Laura Pennacchi. Il soggetto dell’economia. Dalla crisi ad un nuovo modello di sviluppo.

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Corso di formazione alla politicaIl libro della Pennacchi è un libro valido e importante, perché a differenza di tanti libri di analisi o specifici, si misura, più ambiziosamente, nel tentativo di offrire una prospettiva generale, un’idea politica/economica per uscire dalla crisi.

La Pennacchi parla di economia, ma ne parla giustamente nei termini di una volta, come “economia politica”; si parla di sviluppo, ma non in termini quantitativi o di puri aggregati economici, ma in un’accezione più ampia, come sviluppo della società, della democrazia, della persona.

Come si dice nella introduzione – che illustra sinteticamente il contenuto del libro – un nuovo modello di sviluppo è inteso come “la risposta giusta alle inquietudini dell’uomo contemporaneo”.

Il neoliberismo non ha previsto la crisi, non si dimostra in grado di affrontarla e anzi la stagnazione è una conseguenza della sua politica.

Laura Pennacchi. Il soggetto dell'economia. Dalla crisi ad un nuovo modello di sviluppo.

1. leggi il testo dell’introduzione di Sandro Antoniazzi

2. leggi la trascrizione della relazione di Laura Pennacchi

3. clicca sui link sottostanti per ascoltare i file audio mp3

1. premessa di Giovanni Bianchi 05’03” – 2. introduzione di Sandro Antoniazzi 18’10” – 3. relazione di Laura Pennacchi 59’10” – 4. breve intervento Giovanni Bianchi 02’54” – 5. domande 13’15” – 6. risposte Laura Pennacchi 17’49” –  7. domande 07’50” – 8. risposte Laura Pennacchi 17’41”

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Testo dell’introduzione di Sandro Antoniazzi a Laura Pennacchi


1. Il libro della Pennacchi è un libro valido e importante
, perché a differenza di tanti libri di analisi o specifici, si misura, più ambiziosamente, nel tentativo di offrire una prospettiva generale, un’idea politica/economica per uscire dalla crisi.

La Pennacchi parla di economia, ma ne parla giustamente nei termini di una volta, come “economia politica”; si parla di sviluppo, ma non in termini quantitativi o di puri aggregati economici, ma in un’accezione più ampia, come sviluppo della società, della democrazia, della persona.

Come si dice nella introduzione – che illustra sinteticamente il contenuto del libro – un nuovo modello di sviluppo è inteso come “la risposta giusta alle inquietudini dell’uomo contemporaneo”.

Il neoliberismo non ha previsto la crisi, non si dimostra in grado di affrontarla e anzi la stagnazione è una conseguenza della sua politica.

Per criticare il neoliberismo è necessario risalire ai fondamenti dell’economia, come scienza economica, sia affrontare le sue espressioni, i suoi processi tipici che sono ad avviso dell’ autrice, la finanziarizzazione, la commodification, la denormatizzazione.

Ma il liberismo presenta anche profonde implicazioni antropologiche che esaltano l’individuo impoverendolo e che massimizza i mezzi rispetto ai fini (dei fini non si discute) affermando così la preminenza della razionalità strumentale.

Da questo deriva anche l’irrilevanza della mediazione istituzionale, mentre la desoggettivazione comporta la desoggettivazione della politica.

Tutto ciò richiede un intervento radicale, una vera e propria riforma del capitalismo (in analogia a quanto è avvenuto col New Deal).

In questa prospettiva si richiede un intervento strategico dello Stato, per riaffermare l’importanza dei beni pubblici e comuni.

(Fra parentesi va ricordato che gli investimenti in questi anni sono caduti del 19% in Europa e del 30% in Italia. In altre parole i soldi ci sono, ma non si traducono in investimenti, per via della trappola della liquidità. L’intervento dello Stato può essere visto come quello dell’investitore in ultima istanza; ancora meglio si potrebbe parlare con Keynes e Minsky di “socializzazione dell’investimento”).

Gli investimenti, qui sta anche il senso politico della proposta, devono avere al centro bisogni autentici-non alienati e una buona e piena occupazione.

Il libro è molto ricco di idee e di problematiche. Mi limito a toccare qualche punto, per il dibattito.

2. La crisi.

La Pennacchi mette in guardia da un eccesso di attenzione alla finanza, distogliendo lo sguardo dall’economia reale.

Però la causa della crisi è vista anche da lei nell’indebitamento privato sfociato in sovraconsumo finanziato col debito ( un vero e proprio nuovo elemento autonomo della domanda).

Dalla fine dell’accordo di Bretton Wodds in poi il mercato mondiale è invaso da enormi disponibilità finanziarie, ma come si è detto i capitali preferiscono favorire l’indebitamento piuttosto che investire. E ciò che vale per i consumatori vale anche per molti paesi che sono costretti a ricorrere all’indebitamento.

E inoltre, secondo l’autrice, la finanza è diventata il nuovo arbitro della distribuzione del reddito ( e mi permetto di aggiungere, causa prima della debolezza sindacale).

Se è vera dunque l’importanza dell’economia reale, questa ridondanza e sovradeterminazione della finanza deve essere in qualche modo regolamentata, proprio per poter rendere possibile l’affrontare i problemi dell’economia reale.

Questa forza esorbitante della finanza rischia di distorcere i problemi, di creare deviazioni e ostacoli, quando si cerca di affrontarli; in altre parole sembra difficile mettere mano ai problemi dell’economia reale senza limitare l’invasione della finanza.

3. Il soggetto.

Una larga parte del discorso della Pennacchi è rivolto al tema del soggetto (da cui il titolo del libro) a partire dal concetto che sta alla base della scienza economica: l’individuo come “homo economicus”. Questo individuo è portato per definizione alla massimizzazione del proprio interesse personale. I fini sono dati, perché non sono razionalizzabili. Dunque l’Economia è una scienza dei mezzi e in quanto tale è strumentale.

Pennacchi si diffonde a spiegare come questa visione, questo assioma, sia profondamente limitato, per molti motivi: perché gli uomini non hanno solo interessi materialistici, perché esistono tanti individui sociali, perché gli atteggiamenti concreti si differenziano da questo modello.

In particolare sostiene un tesi ragionevole e cioè che l’economia dovrebbe tener presente l’elaborazione che a riguardo proviene da altre discipline, fra l’altro più competenti in materia.

