Luciano Gallino. Il colpo di stato di banche e governi.

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Corso di formazione alla politica

Questo testo di Luciano Gallino è forse il più politico fa i molti suoi che abbiamo presentato nell’arco di quindici anni presso il Circolo Dossetti. Non che gli altri non presentassero evidenti risvolti politici visto che si occupavano di materie politiche per eccellenza come l’economia ed il lavoro. Però mai come adesso lo studioso torinese si è così dichiaratamente immerso in considerazioni che vanno a toccare le scelte e gli orientamenti degli operatori politici, al punto che potremmo guardare alla parte finale del libro come l’embrione di un possibile programma economico “laburista” – nel senso pieno della parola – per il nostro tempo.

Luciano Gallino. Il colpo di stato di banche e governi.

1. leggi il testo dell’introduzione di Lorenzo Gaiani a Luciano Gallino

2. leggi la trascrizione della relazione di Luciano Gallino

3. clicca sui link sottostanti per ascoltare i file audio mp3

1. introduzione di Lorenzo Gaiani 21’51” – 2. relazione di Luciano Gallino 29’50” – 3. prima serie di domande domande 17’01” – 4. risposte di Luciano Gallino 22’37”5. seconda serie di domande 07’20” – 6. risposte di Luciano Gallino 21’03”7. terza serie di domande 13’48”8. risposte di Luciano Gallino e chiusura 19’40”

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Testo dell’introduzione di Lorenzo Gaiani a Luciano Gallino

 La dittatura dei conti in ordine – Appunti su “Il colpo di Stato di banche e governi” di Luciano Gallino-

1. Questo testo di Luciano Gallino è forse il più politico fa i molti suoi che abbiamo presentato nell’arco di quindici anni presso il Circolo Dossetti. Non che gli altri non presentassero evidenti risvolti politici visto che si occupavano di materie politiche per eccellenza come l’economia ed il lavoro. Però mai come adesso lo studioso torinese si è così dichiaratamente immerso in considerazioni che vanno a toccare le scelte e gli orientamenti degli operatori politici, al punto che potremmo guardare alla parte finale del libro come l’embrione di un possibile programma economico “laburista” – nel senso pieno della parola- per il nostro tempo.

2. La parte analitica non si discosta da quella che abbiamo conosciuto nel corso degli anni e che del  resto è sotto gli occhi di tutti. Il lavoro come diritto e dovere è minacciato, è svalutato, diremmo, immolato sull’altare del primato dei profitti dell’alta finanza, insensibile ai discorsi di umanità e di bene comune.

Ma cerchiamo di vedere analiticamente la gravità del problema lavoro, pur circoscrivendola nell’ambito della nostra nazione. In cinque anni di crisi in Italia è andato perso quasi un milione di posti di lavoro. Dal 2008 al 2013 nel nostro Paese gli occupati sono scesi da 25,2 milioni a 24,3 milioni con un calo di 961mila unità (-3,8%). Nell’area euro nello stesso periodo si sono persi 5,1 milioni di posti di lavoro.

Dentro i nostri confini, in media si sono persi 200mila posti di lavoro l’anno, negli ultimi cinque anni, ma la perdita di posti di lavoro è avvenuta in modo esponenziale, negli ultimi due anni 2012-2013 sono stati persi mezzo milione di posti di lavoro.

Gli occupati erano 25,2 milioni a settembre 2008 ed alla fine del 2013 si sono ridotti a 24,3 milioni e rispetto all’inizio della crisi sono andati persi 961mila posti di lavoro con un calo percentuale pari al 3,8%. L’emorragia di posti di lavoro si estende a vista d’occhio giorno dopo giorno e non si vede una via d’uscita. Il tasso di disoccupazione in Italia a gennaio è balzato al 12,9%. I disoccupati sfiorano i 3,3 milioni nel 2013, + 13,4% rispetto all’anno precedente, incremento che interessa entrambe le componenti di genere e tutti i comparti. Ogni mese questi dati Istat sono più gravi e superano il record raggiunto dai dati relativi ai mesi precedenti. A gennaio il tasso di disoccupazione giovanile, in aumento per il quinto anno consecutivo, ha raggiunto il livello record del 42,4% per cento, in aumento di 0,7 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 4,0 punti nel confronto con l’anno precedente .La disoccupazione di lunga durata (che perdura cioè da oltre 12 mesi) interessa il 52,5 per cento dei disoccupati e supera il 54 per cento per la componente femminile.

