La leva economica.
Emanuele Ranci Ortigosa: Contro la povertà.
Analisi economiche e politiche a confronto.

“Il mondo è ricco di risorse per assicurare a tutti i beni primari. Eppure molti vivono in una scandalosa indigenza e le risorse, usate senza criterio, si vanno deteriorando”. Sono parole del Papa che fotografano una realtà in continuo peggioramento, sempre di più aumentano i poveri e le persone in difficoltà in un mondo in cui le risorse sono abbondanti e potrebbero soddisfare tutti. Sono tanti ormai, di diversa estrazione culturale e politica, i commentatori che colgono la contraddizione di un mondo in cui la tecnologia fa passi da gigante ma siamo di fronte a disparità crescenti.

In ultima analisi, la dinamica della distribuzione delle ricchezze dipende dall’idea prevalente, all’interno delle singole società, di ciò che è giusto o sbagliato. Sarebbe il caso di chiedersi perché tutto questo succede e passare, dal constatare i fatti, al passo successivo, all’azione.

Locandina Emanuele Ranci Ortigosa, contro la povertà. Analisi economiche e politiche a confronto.

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Premessa di Luca Caputo 09′ 06″

Introduzione di Stefano Guffanti 21′ 14″

Relazione di Emanuele Ranci Ortigosa 1h 10′ 28″

Domande del pubblico 12′ 12″

Risposte di Emanuele Ranci Ortigosa 10′ 45″

Domande del pubblico 12′ 37″

Risposte di Emanuele Ranci Ortigosa 06′ 44″

Domande del pubblico 10′ 25″

Risposte di Stefano Guffanti, Emanuele Ranci Ortigosa e chiusura di Luca Caputo 09′ 22″

Emanuele Ranci Ortigosa

Emanuele Ranci Ortigosa

Stefano Guffanti, Luca Caputo, Emanuele Ranci Ortigosa

da sinistra: Stefano Guffanti, Luca Caputo, Emanuele Ranci Ortigosa

Introduzione di Stefano Guffanti al testo “Contro la povertà. Analisi economica e politiche a confronto” di Emanuele Ranci Ortigosa.

Buongiorno a tutti, oggi abbiamo il piacere di presentare il libro del prof. Emanuele Ranci Ortigosa “Contro la povertà. Analisi economica e politiche a confronto”, edito da Francesco Brioschi Editore.

Il prof. Emanuele Ranci Ortigosa è Presidente emerito e direttore scientifico dell’IRS, direttore di Prospettive Sociali e Sanitarie e di Welforum, svolge dal 1971 attivita di ricerca, consulenza, formazione sulle politiche sociali e sociosanitarie; la programmazione, l’organizzazione e la valutazione dei servizi sociali e sanitari; la spesa sociale; le politiche contro la poverta. E’ autore di numerosi volumi e saggi ed ha insegnato Politiche sociali in più università.

Il libro, molto chiaro e comprensibile da un largo pubblico, è preceduto da una prefazione di Tito Boeri e completato da contributi di Daniela Mesini sulle caratteristiche del Rei e di Chiara Crepaldi sulle misure di reddito minimo in Europa.

Scrive il prof. Ranci Ortigosa in un articolo del novembre 2018: “In Italia, nel 2017, erano in povertà 1.778.000 famiglie, 5.058.000 individui, 1 su 12 residenti. Per molti fattori, fra i quali anche le deficienze del nostro sistema assistenziale, dal 2007 gli individui poveri sono aumentati di più di due volte e mezzo, dal 3,1% al 8,4% dei residenti, e ancora tendono ad aumentare. Sono individui in povertà assoluta, i cui redditi sono al di sotto della soglia che l’Istat pone come necessaria per poter acquisire i beni e servizi necessari per poter condurre una vita minimamente dignitosa. Tale soglia varia, nei vari contesti territoriali, da 554 a 817 euro individuo/mese in rapporto al costo della vita, e varia poi in rapporto alla composizione della famiglia.”

Avrete notato che il prof Ranci Ortigosa usa il termine “povertà assoluta”, nel libro è riportata la definizione che del termine “povertà” dà l’Enciclopedia Treccani, una definizione legata ai bisogni: “Stato di indigenza consistente in un livello di reddito troppo basso per permettere la soddisfazione di bisogni fondamentali in termini di mercato, nonché in un’inadeguata disponibilità di beni e servizi di ordine sociale, politico e culturale”. Quindi povertà assoluta è da intendersi come riferita a un “paniere di beni e servizi” ritenuto necessario per una esistenza dignitosa in un dato contesto.

