Il popolarismo oggi possibile

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Ricognizione sulla fase

Mi concedo al vezzo corrente della retorica spicciola, quella cioè che vuole il racconto di una barzelletta caratterizzato da due notizie, quella buona e quella cattiva. Incomincio da quella cattiva: il popolarismo è morto. Ed ecco subito la buona notizia: il popolarismo è morto di parto. Vuol dire che è alle nostre spalle l’interrogativo a suo modo crociano di cosa sia vivo e che cosa sia morto nel popolarismo. La domanda da farsi è su quanti figli abbia disseminato in giro.

Prima questione. Per avere e rilanciare un popolarismo possibile dobbiamo sopportare e leggere questo disordine (universale). La cosa è assai più coinvolgente di quanto non appaia a prima vista. Dobbiamo cioè metterci a nudo, a dispetto della stagione. “Come fanno i bambini quando imparano. Come Gesù, che si fa toccare da Tommaso per essere creduto risorto in carne e ossa.”[1]

Seconda questione. Il mutamento è davvero grande e attraversa tutta questa politica come una lama. Come già scriveva David Bidussa nel novembre del 2001: “ Prima si era dentro e rispetto a qualcosa, questo qualcosa non c’è più … La storia ha diviso anche noi, che siamo tutti in trincea, ma ciascuno nella sua…”[2] Insufficienza dunque della politica. Insufficienza di questa politica. Insufficienza della politica come categoria stessa di fondazione e interpretazione dello stare al mondo degli esseri umani. Non è davvero poca cosa. Il termine “crisi” è troppo debole. Il termine “transizione” si è fatto col tempo debolissimo. Per queste ragioni non riusciamo più a comunicare la politica e la nostra politica. Perché le parole con cui diamo il nome alle cose che capitano non si fanno più capire, “un po’ perché sono insufficienti, un po’ perché sono scollate dalle cose stesse, come se camminassero in parallelo, parole quindi che non bastano più, oppure bastano solo a se stesse.”[3] Così abbiamo pensato di riempire i nostri testi e il nostro linguaggio del termine “post”. Post? Sì, postutto. Reduci? Sì, ma tutti e da un intero mondo.

Una sorta di azzeramento della storia, così come dell’antropologia, dei linguaggi… della stessa geografia. “Siamo infatti immersi in una globalizzazione che non è solo nello spazio, ma anche nel tempo. Medio Evo e modernità in contemporanea, tutto si presenta ai nostri occhi, a New York come a Calcutta, in una confusione di spazio e di tempo che, se non sappiamo leggerla, ci allarma e ci disorienta nelle nostre certezze.”[4]

Sono anche mutati i “segni dei tempi” che l’enciclica giovannea “Pacem in terris” ci aveva consegnato durante i lavori del Concilio Ecumenico Vaticano II e in una stagione caratterizzata dai grandi soggetti collettivi e dai loro movimenti. Ricordiamoli: il riscatto dei lavoratori, il movimento delle donne, il raggiungimento della dignità statuale da parte dei popoli del cosiddetto terzo mondo. Quasi non se ne trova più traccia. L’attuale non è una stagione di movimenti, ma di semplici mobilitazioni. Così nasce la depressione dei soggetti collettivi. Una depressione che ricade tutta sulla politica.

Non basta ripetere come un mantra la parola “innovazione”. Non bastano le ingegnerie organizzative. Non ci aiuta un leghismo culturale di ritorno. Umberto Bossi ha un’idea di Nord sicuramente fondata. Un’idea pericolosa, rozza, perfino nazista, da Blut und Erde. Si è inventato le processioni lungo il Po, a metà strada tra Hollywood e l’osteria. Si è inventato i celti e la loro mitologia come progenitori. Si può discutere sulla rozzezza e l’opportunismo dell’operazione, ma è sicuramente evidente lo sforzo di costruire un universo culturale nel quale collocare l’utopia e il programma politico leghista. A Umberto Bossi è riuscito quello che non è riuscito a fare l’assai più dotto francese Alain de Benoist. I nostri sindaci sono mossi invece da una sincera preoccupazione per gli interessi del Nord. Ma una cultura politica non organizza soltanto interessi, e a costruire un partito, sia pure federale, gli interessi non sono sufficienti.