(Si citano in proposito diversi autori, non economisti: Pulcini, Nussbaum, Urbinati, Habermas, Rawls, Foucault e anche Rousseau e Marx, quello dei Manoscritti).

Non si può non concordare su questa analisi relativa a un punto che è sempre stato molto presente alla sensibilità cattolica, la centralità della persona.

Questa riflessione non è centrale solo per la dottrina e per la scienza economica; lo è nella realtà perché la cultura economica è diventata una specie di cultura-etica diffusa a livello di massa.

La celebre immagine di Adamo Smith secondo cui non è dalla benevolenza del macellaio o del droghiere che dobbiamo attenderci un buon servizio, ma invece dal perseguimento del loro interesse, è diventata una forma di morale comune: fare bene il proprio interesse, senza ledere quello degli altri è il modo migliore per sviluppare l’economia e la società.

In un certo senso non c’è bisogno di etica: il normale comportamento economico è sufficiente, include già il rapporto cogli altri.

Condividendo l’esposizione, mi permetto di segnalare due problemi.

Primo. La visione individualistica economica è così diffusa che è entrata a far parte del senso comune. Superarla e invertirla costituisce un’impresa titanica. E’ come passare da un’idea individualista ad un’idea socialista (uso il termine nel senso del suo inventore, il francese Leroux, per cui “socialismo” era il contrario di “individualismo”), in un contesto capitalistico.

Secondo. Il passaggio da un soggetto individualista a un soggetto sociale, a un individuo sociale, richiede qualche mezzo di formazione. Per Marx, come è noto, era la condizione a formare la coscienza, ma ciò è da escludere oggi almeno in Occidente, in una società complessa.

L’altro grande strumento è stato il partito, ma anch’esso non sembra in grado attualmente di svolgere questo ruolo.

D’accordo sul fine, questa volta il problema sembra stare nei mezzi.

4. Il lavoro.

Una parte sinceramente apprezzabile del volume riguarda l’idea di lavoro che esprime: si tratta di un insieme di riferimenti più che di una elaborazione compiuta, ma in ogni caso l’idea è importante. Non solo lo sviluppo dovrebbe avere come finalità un lavoro vero per tutti, ma questo lavoro è inteso come lavoro della persona, cioè un lavoro che ne consente una reale espressione (Marx e prima di lui Hegel), che gli consente di essere riconosciuto socialmente (Honneth), che lo rende a tutti gli effetti soggetto anche della sfera pubblica democratica, della cittadinanza, in una democrazia in cui il lavoro è parte costitutiva (e costituzionale) a tutti gli effetti.

Vedendo il degrado del lavoro – degrado reale per la disoccupazione e troppa precarietà non necessaria – ma ancor prima degrado di cultura e di pensiero, non si può non concordare con una visione che al contrario lo mette al centro e non retoricamente o per abitudine, ma attraverso una puntuale e motivata elaborazione.

( In questo discorso sono da apprezzare anche singole affermazioni. Ne cito una meritevole, quella che prende posizione a favore di un lavoro di cittadinanza rispetto al reddito di cittadinanza, magari sostenuto con lo slogan “lavoro male comune”).

5. Due problemi.

Non entro ulteriormente nel merito e avanzo due questioni, non tanto critiche, quanto piuttosto ci approfondimento e completamento.

La prima riguarda la dimensione internazionale dei problemi, l’economia mondiale, la globalizzazione: il discorso della Pennacchi, pur avendo sul piano teorico un valore generale, è rivolto prevalentemente alla dimensione italiana e europea. Però l’economia è sempre più mondiale e tanti altri paesi intendono svilupparsi e si dovrà trovare con loro un’intesa che sia nell’interesse generale ( pensiamo all’immigrazione dovuta anche a gravi responsabilità passate dell’Occidente). In questa prospettiva forse va considerata la possibilità di uno sviluppo più limitato dei paesi già sviluppati, avendo presente che ciò richiede una rilevante e impegnativa redistribuzione del reddito e del lavoro.

La seconda considerazione riguarda la questione del soggetto, in questo caso del soggetto collettivo. Molti di noi si sono formati con l’idea di un soggetto collettivo (la classe, il partito, il movimento) come agente protagonista della politica di trasformazione. Oggi in genere non se ne parla più. La Pennacchi non affronta esplicitamente il problema, ma mi sembra che la sua visione sia quella di una democrazia costituita da soggetti più sociali e con un ampio dibattito pubblico che sostenga la prospettiva indicata.

Personalmente ritengo importante parlare di soggetto e a riguardo penso che il movimento dei lavoratori (per completare il discorso sul lavoro) continui a rimanere un soggetto essenziale, imprescindibile.

Tanto più lo è sul piano mondiale, dove si presenta in campo una sola squadra, quella “liberista” (Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Organizzazione Mondiale del Commercio, banche mondiali, multinazionali, finanza internazionale…), mentre l’altra,squadra quella “sociale”, non si presenta, perché non esiste.

In questo, personalmente, vedo una delle cause maggiori di nostri problemi.

6. Per concludere.

Il contributo della Pennacchi è importante perché si muove nella direzione giusta: mi sembra che possa rientrare nella costruzione di una cultura e di una visione politica che al centro sinistra manca.

L’incontro storico della cultura di sinistra e di quella cattolico sociale ha dato vita a un partito con poca o nulla cultura.

Abbiamo sottovalutato che un secolo e oltre di divisione ha lasciato un segno profondo nel modo di pensare e di vedere della gente. Eravamo abituati ad avere ognuno la propria casa dove ci si ritrovava tra di noi, in famiglia. Non ci sono più gli steccati, ma non ci si muove dal proprio angolo e dalle proprie abitudini.

Lo si vede bene nel sindacato dove non ci sono motivi seri di divisione e non sarebbe difficile riprendere in mano l’iniziativa per l’unità che scuoterebbe il paese.

La sinistra è in uno stato di grande incertezza, dopo la caduta dei suoi miti.

Ma è finito anche per i cattolici il tempo del movimento sociale cattolico (nato, ricordiamolo, in contrapposizione al fiorente socialismo) e con esso tutta una parte della dottrina sociale, in quanto funzione di supporto.

