Il capitalismo all’epoca della pandemia
FRANCO BERNABÈ: a conti fatti

Sabato 10 aprile 2021, lezione on-line

L’obiettivo che ci poniamo in questo nono appuntamento del 22° Corso di Formazione Politica dei Circoli Dossetti di Milano 2020-2021, Con il Covid-19. Ribaltamenti e Conseguenze di una Pandemia, è quello di affrontare il tema del capitalismo all’epoca della pandemia. In particolare ci focalizzeremo sul capitalismo italiano con uno sguardo al passato, al presente e al futuro al fine di comprenderne le sue trasformazioni.

Oggi l’economia mondiale affronta la più grande sfida dal 1929. Quali sono le risorse con cui lo Stato e le aziende del nostro Paese attraverseranno questa tempesta? Per orientarci dobbiamo fare i conti con quarant’anni di capitalismo italiano. Con lo sguardo d’eccezione di uno dei suoi protagonisti.

La storia di Franco Bernabè, che ha guidato alcuni tra i maggiori gruppi industriali del paese, è uno spaccato inedito delle vicende nazionali e internazionali degli ultimi decenni. Il racconto della sua esperienza è uno straordinario documento sulle trasformazioni del capitalismo e del suo sistema di potere, ma anche sull’evoluzione del rapporto fra politica e impresa.

Dopo qualche anno all’Ocse, Bernabè approda alla Fiat come capo economista e attraversa il drammatico periodo della crisi e del recupero del gruppo torinese a opera di Romiti, godendo di un osservatorio privilegiato all’interno della struttura pianificazione e controllo.

Nel 1983 entra in Eni, di cui diventa nel 1992 amministratore delegato. Dopo la trasformazione dell’Ente di Stato in società per azioni, si impegna in una lunga battaglia contro lo smembramento e la liquidazione del gruppo e per la sua quotazione. È così che Bernabè si scontra con un sistema di potere corrotto e con le sue connivenze politiche e manageriali. Nel 1998 lascia Eni per assumere la guida di Telecom Italia. È l’inizio di una vicenda densa di colpi di scena, dal piano dei “capitani coraggiosi” per scalare l’azienda al suo ritorno in Telecom nel 2007.

Negli ultimi quarant’anni l’Italia è stata all’altezza delle trasformazioni del mercato globale? Oggi il capitalismo ha bisogno di riforme che ne rilancino la vitalità. Avremo il coraggio di risolvere l’ambiguità e l’incompletezza del nostro apparato economico? Quello di Franco Bernabè è lo sguardo di un grande testimone dell’economia e della politica del nostro paese: “Occorre semplificare la vita delle imprese e degli imprenditori, riportando l’attività normativa ai principi essenziali. Le continue riforme creano incertezza e instabilità e mortificano lo spirito imprenditoriale”. “Gli italiani hanno sempre avuto una naturale vocazione a fare impresa, ma nel tempo si è fatto di tutto per disincentivarli”. Solo se faremo i conti con la nostra storia e le nostre debolezze l’Italia potrà ripartire.


Leggi l’introduzione di Vincenzo Sabatino a Franco Bernabè

(scarica QUI l’introduzione in formato PDF)

Clicca sui file audio sottostanti per ascoltare le registrazioni della lezione

per scaricarli clicca sui tre pallini a destra del lettore audio (nei browser che lo consentono)
oppure vai ai link in fondo alla pagina

Luca Caputo presenta la lezione – 5:17
Vincenzo Sabatino introduce Franco Bernabè – 11:35
Relazione di Franco Bernabè, prima parte – 41:02
Considerazioni di Luca Caputo e Vincenzo Sabatino – 3:20
Relazione di Franco Bernabè, seconda parte – 8:41
Domande dei partecipanti alla lezione – 9:12
Risposte di Franco Bernabè – 10:06
Domanda con successiva risposta di Franco Bernabè – 7:16
Domande dei partecipanti alla lezione – 4:50
Risposte di Franco Bernabè – 5:38
Chiusura della lezione – 1:38

