore parlasse per primo: ora Bologna conosce appieno per bocca del suo capolista il programma della Democrazia Cristiana, ma continua ad ignorare quello comunista, e non è affatto lieta dell’idea che il programma sia quello dei precedenti quadrienni. Del resto anche prima dell’ultima grande riunione alla Sala Farnese, collegati con altoparlanti alla piazza principale piena di ascoltatori, i comunisti avevano rinunciato ai controcomizi. Eppure la materia c’era, eccome. Dossetti aveva cominciato, dopo ilo discorso di accettazione del 19 a marzo, con dieci originali <<incontri con gli elettori>>, otto alla periferia di Bologna e due al centro, nei quali la parola era anzi tutto agli intervenuti che potevano liberamente porre senza problemi, esprimere dubbi e giudizi, chiedere chiarimenti e spiegazioni. A tutti Dossetti rispondeva rivelando a poco a poco le maglie del ricco e denso tessuto programmatico della battaglia elettorale democristiana. A questa iniziativa i comunisti non hanno reagito, preferendo mobilitare le sezioni anzi che scendere in piazza a discutere con gli elettori. Si potrebbe dire in gergo pugilistico che per il momento essi sono alle corde sotto la violenza dei colpi dossettiano: ma non è detto con questo che la lotta sia già decisa: i social comunisti dispongono a Bologna di una maggioranza tale da consentire loro un certo margine di tranquillità, e del resto qualcuno mi ha espresso una tesi singolare ma interessante: converrebbe ai socialcomunisti, dicono, di passare in minoranza, posizione che consentirebbe loro di rafforzarsi per le successive elezioni, mentre la permanenza a Palazzo d’Accursio a petto di una minoranza combattiva e impegnata a non lasciare atto o decisione senza una serrata critica, potrebbe indebolire talmente l’amministrazione rossa di fronte all’opinione pubblica da rendere il logorio del potere quanto mai drammatico. Tesi singolare, dicevamo, ma che probabilmente ha un fondamento di verità dato il modo con cui viene condotta la campagna elettorale e la somma dei problemi che comunque dovranno essere affrontati dalla nuova amministrazione. Dicevamo che Dossetti si è impegnato con gli elettori ed ha impegnato i bolognesi a scoprire il vero volto della loro città per conoscere a fondo le prospettive di sviluppo comunale, sul piano materiale come su quello spirituale a culturale. Dossetti ha già fatto una prima indagine preliminare sulla situazione cittadina, ma non ha avuto difficoltà ad ammettere che la minoranza non è in grado di avere a disposizione tutti gli elementi di giudizio; ma neppure la maggioranza conosce compiutamente gli elementi fondamentali di giudizio avendo governato <<solo per durare>>, senza alcuna ispirazione, senza prospettive, senza slancio. Conoscere per deliberare, ha detto Dossetti, e per conoscere avere a disposizione tutti gli elementi di giudizio e di orientamento. Perciò sarà cura della Democrazia Cristiana, qualora divenga maggioranza, di realizzare un grande indagine sociologica cittadina, con tutti mezzi più moderni a disposizione, una indagine che consentirà di rivedere il programma generale e adeguarlo alle più urgenti necessità e all’orientamento generale della comunità bolognese, una indagine infine che prolungata nel tempo favorirà una definizione annuale del programma allo scopo di mantenere sempre vitale l’attività dell’amministrazione. In tal modo Bologna comincerà a conoscere se stessa dopo undici anni di opacità e di vita vegetativa: saprà come può e deve spendersi, come conservare la sua tradizione e si suoi gusti pur diventando una città  moderna e aperta alle iniziative più audaci, in base a queste prospettive Dossetti ha potuto annunciare due capisaldi della sua azione programmatica per quanto riguarda la rinascita spirituale di Bologna che deve necessariamente precedere la rinascita materiale: fare di Bologna un centro di mediazione sociale, dove il concorde sforzo di tutta la comunità saprà superare le lotte sociali in una sintesi nuova: fare di Bologna un centro di superamento della antitesi fra laicismo e clericalismo, per consentire uno sviluppo culturale sempre più pieno e più popolare: è questo un problema poco avvertito nelle altre città ma che a Bologna ha una sua profonda ragion d’essere, in questo modo Dossetti ha fra l’altro messo a  tacere la propaganda avversari che aveva tentato dapprima di dipingerlo come uomo della Curia e poi come uomo della <<triplice>>, accuse tanto assurde sul piano obiettivo e su quello personale che gli stessi comunisti hanno finito per rinunciarvi. Questa impostazione di rinascita spirituale condiziona tutto il programma della DC e fa risolvere entro un quadro ben delineato i problemi concreti che scendono dal bilancio, Dossetti ha dichiaratamente evitato di fare un’elencazione di opere da realizzare: non vogliamo fare delle promesse elettorali, ha detto, vogliamo precisare il metodo e l’ispirazione, le grandi linee direttrici della nostra azione ed i nostri impegni fondamentali: il programma dettagliato, analitico verrà dopo se sarà accetta questa impostazione generale, e verrà sulla base dell’indagine sociologica e quindi con il concorso permanente della cittadinanza. A questo punto ci fermiamo, anche se il programma concerto va molto più in là e specifica molte cose, e pone la risoluzione di molti problemi concreti. Non questi interessano per far conoscere il modo con cui si sta combattendo la battaglia elettorale a Bologna, ma il modo con cui la Democrazia Cristiana ed il suo capolista hanno saputo avvicinare l’anima polare, suscitare nuove speranze e nuove attese, rendere consapevole una città quasi addormentata delle grandi prospettive che si avvicinano, aver tracciato un quadro <<totale>>di rinnovamento comunitario. Bologna sta ritrovando se stessa, in questa vigilia elettorale; e questo è quel che più conta, non il risultato finale. Qualunque esso sia una volta che i bolognesi hanno aperto gli occhi, hanno conosciuto le loro possibilità, hanno compreso di poter riportare alla luce l’autentico e dimenticato volto della tradizione, della storia, della cultura e della spiritualità bolognese, non c’è possibilità di fermare questa grande attesa e questa enorme speranza. Maggioranza o minoranza la Democrazia Cristiana saprà essere compiutamente vicina all’anima polare, alla vita della comunità, e se non sarà il 27 maggio sarà nella  competizione successiva, ma questa ansia di verità e di libertà che anima la compagine più vasta dei cattolici bolognesi si esprimerà fatalmente anche con il suffragio popolare. Aver compreso quest’anima aver distrutto il mito dell’amministrazione uscente, aver posto i problemi comunali nella loro globalità, aver saputo indicare una strada che è pure densa di fascino anche se di difficoltà e di impegni, aver saputo cerare il clima rivoluzionario in una situazione che stagnava da undici anni, è già una vittoria, una grande vittoria.