A me sembra che l’insegnamento di Papa Francesco sia chiaro: sul piano dei valori ultimi ognuno risponde alla propria coscienza (e nel caso dei credenti a Dio), ma sul piano dell’azione in campo sociale e politico, non ci sono differenze e distinzioni fra cattolici e laici, e si opera tutti insieme.

Questo mi sembra il senso della sua Enciclica.

Per questo è tanto più necessaria una nuova cultura.

La sinistra molto più dei cattolici è stata critica del capitalismo (e questo è un suo merito), ma dentro un’ideologia e un’impostazione non condivisibile e criticabile; mentre i cattolici per mantenere la distinzione dai comunisti hanno spesso avallato il capitalismo o hanno assunto una posizione moderata. Si tratta ora di affrontare il capitalismo su una base nuova: una critica al capitalismo sulla base di una prospettiva che abbia al suo centro la persona, che rifiuti una posizione solo strumentale dell’economia e che metta al primo posto i fini umani e sociali.

Si tratta di una ricerca comune, urgente e indispensabile, su cui possiamo e dobbiamo incontrarci.


Trascrizione della relazione di Laura Pennacchi

Intanto vi ringrazio di avermi invitato anche perché è un’occasione per vedere vecchi amici come Giovanni Bianchi con cui abbiamo fatto pezzi di storia insieme che io considero cruciali. Anch’io, come diceva Antoniazzi poco fa, mi iscrivo nel quadro dell’ulivismo, penso che sia stata la cosa più straordinaria che sia stata prodotta nell’Italia del dopoguerra, anche se ci sono antecedenti molto importanti. Antoniazzi faceva un cenno al fatto che io vengo da una sinistra diversa dalla sinistra da cui viene lui e viene Giovanni Bianchi, perché io le considero entrambe sinistre, che si sono molto cercate e alla fine si sono anche trovate. Io vengo da una sinistra, dicevo, diversa però ho avuto sempre una attenzione, forse anche per l’educazione, per l’ambito familiare nel quale ho vissuto – io vengo da una famiglia poverissima che ha trovato nella fede la forza per vivere, per crescere, i miei genitori, i sette figli che hanno voluto (mio padre era un operaio meccanico) che studiassero tutti e sette.

Dico queste cose non perché indulgo spesso alle rievocazioni biografiche, ma perché sono sotto l’onda di un’impressione di qualche giorno fa: abbiamo fatto a Roma, alla Fondazione don Sturzo, con Gerardo Bianco e altri amici, un ricordo di un democristiano di base morto già quarantanni anni fa, che per me fu anche molto importante. Si chiamava Dante Monna e fu il primo sindaco con una giunta di centro sinistra nel 1960 addirittura, nell’Agro Pontino, a Cisterna di Latina, dove io per l’appunto sono nata. E in quella occasione io ho detto che considero l’esperienza del centro sinistra italiano, e della programmazione, e del tentativo di programmazione che fu fatto allora, considero quella esperienza una esperienza eccezionale. Il suo fallimento con una grande responsabilità del PCI di allora che non sostenne per l’appunto quell’esperienza, e il suo fallimento è all’origine di tutti i mali che l’ulivismo poi ha cercato di correggere riuscendoci anche in larga misura: ma la storia d’Italia, come sapete, è una storia molto complessa. L’avvento del berlusconismo ci riporta nella situazione in cui siamo presenti oggi.

Oggi io credo che quello che emerge è soprattutto un deficit di cultura, quindi sono assolutamente d’accordo con Antoniazzi e con Giovanni Bianchi e considero veramente encomiabile il tentativo che qui voi state facendo, questi corsi di formazione. Il titolo del corso di quest’anno, “Costruire case comuni. Curare il mondo”, è una sintesi emblematica di ciò che per l’appunto dovremmo fare, innanzitutto nel pensiero, nella sfera del pensiero. Io a Roma da dieci anni ho cessato di fare la parlamentare nel 2006, come te, Giovanni, penso, e con la Fondazione Basso che ha tutta un’altra storia, ma anch’essa alla fine un po’ convergente, abbiamo creato una scuola che abbiamo voluto chiamare Scuola di democrazia, il cui titolo è “Vivere la democrazia, costruire la sfera pubblica”.

Quindi dobbiamo situare le nostre riflessioni in questo ambito, in questo deficit di pensiero che è drammatico. È drammatico che appunto l’unico soggetto contraente sia, a livello mondiale, quello neo-liberista. È drammatica, io penso, anche l’inerzia, la timidezza del partito del socialismo europeo; si sveglia ieri, l’altro ieri, sugli impulsi, peraltro giusti nel merito, io sono assolutamente d’accordo nel merito, ma insomma le costruzioni vanno fatte in modo molto più tenace, persistente, prolungate nel tempo e dunque più serio.

L’unico, che poi non era nemmeno un rilievo, l’unica osservazione che non accolgo, diciamo, di quelle che tu mi hai fatto e nelle quali mi riconosco integralmente, è che nel libro sia trascurata la questione della globalizzazione. No, non è così perché, forse c’è un difetto mio di scarsa comunicazione e avrei dovuto forse esplicitare di più, ma io considero che parlare della globalizzazione vuol dire parlare del neo-liberismo, perché la globalizzazione che noi abbiamo avuto è stata una globalizzazione neo-liberista ed è stata l’affermazione su scala globale del neo-liberismo. Infatti, nel libro, come tu hai ricordato, c’è anche un lungo capitolo che ricostruisce tutti gli antecedenti che sono poi sostanzialmente dalla crisi degli accordi di Breton Woods, alla convertibilità del dollaro, alla rimessa in discussione della convertibilità del dollaro, a tutto quello che è successo dopo negli anni Settanta, compresa la liberalizzazione dei movimenti dei capitali che è stata una mossa strategicamente orientata per l’appunto alla globalizzazione neo-liberistica e quindi indemoniata, scatenata, senza più nessun rispetto delle regole che erano state il sale del grande sviluppo civile del mondo, almeno del mondo occidentale, del mondo sviluppato, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando era prevalso lo spirito del new deal, di Keynes, di Beveridge, uno spirito di sinistra democratica.

