Ilvo Diamanti. Bianco, rosso, verde… e azzurro. Mappe e colori dell’Italia politica.

Ilvo Diamanti  in questo libro parte da un concetto di territorio non come puro dato geografico, ma come ambiente antropologico, vedendo, cioè, in qual modo le persone, storicamente, in uno spazio geograficamente definito si comportano, si associano, si relazionano. Rispetto a che cosa? Rispetto al loro modello di vita – quello reale e quello auspicato – all’investimento politico e associativo che hanno. E quindi, in qualche modo, emerge come le popolazioni caricano di significato l’esperienza storica localizzata in quel dato territorio; come la proiettano sulla politica nazionale e come esse si riflettono nella loro storia locale.

1. leggi il testo dell’introduzione di David Bidussa

2. leggi la trascrizione della relazione di Ilvo Diamanti

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Testo dell’introduzione di David Bidussa a Ilvo Diamanti

Il territorio come luogo antropologico

Ilvo Diamanti  in questo libro parte da un concetto di territorio non come puro dato geografico, ma come ambiente antropologico, vedendo, cioè, in qual modo le persone, storicamente, in uno spazio geograficamente definito si comportano, si associano, si relazionano. Rispetto a che cosa? Rispetto al loro modello di vita – quello reale e quello auspicato – all’investimento politico e associativo che hanno. E quindi, in qualche modo, emerge come le popolazioni caricano di significato l’esperienza storica localizzata in quel dato territorio; come la proiettano sulla politica nazionale e come esse si riflettono nella loro storia locale.

Diamanti divide questa storia in tre tipologie, che definisce in maniera anche cromatica: un’Italia biancorossa, un’Italia verde, un’Italia azzurra, che hanno tutte e tre un rapporto con il territorio. Le distingue, inoltre, attraverso il diverso tipo di relazione. Nel primo caso, l’Italia biancorossa,  la chiama la politica nel territorio; nel caso della mappa verde, la chiama il territorio contro la politica; nel caso dell’Italia azzurra, la chiama la politica priva di territorio.

Questi colori in qualche modo rinviano ad un cromatismo politico. Partiamo, allora, da quella che Ilvo Diamanti chiama l’Italia biancorossa. Non è necessario aggiustare le cartine e le specifiche su cui lui costruisce il ragionamento, però vorrei partire almeno da un concetto, perché questo è importante secondo me: noi siamo abituati a ragionare di politica in termini di percentuali che scendono o salgono, in termini di atteggiamenti politici o propensioni di gusto. Io credo che, per la prima volta, in questo libro si fa una cosa che in questo Paese mancava da tanti anni e, cioè, si dà corpo ad un’idea di spazio non come idea fisica di territorio. Spiego meglio che cosa voglio dire.

Noi veniamo da una cultura che pensa che la geografia sia solamente una descrizione fisica del territorio, cioè sia una corografia: in qualche modo si descrivono montagne, fiumi, pianure. Quando si tratta di definire il rapporto con la politica – per un salto comprensibile, ma non spiegabile – noi in Italia non abbiamo né una cultura di geografia storica, né una cultura di geografia umana; abbiamo solamente una cultura di geografia politica, o meglio di “geopolitica”, cioè riusciamo a ragionare solamente per sistemi di politica internazionale di occupazione del territorio, ma non riusciamo a ragionare in termini di geografia umana e storica.

E’ uno dei motivi della forza lessicale, immaginaria, culturale, sia della visione leghista (o quanto meno della rappresentazione leghista del territorio), sia, a mio avviso, anche di un pezzo della politica ambientalista sul territorio. Avere idea della geografia umana e storica significa essere capaci di percepire che il territorio e gli individui che lo abitano non rappresentano un sistema biunivoco, nel senso che le strozzature “fisiche” del territorio – come possono essere i fiumi, i passi di montagna, i luoghi cosiddetti invalicabili – spesso non sono punti di cesura, ma di congiunzione geografica, punti di passaggio di scambi, non di frattura di rapporti. E, soprattutto, vuol dire avere la percezione che un territorio non è mai una porzione geografica omogenea, ma si caratterizza per il sistema di scambio con i suoi vicini e lontani, quindi con territori, attività, popolazioni, insediamenti umani prossimi, ma anche molto lontani, con cui è possibile costruire una storia.

Senza l’immagine “umana e storica” del territorio, si finisce per ritenere che la storia di un territorio sia solamente la risultante degli sforzi che gli individui di quel territorio (che si pensa essere stati sempre lì) hanno fatto. Così, a mio avviso, si ha un’idea di potenza che è sbagliata.

Un esempio che vale per l’Europa: prendete il Reno; è un fiume che nasce in un posto ben preciso, che si sviluppa lungo un territorio, che è navigabile e che ha spesso sintetizzato, nella storia d’Europa, il conflitto tra Germania e Francia; ma se voi gli togliete i due staterelli (Belgio e Olanda) che contendono a Germania e Francia la possibilità di uno sbocco al mare, il Reno diventa un fiume assolutamente inutile allo sviluppo. Cioè, se pensate ad un territorio senza Belgio e Olanda, che sono due nani rispetto ai due giganti economici, se voi li vedete staccati, fuori, e non considerate una politica territoriale di sviluppo, al di là della differenza nazionale, allora voi avrete una storia monca. Penserete che quello sviluppo sia solamente dovuto ad un soggetto, ad un attore storico (che in questo caso è il Reno), che vedrete semplicemente contendere come confine politico e non lo valuterete come storia del progresso economico e degli scambi in un territorio molto più vasto.

Allora, la prima questione sulla dimensione della rappresentanza sul territorio è esattamente questa: la percezione di come una dimensione della politica, anche molto lontana, si riferisce a quel territorio e come esso risponde.

L’Italia biancorossa di Peppone e Don Camillo: la politica “nel” territorio

Nel primo caso – per ritornare all’Italia, alla mappa biancorossa e quindi all’importanza di descrivere, appunto, geografie che non sono solamente dimensioni  numeriche, ma propensioni di atteggiamenti territoriali e creazione di valori condivisi – si rileva che la  mappa genera, in qualche modo, reti di valori che  si distribuiscono sul territorio o, meglio, comportamenti che corrispondono a valori. Cerchiamo di visualizzare: nella cinematografia nostrana degli ultimi sessanta anni, l’immagine più chiara del rapporto, all’interno dell’Italia biancorossa, fra bianchi e rossi è sicuramente quella di Peppone e Don Camillo. Quali sono i modelli associativi che vorrei dirvi tanto per dare una visualità: voi avete una realtà che si pensa come “contro società”, avete dei modelli di rappresentanza, delle forme associative, in qualche modo, verticali che organizzano questa contro-società e che quindi hanno e strutturano ceto politico nella raffigurazione che Guareschi dà; non voglio dire che Gureschi sia un fine osservatore politico, però ci serve per ragionare sul modello raffigurativo che in fondo fa parte della nostra memoria collettiva.

Avete un politico, Peppone (prescindiamo da quanto è comico, caustico, buffone, sbruffone) che gode di un ceto politico (lasciamo perdere se di successo o meno); è l’immagine che lì c’è un ceto politico, magari buffo, magari anche molto impacciato, ma c’è, con tutta l’articolazione, come dire, associativa o sub-associativa che riguarda il tempo libero, riguarda propensioni professionali, riguarda sistemi di valori tipo il rapporto uomo-donna.  A livello nominalistico (o, si potrebbe dire, ideologico) una cultura socialista e comunista, che ha sempre puntato sulla emancipazione femminile: ma poi se voi andate a prendere il rapporto uomo-donna nella rappresentazione che Guareschi dà dell’immagine familiare, voi troverete che è tutt’altro che un rapporto paritetico; anzi le donne devono stare a  casa e la politica è una cosa pubblica che devono fare gli uomini. Questo per dire che tra i valori che tu distribuisci a parole e quelli che tu pratichi in un territorio, nella vita quotidiana, c’è differenza; non è che sia automatica la rispondenza fra il dire e il fare!

Ora se voi prendete, in quel caso, quello che raffigura l’altra faccia di un sistema politico, di una cultura politica, voi non troverete un ceto politico, voi troverete un sistema di rappresentanza che si coagula in un luogo, che ha un leader naturale, ma che non è politico, è un rappresentante di valori, di interessi, di sentimenti, il quale si suppone che abbia un suo referente a cui affida la rappresentanza e la delega di una politica anche per quel territorio, ma che non è un ceto politico sul territorio. Allora questa, secondo me, è una rappresentazione di come, in questo caso, Diamanti descrive, l’operatività di quella che si chiama memoria bianca del territorio, o quanto meno, politica bianca o memoria bianca del territorio.

L’Italia verde: il territorio “contro” la politica

Ora prendiamo quella che Diamanti descrive come l’Italia verde o il territorio contro la politica e, cioè, il processo di identità politica estremizzata di comunitarismo del territorio che pensa di rappresentare se stessa contro la professionalità della politica. Questo è il linguaggio su cui si è costruito, in una prima fase, a livello di movimenti, soprattutto l’esperienza della Lega. Penso che Diamanti sia stato in Italia, forse insieme a Roberto Biorcio,  il maggior analista e sociologo, e non sociometro, perché secondo me in Italia esiste anche un vizio per cui i fenomeni, siccome si misurano, si pensa di sapere che cosa siano, mentre il problema è capire quali sono i meccanismi di costruzione verbale, lessicale, immaginari che accompagnano i fenomeni politici. Tanto per essere chiari, ritengo che Riccardo Mannahimer sia un sociometro della politica, cioè uno che descrive numericamente i fenomeni. E’ come gli storici che pensano di essere tali perché ritoccano e pubblicano pezzi della storia dello Stato. Questo non è fare storia; lo storico è chi mette assieme piste ed ha una dimensione estremamente dialettica dei documenti che usa.

Solo allora, secondo me, l’osservazione è corretta, ed è l’analisi di come tu rappresenti o introietti l’idea di territorio e di come tu pensi che la rappresentanza di quel territorio possa essere espressa attraverso il linguaggio diretto. Dentro l’analisi che Diamanti fa della mappa verde – e quindi dei comportamenti verdi – penso che vi siano aspetti riferibili non solo alla Lega, ma anche ad un pezzo della cultura ambientalista italiana. C’è un ragionamento su cui ora vorrei soffermarmi un attimo, in particolare  su due aspetti interessanti.

