La lezione di Dossetti, cinque anni dopo

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Giovanni Bianchi

Parole come “profezia” e “carisma” dovrebbero essere utilizzate con estrema cura anche perché, esaminandole nella loro esatta etimologia, rimandano ad esperienze e concetti molto particolari: “profezia”, infatti, è il parlare al posto di qualcuno, che nell’ uso più abituale di questa parola è Dio, mentre “carisma” rimanda alla grazia santificante, e non ha nulla a che vedere con le capacità di leadership e di dialettica di qualche fortunato imbonitore.

E tuttavia, rileggendo a cinque anni dalla morte di Giuseppe Dossetti alcune sue pagine, sia più remote che più recenti, abbiamo l’immediata percezione di come l’illustre studioso, il fine politico ed il monaco obbediente si ritrovassero nella stessa persona sotto la denominazione unica di profeta, giacché veramente sembra che a Dossetti fosse data la capacità di leggere con l’intelligenza della fede il dipanarsi delle vicende umane anche oltre le apparenze dell’ immediatezza.

Così, nella famosa relazione ad un convegno dei Giuristi cattolici svoltasi nel 1951 ed intitolata “Funzioni ed ordinamento dello Stato moderno”, Dossetti delineava con estrema chiarezza i profili della crisi dell’ istituzione statuale generata non solo dal cancro del totalitarismo, ma anche dalla forza pervasiva del liberalismo inteso non più come dottrina politica liberante ma come prevalenza progressiva delle ragioni dell’economico su quelle del politico. Cinque erano per Dossetti i caratteri fondamentali di questo degrado dello Stato, fra cui in primo luogo “la mancanza deliberata e programmatica (…) di un finalismo dello Stato e dell’ordinamento giuridico dello Stato.

Lo Stato moderno non ha uno scopo; il suo ordinamento giuridico non ha uno scopo”.Per conseguenza, ed è il secondo elemento, “lo Stato moderno, nell’atto e nella ragione stessa della sua nascita, ha pervertito il suo proposito ed è portato a disconoscere ogni consistenza alle altre società; meglio: alle altre realtà sociali prima, e poi alle stesse realtà individuali in nome e in difesa delle quali esso è assurto”.

Già questo costituisce un approdo significativo, in quanto lo Stato nato dalla Rivoluzione francese, che, con la legge Le Chapelier del 1791 ha cancellato ogni forma associativa, di fatto riduce il rapporto col cittadino alla pura sottomissione formale, disconoscendone i diritti originari (poiché molti di essi prima di essere individuali erano collettivi) e di fatto rendendo concessione (revocabile) dello Stato tutto ciò che il cittadino rivendica come suo diritto innato.

Perciò -terzo punto- lo Stato (inteso come forma del politico) diventa succube dell’ economia e, peggio ancora, la logica contrattuale diviene più forte di quella legislativa, subordinando l’interesse generale a quello particolare, e di fatto sancendo la predominanza delle parti contrattualmente più forti, che corrispondono ai potentati economici.

Da qui -quarto punto- il concetto di neutralità dello Stato nella dialettica sociale ed economica, che di fatto si rivela come un lasciapassare a favore di chi in tale dialettica può portare il peso della propria superiorità in termini di mezzi economici a disposizione. Infine, ed è forse la conseguenza peggiore, la mancanza di quella che Dossetti definisce “pubblicità responsabile”, ossia di quell’insieme di condizioni che permettono un’ autentica partecipazione democratica di tutti i cittadini, rendendoli succubi di un ”meccanismo ancora oligarchico”.

Un esame spassionato della realtà delle democrazie occidentali in questo inizio di XXI secolo dimostra come in effetti le tendenze delineate da Dossetti siano non solo presenti ma costituiscano anzi i caratteri costitutivi dei modelli statuali vigenti.

La crisi delle socialdemocrazie e del keynesismo ha reso impossibile ogni assegnazione di finalità al ruolo dello Stato, il quale è divenuto in molti casi un semplice certificatore di scelte che si svolgono al di sopra o al di fuori di lui, sia in materia di scelte di politica economica sia in questioni di ordine più generale: lo strapotere di burocrazie spesso legate agli apparati finanziari, in grado di condizionare dall’ esterno le scelte degli Stati (il caso di organismi quali l’OMC o il FMI è sintomatico) dimostra altresì la tendenza a mettere le esigenze dell’ economico innanzi a quelle del politico, creando un diritto parallelo rispetto a quello sancito dai Parlamenti (anche quelli eletti democraticamente).