3. Da dove viene questa vera e propria ecatombe? Gallino è chiarissimo su questo punto e fissa alcune coordinate fondamentali. Anzitutto che han ragione quelli che sostengono che la crisi è esplosa con violenza nel 2007 ma dopo un lungo periodo di stagnazione dell’economia mondiale, avviato a partire almeno dalla fine degli anni Settanta. La finanziarizzazione ha così operato come una sorta di motore ausiliario per la crescita – continua la metafora automobilistica di Gallino – data la debolezza del motore principale, l’investimento produttivo. Poi, stabilito che la crisi non è un incidente di percorso ma è il prodotto di distorsioni profonde dell’intero sistema finanziario e monetario, va osservato che le strutture non operano da sole. Ci han pensato non solo le Banche centrali (Bce, Fed americana, Banca d’Inghilterra) e il Fondo monetario internazionale ma anche una folla di altri enti, a cominciare dalle bank holding companies, le banche universali sia private (Bnp-Paribas o Unicredit) sia pubbliche come Landesbanken banche regionali tedesche. Tutte invariabilmente impegnate per decenni a trarre maggiori entrate dagli investimenti e dalla speculazione per conto proprio che non dai risparmi che gestiscono (fondi pensione pubblici e privati, fondi di investimento e compagnie di assicurazione).Tutto questo mentre ancora troppi credono alla “narrazione” per cui la crisi nascerebbe dal debito pubblico degli Stati (ecco subito il senso di colpa per la spesa sociale!) e non dal debito privato delle banche e dalla sregolatezza della finanza: un eccesso di credito concesso dalle banche e trasferito fuori bilancio (cito quasi letteralmente) nella finanza ombra per mezzo della sua trasformazione in titoli commerciali.

3. Ovviamente viene sempre il momento del “che fare?”. La risposta non è semplice, anche se di primo acchito, leggendo le pagine in cui, con l’abituale dovizia di preziosi particolari, Gallino descrive il modo in cui Governi e Parlamenti hanno operato perché si arrivasse all’attuale situazione (la potremmo chiamare una sorta di “dittatura dei conti in ordine”, come riflesso della fissazione delle autorità tutorie europee e non solo), verrebbe da dire che sarebbe sufficiente che la politica riprendesse in mano le redini del Paese, ma ci rendiamo conto, dal livello locale, a quello nazionale ed internazionale, che forse non è così, che invece tende ancora a prevalere un deficit di politica, una lacuna che permette ai pochi ma grandi interessi forti di spadroneggiare e di dettare le loro regole che vanno a scapito del lavoro e di un minimo di socialità.

Il tema del lavoro non può essere affrontato a partire dalle esigenze di sempre maggior profitto dei “mercati”: questa è una prospettiva che aggrava la crisi, produce un livellamento verso il basso dei salari e dei diritti dei lavoratori e ci conduce alla deflazione.

Se ci fate caso, oggi avviene che si restringe sempre di più la quota di ricchezza distribuita a chi lavora, mentre nel contempo si allarga la quota di ricchezza che finisce in mano ai vertici delle banche d’affari e dei fondi speculativi internazionali.

Tra i vari effetti che questo fenomeno produce, vi è il fatto che la situazione economica e sociale appare sempre più difficile da gestire in un quadro democratico. Una povertà e una disuguaglianza così dilaganti e scandalose, come quelle che vediamo crescere di anno in anno, costituiscono alla fine una minaccia per la tenuta della democrazia.

