Citizens of nowhere. Leonardo Palmisano: Ghetto Italia. I braccianti stranieri tra caporalato e sfruttamento.

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Ghetto Italia racconta, attraverso testimonianze dirette di braccianti agricoli di diversi paesi africani ed europei, la situazione del lavoro nei campi della Puglia, della Calabria, della Sicilia, della Campania, del Lazio, e infine in alcune zone della Lombardia (Franciacorta) e del Piemonte (astigiano e cuneese), per nulla immuni dallo sfruttamento più bieco e dallo schiavismo.

Il libro, oltre a farci incontrare il punto di vista dei muti, degli indifesi, degli esclusi da qualsiasi diritto di cittadinanza, analizza con cura le differenti forme di sfruttamento, diverse da regione a regione, la collusione con le imprese, fa con precisioni i conti in tasca ai caporali, e ci mostra una forma complessa dell’economia odierna basata sullo sfruttamento dei più deboli, capillarmente diffusa nel nostro paese, fatta di gabbie salariali, di gabbie fiscali, di interne gerarchie sociali, di consulenti del lavoro e di commercialisti, di agenzie per il lavoro, di professionisti senza scrupoli.

Leonardo Palmisano. Ghetto Italia. I braccianti stranieri tra caporalato e sfruttamento.

1. leggi l’introduzione di Roberto Diodato a Leonardo Palmisano

2. leggi il testo della relazione di Leonardo Palmisano

3. clicca sui file audio sottostanti per ascoltare le registrazioni della lezione

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Premessa di Giovanni Bianchi 14 04″

Relazione di Leonardo Palmisano 39′ 50″

Domanda del pubblico e risposta di Leonardo Palmisano 15′ 39″

Domande del pubblico 13′ 46″

Risposte di Leonardo Palmisano 26′ 45″

Domanda del pubblico e risposta di Leonardo Palmisano 21′ 45″

Domande del pubblico e risposte di Leonardo Palmisano 13′ 57″

Chiusura di Giovanni Bianchi 6′ 00″

Giovanni Bianchi, Leonardo Palmisano, Roberto Diodato

Giovanni Bianchi, Leonardo Palmisano, Roberto Diodato


Testo dell’introduzione di Roberto Diodato a Leonardo Palmisano

Ringrazio moltissimo Leonardo Palmisano, per essere oggi qui con noi e soprattutto per avere scritto Ghetto Italia. Ho letto Ghetto Italia la scorsa primavera e sono rimasto sconcertato perché al di là di quanto avevo in precedenza letto su quotidiani e riviste non avevo mai, per mia incredibile mancanza, incontrato i libri che da anni denunciano e approfondiscono una situazione lavorativa presente in Italia ora (11 marzo 2017!) che mi ha fatto vergognare di essere italiano. Sono uscito dalla lettura di Ghetto Italia pensando che sarebbe stato opportuno fare due cose: scendere in piazza tutti giorni o rinunciare alla cittadinanza italiana. Per ignavia e vigliaccheria non ho fatto nessuna delle due cose, ho solo cominciato a informarmi meglio, a cercare di comprendere i termini della questione.

Ho letto questo libro con ammirazione per gli autori. Leonardo Palmisano che nel libro compare come narratore in prima persona, non è primariamente un giornalista ma uno scrittore (ha scritto anche un romanzo dal titolo Trentaquattro – dove 34 indica un’età-soglia- ambientato a Bari, edito da Il Grillo, che ha preso il premio Eboli nel 2011) e un rinnovatore della ricerca etnografica che insegna Sociologia urbana al Politecnico di Bari, ha rischiato la propria incolumità per scrivere Ghetto Italia. L’altro autore, che compare nel libro come guida e testimone, Yvan Sagnet, inizialmente giunto in Italia dal Camerun nel 2007 per studiare al Politecnico di Torino, è stato il leader del primo sciopero dei braccianti stranieri in Italia, che si è svolto nelle campagne di Nardò nell’estate del 2011. Grazie anche a quello sciopero si è avviato un dibattito pubblico che ha portato all’introduzione nel nostro ordinamento giuridico del reato penale di caporalato. Sagnet ha descritto la sua esperienza di bracciante nel libro (pubblicato come Ghetto Italia dall’Editore Fandango) Ama il tuo sogno. Vita e rivolta nella terra dell’oro rosso, del 2012.