La Treccani, tuttavia, ci dice che devono anche essere considerati il luogo e l’epoca storica, in quanto: “La povertà non esprime soltanto la condizione di coloro che possiedono una quantità di beni materiali insufficienti alla sopravvivenza, ma anche la condizione di coloro che ne possiedono in quantità minore rispetto ad altri individui. In tal senso il concetto di povertà è relativo alla distribuzione dei beni che si realizza nell’ambito di una medesima struttura sociale”. In quest’ultimo caso la povertà relativa si collega a un altro concetto complesso, quello di disuguaglianza.

Non è agevole tenere del tutto distinte povertà economica e disuguaglianza. Basti dire che una delle modalità di rappresentazione della povertà, l’indice di povertà relativa è sostanzialmente una misura della disuguaglianza. Tema concettualmente distinto dalla povertà ma di fatto connesso, nel senso che società fortemente disuguali registrano per lo più anche elevati livelli di povertà.

Povertà e disuguaglianza sono stati affrontati in modi assai diversi nel corso dei secoli. Noi tutti ricordiamo il 1798 e il “Saggio sul principio di popolazione “ nel quale il reverendo Thomas Malthus, preoccupato dalla crescita demografica (fenomeno fino allora sconosciuto), dall’esodo della popolazione dalle campagne alla città (fenomeno quanto mai attuale anche ai giorni nostri) e, non ultima, dalla Rivoluzione Francese che permette a nobili e comuni cittadini di sedere nello stesso Parlamento, propone il controllo della natalità per i poveri e la soppressione di ogni sistema di assistenza nei loro confronti. Fortunatamente sono esistite ricette meno drastiche… ricordiamo Smith, Ricardo, Marx, le narrazioni del dopoguerra che prevedevano società in cui il capitale, la produzione, i profitti, crescevano in diretta proporzione ai salari e ai redditi e ogni gruppo sociale beneficiava della crescità in maniera equa. Le disuguaglianze crescono durante la prima fase di industrializzazione, si diceva, e poi tendono in maniera “naturale” a decrescere durante le successive fasi dello sviluppo economico.

Narrazioni che si sono anche concretizzate in numerosi periodi storici, basti pensare alla crescita che ha contraddistinto gli Stati Uniti tra il 1913 e il 1948, a quella europea nel dopoguerra e fino agli anni ’80, il boom economico italiano, quello cinese e tutti quei casi in cui a fronte di una crescita della ricchezza si è avuta anche una diminuzione delle disuguaglianze e della povertà. La globalizzazione è stata, per certi versi, l’apice di queste narrazioni ottimistiche, anche i paesi poveri e sottosviluppati, grazie al libero commercio e alla libertà di movimento dei capitali che permettono di “ottimizzare” l’uso delle risorse, potranno crescere e arrivare al livello del ricco occidente.

Oggi tuttavia siamo in grado di vedere l’altra faccia della medaglia…. gli squilibri economici sui mercati finanziari, nuove forme di colonizzazione, di dumping sociale, di furto della proprietà intellettuale, il rinascere del protezionismo, che ci fanno venire forti dubbi sulle capacità del mercato di autoregolarsi, sul carattere automaticamente equilibrato della crescita e sul nesso ottimistico tra sviluppo economico e distribuzione delle ricchezze, sul modo in cui la politica ha sempre influenzato e tuttora influenza la storia della distribuzione delle ricchezze.

Nella scorsa lezione del Circolo il prof. Ilardi ci ricordava quanto il concetto di libertà e quello di eguaglianza siano guidati da logiche diverse e necessitino di interfacce (la fraternità nel caso della Rivoluzione Francese) che permettano ai due ideali di convivere. E di come il concetto di “libertà” presenti aspetti di notevole ambiguità (dove finisce la tua libertà e dove inizia la mia ?)

La domanda e l’offerta non bastano a ridurre le disuguaglianze, non assicurano affatto che vengano premiati i meritevoli e che il capitale umano prevalga su quello finanziario, immobiliare o sulla rendita parassitaria. Occorre la conoscenza, la formazione, ma esistono differenze patrimoniali tali per cui l’idea stessa di garantire le stesse opportunità (idea ben lontana dall’eguaglianza economica) si rivela una utopia. Diceva Bill Gates: “Quando mi trovo alle conferenze sull’informazione tecnologica e la gente mi dice che la cosa più importante è fare in modo che le persone possano connettersi alla rete rispondo: mi state prendendo in giro ? Siete mai stati nei paesi poveri ?”

