Il Quirinale di Mattarella

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Giovanni Bianchi

Sergio Mattarella al Quirinale si è presentato con una laconicità sorprendente per gli italiani abituati alla logorrea dei talkshow e della politica troppo parlata. Non solo parco di parole, ma addirittura più che tacitiano nel chiacchiericcio assordante dei populismi trionfanti. La sua prima dichiarazione – ripetuta come un mantra dai media – non supera infatti le dimensioni di una riga. Nell’epoca della comunicazione e dei segni questo segno ha subito fatto la differenza. D’un colpo solo il politico siciliano ha neutralizzato il restante gossip politico (che continuerà), da destra a sinistra passando per il centro.

In una fase storica che già nel 1963 la Harendt definiva di “piazzisti”, Sergio Mattarella produce una differenza di stile, di audience e soprattutto riconsegna alla politica una compostezza e una sobrietà dimenticate. Mai come in questo caso lo stile è la persona, e, detto con un linguaggio ostentatamente aulico, lo stile è addirittura la magistratura.

Mattarella, il politico democristiano che ha visto spirare tra le braccia il fratello Piersanti, presidente della Regione siciliana, nella tarda mattinata dell’Epifania del 1980, si distingue dunque per un riserbo che può parere il tratto più eloquente di uno stile politico.

Credo sia impresa disperata andare a caccia nelle teche Rai di una sua partecipazione a qualche talkshow. Ricerche accurate condotte con acribia da giornalisti che hanno la passione per la documentazione hanno stabilito che Sergio Mattarella ha rilasciato una sola dichiarazione negli ultimi sette anni. Dunque anche sul colle più alto della politica italiana si è cambiato verso e girato pagina.

Per questo la laconicità mattarelliana è già un messaggio.

E il bello e il positivo è che si tratta di un messaggio tranquillizzante per il Paese, frastornato da troppe notizie che dicono l’interminabilità della crisi e insieme da annunci uguali e contrari che pronosticano ogni settimana un’uscita dietro l’angolo. Dopo gli urlatori ed i comunicatori, ecco un servitore dello Stato (che non a caso viene dalla medesima isola di Falcone e Borsellino) che ricorda che la politica non è soltanto messaggio e scoop.

Chi ne ha ripercorso la carriera s’è imbattuto nell’uscita, insieme alla pattuglia della sinistra democristiana, dal governo Andreotti nel 1990, dopo l’approvazione della legge Mammì, che fu il varco per il dilagare delle televisioni commerciali di Silvio Berlusconi, e non soltanto. Professore di diritto parlamentare all’Università di Palermo, aveva militato nella corrente di Aldo Moro. Entra in Parlamento la prima volta nel 1983. Quattro anni dopo, lo ritroviamo nel governo alla guida del ministero dei Rapporti con il Parlamento, prima nell’esecutivo De Mita poi in quello Goria. Titolare della Pubblica Istruzione sempre nel governo Andreotti e poi ministro della Difesa nel governo di Massimo D’Alema, succeduto a Romano Prodi, e vicepremier dopo il rimpasto del 1999.

Un curriculum classico e molto lungo che segna il passaggio dalla Prima Repubblica a questa Repubblica non-si-sa-che.

Venticinque anni in Parlamento, e poi giudice costituzionale di nomina parlamentare, ne fanno un politico di lungo corso. Dunque un segno evidente in questa nomina è quello di gettare un ponte, non tanto verso una introvabile balena bianca, ma piuttosto verso gli elementi più solidi della Prima Repubblica. Quasi che Matteo Renzi, per realizzare il suo capolavoro, abbia sentito la necessità di ritrovare un fondamento, di fare una sosta, di segnare una tappa in un processo di rottamazione senza fiato.

È bene che il rigore delle istituzioni e l’ossequio che esse meritano – in termini non soltanto formali in quanto regolatrici della nostra vita democratica quotidiana – siano prevalsi rispetto alle logiche anche troppo pubblicizzate di un “patto del Nazareno” che, proprio in quanto patto, riedita alcune caratteristiche della politica dell’ancien régime che, nell’Italia repubblicana, da Crispi in poi e passando attraverso tutta la stagione democristiana e postdemocristiana, ha fatto dei patti una modalità minore degli arcana imperii.

