La politica vittima di se stessa

linea_rossa_740x1Giovanni BianchiSi parla molto di antipolitica, e recentemente, commentando talune spiacevoli situazioni che lo vedono coinvolto, l’ on. Berlusconi, oltre al solito appello messianico a schierarsi per il Bene contro il Male e per l’Amore contro l’Odio, ha anche chiesto di mobilitarsi contro l’antipolitica.

Solo che l’antipolitica non ha nulla a che vedere con inquirenti e magistrati che fanno il loro dovere, ma si annida spesso nei gangli vitali della politica stessa e di coloro che la praticano, che poi sarebbero quelle persone che si candidano a raccogliere il voto dei cittadini per assurgere a cariche pubbliche le quali vanno esercitate, come scrive la Costituzione , “con disciplina e onore” (art.54).

Sarebbe facile a questo punto mettersi a fare l’elenco delle denunce della Corte dei Conti o delle altre supreme magistrature circa la diffusione esponenziale della corruzione nel nostro Paese, vero e proprio freno allo sviluppo e causa di perenne distorsione dei rapporti politici e sociali.

No, la vera antipolitica consiste nella negazione stessa della politica a partire dall’azione stessa di chi si occupa di politica ma trova molto più comodo assumere comportamenti demagogici o distruttivi al fine di conquistare il consenso in una rincorsa ad inseguire gli istinti più bassi della popolazione.

In questo senso, potremmo individuare tre fenomeni tipici dell’antipolitica moderna, il primo dei quali è la sostituzione dell’azione con la gesticolazione. Il principio di base venne sancito da Richard Nixon durante la sua campagna elettorale del 1968 macchiata dal sangue di Martin Luther King e di Bobby Kennedy: “ Quello che conta non è ciò che il candidato in effetti fa, ma ciò che sembra fare” . Un principio del genere può andar bene, ma fino ad un certo punto anche lì, in campagna elettorale, ma quando un uomo politico al governo sostituisce sistematicamente il sembra fare al fare effettivo (anche se ovviamente si presenta come uomo del fare) allora siamo alla dissociazione sistematica dei fatti dalle parole. Uno dei più attivi gesticolatori è , ad esempio, il Vicesindaco di Milano Riccardo De Corato, il quale ormai ha ridotto la propria attività ad inseguire per tutto il perimetro della città un manipolo di rom da sgomberare con grande dispiego di mezzi e sotto gli occhi delle telecamere e dei giornalisti. Vien quasi da pensare, in effetti, che si tratti sempre delle stesse persone, ovvero di comparse arruolate a tal scopo, ma al di là delle facili risate, il contenuto davvero drammatico della questione è la facile equazione sicurezza – ordine pubblico – sgomberi che trasforma una questione sociale primaria in una esibizione muscolare perenne in cui, appunto, rimane solo la momentanea gesticolazione ed i problemi rimangono drammaticamente sul tappeto. Si dirà che un uomo di governo non si comporta così, ma in effetti De Corato non è un uomo di governo, come non lo è in definitiva lo stesso Berlusconi, che il sistema della gesticolazione ha portato ai massimi livelli, a partire dalla vicenda dei rifiuti campani, dove una ben orchestrata campagna di stampa ha nascosto che il piano realizzato (lo ha ammesso lo stesso Bertolaso) era in realtà quello predisposto dal Governo Prodi. Il problema del gesticolatore non è governare, ma far vedere che fa qualcosa, e siccome gesticolare è più facile che fare, il gioco riesce quasi sempre.

Il secondo fenomeno è quello che potremmo definire privatismo, ossia la concezione per cui tutto ciò che è privato è per definizione migliore di quello che è pubblico, meglio gestito, meglio realizzato. In questo campo si distinguono due altri gesticolatori di prima classe come i Ministri Brunetta e Gelmini, che si sono dedicati da due anni a questa parte il primo a offendere e deprimere la professionalità dei dipendenti pubblici, la seconda a smantellare pezzo per pezzo la pubblica istruzione dando un notevole contributo al regresso del nostro Paese verso un destino di semianalfabetismo ed analfabetismo di ritorno. In realtà l’equazione privato uguale efficiente è valida fino ad un certo punto, e spesso è persino irrilevante, nel senso che esistono beni (ad esempio l’acqua) che per loro natura debbono essere di proprietà di soggetti pubblici, in quanto la loro universale destinazione fa sì che debbano essere gestiti ed amministrati da chi non ha immediate finalità di profitto. Il profitto non ha in sé nulla di negativo, ma la sua ricerca sistematica spinge inevitabilmente a passare oltre una serie di considerazioni che invece sono indispensabili ai fini di una gestione improntata alla tutela dell’interesse pubblico. Peraltro, accade talvolta che vi siano interi settori strategici dell’economia nazionale che debbono essere sotto il controllo dei pubblici poteri, come peraltro accade in tutti gli altri Paesi del mondo che non vogliono diventare terra di conquista: l’energia elettrica, il gas, le telecomunicazioni… In ogni caso, si è visto con palmare chiarezza che quella di uno Stato puramente garante, arbitro terzo fra le diverse classi sociali è un’utopia impraticabile, poiché inevitabilmente, nel quadro degli effettivi rapporti di forza sociali, favorisce il più forte a scapito del più debole.

Il terzo elemento è quello che potremmo chiamare la dilatazione del concetto di emergenza. Un terremoto è un’emergenza; una frana è un’emergenza; l’Expo 2015, il centocinquantesimo anniversario dell’ Unità d’Italiae qualsiasi altro evento largamente previsto non possono in alcun modo rientrare in questa categoria. E tuttavia la dilatazione arbitraria ed incontrollata della categoria dell’emergenza – lo dimostra la cronaca quotidiana – sta a significare meno trasparenza, e quindi minori controlli intesi non solo nel senso dei controlli di legge, ma di quel controllo da parte della pubblica opinione e degli organismi rappresentativi che è uno dei criteri fondanti della democrazia.

C’è molto da lavorare, per difendere e promuovere la democrazia e la giustizia sociale: ma chi vorrà accollarsi questo compito?

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