Oxfam da anni rappresenta l’evidenza che l’1% più ricco della popolazione del mondo detiene la stessa ricchezza del restante 99%. Non solo, questo 1% ha acquisito l’82% dell’incremento della ricchezza mondiale tra marzo 2016 e marzo 2017 e neanche un centesimo di questo incremento è andato ai 3,7 miliardi di persone che costituiscono la metà più povera del pianeta. L’Africa viene oggi persino costretta a cedere migliaia di ettari di terra a ricchi emiri che li usano per la caccia, a ricchi cinesi che costruiscono città fantasma o alle tante ricche società d’affari americane ed europee che li usano per i loro investimenti mettendo a rischio le coltivazioni e lo sviluppo locale. L’Africa, del resto, non è la sola a subire questo neocolonialismo moderno, la povertà cresce anche da noi, nella ricca e opulenta Europa. La Grecia è stata ridotta alla fame e tutte le sue attività produttive sono state vendute al miglior offerente e abbiamo visto che in Italia le persone in difficoltà superano oramai i 5 milioni di persone.

Per la cronaca, l’indice di Gini (indicatore che misura la disuguaglianza) in Italia è superiore a quello medio europeo e l’OECD ha segnalato, in un lavoro del 2014 “Focus on inequality and growth”, come l’Italia abbia realizzato, durante gli anni della crisi, uno dei maggiori aumenti della disuguaglianza tra i paesi industrializzati. L’Italia è ventunesima tra i paesi europei, peggio di noi fanno solo Portogallo, Grecia, Spagna e alcuni paesi dell’est.

Tornando al tema della povertà, il professor Ranci Ortigosa esamina il problema sotto numerosi e diversi punti di vista esaminando i dati sulla povertà assoluta e relativa:

  1. a livello complessivo: analizzando la distribuzione dei redditi in Italia e l’aumento del numero dei poveri dopo gli anni della crisi (due volte e mezzo !);
  2. disaggregando i dati sulla povertà in base alle diverse tipologie di famiglie (numerose, monoreddito, monogenitoriali, con presenza di almeno un cittadino straniero);
  3. esaminando l’età dei poveri (da evidenziare a questo proposito l’aumento del numero dei poveri tra minori e giovani)
  4. comparando i dati a livello europeo.

Mi ha molto colpito il benchmarking a livello europeo che, sulla base dei dati Eurostat, mostra che un quarto della popolazione vive a rischio di povertà o esclusione sociale, indicatore, quest’ultimo, che si basa sulla combinazione di tre indicatori:

  • povertà reddituale: chi vive in famiglie in cui il reddito disponibile è inferiore alla soglia di povertà stabilita in quel paese;
  • stato di grave deprivazione: chi vive in famiglie con almeno 4 di 9 problemi considerati sul totale delle persone residenti (si tratta di persone che non sono in grado di far fronte a spese improvvise, di riscaldare l’abitazione, di fare una vacanza l’anno di una settimana, che non possono permettersi la lavatrice o il televisore, l’automobile o il telefono o che sono in deciso arretrato con le bollette);
  • chi vive in famiglie a bassa intensità lavorativa, ovvero che sono al limite della disoccupazione in quanto lavorano meno del 20% della loro potenziale capacità lavorativa).

In Europa 118 milioni di persone vivevano, nel 2016, a rischio di povertà o esclusione sociale, circa un quarto della popolazione, con punte del 40% in Bulgaria, Romania (38,8%) e Grecia (35,6%) e valori minimi tra il 13,3% e il 16,7% in Repubblica Ceca, Finlandia, Paesi Bassi e Danimarca.

E in Italia ? Nel 2007, la percentuale di persone a rischio di povertà o esclusione sociale in Italia era pari al 26%, nel 2015 al 28,7%, nel 2016 al 30% quasi 18 milioni di individui”

Un indice più alto di quello italiano si trova in pochissimi Paesi europei: i tre sopra elencati più la Lettonia (30,9%). In Germania, per avere un confronto con paesi comparabili al nostro come dimensioni, siamo al 19,7%, in Francia al 18,2%, in Gran Bretagna al 22,2%, tra gli 8 e i 12 punti percentuale in meno rispetto al nostro paese !

Questo indicatore dimostra quanto l’Italia si stia allontanando dai Paesi “occidentali” e dal modo di vivere “europeo”. Persino il Portogallo, con tutti i suoi problemi di bilancio e di sviluppo, ha una percentuale più bassa dell’Italia, fanno meglio dell’Italia anche paesi di entrata recente in Europa come la Slovenia, l’Ungheria e la Polonia.

Bassa intensità lavorativa, elevata incidenza del rischio di povertà e grave deprivazione non sono tuttavia egualmente distribuiti nel territorio italiano: nel Mezzogiorno e nelle isole l’indice raggiunge il 46,9%, al Centro il 25,1% nel Nord ovest il 21% e nel Nord Est il 17,1%.