Vincenzo Sabatino, del Dipartimento Economico Circolo Dossetti Milano
introduce Franco Bernabè

Introduzione

L’obiettivo che ci poniamo in questo nono appuntamento del 22° Corso di Formazione Politica dei Circoli Dossetti di Milano 2020-2021, Con il Covid-19. Ribaltamenti e Conseguenze di una Pandemia, è quello di affrontare il tema del capitalismo all’epoca della pandemia. In particolare ci focalizzeremo sul capitalismo italiano con uno sguardo al passato, al presente e al futuro al fine di comprenderne le sue trasformazioni.

Oggi l’economia mondiale affronta la più grande sfida dal 1929. Quali sono le risorse con cui lo Stato e le aziende del nostro Paese attraverseranno questa tempesta? Per orientarci dobbiamo fare i conti con quarant’anni di capitalismo italiano. Con lo sguardo d’eccezione di uno dei suoi protagonisti.

La storia di Franco Bernabè, che ha guidato alcuni tra i maggiori gruppi industriali del paese, è uno spaccato inedito delle vicende nazionali e internazionali degli ultimi decenni. Il racconto della sua esperienza è uno straordinario documento sulle trasformazioni del capitalismo e del suo sistema di potere, ma anche sull’evoluzione del rapporto fra politica e impresa. Dopo qualche anno all’Ocse, Bernabè approda alla Fiat come capo economista e attraversa il drammatico periodo della crisi e del recupero del gruppo torinese a opera di Romiti, godendo di un osservatorio privilegiato all’interno della struttura pianificazione e controllo. Nel 1983 entra in Eni, di cui diventa nel 1992 amministratore delegato. Dopo la trasformazione dell’Ente di Stato in società per azioni, si impegna in una lunga battaglia contro lo smembramento e la liquidazione del gruppo e per la sua quotazione. È così che Bernabè si scontra con un sistema di potere corrotto e con le sue connivenze politiche e manageriali. Nel 1998 lascia Eni per assumere la guida di Telecom Italia. È l’inizio di una vicenda densa di colpi di scena, dal piano dei “capitani coraggiosi” per scalare l’azienda al suo ritorno in Telecom nel 2007. Negli ultimi quarant’anni l’Italia è stata all’altezza delle trasformazioni del mercato globale? Oggi il capitalismo ha bisogno di riforme che ne rilancino la vitalità. Avremo il coraggio di risolvere l’ambiguità e l’incompletezza del nostro apparato economico? Quello di Franco Bernabè è lo sguardo di un grande testimone dell’economia e della politica del nostro paese: “Occorre semplificare la vita delle imprese e degli imprenditori, riportando l’attività normativa ai principi essenziali. Le continue riforme creano incertezza e instabilità e mortificano lo spirito imprenditoriale”. “Gli italiani hanno sempre avuto una naturale vocazione a fare impresa, ma nel tempo si è fatto di tutto per disincentivarli”. Solo se faremo i conti con la nostra storia e le nostre debolezze l’Italia potrà ripartire.

Vincenzo Sabatino presenta il libro di Franco Bernabè. Sintesi visuale dei contenuti.

Glossario

Globalizzazione

Il fenomeno della globalizzazione può essere visto come un “insieme” che contiene: libertà del commercio, investimenti diretti all’estero, contenimento dei deficit e dei sussidi pubblici, riduzione delle imposte, deregulation, liberalizzazioni, privatizzazioni, difesa del diritto di proprietà. Contenuti che singolarmente o congiuntamente sono associati al processo di globalizzazione. Essa non va solo intesa come un fenomeno economico, ma come un processo ampio e complesso che vede correlati tra loro anche profilli di ordine diverso: politico, culturale e ambientale. Basti pensare ai numerosi e ricorrenti disastri naturali, l’atto terroristico dell’11 Settembre 2001 e l’offensiva bellica che ne è seguita, ecc. Sono tutti aspetti che rientrano nell’insieme globalizzazione.