Leghismo e ambientalismo

Pur con le dovute differenze, ambientalismo e leghismo hanno, secondo me, un’ideologia del territorio simile, che parte dal presupposto che l’ambiente sia intatto, che si abbia un rapporto naturalistico con l’ambiente circostante e che tale rapporto debba essere conservato perché l’ambiente e il paesaggio non sono fatti artificiali. Io penso, invece, che nella storia l’ambiente e il paesaggio siano un fatto artificiale, non naturale.

Intendo dire che l’idea che un contesto antropizzato (cioè abitato da persone e, quindi, retto da un sistema di regolazione tra individui) appartenga di  per sé, naturalmente ad una comunità che si sviluppa nel tempo sempre identica a se stessa (per cui si pensa che chiunque arrivi lì sia estraneo al mondo che lo abita e, quindi, qualsiasi cosa venga da fuori lo alteri) mi sembra, appunto, un’idea astorica e naturalistica del paesaggio ed è la stessa idea che hanno gli ambientalisti, i quali ritengono che la salvaguardia del territorio sia prevalente sulla sua trasformazione, anzi che la sua trasformazione sia un pericolo per il suo naturale equilibrio. Dopo di che, questo aspetto riguarda molto un’altra questione ideologica che, a mio modo di vedere, entra nella descrizione delle mappe che Diamanti propone, anche se lui non la sviluppa. Secondo me, sarebbe interessante vedere se è pertinente questa osservazione: nell’ipotesi naturalistica della politica e dell’ambiente, lentamente la cultura politica che ne discende è una visione basata sul concetto di vincolo e di limite, che è, poi, uno degli aspetti essenziali su cui un pensiero e una pratica politica a sinistra si sono sviluppati negli ultimi 20 anni. Infatti l’intervento urbanistico sul territorio, per esempio, è necessariamente e strutturalmente visto come intervento di tipo conservativo, restaurativo e non innovativo. Tutta la cultura urbanistica e architettonica –  e se volete di sviluppo del territorio – a sinistra, è questa, a fronte, invece, di un’idea, come dire, di cultura del possibile, di rottura dei vincoli che appartiene, per esempio, ad un pezzo di eredità politica dell’Italia azzurra, descritta da Ilvo Diamanti. Cioè l’idea che tu puoi rompere i vincoli, o, meglio, devi tentare di romperli. Tutto il discorso, tanto per rimanere a Milano, dello sviluppo territoriale e delle nuove politiche abitative, in questa città, viene fatto partire da questa propensione e una delle risposte, a mio modo di vedere, problematiche e insufficienti della cultura di sinistra degli ultimi 30 anni è esattamente questa… Io non sono nè un architetto, nè un urbanista, ma mi permetto di dire che una cultura o una propensione culturale a sinistra vede con favore (tanto per rimanere sul tema del vincolo e del non vincolo, dell’elemento conservativo oppure no) interventi urbanistici del tipo del Bouburg  di Parigi, dimenticandosi che il Bouburg esiste perché lì qualcuno ha fatto un buco; non è che qualcuno abbia conservato quello che c’era prima; ha buttato giù quello che c’era. A mio modo di vedere c’è un problemino: la politica naturalistica paesaggistica, si potrebbe dire, fa parte della cultura della Lega, dal punto di vista “etnico” del territorio; non è così, però, circa la rottura dei vincoli ambientali perché, sotto questo profilo, la cultura del territorio “contro” la politica è anche il tentativo di non avere vincoli, di non rispondere ad essi. Questo è un aspetto  su cui bisognerebbe riflettere; non so se è pertinente o meno, però lo butto lì.

L’Italia azzurra: la politica “senza” territorio

Così come un tema su cui ragionare credo sia l’asse di partenza di questo libro (che si trova quasi alla fine, a pag. 161) e, cioè, quando Diamanti descrive quali sono le due peculiarità fondamentali di quella che lui chiama l’Italia azzurra, cioè il panorama politico rispetto al territorio (o dell’appartenenza al territorio) che caratterizza l’elettorato, e il profilo culturale di coloro che in questo Paese oggi fanno riferimento a Forza Italia o, quanto meno, si riconoscono nell’offerta politica di Forza Italia.

Diamanti sostanzialmente dice: guardate che per un segmento rilevante e per lungo tempo si è avuta l’idea che Forza Italia fosse sostanzialmente la riproposizione di un sistema classico di affiliazione e credenza, invece il fenomeno è molto più dirompente, molto più innovativo per il caso italiano e, soprattutto, spezza i vincoli territoriali, di comportamento locale, rispetto alla storia italiana degli ultimi 50 anni.

L’Italia azzurra costituisce, una nuova zona geopolitica che si distingue dal passato almeno per due ragioni. La prima: non riproduce la geografia delle fratture politiche territoriali note, quelle cioè del tipo dell’Italia centrale come zona rossa, del Nord Est bianco classico, oppure del Nord Ovest che oscillava ma che era molto stabile nelle sue propensioni, o il Sud che aveva sue proprie caratteristiche, però stabili. La seconda: non riproduce né il dualismo fra Zone bianche e rosse, né la tensione fra periferia e centro nella frattura Nord-Sud. Al suo interno è profondamente segmentata, dicotomizzata dal punto di vista dell’economia, della società, della cultura, degli interessi, mentre le zone politiche del passato erano maggiormente caratterizzabili.

Quindi, si potrebbe dire che l’Italia azzurra è tante cose, ma ha un collante che la tiene insieme e quindi che le permette di oltrepassare il dato di omogeneità. Questa conclusione a cui Diamanti arriva è, a mio avviso, importante, perché, quando Berlusconi è entrato in politica noi abbiamo avuto spesso l’immagine di un “già visto” in questo Paese, anche pensando che ci fosse solamente (altra informazione importante di Diamanti, in questo libro) un effetto televisivo del suo successo e quindi se tu non schiacciavi il telecomando, tu eri – come dire – salvo da una possibile influenza. Dopo di che si deve vedere chi schiaccia il telecomando e quale programma sta vedendo non solamente fra i canali classici ma, a questo punto, sulle reti satellitari; che tipo di abbonamenti abbiamo sulle reti satellitari, se li abbiamo sui canali culturali, sportivi o chissà che altro, e poi se si accende o no il televisore.

In qualche modo l’arrivo di Berlusconi in politica era stato visualizzato anche sul successo del Milan e quindi sulle tecniche di massa. Secondo me lì non c’era solamente quello. Credo che il più grande successo comunicativo Berlusconi, inizialmente, l’abbia avuto attraverso un suo uomo di cui nessuno sa più niente e che era un sociologo che si chiamava Pilo; di fatto non è più un uomo pubblico, ma io credo che Pilo, quando è cominciato l’astro nascente di Berlusconi in politica, ha fatto la mossa più inattesa: durante un dibattito televisivo ha preso e se ne è andato. Non era mai successo nella storia della TV e nessuno è stato in grado di riportarlo su quella sedia e se ne è andato dicendo che con lui se ne andava l’Italia e da quel momento la trasmissione non ha avuto più storia.

Bene, esiste anche un modo in cui si comunica e, secondo me, lì dentro c’era la tecnica dissacrante dei salotti della politica italiana, che è un aspetto – se volete –  sbarazzino di Forza Italia, che rompeva i vincoli classici della politica.

Il caso “Milano”

Ci sono, a mio modo di vedere, due questioni su cui insiste Ilvo Diamanti, sulle quali ci sarebbe molto da riflettere. Una riguarda appunto l’Italia verde o del territorio contro la politica: è un’esperienza che magari può anche essere utile approfondire in termini puramente comparativi.

Io vi invito a prendere in esame gli ultimi otto anni del Comune di Milano e considerare una figura che nasce e si propone come un amministratore condominiale contro la politica, perché Albertini si presenta così, ed ha  un mandato rinnovato nel 2001 con un grande credito di affido di questa città; poi fa una politica di gestione che – se la dovessi comparare con tutti i secondi mandati amministrativi – è sicuramente la più costante.

Albertini è uno che su questa città ha puntato; ha ancora tenuto ad un secondo mandato; gli è andata male come investimento nella politica, gli è andata male come conti economici, gli è andata male come bilancio, gli è andata male come sistema di relazioni in cui si ricuperano soldi, cioè gli è andata male dal punto di vista delle gestioni politiche. Ma non è che non ci abbia creduto. Quindi la riflessione è questa: tu che sei nel territorio “contro” la politica lontana (di cui tu saresti un classico rappresentante) in qualche modo cozzi ugualmente contro i processi realtà; non è che questo ti aiuta. Il che vuol dire, evidentemente, che quel tipo di rappresentazione ideale non funziona, perché è la politica con cui ti devi misurare.

Faccio un esempio banale così, almeno, ci si capisce subito. Nella storia degli ultimi quattro anni dei conflitti urbani in questa città, e dei sistemi di rappresentanza degli interessi, se voi prendete il conflitto che ha contrapposto i tassisti (tanto per prendere uno dei sistemi di interessi corporati) con l’amministrazione pubblica sul problema delle licenze, voi avete una richiesta, come dire, di “attenzione”, giustificata su alcuni privilegi sbagliati. I tassisti dicono: perché l’AEM che è stata privatizzata deve godere dei pass nel centro come se fosse un’azienda pubblica? Perché deve ancora godere degli stessi effetti di benefit che aveva quando era una struttura pubblica, se adesso è una struttura privata? E quindi, da questo punto di vista, perché tu gli garantisci ancora quei vantaggi?

Allora non c’è la possibilità, come dire, di politiche amministrative paritetiche? C’è una richiesta corretta, se volete, dal punto di vista del sistema gestionale e una  richiesta assolutamente corporativa dal punto di vista dei vantaggi personali. Bene, il compito della politica è esattamente quello di scegliere e di stabilire un criterio per cui a qualcuno dici di sì e a qualche altro dici di no; ma l’amministratore condominiale non riesce a dire né di sì, ne di no con un unico criterio perché il suo ragionamento è quello che si amministra giorno per giorno. Ed è lì il problema.