Eppure. Eppure penso che il partito democratico sia una necessità della storia e della politica del nostro Paese. Che però si é incominciato con una falsa partenza. Sappiamo quel che avviene nell’atletica leggera quando accade una falsa partenza. Lo starter rimanda ai blocchi e si ricomincia. C’è certamente tra di noi chi coltiva il dubbio che i corridori della falsa partenza siano i più adatti a vincere la gara. Forse addirittura si preferirebbe cambiare lo starter… Ma qui stiamo, e la necessità rimane. Resta necessità storica anche nelle sue sporgenze utopiche. È l’esigenza che le antiche culture politiche del Paese (antiche, non vecchie) sappiano finalmente incontrarsi e dare luogo a un processo di meticciato. Questa parola, “metticiato”, non è mia. L’ho presa dal lessico del patriarca di Venezia Angelo Scola, e ne ho fatto una bandiera anche politica.

La profezia di De Luca

Incontro e meticciato delle culture politiche sono possibili, e non da ieri. Lo pensava già un grande erudito curiale, non certo in odore di progressismo, Don Giuseppe De Luca, quando esprimeva la convinzione che la cultura laica e la cultura religiosa possono andare assieme sulla stessa barca. Figurarsi il popolarismo, che fin dall’inizio, nel pensiero del prete calatino, faceva dell’approccio laico ai problemi e della ispirazione religiosa una coppia moderna e sponsale. Dunque, dopo l’Ulivo, la barca, anche perché credo ci sia grande consenso intorno alla circostanza che nella fase storica presente stiamo andando abbondantemente in barca… A me pare addirittura che attualmente le due culture non solo possano, ma debbano andare insieme. Addirittura, in molti casi, le due culture si sono già intrecciate fra loro in maniera tale che è molto difficile distinguerle, attraverso contaminazioni che in altri tempi sarebbero state giudicate fortemente indecenti. Si aggiungano gli apporti del femminismo e quelli di una ricerca scientifica alla quale la politica non può più evitare di dare qualche forma anche istituzionale. Insomma, siamo messi davanti all’esigenza di pensare il popolarismo in dimensione nuova, a dimensione europea e globale. Osservazione che ci fa capire che la insufficienza della politica riguarda soprattutto questa politica e la nostra politica. Infatti la politica stessa, così come l’abbiamo conosciuta, quella dei diritti, della democrazia progressiva, eccetera, appare compiuta, “e quindi in questo passaggio di millennio ci troviamo, per lo meno noi della nostra generazione, come inerti di fronte a una sorta di fase primordiale, una sorta di nuova preistoria per una nuova, e completamente altra, storia.”[5] Per questo la necessità permane. Per questo è necessario ri-partire.

Tutto ciò comporta un atteggiamento. L’atteggiamento di chi intende cambiare le cose e non limitarsi a descriverle. Per gestire l’esistente ce n’è d’avanzo di Berlusconi. L’inquilino attuale di Palazzo Chigi non è un virus. Più semplicemente si presenta e celebra come l’incarnazione dello spirito del tempo. Berlusconi appare agli italiani il più adatto a gestire l’esistente. Non ha neppure bisogno di leggerlo: lo interpreta di pancia. Lui è fatto così.

