Luciano Gallino. L’impresa irresponsabile.

Il concetto dell’ “impresa irresponsabile” nasce dalla constatazione del crescente distacco dell’ impresa da qualsiasi criterio che non sia l’ immediata creazione di plusvalore per gli azionisti. Tutto il resto passa in secondo piano: dalle esigenze dei fornitori (che si vedono proporre contratti sempre più sfavorevoli) ai diritti dei lavoratori (che diventano un semplice costo, da minimizzare  costantemente) ai rapporti con gli Enti locali (sui quali viene fatta pendere la spada di Damocle delle delocalizzazioni). La dirigenza non risponde più a nessuno, se non agli azionisti di riferimento, per i quali conta soltanto la massimizzazione del profitto a breve, nell’ ottica di una filosofia improntata al “mordi e fuggi” la quale ben poco ha a che fare con la tradizionale cultura industriale del nostro Paese (quella di Camillo e Adriano Olivetti, ma anche quella di Gianbattista e Leopoldo Pirelli o di Giorgio Falck senior, o, in fondo, dello stesso Vittorio Valletta).

1. leggi il testo dell’introduzione di Lorenzo Gaiani

2. leggi la trascrizione della relazione di Luciano Gallino

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Testo dell’introduzione di Lorenzo Gaiani a Luciano Gallino

Etica e impresa: un connubio impossibile?

1. E’ un destino: le epoche più immorali sono quelle in cui maggiormente si parla di etica, ce ne si riempie la bocca, la si declina in tutti i modi possibili ed immaginabili, si tengono corsi , riflessioni più o meno filosofiche, si stilano codici e …. tutto rimane come prima, forse anche peggio di prima. Anche perché l’ etica così come viene generalmente declinata ha la singolarità di essere concepita generalmente come etica sessuale: se si vuole parlare di aborto, di omosessualità, di libertinismo, troverete subito cento improvvisati maestri di etica pronti ad ammonirvi gravemente sul rischio di declino dell’ Occidente (in genere senza avere l’ intelligenza e la capacità di scrittura di Spengler).

Quando però si ricorda loro che l’ etica ha un suo evidente risvolto sulla vita pubblica, che spesso pesa assai più di certi disordini appartenenti alla sfera sessuale sulla vita degli uomini e delle donne concreti,  i quali senza loro colpa vengono coinvolti in crack finanziari determinati da affaristi ed imprenditori senza scrupoli, oppure in guerre che non hanno nulla a che fare con i loro interessi e i loro sentimenti, allora il discorso cambia, diventa più sfumato ed equivoco, si cerca di parlare d’ altro. In effetti, da molto da pensare che leader religiosi di vaglia abbiano dato un apporto decisivo all’ elezione lo scorso anno di un Presidente degli Stati Uniti che nel suo programma sbandierava l’ opposizione all’ aborto e al matrimonio gay ma nello stesso tempo era ottimo amico dei patron della Enron e di altre “imprese canaglia” e aveva scatenato una guerra bombardando il suo Paese e tutto il mondo di menzogne e di esagerazioni prima di bombardare l’ Iraq di esplosivo al fosforo. D’ altronde, la stessa teologia morale dedica alle questioni di etica pubblica uno spazio almeno altrettanto grande che non all’ etica privata.