Successivamente il testo descrive come disuguaglianza e povertà abbiano influenzato negativamente, penalizzandola, la nostra crescita economica. Viene evidenziato come l’OECD con il suo “Focus on inequality and growth” dimostri la correlazione tra aumento della disuguaglianza e perdita di PIL. Tra il 1985 e il 2010 l’Italia avrebbe potuto crescere del 14,75% con una più equa distribuzione dei redditi mentre, a causa dell’aumento nella disuguaglianza che si è registrato, è cresciuta solo dell’8% (una delle percentuali più basse tra i paesi OCSE.)

Si dirà che la causa è la crisi economica, quella crisi dovuta all’accelerazione dei processi di globalizzazione che ha portato al prepotente irrompere sulla scena di nuovi attori come l’India, la Cina, la Corea, il Brasile, l’Indonesia e, infine, alla terribile crisi finanziaria del 2007 nata negli Stati Uniti con i sub-prime, il fallimento Lehman e tutto ciò che ne è seguito.

E’ vero solo in parte in quanto nei Paesi in cui si registra una diminuzione delle differenze nella distribuzione del reddito, come Francia, Spagna e Irlanda, abbiamo una maggiore crescita del PIL pro-capite.

Il testo del prof. Ranci Ortigosa passa poi a esaminare le risposte del nostro sistema di welfare e la loro efficacia nel fronteggiare la povertà. Sappiamo che il modello di welfare è in crisi in tutta Europa, ne abbiamo parlato, quando presentammo il libro della professoressa Saraceno, citando Mario Draghi che ci mette in guardia affermando che il vecchio modello sociale europeo si sarebbe esaurito “a causa della concorrenza crescente dei paesi emergenti, della riorganizzazione dei processi produttivi su base globale, la rapidità dell’innovazione, la crescente frammentarietà dei percorsi lavorativi sempre meno legati al riferimento di un “posto fisso”, la maggiore instabilità dei nuclei familiari, l’abbassamento della fertilità, la flessione prospettica delle forze di lavoro, l’invecchiamento della popolazione”.

Il prof. Ranci Ortigosa evidenzia l’assenza di coordinamento tra le misure finora attuate, la mancanza di una misura universale di contrasto, le proposte dei partiti e, nel periodo che va dal 2015 al 2018, il lavoro delle 38 associazioni che, unite nell’Alleanza contro la povertà, hanno contribuito all’ideazione e alla sperimentazione del Reddito di inclusione, il primo strumento volto ad affrontare i 5 mln di poveri assoluti e i 9 milioni di poveri relativi.

Il prof. Baldini, che insegna Scienza delle Finanze all’Università di Modena, ha recentemente dichiarato che, a settembre 2018, circa 300.000 famiglie e, di conseguenza, 1 milione di persone ricevano il reddito di inclusione (1 su 5 della platea dei poveri assoluti). La famiglia che è in povertà presenta una domanda ai servizi sociali del Comune di residenza e, in base all’ISEE l’indicatore monetario, se ha un ISEE complessivo sotto i 6000 e in particolare un reddito ISEE sotto i 3000 euro, un patrimonio immobiliare inferiore a 20.000 euro e mobiliare inferiore a 10.000 euro può essere ammessa al trasferimento. Se una famiglia ha ISEE zero ed è composta da una persona sola riceve 187 euro, cifra che poi cresce e arriva fino a 485 euro per le famiglie numerose. Alcune regioni hanno poi incrementato con fondi propri il trasferimento del governo.

L’entità del sostegno economico è sicuramente inadeguata ad assicurare un reddito sufficiente e una vita dignitosa, tuttavia occorre considerare che la legge di bilancio 2017 ha previsto, rispetto alla dote finanziaria attuale del REI (1,84 miliardi) un aumento della dotazione nel 2019 e nel 2020 per un ammontare finale pari a 2,7 miliardi. Basterebbero tre miliardi per raddoppiare gli importi sopra riportati.

Il REI, inoltre, rappresenta un progetto di presa in carico finalizzato al raggiungimento dell’autonomia, perchè la famiglia deve aderire a un progetto di inclusione volto a superare le proprie condizioni di povertà. La dimensione del lavoro non è infatti necessariamente legata al tema povertà, si stima che il 70% dei poveri assoluti non siano in grado di lavorare e presentino problematiche che richiedono un approccio integrato, che non riguarda solo la distribuzione ai beneficiari di un ammontare finanziario ma una serie di strumenti che coinvolgono i servizi sociali e i Comuni oltre che i centri per l’impiego. In base ai problemi della famiglia (mancanza di lavoro, salute fisica e mentale…) i componenti vengono indirizzati a centri per l’impiego, aziende sanitarie, volontariato, centri pubblici e privati di formazione lavoro etc…

Il filtro attraverso il quale si compie la valutazione dei bisogni delle famiglie è in capo ai servizi sociali del Comune potenziati con finanziamenti ad hoc, anche europei, mentre il reddito di cittadinanza si basa sui centri per l’impiego.

