La battaglia di Milano

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Giovanni BianchiNon ci vuole un particolare intuito per capire che fra le numerose sfide in grandi città del turno elettorale 2011 la più importante rimane quella per Milano. Non che Napoli, Torino o Bologna siano città poco importanti, ma il ruolo di Milano, anche al di là della retorica sulla “capitale morale” , è fuori discussione, ed un eventuale ritorno alla guida dell’amministrazione, dopo tanti anni, del centrosinistra sarebbe un segnale di svolta le cui conseguenze si sentirebbero anche a livello nazionale.

Milano è la città di Berlusconi, anche se è di tutta evidenza che per il premier il rapporto con la città è simile a quello del suo antico compare Bettino Craxi: la base, il luogo dei simboli, ma non una città da valorizzare. Piuttosto una città il cui oggettivo declino economico e sociologico deve essere amministrato, spesso per mano di famigli incapaci o corrotti o tutt’ e due, in modo tale da garantire al patron la costanza del consenso politico e magari qualche buon affare privato. D’altro canto, è un dato di fatto che con la cancellazione del sistema industriale e la crisi del terziario il mercato più appetitoso sulla piazza milanese sia ora quello del mattone, e tutti i grandi progetti che sono in corso si risolvono in ultima istanza in grandi colate di cemento. A ciò si aggiunga, come è ben noto, che il settore dell’edilizia è da sempre il più permeabile alle attività della criminalità organizzata, la cui presenza a Milano ed in Lombardia è ormai acclarata e capillare sebbene le istituzioni appaiano restie a riconoscerla.

E’ evidente perciò che la vittoria di Giuliano Pisapia rappresenterebbe non solo l’avvento a Palazzo Marino di un amministratore capace e di un autentico riformista, ma anche la fine di un modello integrato di gestione politico-affaristica che non ha fatto alcun bene a Milano. D’altro canto, il problema principale rimane quello di una città che da troppo tempo non è stata capace di esprimere un ceto politico all’altezza della situazione.

Basta scorrere le biografie dei Sindaci dalla Liberazione in poi per rendersi conto di ciò: dal 25 aprile 1945 si sono succeduti sul più alto scranno meneghino un grande avvocato (Greppi), un valente medico tisiologo (Ferrari), un ingegnere ex Rettore del Politecnico (Cassinis) ed un oncologo di fama mondiale (Bucalossi) : da qui in poi le cose cambiano perché i quattro Sindaci successivi – Aniasi, Tognoli, Pillitteri e Borghini- pur non essendo ascrivibili alla categoria del funzionario di partito (con l’eccezione di Borghini) erano comunque persone che della politica facevano il centro della loro vita e non un elemento complementare rispetto alla vita professionale come i loro predecessori. Già questo , prescindendo da ogni giudizio di merito sull’attività dei singoli Sindaci, è comunque indicativo del progressivo arroccamento dei partiti e della diffidenza reciproca che si instaura fra di essi e la società civile.

Non che con l’introduzione dell’elezione diretta le cose siano andate meglio: dal 1993 ad oggi si sono infatti succeduti un pensionato irascibile (Formentini), un padroncino nevrotico (Albertini) ed una signora genovese che ha azzeccato un buon matrimonio (Letizia Brichetto Moratti). Soprattutto, quel che colpisce di questi tre Sindaci è il fatto che tutti loro si siano presentati per quello che non erano: sicché Formentini passava per essere un grand commis ed era un capufficio, Albertini si presentava come un capitano d’industria ed era un burocrate confindustriale, la Brichetto Moratti infine si atteggia a manager globale ed è in sostanza solo la moglie di uno dei principali contribuenti milanesi.

La candidatura di Pisapia, grande borghese ben integrato nel tessuto sociale milanese e principe del foro, figlio di uno dei più geniali giuristi italiani del XX secolo, rompe con questo schema e può attrarre al centrosinistra consensi di tipo nuovo. Soprattutto, pare evidente che la battaglia di Milano è una vera battaglia fra conservazione ed innovazione, e che non è possibile una confusione fra di essi dal momento che l’innovazione, come è giusto che sia, è nel campo dei progressisti e dei democratici.

Ora bisogna vincere.

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