La politica cioè prova a riprendere il suo respiro istituzionale e si espone correttamente al giudizio delle assemblee democratiche. Non si deve essere tanto ingenui da pensare che le manovre siano finite, ma è lecito augurarsi che gli accordi e i necessari compromessi con l’opposizione avvengano lungo i canali e nelle vetrine delle istituzioni.

In effetti il prolungare ulteriormente lo stato d’eccezione e i suoi colpi di teatro non rappresentava un segno di salute di una democrazia italiana non guadagnata una volta per tutte. Le stesse dimissioni di Giorgio Napolitano hanno in questo senso segnato un confine e additato una fase diversa. Machiavelli resta sempre il testo che il politico deve tenere sul comodino, ma anche Il principe deve fare i conti con le procedure della democrazia.

Come dicono i francesi, il faut des rites: e cioè la democrazia ha sue liturgie il cui rispetto non rappresenta soltanto un fatto formale.

Il laconico Sergio Mattarella è probabilmente la personalità più adatta a questo recupero del profilo istituzionale, a “ricucire” i troppi dissidi di un Paese lacerato – come lui stesso ha dichiarato – e anche a produrre un riaggiustamento tra quella che gli esperti chiamano la costituzione formale e la costituzione materiale.

È bene infatti che gli stati d’eccezione siano affrontati con mezzi eccezionali (ed è stato grande merito di Giorgio Napolitano averlo capito ed attuato, non esponendoci alla lotteria di elezioni anticipate) ed è altrettanto bene che la vita politica rientri rapidamente nell’alveo delle procedure della legalità normale.

Tutto ciò mi pare evidente, mentre alle molte domande che mi sono state rivolte in quanto amico d’antica data del nuovo presidente della Repubblica, ho risposto in maniera non diplomatica che, stando così le cose, bisognerà attendere l’evolversi degli avvenimenti tenendo conto della circostanza che i ruoli condizionano ed esaltano le prerogative delle persone. Così come generalmente i comportamenti di un papa eletto al soglio di Pietro differiscono (e sorprendono) rispetto ai comportamenti del cardinale entrato in conclave.

Mattarella è una rara specie di servitore dello Stato nel nostro Paese, perfino british, nonostante un’evidente sicilianità e una passione che certamente non gli difetta, e quindi una garanzia della salvaguardia della Costituzione e dell’idem sentire che da essa discende. Non un fondamentalista della lettera costituzionale, ma un sereno interprete di quel personalismo costituzionale che ci ha regalato una Carta che non soltanto Roberto Benigni considera tra le migliori al mondo.

Se ne sente la necessità dal momento che il ventennio berlusconiano ha soprattutto deistituzionalizzato la vita democratica e conseguentemente reso più precaria l’etica di cittadinanza degli italiani, già caratterizzata da un’antropologia che Salvatore Natoli ha recentemente analizzato al meglio.

Resta l’altra e sostanziale faccia di Sergio Mattarella: quella della passione politica, che un parlamentare di lungo corso non può non avere coltivato.

È risaputo che è stato a lungo esponente della sinistra democristiana. È l’inventore di quel mattarellum che rappresenta la legge elettorale fino ad ora più riuscita e meglio applicata dopo il terremoto di Tangentopoli. Ha lavorato attivamente all’edificazione del Partito Popolare di Mino Martinazzoli, della Margherita, dell’Ulivo e poi del Partito Democratico.

Si situa dunque con tranquilla sicurezza nell’alveo profondo del cattolicesimo democratico. E del resto anche il padre Bernardo fu tra i politici siciliani che più hanno riflettuto sul pensiero di Luigi Sturzo.

E infine il trauma e il dramma storico dell’uccisione del fratello Piersanti per mano di un commando fascista che voleva rendere un favore alla mafia dell’isola è lì a indicare un punto di non ritorno, sia dal punto di vista della fede democratica come di quello di una collocazione politica che dalla destra estrema si è vista portare in famiglia la tragedia.

La presenza di Mattarella simboleggia dunque una svolta nella fase e una premessa che contiene un suo magistero esplicito: che la democrazia ritrovi un ritmo e normale e che i diversi poteri tornino a fare ciascuno la propria parte.

È questa la lezione ed è questo l’esempio di cui gli italiani hanno tempestivo bisogno.

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