Rivado spesso con il pensiero a un viaggio che gli esperti del turismo chiamano educational. Vi erano nella compagnia molti manager di grandi imprese. L’ultima sera venne organizzata una festa. Secondo l’abitudine, e secondo l’esempio di un sindaco milanese che apparteneva alla categoria, i manager in viaggio turistico si misero in mutande. Alcuni, per rendere più evidente ed abbondante il corredo naturale, infilarono fazzoletti e quant’altro negli slip. Appunto, grandi coglioni… Sono gli esiti, in questo caso niente affatto preoccupanti, di una cultura che galleggia sulle cose, le governa, se ci riesce, si lascia trascinare dall’onda, la segue e la insegue, non trova il tempo per un approfondimento e tanto meno per una critica eversiva. Impiega il tempo a scorrere flashes d’agenzia e a rilasciare interviste prima d’averci pensato. Non può essere il nostro punto di vista. Un partito che a qualche titolo si dice riformatore deve assumere una prospettiva critica per risultare creativo e costruttivo. Va detto che si tratta di ben altra cosa rispetto al giovanilismo corrente. Di ben altra cosa anche rispetto a un certo conformismo critico altrettanto corrente. Il conformista di oggi infatti mi sembra proprio “colui che critica tutto e tutti, e poi critica e di nuovo critica… trastullandosi, nei salotti o nei talk show, sulle rovine e con le catastrofi…”[6] Eterna adolescenza del parlare, del proporsi, dell’apparire politici. Anche in questo senso condizione giovanile e condizione occidentale appaiono da noi fortemente intrecciate, in un atteggiamento che non fa pensare però a una situazione di crescita, probabilmente lo era ancora un decennio fa, ma che oggi appare purtroppo come un intreccio più vicino alla cancrena. Mi spiego con meno pathos. Torno con la memoria ad aprile, che anche per il PD è risultato il più crudele dei mesi. Ripenso alle liste elettorali. Ai miei inutili colloqui notturni. Alle interminabili e inconcludenti telefonate. Il ceto politico in carica s’era inventato la metempsicosi burocratica: nel senso che la logica e l’anima del funzionariato passava da volti e corpi di stagionati funzionari o notabili a volti e corpi di giovani funzionari. Non era un premio all’intelligenza. Nessun meticciato con l’induismo. La continuità esige sicurezza e controllo, attenta selezione. Con un esito esiziale: se il vecchio funzionario o notabile prima o poi toglierà il disturbo per volere dell’Altissimo, il giovane funzionario o notabile, scelto perché già vecchio, ce lo godiamo per mezzo secolo…

La politica nel tempo dei kamikaze

Che fare? Perché dire? Che cosa dire? A chi dire? Utopia e profezia potrebbero dare una mano. Ricordando che oggi si è profeti giocandoci tutti i rischi di perdere l’accumulato. Una politica cioè che rimetta in campo le idee, perché per fare un partito, insieme a tante altre cose, ci vuole almeno un’idea, e che rimetta in gioco la vita. Parto perciò da un interrogativo tragico e provocatorio insieme: che vuol dire fare politica nel tempo dei kamikaze? Perché ho evocato la figura tragica del kamikaze? Si tratta di un martire, oppure si tratta di un eroe della politica, campione del presente? Sono religione o sono politica i kamikaze? E ad essi ci si oppone con altra religione o con altra politica?

La lezione che a mio giudizio ne viene è che nella fase presente a una testimonianza si debba opporre un’altra testimonianza, che però ugualmente mette in gioco la vita, non soltanto i propri ragionamenti. Gli intellettuali continuano ad essere necessari e il loro compito non è cambiato: pensare, pensare, pensare. Non si corre in alcun caso il rischio di risultare troppo intelligenti.

Quel che voglio dire è che il popolarismo si legittima nel nostro presente e apre una via di futuro se riparte come pratica e come testimonianza, da quelli che Achille Ardigò chiamava i “mondi vitali”. Sento spesso lamentare all’interno del partito democratico, sul territorio, l’assenza di luoghi di discussione. Mancano i luoghi di discussione perché mancano anzitutto i luoghi di esperienza. Le vecchie sezioni di partito, di tutti i partiti, di quelli di sinistra e di quelli di centro, sorgevano in mezzo ai quartieri, avevano accanto i gruppi di fabbrica: insomma la quotidianità della politica, la pratica quotidiana della politica poteva essere interpretata dall’ideologia e dalla cultura politica.

Non amo i nostalgici. Dovrebbero utilmente dedicarsi al romanzo o al giardinaggio. So per certo che il popolarismo è stato anzitutto un comportamento, e soltanto in seguito una strategia. Meglio, una serie di comportamenti sublimati da Sturzo prima in strategia e poi in partito. E’ la stessa logica che presiede, secondo De Gasperi, alla dottrina sociale della Chiesa.

Esce negli anni trenta un libretto dal titolo I tempi e gli uomini che prepararono la “Rerum Novarum”. Il testo era firmato da tal Mario Zanatta. E soltanto dopo la guerra tutti abbiamo scoperto che dietro lo pseudonimo si nascondeva Alcide De Gasperi, allora esule presso la Biblioteca Vaticana. In quelle poche pagine si ricostruiscono le esperienze di contadini, operai, cooperatori, artigiani e imprenditori riflettendo sulle quali il papa Leone XIII, vero genio tomistico, compilò poi l’enciclica. E una volta pubblicata, di nuovo, a prendere le mosse da essa, nuove esperienze di lavoratori e imprenditori furono possibili, come a dire che la dottrina sociale della Chiesa rappresenta, in bella copia, la coscienza di un popolo di Dio che attraversa le trasformazioni della storia e ne indica il senso e il filo a partire dalla Scrittura e da un’etica cristianamente ispirata.