A Nardò (prendo queste notizie da un articolo pubblicato all’epoca dell’uscita di Ama il tuo sogno da Roberto Saviano sul quotidiano La Repubblica, leggibile nel sito: http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2012/10/17/news/saviano_ragazzo_africano-44685428/) Sagnet incontra «condizioni di lavoro agghiaccianti: diciotto ore consecutive, di cui molte sotto il sole cocente. Chi sviene non è assistito e se vuole raggiungere l’ospedale deve pagare il trasporto ai caporali. Il guadagno è di 3,5 euro a cassone, un cassone è da tre quintali e per riempirlo ci vuole molto tempo, ore. Si lavora con questi ritmi anche durante il Ramadan, quando molti lavoratori di religione islamica non bevono e non mangiano. Yvan scrive: “Mentre nel mio paese la dignità è sacra, a tutti livelli della scala sociale, il sistema dei campi di lavoro (in Italia) è appositamente studiato per togliere ai braccianti anche l’ultimo scampolo di umanità”. Ma accade qualcosa che i caporali non hanno previsto. I braccianti in genere strappano le piantine alla radice per batterle sulle cassette così che i pomodori cadono tutti. Ma quel giorno il caporale impone un altro metodo. Servono pomodori da vendere ai supermercati per le insalate, quindi devono essere presi e selezionati uno a uno. Si tratta di riempire gli stessi cassoni di sempre, ma selezionare i pomodori significa raddoppiare la fatica. Il caporale impone tutto questo lavoro allo stesso prezzo: Sagnet e gli altri braccianti si sollevano. È l’inizio della rivolta e Masseria Boncuri ne diventerà il simbolo con l’enorme striscione “Ingaggiami contro il lavoro nero”. Ma lo sciopero non è facile da gestire soprattutto perché è quasi impossibile comunicare tra i diversi gruppi etnici. Gli unici a esprimersi facilmente in italiano sono i tunisini; per altri (bukinabé, togolesi, ivoriani, ghanesi, nigeriani, etiopi, somali) è necessario parlare in inglese e francese; altri capiscono solo la lingua araba. Eppure, nonostante le diversità, lo sciopero continua: tante culture e tante visioni della lotta hanno finito per essere non la debolezza ma la forza della protesta, che a un anno e mezzo da quella di Rosarno, è più organizzata e riesce a guadagnare un’eco nazionale. Gli italiani sembrano prendere finalmente coscienza delle condizioni difficili di chi lavora nei campi e le istituzioni sono costrette ad ammettere che il problema caporalato esiste. La magistratura trova la forza per continuare le indagini già in corso, spesso protette da omertà e scarsa collaborazione, e a maggio 2012 i carabinieri del Ros arrestano 16 persone  –  presunti caporali e imprenditori agricoli  –  nell’ambito dell’operazione “Sabr” che ha colpito un’organizzazione criminale attiva tra Rosarno, Nardò e altre città della Puglia».

Venendo ora a Ghetto Italia, il libro racconta, attraverso testimonianze dirette di braccianti agricoli di diversi paesi africani ed europei, la situazione del lavoro nei capi della Puglia, della Calabria, della Sicilia, della Campania, del Lazio, e infine in alcune zone della Lombardia (Franciacorta) e del Piemonte (astigiano e cuneese), per nulla immuni dallo sfruttamento più bieco e dallo schiavismo. Non mi soffermo sulle condizioni di lavoro e di vita, atroci, di migliaia di persone che il libro ci sbatte sotto gli occhi e che restano indimenticabili per chiunque legga, e che potremo approfondire con Palmisano che le ha letteralmente viste da vicino, ma vorrei soltanto attirare la vostra attenzione su quelli che a mio avviso sono grandi pregi del libro: innanzitutto ci fa incontrare delle persone.

Palmisano non ci parla genericamente degli africani, ci fa incontrare Issà, “un gigante sudanese” fuggito dalla guerra nel Darfur, che ci dice che “a noi non ci vogliono dentro a Cassabile (il paese della Sicilia dove l’Italia firmò l’armistizio nel 1943- una “provincia in cui il sistema del caporalato si fonde con quello mafioso e raggiunge forme di sfruttamento davvero impensabili”) Ci trattano di merda. Quando sono venuto per la prima volta il capo mi ha detto ?non andare in paese, ti cacciano’, ma io non ci credevo e sono andato. Me ne sono tornato prestissimo, perché non mi hanno nemmeno fatto entrare in un tabaccaio”. Issà vive in una specie di “iglù di plastica e legna, coperto di bustoni di cerata, largo sì e no quanto il suo ospite”, e alla domanda “perché non provate a prendere una casa” risponde “Costano troppo. Io mando i soldi a mia madre. Non posso prendere una casa così. Devo risparmiare, se no me ne vado in Inghilterra” – “Pensi che in Inghilterra sia meglio?” – Non lo so, ma qua non sto bene. Può venire uno e rubarmi tutti i soldi. Mi possono ferire. Sono sempre solo”.

Così in provincia di Latina Palmisano ci fa incontrare un sikh, e ci spiega che “La loro posizione nella gerarchia dei lavoratori agricoli stranieri in Italia è tra le ultime, se non l’ultima, grazie all’incredibile incrocio di una serie di variabili dure e morbide, strutturali e spirituali” (il corsivo è di Palmisano). Il sikh, che resta anonimo, “arriva con il suo turbante verde di seta, una camicia a maniche lunghe bordò, scuro ed elegante, barba curata, dimostra una cinquantina d’anni. Cammina veloce, quasi sollevato di qualche centimetro da terra. Lo direi più un semidio che un bracciante, perché diffonde serenità solo a guardarlo…”. Ma dove vive? “Nella stalla” – “quanti siete?” “Dodici” – Tutti nella stalla?” Sì – Non vi dico quante ore lavora a raccogliere zucchine e badare al bestiame, quanto prende di paga e in quali condizioni viva.

Incontriamo nel libro anche le donne, per esempio la rumena Lia che “vive, lavora e spera a Vittoria, in provincia di Ragusa” e ci fa comprendere come le meno pagate, le più sfruttate, e sempre in pericolo di violenze e stupri siano, anche tra questi schiavi, le donne. E così via.