Obiettivo della globalizzazione

L’obiettivo della globalizzazione è di promuovere l’economia di mercato come strumento per generare ricchezza ed equità distributiva tra i diversi paesi. Dal 1989, dal crollo del sistema sovietico, il processo di globalizzazione ha ricevuto una forte accelerazione. L’economia di mercato o capitalistica, propria dell’Occidente, si è vista aprire enormi spazi che prima le erano preclusi. 

Washington consensus

L’espressione Washington consensus è stata coniata nel 1989 dall’economista John Williamson per descrivere un insieme di 10 direttive di politica economica abbastanza specifiche che egli considerava come il pacchetto standard da destinare ai paesi in via di sviluppo che si fossero trovati in crisi economica. Queste direttive erano promosse da organizzazioni internazionali con sede a Washington D.C., come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, e anche dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti d’America. Tra le direttive del “pacchetto” standard, vi sono riforme nella stabilizzazione macroeconomica, l’apertura agli investimenti e alle attività commerciali, e l’espansione del mercato nell’economia del paese che avesse richiesto l’aiuto di una delle tre organizzazioni (FMI, BM e USDT).

Il consensus come inizialmente stilato da Williamson includeva 10 gruppi di suggerimenti in materia economica relativamente specifici:

  • Una politica fiscale molto disciplinata volta a evitare forti deficit fiscali rispetto al prodotto interno lordo
  • Il riaggiustamento della spesa pubblica verso interventi mirati: si raccomanda di limitare “i sussidi indiscriminati” e di favorire invece interventi a sostegno della crescita e delle fasce più deboli, come le spese per l’istruzione di base, per la sanità di base e per lo sviluppo di infrastrutture
  • Riforma del sistema tributario, volta all’allargamento della base fiscale e all’abbassamento dell’aliquota marginale
  • Tassi di interesse reali moderatamente positivi
  • Tassi di cambio della moneta locale determinati dal mercato
  • Liberalizzazione del commercio e delle importazioni
  • Apertura e liberalizzazione degli investimenti provenienti dall’estero
  • Privatizzazione delle aziende statali
  • Deregulation: abolizione delle regole che impediscono l’entrata nel mercato o che limitano la competitività, eccetto per quel che riguarda le condizioni di sicurezza, di tutela dell’ambiente e di tutela del consumatore e un discreto controllo delle istituzioni finanziarie
  • Tutela del diritto di proprietà privata

Capitalismo italiano o economia mista  

L’economia mista o capitalismo misto è un sistema economico che comprende aspetti e caratteristiche di più sistemi economici, combinando ad esempio elementi capitalistici con concetti legati a una maggiore presenza e influenza statale in ambito economico attraverso la politica economica. Dopo la seconda guerra mondiale, la maggior parte dei paesi occidentali, soprattutto quelli industrializzati, hanno accolto principi interventisti e si sono creati presupposti per un nuovo sistema economico. I compiti dello Stato sono diventati più numerosi ed esso ha assunto un ruolo guida nell’economia. Lo Stato ha adottato adeguati strumenti di politica economica a sostegno della produzione e dell’occupazione, impiegando in maniera opportuna la spesa pubblica. Alla dottrina del disimpegno è subentrata quella dell’intervento e lo Stato ha acquistato una fisionomia particolare, secondo le diverse realtà economico-sociali di ogni paese. L’Italia e la Francia, ad esempio, presentano alcune caratteristiche tipiche dell’economia mista, dove il settore economico non è più solo privato, ma presenta la convivenza tra le attività economiche svolte dai privati e quelle svolte dallo Stato:

  • i mezzi di produzione sono per lo più di proprietà privata, ma esistono anche imprese pubbliche
  • le imprese hanno la gestione della produzione, che però è condizionata dalle forze sociali e dagli interventi statali
  • lo Stato fornisce determinati servizi (difesa, giustizia, sanità, istruzione, trasporti)
  • lo Stato, per mezzo di organi particolari, svolge un intervento regolatore della vita economica per evitare le crisi economiche
  • le scelte economiche fondamentali delle imprese e delle famiglie sono libere
  • i prezzi sono definiti dal mercato a seconda della domanda e dell’offerta, ma lo Stato può intervenire per modificare i prezzi di certi beni (energia elettrica, gas, ecc.) per renderli più o meno accessibili alla popolazione
  • la gestione delle imprese è caratterizzata dal rispetto di norme stabilite dallo Stato a tutela dei lavoratori, della sicurezza degli impianti ed a tutela dell’ambiente

Public company

Una società ad azionariato diffuso (S.a.d.) (in inglese public company) è un’impresa che suddivide il proprio capitale sociale tra moltissimi azionisti. Quella delle società ad azionariato diffuso è una tipologia di impresa poco sviluppata in Europa (ad es. in Italia le società a proprietà diffusa sono il 17,7% sul totale), mentre negli Stati Uniti sono diffuse e spesso quotate in borsa. Nonostante in inglese sia presente l’aggettivo public (pubblico) le società ad azionariato diffuso sono società di diritto e proprietà privata. Per indicare quindi una società pubblica (quindi proprietà dello Stato o di un ente statale) si utilizza la locuzione government-owned. Le S.a.d., come già detto in precedenza, hanno una struttura polverizzata, infatti il capitale di rischio è suddiviso in modo tale da impedire ai soci di possedere un numero di azioni superiore ad una percentuale minima del totale (tipicamente dal 3 al 5%), questo comporta che non sia presente un gruppo di controllo tra gli azionisti, sarà invece il gruppo dirigente a prendere le decisioni. Perciò la società ad azionariato diffuso è un’impresa manageriale che delega la dirigenza a dei professionisti formati che non ne diventano i proprietari. Questa forma di società ha una grande capacità di attirare investimenti e risorse (grazie ad un’ottima gestione ed affluenza di capitale) ma manca di progettualità: gli azionisti vogliono guadagnare sul proprio investimento e nel caso in cui ciò non avvenga sono disposti a vendere le proprie azioni, facendo calare il prezzo e il capital gain. Per questo motivo la dirigenza, al fine di conservare il valore dell’azienda (e il proprio posto di lavoro) mantengono massimo il numero di azionisti remunerandoli anno per anno, ciò impedisce tuttavia di avviare progetti a lungo termine.

Nelle S.a.d. sono noti, nel mondo aziendale, gli scontri tra le due compagini:

  • da una parte la proprietà (l’azionista), interessata alla riscossione dei dividendi, ed in misura minore alla perpetuità dell’impresa, e responsabile delle strategie di fondo;
  • dall’altra la direzione, composta da professionisti del governo d’impresa, sicuramente intenzionato a rendere la società di cui è dipendente più importante, ma con scopi inevitabilmente personali (essere assunto da compagnie più grandi, stipendi maggiori, gratificazioni).

Un potenziale conflitto può manifestarsi, dunque, in sede di distribuzione del reddito d’esercizio: gli azionisti sono interessati a percepire per intero le quote di utili, l’alta direzione invece opterebbe per reinvestire tali capitali in autofinanziamento, al fine di potenziare la crescita d’impresa. Rimane sempre inoltre il rischio che il gruppo dirigente, il cui mandato è a termine, si presti a trame e giochi di altre compagnie, che in futuro li gratificheranno adeguatamente.