Erano in minoranza i popolari, anzitutto nel mondo cattolico. Ma non coltivarono mai idee minoritarie. Proposero come bene comune il bene degli italiani, non la difesa degli interessi cattolici. Gramsci, al quale scappò detto che il Partito Popolare doveva considerarsi “il fatto più grande della storia italiana, dopo il Risorgimento”[7], elaborò bensì per la propria parte l’idea di egemonia, ma essa fu di fatto praticata dai popolari prima e dai democristiani successivamente. Per questo la crisi del popolarismo deve far pensare, dal momento che esso si pone storicamente nel nostro Paese come lo chassis di tutte le culture politiche. Non a caso la caduta della Democrazia Cristiana conseguente a tangentopoli coinvolse tutti, perché la Democrazia Cristiana rappresentava l’architrave della vita politica e istituzionale del Paese. Ed è venuto giù tutto allora; e non ha ancora smesso di cadere.

Qui va colta l’occasione del partito democratico. E ripeto che uso il termine “occasione” come lo usava Giuseppe Dossetti, ben sapendo che la qualifica di dossettiano risulta un insulto nella politica attuale. Non basta farsi capire dalla gente. Non basta stare tra la gente: anche Berlusconi scendeva in campo…, con le scarpe da tennis, dall’elicottero. Non dobbiamo ridurre il problema a un problema di comunicazione. Si tratta di condividere la vita della gente. O la politica risolve i problemi concreti, o tanto vale leggere i fumetti. E questa è l’occasione del popolarismo perché il popolarismo fu anzitutto esperienza.

Ho passato un paio di decenni a predicare che Sturzo prima fece le cooperative e poi il Partito Popolare. E che ancora da grande leader nazionale continuava ad occuparsi della latteria di Caltagirone, del bosco di San Pietro, della cartiera. In questo senso leggo il popolarismo anzitutto come esperienza. La sua capacità di condurre perfino gli intransigenti del Lombardo-Veneto sul terreno della critica pratica allo Stato unitario, calato dall’alto con le baionette dei piemontesi, derivava da questa abitudine di aderire alle forme organizzative del mondo cattolico e di interpretarle politicamente dandogli appunto forma e destino politico: é questo del resto il messaggio continuamente ripetuto alla Costituente dal giovanissimo giurista meridionale Aldo Moro.

La grande fuga

Accanto a un problema di idee, un problema di personale politico. Chiamatelo pure un problema antropologico. Di antropologia politica. Ho scritto con una qualche ironia che per capire il ceto politico in carica, quello che occupa i seggi di un parlamento nominato e non più eletto, non si tratta di studiare né Mosca né Pareto né Michels: basta leggere L’anello di re Salomone di Konrad Lorenz. Politici che intendono anzitutto presidiare un territorio, attenti a non lasciare insidiare la propria leadership. Con quel parassitismo, stigmatizzato da Salvatore Natoli, per il quale si preferisce talvolta un territorio più piccolo perché più controllabile… Così un partito non cresce.

Credo infatti che il personale politico del nuovo partito, anzi, del partito che voleva essere nuovo, debba risultare necessariamente composto da una quota di personale politico che discende dalla dorsale organizzativa dei partiti storici di questo Paese, alla quale si debba giungere la quota di quanti vengono dalle professioni, e dalle nuove professioni in particolare, alla quale ancora sarà bene aggiungere quanti sono cresciuti, all’interno dell’associazionismo e del volontariato, nelle nuove tecniche e nei nuovi saperi che connotano il territorio. Le cose non sono andate così con le liste d’aprile, e ne portiamo tuttora le cicatrici e le pesanti conseguenze.