*

L’articolo di Onofri riferiva della conferenza tenuta da Dossetti a commento del risultato elettorale. Il quotidiano socialista assumeva un tono ironico, volto a mettere quasi in ridicolo l’analisi della sconfitta effettuata dal capolista della DC. Sembrava però, più che altro, voler esorcizzare la paura che il professore reggiano aveva destato nella sinistra con la sua partecipazione alla tornata amministrativa bolognese.

S. Onofri, Funambolismi verbali per giustificare la sconfitta. I voti buoni del Prof. Dossetti, “Avanti !”, p. 2, 21 giugno 1956, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica, cit. pp. 333 – 335.

I guai, si sa, sono come le ciliegie: uno tira l’altro. Ne sa qualcosa il prof. Dossetti che dopo il disastro elettorale del 27 maggio è caduto sempre più in basso, rimanendo sempre più solo e isolato. Gli sono rimasti accanto solo i fedelissimi della <<vecchia guardia >> dossettiana. I <<notabili>> della D.C. lo hanno isolato e se non fosse stato per l’autorità del Cardinale lo avrebbero gettato a mare anche gli altri esponenti clericali bolognesi. Lo accusano di essere il responsabile della più clamorosa sconfitta cha abbia mai subito a Bologna la D.C. Lo hanno abbandonato anche i giornali che lo avevano sostenuto nel corso della campagna elettorale. Non più di un mese fa, quando si apprestava a pronunciare un discorso, Dossetti sapeva che nella sala e nella piazza, mescolati al pubblico lo ascoltavano gli inviati di almeno una ventina di <<quotidiani d’informazione>>, per non dire di quelli dei giornali stranieri e dei <<rotocalchi>>.Dossetti era un uomo interessante in quei giorni e tutte le migliori firme del giornalismo italiano sono venute appositamente a Bologna per esaminarlo e studiarlo da vicino. I fotografi facevano la coda alla sua porta di casa e così pure gli intervistatori che fissavano gli appuntamenti con una settimana di anticipo.