4. La riforma essenziale è quella del sistema finanziario per affrontare la possibilità di una nuova crisi che può esplodere nel giro di pochi anni. Questo sistema è lontanissimo dalle esigenze delle economie reali e dalla produzione di beni utili per la comunità. In Europa si discute di questo dal 2008 senza combinare nulla, salvo pubblicare numerosi rapporti o studi. La riforma dell’architettura finanziaria della Ue è fondamentale, come anche l’intervento sui trattati europei. Siamo arrivati al paradosso che si possono cambiare le costituzioni in due ore, mentre il trattato di Maastricht viene ritenuto immodificabile. Questo trattato ha limiti gravissimi, assomiglia allo statuto di una corporation, mentre sarebbe opportuno che la piena occupazione comparisse non una sola volta come oggi, ma come il suo scopo centrale. Bisogna inoltre modificare lo statuto della Bce. Davanti a 26 milioni di disoccupati e 126 milioni a rischio di povertà persegue la stabilità dei prezzi, mentre dovrebbe regolare il credito e l’attività finanziaria, prestare a enti pubblici a cominciare dagli Stati. Una facoltà che hanno tutte le banche centrali, tranne la Bce.

Nel sistema economico italiano mancano anche le innovazioni di sistema: burocrazia, giustizia, legalità, amministrazione, fisco. Va attuata una intelligente semplificazione burocratica, che non significhi il ritorno alla legge della giungla, ma che concili i controlli utili a tutelare il bene comune con tempi e costi compatibili con le iniziative di impresa.

Un altro capitolo importante per il lavoro riguarda la riorganizzazione del legame tra la formazione professionale, il mercato del lavoro e le imprese. La formazione deve essere riorganizzata soprattutto rispetto alla formazione continua, poiché diviene indispensabile garantire ai lavoratori un sistema che consenta un aggiornamento formativo lungo tutto la vita lavorativa e profondamente diversificato rispetto alle età della vita dei lavoratori. Con le risorse pubbliche si deve passare a sostenere la reale occupabilità degli aspiranti lavoratori piuttosto che l’offerta di formazione.

Altro tema che  va posto al centro delle politiche sul lavoro è l’emergenza della disoccupazione giovanile e dei giovani che non studiano e non lavorano. Per evitare che molti giovani non arrivino a maturare alcuna esperienza significativa nel mondo del lavoro con il rischio di perdere le conoscenze e competenze acquisite in ambito scolastico o universitario, occorre: intensificare la lotta alla dispersione scolastica; un rapporto strutturato e integrato tra scuola e lavoro; un ruolo maggiore dello Stato nella creazione di posti di lavoro per i giovani, di fronte all’impossibilità delle imprese di sviluppare una crescita dei livelli occupazionali. Proponiamo in questo senso un servizio civile per il lavoro.

Occorre superare il modello fallimentare dei lavori socialmente utili, organizzando un modello simile a quello del servizio civile, che tuttavia non ponga al centro della sua gestione la sfera pubblica, coinvolgendo le grandi organizzazioni del terzo settore (ciascuna per il proprio ambito operativo e competenza specifica) per dar vita a progetti di primo lavoro per i giovani con durata limitata e predeterminata (non ci sarà assunzione a tempo indeterminato) presso soggetti del privato sociale e volontariato. Con tale modello i giovani avranno l’opportunità di scegliere diversi ambiti tematici, in base alle specificità dei soggetti coinvolti come promotori, sviluppando competenze specifiche e percependo una indennità di disoccupazione a fronte del lavoro svolto.

Tale sistema dovrebbe essere a rotazione (quindi il contratto non potrà essere rinnovato) al fine di garantire l’alternanza e ampliare l’accesso dei giovani a tale strumento.Gli effetti positivi che tale modello punta a creare, sono quelli di dare ai giovani una parziale autonomia economica rispetto alla famiglia di origine, e di aprirli all’idea dell’organizzazione sociale.

Altro tema rilevante è rappresentato dalla inefficienza della rete dei servizi per l’impiego e dall’assenza di un sistema di politiche attive del lavoro (inserimento, reinserimento, riconversione, formazione, bilancio di competenze, incontro domanda/offerta di lavoro) che accompagni le forme di sostegno al reddito,

Occorre una separazione tra politiche attive e passive del lavoro (in Italia il sostegno al reddito è erogato dall’Inps che svolge una funzione diversa e lontana dal centro per l’impiego. In altri Paesi dell’Europa le due funzioni sono strettamente collegate, in modo da agire in sinergia). Occorre oggi garantire che alla presa in carico del lavoro inoccupato o disoccupato, corrisponda una politica attiva che lo accompagni verso un reale inserimento o reinserimento nel mercato del lavoro.