Questioni aperte

Voglio dire che c’è stata una politica di “personalizzazione” dei Sindaci, o, quantomeno, delle politiche giocate sulla riforma amministrativa  locale, dando ai Sindaci un ruolo in cui viene esaltato questo termine del “territorio contro la politica centrale”. Beh, dopo di che il problema è quale politica davvero fai, con quale bagaglio politico davvero ci arrivi. In sé e per sé non è che questo ti garantisca comunque l’efficacia della politica che fai.

Allora, questa è la prima questione, perché in qualche modo non corrisponde solamente a scelte ideologiche; corrisponde anche alla storia politica che è trasversale sull’asse destra-sinistra,  perché non è detto che i criteri che si usano per individuare delle mappe politiche, come in questo caso, poi corrispondano anche a delle parti politiche ben precise. Ci sono anche stati d’animo e correnti emozionali trasversali nella storia politica di questo Paese.

La seconda questione, che vorrei accennare, è che, a mio modo di vedere, esiste un rapporto tra struttura urbana e struttura rurale, tra mondo contadino e mondo urbanizzato, che non è solamente quello di una rivoluzione industriale (totale o parziale), ma è anche quello di una lunga storia sulla diffusione territoriale delle forme di aggregazione sociale, produttiva ed economica e quindi, sotto certi aspetti, anche politica di questo Paese. La lascio qua.

Però io credo che questa cartina, questa mappa, se guardata attentamente, dice varie cose. In questa mappa sono indicate varie forme di modelli di case rurali, che vogliono dire forme diverse di economia familiare del territorio italiano, che significano forme di controllo dell’individuo del territorio. Io credo che nella parte concettuale-politica delle mappe che Ilvo Diamanti costruisce in questo libro noi abbiamo la storia comportamentale e di propensioni di un modello politico in trasformazione.

Allora mi chiederei quanto della storia lunga di questo Paese incide sulle diverse forme politiche, perché questo cambia alcune aree, forse permette di integrarle con altre cose e forse a questo punto noi abbiamo altre mappe sociali e politiche. Ed è un tema, secondo me, che noi spesso – riprendendo il discorso di partenza (cioè della geografia umana e storica) – abbiamo trascurato, nel senso che se dovessimo fare l’analisi geografica di provenienza delle leadership politiche, scopriremmo che non c’è un discorso di classe politica meridionale o di mondo settentrionale sotto rappresentato, e basta; oppure scopriremmo che la maggior parte dei segretari del partito comunista erano della vecchia area sabauda e quindi sardo-piemontese; oppure che un terzo dei Presidenti della Repubblica è stato espresso da un vecchio territorio…..Ma scopriremmo, secondo me, molte altre cose. Per esempio, che la gestione politica dei grandi ministri deriva da un rapporto che nasce, come dire, sulla costruzione anche di una percezione dell’amministrazione dei propri sottoposti, impiegati o addetti. Esiste una storia delle professioni che è anche una storia, in qualche modo, dei modi di controllo degli uomini e delle donne in questo Paese che, forse, riguarda anche aspetti diversi da quelli ai quali normalmente si pensa nei rapporti politici, che non sono semplicemente la formazione della classe politica e non sono solo la storia culturale o di convenienza di un Paese.

Allora, io credo che gran parte della descrizione per mappe di questo libro ci permetta di capire moltissimo l’Italia. Sarebbe utile (e non è un compito che deve svolgere direttamente Ilvo Diamanti, che potrebbe chiamare accanto a sé alcuni esperti e farli lavorare) disegnare un atlante umano di questo Paese, intendendo come tale non solamente la composizione demografica, ma la descrizione del rapporto tra professioni esercitate, sistemi sociali propri delle professioni, per favorire la formazione – come dire – di una socialità diffusa e quindi un ingresso sociale, altrettanto diffuso, all’impegno politico, sulla base di una scala di valori rilevanti per l’azione politica. Noi, oggi, abbiamo davanti una sfida derivante dal fatto che per 150 anni questo Paese ha vissuto la politica o con individui che, in qualche modo,  avevano – tra virgolette – la vocazione della politica, o con persone che sono entrate in politica (così Berlusconi si dipinge) come se fossero obbligate a questa scelta. Dopo di che, esiste invece un problema enorme di avere un rapporto professionale (non semplicemente di insulto o di svogliatezza) verso la politica che è fatta, appunto, di professionalità. Anche questo servirebbe per essere più “europei”. E non mi riferisco soltanto ai tecnici dell’economia, per cui ci sono gli economisti che ragionano in termini di politica, o i professionisti aziendali, no! Ci sono anche altre competenze, altre professioni: medici, magistrati, operatori sociali. Esistono molte competenze che esprimono capacità professionale politica.

E secondo me questo è un altro aspetto della questione che forse rimette in moto in maniera diversa queste mappe ed anche le rinnova.

Trascrizione della relazione di Ilvo Diamanti

Riflettere insieme; ormai è una rarità

Sono io che ringrazio e non per pura forma, anzitutto, per l’invito ovviamente. E’ un incontro che abbiamo cercato con molta determinazione, nel senso che è un anno e mezzo che abbiamo tentato di metterlo in piedi. Peraltro, questo è un libro che ha un anno e mezzo e io, comunque, l’ho partorito a mia volta dopo tre anni di lavoro; un anno solo per ridurlo da 350 pagine alle attuali 179-180 pagine. D’altra parte io qui vengo volentieri per ragioni che ha ricordato, in qualche modo, anche Giovanni; mi piace avere occasioni nelle quali si riflette tra un numero sufficiente di amici: un tempo avremmo detto pochi, ma buoni. E poi … un sabato mattina, tutta questa gente, è una cosa assolutamente miracolosa. Del resto, in un ambiente dove i cattolici sono molti, i miracoli sono di casa! In secondo luogo, è vero: la mia è una storia da cattolico impegnato a suo tempo nel sociale, peraltro un modo molto laico. Mi ricordo in una circostanza – mi pare a “Prima Pagina”, una trasmissione che forse alcuni di voi ascoltano su RAI TRE (io ho l’abitudine di starci una settimana all’anno; poi, per il resto dell’anno, mi riprendo perché è una vita infernale in quella settimana) – dove un ascoltatore mi chiese: lei è laico vero? Certo! Quindi non è cattolico? No, sono cattolico! Sosta. Ma allora non è laico? No, sono laico. Siamo andati avanti un bel po’.

La cosa non è data per scontata; per me c’è, poi, la complicazione che, per mia scelta, sono un cattolico che non fa della propria identità religiosa un marchio. Inoltre non milito più (anche se la mia storia è maturata e cresciuta all’interno delle ACLI) e quindi frequento pochi convegni, pochi incontri; sono troppo preso da due Università di riferimento, lontane fra loro: una è Parigi e l’altra è Urbino; passo sostanzialmente la vita a spostarmi da un punto all’altro, e quando arrivo a casa con i pacchi, sono il tipico padre che ha i sensi di colpa nei confronti dei figli che ormai lo guardano e gli chiedono: “dove vai oggi che è sabato?” Vado nel mio studio dove scrivo per la domenica; quindi sono a casa ma inaccessibile!

Al di là delle Università, partecipo raramente alle occasioni pubbliche. Lo faccio solo per gli amici e, soprattutto, quando so che c’è interesse e attenzione per le cose che faccio e che scrivo.

Politica e territorio

Un’altra ragione per cui sono contento di essere qui con voi (lo dico a ragion veduta) è l’opportunità di tornare sull’ argomento trattato nel mio libro: considerare  la politica attraverso la chiave di lettura del territorio. Il fatto, poi, di aver sentito questa presentazione di David Bidussa – che ringrazio – è stato per me effettivamente sconcertante; lo dico in senso positivo naturalmente, perché mi sento sollecitato a leggere altre cose, a vedere altri aspetti all’interno di un approccio che io, in qualche modo, ho consumato sulla base di una professionalità che, ormai, mi sono fatta su questi argomenti.

In effetti io sono l’unico studioso di politica di scuola francese esistente in Italia. In Francia voi trovate, normalmente, testi che partono dalle “mappe”, mentre noi siamo molto americanizzati, dal punto di vista dello studio, e quindi utilizziamo sempre di più un approccio che mutua dalla tradizione europea l’ideologia (più specificamente la storia dell’ideologia), però per tutto il resto adotta l’impostazione americana che è di tipo statistico-sociale, fondata non soltanto e non necessariamente sui sondaggi d’opinione, ma anche su analisi dei processi decisionali nelle quali anche il territorio viene studiato,  in qualche modo, come “luogo geopolitico”, manipolato e dettato da grandi scelte.

E’ proprio così:l’unica analisi del territorio che oggi passa – anche in Francia, benché lì in modo non esclusivo – è quella geopolitica, che riduce fortemente il ruolo del territorio perché lo riassume nel potere (inteso come forza) e quindi fa del territorio un luogo di potere, un luogo di interessi. E’ comprensibile che, anche su base globale, questo oggi avvenga; si tratta di un approccio interessante, importante visto quello che succede. Però pone un problema grosso: esclude, taglia totalmente le società e le relazioni tra le persone; le relazioni delle persone con l’ambiente e con le istituzioni.

La cosa che mi ha sconcertato –  ma, ripeto, positivamente – della lettura che vi ha presentato David questa mattina, è che lui mi ha preso sul serio e quindi si è in qualche modo isolato dal mio modo di lavorare, di affrontare, in questo caso, i temi della politica e della società e li ha spostati su altri piani; li ha usati e interpretati su ciò che avviene a Milano per affrontare poi ciò che avviene su base europea, oltre tutto suggerendomi anche alcuni  aspetti a cui non avevo pensato e alcune questioni che mi sembrano rilevanti.

