L’ombra del Califfo

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Giovanni BianchiConsiderandola puramente sotto un profilo politico e comunicativo (di questi tempi le due cose tendono a coincidere), ed astraendo, per quanto possibile, dai terribili scenari di persecuzione e di morte che ci giungono dall’Iraq e dalla Siria, occorre dire che l’idea dell’instaurazione del Califfato, o, per usare la denominazione “ufficiale” dello Stato Islamico dell’Iraq e della Grande Siria (ISIS) rappresenta un salto di qualità non da poco, e che quindi non deve essere sottovalutata in primo luogo da parte di chi vuole contrastarla.

Infatti, se Al Qaeda si basava essenzialmente sul concetto di una rete invisibile ed inafferrabile, presente e pronta a colpire ovunque ed in nessun posto secondo la migliore tradizione terroristica da Necaev in poi, il Califfato punta ad essere un’istituzione politica ben visibile, una realtà territoriale riconosciuta sia dai nemici sia dai potenziali alleati, ed anche, in filigrana, una patria per tutti i musulmani sunniti che volessero abbracciare l’idea del jihad come condizione necessaria per l’instaurazione della sharia, la legge islamica, a livello universale.

Siamo quindi ad un’evoluzione, all’ambizione di farsi Stato fra gli altri Stati, senza rinnegare la tendenza espansiva universale, ma nello stesso tempo assumendo una fisicità ed una consistenza che era negata ad Osama bin Laden e ai suoi dal ruolo fantasmatico che si erano assunti.

Naturalmente il presunto Califfo Abu Bakr al Baghdadi resta quello che è, un predicatore sunnita di mediocre cultura teologica, la cui pretesa di assumere il vicariato del Profeta su questa terra non è stata confermata né mai lo sarà da alcuna delle grandi scuole teologiche dell’Islam sunnita (Il Cairo, Tunisi, Fez). Anzi, si può dire che nemmeno tutti i sunniti condividano la sua posizione, come ha dimostrato brillantemente il sociologo delle religioni Massimo Introvigne, il quale ha documentato non solo che ciò che rimane di Al Qaeda diffida fortemente dell’ ISIS, ma che oltretutto le stesse organizzazioni fondamentaliste islamiche come i Fratelli Musulmani egiziani e la loro filiazione palestinese, Hamas, sono per i seguaci del Califfato dei nemici da distruggere.

Nella sua logica millenarista al Baghdadi ritiene infatti che la guerra agli infedeli non possa che essere guerra di sterminio, solo che per lui infedele non è soltanto il cristiano, l’ebreo o lo yazida, ma anche il musulmano sciita, cioè eretico (“cristiani e sciiti si uniscono contro l’Islam”, ha detto un seguace dell’ISIS ad un giornale italiano, come a ribadire il concetto che gli sciiti non sono islamici veri) e anche quei sunniti, la stragrande maggioranza, che non accettano di sottomettersi al Califfo e ad unirsi alle sue truppe nei combattimenti in Siria ed Iraq, e magari praticano accordi con gli eretici (come Hamas, che ha notori rapporti con l’Iran sciita e con il governo alauita siriano) e magari praticano qualche forma di tolleranza religiosa verso gli infedeli.

Certo, la tentazione di fare tutta l’erba un fascio può essere forte, come fa ad esempio la destra americana nel suo maniacale odio verso Obama, portandosi dietro i suoi residui epigoni europei a partire dai più ridicoli di tutti, quelli italiani: invece mai come adesso è assolutamente necessario sfruttare le contraddizioni all’interno dell’Islam sunnita, compreso quello più radicale, che appare assai poco desideroso di riconoscere il titolo di Califfo, ossia vicario religioso e politico del Profeta, ad un predicatore semianalfabeta destinato con ogni probabilità ad una fine cruenta.

Ciò vale soprattutto nel momento in cui si studiano le necessarie contromosse sul piano militare rispetto all’avanzata dell’ISIS in territorio iracheno e siriano (che ne fa non una minaccia globale ma certo un potente fattore di destabilizzazione in uno scenario già drammatico, al netto dell’orrore suscitato dalla persecuzione religiosa e dalle esecuzioni di massa), e che vedono in prima fila altri musulmani sunniti ossia ciò che resta degli eserciti dei due Stati, alcune forze dell’opposizione siriana e, soprattutto, i guerriglieri peshmerga curdi operanti in Iraq, Siria e Turchia. La decisione del Governo e del Parlamento italiani e di altri Paesi di rifornire di armi questa “prima linea” di combattenti è probabilmente giustificata, giacché nulla rafforzerebbe di più l’ISIS agli occhi di molti musulmani sunniti in tutto il mondo dell’idea di uno scontro diretto fra di esso  ed un’armata occidentale che diventerebbe automaticamente una riedizione delle Crociate, ossia il jihad in grande stile che farebbe di ogni sunnita un cittadino – ed un agente – potenziale del Califfato ovunque egli viva.

Per questo occorrono decisione, saggezza e discernimento da parte soprattutto di USA ed Europa: quest’ultima in particolare è chiamata adesso a trovare una linea politica comune che superi rivalità e meschini calcoli di breve respiro riflettendo sul fatto che vivere in democrazia e prosperità non è un merito ma un impegno. A questo può servire un rinnovato afflato che speriamo venga fra le altre cose dalla nomina del nostro Ministro degli Esteri Federica Mogherini come Alto rappresentante dell’UE per la politica estera e di difesa: un’indubbia vittoria per Matteo Renzi e per l’Italia, un impegno in più da onorare.

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