Poi vennero le elezioni. Nella notte tra il 28 e 29 maggio nell’ufficio stampa del Municipio si radunò il fior fiore del giornalismo italiano; tutti erano in attesa della grande notizia pronti a scrivere il miglior <<servizio>> della loro carriera. Molti lo avevano già abbozzato, se non addirittura già scritto (mancavano solo le cifre), per essere pronti a trasmettere non appena fosse stata annunciata la vittoria di Dossetti su Dozza. L’esito delle votazioni è noto. Il giorno dopo i <<quotidiani d’informazione>> non pubblicarono né brevi né lunghi servizi dei loro inviati a Bologna. Si limitarono ad inserire una breve notiziola nelle pagine interne, dicendo che a Bologna non era mutato nulla. Il nome di Dossetti non figurava affatto. Molto probabilmente se lo erano già dimenticato. Alcune sere orsono, forse per rimuovere le acque stagnati che gli si sono chiuse attorno, Dossetti ha tenuto un pubblico comizio. La sala Farnese era gremita di cittadini (circa un migliaio), ma mancavano gli inviati speciali. C’erano solo dei modestissimi cronisti dei quotidiani locali. Del tutto assenti erano le più belle firme del giornalismo italiano che non più di un mese prima nella stessa sala, avevano fatto ressa attorno al <<professorino>> per farsi illustrare le parti principali del suo programma elettorale. Il giorno dopo il resoconto del suo discorso apparve nelle pagine di cronaca cittadina. Solo l’organo della Curia lo pubblicò in quinta pagina, sia pure per l’edizione di Bologna. Dossetti aveva perduto le prime pagine che un tempo erano suo appannaggio.Parlò per più di un’ora con quella sua oratoria piacevole e ricercata, fatta di pause prolungate e calcolate e di veloci scatti, simile a quelle di un buon predicatore. Per questo i bolognesi siano oramai abituati ai paradossi di Dossetti, oltre che abituati ad interpretare i suoi difficili ed astrusi concetti, quella sera rimasero tutti un po’ stupiti ed attoniti. Quasi increduli.Iniziò facendo un’analisi del voto del 27 maggio. Questo fu, in sintesi, il suo concetto: << La cittadinanza, è inspiegabile, ha votato contro di noi e contro il nostro programma. Ha votato cioè contro il naturale sviluppo della città. I bolognesi hanno dato un voto politico più che amministrativo ed il suo significato è questo: una cosciente scelta conservatrice. Il PCI e le classi “conservatrici” si sono alleati per impedire che la città avesse il suo normale e naturale sviluppo. Si sono preoccupati del poco che hanno senza pensare al molto che noi avremmo potuto dare >>..Non disse però cosa avrebbe dato, che Dozza non abbia già dato. E continuò: << Sul nome di Dozza che oggi è il simbolo di un indirizzo politico “immobilista e conservatore” si sono riversati voti provenienti da tutti gli schieramenti elettorali: da quello missino a quello di sinistra. Anche alcune migliaia di democratici cristiani hanno votato per il PCI>>.A questo annuncio un fremito percorse tutta la sala. Molti presenti, forse sentendosi scoperti dall’occhio infallibile del <<professorino>> che era riuscito a leggere nelle loro anime, restarono attoniti. Ma Dossetti non diede loro tregua né il tempo di pensarci su. Aggiunse: << Noi siamo soddisfatti anche se degli elettori d.c. hanno votato per Dozza. Sono voti di cittadini conservatori che non amano lo