Io ricordo con commozione l’entusiasmo con cui Dossetti salutò nel 1945 la vittoria del Partito laburista in Inghilterra, quando tutti si attendevano la vittoria di Churchill che era stato determinante per portare l’Inghilterra fuori dalla possibilità che il nazismo la annientasse; vinsero però i laburisti sull’onda della grande spinta libertaria, democratica e socialmente orientata che era stata molto ispirata da Beveridge, che era un liberale.

Oggi siamo a un punto molto delicato: la crisi, tu dicevi, è ancora in corso e dispiace, duole, a me fa molto male perché lo dobbiamo dire ai nostri figli, ai nostri nipoti che da otto anni sperano che le cose migliorino. Dobbiamo però essere onesti e dire che la crisi è ancora in corso. Il primo capitolo del mio libro si intitola: “La crisi senza fine”. E non diciamo questo per essere gufi. A parte che il gufo è un bellissimo animale, se lo vediamo soprattutto come civetta che è la nottola di Minerva che ci ricorda la sapienza, la necessità della sapienza.

In realtà, se noi guardiamo appunto alle notizie di questi giorni, vediamo che ci sono grandi problemi che derivano da una parte dal deceleramento della Cina e dei paesi emergenti, il Brasile è in recessione da tre anni, in una recessione gravissima. E quindi non c’è solo la Cina. Dall’altra il sommovimento, che si deve anche a sommovimenti geo-politici, con tutte le questioni che stanno agitando drammaticamente il Medio Oriente, l’Africa, il terrorismo, l’Isis, ci sono, si riversano queste questioni geo-politiche sull’andamento delle materie prime e, in particolare, sul prezzo del petrolio che sta creando grandissimi problemi alla Russia, e non solo alla Russia. Tutti i problemi dei paesi produttori di materie prime ci segnalano gli andamenti erratici soprattutto delle borse, gli andamenti delle grandi turbolenze che una marea di bolle che si è accumulata soprattutto nei paesi emergenti.

A questo punto, bolle nel settore immobiliare, pensate a quanto ha costruito la Cina in modo folle, bolle nel settore mobiliare, bolle nel settore finanziario, bolle nei settori bancari. La Cina ha creato anche un immenso shadow system, un sistema bancario ombra, e un immenso shadow system esiste in tutto il mondo ormai da decenni e tutto quello che è successo in questi otto anni non è riuscito a governarlo, a riassorbirlo.

In questo contesto l’Europa rimane in deflazione. La deflazione che cos’è? È quando i prezzi non salgono e addirittura scendono, cosa che potrebbe essere, ed è una buona notizia per quanto riguarda la difesa del potere d’acquisto, ma non lo è per quanto riguarda il fatto che segnala una sfiducia di fondo di tutti gli operatori, comprese le famiglie, sulla possibilità che ci sia ripresa, una sfiducia che rischia di avvitarsi in un circolo vizioso e quindi di produrre sempre meno crescita.

E quindi l’Europa di fatto è in una situazione di stagnazione. L’indicatore più drammatico di tutti questi elementi rimane quello della disoccupazione. Su 201 milioni di disoccupati in tutto il mondo, più di 30 sono dovuti alla crisi, alla crisi esplosa nel 2007-2008, 17 di questi stanno in Europa e nell’euro area, e più di 3 milioni stanno in Italia. E rimane veramente incredibile che l’unico che continui sempre a parlare, anche per ragioni non tutte condivisibile, del problema dell’occupazione è Mario Draghi, il presidente della Banca Centrale Europea. Perché è inaudito che le leadership europee, i governanti europei non si pongano questo problema in modo radicale.

Dall’esplosione della crisi nel 2007-2008 i governi di tutto il mondo hanno spinto le loro banche centrali e le banche centrali autonomamente hanno adottato politiche monetarie cosiddette non convenzionali, cioè hanno creato una marea immensa di liquidità; ha cominciato la Federal Reserve americana, ma la banca centrale giapponese, e tardivamente, ahimè, la Banca Centrale Europea ha cominciato ad adottare queste politiche, di cui una semplificazione è il quantitative easing di cui avrete sentito molto parlare. Tardivamente, non per colpa di Draghi ma perché Draghi è stato frenato dall’opposizione della Germania ad adottare queste politiche monetarie non convenzionali. Queste politiche monetarie non convenzionali hanno salvato il mondo dall’abisso, tuttavia sono politiche controproducenti perché creano sempre più finanza, più liquidità che prende la via delle bolle, e quindi vedremo poi anche il problema della finanzializzazione, e non riesce questa liquidità a essere canalizzata verso gli investimenti produttivi. E quindi viviamo in un paradosso nel quale ci sarebbe enorme bisogno di investimenti, c’è una marea di liquidità e di capitali a basso costo, però gli investimenti non si fanno.

Le politiche monetarie non convenzionali segnalano tuttavia che c’è un grande assente che sono le politiche economiche non convenzionali che dovrebbero essere adottate, e sono le politiche dei governi. Il solo governo che ha adottato, anche a livello di fiscal policy, di politiche macroeconomiche e microeconomiche, politiche monetarie non convenzionali, e dunque espansive, è stato il governo di Obama. Obama ha compiuto delle cose straordinarie e ha agito completamente in contro tendenza rispetto a quanto è stato fatto in Europa.

In Europa sono prevalse le politiche di austerità, un’austerità che si è rilevata deflattiva per l’appunto, oggi siamo in deflazione risentiva, questo ha provocato il fatto che alcuni paesi sono passati da una recessione all’altra compresa lì Italia, dove abbiamo avuto, dicono gli economisti, tre fiscal deep, cioè cadere di nuovo nel precipizio, siamo stati in recessione consecutivamente per tre anni, compreso il 2014 che ha avuto un segno negativo per l’Italia. Le politiche cosiddette del fiscal compact, del fisc pact, sono state tutte politiche che hanno paralizzato l’Europa e hanno creato quella forbice tra gli Stati Uniti d’America e l’Europa, per l’appunto, nel mentre si aggravava la crisi globale investendo e spostando il proprio baricentro nei paesi emergenti.

C’è da aggiungere, soffermandosi un attimo sugli intrecci che il neo-liberismo contiene e la globalizzazione neo-liberistica contiene, li ricordava Antoniazzi questi intrecci, finanzializzazione, comudification (mercificazione), denormalizzazione, se il neoliberismo contiene questi intrecci e la finanzializzazione significa un’ipertrofia finanziaria pazzesca che fa sì che a tutt’oggi noi non sappiamo quanti sono e dove sono i titoli tossici che hanno intossicato il mondo, ancora non lo sappiamo, sarebbero necessarie politiche che contraddicano, che contrastino esattamente tutti e tre i fenomeni che stanno dietro il neo-liberismo.