Senza “mappe” ci si perde

Se può essere interessante per voi, partirei spiegandovi come io lavoro. Considero il territorio – e in generale il rapporto tra spazio e conoscenza, tra spazio e società – come rilevante. Quando ho visto questa mappa che mi ha presentato David – che è una delle mappe indicate dai territorialisti per individuare le diverse tipologie di territorio su cui intervenire –  io non mi sono sorpreso. Dovete saper che io ho un rapporto quasi maniacale con le mappe. Sono tornato stanotte da Parigi e l’altro ieri ho trovato un buco tra una lezione ed un incontro per infilarmi in una delle più importanti botteghe di antiquariato specializzata in carte, mappe e immagini delle città. Quando mi vedono fanno lo stesso sorriso che mi fanno i giornalai perché sanno che sono un buon cliente; mi sono portato a casa la mia barconata di mappe ‘600, ‘700, ‘800…Ne ho dappertutto. Chi viene a casa mia le trova mischiate ai quadri; abbiamo una casa in cui le pareti servono come spazi per far ruotare le mappe, insieme ai quadri che appende mia moglie.

Perché le mappe sono interessanti e importanti? Io, da un punto di vista autobiografico, penso di essere interessato alle mappe perché ho bisogno di capire e di muovermi. Da questo punto di vista, sono un veneto che è nato in Piemonte e ci ha vissuto a lungo; poi ha vissuto in Liguria, insomma ho girato (perché i miei genitori sono veneti e, come buona parte dei veneti poveri, emigranti) per poi ritornare a un certo punto, sempre al seguito dei miei genitori, nei luoghi dai quali ero partito. Come non solo i veneti ma anche buona parte degli italiani, il mio legame con il territorio è abbastanza forte però, allo stesso tempo, esso è un rapporto localizzato e globalizzato. Non so se questo significhi essere cosmopolita: io, sostanzialmente, dove posso metto su casa. Non sono l’ “individuo globale che ha la sua casa nella valigetta” e che vive uno spazio globalizzato, uguale ovunque, progressivamente sempre più uguale. Voi non avete idea di che cosa significhi…Esiste una “élite globale” (di cui qualcuno dei presenti fa parte) che nella valigetta ha la propria casa:vuol dire che lo spazio, il rapporto con l’ambiente per lui praticamente non c’è più. Prende i taxi che, più o meno, sono uguali dappertutto; va negli aeroporti che più o meno sono spazi omogeneizzati; scende in un altro aeroporto, prende un altro taxi e va a fare riunioni in contesti ormai anche questi globalizzati, uguali dappertutto. Poi torna a casa; la moglie e i figli gli chiedono: allora com’è quel paese dove sei stato? Ma io posso dirti com’è lo Sheraton, posso dirti com’è il taxi e come sono le strade!

Ecco: questo è un approccio che a me non piace. Io metto su casa ovunque, magari se ho quattro lire faccio un debito. Se sto a Parigi, prendo un buco a Montmartre da quattro soldi, ma ci sto e misuro il territorio: significa sapere dove sei, dove vai, essere parte, capite? E’ la differenza tra l’individuo senza casa e l’individuo con molte case, magari la casa di un amico, di una cugina, che so, a Londra. Però sai dove andare, hai una appartenenza, hai una connotazione, una collocazione.

Questo significa che io ovunque faccio mappe; mappe mentali; tutti noi facciamo mappe per vivere; senza mappe noi ci perdiamo. La sindrome della globalizzazione è, per esempio, quella che assale coloro che sono aggrediti dal mondo senza poterlo assolutamente controllare, senza poter avere itinerari privati che permettano loro di conoscerlo minimamente. La sindrome della globalizzazione colpisce le persone che si vedono arrivare il mondo in casa attraverso la televisione (che spara a raffica il motivo d’angoscia quotidiano), ma fuori di casa non sono mai andati; al massimo si muovono a fare una gita; non vanno nemmeno con i viaggi organizzati a visitare – che so – Sharm El Sheik, che poi è come Jesolo o Milano Marittima, capito, perché ormai è la stessa cosa. Sali, scendi; e poi ti riportano a casa tua.

E allora è evidente che l’angoscia che veste molta parte di questa società è un problema di rapporto con una globalizzazione di cui tu non sei minimante attore, ma da cui sei soltanto agito. E’ l’impossibilità di fare mappe. Le mappe non sono, per definizione, giuste; chi usa il navigatore per muoversi, quello satellitare che sbattono sulle auto, sa bene che non sono giuste. Ricordo un viaggio allucinante a Vallombrosa, con le ACLI, quando in una notte mi portarono ad un altro monastero dove invece c’era un convegno dell’Azione Cattolica e dove la mattina successiva avevo una cosa con Padre Sorge. Ricordo un viaggio delirante con il loro emissario: scorazzava su e giù per le montagne e le colline seguendo il satellitare e, a un certo punto, si fermava e quello gli diceva: “vai diritto”, ma lì c’era un muro; e io gli dicevo: “ma guardi che magari se prendiamo una mappa come questa…” Oppure arrivavi in mezzo a un bosco e diceva: “vai diritto”…ma lì c’era un fiume.

Cioè: mai farsi guidare dalle mappe; le mappe le devi gestire, governare e ne hai bisogno anche se sono sbagliate, perché in questo caso le correggi. Significa avere un rapporto con le mappe di tipo strumentale: la mappa non è una realtà fisica, neppure la mappa che definisce il territorio è una mappa vera, realistica, perché sappiamo che il territorio cambia, lo cambiamo noi. Però, noi abbiamo bisogno di una mappa perché altrimenti non sapremmo dove andare. Noi abbiamo bisogno di mappe di riferimento e di bussole per poterci muovere. Se qualcuno si è imbattuto nelle cose che scrivo su “Repubblica” sa che io ho definito quello spazio che gestisco normalmente le domenica (ma non necessariamente) “Mappe”, anche se le mappe raramente posso farle perché sui giornali è difficile farle, però sono sempre mappe per me. Cioè tutti i miei articoli sono mappe. Voi avete normalmente due assi cartesiani, un’ascissa e un’ordinata, e all’interno io dispongo le conoscenze che ho a proposito di un problema; mi interrogo, cioè, definisco i miei confini.

Perché vi dico queste cose? Perché in realtà servono a chiarire qual’è il mio rapporto, ad esempio, con la politica. Io, nel confronto con la politica, ho un rapporto – come suol dirsi – multifattoriale, multidimensionale; però ogni volta io cerco di capire, io non credo nella storia lineare fatta di avvenimenti uno dietro l’altro; non credo neanche nella storia dove ci sono idee provvidenziali, che tutto possiedono e tutto spiegano; credo, invece, nel fatto che la storia vada interpretata, anche al presente, attraverso categorie che noi definiamo, delineiamo e che ci servono  a muoverci e a capire. Sono sbagliate? Può essere; ma almeno puoi discutere sul perché sono sbagliate. Hai almeno un piano rispetto al quale ti muovi  e fornisci chiavi di lettura che poi possono essere mutuate per interpretare altri contesti, altre realtà, come ha fatto benissimo David poco fa.

Perché vi dico che io, probabilmente, sono influenzato dalla mia storia personale? Perché –  dico la verità –  io adesso, in questo momento, sono ad Ovest; quando sto a Parigi io sto normalmente a Nord-Ovest e anche a Urbino, una zona mia (a Urbino vivo benissimo, ho casa, ci porto la mia famiglia molti mesi l’anno), un po’ come il Veneto, che io ho conosciuto quando mio padre mi ci ha trascinato. Io ho la testa, il mio riferimento, la mia localizzazione in Veneto, a Vicenza; mi accorgo, capite, che sebbene io viva pochissimo in Veneto (è forse il posto dove sto di meno), è quello che mi dà l’ancoraggio.

La dimensione spaziale della politica

Stare in un luogo significa capire che la politica – come altre attività –  non è estraibile dai luoghi in cui essa avviene, e non è comprensibile se non, dal mio punto di vista, come ricerca di spazi. Ha ragione David: lo spazio a cui io faccio riferimento è fisico solo in parte, perché lo spazio a cui io faccio riferimento è tipicamente quello politico, di cui parlava lui poco fa, cioè è uno spazio sociale, fatto di relazioni. Certo le relazioni in questo caso sono fortemente vincolate al territorio, ma tu puoi avere relazioni  che vanno anche oltre il territorio, hai comunità il cui spazio non è territoriale; sono comunità professionali, religiose, culturali.

Pensate a Internet, che genera comunità definite “virtuali”; ma sono anche abbastanza reali queste comunità. Qual è la differenza tra Internet, i cellulari e quant’altro e uno spazio reale definito dal territorio? Che sul territorio tu subisci i medesimi vincoli di coloro che vivono vicino a te e che il rapporto che hai con gli altri è empatico, diretto. Questo per me è assolutamente fondamentale: in una comunità virtuale, io posso presentarmi agli altri e dire che mi chiamo Antonia Martini, recitando una parte. Anche qui, magari, recito una parte; però voi mi vedete, mi toccate, mi sentite, mi percepite. Ecco, il rapporto tra politica e territorio: l’opportunità di tenere sotto controllo  molte dimensioni.

L’obiettivo cui faceva riferimento David è quello di arrivare a definire una mappa a 360 gradi; una dimensione completa, quindi non solo politica ma sociale. Beh, quella è una dimensione che io ho, ovviamente. Tenete conto che dietro questo libro e dentro quelle mappe (che voi troverete se avete voglia di metterci il naso sopra), ci sono almeno 25-26 anni di lavoro, di cui 15 passati con i miei collaboratori, abbastanza numerosi, a reperire indicatori di tutti i tipi; migliaia e migliaia su base provinciale dove si può, di collegio o di comune. In alcune zone ho costruito sequenze di indicatori, cioè misure, da fine ‘800 sino ad oggi; per esempio, indicatori di religiosità, di pratica religiosa, di tipo economico, sociale. Cose anche inquietanti: i casi di suicidio, perché è importante anche questo… e altri indicatori che vi possono sembrare altrettanto inquietanti, se non di più, come il tasso di tumori sulla popolazione per abitante (ha il suo picco nella zona verde!).

La zona verde è quella ad alta densità del voto leghista. Non voglio tracciare facili relazioni: non è che votare Lega faccia venire i tumori, però può essere vero il contrario, anche perché nelle stesse zone si votava DC. La zona bianca è la zona più bianca del bianco del Nord; è la provincia bianca che va dal Nord-Est fino a Cuneo e passa qua sopra.

