La prima enciclica di Francesco

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Francesco

Francesco. Già il nome è un’enciclica. Ed è bastato per tutti: credenti, supercredenti (c’è gente, molto fastidiosa, che si presenta così), semicredenti o credenti della domenica, agnostici, atei, anticlericali e anticlericali agguerriti. Il nome è molto meno di un twitter. Ma ha funzionato subito, worldwide. S’è infilato in un amen nella fogna di notizie della globalizzazione.

Se c’è una difficoltà della Chiesa è nel suo presentarsi ed essere percepita dalla sensibilità degli uomini d’oggi. Non abbiamo in Italia il livore aggressivamente commerciale che s’è indirizzato sulla Chiesa degli Stati Uniti dopo il grave scandalo della pedofilia, che ha ridotto al dissesto economico alcune diocesi chiamate a risarcire il danno e il peccato da agguerritissimi studi legali. E neppure la richiesta –  questa comune al Nord e al Sud del Continente Americano – di un maggior coinvolgimento e di una maggiore e più calorosa accoglienza all’interno dei gruppi comunitari. La rivista “America”, pubblicata a New York e redatta dai gesuiti, scriveva un anno fa di un trend che rappresentava una vera fuga: un cattolico su tre passava agli evangelicals, quella miriade di confessioni “protestanti” che da sempre animano il tessuto civile del mondo nordamericano, ricche di fondi, di telepredicatori (basta dare un’occhiata ai canali televisivi satellitari), di cori gospel. Funziona nel civile e nel religioso un mantra che già Tocqueville nella sua indagine sulla democrazia di due secoli fa aveva colto nel tessuto quotidiano degli Stati Uniti: Se hai un problema, trova un gruppo che ti aiuti a risolverlo; se il gruppo non c’è, fondalo tu. Vale per gli alcolisti anonimi e vale per la ricerca personale e religiosa. Non a caso il Presidente giura sulla Bibbia, l’oratoria dei politicians americani (Obama in prima fila) è zeppa di parabole e di richiami al Buon Dio.

Orbene, papa Francesco è il primo papa americano, come si è affrettato a sottolineare il cardinale di New York Dolan, ma viene dall’America del Sud, dall’Argentina, arcivescovo di Buenos Aires. L’America Latina non è più il “cortile di casa” degli Stati Uniti, che si sono distratti pensando al medio oriente e soprattutto alla Cina. Ma le analogie, e le influenze, per quanto riguarda lo stato della religione tra le due Americhe sono tante ed evidenti. Per questo uno sguardo geopolitico funziona e non deve essere stato assente dalle riflessioni dei cardinali elettori durante il conclave. A segnalarlo è stato Vittorio Messori, autorevole biografo di papa Benedetto XVI, che ha scritto sul “Corriere della Sera” di giovedì 14 marzo: “Ci sono cifre che tormentano gli episcopati di quelle terre: dall’inizio degli anni Ottanta ad oggi, l’America Latina ha perso quasi un quarto dei fedeli. Dove vanno? Entrano nelle comunità, sette, chiesuole degli evangelici, i pentecostali che, inviati e sostenuti da grandi finanziatori nordamericani, stanno realizzando il vecchio sogno del protestantesimo degli Usa: finirla, anche in quel continente con la superstizione “papista”.” Occorre dire che i grandi mezzi economici di cui quei missionari dispongono stanno attirando molti diseredati di quelle terre e li inducono a entrare in comunità dove vengono sorretti anche economicamente con una sorta di welfare ecclesiale. E Messori – che è un osservatore quantomeno moderato – nota che c’è pure il fatto che le ideologie politiche dei decenni scorsi, in particolare la cosiddetta “teologia della liberazione”, predicate da preti e frati divenuti attivisti ideologici, hanno contribuito ad allontanare dal cattolicesimo quelle folle, desiderose piuttosto di una religiosità viva, anche emotivamente appagante, colorata, cantata, danzata. Anche perché è proprio in questa chiave che il pentecostalismo interpreta il cristianesimo e attira fiumane di transfughi dal cattolicesimo.