Ma il libro, oltre a farci incontrare il punto di vista dei muti, degli indifesi, degli esclusi da qualsiasi diritto di cittadinanza, analizza con cura le differenti forme di sfruttamento, diverse da regione a regione, la collusione con le imprese, fa con precisioni i conti in tasca ai caporali, e ci mostra una forma complessa dell’economia odierna basata sullo sfruttamento dei più deboli, capillarmente diffusa nel nostro paese, fatta di gabbie salariali, di gabbie fiscali, di interne gerarchie sociali, di consulenti del lavoro e di commercialisti, di agenzie per il lavoro, di professionisti senza scrupoli. Sinteticamente, con alcune variabili, “la catena funziona così: il bracciante percepisce in base all’imponderabile volontà del caporale; il caporale sottrae in base al suo soggettivo desiderio di rapina; il proprietario della terra versa al caporale una cifra secondo le convenienze fissate dai compratori del prodotto; i compratori rivendono e/o trasformano il prodotto a una cifra nettamente superiore a quella pagata”. Si tratta di un’economia di larga scala dove, scrive Palmisano “il peso del lavoro è pari a zero … Il lavoro non è più il mitico e fruttuoso intervento sulla natura, sulla materia viva, ma sempre più un’attività obbligatoria, coatta, dovuta”. Al termine del libro Palmisano cita Gallino, che noi del Circolo Dossetti ricordiamo con affetto; scriveva Gallino : “l’economia sommersa è il luogo del pre-moderno … dove – come era normale uno o due secoli addietro – per quanto riguarda le condizioni di lavoro, i modi di produrre, il rapporto produzione/ambiente, tutto è lecito, e gli estremi sono ugualmente possibili”. Questo luogo pre-moderno è l’Italia oggi, e mentre ringrazio Leonardo Palmisano per avermelo ricordato.

Trascrizione dell’intervento di Leonardo Palmisano

Buongiormo e grazie per questo graditissimo invito.

Sì, anch’io non penso che Saviano abbia colto quello che sta accadendo. Non soltanto in Puglia, perché il sistema, magari, riguardasse soltanto la Puglia o la Capitanata, ma è un po’ in tutta Italia: utilizzerò dei termini che poi proverò anche a spiegare. Questa è una dimensione criminale che cominciamo a chiamare giustamente metamafiosa, è un qualcosa che va oltre i sistemi verticali e verticistici, come quelli raccontati da fiction come La piovra, il capo dei capi, dove alcune figure, poche, un Matteo Messina Denaro piuttosto che un Totò Riina o, nel caso della mia regione, un Sabino Parisi, determinano l’economia del territorio. Non è più così.

Si codeterminano le economie del territorio attraverso variabili che intrecciano interessi differenti, variegati, strutturati. E nel sistema agricolo, soprattutto nel sistema agricolo meridionale, ma non soltanto nel sistema agricolo meridionale, questo è evidente, talmente evidente che la risposta di questo intreccio di interessi, qualche giorno fa, due giorni dopo lo sgombero, è stato sparare contro lo stato. Finalmente è caduto il velo.

Guardate quando io sono uscito con Ivan Sagnet con Ghetto Italia e ho detto: attenzione, il sistema del caporalato non è un sistema mafioso a sé, è un sistema mafioso non soltanto perché la legge lo definisce come sistema mafioso, ma è un sistema mafioso perché sta dentro a un territorio criminale che racchiude più sistemi illegali, dentro però, come dire, a una cornice di valori che ha la legalità e che consente una serie di comportamenti.

Allora che cosa accade? Accade che dopo questo sgombero voluto, determinato dalla procura antimafia di Bari e Foggia, perché Foggia non ha una propria procura antimafia autonoma, il sistema di San Severo, che è un sistema importante perché ha cinque famiglie, risponde. Quella risposta rivela che il tessuto criminale tradizionale è dentro il controllo della manodopera. Questo è importante perché… ditemi voi, se qualcuno ve l’ha mai raccontato.

Quando parliamo del racket dei mendicanti stiamo parlando di controllo di manodopera minorile. Quando l’OXFAM ci dice che nel 2015 sono scomparsi 5.500 minori non accompagnati in Italia, su circa 25.000 arrivati, al ritmo di 28 al giorno, io mi domando: dove sono finiti? Alcuni di questi 5.500 sono nel racket dei mendicanti, io vedo una struttura che è di sfruttamento della manodopera. Perché? Perché questi sistemi considerano un bambino, un minorenne che chiede l’elemosina in giro un lavoratore, uno schiavo. Dove? In Italia. Non lo racconto semplicemente io, ce lo racconta la World Free Foundation che nell’ultimo rapporto sulla indicizzazione della schiavitù in 167 paesi dice che l’Italia è seconda per numerosità di persone che possiamo e dobbiamo considerare in condizioni di schiavitù, è seconda soltanto alla Polonia. Prevalentemente, fa riferimento alle prostitute: guardate, non tiene dentro, questa Fondazione, i braccianti, non ne tiene conto, che secondo me e secondo Ivan Sagnet, sono almeno 80.000 a vivere in quelle condizioni.

Perché questa premessa? Perché ci siamo occupati, come dire, in maniera un po’ strutturale nel corso degli anni, quantitativa, del fenomeno dello sfruttamento, quando in realtà era aggredito, il mondo del lavoro, in termini di qualità. E di qualità non soltanto dei contenuti del lavoro, un abbattimento netto della qualità delle prestazioni richieste, ma anche di qualità della vita. Il ghetto che cos’è? È un luogo dove si vive, non è un luogo dove si lavora, ma chi ci vive? Ci vivono i lavoratori.

E quando sono stato intervistato dal Wall Street Journal, loro sono arrivati con una similitudine: possiamo definire il ghetto di Rignano Garganico, Rignano San Severo, il gran ghetto, come lo definiscono i braccianti stessi, che ospita 2.500 persone d’estate, 2.500 persone, lo possiamo definire come qualcosa di simile alla Jungle di Calais? No, perché nella Jungle di Calais non ci sono lavoratori.