Ricominciare. Ri-cominciare vuol dire anzitutto credere che le culture possano e debbano mischiarsi. Il meticciato non è una brillante metafora né tantomeno un capriccio culturale. E’ esigito dalla presente fase storica. Nessun militante, sotto nessuna gloriosa bandiera, è più in grado di vivere dell’ideologia che gli sta alle spalle. Perché si è consumata negli ultimi anni. Perché si è fatta lisa, è sparita. “Quella” ideologia; non le nuove che dolcemente ci addormentano e catturano…

Per questo tutte le forme di nostalgia e di ritorno al passato non sono che manifestazioni di velleità e di impotenza. L’ispirazione cristiana in particolare è chiamata ad uscire dagli antichi recinti, anche perché gli antichi recinti sono da tempo diroccati. Sembra incredibile, ma anziché proporre e favorire il confronto delle culture, si è dato lo spettacolo reale di personaggi in fuga dalle rispettive culture e dalle radici della propria storia. Così non si meticcia nulla, perché tutti sappiamo che un meticcio è frutto dell’incontro, intimo e passionale, e magari prolungato e magari stabilizzato in matrimonio, di due esseri di razza diversa:una donna bianca e un uomo nero, una donna nera e un uomo bianco. Splendide meticcie abitano la terra… Così non è accaduto. Le culture si sono date appuntamento nei vuoti rispettivi. Un vuoto conseguente alla fuga dalle radici. Davvero “nudi alla meta”. E la somma e il matrimonio di due vuoti danno vuoto soltanto. Magari un vuoto spinto.

Figlio di tanto vuoto è un contrattualismo spicciolo, che sostituisce al dibattito e all’incontro tra le culture, che misurano insieme reciproche vicinanze e distanze, la contrattazione dei posti che dovrebbero rappresentare e garantire quelle culture politiche che proprio questa contrattazione si incarica di estinguere. La pace dei sensi è il contrario della politica, che invece ha bisogno di incontro, di scontro, di dibattito, di ricerca. Sturzo, il prete meridionale che fuggiva dalle utopie, che raccomandava alla politica “temperata” di non promettere salvezza e forse neppure felicità, si è spinto più volte a fare l’apologia del conflitto, raccomandando soprattutto ai credenti di non confondere conflitto con violenza. (E infatti fu il primo e l’unico a riflettere, nell’esilio di Londra, sull’obiezione di coscienza.)

Nella generale confusione è così accaduto che solerti becchini fossero scambiati per levatrici. Risultato? Un contrattualismo deprimente perché frutto non della malvagità della natura umana, ma della disperazione rispetto ad un orizzonte di cultura politica in grado di suscitare la generosità delle forze e lo scatto delle menti. Qui stiamo, e da qui è necessario muoverci al più presto.

Per tutte queste ragioni, che per soprammercato si collocano all’interno di una crisi economica, finanziaria, e soprattutto sociale, dalla quale tutti dicono che usciremo diversi da come siamo entrati, senza che nessuno sappia dire ancora come ne usciremo, l’occasione del partito democratico non può e non deve essere lasciata cadere.

L’anniversario odierno, i novant’anni dall’appello Ai liberi e forti lanciato dalla sala della Minerva in Roma, non può essere ridotto a mera commemorazione. Niente viali delle rimembranze. Niente Redipuglia. Anzi, si tratta di andare a scovare le molteplici presenze che la cultura cattolico democratica e popolare ha disseminato nel nostro Paese, e non in esso soltanto. Detto con un linguaggio blandamente teologico, il popolarismo non è una ortodossia, ma un’ortoprassi. Questo il dovere dell’ora, e il compito di quest’oggi, complesso ma non chiuso.

I temi del ritorno[8]

Le ragioni

Si intendono a questo punto le ragioni del ritorno a Sturzo. Una sorta di corsa all’eredità che non meraviglia: Sturzo è il fondatore della forma partito nell’esperienza politica dei cattolici italiani e quindi rappresenta una sorta di mito delle origini. E, si sa, chi si appropria del padre, si appropria anche della discendenza. I motivi per rifare i conti con il popolarismo sono dunque evidenti e non poco urgenti. Riguardano da vicino non soltanto le forme della politica, ma anche la presenza e le tentazioni del sociale. La crisi della politica, la degenerazione del sistema dei partiti hanno evidenziato infatti una tentazione costante dei movimenti cattolici del nostro Paese: all’effimero della politica si contrappone la durata del sociale. Si assiste insomma in alcuni casi al crollo della cultura delle regole del conflitto, al rischio di una presenza sociale e politica dei cattolici come appartenenza e come corporazione. Il popolarismo è invece l’esatto opposto di tutto questo. Il “ritorno a Sturzo” diventa quindi un passaggio fondamentale per il recupero di una cultura politica alta dello Stato, dell’amministrazione e delle regole.