Quello che occorre oggi all’Italia è la creazione di un’Agenzia Nazionale per il lavoro che sia l’unica sede di governo dei processi del mercato del lavoro (gestione politiche attive e passive del lavoro, accreditamento delle agenzie private in sinergia con il livello pubblico).

Questo si scontra, però, con il Titolo V della Costituzione italiana dove la competenza della tutela del lavoro è in capo alle Regioni. Tale ostacolo è tuttavia superabile (in attesa di una opportuna riforma costituzionale) attraverso la costruzione di un patto tra il livello centrale e regionale dello Stato che restituisca organicità alle politiche del lavoro. Tale Agenzia dovrebbe assicurare una perfetta sinergia tra politiche attive e passive, oltre alla corretta rappresentanza del livello regionale italiano.Occorre, inoltre, superare le disfunzioni derivate dalle politiche di decentramento degli ultimi anni, sia in materia di riconoscimento delle qualifiche professionali, sia per quanto riguarda il livello delle competenze concorrenti ed esclusive tra Stato centrale e Regioni.

5. In regime di democrazia – ossia con la possibilità di sottoporre periodicamente i governanti a tutti i livelli alla verifica elettorale dei governati, in un contesto di libera discussione e di possibilità di accesso alle fonti di informazione in modo da avere un’opinione pubblica consapevole- l’assetto istituzionale non è in sé decisivo, e grandi riforme sociali sono state possibili sia in regimi parlamentari sia in regimi presidenziali, sia laddove le elezioni rispondono a criteri proporzionali sia laddove invece sono basate su di un sistema rigidamente maggioritario.

Il fatto è che da noi alcune di quelle condizioni mancano, a partire dalla scarsa qualità e correttezza dell’informazione stante il regime di oligopolio che regna nel sistema dei media.

Più in generale, e lo dimostrano i risultati delle elezioni municipali francesi, sembra che in tutta Europa serpeggi una condizione di vera e propria disperazione della democrazia . In effetti, la superiorità del regime democratico rispetto a quelli autoritari era convenzionalmente fatta risalire non solo alla libertà di voto, di parola, di movimento, ma anche ad una promessa di maggiore benessere e sicurezza sociale.

Ecco, ci dimostra Gallino, da oltre trent’anni tale promessa si va sgretolando ed oggi nel nostro Paese con una disoccupazione che negli ultimi giorni ci è stato certificato essere al 13%,  e che nelle fasce giovanili si innalza al 42%, con una rete di protezione sociale che si attenua sempre di più, una politica industriale pressoché inesistente ed una grave carenza d’idee del sistema politico nel suo complesso la democrazia sembra vivere la sua agonia.

Resta la speranza di un’autentica politica riformista che poggi anche sull’iniziativa delle forze sociali, e che sappia implementare quella visione più alta e più consapevole a cui Gallino ci richiama: esiste lo spazio per questo tipo di politica? Esiste chi sappia incarnarla? Questo è il problema di oggi.

Trascrizione della relazione di Luciano Gallino

Ho molto piacere di essere ancora una volta qui con voi a parlare di temi non sempre particolarmente piacevoli ma di cui bisogna pur discutere. Ringrazio il Circolo Dossetti per l’invito e tutti loro per essere così numerosi e ancora una volta devo manifestare tutto il mio apprezzamento per l’impegno di Lorenzo Gaiani nell’estrarre i fondamenti del libro e per il suo impareggiabile contributo che permette di capire di che cosa tratta il libro.

Il libro tocca molte materie, quindi mi concentrerei su una lasciando poi ai vostri interventi, ai vostri interrogativi la funzione di toccare altri argomenti; Gaiani ne ha riassunti parecchi nel suo intervento, ma a me pare opportuno approfondire in questa prima parte, in questo primo intervento, il senso del titolo: Il colpo di stato di banche e governi. Ritengo che sia opportuno farlo perché negli ultimi mesi chiunque si svegliasse al mattino parlava di colpo di stato, per una ragione o per l’altra, a volte ragioni importanti, a volte ragioni tutto sommato abbastanza minute per poter parlare di una grossa questione come il colpo di stato. Il titolo del libro è stato scelto almeno un anno prima che uscisse, cioè all’inizio del 2013, e viene usato in modo molto preciso, molto tecnico.