Sono lavoratori. Quando io attraverso d’estate la Capitanata incrocio lavoratori, non persone in attesa del riconoscimento di un diritto. Molti di questi lavoratori hanno il permesso di soggiorno e sono lì perché, come accade per Ivan Sagnet, perché la normativa sull’immigrazione, la Bossi-Fini, vincola il permesso al lavoro; essendo stati talvolta licenziati, espulsi da altri sistemi produttivi, come per esempio l’industria, il manifatturiero del nord-est, scendono nel sistema agricolo.

Il sistema agricolo meridionale non cresce semplicemente nella produzione di PIL, ma anche nell’assorbimento di manodopera. Il contratto gli viene fatto, ma quel contratto non viene rispettato. E faccio l’esempio che riguarda Paola Clemente: muore a 47 anni, cardiopatica cronica da tre lustri. Partiva ogni giorno da Palagiano che è un paese della Murgia tarantina per andare a lavorare in una grande impresa della BAT, della provincia di Barletta, percorrendo 150 km all’andata e 150 km al ritorno. Come? Con un pullman, un grande pullman di una importante agenzia di trasporto. Era assunta da un’agenzia di somministrazione lavoro. Ricordate la retorica sulla fine, la crisi del collocamento pubblico? Poiché il collocamento pubblico è inefficace (provo a rispondere ad alcune delle tue domande facendo degli esempi), privatizziamo il collocamento.

Assunta da un’agenzia di somministrazione lavoro, la Inforgroup di Noicattaro in provincia di Bari per andare a lavorare in una importantissima impresa della BAT, perché una donna della provincia di Taranto, ammalata di cuore, va a lavorare nella BAT? Perché il caporalato si nutre di quelli che si chiamano salari differenziati. Ora non so se conoscete un po’ qual è il mondo contrattuale agricolo: è un po’ complesso. C’è un contratto collettivo nazionale che si traduce in contratti provinciali, ogni provincia ha un suo particolare contratto. Su questo contratto si innesta poi un’ulteriore differenziazione di genere: le donne, a parità di mansione, possono essere per legge pagate meno degli uomini.

Quindi, Paola Clemente era residente in una delle province, quella di Taranto, che ha i contratti più bassi d’Italia; lavorava invece in una delle province con i contratti più alti del sud, la BAT, ma era assunta da un’impresa che ha sede in provincia di Bari con un contratto riferito alle gabbie della provincia di Taranto.

E questo spiega tante cose: per esempio, le lotte delle operaie tabacchine in Puglia, o della raccoglitrici di ortaggi nella provincia di Brindisi contro i padroni della provincia di Bari. Questo spiega in qualche misura lo spostamento: avere gabbie salariali produce questo. Ma questo è oggi, non è quarant’anni fa, o ai tempi di Peppino Di Vittorio, o di Caroli padre o Caroli figlia: questo è oggi, oggi. Lei si sposta e muore alle otto e mezza del mattino, quindi non per eccesso di fatica, ma per eccesso di incuria, per assenza di cura di sé, mettiamola così, accumulata nel tempo.

Io ho chiuso recentemente una inchiesta, un video inchiesta per ActionAid sulle condizioni di vita delle braccianti nella mia provincia, la provincia di Bari, su quattro comuni, compresa la città di Bari che ha una propaggine agricola nel nord della città, sulle condizioni di vita di queste braccianti. Non ne ho potuto intervistare una a volto scoperto, si son fatte riprendere tutte in modo che non fossero riconoscibili perché hanno paura.

Il luogo del ghetto di Rignano San Severo è stato preceduto il di 25 febbraio da un’importante, la prima, manifestazione padronale in Puglia; un gruppo di imprenditori decide di manifestare platealmente contro la legge contro il caporalato; non contro il caporalato, contro la legge che è stata approvata di recente, alla fine dell’anno passato. È importante perché, io ho parlato con le braccianti perché le intervistavo in quelle zone, mi hanno tutte raccontato di essere state minacciate dai loro padroni i quali hanno aderito a questo movimento.

Ma quel movimento è importante perché non c’è ancora una denuncia, non ce ne è una, la legge è entrata in vigore da poco, le raccolte non sono iniziate, la procura di Trani va avanti per Paola Clemente perché c’era già il reato di mafia nella illecita mediazione tra domanda e offerta di lavoro, quindi c’entra poco la nuova legge, e loro preventivamente manifestano contro la legge.

Sono dei segnali di un qualcosa che sta cambiando e di un irrigidimento delle posizioni, forte, che nei territori dove il sistema è davvero un sistema criminale e si fonde con il sistema mafioso, arriva perfino a esplodere dei colpi contro le auto della polizia. L’interesse da parte di questi sistemi, e di questi sistemi di impresa, a tenere la manodopera in quelle condizioni e a svuotare di senso la vita dei lavoratori fino a produrre e a provocare morte, è altissimo. Perché?

La produzione di PIL si accompagna a un altro fenomeno, una produzione di ricchezza illegale sull’abbattimento netto dei salari e sull’aumento dei bisogni primari. E cioè, e vi spiego un po’ la filiera: io sono un caporale medio e quindi sotto di me ho 100 lavoratori presenti e residenti nel ghetto di Rignano San Severo. Questi lavoratori li porto nei campi, li faccio portare nei campi attraverso dei capi squadra e sono 5 euro per lavoratore: per 100 fa una bella cifra. Questi lavoratori devono pur bere e mangiare almeno una volta al giorno e poiché il ghetto dista 12 km da Foggia e 15 dall’altro comune, e dopo aver lavorato 15-16-17-18 ore al giorno non ce la fai a percorrere a piedi o in bicicletta quella distanza, per poterti sfamare e dissetare, fisicamente non ce la fai, umanamente non ce la fai, dipendi da me per l’acquisto del cibo: 3 euro, 3 euro e cinquanta.

