Individualismo e società di massa

Che l’individualismo sia il tratto distintivo della nostra epoca è probabilmente un fatto che è diventato un patrimonio comune; al contrario, invece, che questa sua caratteristica abbia assunto ormai i connotati di una sorta di “religione” è una peculiarità di nuovo conio. Paradossalmente tale fenomenologia accade proprio all’interno di una “società di massa”, cioè in una aggregazione determinata in misura preponderante dagli effetti postumi della rivoluzione industriale, ed in particolare dell’ultima fase: quella dell’innovazione tecnologica.

L’avvento della società di massa ha segnato in modo profondo il mondo contemporaneo, intendendo con questo termine quel paradigma organizzativo nel quale una buona parte della “popolazione attiva” partecipa alla produzione, alla distribuzione, al consumo dei beni, ed accede alla vita politica e culturale attraverso l’uso dei mezzi di comunicazione (i mass media, appunto), nonché quelli di nuova generazione. Gli elementi principali che sostengono questo schema sono pertanto la presenza di un rilevante apparato industriale ed il fenomeno connesso dell’urbanizzazione; recentemente, anche la diffusione a qualsiasi latitudine dei device digitali. “Società di massa” significa così che le “masse” diventano protagoniste con riferimento specifico sia alla dimensione economica – diventando produttrici e soprattutto consumatrici di beni – ma anche in relazione alla composizione/scomposizione della rappresentanza politica. Se le masse diventano artefici nella contingenza vuol dire anche che la Storia non è determinata dalla sommatoria dell’agire dei semplici “individui”, ma dalle determinazioni dei gruppi in cui la specificità dell’individuo si dissolve.

Da questo fatto discende una duplice valutazione della società di massa: infatti, se per un verso il protagonismo della stessa potrebbe significare una maggiore democrazia e diffusione del benessere, per un altro vuol dire appiattimento, omologazione, quindi una seria minaccia per la libertà e l’iniziativa individuale. Le masse – a differenza degli individui – sarebbero poi più facilmente mosse da impulsi irrazionali, e potrebbero perciò essere in balia di chi ha la capacità di far leva sulle emozioni, sulle passioni e sui desideri. Dentro a questa cornice trovano espansione le dottrine derivate dal liberalismo, che proclama come inviolabili i diritti e le libertà dell’individuo: la “libertà” quindi è diventata una dogmatica parola d’ordine. Largo spazio viene dato (in teoria) alla multiculturalità, al dissenso e perfino alla contestazione, purché però non venga incrinato il “sistema” nelle fondamenta; anche se va detto che una ondata conservatrice sta rivisitando i vecchi capisaldi del nazionalismo – che oggi si declinano nel più contemporaneo sovranismo – in neoculture “autarchiche” del tipo “prima gli…”, nell’imposizione di dazi, nel controllo muscolare dell’immigrazione, in un uso strumentale del sentimento religioso e tanto altro ancora di consimile.

Il “sistema”, così come è concepito nei Paesi occidentali, anche se appare complessivamente un po’ in declino, si regge ancora sul presupposto che apparentemente la massima libertà dell’individuo sia tutelata ed incentivata, mentre parrebbe vero esattamente il contrario: cioè che lo stesso operi surrettiziamente per cancellare le individualità e per modellare a suo piacimento una massa anonima, docile e, si presuppone, anche soddisfatta (pertanto non troppo pericolosa): in buona sostanza verso la formazione di un insieme di cittadini ridotti al rango di consumatori/contribuenti/elettori.  La sensazione poi è quella di un “Potere” che è reso sempre più impalpabile, distante, oscuro; che soltanto in parte risiederebbe nelle strutture della rappresentanza democratica e nelle istituzioni. Che starebbe invece quasi sempre “altrove”, magari occultato in piccoli consessi finanziari, dentro ai c.d.a. di influenti organizzazioni bancarie, ma anche nella pancia di anonime società per azioni, nei gruppi finanziari a capitale misto, i quali sarebbero veramente in grado di condizionare “dall’esterno” la politica, l’economia e l’informazione.

