La transizione è finita

…ma non come ci aspettavamo.

Proviamo, ancora una volta, a guardare le cose secondo una prospettiva lunga:
negli anni ’80 aveva avuto inizio, in Italia ma non solo, una grande fase di trasformazione della società. In maniera estremamente esemplificata, diremo che la fusione di interessi tra istanze di liberazione del capitale e della finanza e quelle di liberazione degli individui da regole e confini aveva rotto l’unità dei sistemi, statali ed internazionali, allora esistenti, e posto alla politica istanze di profondo cambiamento.
La caduta del Muro di Berlino può essere preso come momento simbolico anche di questo.

La politica tentò di rispondere: in Italia si ebbe un primo abboccamento deciso, con l’ascesa al Governo del PSI guidato da Craxi e, per un altro verso, quella delle forze laiche e tecnocratiche.
Nel mentre, prendevano corpo nella società, e venivano interpretate ed elaborate nella Democrazia Cristiana, istanze ed ipotesi di cambiamento profondo il cui fattore comune era lo spostamento della centralità, dalle istituzioni e dai partiti, agli individui.

Si pensi ai referendum, campagna che Giovanni Bianchi seppe interpretare con tempestività e lungimiranza; si pensi al lavoro di Roberto Ruffilli, si pensi alle importantissime leggi di riforma del lavoro, del pubblico impiego, delle amministrazioni locali.
Un maggior protagonismo delle persone e della società nella vita del Paese che, interpretando la crescente complessità del mondo, sgravasse i partiti dal compito (e dalle devianze) di dover rappresentare tutto.
Ricordiamo, in merito, la “questione” della partitocrazia che ingessava il Paese.

Ci vollero solo tre anni, dopo la caduta del Muro, perchè lo status quo politico finisse.
La roccaforte del partito dei cattolici cadde; e non tanto per fattori esterni, ma per il (diverso) senso politico di chi ne faceva parte.

Fu quello un periodo di straordinaria densità politica: la nostra parte di quel mondo, ancora una volta con Giovanni Bianchi in testa a questo processo di cambiamento, compie una scelta di campo netta; in un arco di tempo brevissimo, i cattolici democratici passano dalla Democrazia Cristiana all’ Ulivo.

Non si trattò di una mera scelta di campo, bensì strategica: l’Ulivo era la prima espressione concreta di una idea ben precisa, quella di un soggetto politico che avesse una missione di portata storica:
1) sintetizzare le culture riformiste, così superandole;
2) fondere in una nuova comunità-partito gruppi dirigenti e strutture;
3) dar vita ad un partito moderno in grado di stare dentro la società del nuovo secolo, che traesse forza dalle culture che lo avevano preceduto nello sforzo non semplice di intepretare il nuovo mondo con una base di valori, certezze e sensibilità comuni, ma rinnovata.
Il nuovo partito, che avevamo in mente durante quella nostra lunga camminata attraverso un deserto di macerie politiche, era a grandi linee quello.

Una delle ragioni fondanti di quella transizione era dunque la costruzione di una nuova casa politica dove fossimo capaci di accogliere la nuova società e di convivere dentro una visione nuova.

Elemento fondativo di quel partito era, perciò, l’unità dei riformismi e dei riformisti.

Questa unità si è ora rotta, e la natura di questa rottura (per posizioni politiche, non solo per gruppi dirigenti) è tale da indurci a questa analisi: forse amara, ma che vuol darsi il coraggio di dire quello che, così sembra, nessuno vuol prendersi la responsabilità di dire.
Che, cioè, almeno per un aspetto, quel progetto politico ha fallito nettamente il proprio compito, perchè ad oggi i riformisti non abitano più la stessa casa, non si ritrovano più sotto lo stesso tetto, ma agiscono politicamente dentro costruzioni diverse.

Forse il mondo è stato più forte di noi, forse non ci abbiamo provato con la necessaria convinzione, forse entrambe le cose; ma questo è, a nostro avviso, il quadro.

Se ragioniamo nel solco che ci è proprio, e prendiamo la faccenda sotto il versante delle culture politiche (che poi dovrebbero essere la base dei programmi politici) ci troviamo dunque oggi di fronte, a 12 anni di distanza, allo stesso tipo di difficoltà per superare le quali abbiamo contribuito a dar vita al Partito Democratico.
In più: quella che allora era una prospettiva, oggi, offuscata da anni di diffidenze, di difficoltà concrete, di personalismi, è diventata una poco gratificante retrospettiva, tale da scoraggiare ulteriori e nuovi ragionamenti.

A questo si aggiunge, va detto, la gran serie di novità e cambiamenti che nei vent’anni di questo secolo sono sopraggiunti nella società e nell’economia; in questo scenario così complesso, che avrebbe richiesto una cultura politica nuova, rappresentativa della società ad ampio spettro, capace di semplificare il quadro della offerta politica, ciò che rimane delle culture che diedero vita al Partito Democratico ha scelto di agire separatamente, ciascuno a partire dalle proprie posizioni.

Il fattore comune, almeno nelle intenzioni professate, è la ricerca di una strada nuova del cambiamento, che lo intepreta in modo diverso e dotandosi dello strumento partito -dell’organizzazione non sappiamo ancora che dire- all’uopo: più piccolo, più coerente con la propria cultura di base, di dirigenti e militanti e simpatizzanti, più capace di aprirsi e cogliere aspetti diversi della modernità.

La transizione è dunque definitivamente finita, nel momento in cui è finita la prospettiva di un lavoro possibile di sintesi di tutte le culture politiche del riformismo e la loro traduzione in un disegno politico interclassista, maggioritario, capace di dare risposte di sistema sotto chiavi nuove e con un nuovo rapporto con la società.
Delle dimensioni e della profondità giuste per realizzare quella fusione di ragioni ed interessi tra Italia civica ed Italia “di popolo” (rimandiamo in merito al lavoro di Salvatore Natoli L’antropologia politica degli Italiani) necessaria per costituire una forza politica di governo.

Non ci resta che sperare che:

tutte queste nuove strade siano egualmente percorribili, capaci di intepretare il mondo dando risposte e fornendo proposte all’altezza delle grandi sfide del nostro tempo;

non si danneggino a vicenda;

non si traducano, concretamente, in un arretramento difensivo dentro le mura del conforto fornito da antiche certezze e nuove narrazioni, tutte in grado di gratificarci ma sostanzialmente decadenti, o di comodo.

Ed affrontare, almeno singolarmente, una nuova questione: quella della scelta.

Quanto al possibile ruolo dei cattolici democratici, rimandiamo ad una successiva, più approfondita – ce ne scuserete, ma la merita- riflessione.

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