2. Tutte queste riflessioni vengono alla mente nel momento in cui si legge l’ ultimo saggio di Luciano Gallino che, con il consueto rigore scientifico ha raccolto un’ impressionante mole di dati per analizzare le trasformazioni dell’ impresa moderna, in Italia ed altrove, e delineare il suo tormentato rapporto con la società che la circonda. Si badi bene, queste riflessioni non vengono da qualche fiancheggiatore dei Disobbedienti o da qualche trockista attardato, ma da uno studioso – spero che l’ etichetta non gli sembri troppo estorsiva- liberal, da un riformista autentico convinto che il mercato, al pari dello Stato non sia una divinità da adorare con le sue imperscrutabili ed infallibili leggi, ma più semplicemente uno strumento, che la politica può e deve indirizzare verso gli interessi reali dei cittadini. Uno strumento non neutro, intendiamoci, perché può essere orientato diversamente a seconda degli interessi che maggiormente convengono agli strati sociali che gestiscono il potere politico. Ecco quindi che la critica alla globalizzazione, alla precarietà mascherata da flessibilità, all’ assenza di una seria politica industriale nel nostro Paese non sono nostalgia delGosplan ma semplicemente il desiderio di una politica economica orientata ai tanti e non ai pochi. In questo senso, noi possiamo interpretare gli scritti di Gallino in questo ultimo decennio come dei “memo” rivolti alle forze sociali e politiche dell’ area democratica e riformista del nostro Paese affinché non cedano alla tentazione del pensiero unico, ossia della gestione della politica economica secondo le medesime direttrici della destra. Il problema che si pone è quindi di rivitalizzare il dibattito sulla politica economica, che nel corso di questi anni è stata sostituita dagli illusionismi, senza lasciarsi condizionare da remore ideologiche ma guardando al fine concreto che è quello del benessere delle persone, o quanto meno della minimizzazione dei rischi derivanti dea comportamenti irresponsabili da parte del governo dell’ impresa.

3. Lo schema del testo di Gallino è classico e distinto, e parte dall’ analisi del rapporto fra la responsabilità sociale ed il governo dell’ impresa, poi segue il percorso di “revanche” dei proprietari dagli anni Ottanta ad oggi in nome di una nuova massimizzazione del profitto e conclude analizzando le possibili forme di integrazione della responsabilità sociale d’ impresa nel concreto dispiegarsi dell’ attività del governo dell’ impresa. Un governo che, come chiarisce Gallino, può avere molti volti e rispondere a interlocutori diversi, ma che sostanzialmente ha assunto nel corso degli ultimi vent’ anni la forma di un “capitalismo manageriale produttivista”, in cui una classe dirigenziale fortemente autocentrata e dai compensi spesso stratosferici gestisce un potere che si riflette sulla vita di migliaia o milioni di altre persone assolutamente inconsapevoli e, per così dire, innocenti rispetto al numero relativamente ristretto dei decisori. Costoro, salvo casi particolarmente gravi che vanno alla valutazione del giudice penale (ma a quel punto, come è ovvio, il danno è fatto, e può darsi che tale danno si rifletta tragicamente sulla vita di moltissime persone) , quasi mai sono tenuti responsabili dei propri errori di valutazione negli investimenti e nella gestione dell’ azienda, e quando debbono lasciare i loro posti prendono sostanziose liquidazioni magari mentre il fondo pensioni dei lavoratori (come spesso capita negli Stati Uniti) è completamente azzerato.

4. Il concetto dell’ “impresa irresponsabile” nasce da qui,  dalla constatazione del crescente distacco dell’ impresa da qualsiasi criterio che non sia l’ immediata creazione di plusvalore per gli azionisti. Tutto il resto passa in secondo piano: dalle esigenze dei fornitori (che si vedono proporre contratti sempre più sfavorevoli) ai diritti dei lavoratori (che diventano un semplice costo, da minimizzare  costantemente) ai rapporti con gli Enti locali (sui quali viene fatta pendere la spada di Damocle delle delocalizzazioni). Eppure, e qui sta il paradosso che richiamavamo all’ inizio, mai come oggi si parla di Rsi, un tema intorno al quale fioriscono miriadi di convegni ed un incalcolabile numero di documenti. A questo punto è inevitabile pensare ad una forma di mistificazione per nascondere la realtà di aziende nelle quali – vi è gran copia di riferimenti a casi concreti nel libro- la dirigenza non risponde più a nessuno, se non agli azionisti di riferimento, per i quali conta soltanto la massimizzazione del profitto a breve, nell’ ottica di una filosofia improntata al “mordi e fuggi” la quale ben poco ha a che fare con la tradizionale cultura industriale del nostro Paese (quella di Camillo e Adriano Olivetti, ma anche quella di Gianbattista e Leopoldo Pirelli o di Giorgio Falck senior, o, in fondo, dello stesso Vittorio Valletta).