L’Alleanza contro la povertà, dopo la crescita asfittica e 3 trimestri in contrazione dell’economia, ritiene che il reddito di cittadinanza, caposaldo economico dell’attuale governo, debba essere concepito tenendo conto dei ricercatori e degli esperti che hanno studiato in questi anni il tema della lotta alla povertà che non va confuso con le politiche attive del lavoro. Il reddito di cittadinanza per come l’abbiamo conosciuto non esiste infatti più. La misura concepita all’inizio come un reddito dignitoso contro la povertà ha perso col tempo di forza per diventare un reddito condizionato al lavoro ed alla capacità di lavorare dopo debita formazione. Da reddito universale infatti (questo era il reddito di cittadinanza nei primi discorsi di Grillo), il reddito di cittadinanza è diventato uno strumento di sviluppo economico volto a fare aumentare la domanda aggregata e il PIL sostenendo la domanda interna (con tutti i dubbi e le difficoltà che ciò comporta tutti si iscrivono ai centri per l’impiego, cresce il numero degli inattivi, aumenta l’output gap e ci si può indebitare di più…)

I Centri per l’impiego da soli non sono sicuramente in grado di gestire la lotta alla povertà, soprattutto nella condizione in cui sono nel nostro paese. Basti pensare a quanto dichiarato dal nuovo segretario lombardo della CISL Mauro Ongaro: a fronte dei 100.000 dipendenti tedeschi che servono una popolazione di 80 mln, una regione come la Lombardia dovrebbe avere 12.500 persone che lavorano nei centri per l’impiego. Sapete quante addetti ci sono nei centri per l’impiego della “virtuosa” Lombardia ? 550…

Ma torniamo alla proposta dell’Alleanza contro la povertà, la proposta delle associazioni è quella di aumentare gli stanziamenti del REI rafforzandolo per estendere, in un percorso graduale, la platea dei beneficiari e gli importi erogati monitorando, al tempo stesso, il comportamento delle famiglie (quante mandano i bambini a scuola ? Cala il consumo di anti-depressivi ? Etc…).

La lotta alla povertà è una politica di lungo termine che va valutata nel lungo periodo e non è adatta a misure di breve.

In conclusione, abbiamo detto, parlando della definizione di povertà, che povertà e disuguaglianza sono due fenomeni fortemente correlati.

Fatemi concludere con le parole del Papa: “Il mondo è ricco di risorse per assicurare a tutti i beni primari. Eppure molti vivono in una scandalosa indigenza e le risorse, usate senza criterio, si vanno deteriorando”. Sono parole che fotografano una realtà in continuo peggioramento, sempre di più aumentano i poveri e le persone in difficoltà in un mondo in cui le risorse sono abbondanti e potrebbero soddisfare tutti. Sono tanti ormai, di diversa estrazione culturale e politica, i commentatori che colgono la contraddizione di un mondo in cui la tecnologia fa passi da gigante ma siamo di fronte a disparità crescenti.

In ultima analisi, la dinamica della distribuzione delle ricchezze dipende dall’idea prevalente, all’interno delle singole società, di ciò che è giusto o sbagliato. Sarebbe il caso di chiedersi perché tutto questo succede e passare, dal constatare i fatti, al passo successivo, all’azione.

Come vedrete c’è tanto da fare ma non siamo affatto all’anno zero. Lascio a questo punto la parola al prof. Ranci Ortigosa.


File audio da scaricare (clicca sul link)

  1. Premessa di Luca Caputo 09′ 06″
  2. Introduzione di Stefano Guffanti 21′ 14″
  3. Relazione di Emanuele Ranci Ortigosa 1h 10′ 28″
  4. Domande del pubblico 12′ 12″
  5. Risposte di Emanuele Ranci Ortigosa 10′ 45″
  6. Domande del pubblico 12′ 37″
  7. Risposte di Emanuele Ranci Ortigosa 06′ 44″
  8. Domande del pubblico 10′ 25″
  9. Risposte di Stefano Guffanti, Emanuele Ranci Ortigosa e chiusura di Luca Caputo 09′ 22″
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