Karl Polanyi, che è un grande autore che vi voglio ricordare e che scrisse, studiando la crisi degli anni Trenta, le implicazioni della crisi degli anni Trenta alla base dell’avvento del totalitarismo, dei totalitarismi, e in particolare del totalitarismo nazista, Polanyi scrisse un bellissimo libro che si chiamava La grande trasformazione, e io penso che oggi avremmo bisogno proprio di tornare a ragionare in termini altrettanto ambiziosi, ponendoci oggi il problema di una trasformazione, oggi di fare sì che la crisi venga tutta utilizzata, nelle opportunità che pure ha, di rovesciamento e di trasformazione.

Io, badate, sono molto per guardare le cose in faccia, nella loro nudità e non tollero e non accetto che questo guardare con sguardo limpido venga deriso come gufismo, e meno ancora accetto che il dissenso venga catalogato come gufismo, con una automatica e istantanea delegittimazione. Ma tuttavia, io che declamo questo sguardo limpido, sono al tempo stesso profondamente convinta che abbiamo potenzialità enormi. Il principio speranza di cui parlava il grande filosofo utopista Ernst Bloch negli anni Trenta, io penso che è un principio che ci deve guidare, ci può guidare. Abbiamo bisogno però di fare, diceva Karl Polanyi, operazioni di contromovimento rispetto alla finanzializzazione, la comudification, la denormalizzazione. Contromovimento significa, per esempio, in termini di finanzializzazione, tornare alla distinzione che Roosevelt adottò negli anni Trenta con il Glass Steagall Act che è stato abolito nel 1999, la distinzione tra attività commerciale e attività di investimento. Roosevelt fece questa cosa. Oggi dovremmo avere il coraggio di tornare lì, di riprendere queste misure. Obama ha adottato misure di riforma finanziaria molto importanti che quasi arrivano lì, ma io penso si debba proprio andare lì. L’Europa ha fatto pochissimo anche su questo versante.

E quando parliamo di demercificazione pensiamo alle tre grandi strutture che Polanyi sosteneva che per l’appunto non potessero essere mercificate. Polanyi diceva che non possono essere mercificate la moneta, perché c’è un valore sacrale nella fiducia che la moneta deve ispirare; e non per caso la moneta ha un’origine quasi religiosa. E pensate alla mercificazione estrema a cui la finanzializzazione conduce per l’appunto la moneta. Polanyi diceva che non può essere mercificata la terra e pensate a quale mercificazione estrema conduce la dissipazione di tutte le risorse ambientali e la necessità quindi di porsi la questione ambientale in termini veramente drastici. E il lavoro, non può essere mercificato il lavoro, e pensate a quale mercificazione si arriva quando la flessibilizzazione, la precarizzazione è così assunta come oggi. Gli ultimi dati ISTAT, gli ultimissimi dati ISTAT, ci dicono che la precarietà in Italia è aumentata anche negli ultimissimi mesi.

Un aspetto interessante dell’elemento che riguarda la rinormativizzazione che dovremmo compiere, e tornerò poi meglio su questo, ma certo, se la denormativizzazione ha voluto dire demolizione del valore della legge e della norma con la N maiuscola, della carica normativa e strutturante anche dal punto di vista antropologico che questo significa, la sostituzione della norma con il contratto privato e con il dilagare della lex mercatoria, voi capite che abbiamo delle responsabilità enormi da questo punto di vista per contrastare lo starving the beast, che è al fondo della denormativizzazione del neo-liberismo. Lo starving the beast è il motto con cui Bush aveva fatto la sua campagna elettorale e gestito la sua amministrazione, vuol dire “affama la bestia”. La bestia sono le istituzioni, sono i governi. sono le istituzioni a tutti i livelli anche all’importantissimo livello locale, “affama la bestia” tagliandogli le tasse e facendo in modo che questo vada a vantaggio soprattutto dei ricchi.

Quindi, vedete che implicito c’è un’idea di un insieme di politiche economiche non convenzionali che non dovrebbero affidarsi alle politiche economiche convenzionali che hanno fatto flessibilità, flessibilizzazione e norme dei mercati e dei lavori. Lì c’erano inflazioni enormi e privatizzazioni. Pensate che alla povera Grecia avevano imposto altri 50 miliardi di privatizzazioni da parte della troika pochi mesi fa e adesso lì stanno comunque cercando di migliorare. Quindi il tema della privatizzazione non è per niente fuoriuscito dal nostro angolo visuale, sta lì.

E l’altro elemento centrale del neo-liberismo però è la riduzione delle tasse: il loro motto in fondo era meno tasse, quante volte l’avete sentito dire da Berlusconi e Tremonti, meno tasse, meno regole, meno stato. Questo era il loro motto. Lo starving the beast voleva dire affamare la bestia governativa tagliando le tasse e voleva dire far venire meno il principio della responsabilità collettiva, perché anche il catechismo della chiesa cattolica dice che le tasse non sono un esproprio, un furto, un mettere le mani nelle tasche dei cittadini, ma sono un contributo al bene comune. Se vogliamo il bene comune dobbiamo avere le risorse per costruirlo il bene comune: da dove vengono queste risorse?

Ora, dicevo, l’Europa è in stagnazione e torna talmente questa stagnazione che torna anche il dibattito su quella che è stata definita come la secular stagnation, stagnazione secolare. Un allievo di Keynes negli anni Trenta, si chiamava Alvin Hansen, parlò di stagnazione secolare e intorno a questo dibattito vengono riprese oggi queste espressioni, lui parlò di stagnazione secolare ma intendeva sostanzialmente che la crisi degli anni Trenta non era, per quanto gravissima, un episodio destinato a durare poco nel tempo, ma segnalava andamenti, tendenze molto più di fondo. E per Hansen stagnazione secolare era un altro modo di definire l’equilibrio di sottooccupazione che aveva identificato Keynes. Keynes aveva scoperto che il mercato e il capitalismo (perché Keynes non esitava a usare l’espressione capitalismo), lasciato a se stesso non produceva la piena occupazione e il pieno utilizzo di tutte le risorse, ma poteva incepparsi e bloccarsi e immobilizzarsi e quindi addirittura mettere in pericolo se stesso, quindi in certo senso, è sempre attuale il monito salvare il capitalismo da se stesso, perché il capitalismo lasciato a se stesso tende ad autodistruggersi. In questo anche Karl Marx qualcosa aveva visto di giusto.