Per definizione politica, colpo di stato significa che un organo dello stato, un apparato dello stato si appropria, si arroga di un potere che la Costituzione non gli assegna e lo esercita a carico di tutto il resto della nazione, del paese, della popolazione, in modo più o meno dittatoriale, utilizzando come strumento, e spesso come pretesto, il cosiddetto stato di eccezione. Stato di eccezione che può essere dovuto alla guerra, a questioni militari, può essere dovuto a fenomeni naturali, un terremoto o una catastrofe molto grave, oppure a ragioni politiche come il rischio di una rivoluzione, il distacco di alcuni stati da una federazione, o altre cose del genere.

C’è un problema che eventualmente si può approfondire, se abbiamo tempo, ed è che vi sono delle Costituzioni che in qualche articolo, comma o paragrafo, aprono la porta al colpo di stato perché permettono di utilizzare lo stato di eccezione anche per prendere le armi contro parti del paese che non si sono sottomesse, hanno combinato disastri o chi fa il colpo di stato abbia lui stesso combinato disastri, e altre cose del genere.

In Europa abbiamo qualcosa che, anche se non si chiama Costituzione perché il progetto relativo fallì nel 2005, sta di fatto che il Trattato di Maastricht è una Costituzione europea; è per molti aspetti è la Costituzione europea. In generale, si ritiene che ormai il 40-50% delle leggi, delle leggi esistenti rechino l’impronta delle direttive, dei memorandum, delle imposizioni, delle regole che sono emanate dalla Commissione Europea, dal Consiglio Europeo, dalla BCE, in parte, anche se c’entra fino a un certo punto (è questo è un problema) dal Fondo Monetario Internazionale, che per certi aspetti possono dare origine a un processo più o meno rapido, che conviene appunto chiamare colpo di stato, che va contro alcuni aspetti di quella sorta di Costituzione che si chiama Trattato di Maastricht, più Trattato di Lisbona, ma che ha una funzione regolativa molto importante: in campo finanziario si ritiene che l’80% delle leggi normative supernazionali siano condizionate fortemente dai Trattati e da tutto ciò che ne segue, le direttive, le ordinanze, fiumi e fiumi di documenti che provengono da Bruxelles, da Strasburgo meno, dalla BCE, dal Fondo Monetario Internazionale.

Quando è avvenuto e come è avvenuto il colpo di stato in Europa di cui parla il titolo del libro? Fino ai primi mesi del 2010, quando qualcuno diceva “crisi”, “crisi economica”, “crisi finanziaria”, e tutti intendevano quella frase, quella battuta, tutti si riferivano alla crisi finanziaria esplosa a partire dagli Stati Uniti, ma con un fortissimo contributo dell’economia e della finanza europea, contributo per certi aspetti determinante, e quindi si pensava alle banche, ai mutui facili, alla crisi dei cosiddetti subprime, al fallimento della Lehman Brothers a metà settembre del 2008, e altre cose del genere.

Verso febbraio o marzo del 2010, quando uno dice “crisi”, l’interpretazione diventa del tutto diversa e diventa la crisi dei bilanci pubblici. Questa interpretazione della crisi viene poi suffragata, appesantita e resa assai più concreta da una serie di regolamenti e direttive, lettere perentorie inviate da Bruxelles a molti paesi, compreso il nostro, memorandum come quello inviato alla Grecia di cui dirò, e altre cose del genere. Non posso entrare nel libro se non per trattare del titolo e dei documenti a cui mi riferisco perché di qui bisogna partire. Tutto ciò che è avvenuto in Europa, compresa la crisi italiana che stiamo attraversando, è avvenuto sulla base di documenti, di leggi, di direttive, di decisioni scritte e imposte in vario modo, e ci vorrebbero altre leggi, altre norme, altre regole per poterle contrapporre a quello che dicevo.

