Giuseppe Dossetti, uomo di Dio

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Giovanni Bianchi

Fra le varie chiavi interpretative del pensiero e dell’opera di Giuseppe Dossetti, il cui ricordo rimane vivo a dieci anni dalla morte avvenuta nel dicembre 1996, manca quasi sistematicamente la riflessione sul suo essere stato prete per quasi quarant’ anni e monaco per quasi trenta, ossia, più specificamente, sulla sua robusta vocazione sacerdotale e religiosa.

Generalmente su questo aspetto della sua vita si glissa da parte dei detrattori perché essi preferiscono dare di Dossetti un’interpretazione totalmente schiacciata sulla dimensione politica, utilizzandolo come lo spauracchio, la strega da bruciare della loro eterna e ormai stanca lettura delle ragioni dell’arretratezza culturale e politica del nostro Paese come frutto di un compromesso al ribasso fra comunisti e catto-comunisti; i più devoti fra di essi (devoti, ma generalmente atei) si spingono talvolta a visitare il terreno impervio del Dossetti religioso per allargare il loro anatema anche allo spirito del Concilio Vaticano II, del quale ignorano tutto, ma parlarne male fa fino anche in certi ambienti ecclesiastici.

Ma se dagli avversari ci si può aspettare di tutto, anche la mancanza di fantasia, non così dagli amici, che spesso incorrono anch’ essi nella lettura tutta politica e schierata delle figura di don Giuseppe – un uomo “destinato a lasciare un segno nella storia”, come scrisse uno studioso certo non simpatizzante, Marco Invernizzi, colonna ideologica del movimento clerico-reazionario Alleanza cattolica- e per questo lasciano in ombra il problema fondamentale della sua esistenza, che era quello di una testimonianza piena dell’amore di Dio fondata da un rapporto costante con la mensa della Parola e dell’Eucaristia.

Proprio per questo, come hanno intuito coloro che si sono messi più coerentemente nel suo solco, ad esempio Alberigo e Melloni, in Dossetti il Vaticano II diventa pietra miliare non per ragioni di rottura o di contrapposizione ideologica, ma perché viene assunto come uno dei momenti topici della possibilità della Chiesa cattolica, in assoluta fedeltà al Vangelo, di presentarsi come segno di salvezza non in quanto istituzione in se stessa perfetta ed autosufficiente, ma in quanto comunità di discepoli di Cristo in perenne ricerca, dove le distinzioni interne sono essenzialmente distinzioni di carismi e di ministeri e non gerarchie di potere.

La sistematica edizione dei testi delle omelie, delle meditazioni e delle predicazioni di esercizi spirituali che la Piccola Famiglia dell’Annunziata va  pubblicando a dieci anni dalla   morte  del suo

fondatore testimonia in questo senso, soprattutto per la sorprendente e profonda familiarità con il testo biblico che traspare da ogni pagina, che Dossetti indubbiamente aveva soppesato, meditato e pregato parola per parola.

Ma se i tesori di quei testi dovranno essere apprezzati e studiati da parte di tutti coloro che vi si avvicineranno con lo spirito giusto, per parte mia vorrei focalizzare l’attenzione su di un  testo forse “minore” ma indubbiamente rivelativo di un approccio particolare, pienamente umano e quindi autenticamente cristiano, che vide protagonista tutta la comunità ed in particolare Dossetti ed il suo discepolo prediletto, Umberto Neri, che ci ha lasciati qualche mese dopo il suo maestro.

E’la storia di Paolo Caccone, militante dell’estrema sinistra, intellettuale originale, che in un viaggio in India incontra la droga e ne diventa progressivamente schiavo, conosce la prigione, l’abiezione e la sofferenza per scoprirsi alla fine infettato dall’HIV. L’incontro in ospedale con don Umberto Neri lo apre ad una riflessione sul cristianesimo che aveva da tempo abbandonato, e progressivamente lo porta a voler condividere la vita dei monaci dell’ Annunziata, pronunciando i voti religiosi sul letto di morte.

Nel volumetto che narra la sua vicenda, intitolato con apparente paradosso “Morire per miracolo”, vengono raccolti gli scritti di Caccone ed il suo scambio di lettere con Dossetti; al nuovo confratello già segnato dalla morte don Giuseppe scrive quanto sia importante “l’offerta della tua stessa malattia” per farne “la sorgente inesauribile di energie sempre nuove e quindi di forza nel combattimento, quando sia sempre di più fatta ed inserita nel Corpo e nel Sangue del Signore crocifisso”. Più tardi, nell’ omelia funebre, Dossetti rilevava come fosse sbagliata la credenza diffusa anche fra i cristiani per cui “Dio sta in cielo immobile”. No, “Dio, il nostro Dio, si è piegato, è sceso sulla terra, è diventato uomo come noi. E’morto ed è risorto, e continua a piegarsi su ogni creatura umana con indicibile provvidenza e con soavissima tenerezza per condurre di tutti e di ciascuno il destino”.

Sarebbe importante che tutti coloro che accusavano Dossetti di “cripto-protestantismo” o di essere il fautore di un cristianesimo disincarnato leggessero queste pagine e capissero come intensamente fosse vissuta da parte sua la fede come forza presente e reale nel mondo, capace, in nome dell’Incarnazione e della Risurrezione di Cristo, di cambiare in radice anche esistenze sfortunate e quindi farsi forza attiva per la salvezza del mondo intero.

Forse capirebbero,e capiremmo meglio anche noi, che Giuseppe Dossetti non fu (solo) un grande pensatore e nemmeno (solo) un grande leader politico, ma soprattutto un uomo innamorato di Dio e dei suoi fratelli, e che a tale amore aveva con intelligenza e passione votato tutta la sua vita.

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