Il discorso di Caltagirone

Se l’appello Ai liberi e forti è il punto di riferimento, la miniera delle idee sturziane va piuttosto cercata nel famoso discorso di Caltagirone. Ancora nel 1957 Luigi Sturzo confessava a De Rosa: “Giudico quel discorso come la cosa migliore di tutti i miei scritti. Per 14 anni, fino alla fondazione del Partito Popolare, non ho fatto altro che seguire la linea politica lì tracciata, non ho fatto altro che lavorare per applicarla.” Infatti dietro il discorso di Caltagirone ci sono due esperienze decisive di Luigi Sturzo: il movimento della democrazia cristiana di Murri e l’infaticabile opera di amministratore locale. Diceva nel discorso del 24 dicembre del 1905 nella sua città: “E’penetrato il concetto ormai generale che i cattolici più che appartarsi in forme proprie, sentano con tutti gli altri partiti moderni, la vita nelle sue svariate forme, per assimilarle e trasformarle; e il moderno più che sfiducia e ripulsa, desta il bisogno della critica, del contatto, della riforma”.

Sturzo non solo cioè prende le distanze dalle aspettative di tanta parte del mondo liberale, certo di trovare un alleato “naturale” nel conservatorismo cattolico; ma la distanza è anche dentro il mondo cattolico. Diceva ancora in quell’occasione: i beghini dell’armonia e dell’unione dei cattolici tendono a sopprimere la vita perché vogliono sopprimere, cosa impossibile, la discussione…

Secondo il prete calatino la dimensione della libertà e della giustizia devono essere liberate dalle rispettive camicie di forza di liberalismo e socialismo. Questo il compito dei cattolici impegnati che, per realizzarlo, devono però far propria la dimensione della lotta.

Il ruolo della religione cattolica

Grande attenzione alla religione cattolica. L’invenzione infatti del partito popolare come strumento laico di lotta politica ha alle sue spalle l’intreccio profondo e interiore di religione democrazia. Perché? Il progetto di Sturzo è laico,ma grande è la sua attenzione alla religione cristiana. Perché il cristianesimo introduce nella storia dell’Europa moderna una distinzione incolmabile tra società e Stato. La introduce nella sua forma storica e concreta, nel suo esser religione organizzata, nel suo consistere come Chiesa Cattolica. La chiesa infatti nel suo “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”, nella incessante rivendicazione della sua autonomia diventa figura della stessa autonomia della società. La Chiesa non solo come istituzione, ma anche come formidabile agenzia etica, come straordinaria promotrice di aggregazioni, nella sua dimensione di pietà sociale che si dispiega nelle molteplici forme di solidarietà… Questo lo zoccolo culturale e l’ispirazione del Partito Popolare.

Partito e parte

L’aconfessionalità del partito non vuole che in alcun modo esprimere la neutralizzazione del conflitto ideologico, né tanto meno lo smarrimento della sua profonda ispirazione cristiana, è piuttosto il modo in cui, nella libertà dei moderni, nella dispiegata accettazione del suo conflitto, si inserisce l’ispirazione religiosa.

Coessenziale all’essere partito è l’essere parte. Sturzo chiarisce di non proporsi di realizzare l’unità politica dei cattolici. “La mia fu soltanto una corrente di cattolici che fondò un partito nel quale potevo mobilitare anche non cattolici.” C’è dunque in Luigi Sturzo un profondo legame tra confessionalità del partito e la sua natura di parte; non si intende l’una se non si capisce l’altra. Struzzo è notoriamente chiarissimo: “Il cattolicesimo è religione, è un’universalità; il partito è politica, divisione.” Questa l’affermazione al congresso di Bologna.

Dovrebbe oramai essere nota la posizione del prete calatino intorno al partito di centro. Sturzo osservava che ad un conflitto al centro si sostituisce una occupazione del centro attraverso la figura del partito istituzione, del partito amministrazione, del partito ministeriale. E osservava che questo fenomeno è conosciuto anche con il nome di trasformismo. Soln le medesime considerazioni che molti decenni dopo farà Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano, intorno alla occupazione dello Stato da parte dei partiti politici. Il partito di centro suppone una realtà eminentemente dinamica, tesa a sgomberare il centro dello Stato, a proporre una nuova visione della unità nazionale. La lotta politica dovrebbe avvenire, per Sturzo, tra partiti di centro, programmaticamente alternativi.