5. Gallino va in profondità – ed è l’ argomento della seconda parte del saggio- in merito alle cause di una situazione tanto complessa. Innanzitutto vi è stato un evidente aumento del ruolo dei cosiddetti investitori istituzionali ( fondi pensione, compagnie assicurative, banche, ecc.) soggetti i cui investimenti sono generalmente finalizzati alla rendita. Gli investitori istituzionali dispongono generalmente di grandi capitali e influenzano in modo significativo la condotta delle imprese, essendo in grado di spostare somme colossali e diventando di fatto i decisori delle strategie delle imprese quotate in Borsa. I recenti disastri finanziari, le statunitensi Worldcom ed Enron, la francese Vivendi e le italiane Cirio e Parmalat, pur nella loro peculiarità specifica, sono accomunati da una sorta di onnipotenza degli attori finanziari. Un’ ubriacatura che porta a registrare profitti inesistenti, o a falsificare i bilanci occultando le perdite. Fenomeni che non possono essere considerati episodici rispetto ad un organismo sano, ma sono purtroppo l’ espressione di una realtà strutturale. La logica del profitto a breve e ad ogni costo, le impennate speculative, il frequente ricorso a meccanismi (per non dire espedienti) di “finanza creativa” distruggono sistematicamente la ricchezza e non creano nulla. Dalla primavera del 2000 (e quindi ben prima dell’ 11 settembre) il mercato finanziario ha bruciato, sulle due sponde dell’ Atlantico, qualcosa come 12.000 miliardi di dollari (pari, dice Gallino, a 240.000 miliardi delle vecchie lire e ad almeno cinque robuste manovre finanziarie). Ogni scossa di assestamento del mercato finanziario si traduce in termini disastrosi sulla tenuta della struttura produttiva in quanto tale, e assume al forma di tagli al personale, di  mancate assunzioni, di crollo degli investimenti, di incapacità a stare sul mercato. Una volta di più, però, occorre sottolineare con forza che il problema non  sta in qualche meccanismo misterioso se non soprannaturale, ma in precise scelte di gestione economica che sono state agevolate da precise scelte politiche. Quindi una risposta spetta anche (e soprattutto) alla politica.

6. Ovviamente il discorso qui si fa più ampio, giacché uno degli effetti più evidenti dell’ impresa irresponsabile è quello di ledere gravemente i diritti dei cittadini, sia di quelli che lavorano all’ interno dell’ impresa stessa, sia di coloro che ne subiscono le  conseguenze avendo degli interessi legittimi da perseguire (“stakeholders”). Occorre qui domandarsi in che misura possano essere estesi nell’ ambito aziendale i diritti di cittadinanza degli individui fino a stabilire condizioni di autogoverno dell’ impresa, estendendo la cittadinanza economica sia nel senso di una partecipazione alla direzione da parte dei lavoratori, sia nel senso di un riconoscimento dei diritti fondamentali degli stakeholders che integrino la Rsi nel governo dell’ azienda sia attraverso un’ interpretazione più stringente dei codici etici che le varie aziende si sono dati, sia attraverso l’ eventuale assorbimento di tali codici etici da parte della legislazione ordinaria con conseguenze amministrative e penali per chi li viola. Potrà sembrare che la giustapposizione delle due esigenze, quella interna all’ impresa e quella esterna, sia un allontanarsi dal discorso generale dell’ “impresa irresponsabile”: per parte mia credo invece, e sarà interessante la riflessione del prof. Gallino a tale proposito, che i due temi si tengano nella prospettiva di un’ autentica democrazia economica.