Io penso di essere stato il primo (ancora agli inizi degli anni ’90) ad aver  ricostruito, attraverso la mia mania mappale, la geografia della Zona leghista; quella che poi venne chiamata la sindrome leghista; il fenomeno leghista l’ho messo a confronto con il voto della DC nel ’46 e nel ’48. Da un punto di vista statistico c’è una correlazione, guardate, dello 0.84, il che vuol dire che l’aver ottenuto un alto voto per la DC nel ’46 e nel ’48, alza dei 2/3 la probabilità di ritrovarci, 50 anni dopo, con un alto tasso di voto alla Lega. Io continuo a dire che la Lega non è figlia della DC, ma che tutte e due sono figlie di quel modello sociale.

Il fatto che lì ci siano alti tassi di tumore, sia pure aggregati…Beh, provate a pensare se non c’è una relazione tra il tipo di sviluppo, di distruzione del territorio – avvenuta così rapidamente – e questo tipo di malattia, che in realtà è la sindrome di un rapporto impazzito tra persona e ambiente, l’indizio di qualche problema molto grosso, di questa rottura di relazione con l’ambiente che ci circonda.

La politica chiave di lettura della società

Allora, leggere la realtà attraverso migliaia di indicatori fa sì che io in qualche modo mi muova cercando di costruire le mie mappe con il massimo di informazioni possibile. Potrei fare l’inverso: potrei scrivere (un giorno o l’altro lo farò) una ricostruzione dell’Italia dal punto di vista socio-economico. Però molto praticamente perché la politica è diventata, se non l’unica, una delle chiavi di lettura più interessanti per me. Per una ragione pratica e una personale.

Uno, perché mi interessa. Io ho fatto politica nella giovinezza; mi sono impegnato molto negli anni ’70 e poi mi sono abbastanza distaccato; avevo trasformato il mio approccio con la politica (anche questo è una sindrome) da un rapporto di coinvolgimento diretto a un rapporto di coinvolgimento mascherato: quello di chi la politica la studia e l’analizza. Io sono tra quelli che ritengono che per studiare (ad esempio la politica, ma anche altri fenomeni) devi essere fuori. Il che non vuol dire non avere opinioni o posizioni politiche. D’altra parte l’Italia è talmente dicotomizzata che sono i giornali a definire le famiglie politiche più ancora che i partiti. Se io scrivessi le stesse cose su “Il Giornale”, non mi avreste invitato; o, forse, l’avreste fatto, ma comunque pensereste che io ho opinioni diverse da quelle che ho; mettiamola così. Ecco perché ritengo che chi studia la politica deve esserne fuori in una certa misura:  per poterla vedere meglio. Così come a me piace andare ai convegni in ottava fila: vedi gli altri e non sei visto; sei abbastanza vicino per capire quello che avviene e, allo stesso tempo, sei abbastanza defilato per non essere notato.

Io, ad esempio, ho studiato a lungo il fenomeno leghista, e non solo: andavo a Pontida, a vedere le feste leghiste; ho una collezione di bandiere e di gadget che neanche alle feste dell’Unità avrei trovato! Fino a che ho abbastanza conosciuto. Dopo non puoi più permettertelo, non tanto perché la cosa è a rischio, quanto perché condizioni con la tua presenza l’ambiente in cui sei, quindi non vedi più. La stessa cosa – ne parlavamo con Giovanni Bianchi prima – lo stesso atteggiamento ce l’ho con il sistema politico, con il ceto politico: preferisco non frequentarlo perché, poi, hai un atteggiamento diverso nei confronti di coloro che frequenti, con alcuni dei quali, magari, sei diventato amico.

Ecco, proprio per questo il territorio permette di fatto di avere una chiave di lettura allo stesso tempo molto coinvolta e molto distaccata. Noi partiamo, io almeno parto, da questa convinzione: la politica è comunque un’attività di relazione e in questo paese lo è stata. Il problema è capire in che misura questa attività di relazione condiziona anche le grandi scelte, e viceversa;  quali sono le relazioni che contano e a quali livelli si sviluppano; qual è il territorio di riferimento.

Comunità di “scelta” e comunità di “memoria”

Vi dicevo della scuola francese: perché in Europa si studia la politica attraverso le mappe e altrove no? Perché gli USA sono una comunità di scelta, mentre noi siamo una comunità di memoria. Noi abbiamo una storia lunga e abbiamo un rapporto consolidato con il nostro territorio. Guardate in Lombardia: più del 70 % delle persone sono nate nel comune dove abitano o nei comuni limitrofi, tanto perché sia chiaro! Negli USA una situazione del genere è impensabile. In Italia  sono pochi quelli che cambierebbero residenza insieme con il lavoro, cosa normale e naturale negli USA. E quando tu hai una continuità di vita così lunga all’interno di un territorio, le tue relazioni sociali e il tuo rapporto con l’ambiente sono importanti; gli elementi di continuità spiegano molto.

E qui arrivo alla seconda questione: perché uso la politica? Vi dicevo che lo faccio, anzitutto, per passione; è il mio metadone; insomma: studio la politica perché, così, faccio politica senza farla. Due: perché la politica ti dà strumenti particolari per poter studiare il territorio. Dico a David: non c’è alcun settore della vita sociale ed economica che ti fornisca altrettanti indicatori “spalmati” – come si dice oggi – sul territorio quanti te ne dà la politica; nulla più della politica ti permette di capire le culture e le identità.

 Ma avete idea di quante volte si è votato in Italia nel dopoguerra? Ogni voto è più di un sondaggio; è un censimento delle opinioni dei cittadini, con l’aggiunta che il voto ha un impatto immediato su quello che avverrà poi, perché quando uno vota pensa che con il suo voto qualcosa cambierà; magari non ci crede però lo fa lo stesso; oppure quando uno vota lo fa perché in questo modo conferma la propria identità, la propria appartenenza, il proprio sistema di relazioni. E si vota tutti gli anni, per una cosa o per l’altra. Pensate ai referendum.

Allora ecco l’utilità che ti dà la politica: un repertorio di rappresentazioni dell’identità sociale che non avresti e di cui non disponi in alcun altro campo o settore. In Europa, come vi dicevo, questo è un approccio normale, tranquillo, ma da tempo, da un secolo. A Parigi, nella Scuola di studi politici superiori, c’è una sala che si chiama “Siegfried”, dal nome di un grande studioso di politica e geografia che, 80 anni fa, scrisse un saggio, molto importante sulla Francia occidentale, cercando di mettere in relazione gli orientamenti politici addirittura con i fattori fisici. Più o meno arrivò a dedurre che le zone dove il terreno era meno fertile, e quindi più sassoso, sono di destra e le altre no; ed era vero! Lui studiò la Vandea che è ancora di destra oggi – la destra vandeana, appunto – dove hanno spazio esponenti più a destra di Le Pen.

Il problema è che in mezzo mancava un passaggio, consistente nel fatto  che quel tipo di territorio si collegava ad un determinato tipo di struttura sociale: la piccola proprietà contadina. Esattamente come in Italia: le zone bianche sono zone di piccola proprietà agricola o di piccole città di lavoro artigiano, di lavoro autonomo e sono zone dove si impianta la Chiesa.

Zone bianche e Zone rosse

Mi è molto piaciuta la esemplificazione fatta da David delle zone bianche e rosse, la politica del territorio attraverso appunto la rappresentazione che viene fatta da Guareschi: Peppone e don Camillo. Intanto voi vedete che Peppone e Camillo sono simili: se scambiate l’abito talare uno fa Peppone e l’altro fa Camillo; Fernandel e Gino Cervi sono…. Beh, uno ha i baffi, ma se glieli metti all’altro, per analogia, sono uguali. Tutti e due hanno un rapporto con la loro comunità locale forte, diretto; ci sono momenti di lotta  che si alternano a momenti di complicità. I due sono l’un l’altro allo specchio!

Che cosa vuol dire? Che l’Italia bianca e l’Italia rossa sono molto, molto simili, primo! In secondo luogo, vuol dire che l’Italia rossa è l’Italia di sinistra – comunista soprattutto – e che l’Italia bianca è quella democristiana, del mondo cattolico locale, di provincia; del cattolicesimo di parrocchia. Cioè due mondi nei quali questi soggetti costituiscono il luogo di riferimento per la società, il luogo di comunità e non è un caso che favoriscano modelli di sviluppo come quelli che abbiamo conosciuto, incentrati sulla piccola imprenditorialità. Del resto sappiamo – dalla Rerum Novarum in poi – che la “predica” è contro l’urbanizzazione, la città, la grande fabbrica; tutte cose che portano paganizzazione, chiamiamola così. E, invece, c’è il sostegno forte alla piccola impresa, al piccolo lavoro artigiano, alla piccola città.

Ma guardate che lo stesso avviene nella zona rossa. Se la zona bianca è fatta di campanili, la zona rossa è fatta di municipi, piccoli municipi ed ha lo stesso modello di organizzane sociale: da una parte ci sono le case del popolo, dall’altra ci sono i bar parrocchiali o – come si chiamavano in Veneto – i  “cristian bar”, all’americana; avete luoghi nei quali tu sei seguito dalla culla alla tomba; dove il centro è il campanile, ma la persistenza della Chiesa nelle comunità locali è data dall’ oratorio (c’è un uso dei valori e c’è un valore d’uso al di là dei valori in sé). La Chiesa organizza la società locale; produce, per la sua stessa dottrina, soprattutto chiesa locale, alla luce di un’etica che è assolutamente coerente  con il lavoro artigiano; un’etica del lavoro, che ha il mito e il modello del falegname, del contadino, del rapporto con la terra. La Chiesa, allo stesso tempo, è costruzione di comunità; è welfare state o, più esattamente, “welfare society”, con società di assistenza e di servizio; garantisce e organizza tutto: patronati, ma anche tempo libero; gestisce attraverso il mondo del lavoro la rappresentanza dei piccoli imprenditori.