Non posso fare, sarebbe noioso, il rendiconto ma tra il febbraio-marzo 2010 e l’estate 2012 si susseguono a ritmo tambureggiante un colpo di stato, una serie di normative, di regole, di leggi, di dettati, di lettere che hanno molti nomi, c’è il patto Europlus, c’è il memorandum alla Grecia, ci sono le lettere, sempre micidiali, del signor Olli Rehn che pare investito di poteri sovrannaturali per certi aspetti, che ha praticamente dettato, dico dettato, le riforme delle pensioni e del lavoro del novembre 2011 e del febbraio-marzo 2012) e così via. Queste norme, questi dettati a volte prendono forma di questionari: ad esempio, il signor Olli Rehn ha mandato una lettera a Tremonti che stava per decadere e al presidente del consiglio Berlusconi poco prima che cadesse il governo, una lettera molto breve ma era corredata da un lungo questionario che poneva alcune decine di domande in una trentina di pagine, ne riporto alcuni brani nel testo, e in quelle domande erano prefigurate la riforma delle pensioni, l’allungamento dell’età pensionabile, la riduzione dell’indennità di disoccupazione, un incremento della flessibilità del mercato del lavoro, nel caso ce ne fosse bisogno (avevamo soltanto 4 milioni di precari, bisognava cercare di accrescerli ancora un po’), e altre cose del genere. Uno toglie i punti interrogativi dal questionario del signor Olli Rehn e ne ha, non il programma, ma le attività, le decisioni del governo Monti fra il novembre 2011 e i primi mesi del 2012.

Un po’ più avanti arriva il cosiddetto patto fiscale, il titolo che ho trattato sulla governance, sulla stabilità e sul fisco, che contiene due richieste perentorie che il governo italiano riesce a rendere, soprattutto nel primo caso, ancora un po’ più perentorie: la causa perentoria di questo trattato, di questo testo elaborato dal Consiglio europeo, che sono i capi di governo di tutti gli stati membri, poi diramato, messo a punto, limato dalla Commissione europea, il punto importante è la richiesta di inserire nella legislazione degli stati membri il pareggio di bilancio, preferibilmente in via costituzionale.

Il nostro Parlamento che ha dedicato, come dico nel libro, all’analisi di questo problema assolutamente fondamentale, perché la possibilità di operare il bilancio in deficit è uno dei poteri fondamentali dello stato; la maggior parte degli stati non ha mai avuto, in secoli di storia, il bilancio in pareggio. Gli Stati Uniti, dal 1786 in poi hanno avuto il bilancio in pareggio forse per 4 anni, due anni nell’Ottocento e due anni, per ragioni che non starò a spiegare, sotto Clinton, altrimenti hanno sempre superato il deficit, perché il deficit è fondamentale per fare moltissime cose importanti. Il nostro Parlamento ha dedicato all’inserimento del bilancio in pareggio nella Costituzione più o meno la stessa attenzione che si riserva alla pesca della sogliola nel Mediterraneo, lo dico nel libro, e in quattro e quattr’otto ha fatto qualcosa che eccedeva perfino la richiesta, perché la richiesta dice, cito l’articolo nel libro, “preferibilmente in via costituzionale”, ma la richiesta era di inserirla in via legislativa, inserire nella legislazione il pareggio di bilancio: se la Camera ci avesse pensato sopra, avrebbe potuto fare una legge e le leggi che si fanno poi si aboliscono e non c’era problema. Ma adesso il problema è che quello è entrato in Costituzione con una maggioranza qualificata, per cui non si potrebbe fare un referendum confermativo.