Inoltre, le nuove tecnologie informatiche utilizzate oramai da un numero sempre più cospicuo di utenti, hanno consentito di implementare quello che qualcuno ha già definito come il “capitalismo della sorveglianza” od anche il “capitalismo delle piattaforme”, cioè un innovativo settore economico – anzi “bioeconomico”che utilizza l’esperienza umana nel cyber spazio come una materia prima (gratuita) dalla quale estrarre profitto, attraverso l’analisi algoritmica di big data comportamentali, con finalità predittive di ciò che l’individuo-massa vuole o desidera. L’enorme “plusvalore” realizzato da certe aziende della Silicon Valley ma anche quello di alcuni giganti cinesi del settore, è ottenuto proprio grazie alle “scommesse” delle imprese e degli Stati sul probabile comportamento futuro dei cittadini: insomma si tratta all’attualità di una delle economie più redditizie. Ed infatti in queste dinamiche sono sempre più coinvolte aziende del ramo assicurativo, con quelle della biomedicina, della pubblicità, della telefonia; ma anche la sorveglianza statale in funzione dell’ordine pubblico, per le politiche di controllo sociale, e comunque la produzione manifatturiera in senso generale. La vendita delle “previsioni comportamentali” di un’umanità standardizzata si fonda sull’assunto che le scelte delle persone siano prevedibili, quantificabili, ed infine regolabili a piacere. Questa dinamica risulta assolutamente necessaria se lo scopo è quello di vendere ad esempio una polizza assicurativa, così come un farmaco, un’automobile; ma anche un corso universitario oppure per promuovere un partito politico, od un giornale.

Si tratta di un’innovazione che manifesta però alcuni caratteri totalitari e distruttivi, poiché succhia linfa vitale dalle relazioni sociali ed economiche che già in parte esistono, senza però produrre molto di nuovo e spesso invece diminuendo i legami sociali, creando precarietà ed aumentando le disuguaglianze, mentre il profitto è incamerato da multinazionali che sfuggono al controllo statale anche sotto il rilevante profilo del corretto prelievo fiscale. Inoltre, la rete sembrerebbe avere abdicato a quello statuto iniziale di assoluta libertà senza alcun controllo, di democrazia diretta o semplicemente di “potenziale democratico” che aveva entusiasmato gli utenti, per digradare verso un “iperspazio” essenzialmente commerciale e con caratteristiche in stile Orwelliano. Così, questo capitalismo dai marcati connotati digitali, unitamente alle altre forme, tradizionali ma non meno profittevoli, ha prodotto e sta producendo una grande ricchezza per pochi ed un impoverimento reale per tantissime altre persone.

Tuttavia l’essenza ontologica del consumatore di massa, per quanto sordinata da un edonismo incentivato prepotentemente dalle forme di economia sopra evidenziate, mantiene una profonda aspirazione a realizzarsi invece come “persona”, cioè come essere umano che si costruisce soprattutto attraverso un complesso sistema di relazioni con i suoi simili. Al contrario la pratica costante di un esasperato individualismo non è in grado di cancellare questa sua innata vocazione, pertanto il risultato di questa “duplicità” è spesso una dimensione psicologica variabilmente “schizofrenica”; l’individualismo assoluto peraltro non potrebbe durare nel tempo, anzi se così fosse sarebbe proprio la società a sgretolarsi. Quel che accade invero – oltre che una sorta di dumping incessante tra lavoratori, la diminuzione della quantità complessiva di lavoro e del welfare – è che questo modello produce un gran numero di individui insoddisfatti: “Joker”, il film premiato di recente con il Leone d’Oro a Venezia, che si dipana  sopra una storia di disagio mentale – seppure alla maniera tipicamente americana – rappresenta comunque una forte critica alla società del benessere e del successo ad ogni costo, dove chi resta indietro o presenta qualche “difetto” viene sostanzialmente sopraffatto ed abbandonato, per poi essere giudicato negativamente in relazione alle azioni criminali che inevitabilmente gli ultimi finiscono prima o poi per compiere in quel contesto dato.

