Lavoro, diritti, società

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Giovanni BianchiSecondo le valutazioni dell’ ISTAT, confermate anche da altri osservatori, nel dicembre 2009 il nostro Paese aveva perso cinquecentomila posti di lavoro rispetto all’anno precedente, e veniva a collocarsi al sesto posto della classifica OCSE dei Paesi più sviluppati con la peggior redistribuzione del reddito pro capite. 

All’oggettiva diminuzione dell’inflazione fa peraltro riscontro una crescita esponenziale del debito pubblico che di fatto implica l’accumularsi di un indebitamento complessivo per le persone e le famiglie negli anni a venire.

Per quanto nel nostro Paese la minore propensione al rischio del sistema bancario abbia permesso una ricaduta della crisi finanziaria in termini meno devastanti che altrove, l’emergere, anche nell’area metropolitana milanese, di numerosi casi di aziende in crisi o sull’orlo della chiusura deve far pensare che il venir meno della fase più aspra della crisi in termini generali non porterà con sé benefici immediati per l’occupazione e più in generale per il tenore di vita delle famiglie ed i diritti dei cittadini e dei lavoratori.

E tuttavia il lavoro rimane la base del processo produttivo e dell’economia e, in coerenza con il dettato della Costituzione, il fondamento della cittadinanza  sociale e politica. La sua centralità, oltre a descriverne la funzione sociale, assume anche una decisa valenza di programma politico per l’orientamento delle scelte economiche e sociali degli anni a venire. E’ evidente l’aggancio esistente fra la dimensione lavorativa e quella dell’economia cosiddetta “reale” , basata sulla concretezza della produzione, che nel corso di questi anni è stata progressivamente marginalizzata per lasciare spazio alla rendita parassitaria.

La riaffermazione della centralità dell’economia reale, lungi dall’essere un riferimento al passato o un mero sforzo volontaristico, è una condizione necessaria per evitare che dall’autoaffondamento di un capitalismo finalizzato alla massimizzazione del profitto  si riverberi sulle vite concrete di milioni di persone e delle loro famiglie un’ulteriore fragilizzazione di un’esperienza di vita e di lavoro già precaria..

La centralità sociale del lavoro è  la base per la costruzione di un modello di economia solidale e personalistico che, a livello globale, riconosca l’esistenza di diritti vitali degli esseri umani che precedono e relativizzano lo stesso diritto di proprietà, costituendo forme riconosciute di riequilibrio e di redistribuzione che ne limitino gli abusi e permettano la fruizione universale dei beni economici , a vantaggio dei settori più deboli della società.

Ma la centralità del lavoro, se non vuole rimanere una semplice petizione di principio o, peggio ancora, un richiamo ideologico al passato, deve inserirsi a pieno titolo nella dinamica della famiglia e ciò per due motivi fondamentali: il primo, di carattere economico, sta nel fatto che la questione del lavoro non è più ristretta solo ad un componente del nucleo familiare ma investe una pluralità di situazioni compresenti all’interno della stessa famiglia; il secondo elemento è dato dal fatto che, al di là dell’ovvio aspetto economico, tutta la famiglia è colpita dal venir meno della posizione lavorativa di uno o più suoi componenti anche in termini di ruolo sociale complessivo. Significativo è il fatto che il riconoscimento di un maggiore protagonismo della società civile nella dinamica sociale ed economica sia oggi riconosciuto da settori politici che nel passato, in nome di pregiudizi ideologici, avevano sempre escluso tale possibilità o la avevano sostanzialmente subordinata a quella dei pubblici poteri. Valga per tutti la recente affermazione di Martine Aubry, Prima Segretaria del Partito socialista francese (un partito che, nel suo giacobinismo di fondo, ha sempre diffidato dei movimenti sociali), secondo cui “non bisogna mai dimenticare che nessuna riforma può sostituire (…) le solidarietà familiari e amicali, la cura del vicinato, l’impegno complessivo della società”.

Non è un caso che la Mozione finale della Conferenza organizzativa delle ACLI svoltasi nell’aprile scorso a Milano si sottolinei che “il territorio non ha bisogno di guardiani, quanto piuttosto di esploratori e custodi capaci di intercettare e ascoltare i bisogni, di interpretare vocazioni e risorse, di suscitare speranze orientandoli ad un protagonismo propositivo e al bene comune”.

E’ in questo senso, mi pare, che deve essere letto l’invito del card. Tettamanzi, nella manifestazione conclusiva della Conferenza aclista svoltasi in un teatro milanese, affinché le ACLI si facciano carico della “opzione preferenziale dei poveri” della premura verso gli ultimi (e, non meno presenti oggi – proprio nell’ambito del lavoro –, verso i “penultimi”)”, avvertendo che tale richiamo non deve semplicisticamente inteso “come un puro richiamo etico, ma come un’urgenza sociale e un’emergenza politica da affrontare con estrema serietà”. Oggi, in particolare. Ma chi è disposto a questa sfida, che esige una vera e propria conversione culturale prima ancora che pratica?”.

Le istanze etiche e caritative che partono dal nucleo stesso del messaggio evangelico sono dunque chiamate a tradursi in istanze e progetti sociali e politici che richiedono attenzione, competenza, perseveranza, presenza sul territorio, onde discernere le modalità di possibili alleanze di scopofinalizzate alla giustizia e alla solidarietà, che rendano il volto del nostro Paese non come somma di egoismi e di localismi ma come comunità solidale che si riconosce in una narrazione complessiva di sé e in un destino comune, dando nuovo significato a parole come condivisione e giustizia sociale.

L’esatto contrario, oserei dire, della manovra economica testé varata in un clima di disperazione dal Governo Berlusconi che, a prescindere dalla oggettiva necessità di far fronte ad una crisi globale, di fatto produce l’effetto di far pagare una volta di più i soliti noti aumentando il fossato sociale che sempre di più attraversa il nostro Paese .

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