Dunque, queste scoperte fatte da Keynes e riprese da Hansen sono state molto importanti. Hansen però aveva sbagliato le previsioni perché aveva previsto, questo alla fine degli anni Trenta, che saremmo andati appunto in una stagnazione secolare e invece ci furono i trent’anni gloriosi di grandissimo sviluppo dovuto al compromesso democratico e keynesiano del dopoguerra. Punto.

Però quello sviluppo fu dovuto a politiche che contrastarono la tendenza alla stagnazione, a invenzioni, a teorie, a grande capacità creativa: io rimango sempre affascinata dalla creatività del new deal e dalla creatività che le forze democratiche seppero esprimere in Europa subito dopo la guerra. Ma c’era tuttavia qualcosa nel discorso di Hansen che aveva una capacità profetica e che anche oggi ritorna. C’era un’intuizione profetica e l’intuizione profetica riguardava specificamente gli investimenti e le tendenze che, soprattutto, il funzionamento degli oligopoli, questo diceva Hansen, avrebbero determinato una riduzione degli investimenti e, non per caso, una sorta di propensione genetica innata a ridurre la componente degli investimenti produttivi, e poi a far spazio di conseguenza alla finanza. Non a caso, già per esempio negli anni Settanta, quando ci fu il primo shock petrolifero e poi il secondo shock petrolifero, il piano Maidner della socialdemocrazia svedese, che era un piano di democrazia economica eccezionale, aveva come preoccupazione centrale una sorta di renitenza all’investimento che Maidner coglieva già nel capitalismo svedese.

Ora, porsi il problema degli investimenti oggi, rendendosi conto che questa renitenza all’investimento continua a operare, e abbiamo già detto delle politiche monetarie espansive che creano una marea di liquidità che non vanno verso gli investimenti: (più renitenza di questa!) è assolutamente connessa forse al nuovo modello di sviluppo perché la crisi del sistema neo-liberista e la crisi economico-finanziaria è la manifestazione più éclatante del fallimento del modello economico neo-liberista, fallimento a livello teorico. Quello che sorprende è che, fallito a livello teorico perché non c’è l’autoregolazione dei mercati, non c’è la perfetta razionalità dei mercati se no non ci avrebbero portati quasi dentro il burrone, quello che sorprende è che invece però le politiche rimangano in grande prevalenza segnate, soprattutto quelle dell’austerità deflattiva, segnate da quella visione.

Ma la consapevolezza che bisogna avere è che se la crisi però è crisi di un intero modello di sviluppo, lo slancio progettuale, e teorico, e culturale, e ideativo che serve a fermare la presa pratica che ancora il neo-liberismo trova, va canalizzato mettendo insieme il rilancio degli investimenti per costruire un nuovo modello di sviluppo. E qui noi ritroviamo anche le problematiche della soggettività di una sfera spirituale che deve tornare a essere molto importante per noi, di valori, di dimensioni valoriali, di dimensione etica, che tra l’altro spiega perché io ho voluto fare questo libro soprattutto come libro che mette insieme, e con mia filosofia, antropologia e sociologia, perché io sono convinta che le questioni oggi hanno questo spessore, o si mettono insieme, si esce dall’idea dell’homo economicus, individuo auto-interessato, che vive solo per acquisire, per brama di possesso, macchina desiderante, che ignora qualunque cosa, anzi, non solo ignora, ma niente esiste al di fuori di lui. Questo è il modello di agente economico con tutti i modelli matematici che costruiscono questi rendimenti pazzeschi. Ecco, noi dobbiamo andare alla radice di questa desoggettivizzazione, de-umanizzazione che il neo-liberismo compie.

E se ci vogliamo porre dunque il problema della comune azione tra investimenti e nuovo modello di sviluppo dobbiamo porci in nuovi termini di costruzione di un nuovo umanesimo. Per questo si pongono grandi questioni spirituali, per questo il valore di ciò che Papa Francesco dice sull’economia che uccide, lui dice: “questa economia uccide”, non è solo un valore di denunzia, perché poi Papa Francesco, come voi avete studiato e ricostruito in questo corso di quest’anno, dice anche come si può salvare e come si può vivere e non solo morire, dunque, in un mondo diverso.

Quindi, io penso che la questione dell’umanesimo, la questione della persona, nel libro faccio riconoscimenti aperti, espliciti al valore della riflessione che è nata a cavallo tra le due guerre e poi nel dopoguerra, il cattolicesimo democratico ha fatto con Mounier, con Maritain, con grandi filosofi importantissimi, con Simone Weil e lo ha fatto arricchendo una riflessione più complessiva. E qui ci sarebbe un discorso specifico da fare, ma non lo faccio, che riguarda anche la filosofia perché non c’è solo l’economia in grande angustia, ma c’è anche la filosofia che ha preso un indirizzo, pensate all’indirizzo nietzschiano, heideggeriano, smithiano che sostiene di fatto un anti-umanesimo, sostenendo che il soggetto non esiste più, che siamo tutti frantumati, dissolti, ricostruiti. E purtroppo una parte di questo pensiero ha fatto presa anche su una parte della sinistra.

Per lavorare su quell’intreccio, investimenti e nuovo modello di sviluppo, dobbiamo dunque riconoscere la crucialità di investimenti e di lavoro, tornare a ragionare sul lavoro, non accettare come un destino; quindi non possiamo porre rimedio a quello che Prodi non manca ormai da tempo di denunziare come rischio: la job less society, la società senza lavoro. È un incubo da ogni punto di vista. E allora dobbiamo lavorare appunto su questa connessione e partire dal lavoro, non arrivarci dopo tanti percorsi e tormenti. Partire dal lavoro vuol dire rovesciare la relazione, non favorire la crescita per generare lavoro, ma generare lavoro per rilanciare una crescita forte, sostenibile, sostenuta.