7. Come è noto questo problema venne sollevato vent’ anni fa in un’ opera che aveva appunto questo titolo dallo studioso statunitense Robert A. Dahl, il quale riteneva che vi fosse un diritto fondamentale all’ autogoverno dei lavoratori talmente forte in termini normativi da prevalere sul diritto proprietario degli azionisti. Come ha sostenuto in una relazione ad un recente convegno delle ACLI lombarde il giovane politologo dell’ Università di Milano Luciano Fasano, la democrazia dei lavoratori avrebbe il pregio di proteggere alcuni tipici investimenti imprenditoriali come la fiducia, la qualità, la produttività del lavoro, le relazioni umane. Tutto ciò ovviamente potrebbe avere un prezzo, visto che da parte dei lavoratori potrebbe non esservi propensione al rischio, e comunque essi non avrebbero disponibilità di capitali da investire ecc. Una logica di partnership fra i detentori del governo dell’ impresa ed i lavoratori dovrebbe prendere le mosse una strategia complessiva che si faccia carico della comprensione della responsabilità etica e sociale che investe l’ impresa (la presunta contrapposizione degli interessi fra i lavoratori e altri stakeholders è sempre stata un utile diversivo per il padronato, come si vide lungo gli anni Settanta e gli Ottanta negli USA con il lungo e persino violento contenzioso fra i sindacati dell’ auto da un lato e i movimenti ecologisti e consumeristi dall’ altro) , che rifletta i valori degli stakeholders e che generi le condizioni per un equilibrio cooperativo finalizzato ad un mutuo vantaggio per tutti i soggetti interessati. Ciò presupporrebbe l’ esistenza di un management socialmente ed eticamente responsabile, di una cittadinanza economica estesa di tutti i soggetti interessati all’ attività dell’ impresa (lavoratori, ma anche fornitori, clienti, Enti locali…) e scelte coerenti con le finalità propriamente economiche dell’ agire imprenditoriale.

8. Ma tutti questi elementi sarebbero inutili e privi di fondamento se alla base non vi fosse una scelta politica orientata all’ economia e non alla finanza: l’ eliminazione delle sacche di privilegio e di spreco, la riforma della PA e delle professioni, l’ apertura alla concorrenza sono certamente cose utili e realizzabili, ma sostanzialmente improduttive di risultati strutturali nel momento in cui non vi fosse una volontà specifica di aggredire le cause scatenanti del fenomeno dell’ impresa irresponsabile, anche sperimentando vie nuove (come la tassazione delle transazioni speculative sopranazionali) e identificando l’ obiettivo generale nel superamento della centralità dell’ impresa a favore della centralità della società civile, contro la precarizzazione del lavoro travestita da flessibilità e favore delle attività finalizzate alla creazione di lavoro come gli investimenti in innovazione e ricerca. Nella generale architettura di una società che abbia al centro la persona, si deve quindi porre il lavoro come elemento decisivo dell’ attività imprenditoriale ben prima del capitale, giacché è il lavoro a trasformare la materia inerte in prodotto finito a disposizione dell’ uomo. La questione della sussidiarietà, su cui molto ha insistito l’ insegnamento sociale della Chiesa, non può quindi essere risolta con formule sul “meno” e sul “più” che forse vanno bene come slogan elettorali ma si rivelano all’ occasione prive di contenuti reali: la DSC, se definisce il valore generale del metodo della sussidiarietà non esclude affatto che soggetti diversi dall’ iniziativa privata possano accompagnare, favorire e creare le condizioni di uno sviluppo equo, tenendo conto che oltre allo Stato e alle imprese vi sono altri operatori economici come i cosiddetti “corpi intermedi” che operano senza fine di lucro (una tematica su cui le ACLI si sono particolarmente spese, attraverso la promozione dell’ “economia del civile” come contributo ad una dialettica sociale che vada oltre uno sterile antagonismo) ed i detentori di interessi specifici degli stakeholders. Ciò che si chiede alle forze sociali, ma anche ai detentori del potere politico, è quello di essere capaci di leggere la realtà sociale per quella che è, e non  secondo gli occhiali colorati delle ideologie che spesso mascherano interessi non proprio coincidenti con quello generale: l’ evidente situazione di declino economico e sociale in cui il nostro Paese si trova chiede un generale rilancio della concertazione fra i soggetti politici, economici e sociali interessati che sia finalizzato ad uno sviluppo non sono contabile ma anche qualitativo, sociale, umano.

Trascrizione della relazione di Luciano Gallino

01. “Liberal” di formazione
Desidero, anzitutto, esprimere il mio compiacimento per essere qui con voi anche quest’anno. Sta diventando, almeno per me, una sorta di tradizione: questa è la quarta volta che vengo per discutere temi di comune interesse e apprezzo la vostra partecipazione anche in una giornata con il tempo inclemente di oggi.