La stessa cosa avviene nelle zone rosse: la differenza è che il rapporto tra municipio (governo locale) e partito è molto più naturale e stretto; si cementa nel corso del tempo mentre il rapporto tra municipio e Chiesa  non ha le stesse caratteristiche. Questa è una differenza forte tra le zone bianche e le zone rosse. Entrambe hanno un’idea della politica come vita della comunità: la politica è conseguente a un atto di fede; è un riflesso dell’appartenenza che hai; la politica è parte della tua vita, la percepisci; sai qual è il giusto e quello che non lo è; hai luoghi di socializzazione e grandi sistemi educativi che ti orientano.

La differenza forte tra queste due realtà, però, è che nella zona rossa il rapporto con la politica è un rapporto –  ripeto –  “coerente”; nella zona bianca no! La Chiesa non è riducibile alla politica; né la Parrocchia all’Ente locale e le Associazioni del mondo cattolico non sono riassumibili nel partito. Il rapporto tra DC e mondo cattolico è sempre stato molto diverso da quello del PCI con l’associazionismo. Il PCI era il partito al centro della costellazione sociale, la DC no! La DC era un partito relativamente “debole” – diciamo noi politologi – nel senso che i tassi di iscrizione e di organizzazione erano molto più bassi rispetto agli altri partiti in rapporto al numero di voti che prendeva in una zona e,  fino agli anni ‘60 -’70, sappiamo anche quanta voce in capitolo avessero la Chiesa e le Parrocchie sulle candidature, i veti, ecc., nelle zone bianche

Tra l’altro, non è che io faccia solo per mania il collezionista di dati sulla religiosità, di cui vi parlavo; posso, però, garantirvi che prima del fascismo (periodo ’19-’21), il voto al Partito Popolare era strettamente legato alla partecipazione alla Messa; analoga cosa avviene ancora negli anni ’70, e fino agli anni ’80: il primo predittore del voto alla DC nel Nord, analizzato su base comunale, è la frequenza alla Messa.

La Zona verde

Noi possiamo notare che la Lega esplode in quei comuni dove il voto alla DC in precedenza era molto forte (fino agli anni ’70), ma la frequenza alla Messa cade. Cioè la Lega è il voto del cattolicesimo secolarizzato, della religione “a modo mio”, dell’antropologia – come dire – del mondo cattolico come “ideologia vocalista”; ideologia del contesto locale e religione dello sviluppo locale, del comunitarismo senza valori e senza fede. Però nasce lì, in quelle comunità dove la Chiesa e il mondo cattolico avevano fornito una risposta. La DC, con tutto quello che possiamo dirne, è stata comunque un fattore di modernizzazione. I leaders della DC – De Gasperi, e un po’ tutta quella generazione – avevano come problema quello di autonomizzarsi dalla Chiesa, in nome della laicità della politica, e quindi esprimevano, in molti casi, anche un legame forte con lo Stato, quasi per difendersi dalla Chiesa, o da quel vincolo sociale.

Però questo vi spiega abbastanza il perché, a un certo punto, in certe zone, dove c’era il bianco possa essere sopraggiunto il verde e come in zone dove si votava al 50 % per la DC, in due anni quel Partito sia sparito! Ma come? Se fosse stato davvero così profondo quel legame, il cambiamento avrebbe generato traumi incredibili. Ma come è possibile? Ricordo il comunello dove mi portò mio padre a vivere nella campagna vicentina. Mio padre era candidato socialista (a quei tempi quando eri candidato socialista non guardavano che cosa avevi in tasca quando uscivi da una stanza; cioè, non si pensava ad una categoria di antropologia criminale). Era un socialista serio, con valori,  e fu il primo consigliere comunale eletto nelle liste dell’opposizione. Ebbene: c’era il 75 % di voti alla DC, che eleggeva anche l’opposizione: faceva due liste. Allora, in una realtà come quella come è possibile che si passi in tre anni dal 70 % allo 0 o 10%? Evidentemente, perché in quelle zone si votava DC, ma non si era democristiani; la DC era uno strumento.

Nelle zone rosse non era e non è così perché, intanto, non c’è un rapporto con lo Stato come quello della DC, che entra direttamente nel governo subito; in secondo luogo nelle zone rosse c’è identificazione immediata e progressiva tra il partito e l’Ente locale. Questa è la politica nel territorio, come prassi di vita quotidiana, come grammatica del sociale; voti in base a come la pensi; come conferma del tuo sistema di relazioni, del tuo mondo, del tipo di sviluppo nel quale sei immerso.

Ecco, in una parte di questa Italia, tra gli anni ’80 e ’90, esplode la zona verde che, però – notate –  è il seguito della zona bianca; è l’ultima fase di un’Italia nella quale il rapporto tra la politica, i partiti e la società è così stretto. Perché la Lega è simile ai partiti che l’hanno preceduta; molto simile. Ad esempio, dal punto di vista organizzativo, è radicata nei contesti locali, ha le sezioni, cerca di strutturare le sue associazioni professionali e confessionali; dal punto di vista del modello è molto più assomigliante al PCI che non alla DC. Ma poi, anche come presenza, è partito forte, molto interventista, centralista; non accetta il dibattito, soprattutto a livello locale, ma anche sul piano nazionale il dibattito non è possibile, per cui si va per progressive espulsioni, così si risolvono i conflitti; è, comunque, molto forte, presente, militante, visibile. Però la Lega, allo stesso tempo, è rottura con il passato. Guardate un po’: PCI e DC stavano in un rapporto simbiotico con i loro mondi locali, ma non li citavano mai; sia l’uno che l’altra, PCI e DC,  non erano il partito del “Centro”, o del “NordEst”, o della “Provincia del Nord”: erano partiti nazionali radicati localmente, ma non si parlava quasi mai di territorio.

Intervista “natalizia” a Bisaglia

Il primo che ho sentito parlare esplicitamente di territorio non è stato un leghista, è stato Bisaglia. Lo intervistai nel 1982, nel corso di una ricerca che stavo facendo sulle zone “bianche e rosse” in tutto il mondo e passai tre ore con lui; era l’antivigilia di Natale, a Roma, vicino a Fontana di Trevi dove abitava.  Una giornata incredibile: due giorni a Natale; arrivavano regali da tutte le parti; vidi anche alcuni schiavi negri (non saprei come definirli altrimenti), quattro persone di colore con un pesce, sarà stato un balenottero, e lo portavano là; che cosa c’era in quella sala…!?

Ecco, distratti da casse di vino, fu un’intervista straordinaria, perché io alla fine ero convinto che non mi avesse detto niente, mentre poi, tornando in treno, e ascoltando le due cassette ci trovai tutto; tutto! Questo uomo mi diceva: sa, noi veneti abbiamo sempre lavorato tanto e continuiamo a lavorare tanto; un tempo soltanto fuori, adesso riusciamo a farlo anche da noi; e paghiamo sa, paghiamo; ma il Paese, lo Stato non ci restituisce ciò che noi diamo. Perché? Perché i soldi vanno sempre o al Sud, al Mezzogiorno, dove c’è la crisi (c’è sempre lì) o al Nord-Ovest, a Torino, o a Milano, ma più spesso a Torino o a Genova dove c’è la crisi dell’industria.

Noi, caro… (non ricordo come mi chiamasse, ero troppo giovane perché mi chiamasse professore), caro lei – e ogni tanto passava al dialetto –  il Veneto sarebbe maturo per uno Stato federale, ma questo Stato burocratico e centralista, questo Stato “romano” l’autonomia del federalismo non ce la darà mai. Poi, un’altra cosa: guardi che la DC non la votano mica perché lo dice il parroco oppure in nome di Dio; la votano perché noi portiamo le strade, gli impianti di smaltimento, perché noi… (Bisaglia riuscì a spiantare Rumor, tra gli anni ’60 e ’70, facendo il Sottosegretario al Tesoro e riempiendo di soldi tutte le Parrocchie).

Io questo lo ricordo, perché allora – alla fine degli anni ’60 – ero giovane e stetti due anni nel movimento giovanile della DC; poi nel ’71 – ’72 me ne andai e scrivevo su un bel giornale che si chiamava “7 Giorni” (qualcuno, forse, se lo ricorda); ero un giovanotto e fui spettatore nella zona dove vivevo, al collasso, dentro la corrente Dorotea, dei rumoriani, che erano cattolici.  Anche Bisaglia era cattolico, un cattolico vero, veniva dalle ACLI; la sua famiglia era stata tra i fondatori del Partito Popolare e vidi tutte le Parrocchie fare campagna per lui, con il piano di finanziamento per il rinnovo delle strutture parrocchiali pronto. Ecco, questo spiegava Bisaglia: i voti la DC li prendeva non in nome di Dio, ma ormai per le risorse che metteva a disposizione.

Poi, mi diceva: siamo un partito di quadri. Che cosa vuol dire? Vede, a Bassano (era eletto a Bassano del Grappa), in un bel palazzo, ci siamo noi della DC, poi ci sono gli artigiani, là ci sono gli alpini,…..ecco: questo è un partito di quadri, come a Verona; un contesto dove tutte le élites locali stanno lì insieme, si parlano, discutono, decidono. Poi mi disse un’altra cosa: sa qui a Roma se faccio un incontro non viene nessuno; a Bassano, due settimane fa, ho fatto un incontro di balle e c’erano 600 persone!

Questa era la politica e Bisaglia dà il segno del suo declino. La politica si fonda comunque sull’identità e sui valori. Non è possibile un legame di lungo periodo fondandolo soltanto sugli interessi. Se lo fondi sugli interessi si generano meccanismi diversi: i valori, le identità sono beni di consumo durevoli,mentre gli interessi sono ad alta deperibilità; questo è il problema. Il bisaglianismo e il doroteismo aprono la strada, in queste zone, al leghismo.

L’antipolitica come modello culturale

Il leghismo, prima ancora di essere espresso dalla Lega, è un modello culturale: il contrasto localista contro lo Stato, contro il centro; è l’idea del piccolo modello e del piccolo contesto “locale”; ma è anche l’espressione di una nuova classe emergente in queste zone, misconosciuta: quella dei piccoli imprenditori, degli artigiani, degli ex-contadini; quelli che hanno le condizioni di vita in rapido cambiamento e che si ritrovano, invece, in un Paese governato, da un ceto politico meridionale o – come spregiativamente viene chiamato – “romano”, con politiche che vanno a premiare eminentemente la logica delle grandi famiglie imprenditoriali dei settori industriali.