sviluppo della città e quindi è giusto che vadano al PCI. Ma se è vero che abbiamo perduto dei voti “cattivi” è anche vero che abbiamo ottenuto in cambio dei voti “buoni”. Sappiamo per certo che dei comunisti hanno votato per noi >>. (Dossetti quando parla di “comunisti” intende sia i comunisti che i socialisti). La sala fu scossa da un altro fremito più forte del primo. Ma anche questa volta non ci fu troppo tempo per pensarci su,perché il <<professorino>> abbreviando le sue pause, incalzò: << Sappiamo di taluni elettori che avevano sempre votato comunista e che questa volta hanno votato per il nostro programma. C’è stato quindi uno scambio di voti. Per noi non è la questione della quantità che vale, ma quella della qualità. E quelli che abbiamo avuto sono migliori di quelli che abbiamo perduto >>. Non spiegò, il <<professorino>> come abbia fatto ad identificare i voti che sono andati al PCI e quelli che dal PCI gli sono venuti. Disse, comunque, che di questo fatto era certissimo. E specificò: <<E’ chiaro che c’è un inizio di adesione alla nostra azione. Confesso che alla vigilia della campagna elettorale non supponevo che avremmo potuto ottenere un risultato così lusinghiero ! >>. In sala si ebbe un nuovo fremito: questa volta però era di sbandamento, poiché nessuno dei numerosi democratici cristiani presenti aveva compreso che la debacle del 27 maggio doveva essere considerata una vittoria, sia pure della fede. Di questo risultato, Dossetti ha reso grazie al Signore << che ci ha illuminato>>. A proposito di illuminazione aggiunse che i voti venuti dal PCI sono i più graditi perché sono tante << lucciole >> che illuminano la notte fonda che avvolge Bologna. Spetta ora alla DC il compito di far sì che queste lucciole diventino dei falò per illuminare la città. La luce, per Dossetti, è quella della fede che oggi manca del tutto o quasi ai bolognesi. Non poteva ovviamente mancare la citazione biblica: << I voti comunisti venuti a noi sono un atto di speranza. L’intuizione degli spiriti semplici verso la verità. Vuol dire che siamo riusciti a far comprendere loro che vogliamo fare sul serio. Così come hanno compreso le nostre intenzioni quei cittadini conservatori che, per timore di perdere i privilegi che loro accorda l’amministrazione comunista, ci hanno fatto l’onore di votarci contro >>. Così Dossetti, bontà sua, ha interpretato l’esito delle votazioni del 27 maggio. Quanti siano i democratici cristiani che la pensano ancora come lui è difficile dire. Abbiamo il sospetto che l’ultimo discorso del <<professorino>> anziché illuminarli abbia contribuito a rendere ancor più confuse le loro idee. E le idee dovevano già averle molto confuse prima.

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Il prof. Dossetti apre la campagna elettorale per le elezioni amministrative di Bologna nel 1956. (Appunti presi direttamente dall’on. Antonio Marzotto Caotorta)

Sono qui solo per farvi un piccolo elenco delle mie carenze. Non ho mai potuto lavorare isolato.

Mi manca una ideologia politica definitiva.

Aderisco al Vangelo, al magistero della Chiesa.

Mi presento come figlio della Chiesa e questa è la sola valida garanzia che posso dare di me.

Questi anni di studio e di vita mi hanno spogliato di quelle idee mie personali politiche che credevo di avere.