Sei un lavoratore globalizzato, sei un centro-africano, sei un rumeno, sei un polacco, sei un bulgaro, hai un pezzo della tua famiglia e gli affetti a casa, devi pur comunicare con loro, anche semplicemente per dire di essere vivo, dunque utilizzi un telefono: dove carichi la batteria del telefono? A un multipresa con generatore che io ti metto a disposizione alla cifra di 50 centesimi al giorno.

Le baracche. La stampa ci ha raccontato di baracche erette con mezzi di fortuna e materiali di risulta. No. Nell’inverno scorso c’è stato un altro rogo nel ghetto di Rignano San Severo. Io sono rientrato nel ghetto di Rignano perché fortunatamente era stato arrestato il caporale che mi aveva minacciato, vado a vedere che cosa accade due giorni dopo il rogo: stavano ricostruendo le baracche i ragazzi, i braccianti, ma con del materiale che non era materiale di risulta, erano assi di legno molto ben tagliate, cioè appena uscite da una segheria, comprati attraverso il sistema dell’indebitamento.

Non so se avete visto un po’ le cronache televisive sull’ultimo rogo: c’è un servizio di Repubblica TV che mostra un foglietto trovato in una baracca dentro il quale ci sono dei nomi e delle cifre: quelli sono i debiti, sono i debiti contratti dai braccianti. E non sono debiti contratti soltanto perché d’inverno non lavori, hai comprato del cibo, no, ma anche per il materiale che ti è servito per pagare la baracca. Fa, più o meno, 10 euro al giorno. 10 euro al giorno per 100 persone quanto fa? È una bella cifra. Per 2.500 persone soltanto nel ghetto di Rignano San Severo quanto fa?

Allora, la mia conclusione è che questo paese è talmente feroce da riuscire a produrre ricchezza dalla miseria. Ma produrre ricchezza dalla miseria significa andare nettamente al di sotto della soglia che definisce il limite oltre il quale c’è la decenza. Dunque, sparisce qualunque riferimento positivo all’etica del lavoro. Cioè, non c’è soltanto la concentrazione di esseri umani, ma su quella concentrazione c’è chi lucra. Se arriva l’acqua pubblica c’è qualcuno che se ne appropria e la rivende, se arriva il bagno chimico c’è qualcuno che se ne appropria e lo rivende. Capite? Tutto ciò che serve a soddisfare bisogni primari, cioè tenere in vita degli schiavi, parliamo di questo, ha un costo. A memoria mia, gli schiavi neri nelle piantagioni di cotone non pagavano per vivere in quelle condizioni.

Noi siamo arrivati a questo assurdo, in Italia, in Europa, in una importante democrazia, in una importante economia occidentale e democratica, abbiamo un sistema che stipa delle persone, nel numero di 80-90 mila persone, a vivere in quelle condizioni lì.

I sikh. I sikh rivelano come il sistema non agisce soltanto sul piano materiale ma anche davvero su un piano spirituale, simbolico. I sikh che ho incontrato, e sono per la maggioranza della provincia di Latina, vengono dal Punjab, da una regione del Punjab molto povera, ma estremamente dignitosa, uno dei grandi centri di rielaborazione delle scritture che animano il tessuto spirituale di quel sub-continente importante quale è quello indiano. A questi sikh alcuni padroni italiani chiedono e pretendono da questi sikh che prima di parlare facciano tre passi indietro e si tolgano il turbante, che abbassino il capo e che chiamino il padrone, padrone. È qualcosa di assurdo, è qualcosa che davvero ricorda i film sulla schiavitù.

L’estate scorsa si uccide un bracciante ventiquattrenne nelle serre di Latina, un ragazzo sikh: dopo di che un mio amico carissimo, Marco Omizzolo, promuove uno sciopero, il primo sciopero dei braccianti sikh, circa 2.000, ne parla da oggi sul Left, abbiamo dedicato uno speciale sul caporalato, su Left da oggi in edicola per tutta la settimana. Perché il bracciante sikh, il giovane sikh, decide di impiccarsi nella serra presto al mattino? Perché il primo a entrare in quella serra era il padrone, cioè agisce e risponde su un piano simbolico: sarai tu il primo a trovarmi, io ti porrò di fronte alla tua colpa.

Tra i braccianti sikh di Latina c’è dipendenza da farmaci antidolorifici, non ce la fanno, lavorano 16 ore al giorno, non ce la fanno. Questi antidolorifici, peraltro questa dipendenza stona molto con il loro patrimonio culturale e religioso, sono pagati dai braccianti. In ultima analisi, del bracciante non deve restare nulla, il bracciante è uno strumento utile, siamo davvero al racconto di Marx, è uno strumento utile per intervenire sulla raccolta, dopo di che, che muoia o non muoia chi se ne importa.