Sguardo geopolitico vuol dunque dire, in questo caso, attenzione ai profili e ai ritmi delle chiese sparse nel mondo, e, secondo la grande tradizione ecclesiale, vocazione e spinta missionaria. Una tensione che nasce fin dagli inizi nella Chiesa fondata da Gesù di Nazareth e che vede la comunità di Gerusalemme, la Chiesa di Pietro e Giacomo, da subito intenzionata ad allargare i confini. Non a caso Paolo di Tarso si presenta come “l’apostolo delle genti” ed è rivelatore il sogno da lui riferito di un macedone che lo invita ad andare ad evangelizzare nella sua terra.

Insomma lo Spirito Santo e la tensione missionaria e geopolitica dei cardinali riuniti in conclave si sono per l’ennesima volta presi gioco delle previsioni, dei sondaggisti ed anche dei bookmaker, che alla vigilia quotavano Jorge Bergoglio 41/1, presentandolo come il gesuita argentino attento ai poveri battuto nel 2005 da Benedetto XVI.

Credendo sinceramente nello Spirito Santo (confesso di essermi sempre detto in politica: Giovanni, non crederti più furbo dello Spirito Santo), e nella perspicacia missionaria dei cardinali, mi pare si impongano a questo punto tre riflessioni: una su Buenos Aires, l’altra sui gesuiti, la terza sul Concilio Ecumenico Vaticano II.

Buenos Aires  

Se papa Bergoglio ha detto presentandosi alla folla stupita di Piazza San Pietro di essere stato pescato quasi alla fine del mondo, non giunge però dalla Patagonia, ma da una città per molti versi centrale nella vicenda storica moderna e perfino precorritrice dell’attuale crisi finanziaria globale. Sono due le Buenos Aires alle quali fare riferimento. Quella prima del default, e quella dopo il default. Jorge Bergoglio vi è cresciuto come giovane del quartiere, fidanzato, tanghéro, gesuita, arcivescovo e perfino tifoso di una squadra di calcio che ora porta il suo volto sulle magliette. E non si deve dimenticare che santa madre Chiesa, pur aprendo storicamente spazi molto vasti agli ordini religiosi, e, in epoca moderna, in particolare sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, ai movimenti, non ha mai abbandonato il territorio, la parrocchia, la sua centralità pastorale.

Della sua capacità di muoversi lento pede per non perdere il contatto con il popolo era ammirato Antonio Gramsci, che da subito intuì l’importanza della presenza del Vaticano nella vicenda italiana; collocazione che ancora oggi richiama gli occhi del mondo e delle cancellerie internazionali sul nostro Paese assai più del profilo della classe politica che abita le istituzioni. Sulla medesima scia Palmiro Togliatti raccomandava ai suoi di stabilire una sezione del Pci non per ogni città o paese, ma per ogni parrocchia, quasi stabilendo una corrispondenza tra Casa del Popolo e campanile.

La Buenos Aires prima del default e del fallimento della cura economica del ministro Cavallo (vedi caso anche lui figlio di immigrati italiani piemontesi) era probabilmente la città più vivace del globo. Arricchita da quartieri liberty dove si respirava aria davvero parigina e attraversata da grandi avenidas con più carreggiate delle avenue statunitensi, viveva una frenesia esistenziale che non cessava durante la notte, dando l’impressione che gli abitanti si dessero il turno per mantenere alto in tutte le ore del giorno e della notte il livello di frenesia esistenziale della città. Per fare un esempio, le rappresentazioni teatrali erano due. La prima iniziava alle nove della sera; l’altra a mezzanotte, e, lasciato lo spettacolo i cittadini si riversavano nei ristoranti alle tre e alle quattro di mattina a mangiare l’immancabile asado e nei remainders a fare acquisto di libri. Buenos Aires più viva di New York.

