Il saluto del cardinale Tettamanzi

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Dunque il cardinal Tettamanzi ha annunciato per tempo che se ne va, superati i limiti d’età, da Milano, la più grande diocesi del mondo. Si sussurra che per Pasqua già potremmo conoscere il nome del successore. Santa Romana Chiesa ha sue regole e un suo secolare calendario.

Potremmo addirittura dire che monsignor Dionigi ci lascia perché comunque lo rimpiangeremo. Domanda: perché Tettamanzi ha funzionato nella difficile metropoli lombarda? Veniva dopo il grande magistero – tuttora ininterrotto – di Martini, biblista di statura internazionale, a lungo messo dal Papa Polacco a presiedere la Conferenza Episcopale Europea: una successione imbarazzante, addirittura impossibile. E invece Tettamanzi ha subito scelto una via di consonanza eppure visibilmente diversa dal predecessore.

Se Martini percorreva da studioso di fama internazionale i sentieri della terra santa di Israele, Tettamanzi s’è incamminato lungo il viottolo brianzolo e manzoniano di don Abbondio, percorrendolo però con il cuore e l’intelligenza del cardinal Federigo. S’è messo in ascolto della sua gente che dopo il Concilio ha consapevolezza d’essere finalmente popolo di Dio. Ha incontrato disponibilità (generosità) e saperi che crescono “dal basso”. Stringeva le mani per più di un’ora dopo le visite pastorali e tendeva l’orecchio.

Del resto s’era presentato ai milanesi con un biglietto da visita biblico: “I diritti dei deboli non sono diritti deboli”. Una frase che poteva stare sulle labbra di Helder Camara, il vescovo brasiliano di Recife, come lui mingherlino ma di statura decisamente profetica. E ha continuato occupandosi dei problemi non solo religiosi della sua gente, anche di quella che invece che da Pescarenico è arrivata qui dal Maghreb, dal Corno d’Africa, dal Perù, dalle Filippine…, non curandosi delle rampogne e delle spericolate lezioni di teologia che gli piovevano addosso con rumore mediatico dai nuovi difensori della cristianità che hanno sostituito il basco verde di geddiana memoria con la camicia verde.

Il Cardinale ha riaperto il Vangelo per l’ennesima verifica e ha tirato diritto. Ha fatto presente che la metropoli europea al di qua delle Alpi “è una città di abitanti senza casa e di case senza abitanti”. Ha inventato il Fondo famiglia-lavoro: la prima iniziativa concreta dopo un diluvio di convegni da parte di chi dovrebbe occuparsi per ragione sociale del problema. Una decisione “politica”. E infatti la chiesa ambrosiana si muove da sempre in quello che ormai tutti concordano nel definire spazio pubblico. Fin dai lontani tempi di Sant’Ambrogio.

Il Campenhausen – che non è il centravanti dello Schalke e neppure il trequartista del Monaco di Baviera, ma un grande studioso, ovviamente tedesco, dei Padri della Chiesa – non a caso definisce il vescovo Ambrogio come Kirchenpolitiker. Tradotto: politico di Chiesa. Non impiccione, ma guida sicura del popolo cristiano in tempi non meno difficili dei nostri. Sono certo che nella vasta biblioteca di Tettamanzi ( fitta di libri di quella teologia morale che ha insegnato e sulla quale ha scritto non scarse pagine) non abbiano un posto preminente i tomi di Marx o di Max Weber. Gli è stato sufficiente il suo Vangelo gualcito dall’uso e quello vissuto senza spocchia dalla sua gente.

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