Il salmista e il filosofo

linea_rossa_740x1Giovanni Bianchi

E’ impressionante pensare che da vent’anni dobbiamo convivere con l’assenza di David Maria Turoldo ed Ernesto Balducci, che la voce del nuovo salmista e quella del filosofo dell’uomo planetario non ci accompagnino più se non attraverso i loro libri e le registrazioni raccolte nel corso delle loro formidabili esistenze.

E tuttavia quest’assenza non è reale, perché il messaggio di Davide e di Ernesto continua a correre nella memoria e nell’impegno di chi fu loro amico o anche solo incrociò il loro cammino di fede e di ricerca.

Davide: l’erede del Re salmista fin dal nome che si  era scelto entrando nell’Ordine dei Servi di Maria, nella vicenda appassionata della Resistenza, nella sua vena poetica che zampillava più nella dimensione imprecatoria che in quella elegiaca, come è proprio di tutti i profeti, e che si esprimeva in versi scabri e bellissimi, colmi di suggestione e di un amore infinito, fin dalla proclamazione in limine alla sua prima raccolta di versi : “Io non ho mani che mi accarezzino il volto/duro è l’ufficio di queste parole/ che non conoscono amori…” per arrivare fino ai Canti ultimi scritti mentre il “Drago”, il tumore che lo divorava da anni, stava per ucciderlo : “La vita che mi hai ridato/ora te la rendo/ nel canto”. Davvero, un “ministro e servo della Parola”, come ha scritto recentemente uno dei suoi grandi amici, il cardinale Gianfranco Ravasi, che molto amò e combatté , e che nei suoi combattimenti fu sempre guidato dalla bussola di un amore infinito.

Ernesto: lo scolopio irrequieto, che crebbe nella Firenze di La Pira, di don Facibeni e di don Milani, che visse da vicino l’era conciliare e che da Fiesole sminuzzava la Parola nelle sue omelie sempre attente a contestualizzare, a riportare all’esperienza quotidiana ciò che altrimenti sarebbe stato sradicato dalla vita degli uomini, lui che nella fede del Dio fatto uomo aveva colto la necessita di un antropocentrismo inclusivo, aperto a tutte le tradizioni religiose incentrato sulla possibilità della costruzione di un mondo pacifico e giusto. L’idea dell’ “uomo planetario”, lungi dall’essere un espediente o una costruzione ideologica, costituisce invece il tentativo più avanzato di un pensatore cristiano (che tale voleva rimanere) di contribuire alla costruzione di una comunità universale affrancata dalla prospettiva dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Profeti ambedue quindi, anche se con stili e con forme diverse, e se Turoldo ebbe sia pure in extremis un riconoscimento con le nobili parole che il card. Martini gli dedicò poco prima che morisse, la lezione di Balducci, che non ha bisogno di alcuna riabilitazione , aspetta ancora di essere ripresa in mano da teologi, giuristi e politici.

Soprattutto la Chiesa, il grande corpo della comunità ecclesiale, sente il bisogno refrigerante di parole libere e forti, che riportino aria fresca e pulita in un ambiente in cui, come scrivono don Saverio Xeres e Giorgio Campanini, manca il respiro, per il troppo correre e per la poca libertà di parlare e discutere.

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