Non ho sentito. Si, io e Alessandro Lo Grande sospettiamo per esempio che in Capitanata ci siano delle fosse comuni. Eh, sì. Guardate che la prima rivelazione dell’esistenza del nuovo caporalato viene proprio da cosa? Dalla sparizione dei corpi di due studenti polacchi venuti stagionalmente a raccogliere pomodori in Puglia, come si fa per la raccolta delle mele in Trentino. Spariscono i corpi di questi due studenti che si erano trovati di fronte a un sistema che non si aspettavano fosse tale, che non è semplicemente la durezza del lavoro agricolo, la conosciamo tutti, è nella memoria di questo paese. No, è il ghetto, è la concentrazione di manodopera, la concentrazione di schiavi. Immaginate due studenti universitari che scendono in Capitanata e vengono rinchiusi, oggettivamente, rinchiusi in un ghetto, si ribellano e vengono fatti fuori dal sistema, spariscono. Ne parlò Alessandro Lo Grande quasi un decennio fa. E noi sospettiamo che ci siano delle fosse comuni. Che non ospitano soltanto i corpi di chi si è ribellato, ma anche di chi, per esempio, per lavarsi, non avendo a disposizione acqua corrente, adopera le vasche. Le vasche che raccolgono acqua piovana. Molti braccianti vengono da territori dove non si impara a nuotare, i braccianti centro-africani, immaginate quelli nord-europei, i polacchi, i rumeni, annegano nelle vasche. Quale caporale restituisce il corpo, o denuncia la morte di un bracciante? Arriva subito la polizia nel ghetto, arriva il magistrato, capite? Un rogo è evidente, brucia, c’è fuoco, un bracciante che annega non lo vede nessuno.

Questo sistema è un sistema che produce morte. È un sistema però contro il quale… o meglio, è un sistema che vede spesso le parti imprenditoriali, le associazioni che rappresentano i produttori piccoli, medi e grandi, negarne l’esistenza. A me è capitato più volte di partecipare a dibattiti pubblici durante i quali ho presentato il libro, di ascoltare le rappresentanze imprenditoriali costantemente dire che il fenomeno è un fenomeno limitato, che siamo di fronte all’1% delle imprese che fa ricorso a manodopera di questo tipo attraverso il caporalato, quando in realtà se così fosse noi avremmo un numero esorbitante di imprese, perché sono tantissimi i braccianti che vivono in queste condizioni. Sono tantissimi, parliamo di decine di migliaia di persone il cui spostamento da un’area all’altra del paese, perché c’è questo, stagione per stagione, racconta anche la ricchezza, la biodiversità, la ricchezza climatica dell’Italia, che fa dell’Italia il territorio europeo che produce più degli altri. E quindi, un bracciante può iniziare dalla raccolta delle clementine a Rosarno, nella piana di Gioia Tauro d’inverno, poi da lì spostarsi per raccogliere le patate a Campo Bello di Mazzara del Vallo, non tutti i nomi che poi ritornano perché poi, guarda un po’, accanto ci mettono dei “cara”, così come a Cassibile. Ci si sposta per i trattamenti, i trattamenti si fanno prevalentemente dove l’agricoltura è più meccanizzata, le serre di Albenga, l’Astigiano, la zona di Franciacorta. E poi si torna giù per la raccolta estiva nel pieno della schiavitù, dunque la Capitanata, le angurie di Nardò, per chiudere con Venosa, Palazzo San Gervasio, la Lucania, il Potentino, l’ultima raccolta del pomodoro, perché lì è più alto, il Vulture, e quindi matura un po’ più tardi.

Questa circolazione straordinaria di manodopera rivela che esiste una comunicazione tra i diversi sistemi dello sfruttamento, he quindi c’è un caporalato 3.0, mettiamola così, che innesta, come diceva giustamente Gallino, ciò che è pre-moderno, lo sfruttamento e la negazione costante dei diritti oltre che del salario, con ciò che è moderno, cioè la capacità di reclutare, la straordinaria capacità di reclutare i braccianti attraverso questo strumento: prevalentemente un social che è WhatsApp. Non c’è nulla di oscuro, è tutto molto chiaro.

Foggia, arrivo in stazione, davanti alla stazione di Foggia, nel nulla di Foggia, c’è un viale, e lungo questo viale, a destra e a sinistra, voi troverete persone di provenienza continentale differente che sono i ganci dei braccianti che arrivano. Sono stati convocati in determinate giornate lì, per poi essere smistati nei diversi ghetti. Dalla stazione di Foggia parte il pullman 24. Il pullmAN 24, che è un autobus pubblico, porta davanti all’ingresso del ghetto di Rignano San Severo. È un pullman pubblico.

Vi è stato raccontato che il ghetto di Rignano San Severo è un luogo sconosciuto. No, non lo è. È un luogo raggiungibilissimo, è anche visibile dalla strada perché se voi attraversate di giorno la provinciale che da Foggia porta verso Lucera, San Severo eccetera, vedete a poca distanza queste baracche, d’estate. La presenza della manodopera è evidente, la concentrazione è evidente. È necessario che però stia lì perché, appunto, è una riserva al servizio di chi ne fa uso nel momento in cui interviene però una variabile su cui probabilmente non si è ragionato negli ultimi anni quando si è parlato di risposte alla crisi: è la variabile tempo. Le raccolte sono sempre più veloci. Tu dicevi la lentezza, voglio il tempo per la riflessione, io aggiungo voglio il tempo per produrre come si produceva una volta per evitare che, per esempio, in Capitanata il passaggio alla monocultura impoverisca la terra fino a quando quei semi di pomodoro non produrranno più nulla e interverrà la Monsanto a vendere i semi. È una tendenza.