Golden share

L’espressione inglese golden share, in italiano azione d’oro, indica l’istituto giuridico, di origine britannica, in forza del quale uno Stato, durante e a seguito di un processo di privatizzazione (o vendita di parte del capitale) di un’impresa pubblica, si riserva poteri speciali che possono essere esercitati dal governo durante il processo medesimo. Fra questi poteri si segnalano quello di riservare allo Stato stesso un certo quantitativo azionario, nonché quello di nominare un proprio membro nel consiglio di amministrazione della società oggetto di privatizzazione che, a differenza degli altri componenti dell’organo di governo dell’impresa, goda di poteri più ampi. Tale istituto mira a tutelare l’interesse della collettività in quelle società che si occupano di settori di rilevante importanza detti anche public utilities. È prevista negli ordinamenti giuridici di diversi Paesi europei, introdotta tipicamente negli anni 1990 con l’avvio dei primi processi di privatizzazione delle aziende pubbliche. La Golden Share non prevede una percentuale minima del capitale sociale che lo Stato deve detenere in una società per poterla esercitare. La quota in mano pubblica può essere al limite ridotta a una sola azione, simbolica, e conferisce allo Stato un potere sulle scelte strategiche anche quando la privatizzazione è completata. Non è viceversa applicabile alle controllate e collegate che l’impresa pubblica deteneva prima e dopo la privatizzazione.

Capitalismo finanziario

Definizione coniata dallo studioso marxista di inizio Novecento R. Hilferding. Secondo Hilferding, la crescita delle grandi banche (avvenuta verso la fine del diciannovesimo secolo) ha segnato l’inizio di una nuova fase del capitalismo, in cui il potere economico è concentrato nelle mani di grandi istituzioni finanziarie. In tempi più recenti questa definizione è stata ripresa da più parti per indicare il tipo di capitalismo che caratterizza le società contemporanee: legato al mondo della finanza e della speculazione, viene spesso considerato una delle cause principali della crisi economica internazionale iniziata tra il 2007 e il 2008. Quando si parla di capitalismo finanziarioci si riferisce in particolare alla concentrazione di potere e risorse nelle mani di pochi imprenditori, che possiedono le imprese industriali più importanti e imponenti, nonché al capitale bancario controllato da un numero esiguo di grandi istituti di credito. In un contesto in cui i settori del capitale industriale, commerciale e bancario (un tempo divisi) sono posti sotto il controllo dell’alta finanza, le principali industrie e banche nazionali e internazionali sviluppano un carattere monopolistico che genera una graduale riduzione della libera concorrenza. Uno dei fenomeni più rilevanti generato dal capitalismo finanziario è quello delle holding, vale a dire le compagnie finanziarie che possiedono le azioni di un elevato numero di banche e di imprese industriali e commerciali e in tal modo ne controllano le attività e i profitti. Grazie al loro peso economico, le holding riescono anche a esercitare una pervasiva influenza sulle scelte politiche ed economiche degli Stati all’interno dei quali operano. Il capitalismo finanziario viene spesso contrapposto al capitalismo industriale o produttivo (votato alla produzione di beni fisici e servizi).

Capitalismo cinese o socialismo di mercato

Economia socialista di mercatoè il termine con cui Deng Xiaoping definì l’insieme di riforme economiche che portarono la Repubblica Popolare Cinese a privatizzare una consistente parte delle industrie di proprietà dello Stato, noto anche con la locuzione “socialismo di mercato”.

Questo socialismo adattato alle condizioni cinesi è parte dell’attuale ideologia ufficiale del Partito Comunista Cinese (PCC).La sua denominazione proviene da un discorso pronunciato da Deng Xiaoping durante il XII congresso del PCC, nel 1982, in cui esortò il PCC a “seguire il proprio percorso e costruire un socialismo con caratteristiche cinesi”. Questo tipo di socialismo si baserebbe sempre sui principi del socialismo scientifico, ma con un sistema economico che permetterebbe un’economia di mercato mista fra settori privati e pubblico, con la predominanza di quest’ultimo. Secondo Deng Xiaoping la coesistenza di industrie statali e private era il modello di sviluppo economico che la Cina avrebbe dovuto seguire per aprirsi con successo al mercato estero e anche per sanare la disastrosa situazione delle aziende statali, mantenendone il controllo da parte del partito. Deng sosteneva che creando concorrenza alle aziende pubbliche le si sarebbe rese più solide e che tutto ciò era fattibile senza compromettere il potere del PCC. I dirigenti cinesi sostengono che questo socialismo sia l’adattamento del socialismo e del marxismo alla realtà sociale ed economica cinese, e in quanto tale, nel suo aspetto teorico sia un processo dinamico in continua evoluzione, il risultato di trent’anni di riforme e implementazioni.La parziale svolta privatistica dell’economia cinese viene giustificata ideologicamente affermando che la Cina si trovi in una fase iniziale del socialismo, in cui deve sviluppare le sue forze produttive ed un’economia di mercato prima di poter passare definitivamente al modello socialista.