L’altro pezzo, parliamo sempre di colpo di stato e quindi di imposizioni che a tamburo battente si susseguono in due anni a carico di tutti gli stati europei, su alcuni paesi pesano di più, su altri pesano un pochino di meno. L’altra imposizione è quella di ridurre il debito, il deficit accumulato con gli anni, di ridurre il debito entro 20 anni, al ritmo di un ventesimo l’anno, al limite del 60% del PIL. Fare qualche conto a matita: il nostro PIL, nel 2013 è stato di 1.560 miliardi, con una notevole diminuzione rispetto agli anni precedenti. Il debito è intorno ai 2.090 miliardi e quindi, per ottemperare a quella ingiunzione ci sono soltanto due strade. Una, togliere ulteriormente dal già sacrificatissimo bilancio primario dello stato altri 50 miliardi l’anno perché per scendere al 60% di un PIL di 1.600 miliardi bisogna scendere di 50 miliardi l’anno, almeno. L’alternativa, come dicono, ricordano spesso gli economisti neo-liberali, è un PIL che cresca al ritmo di almeno 4 punti e mezzo l’anno, perché se il PIL crescesse di 4,5 punti l’anno vuol dire che più o meno recupereremmo 65-70 miliardi, e dato che si tratta di una percentuale del debito sul PIL, ci si potrebbe anche ragionare. Ma tutte le previsioni immaginabili redatte dai principali centri studi del mondo dicono che, se tutto va bene, nei prossimi 8-10 anni il nostro paese crescerà al tasso dell’1%. Quindi l’imposizione della riduzione del debito di un ventesimo l’anno per 20 anni ammonta più o meno a 50 miliardi, non soltanto, ma devono essere ricavati brutalmente dall’avanzo primario che già oggi è colossale e fa sì che nel 2013, per esempio, lo stato italiano abbia incassato come imposte e tasse circa 530 miliardi, ma ne ha spesi, per restituire i servizi che sono dovuti ai cittadini sotto varie forme, 420-440, cioè alla spesa pubblica mancano un’ottantina di miliardi, per di più ha dovuto indebitarsi ancora per altri 10-15 miliardi perché il debito richiedeva gli interessi e gli interessi sul debito superano ormai largamente gli 80 miliardi l’anno.

Quindi, queste due strade sono piuttosto preoccupanti perché da un lato il 4,5% annuo di aumento è inimmaginabile, ma è inimmaginabile anche un bilancio che, essendo già decurtato di 80-90 miliardi della disponibilità fiscale dello stato perché si devono tutti gli interessi, venga ancora appesantito di un taglio di 50 miliardi l’anno. Semplicemente: o è miseria nera, o semplicemente non si può fare, miseria peggiore di quella registrata durante l’ultima guerra. I nostri parlamentari hanno sottoscritto, si è discusso otto minuti o giù di lì, e la cosa, adesso, per il momento, il trattato è fuori discussione. Quindi, a volte, non si rendono minimamente conto e dicono: beh, che sarà mai?, per citare un romanzo che ha fatto una certa strada.

Cito ancora un caso di imposizione che ha tutta l’aria di un colpo di stato perché assomiglia molto ai dettati di un occupante militare, e cioè il memorandum inviato alla Grecia nella primavera del 2012, che per consentire che il Fondo Monetario Internazionale, la BCE, eccetera prestassero alla Grecia qualche altra decina di miliardi, dopo che si erano persi due anni perché se i governi europei, la BCE, la Commissione e il Fondo Monetario si fossero mossi subito probabilmente il prestito per la Grecia avrebbe potuto essere di molto minore. Bene, quando arriva quel memorandum si impongono una serie di tagli, non solo degli stipendi pubblici, ma anche gli stipendi privati vengono tagliati per tutti del 22%, con una eccezione, per favorire i giovani, quello dei giovani fino ai 25 anni doveva essere tagliato del 32%. Devono essere drasticamente tagliate le spese sanitarie, devono essere elevati moltissimo i cosiddetti tickets, o come si chiamano in Grecia, deve essere privatizzato tutto il privatizzabile. Non so se il Partenone sia in discussione, ma non ne siamo lontani. Sono però tagliate le pensioni e i trattamenti di indennità di disoccupazione e altre cose del genere.