Perché il tempo? Chi detta i tempi della raccolta non sono i coltivatori, sono due grandi soggetti. Nel caso del pomodoro, trasformato in pomodoro pelato, è l’Agro-industria. L’altro soggetto è la grande distribuzione organizzata che si deresponsabilizza costantemente. La grande distribuzione organizzata vende il prodotto trasformato e vende il prodotto crudo, lo importa. Il grosso della domanda che viene dalla grande distribuzione organizzata non è italiana, cioè sono prevalentemente i grandi gruppi esteri nord-europei, francesi in particolar modo, Auchan e Carrefour, per fare i due più grandi esempi, i quali determinano non soltanto il tempo, cioè ho bisogno dell’anguria di Nardò quando è in corso la raccolta, ma anche il prezzo. Voglio vendere l’anguria di Nardò a non più di 40-50 centesimi al chilo. Determinando il prezzo – il prezzo è determinato a monte – a cascata io ho determinato il costo del lavoro. È esattamente il contrario di quello che dovrebbe avvenire. Perché?

Perché la grande distribuzione organizzata non prende in considerazione quelli che sono i contratti. Non gliene importa, soprattutto quando il management è in Francia e non conosce i contratti collettivi nazionali in agricoltura italiani. Ma se un’anguria deve arrivare a costare 40 centesimi al chilo sullo scaffale del Marais a Parigi quanto la pago io giù a Nardò? Ora, noi in Puglia arriviamo a comprare le angurie anche per strada a 16 centesimi quando ci va benissimo, diciamo intorno ai 20, e c’è un margine di ricavo e di guadagno per il produttore. Ma quanto pensate che possa arrivare a pagare la grande distribuzione un’anguria al chilo? Ve lo dico io: 8 centesimi. La grande distribuzione compera le angurie a 8 centesimi al chilo. 8 centesimi al chilo significa che si scarica questa cifra nettamente sul costo del lavoro del bracciante, ma anche sul produttore, soprattutto se il produttore è piccolo.

Sul tempo immediato questo produce, come dire, un affanno da parte del produttore il quale scenderà in piazza, il costo sociale scende in piazza, protesta, blocca una strada, ti fa una protesta, fatta la protesta può ottenere un qualcosa. Che cos’è in fondo? Una miseria regalata dalla Regione o dallo Stato.

Sui tempi lunghi che cosa sta accadendo? L’abbandono della terra, cioè aumenta la superficie agricola non utilizzata, oppure, il che è peggio, la terra perde di valore. Perdendo di valore, guardate in Puglia potete comperare un ettaro di terra a 5.000 euro, perdendo di valore si ricrea il latifondo. Ci sono territori della Capitanata e della Lucania che erano stati positivamente aggrediti dalla riforma agraria, erano territori di memoria di latifondo, anche di atroce memoria di latifondo, dove il latifondo è tornato per colpa di questo sistema qui.

C’è un territorio particolare, Turi in provincia di Bari, che ha un ciliegia importante, nota, seconda soltanto a quella di Marostica, dove gli anziani agricoltori cominciano a tagliare gli alberi: tagliare significa: non voglio più produrre ciliegie. L’unico compratore è la Ferrero per il Mon Cherie. È il compratore unico il problema, è chiaro? Questo impoverimento però, laddove i sistemi criminali, e quindi in tutto il paese, hanno grandi liquidi e devono lavarli, l’impoverimento della terra favorisce l’investimento nella terra. E allora, perché la maggior parte dei sequestri e delle confische di beni di proprietà delle mafie è nell’agricoltura? C’è una crescita negli ultimi anni esponenziale di sequestri e di confische di beni mafiosi in agricoltura, terre, campi: perché c’è questo interesse da parte dei sistemi criminali? Perché la terra costa poco e quindi è facile investire nell’acquisto di terra, e perché l’agricoltura è pompata di denari pubblici.

In quella pagina de La Repubblica, in quelle due pagine de La Repubblica, specchio una dell’altra, mancava probabilmente una pagina di mezzo: quanto spendiamo noi in programmi di sviluppo rurale, i PSR? Il 40% dell’intero ammontare della politica comunitaria, dei fondi comunitari vanno nella PAC, la politica agraria comunitaria, il 40% di tutta la comunità. È tanto il 40%. La politica agricola comunitaria si traduce nelle Regioni, in programmi di sviluppo rurale, PSR, che sono finanziamenti, in buona sostanza.

Quanto arriva nelle imprese che adoperano i caporali per reclutare la manodopera? Quanto arriva nelle imprese di mafia? Ma soprattutto, chi fa arrivare quei soldi? I clan- Libergolis della mafia del Gargano, che è considerato dalla Commissione Europea uno dei clan più feroci d’Europa, non d’Italia (probabilmente neanche sapete dell’esistenza della mafia del Gargano, ma c’è), questo clan è un clan di latifondisti, riceve denari pubblici attraverso il programma di sviluppo rurale della Regione Puglia. Perché? Perché adopera dei consulenti e cioè interviene un altro anello della catena di cui normalmente non si parla, i colletti bianchi, le competenze alte al servizio di un sistema criminale di impresa.

Ed ecco, noi abbiamo, come dire, una classe imprenditoriale non sempre competente nella capacità di rispondere ai bandi pubblici, e quindi studi di consulenti, talvolta singoli consulenti che sono un po’ i monopolisti della consulenza in alcuni territori, o consorzi di consulenti come nel caso di consorzi importanti come in Franciacorta, si mettono al sevizio delle imprese. Percepiscono una percentuale quando raggiungono l’obiettivo di portare dei denari. Bene, lì dentro c’è un altro anello di questa catena criminale.