Mobilità

Per mobilità sociale si intende il passaggio di un individuo o di un gruppo da uno status sociale ad un altro, e il livello di flessibilità nella stratificazione di una società, il grado di difficoltà (o di facilità) con cui è possibile passare da uno strato ad un altro all’interno della stratificazione sociale ossia la pluralità dei gruppi sociali presenti all’interno della società con ruoli diversi e diverso accesso alle risorse. Sono stati alcuni grandi del pensiero liberale (Tocqueville, Stuart Mill e Pareto) a richiamare l’attenzione sull’importanza della mobilità economica e sociale, cioè sull’indipendenza del futuro di ciascuno dalle condizioni alla nascita e nei primi anni di vita. Quell’indipendenza rappresentava il segno del definitivo superamento dell’Ancien Régime, una garanzia di democrazia e di equità. La stessa efficienza economica ne avrebbe tratto beneficio perché, finalmente, chiunque fosse stato dotato di qualità avrebbe potuto dare alla società e all’economia un contributo appropriato a quelle qualità, anche se per sventura la sorte avesse scelto di assegnarlo a una famiglia svantaggiata. Il capitalismo e il mercato sono stati considerati come gli strumenti attraverso i quali questo progetto di mobilità sociale ed economica, giusta ed efficiente, potesse essere correttamente realizzato.

Capitale umano

Il capitale umano oggi riveste un ruolo centrale nello sviluppo del sistema economico di ogni paese. Con il termine capitale umano si intende l’insieme di conoscenze, competenze, abilità, emozioni, acquisite durante la vita da un individuo e finalizzate al raggiungimento di obiettivi sociali ed economici, singoli o collettivi. La formazione e crescita del capitale umano avviene tramite i processi educativi di un individuo che interessano:

  • l’ambiente familiare;
  • l’ambiente sociale;
  • la scolarità;
  • le esperienze di lavoro.

Per formare il capitale umano gli individui o le comunità sostengono dei costi – detti anche in economia costi di allevamento – di natura monetaria, come ad esempio la costruzione di scuole, o non monetaria, come il tempo che i genitori dedicano ai propri figli (altruismo sociale). Questi costi costituiscono degli investimenti che una comunità o un paese realizza per il proprio futuro ai fini del miglioramento delle condizioni di vita in una logica che dovrebbe essere di economia sostenibile. Fenomeni come l’emigrazione e conseguente fuga dei cervelli, la non valorizzazione dei talenti o l’insufficiente spesa pubblica per la scuola, costituiscono alcuni esempi di impoverimento del capitale umano con conseguenze sullo sviluppo economico di un territorio. Il capitale umano è alla base del sistema delle relazioni interpersonali, formali ed informali, che generano il capitale sociale di una comunità, di un territorio, di un paese. Il capitale umano è stato paragonato ad un investimento in un bene, che produce un certo rendimento. A tale proposito si è parlato di Rendimento Implicito o di Tasso Interno di Rendimento, indicatore che viene utilizzato dagli economisti per indicare in quale misura un anno di istruzione in più aumenta i benefici netti individuali. Si tratta di un parametro che rappresenta il risultato di un investimento e che ad esempio, in questo contesto del capitale umano, può valutare il differenziale salariale tra persone che hanno un diverso livello di istruzione o la diversa probabilità di occupazione, derivante sempre da titoli di studio differenti.