Questo ha implicazioni rilevantissime dal punto di vista delle policies, del quadro, del train in cui dobbiamo inquadrare le policies e delle specifiche policies. La prima implicazione riguarda il fatto che mai come oggi politiche economiche e politiche sociali sono inscindibili: la connessione politiche del lavoro-welfare europeo che era il tema specifico che oggi dobbiamo trattare, che è un tema specifico, la connessione oggi si misura in termini di inscindibilità del nesso tra politiche economiche e politiche sociali. Quando le parole chiave diventano ponti, strade, scuole, ospedali, reti, infrastrutture, reti materiali e reti immateriali, ricerca e sviluppo, le parole chiave che usa Obama, non nasce più un prima e un poi: prima facciamo l’economia e poi facciamo il sociale. Noi dobbiamo pensare politiche economiche che incorporano in sé la problematica del lavoro e i valori sociali e dobbiamo pensare politiche sociali e del lavoro che generano sviluppo e crescita. Che non sono soltanto l’effetto ex-post di una ridistribuzione che lascia inalterati i meccanismi della crescita.

E oggi, infatti, il nostro compito è duplice: dobbiamo enunciare la crescita e al tempo stesso cambiarne la natura e la qualità. Quindi, la seconda implicazione di questo è che le politiche di welfare e il welfare state le dobbiamo pensare soprattutto sotto la categoria del social investment welfare state; questo tipo di categoria viene usato soprattutto nell’Europa del nord per definire per l’appunto la priorità del lavoro. Non solo redistribuzione; certo la redistribuzione serve, in certi casi è essenziale, se dobbiamo contrastare la povertà serve una redistribuzione, serve un trasferimento monetario, ma se dobbiamo creare quel nesso e creare un nuovo modello di sviluppo deve essere a monte che facciamo investimenti sociali e creiamo lavoro. Questa è la ragione per cui io dico lavoro di cittadinanza, non reddito di cittadinanza. Il reddito di cittadinanza ha un posto che per essere una cosa dignitosa e non una miseria dovrebbe investire così tante risorse, tanto che Claudio Misutta, che è un economista molto serio, ha calcolato addirittura 80-100 milioni di euro e quindi è impossibile.

Ma a me non interessa lasciare inalterato il meccanismo della crescita, io voglio poter proficuamente cambiare e non mi voglio rassegnare che è l’argomento molto usato dai sostenitori del reddito di cittadinanza, siccome la situazione è questa dateci almeno un po’ di reddito per sopravvivere: io non voglio dire: “la situazione è questa”, io voglio che si cambi e che si cambi radicalmente. E anche la mia, la nostra capacità progettuale deve essere sfidata per riuscire a cambiare, perché è molto facile per qualunque amministratore quando ha un problema pensare a un bonus piuttosto che a risolvere il problema. Il bonus non è un reddito di cittadinanza, si tratta sempre di quisquiglie, però si tratta sempre di un trasferimento monetario. Quello che io voglio semplificare è che il compito che ci aspetta è di risolvere i problemi, di intervenire sulle strutture, sugli assetti, sulle organizzazioni.

E la terza implicazione nasce per l’appunto da questo intervenire sulle strutture, sugli assetti, sulle organizzazioni, richiede il rilancio del ruolo pubblico, richiede che uscire dallo stabile business significa riappropriarsi della responsabilità che pertiene al pubblico. Qui ci sono peraltro riflessioni molto interessanti che vengono, voglio citarvi il libro di Mariana Mazzuccato che è stato tradotto anche in italiano, lei è una italiana che è di fatto inglese perché vive da quando aveva cinque anni in Inghilterra, ma Lo stato innovatore è un libro eccezionale. Avevo letto che anche il nostro presidente del consiglio aveva comprato questo libro due estati fa, ma non mi pare che ne abbia tratto grande vantaggio, aveva comprato, insieme a Lo stato innovatore, anche il libro di Martha Nussbaum, l’ultimo libro di Marta sui sentimenti, sulle emozioni, la politica, L’intelligenza delle emozioni, e anche questo mi sembra molto importante.

Quello che dobbiamo fare è per l’appunto ricreare un mondo, avere cura del mondo e ricreare il mondo, e questo significa nuovo modello di sviluppo. Avere cura del mondo, Antoniazzi ricordava quale convergenza si può trovare in questa espressione, “cura”, che è anche al centro dell’ultima enciclica papale, con il pensiero laico, diversamente religioso, come quello di Elena Pulcini che ha scritto un libro che si chiama La cura del mondo, che è un libro bellissimo che vi suggerisco di leggere.

Il ruolo dell’operatore pubblico è talmente importante che possiamo anche dire che c’è una dimensione dell’innovazione. L’innovazione tecnologica, che oggi sta andando tantissimo verso la frantumazione e quindi non solo non creando lavoro ma sostituendo il lavoro che c’è, può essere diretta e orientata. Questo per esempio sostiene Anthony B. Atkinson che è stato maestro di una generazione di economisti, di studiosi delle diseguaglianze tra cui Thomas Piketty (avrete tanto sentito parlare del libro di Piketty su Il capitale nel XXI secolo). È stato maestro anche mio, quindi gli sono molto grata, l’ultimo libro che è un libro eccezionale che si chiama, tradotto in italiano, Diseguaglianza, che cosa si può fare?, edito da Cortina, Thony dice: l’innovazione, la prima cosa da fare è dirigere l’innovazione; l’innovazione non nasce dal nulla, non nasce come Minerva dalla testa di Giove, ma nasce da indirizzi, da richieste, da progetti. E come è stato possibile che una banca americana, una struttura pubblica, un’agenzia pubblica, cedesse ai produttori, dandogli premi rilevanti, fatemi la driver less car, la macchina senza guidatore, che ormai sta spopolando, anche se rimane di basso livello, deve essere possibile che l’operatore pubblico chieda ai produttori, metta in palio se stesso, organizzi centri di ricerca, come fa con il bosone di Higgs, e faccia innovazione orientata ai beni sociali, ai beni comuni, ai beni pubblici, che sono peraltro tutti bisogni collettivi. È difficile ma non è impossibile.