Il default – del quale è rimasta viva memoria anche nel nostro Paese essendo incappati non pochi italiani nella maledizione dei “tango bond” – ha completamente cambiato volto alla capitale Argentina. I bar già deserti alle dieci di sera, i cartoneros sparsi a raccogliere i rifiuti e poi incamminati in lunghe file sugli appositi treni che raggiungevano le periferie, la miseria evidente e perfino i morti di fame in un paese fin lì celebre per la capacità di esportare carni e cereali.

È in questa condizione che Jorge Bergoglio esercita a lungo il suo ministero tra i poveri, non approdandovi con la macchina blu della curia, ma servendosi della metropolitana.

I gesuiti

Le cronache affrettate, e anche ovviamente un poco agiografiche di questi giorni, ci mostrano il futuro vescovo di Roma in atteggiamenti che fanno più pensare alla condivisione popolare e nascosta dei piccoli fratelli di Gesù di Charles de Foucauld che all’austerità compita e un poco impettita (Ignazio di Loyola, reduce da una sfortunata carriera militare, dava consigli ai membri della Compagnia anche su come tenere il busto eretto, le spalle abbassate e il controllo del respiro) della tradizione gesuitica. Padre Bartolomeo Sorge del resto ha l’abitudine di divertire il folto pubblico delle sue numerose conferenze citando la definizione che il Dizionario di Oxford da’ del gesuita: persona colta, ma melliflua e del tutto inaffidabile: appunto, gesuitico nel senso corrente e più deteriore…

La svolta nella Compagnia avviene con l’elezione al vertice – il cosiddetto papa nero – di padre Pedro Arrupe, basco di Bilbao, preposito generale della Compagnia di Gesù dal 1965 al 1983. E’ con padre Arrupe, i cui rapporti con il Papa Polacco furono tutt’altro che facili e distesi, che i gesuiti compiono esplicitamente, culturalmente, ma anche nelle condizioni della vita quotidiana, una scelta di povertà che prende in carico le ragioni della povera gente. Non soltanto Chiesa dei poveri, ma anche Chiesa povera. È in tal modo che il tenore di vita di molti di essi, in particolare di quanti vivono fuori dai conventi e in piccole comunità, si approssima sempre più a quello dei piccoli fratelli di Charles de Foucauld. In America Latina, ma non soltanto.

È emblematico il caso di Óscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador. A causa del suo impegno nel denunciare le violenze della dittatura del suo Paese, Romero fu ucciso da un cecchino mentre stava celebrando messa il 24 marzo 1980 nella cappella dell’ospedale della Divina Provvidenza. Nell’omelia aveva ribadito la sua denuncia contro il governo di El Salvador, che aggiornava quotidianamente le mappe dei campi minati mandando avanti bambini che restavano squarciati dalle esplosioni. L’assassino sparò un solo colpo, che recise la vena giugulare mentre Romero elevava l’ostia della comunione. Fu per questo che David Maria Turoldo tuonò più volte che quella messa interrotta attendeva di essere conclusa dal Papa in persona. Ma il rilievo che importa fare è che Romero aveva posizioni inizialmente conservatrici sia sul piano dottrinale come su quello sociale. A metterlo in crisi e a spingerlo sulla strada che lo condurrà al martirio sarà la veglia di tutta una notte che egli fece sulla salma di un caro amico, il padre Rutilio Grande, gesuita e suo collaboratore, assassinato appena un mese dopo il suo ingresso in diocesi. Quella notte di veglia e di preghiera diventa l’evento che apre pienamente la sua azione di denuncia profetica, che porterà la chiesa salvadoregna a pagare un pesante tributo di sangue. Al punto che l’esercito, guidato dal partito allora al potere, arrivava anche a profanare e occupare le chiese, come ad Aguilares, dove vengono sterminati più di duecento fedeli lì presenti.

“Vi supplico, vi prego, vi ordino in nome di Dio: cessi la repressione!”, gridò il vescovo Romero all’esercito e alla polizia. Le sue catechesi, le sue omelie, trasmesse dalla radio diocesana, venivano ascoltate anche all’estero, facendo conoscere a moltissimi la situazione di degrado che la guerra civile stava compiendo nel Paese.