Non stupitevi che sia esplosa, in quella zona, la così detta rivoluzione. Quelli sono coloro che prima votavano DC e che hanno smesso di essere mansueti e buoni; sono tornati a casa; hanno lavorato duro; hanno mezzo distrutto il territorio; si sono ammalati di tumore; sono straincazzati con se stessi anche per il prezzo che stanno pagando al cambiamento che hanno realizzato. La Lega dà loro voce, un’ideologia, un martello, un megafono; è quella che parla per conto terzi; è la politica della non politica e dell’antipolitica; è la politica che – a differenza degli altri partiti che lavoravano sul territorio, ma mai lo avrebbero strumentalizzato come bandiera – usa il territorio. Per questo il territorio è contro la politica: io sono veneto, brianzolo, di Varese, quindi ce l’ho con i partiti; io sono un piccolo imprenditore di qua è quindi ce l’ho con i partiti che, in quanto tali, sono “romani” e ce l’ho con la politica perché è “romana”; perché “di partito”; perché è quella che va in TV e dice cose che nessuno di noi capisce.

Qualcuno ricorda come è esploso il fenomeno mediatico della Lega? Io si! L’ho anche scritto. Bossi era uno che studiava il linguaggio, cercava di costruire il lessico della Val d’Ossola, tra le altre cose; che, poi, è un fenomeno anche positivo, perché in realtà non ha una patria. Cioè l’unica patria che inventa il leghismo quando si afferma è una patria che non c’è: la Padania non c’è, mentre le Leghe della prima ora sono leghe regionalistiche, molto legate alle società filologiche. Il nonno di Calderoli…, Rocchetta in Veneto, sono Leghe no…? Però non è per quello che ottengono successo; ottengono successo perché appaiono e risultano come un insulto contro la politica ufficiale, contro questi mondi, contro questi assetti.

Politica e spettacolo

Questa è la modernità della Lega, che ha modelli tradizionali e radicamenti tradizionali, però scopre (prima ancora di Berlusconi) il ruolo della comunicazione. La lega è comunicazione e linguaggio; lo stile è quello tipico della sinistra non parlamentare  anni ’70; scritti in dialetto con pennarello azzurro “Fora i mafiosi dal Veneto”. D’altra parte tutta la costruzione della mafia del Brenta è dettata dal fenomeno del confino. Cioè parole chiare usate come strumento di marketing, avremmo detto. Poi, a fine ‘80 e ’90, esplode in TV.

C’è  una coincidenza incredibile e anche strana tra questo fenomeno che è territorializzato almeno dal punto di vista ideologico e deterritorializzato, e pre-berlusconiano, dal punto di vista invece di alcune ragioni di successo: linguaggio e comunicazione; linguaggio e TV. Fino agli anni ’80 e ’90 la Lega in TV non esiste e viene di fatto citata moltissimo dagli altri soltanto per condannarla. Sentite che cosa ha detto Bossi; sentite che cosa ha detto Castelli; sentite che cosa ha detto Rocchetta; sentite che cose incredibili dice… e giù paginate sui giornali e interventi televisivi. Mai che te ne mostrassero uno. Esito: tra il 1989 (europee) e il ’90 (amministrative) esplode sopra il 10%. E allora cominciano tutti a interrogarsi. Come mai non la facciamo vedere? E hanno successo, perché non li fai vedere in tempi in cui i media sono identificati con il potere, i cui luoghi sono quelli dove la politica parla ancora con il linguaggio moroteo.

Io ho un grande amore per l’esperienza e l’insegnamento di Moro, però ricordate come parlava? Cose come le “convergenze parallele” solo lui poteva dirle; cioè roba da matematica dei quanti; non ci capiva niente nessuno!

Si afferma, dunque, questo convincimento: hanno successo perché non li facciamo vedere. In una fase in cui monta la crisi tra società e politica, è evidente che chi è fuori è dentro, è al centro della politica, è là per eccellenza. Facciamoli vedere. Fu la teoria, tra l’altro, esplicitata da Gad Lerner; che disse: lasciateli parlare e la gente fuggirà. Fu un successo clamoroso! Il pubblico e la critica nella tana della Lega; ricordate? Roba da 10 milioni all’improvviso, personaggi come Bossi, la Pivetti, Miglio, c’erano tutti. Guardate, davvero una rassegna di umanità che rappresentava questo mondo. Fu un processo di transfert incredibile.

Se quello era lo specchio, scopriamo con inquietudine che in quello specchio si riconoscono milioni di persone, e anche se non si riconoscono in loro sono contenti che qualcuno gliele canti, che qualcuno come loro scriva.. Due anni dopo, il 26 % nel Nord! Sono trasmissioni neoleghiste o post-leghiste come Milano Italia, Funari, cioè il populismo, tutti; un successo strepitoso in TV. Che era una telepiazza; la piazza portata in TV, la rappresentazione della rabbia popolare; l’antipolitica attraverso il luogo dell’antipolitica e dell’extrapolitico, la TV; tutto, i processi fatti in TV, contro tutto e tutti, prima ancora che nei tribunali, prima ancora che nelle sedi politiche. Ecco, questa è la Lega: luogo di passaggio. L’Italia verde dà radici ad un fenomeno che mette su le antenne; ma il rapporto è sempre tra le radici e le antenne, è sempre ambivalente.

La Zona azzurra

Arrivo all’ultima: Forza Italia. E’ ambivalente anche quella, perché Forza Italia è vero – l’ha detto David – proprio quella formula, quella parola chiave, in cui dico, scrivo che Forza Italia è un fenomeno totalmente innovativo rispetto a quelli che l’hanno preceduta, almeno se noi la osserviamo dal punto di vista del rapporto con il territorio, perché è un partito che non ha un territorio definito e delimitato. Noi possiamo dire dov’è la zona bianca; al limite poi scende, via via che perde e si installa e penetra nello Stato, si riproduce nel Mezzogiorno. Dopo gli anni ’70 la DC – come il PSI – si meridionalizza fortemente anche dal punto di vista dell’impianto partitico, però ha la sua geografia bella chiara; vedete dove è bianco o dove è il rosso, dall’altra parte. La zona azzurra, no! E’ un arcipelago; però attenzione, quello è un arcipelago stabile: a distanza di 10 anni sono le stesse zone quelle di maggior radicamento o di neo-radicamento del voto. Poi c’è la tendenza ad identificarla solo col leader e con le TV, per cui appare un partito e una politica senza territorio.

Attenzione: c’è una geografia che è nazionale e non più localizzata ed una geografia che ha radici. Ecco, guarda tu mi hai fatto vedere questa mappa: questa è la zona bianca e rossa, qui c’è la zona verde e questa è la zona azzurra; se noi vediamo le zone bianca, rossa e verde sono quelle dove ci sono dimore e corti. Sapete che cosa sono le dimore e le corti? Sono le case con cortile, sono le case dei paesi. Io ho una mappa degli inizi dell’900, il censimento di Aldo Bagnasco, che fa vedere che le zone bianche e rosse sono le zone nelle quali c’era un’urbanizzazione diffusa e cioè più persone residenti fuori dalle mura che nelle mura; quindi zone contadine più o meno, o comunque mezzadrili. Poi c’è una differenza: le zone mezzadrili tendenzialmente diventano di sinistra; le zone contadine sono prevalentemente bianche. Però quella è dell’inizio del ‘900, capite: la mappa ci dice che noi ci portiamo dietro anche le nostre eredità sociali ed economiche.

Invece la zona azzurra ha due modelli di riferimento che rappresentano la rottura con il passato. Da un lato, a Nord, è vero, la zona azzurra si incunea tra quelle aree che non erano nè bianche nè rosse, quindi al di qua di Torino e al di qua della pedemontana, della provincia verde o delle zone bianche ed ha un doppio asse; da un lato sono le zone di piccola impresa nelle aree di grande impresa: Cuneo, Asti, quelle che stanno all’ombra della FIAT, fuori dalla FIAT e maturano altre culture. Oppure, dall’altra ancora, nelle zone della rendita e dell’economia del piccolo commercio; pensiamo, specialmente, ad Imperia; ma dall’altra, soprattutto, Milano; e Milano rappresenta un modello economico dirompente rispetto al passato.

Cioè Berlusconi è necessariamente il nuovo; non viene dalle grandi famiglie imprenditoriali; non è economia di tipo industriale; Milano è il luogo della new economy, sia quella decantata (tecnologie, comunicazioni, finanza), sia quella a basso profilo (è il luogo dei servizi, dei fast-food, dei pony express). Non è riconducibile a nessuno dei due modelli che hanno regolato il rapporto tra società ed economia politica in passato.

Nel Sud è diverso. La zona azzurra coincide con aree neodemocristiane; dove la DC si impiantò quando cessò di essere partito di valori, e si bisaglianizzò.

Il caso “Sicilia”

La Sicilia, poi, è sempre un mondo a sé da questo punto di vista. Lì le radici ci sono. Guardate sono gli stessi gruppi di potere che prima facevano votare per la DC. E’ molto interessante studiare l’andamento del voto nel Mezzogiorno, soprattutto in Sicilia, ma non solo, nel passaggio tra i vari livelli; vedere come funziona il voto nel Mezzogiorno ai vari livelli elettorali, nei diversi tipi di elezioni. Forza Italia – in tutta Italia, ma nel Sud soprattutto –  prende il massimo dei voti quando si vota per il Parlamento;  fino alle ultime elezioni e anche alle europee, poi prende di meno quando si vota per le regionali e prende in modo fluttuante (molto poco in alcuni casi) nel voto sostanzialmente amministrativo, provinciale e soprattutto comunale. Questo avviene anche quando lo stesso giorno si vota per le politiche e le comunali; addirittura avviene tra un turno e l’altro.