Franco Bernabè è presidente di Cellnex, il più importante operatore indipendente europeo di infrastrutture di telecomunicazioni mobili. È stato amministratore delegato di Eni e Telecom Italia. Ha svolto attività imprenditoriale in proprio attraverso FB Group (holding di partecipazioni e management company di un gruppo attivo nel settore della consulenza strategica, dell’ICT e delle energie rinnovabili. In particolare, si è dedicato al settore delle telecomunicazioni come fondatore di Andala H3G). Ha presieduto negli anni più recenti importanti società, tra cui Nexi, ed è stato a lungo consigliere d’amministrazione indipendente di Petrochina, la principale società petrolifera cinese. È stato vice presidente di Rothschild Europe, dove ha contribuito alla realizzazione di numerose importanti operazioni di M&A a livello europeo. Ha iniziato la sua carriera nel dipartimento di Economia e Statistica dell’OCSE a Parigi, successivamente è passato in FIAT come Chief Economist. È stato presidente della Biennale di Venezia. Nella sua carriera è importante la figura dell’ex ministro Franco Reviglio, di cui è stato collaboratore, diventando così noto come membro del gruppo dei “Reviglio boys”. Franco Bernabè si è laureato in scienze politiche con lode e dignità di stampa (curriculum economico) presso l’Università degli Studi di Torino. È è stato professore incaricato di politica economica presso la Scuola di amministrazione industriale dell’Università di Torino. Ha pubblicato Libertà Vigilata. Privacy, sicurezza e mercato della rete (2012).

Vincenzo Sabatino è componente del consiglio direttivo dei Circoli Dossetti dove si occupa di economia. È presidente e co-fondatore di Catalyst (Centro di ricerca economico e sociale), specializzato nella costruzione di modelli economici innovativi nel campo del finanziamento delle infrastrutture (Sistema di finanziamento di Entità Infrastrutturali) e nuove procedure di pagamento (Balanced Money Market). Da qualche anno è co-fondatore di un nuovo programma scientifico sulla Complessità in fase di avanzamento. Lavora all’Alta Scuola in Media, Comunicazione e Spettacolo (ALMED) dell’Università Cattolica di Milano. È un esperto di media: televisione, internet tv e cinema, tiene lezioni su queste materie ai corsi master dell’ALMED in qualità di docente a contratto. Coordina, per la parte di competenza dell’Università Cattolica, il progetto di ricerca operativa sui big data del gruppo Mediaset (Infinity e Mediaset Play). Fa parte del network MyDraco (acceleratore di imprese digitali). È stato a lungo un consulente di direzione aziendale e family consultant (Famiglia Garrone). Ha lavorato come manager per un medio gruppo di comunicazione milanese. Ha collaborato con la sede di Milano dell’UNICEF Italia. È co-fondatore di una rivista scientifica: www.ladirezione.it. Da poco consigliere della Fondazione Vittorino Colombo ha avviato un progetto per gestire secondo il metodo della proculturalità le relazioni internazionali tra l’Italia e la Cina. Si è laureato in scienze politiche, indirizzo economico internazionale, presso l’Università degli Studi di Milano.


File audio da scaricare (clicca sul link)

1 – Luca Caputo presenta la lezione – 5:17
2 – Vincenzo Sabatino introduce Franco Bernabè – 11:35
3 – Relazione di Franco Bernabè, prima parte – 41:02
4 – Considerazioni di Luca Caputo e Vincenzo Sabatino – 3:20
5 – Relazione di Franco Bernabè, seconda parte – 8:41
6 – Domande dei partecipanti alla lezione – 9:12
7 – Risposte di Franco Bernabè – 10:06
8 – Domanda con successiva risposta di Franco Bernabè – 7:16
9 – Domande dei partecipanti alla lezione – 4:50
10 – Risposte di Franco Bernabè – 5:38
11 – Chiusura della lezione – 1:38

Permalink link a questo articolo: http://www.circolidossetti.it/il-capitalismo-all-epoca-della-pandemia-franco-bernabe-a-conti-fatti/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.