Tra questi anche i consulenti del lavoro: nell’economia rurale del nord il consulente del lavoro è importante perché, per esempio, l’esplosione dell’uso dei voucher in agricoltura in Piemonte è evidentemente dettato dall’uso di consulenti abbastanza capaci e abbastanza intelligenti. Ma vale nell’agricoltura come vale nell’edilizia. Quindi capite come c’è una catena e se c’è una catena c’è un arricchimento per tutti, per tutti quanti; il denaro non è soltanto quello che proviene dal mercato, cioè non è soltanto quello che viene dalla vendita dell’anguria che da Nardò rimbalza in Germania per essere trasformata in sciroppo, per poi farci i gelati in Italia, una filiera perversa, no, c’è anche denaro pubblico, tanto denaro pubblico.

I paesi euro-mediterranei, diciamo quelli che hanno l’ortofrutta per tutta l’Europa, noi siamo l’agricoltura europea, noi, la Spagna, la Grecia, la Francia del sud, noi succhiamo denaro per l’agricoltura, tantissimo denaro. Una parte consistente di questo denaro finisce dove non dovrebbe finire. Abbiamo intossicato il mercato, il mercato è diventato un’astrazione. Questo è il mercato agricolo, ma è diventato un’astrazione anche il mercato del lavoro.

E su questo, diciamo, chiudo. Perché un’astrazione? Perché un bracciante non ha capacità contrattuale, potere contrattuale. Quando mi dicono giustamente i giornalisti, o mi fanno una domanda: ma il bracciante da chi va? Il bracciante ha un solo referente che è il caporale, o un emissario del caporale, e quando il referente è il caporale o l’emissario del caporale, il bracciante a volte non sa neanche quanto percepirà: sa soltanto che percepirà qualcosa, quel qualcosa non è quantificato. Non sa neanche quanto dovrà lavorare perché se aumenta la domanda in tempo reale, just in time, di angurie per esempio, i braccianti entrano nei campi di Laterza alle 6 del mattino e ne possono uscire anche alle 23. Perché? Perché le angurie vengono raccolte a TIR, i pomodori a cassone, le angurie a TIR. Nel corso del tempo siamo ovviamente tornati al cottimo perché non dobbiamo farci mancare niente, che è illegale; ma nel corso del tempo quel cottimo è stato aggravato dall’aumento della quantità di merce che deve essere raccolta, di frutta che deve essere raccolta, non più 2 TIR, ma 3 TIR. Chiuso il perché, perché c’è già un container pronto nel porto, e quindi il camion deve raggiungere il porto, caricare il container affinché le angurie arrivino entro 12-15 ore in Germania. Ho fatto un esempio che conosco bene perché l’ho seguito fisicamente.

Il tempo di lavoro è una condizione, come dire, i braccianti non sanno quanto lavoreranno. Io se voglio incontrare un bracciante lo devo fare alle 5 del mattino, non so quando tornerà in ghetto a dormire, quando sarà ricondotto nella baracca. Non può saperlo perché è aumentata la quantità, perché è aumentata la richiesta, il che spiega anche l’aumento della produttività, che spiega perché in alcuni territori le colture sono cambiate, si passa progressivamente alla mono-coltura, o a trattare, come nel caso del Franciacorta, a piantare le vigne lungo le rive del lago, cosa che non si faceva, e a trattarle anche 11 volte l’anno: il che snatura il processo produttivo, e ovviamente impoverisce, massacra la qualità di un prodotto che invece, come dire, è un’eccellenza, un’eccellenza storica, esito di secoli di modi di produrre, di intervenire sulla materia, sulla natura.

Questo sta determinando la trasformazione del sistema produttivo italiano. È un’eccellenza perché produce PIL? Quanto di quel PIL viene ridistribuito? Un altro tema di questo paese è la ridistribuzione della ricchezza, più che la flat tax, è la distribuzione della ricchezza. E questa ricchezza per quanto tempo sarà ricchezza? Ed è ancora una ricchezza di grande qualità? Io me lo domando perché vedo come si produce in agricoltura, ho qualche dubbio, comincio a essere scettico. Esco diciamo dal gossip del rifiuto interrato che c’è, sicuramente c’è. Ma c’è un altro aspetto. Se noi aumentiamo i trattamenti perché dobbiamo produrre tanto, e produrre tanto in un certo tempo, quasi in tempo reale, come se il supermercato tedesco fosse sotto casa, a Nardò, stiamo avvelenando. E non stiamo avvelenando con ciò che è interrato, stiamo avvelenando con ciò che spargiamo. Io li vedo i trattamenti, quelli che fanno per esempio in questo periodo qui, per l’uva o dopo l’estate per aggiungere un qualcosa ai campi di pomodoro. E tutto questo, a lungo andare, farà sì che il nostro sistema produttivo comincerà ad assomigliare alle persone che sfruttiamo. E cioè rischia di perire.

Noi siamo doppiamente, chiudo davvero, doppiamente immorali. Utilizzo il noi perché io sono un consumatore e purtroppo in questo paese ci hanno fatto credere che sei cittadino finché consumi e fintanto che consumi. Siamo doppiamente immorali, e lo dice in Identitalia un bracciante del Burkina Faso, che raccoglie a Rosarno, siamo immorali nei confronti delle persone perché le stiamo sub-umanizzando, e siamo immorali nei confronti della terra. Tutto questo ricade su di noi però, perché l’eccesso di immoralità sub-umanizza anche noi.


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