Agrigento, ma come si spiegherà mai? Agrigento, un posto dove al primo turno la C.d.L. prende il 48% e al secondo turno perde le elezioni  con i l3% di voti in meno. Come si spiegherà mai?  Si dice la mafia. Ma che cosa vuol dire? La mafia c’era anche prima quando la Sicilia era diventata di sinistra. Per 10 anni a Catania ha governato la sinistra con Bianco; per lo stesso periodo Orlando a Palermo; la mafia non può essere esibita solo quando fa comodo! C’è qualcosa di diverso, c’è un rapporto con la società governato da gruppi che di fatto hanno un potere nel corso del tempo, organizzano le elezioni e possono decidere di destinare il voto nell’una o nell’altra direzione. Ci sarà un motivo per cui alle ultime elezioni (normalmente le europee vengono usate come elezioni di mezzo termine, quindi come luogo di minaccia e di protesta), l’U.D.C. improvvisamente prende il 17 %? Ma non è perché Follini è moderato e ragionevole; è perché i democristiani, che sanno controllare il voto, non sono finiti nel P.P.I., ma nell’U.D.C. e possono decidere di sostenere Totò Cuffaro, oppure Miccichè, o La Loggia a seconda dei casi;  a seconda di come vanno le cose; magari prima delle elezioni politiche perché questo serve ad alzare il prezzo in prospettiva.

Allora che cosa vuol dire che non ha radici F.I.? Se ha radici, sono forti anche nel territorio; ma sono radici che le pre-esistono; il tronco di forze con l’antenna di F.I. va ad impiantarsi in un terreno che ha radici pre-esistenti, per un lato, e per l’altro va a rappresentare un mondo che non aveva radici, o le ha perdute, e che quindi può accettare le antenne piuttosto che le radici di tipo tradizionale. L’elettore di F.I., mediamente, è più popolare, appartiene a tale ceto, è meno informato, e quindi con un approccio diverso nei confronti dell’informazione e della comunicazione politica rispetto agli altri elettori degli altri partiti della stessa area. Detto in altri termini, qui da Milano, passando attraverso Pavia e Cremona, l’elettore di F.I. legge meno, si interessa di meno della politica e, soprattutto, partecipa molto meno, non dico rispetto agli elettori di Centrosinistra, ma agli elettori di A.N. e U.D.C. Ve lo dico a ragion veduta, perché credo di aver fatto solo nell’ultimo anno almeno 15.000 interviste; non tutte io, ma la nostra rete quando ero in Francia.

La stessa cosa nel Mezzogiorno e tenete conto che è un partito nazionale che tiene dentro statalisti e liberisti; pensionati e imprenditori, che vogliono “blindare” le loro pensioni; lavoratori precari e impiegati dello Stato. E come faranno mai a stare insieme tutti questi? Voi capite che allora la comunicazione mediatica è un canale giusto per parlare a coloro che altrimenti di politica non parlerebbero e che, finite le grandi fedi nella politica, da buoni secolarizzati semplicemente defezionerebbero.

Per questo il Centrosinistra e la Sinistra hanno cambiato logica nel rapporto con la politica; le aspettative di successo per costume mentale, per abitudine mentale, noi le colleghiamo per la Sinistra alla partecipazione elettorale: più c’è partecipazione, più c’è mobilitazione e più vince la Sinistra. Non è vero! Era vero quando tutti votavano per atto di fede, allora la quota in più la muoveva chi era in grado di disporre degli strumenti, delle motivazioni per farlo. Adesso il Centrosinistra ha tante più probabilità di vincere quanto meno sono coloro che votano. Un esempio classico sono le suppletive, ma potete riscontrarlo anche altrove.

Questo è avvenuto anche negli USA; non è lo stesso meccanismo, ma sapete che negli USA le elezioni sono state vinte in quelle parti dell’America che normalmente non votava; lì si è avuto il di più perché tutti dicono, giustamente, che non c’è nessuno come Bush ad avere avuto tanti voti così nella storia delle elezioni presidenziali in America; questo vale anche per Kerry, solo che l’altro ne ha presi di più, mobilitando anche coloro che non si mobilitavano.

Allora ecco che F.I. ci dice qualcosa. L’Italia azzurra è la politica senza il territorio? No! E’ la politica che fai nel territorio e allo stesso tempo anche contro il territorio; è la politica nei territori con interessi diversi, con modalità organizzative diverse che prescindono da te e che però definisce un’arena dove esistono e votano anche gli impolitici e coloro che sono distanti dalla politica. E’ anche il luogo dove proponi stili, modelli, valori che sono diversi da quelli che venivano coltivati all’interno di un’Italia fatta di soggetti sociali radicati, mobilitati, universalisti.

La personalizzazione della politica

La personalizzazione (sto proprio concludendo): noi  siamo passati attraverso una fase nella quale la politica era fondata sui partiti di massa, organizzati territorialmente, e dove la comunicazione avveniva attraverso la partecipazione, le associazioni, e dove anche la domanda politica veniva raccolta attraverso le mediazioni. Domanda: che cosa vogliono i cittadini di una zona o dell’altra? Erani i gruppi, le ACLI, gli imprenditori, l’ARCI, la CGIL, gli artigiani, i comitati che rispondevano. E il partito garantiva per le persone: in fondo non è che si sapesse chi erano le persone; non sempre, chi ha fatto politica se lo ricorda.

Il PCI era diverso dalla DC: non c’erano le correnti che competevano; il PCI ne designava uno e tu lo votavi l’avessi conosciuto o no; il partito garantiva per lui; ma questo valeva per tutti, capite? Che cosa succede poi e perché non ci troviamo più una situazione del questo genere? Succede che i partiti diventano pesanti e diventano ostili agli occhi delle persone e che vengono, con una scorciatoia, sostituiti dalle persone, per cui le persone, come dire, si rivolgono, si riferiscono più facilmente ad una persona che non a un partito. Tanto è vero che ad un certo punto noi assistiamo a quel singolare fenomeno di storno – strano per chi non c’è dentro come noi – per cui il modo migliore di legittimarsi in politica è quello di negare ogni rapporto con la politica. Politico, io? Io sono un barista, sono un imprenditore, sono un motociclista, io sono un uomo “prestato” alla politica. Da sempre Bossi ha fatto politica, solo quello; però è il mito del debuttante; la politica come delegittimante, allora. Non più il partito, ma le persone; non più l’ideologia e la fede, ma la fiducia; non più l’organizzazione, ma la comunicazione e la TV; non più la partecipazione e i gruppi intermedi a garantire l’ascolto della domanda, ma che cosa? I sondaggi, il marketing.

Ecco che in un quadro di questo genere noi ci accorgiamo che la nostra Italia – al di là di quello che succede a F.I. e a Berlusconi – è cambiata; è comunque berlusconizzata perché è un’Italia nella quale la politica si fa più in TV che nella società; dove, comunque, chi fa politica, dall’una e dall’altra parte, è convinto di questo: che andare a “Porta a Porta” sia più importante che lavorare in Parlamento e, tanto più, sul territorio. E questa è una superstizione, perché è evidente che quella politica che aveva un’identificazione così netta, così forte con il territorio non c’è più e, forse, non tornerà più; però è altrettanto evidente che il vuoto sul territorio non è accettato, né accettabile e che quello che noi vediamo qui io lo vedo ovunque.

Torna la voglia di partecipare. Ma nessuno ne parla

Io ho trovato 400 persone in un incontro che mi hanno organizzato a Conegliano Veneto. So che ce ne saranno più di 1000, mi hanno detto, lunedì sera a Bergamo a discutere di immigrazione, di integrazione e di altro. Abbiamo un tasso di partecipazione, dal 2001 ad oggi, non paragonabile a quello degli anni ’60 e ’70: molto più alto! La presenza dei cittadini, a livello di comitati, di movimenti – che so, come quelli per la pace – registrano una partecipazione non convenzionale (attraverso gli stili di vita) un consenso critico e consapevole (attraverso gruppi che si incontrano per discutere ovunque) che sono altissimi. Otto persone su dieci hanno partecipato a più di un’ iniziativa in Italia che io ritengo e catalogo come “politica” negli ultimi due anni. Sono tassi altissimi, doppi rispetto a 10 anni fa.

Però questo viene negato. Vi dirò di più: come interpretare i successi e i risultati elettorali delle ultime scadenze se non come il successo di coloro che hanno un’organizzazione e una presenza sul territorio; di coloro che hanno scelto, invece della politica dei cartelloni e della TV, quella del porta a porta, intesa non come quella di Bruno Vespa, ma nell’andare proprio porta a porta? A Milano, nel Veneto, nel Mezzogiorno anche. Cioèsiamo in tempi in cui la politica è tornata ed è sul territorio. Quello che è certo è che non ha più quel rapporto che aveva nel passato; non è più una politica di incorporazione, né una politica verticale definita per atto di fede; è una politica in cui il rapporto con il territorio è molto più aperto e contrastato.

Devo dire che su questo ho apprezzato molto le osservazioni che ha fatto David Bidussa utilizzando e applicando lo schema che io avevo in qualche modo elaborato e preparato al caso milanese, che io conosco certamente meno di voi. In generale sono convinto sulla novità di Milano e su ciò che rappresenta: Berlusconi per Milano, o Formigoni per la Lombardia, questa sorta di coppia tra conservazione e innovazione. Sotto questo profilo, ad esempio, la Lega è stata allo stesso tempo “martello” del passato, ma riproposizione di una logica conservatrice. Mi è molto piaciuta … (non l’avevo mai elaborata così) l’analogia tra gli ambientalisti e la Lega, che tra l’altro condividono lo stesso colore, il verde; con quest’idea di riproporre la conservazione come l’antonimo di “innovazione”, senza riuscire a spiegare che la conservazione dell’ambiente e del territorio è la vera innovazione, perché ciò risulta poco credibile agli occhi di soggetti che sono stati protagonisti, e anche vittime, del degrado. E ti riduci, così, da un lato a proporre la politica dei vincoli (che è una non politica, da sola) o, dall’altro, l’estremizzazione di questa linea che sono i dazi e la chiusura dei confini. Però, vedete, siamo nei tempi in cui tutto è aperto.

Io ho aspettato un anno e mezzo per venire qui, ma ve li ho fatti pagare tutti nel senso che ho parlato per un’ora e mezza e anche perché di queste cose parlo poco ma, quando parlo, parlo tanto; anche perché, probabilmente, ho molto da dire, e perché – è vero – per me la politica è il metadone: ne parlo perché non voglio farla o perché faccio già politica parlandone, e quando mi invitano… esagero!

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