I risultati sono, usiamo un aggettivo un po’ forte, terrificanti. C’è un rapporto di Lancet, numero uno delle riviste mondiali di medicina, che non ho fatto tempo a citare: dico già quello che penso del memorandum ma gli effetti del memorandum non erano ancora finiti su Lancet. Gli effetti, soprattutto in campo sanitario, medico, alimentare eccetera, sono di questo tipo: i malati di cancro non hanno la possibilità di curarsi almeno che non siano ricchi, 5-10% della popolazione, perché il servizio sanitario non passa più i medicamenti che normalmente sono piuttosto costosi. Sono stati ridotti di quasi il 40% i medici in servizio del servizio sanitario nazionale; anche su aspetti, se vogliamo, morali le cifre sono molto preoccupanti perché, ad esempio, chi fa uso di siringhe può contagiarsi se usa più volte la stessa siringa, può contagiare se stesso o altri se usa più volte la stessa siringa, ma il servizio sanitario non passa più le siringhe che costavano mezzo Euro l’una, ma il servizio sanitario non le passa più e il risultato è che nel 2009 erano stati rilevati sul territorio nazionale greco 15 casi di HIV, nel 2011 ne sono stati rilevati 450, su una popolazione molto piccola.

The Lancet fornisce poi molte altre indicazioni sullo stato disastroso indotto da un memorandum imposto da funzionari che stavano a Bruxelles, che cliccano sulle loro tastiere, mettono in rapporto il debito, il deficit e altre cose del genere e impongono misure che poi i governi accettano, a volte perché non possono farne a meno, a volte perché non capiscono, e a volte, ancora peggio, perché capiscono ma sono d’accordo.

Su questo aspetto concluderei qui, in questo capitolo sul colpo di stato sono indicati tutti i documenti che, ripeto, in due anni a ritmo tambureggiante hanno imposto le cosiddette politiche di austerità i cui risultati stanno anche nei dati che vengono dalla stima reale: 27 milioni di disoccupati nella zona Euro, che sono circa 6 milioni in più di quelli che non fossero nel 2007, dove ci sono anche circa 120 milioni di persone a rischio di povertà, per una ragione o per l’altra, ci sono 4-5 motivi che Eurostat indica per questo, il lavoro precario è dovunque enormemente cresciuto e poi le austerità, che sono una conseguenza diretta del colpo di stato, hanno fortemente peggiorato la situazione europea, anziché migliorarla, che era il fine che si proponevano.

Occorrerà in qualche modo reagire, in qualche modo occorrerà operare sul piano politico anche se le difficoltà sono estreme perché questo colpo di stato, con i suoi micidiali effetti, in qualche modo abbia termine, il che vuol dire interventi sui trattati europei, perché quello che è stato fatto, in tanti casi eccedendo le richieste dei trattati europei, ma in molti altri casi mettendo in pratica le liberalizzazioni, le privatizzazioni eccetera, previsti dal trattato di Unione europea.

Ci vorrebbe un maggior coefficiente di attrito da parte dei governi perché è semplicemente inconcepibile che una norma come il pareggio di bilancio in Costituzione che impone gravissimi oneri, che impone una sorte di legge ferrea e molto innovativa e distaccata dalla dizione legislativa italiana di tenere i conti in ordine, impone dettature di conti in ordine senza che nessuno le discuta, non i partiti, e neppure il Parlamento hanno posto attenzione a cose del genere.

Quanto sta succedendo presenta anche dei rischi politici molto gravi perché i paesi in cui le formazioni populiste di estrema destra, quelle che vogliono spaccare tutto, uscire dall’angolo domani mattina, e altre cose del genere, i paesi in cui queste formazioni hanno tra il 20 e il 30% sono ormai una dozzina. Si può fare un lungo elenco: la Francia lo abbiamo appena visto, l’Ungheria, l’Olanda, la Repubblica Ceca, una o due su tre delle Repubbliche Baltiche, in Italia non siamo a quei livelli ma ci si potrebbe arrivare rapidamente.

Le politiche di austerità e il colpo di stato di banche e governi generano mostri politici e le formazioni di estrema destra sono appunto questi mostri che girano nuovamente per l’Europa e con il rischio di essere del tutto sottovalutati dai nostri governi. Ci sarà un segnale alle europee il prossimo mese, ma sta il fatto che se le politiche di austerità non perdono il loro mordente, non mutano di segno, se le politiche economiche e sociali esse stesse non prendono un’altra direzione, quei mostri della politica e della ragione continueranno a prosperare.

Io mi fermerei qui. Se c’è modo, anche grazie a qualche intervento vorrei poi parlare anche della questione del lavoro creato e autogestito direttamente dallo stato, ma per il momento vi ringrazio.

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