Mi sono soffermato su questo episodio per evidenziare come posizioni lontane da quelle che in fascio vengono attribuite alla teologia della liberazione, ed anzi molto moderate sul piano dottrinale, vengono in quel continente sollecitate a posizioni profetiche dalle condizioni di miseria delle periferie e dalla brutalità della repressione. E’ risalendo questo filone che si possono cogliere le ragioni “geopolitiche” dell’elezione di Bergoglio, e il senso esplicito dell’omelia pronunciata nella prima messa con i cardinali dopo la chiusura del conclave. L’invito a camminare con il popolo di Dio, ad edificare la Chiesa, a confessare il Signore Gesù, per evitare il rischio di presentarsi come una “ong pietosa”. E la mente corre alla ingombrante presenza bancaria dello Ior. Parole dette a braccio dal nuovo vescovo di Roma, venute dal cuore e certamente inequivocabili.

Il Concilio

Nell’ultima intervista rilasciata al suo biografo Peter Seewald, papa Ratzinger – il “vescovo emerito” nel discorso dal balcone di papa Francesco – confidava: “Sono la fine del vecchio e l’inizio del nuovo”. C’è molta verità in questo giudizio, anche se la novità sembra aver preso una imprevista corsa galoppante con il successore. Presentandosi alla folla dei fedeli radunati in piazza San Pietro Bergoglio ha subito invitato se stesso, la chiesa, il popolo di Dio a sintonizzarsi con i verbi di movimento: “E adesso, incominciamo questo cammino: vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità a tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi: l’uno per l’altro. Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza. Vi auguro che questo cammino di Chiesa, che oggi incominciamo e nel quale mi aiuterà il mio Cardinale Vicario, qui presente, sia fruttuoso per l’evangelizzazione di questa città tanto bella!” Sono espressioni che entrano a mio parere in totale sintonia con il rapido giro d’orizzonte che ho fatto sui cristiani in America Latina.

Papa Ratzinger che si comminata con il botto inatteso delle dimissioni segna anche la fine dell’egemonia del Vecchio Continente. Nuovi popoli urgono nella storia e contro la storia, e sollecitano la Chiesa madre e maestra. Non è piaggeria quella di Beppe Vacca, storico presidente della Fondazione Gramsci, con Mario Tronti, Piero Barcellona e Paolino Sorbi della squadra definita dalla stampa dei “marxisti ratzingeriani, quando rendendo omaggio alla statura del papa tedesco lo definisce il maggior intellettuale europeo vivente. Basta aver letto un pezzo dell’enciclica “Caritas in Veritate” per restare incantati dallo stile di Ratzinger, che fa pensare alla prosa d’arte dei primi secoli del cristianesimo e può essere addirittura mozartianamente solfeggiato. Se poi si risale al colloquio tra il filosofo francofortese Jürgen Habermas e l’allora cardinale Joseph Ratzinger, svoltosi a Monaco di Baviera nel gennaio del 2004 per rispondere alla domanda: “La democrazia liberale ha bisogno di premesse religiose?”, non si può che restare impressionati dalla superiorità dialettica del futuro pontefice (la conversazione è pubblicata in italiano da Marsilio), al punto che, abituato fin da ragazzo a parteggiare per Ettore contro Achille, mi sono trovato a prendere le parti del filosofo piuttosto che quelle del futuro papa…

Ebbene il nuovo corso di papa Francesco apre inevitabilmente una strada nuova, meno interessata al contenzioso secolare tra illuminismo e cristianesimo che ha segnato tutta la cultura europea ed occidentale. In questo senso il rapporto con lo svolgimento e gli esiti di quel grande evento storico che fu il Concilio Ecumenico Vaticano II diventa ineludibile.