Non bisogna subire queste classificazioni di sinistra, di destra e di centro e considerarle rigide ed intangibili, e finché le seguiremo guarderemo solo al passato e non al futuro.  Non chiedetemi categorie.

Riconosco una funzione politica ai partiti, una responsabilità.

Non cercate in me un purista che non vuol assumere le responsabilità di chi ha militato e milita nel partito, mi sento solidale anche con quello che è stato fatto quando ero ritirato.

Perché un cristiano è corresponsabile di tutto – specie di quello che han fatto altri cristiani.

Sono indipendente, veramente indipendente – dipendentissimo dalla mia coscienza – espressione della cristianità (infatti non è iscritto al partito D.C.).

Credo nella funzione dei partiti, finché non si chiudono e si irrigidiscono guardando solo al passato, estranei al fluire della vita.

Lasciatemi adempire a questa funzione di porta, per far collaborare tutti.

Non cercate in me una funzione chiusa, di parte, ma lasciatemi adempiere a questa funzione più vasta.

Non cercate in me uno che vuole conquistare ad ogni costo la maggioranza e mettersi al posto di Dozza.

La vittoria non è nel numero di voti, ma nel numero di verità che avremo potuto seminare nella campagna elettorale.

Verità sulla attuale amministrazione rompendo questa atmosfera di omertà che pesa su Bologna.

Perché la verità si fa strada – e possiamo attendere che si faccia strada.

(Sua convivenza con la sezione del P.C.I. – Altarino per la morte di Stalin).

C’era un ritratto nella stanza del P.C.I. ed ora non c’è più. Nelle nostre non c’erano ritratti, ma solo un Crocefisso – e c’è ancora. Azione di lunga durata.

Non chiedetemi di comporre maggioranze indecorose (col M.S.I.) e aperture incompatibili con la mia fedeltà al magistero della Chiesta (col P.S.I.?).

E nemmeno con chi ricatta per dare il suo appoggio.

E semmai farò il capo della minoranza (non dell’opposizione).

Fin d’ora non è stata fatta bene la funzione della minoranza, che certo è molto difficile.

Quando sono venuto a Bologna 3 anni fa, tutto pensavo fuorché a questo di oggi.

“Consorzio” dal Canone della Messa = Sorte comune.

Consorzio con tutti, ma specialmente con coloro che non hanno potuto esplicare la loro personalità per qualunque ragione.

Coloro che soffrono, o subiscono ingiustizia.

E’ qualcosa di più di una scelta politica o elettorale. Impegna me e voi.

La campagna elettorale deve servire a rinnovare noi stessi. Ci sono possibilità di raggiungere un numero di voti superiore a qualunque altra volta.

I nostri avversari possono perdere e questo sarà la prima crepa. Noi non possiamo perdere – perché comunque noi cominciamo un cammino di ascesa e di chiarificazione.

Ho già preparato il programma elettorale – e c’è molto spazio che non è stato sfruttato finora e che consente di fare qualcosa di positivo.

Anche nell’attuale quadro della legislazione e che con l’aiuto di Dio cercheremo di realizzare.

La mia cultura la sto perdendo per la strada – e se sarà utile alla semplicità e serenità voglia Iddio che la perda totalmente.

Il pubblico dice: “In quella testolina c’è del buono”.

(Dossetti dice dopo che non era preparato a parlare).

Carlo Bo, un gronchiano, ha salutato Gronchi, tra freddi applausi. Un Vecchio iscritto dichiara che vota NO perché Dossetti è il candidato dei cattolici e lui è Democristiano.

Giusto – gli risponde Dossetti – perché è di parte.

Dossetti non ha parlato mai dei “lavoratori”. Ne hanno parlato due oratori (ACLI). Lui risponde che infatti non ne ha parlato perché era fuori luogo.

Non frasi retoriche e sentimentali, intellettualistiche e demagogiche. Solo scelte concrete.

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