L’abitudine al male

linea_rossa_740x1Giovanni Bianchi

Uno degli effetti principali della diffusione sistematica dei mezzi di comunicazione di massa – prima i giornali, poi progressivamente la radio, la televisione ed ora internet – è quello di trasferire in tempo reale le vicende accadute nei luoghi più remoti nella familiarità della dimensione quotidiana di persone che possono essere più o meno interessate a quanto in quel preciso momento sta accadendo in Iraq, in Palestina o nel Darfur.

Infatti, se è aumentata la possibilità di accedere a poco prezzo a fonti di informazione plurime, le quali tuttavia sono sottoposte ad accurata selezione alla fonte sulle notizie da dare e sul modo in cui darle (ma questo è un altro discorso, che ci porterebbe troppo lontano), nello stesso tempo l’irruzione delle notizie provenienti dal vasto mondo nella nostra quotidianità producono un effetto di assuefazione ben reso dall’immagine della famigliola che, udendo dell’ultimissima strage operata da kamikaze per le vie di Baghdad o di Kabul , continua tranquillamente a consumare la cena – una scena di raggelante cinismo, ovvero di diffusa indifferenza.

Quasi cinquant’ anni fa, al termine del processo che si tenne davanti all’ Alta Corte di Giustizia di Gerusalemme contro Adolf Eichmann, e si concluse con la condanna a morte e l’impiccagione dell’ex ufficiale delle SS , la filosofa ebrea Hannah Arendt scrisse un famoso libro “La banalità del male”, che fin dal titolo sottolineava la sproporzione fra la grigia e squallida figura di Eichmann, burocrate come tanti altri, e il suo orribile ruolo come pianificatore dello sterminio di milioni di ebrei nei territori controllati dal Terzo Reich.

Da allora il titolo di quel libro è servito ad indicare il progressivo insinuarsi dell’orrore e della violenza in ogni esistenza umana, compresa la più ordinaria, ed in questo senso lo si può applicare al modo con cui i cittadini di un Occidente opulento, Italia compresa, guardano alle tragedie di guerre lontane, che tuttavia quanto è accaduto dall’11 settembre 2001 in poi ci ha dimostrato potersi manifestare in tutta la sua violenza e la sua rabbia anche in casa nostra, nel momento in cui la collera dei reietti, sia pure criminalmente distorta ed interpretata, cerca  furiosamente di lanciare i suoi messaggi di morte.

Ma allora, ci si deve chiedere con onestà se e quanto vi sia un reale collegamento fra l’ assuefazione quotidiana all’orrore della guerra e della persecuzione in casa altrui, ivi comprese le colpe nostre e dei nostri “amici”, come fu (o è ancora ?) per le torture di Abu Ghraib e di Guantanamo, e la reazione violenta di criminali e di disperati che tuttavia affermano di incarnare il desiderio di vendetta di popoli interi. E, dopo di ciò, altrettanto importante è sapersi chiedere se non vi sia, al di fuori della spirale dell’indifferenza e della vendetta, uno spazio possibile, che poi è lo spazio della politica, per cercare appunto di spezzare quella spirale malefica, ed uscirne, uscirne in senso politico ed anche in senso morale, giacché appare di tutta evidenza che lo stato di guerra permanente che venne indotto dalla dichiarazione universale di “guerra al terrorismo” (cioè ad un nemico anonimo, privo di territorio, di bandiera, di esercito, di tutto ciò insomma che rende ben determinato un nemico tradizionale) corrode anche la tempra morale di chi si abitua a pensare al resto del mondo come ad un’indistinta congerie di perfidi nemici, ponendo se stesso ed il proprio stile di vita (soprattutto in senso materiale) al vertice della storia umana.

In questo senso, pochi episodi come la guerra in Afghanistan ed in Iraq hanno segnato negativamente la dimensione etica del nostro tempo, oltre ovviamente a quella politica e militare. La prima guerra fu motivata da ragioni di polizia internazionale contro lo Stato, quello talebano, che dava ospitalità allo “sceicco del terrore” Osama bin Laden. La seconda ebbe motivazioni fasulle ed esagerate fin dal suo inizio, e non ricevette alcun appoggio ufficiale dalla comunità internazionale.

Ambedue queste guerre si sono mutate in lunghe ed improduttive occupazioni, hanno generato lutti a non finire sia per gli occupanti che per gli occupati, e soprattutto hanno scavato un fossato politico e più ancora psicologico fra l’Occidente e le comunità islamiche difficilissimo da colmare.

Oltre all’ovvia antipatia provata verso un occupante straniero , anche se venuto con intenti “liberatori”, si è sommata la pratica constatazione da parte delle popolazioni occupate non solo del profondo disprezzo dell’occupante nei confronti della loro cultura, della loro religione e del loro modo di vivere, ma anche nei confronti della loro stessa vita ed integrità personale come dimostra il moltiplicarsi di “errori” che sono vere e proprie stragi di famiglie  con vecchi e bambini, come del resto è logico per eserciti che si sanno non benvoluti e stanno continuamente sull’ orlo di una crisi di nervi. E’ la stessa logica dell’assediante assediato che Israele pratica con sistematica violenza sulle popolazioni palestinesi a lei soggette.

La decisione di Obama di abbandonare un po’ alla chetichella il conflitto iracheno, se potrà produrre il risultato di azzerare il tributo di sangue pagato dagli USA e dai loro alleati per quella guerra insensata, non migliora in nulla la situazione di quelle disgraziate popolazioni, preda di un infinito regolamento di conti che si manifesta ogni giorno in stragi insensate.

In questo senso, la questione fondamentale non è nemmeno più quella pur importantissima di riparare al male fatto, di ristabilire la giustizia, di cessare una logica bellica che non ha alcun senso e che è finalizzata ad una logica di potenza ormai ripiegata su se stessa: più in profondità si tratta invece di evitare che ciò che si definisce Occidente cristiano perda definitivamente la sua anima nella spirale chiusa della violenza e delle menzogne che servono a giustificarla . E la perdita dell’anima è incalcolabile e senza rimedio.

Possa ciò servirci di riflessione in questo mese di gennaio, che non solo segna l’inizio di un nuovo anno che come sempre si spera migliore del precedente (anche se la speranza nella politica e nell’economia è ridotta al lumicino), ma che è anche tradizionalmente riconosciuto come il mese della pace, la pace vera, quella che nasce dalla giustizia.

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