Questo modello di società “bipolare” (in tutti i sensi), infatti ammette soltanto due possibilità: l’integrazione totale nel sistema oppure l’espulsione e l’isolamento, poiché in fin dei conti mostrare segni d’insofferenza verso questo sofisticato marchingegno che promette una felicità generalizzata è cosa più da pazzi che da criminali. Tuttavia, mentre nel film di Todd Phillips una folla (si presume di reietti) acclama paradossalmente Joker come suo improbabile idolo, indossando la beffarda maschera da clown, nella realtà dei fatti per lo più non si appalesano delle vere e proprie ribellioni, al massimo vi è – come si suole dire – una reazione “di pancia”, spesso virata in senso populista.  Il ceto medio e la classe operaia oramai dissolti nella società di massa individualista, sostanzialmente hanno finito per accettare ed adeguarsi a questo sistema, giacché il “pensiero unico” non contempla possibilità alternative; contemporaneamente l’offerta politica, specialmente quella che storicamente ha rappresentato le istanze delle compagini del lavoro, ha manifestato chiaramente i suoi limiti. Dimenticando però che è l’uguaglianza alla base della vera libertà, intesa come “principio di uguaglianza” (nel senso costituzionale) ed anche considerando il valore delle differenze che fanno di ciascuna persona un individuo diverso da tutti gli altri e di ciascun individuo una persona uguale a tutte le altre.

Se la seducente libertà della società di massa e dei consumi si è rivelata per quello che è, soltanto una effimera chimera, va anche detto che ci sono dei segnali incoraggianti, come quelli suscitati da taluni movimenti che recentemente hanno riempito alcune piazze italiane: si è trattato, questa volta sì, di una libera presa di posizione, che ha i caratteri propri dei movimenti spontanei nata utilizzando anche le potenzialità positive della rete; della mobilitazione della cittadinanza che vuole essere attiva, senza bandiere od appartenenze partitiche, che però ha un sentire sicuramente antifascista ed una componente giovanile significativa. Che si connota per la protesta non tanto verso il “sistema” in generale ma contro un certo tipo di politica (e la sua impersonificazione), ed ha finito così per diventare virale nel mondo dei social, ma soprattutto ha attirato numerosi apprezzamenti suscitando nel contempo anche nuove speranze. La politica che si esprime attraverso la forma certamente necessaria dei partiti sarebbe bene che non si muovesse per ricondurre sotto la propria bandiera questi movimenti, lasciando invece crescere queste realtà, così come le altre che hanno a cuore i temi ambientali e le sorti del nostro pianeta. Quello che serve semmai è la comprensione che vi è un deficit di rappresentatività (e forse anche di democrazia), che esiste una connessione tra una certa economia, la politica che la sostiene e la restrizione dei diritti e della libertà. Pertanto il consenso di natura progressista probabilmente va ricercato nelle scelte orientate verso una società che sia meno populista e più inclusiva, e magari proprio intorno a quelle proposte di modificazione od anche di superamento delle forme di nuovo capitalismo squilibrato che si dipana nel format digitale, oppure che risulta poco sostenibile dal punto di vista ambientale, che stanno però cambiando in modo diseguale la società.

Andrea Rinaldo

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2 comments

    • Andrea Rinaldo on 29 Dicembre 2019 at 18:04

    Grazie Silvano

    • silvano caria on 27 Dicembre 2019 at 12:55

    ottima analisi, siamo il pascolo di un sistema gestito da multinazionali finanziarie in cui anche la “cultura” viene fossilizzata x fare spazio a informazioni e meccanismi pilotati x gestire le nostre coscienze.

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