Nella grande assise ecumenica vinsero i pensatori cristiani e le ideologie che erano avversati dalla curia romana. Emblematica la consegna fatta da papa Paolo VI alla fine del concilio del messaggio a tutti gli intellettuali del mondo nelle mani del filosofo francese Jacques Maritain, fin lì messo all’indice. Ma già l’immediato dopo concilio e i gruppi di lavoro esterni all’assise avevano spostato l’asse verso le chiese lontane dal Vecchio Continente. Non si trattava di misurare i livelli e le compatibilità dell’ortodossia, quanto di mettere alla prova nella vita concreta la rinnovata fecondità del messaggio cristiano. Si addicevano di più al Vangelo le posizioni che testimoniavano correttamente, piuttosto che quelle che misuravano i confini delle compatibilità culturali. Detto in termini dannatamente tecnici: non tanto l’ortodossia, quanto piuttosto l’ortoprassi. Non chi dice  Signore Signore, ma chi mette in pratica la parola evangelica.

Su queste posizioni si attestavano in particolare le chiese del nuovo mondo, allenate alla ricerca di nuovi sentieri di testimonianza, e non tanto per le posizioni che vanno in mazzo sotto l’etichetta di “teologia della liberazione”. Non tanto le grandi conferenze di Medellin e Puebla, ma le testimonianze molteplici e anonime sul campo.

Le avvisaglie della svolta si erano già avute durante i lavori conciliari dove avevano campeggiato in particolare due interventi di grande respiro programmatico. Il primo era stato svolto dal cardinale Frings, ormai cieco, e che aveva fatto tesoro dei suggerimenti di un giovane teologo bavarese di nome Joseph Ratzinger. Il secondo fu quello svolto dal cardinale di Bologna Lercaro, scrittogli nottetempo dall’esperto che si era portato al seguito, don Giuseppe Dossetti. E l’intervento di Lercaro è passato alla storia per la sua insistenza sulla Chiesa dei poveri e la Chiesa povera. Il programma ripreso con semplicità e vigore dal Papa argentino e che subito dopo la chiusura del concilio era stato fatto proprio da un gran numero di vescovi raccolti intorno a un documento suggestivamente definito “il patto delle catacombe”.

Una Chiesa che accompagna gli uomini di fronte alle nuove difficoltà con mezzi poveri e con quella che venne definita “l’opzione preferenziale per i poveri”.

L’aggiornamento conciliare voluto da papa Giovanni XXIII implica tutto ciò e legittima l’amarezza dell’ultima intervista rilasciata prima della morte dal cardinale Carlo Maria Martini, e per questo considerata il suo testamento spirituale: “La Chiesa è stanca, nell’Europa del benessere e in America. La nostra cultura è invecchiata, le nostre chiese sono grandi, le nostre case religiose sono vuote e l’apparato burocratico della Chiesa lievita, i nostri riti e i nostri abiti sono pomposi”. Per concludere: “La Chiesa è rimasta indietro di duecento anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio?”

Si dice che il cardinale Martini sia stato il grande elettore di Bergoglio nel precedente conclave. Il confronto a posteriori tra le posizioni dei due vescovi gesuiti pare dare pienamente ragione di questa supposizione. Si badi bene, una linea che implica l’assunzione di una prospettiva diversa anche all’interno della Chiesa, quella presente nella grande costituzione conciliare “Lumen Gentium”, che mette al primo posto non la Gerarchia ma il popolo di Dio.

Torniamo in piazza San Pietro alle otto della sera di mercoledì 13 marzo. Dal balcone della basilica papa Francesco dice con tutta naturalezza: “E adesso vorrei dare la benedizione, ma prima – prima, vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me”. È un italiano sintatticamente contaminato dallo spagnolo, ma esplicito e cristallino dal punto di vista teologico: è il popolo di Dio in primo piano, e quindi il Papa, anzi, il vescovo di Roma, esercita il governo della carità proprio in nome di questo popolo. Diceva tanti secoli fa Sant’Agostino, un vescovo africano coltissimo e padre della Chiesa: Con voi sono cristiano, per voi sono vescovo.

La Chiesa dei poveri è anche un problema interno alla Chiesa e alla sua struttura e quindi al punto di vista concreto dal quale guarda il mondo.

La domanda su che cosa mi aspetto da questo Papa non mi mette in imbarazzo. Semplice rispondere. Che continui come ha cominciato.

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