Il popolo per Sturzo, dice Traniello, non è un indistinto sentimentale; è invece un insieme organico di gruppi sociali, ben individuati in ragione della loro collocazione nei rapporti di produzione.

La società civile

L’altro elemento cardine del programma popolare e la difesa e la valorizzazione della società civile, che presto orso non era un ammasso di individui isolati ma un complesso dinamico di autonomie.

Per questo nel programma popolare la dimensione della sussidiarietà prende la figura politica forte dell’autonomia. I compiti che può svolgere la società, che deve svolgere la società, non devono essere usurpati dallo Stato. La cultura popolare è una cultura che vive di autonomie e a queste autonomie si indirizza, sempre a cavallo tra società civile e Stato.

È in questo contesto che si introduce, terzo elemento, il discorso delle amministrazioni locali. C’è dietro, trasparentemente, tutta la elaborazione della dottrina sociale della Chiesa sui “corpi intermedi”. C’è dietro la lunga esperienza di Luigi Sturzo in quanto amministratore di Caltagirone. L’aver vissuto nella pratica e nella teoria l’impegno politico nelle amministrazioni locali portava Sturzo ad avere uno sguardo completamente nuovo sui problemi della vita nazionale. Stava insomma a lui, siciliano, a riprendere e riproporre in termini originalissimi la grande lezione di Carlo Cattaneo, quella che per prima aveva legato la dimensione della libertà alla valorizzazione della vita municipale. Quella che poi si era allargata a tutto l’orizzonte europeo. Per questo Luigi Sturzo meritò l’appellativo di Cattaneo in Sicilia.

Le autonomie

Il tema delle autonomie locali, avverte Sturzo, non può essere posto nei termini nei quali veniva discusso nel 1860 da Cavour e da Minghetti; per il fatto che le funzioni e la natura stessa dello Stato si sono tanto sviluppate ed ampliate, quanto è mutata, attraverso leggi e abitudini, la situazione e organizzazione locale. Vale forse la pena ricordare a questo punto che la grande tradizione e cultura federalista del nostro Paese è soprattutto meridionale: da Lussu, a Dorso, a Salvemini, a Sturzo medesimo. Bossi forse non lo sa, ma le cose stanno esattamente così, ed è ancora una volta a partire da questo gioco di autonomie che Sturzo propone quello che chiama il “nuovo organamento dello Stato” e, all’interno di questo, una nuova visione della questione politica del Mezzogiorno italiano. Scrive De Rosa: “L’errore più grave delle classi dirigenti susseguitisi al potere dal 1860 al 1915 fu per Sturzo quello di aver guardato al Mezzogiorno come a una colonia economica o come campo di sfruttamento politico o come regione povera e frusta, alla quale lo Stato fa la concessione di una particolare benevolenza.”

Intuizione e programma

Richiamati rapidamente questi capisaldi, vale la pena di osservare conclusivamente che l’intuizione sturziana della laicità della politica, la sua intuizione del partito, il programma “sovversivo” del popolarismo interrogano ancora la realtà del nostro Paese. Quanto più Sturzo interpreta genialmente il suo tempo, più ci appare aperto al nostro. Il popolarismo ci si presenta come una grande lezione politica e una scommessa, ancora oggi, per i destini della nostra democrazia.

[1] Rosetta Stella, Sopportare il disordine, Marietti 1820, Genova, 2005, p. 55.

[2] Ibidem, p. 53.

[3] Ibidem, p. 55.

[4] Ibidem, p. 54.

[5] Ibidem, p.55.

[6] Ibidem, p.56.

[7] Giorgio Campanini e Nicola Antonetti, Luigi Sturzo. Il pensiero politico, Città Nuova, Roma, 1979, p.67.

[8] Le note schematiche che seguono, ed ovviamente le citazioni, sono tratte dal saggio di Pino Trotta, Attualità del popolarismo, in Giovanni Bianchi, Rigore e Popolarismo, CENS, Milano, 1992, pp. 135-176.

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