Più in generale, il processo di globalizzazione si è sin qui risolto in una progressiva marginalizzazione delle ragioni della democrazia, che, semplicemente, nello schema del mercato globale non esiste, non ha posto, ed in questo senso si può parlare di una “neo oligarchia” diffusa, in cui lo stesso esito delle consultazioni elettorali viene alterato dalla disponibilità o meno di denaro dei singoli candidati (e qui il pensiero corre non tanto a Berlusconi quanto a George W. Bush, che fin dalla campagna per le primarie bruciava giornalmente l’equivalente di un miliardo di lire, generosamente fornitegli da ben noti gruppi economici che egli sta altrettanto generosamente ripagando con la sua “finanziaria di guerra”).

Ma lo stesso Dossetti poté agevolmente vedere l’approssimarsi di quanto aveva quarant’ anni prima intuito, nel famoso discorso “Sentinella, quanto resta della notte?” pronunciato per far memoria del grande amico Giuseppe Lazzati all’ indomani della prima vittoria elettorale della destra, in cui registrò i segni dell’ evoluzione del male a suo tempo diagnosticato. In primo luogo la prevalenza di una concezione individualistica, in cui il diritto costituzionale regredisce al diritto commerciale (egli rilevava tale deriva particolarmente in Gianfranco Miglio), da cui discendeva il dissolversi dei legami comunitari, mascherati dietro l’appello al “federalismo” (allora la parola devolution non era di moda) , e il rifiuto esplicito dell’ assunzione di una responsabilità collettiva in ordine alla promozione del bene comune.

Più in là Dossetti esprimeva i suoi dubbi in ordine a progetti di riforme costituzionali che fossero dettati dalla fretta e da quello che chiamava “spirito di sopraffazione e di rapina”: egli non negava la necessità di cambiamenti su materie chiare e ben individuate ( e diceva chiaramente quali: riforma della PA, lotta alla degenerazioni dello Stato sociale, lotta alla criminalità organizzata, valorizzazione della piccola e media imprenditoria, riforma del bicameralismo, promozione delle autonomie locali…).

Più di ogni altro egli temeva l’ avvento di un modello politico che “verificandosi certe condizioni oggettive e attraverso una manipolazione mediatica dell’opinione può evolversi in un principato più o meno illuminato, con coreografia medicea (trasformazione appunto di una grande casa economico – finanziaria in signoria politica)”.

Parole dure; parole che però assumono un diverso peso oggi, nel momento in cui si vede il Parlamento ridotto a semplice “timbrificio” di una linea legislativa che trasforma l’ interesse privato (o, meglio, l’ interesse di “un” privato) in legge della Repubblica, e per il tramite di un’ alleanza perversa fra potere economico e potere mediatico di fatto svuota dall’ interno il concetto di partecipazione democratica (e quindi la democrazia stessa) attraverso la prassi sistematica della menzogna e della sopraffazione (che non necessariamente si manifestano manganello alla mano).

E allora? Allora, forse, il ricordo di Dossetti non sta solo nella sua forza profetica, ma anche e soprattutto nella sua capacità, dimostrata nel corso di cinquanta tormentati anni di testimonianza cristiana e civile, di sapersi interrogare sullo svolgersi degli avvenimenti, delle nuove questioni che si palesano alla politica, e delle nuove modalità per risolverle.

Nel corso del dibattito precongressuale che sta animando il PPI è accaduto spesso che ci si chiedesse quanto del portato valoriale del popolarismo sarebbe passato nel nuovo soggetto politico della Margherita. La domanda è indubbiamente pertinente, a patto che si sappia di che cosa si sta parlando: certamente il deposito valoriale costituisce per qualunque soggetto, singolo o collettivo, un che di non negoziabile anche a patto delle rinunce più dolorose. Ma, nello stesso tempo, esso è, come i talenti della parabola evangelica, qualcosa che deve essere “trafficato” nella maniera più profittevole (per l’interesse generale, s’intende) consapevoli che un partito non si fonda con lo stesso spirito con cui si fonda un club per la caccia alla volpe, ma per la ricerca di un consenso ragionato su proposte politiche credibili.

Dossetti, e con lui tutte le personalità di alto sentire etico e politico che ci piace rievocare nel firmamento dei nostri ispiratori, aveva sicuramente un profondo senso dell’ identità e dei valori ad essa connessi, ma mai avrebbe permesso che essi divenissero l’ostacolo alla ricerca di nuove e più avanzate sfide in materia di democrazia e giustizia sociale che, dopo il Regno di Dio ed anzi, nella prospettiva di questo, furono le sue passioni dominanti. Egli, come tutti gli altri, ci ha tracciato una strada: a noi seguirla, con la libertà e l’intelligenza dei figli di Dio.

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