Tutto questo vuol dire non accettare la job less society, e riscoprire il valore della piena occupazione, ritornare a Keynes, e riscoprirlo non in termini idilliaci, beh una citazione retorica, in un discorso non manca e quindi diciamo piena occupazione. Questo lo dico anche ai sindacati che dovrebbero, secondo me, agitare molto di più questi problemi. Chiedere piena occupazione, io sono certamente consapevole che ha un valore in questo momento intrusivo rispetto al funzionamento normale del capitalismo che normalmente e spontaneamente crea disoccupazione, non crea lavoro, ma proprio se vogliamo avere una forza anche rivoluzionaria di trasformazione dobbiamo porci questo obiettivo.

Tu ricordavi, a proposito di questo obiettivo, che Keynes parlò di socializzazione dell’investimento nell’ultimo libro della teoria generale: badate sto parlando del Keynes che in Italia è stato introdotto da Fanfani, del Keynes che generazioni di dirigenti comunisti hanno assolutamente ignorato, non ne sapevano manco l’esistenza, così come non sapevano nemmeno l’esistenza di tutta la riflessione sullo stato e sulle istituzioni che Keynes, i laburisti inglesi, la socialdemocrazia scandinava hanno fatto appunto sulle istituzioni. Perché? Lasciatelo dire a me che vengo appunto, mi sono iscritta nel ’75 nel PCI dopo aver militato in Potere Operaio, e quindi li ho conosciuti bene. Nonostante fossero gente assolutamente moderata, spesso molto più moderata dei democristiani di sinistra, però l’idea in sé che avevano nella testa era che lo stato borghese si abbatte e non si cambia, e quindi una sostanziale diffidenza verso lo stato, e comunque indifferenza. Non c’era bisogno di una teoria dello stato e nemmeno di una prassi che lavorasse sullo stato. Questo, saldandosi con la diffidenza verso lo stato che veniva della questione cattolica, da una parte minimalissima della democrazia cristiana, ha lasciato l’Italia molto in balia di se stessa. Anche perché gli indirizzi dossettiani e, per altro verso dei socialisti alla Lombardi e alla Giolitti sono stati marginalizzati.

Ma il Keynes che parla di socializzazione dell’investimento parla esattamente di un ritorno alla forza delle istituzioni pubbliche. E badate, Keynes dice anche che quando il pieno utilizzo delle forze produttive, capitale e lavoro sostanzialmente, è ripristinato il mercato può tornare ad allocare decentemente e quindi lo stato si può ritirare, in un certo senso.

C’è un autore che io vi segnalo, che è a me molto caro, che si chiama Hyman Minsky, talmente importante, è uno studioso della crisi degli anni Trenta, aveva scritto un libro pubblicato molti anni fa da Einaudi che si chiama Può ripetersi? e il soggetto era la crisi degli anni Trenta, quindi era talmente preoccupato che continuava a interrogarsi. E nel 2008, quando esplose la crisi globale, l’Economist, settimanale dell’establishment capitalistico mondiale, parlò di un Minsky moment. Quindi Minsky è importantissimo anche perché è uno studioso proprio dei problemi della finanza. Ma è anche studioso, molto più complesso, allievo di Keynes anche lui, e da ragazzo riuscì, si incrociò con l’esperienza del new deal, Minsky è morto nel 1996, quindi non tanto tempo fa, si incrociò con l’esperienza del new deal e ne era rimasto, lui, americano di origine polacca e yiddish, e ne rimase talmente affascinato che non ne ha mai più potuto prescindere.

Quindi Minsky propone, tra l’altro queste sue proposte sono state riproposte in un libro che io e Riccardo Belfiore abbiamo curato e tradotto, gli inediti di Minsky, con il titolo Lavoro non assistenza. Qui si torna all’argomento assistenza e anche a tutti i trasferimenti monetari. Minsky dice: la socializzazione dell’investimento intanto deve essere molto più persistente di quanto Keynes non pensasse perché le crisi sono sempre, purtroppo, in agguato e poi essa deve essere estesa alla banca e non per caso Obama ha creato la banca pubblica per le infrastrutture (e le infrastrutture americane sono una necessità di grandissimo rilancio e stanno facendo lavori immensi su questo, ideati da Obama, dallo staff di Obama), e dice Minsky: la socializzazione va estesa all’occupazione e quindi ci vuole l’employ, lo stato come employer o last resort, come occupatore di ultima istanza. Questa idea di Minsky viene ripresa da Atkinson che dice che lo stato deve essere l’employer o il last resort.

Allora, mi avvio a concludere. Non affronto la parte di come si fa a fare, con questo stato come facciamo? Invece mi avvio a concludere sottolineando dunque che se lavoriamo in un quadro che tiene insieme lavoro, investimenti, nuovo modello di sviluppo, noi lavoriamo in un quadro che tiene insieme dimensione economica e dimensione sociale, che tiene insieme domanda interna ed esportazioni. Sappiamo anche che l’asperità deflattiva implica anche una condanna al neo-mercantilismo, a spingere tutti i sistemi verso soltanto le esportazioni, e quello tedesco è un mercantilismo nefasto per gli altri paesi dell’Europa. Invece ci vuole equilibrio tra domanda interna ed esportazioni, così come ci vuole equilibrio tra domanda e offerta: non contano solo i problemi di domanda, contano anche quelli di offerta ma in un quadro diverso da quello della surprise economy che dice abbassate le tasse, fate liberalizzazioni e privatizzazioni e la crescita verrà. E infine teniamo insieme consumi individuali e consumi collettivi, stili di vita, cambiamento degli stili di vita.

Ecco quindi, per concludere proprio davvero, io penso che la cura del mondo può esercitarsi, immaginarsi, mettersi alla prova soltanto in una sfera pubblica allargata e la democrazia, del resto, è sfera pubblica allargata se è democrazia vera, se è democrazia sostanziale. In fondo, anche noi oggi qui siamo una piccola agorà che si vive e si interpreta come sfera pubblica, che apprende da se stessa per rilanciare un apprendimento verso il futuro. L’umanesimo che noi vogliamo perseguire è l’umanesimo di cui parlava Simone Weil, la gioia dell’essere con l’altro, Simone Weil e Hannah Arendt, una grande filosofa ebrea, la gioia dell’essere con l’altro nella quale l’altro è ferita, ma è anche incontro, è intersoggettiività, intercominicatività, esistenza di noi stessi perché noi non esistiamo se non in questa accezione intercomunicativa.

Grazie.

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