Ancora una volta il dottor Gaiani ha fatto un eccellente lavoro per interpretare e fare emergere le idee di fondo di un mio libro, e devo dire che fra le tante recensioni apparse su varie riviste nessuna ha avuto la cura e la pazienza del dottor Gaiani nello scavare un po’ nel testo che, per lo più, è stato sommariamente liquidato come espressione di un anticapitalismo giacobino.

Può anche andarmi bene l’etichetta di “liberal”, perché la mia originaria formazione, per diversi anni negli USA, è stata orientata espressamente in quel senso, e anche per un altro motivo: una parte molto rilevante della documentazione su cui si basa questo libro viene da esperti americani appartenenti a centri di ricerca o uffici studi dai quali sono usciti i rapporti più equilibrati, più seriamente costruiti su argomenti solidi, con cifre e, al tempo stesso, molto severi, sul capitalismo americano e sull’attuale amministrazione USA. Quindi, “liberal” inteso in quel senso posso anche accettarlo, senza però andare più in là, perché poi uno finisce per trovarsi collocato nell’altro schieramento.

02. L’impresa come attore politico
Non voglio prendere molto tempo perché credo sia più importante discutere. Volendo, comunque, dire qualcosa sul libro ritengo che esso, pur  contendo molti riferimenti alla borsa, al mercato azionario, al governo dell’impresa, alle strategie industriali, a ben vedere è un libro politico. E’ un manifesto politico (penso che se ne parlerà nella discussione) che cerca di fare emergere una serie di collegamenti essenziali, rilevantissimi, tra la presenza e le strategie della grande impresa e la politica.

Indicherò alcuni collegamenti, che a me sembrano più critici, tra la politica e l’azione di quel tipo di impresa che non ritiene di dover rendere conto a nessuno, dopo aver fatto fronte ai doveri, magari con qualche mascheramento, derivanti dal codice civile, dal codice penale o dalla legge sulle società. E di imprese che pensano di non rendere conto a nessuno di quanto fanno, ve ne sono ancora parecchie.

Se si esaminano dati e fatti, ci si accorge agevolmente che il governo dell’impresa – ossia i meccanismi, le strutture, gli organi che decidono che cosa produrre, a quali condizioni, dove, quando, come e quanto retribuire i lavoratori; insomma, il complesso di tutto questo – è altrettanto decisivo sulle nostre vite, sul nostro lavoro, sul nostro futuro, sulle nostre speranze, sui nostri problemi, di quanto non lo sia il governo nazionale. Non che le cose siano indipendenti, come dirò subito dopo, ma qui voglio rimarcare il carattere di “attore politico” che ha la grande impresa e come, in tale veste, essa abbia un ruolo altrettanto importante e decisivo di quello del governo del paese. Per molti motivi, le condizioni di lavoro ed i salari sono determinati principalmente dalle strategie industriali delle grandi imprese, alle quali i governi possono dare o non dare una mano, ma sono quelle strategie a rappresentare il fattore decisivo; strategie che, naturalmente, possono anche differire da un paese all’altro, e da ciò deriva che anche il grado di responsabilità o di irresponsabilità delle imprese può essere differente, di solito non  solo per vocazione o per scelta morale.

Se, per esempio, le retribuzioni in Italia, sono cresciute tra il 1994 e il 2004 dello 0,3 % annuo in termini reali –  il che vuol dire il 3% a fine decennio, pari a 30 euro su mille (quindi una persona che aveva una retribuzione di 1000 euro equivalenti in termini reali nel 1994 oggi si troverebbe, dopo 10 anni, con 1030 euro, che è il valore più basso registrato in Europa) –  bene: questa è una condizione che è determinata dalle strategie industriali delle grandi imprese; in particolare, poi, nella stessa logica sono entrati ormai anche lo Stato e le piccole e medie imprese; in questo caso il meccanismo ha funzionato in senso deteriore più in Italia che altrove, e infatti il costo del lavoro in altri paesi è molto più elevato, a cominciare dalla Germania.

La grande impresa è presente nella nostra vita attraverso molti altri canali: ovviamente attraverso i consumi, a cui siamo sollecitati o che vengono imposti, e poi attraverso svariati canali culturali. Una delle industrie più efficienti e più ricche del mondo è l’industria cinematografica, che è soprattutto industria statunitense, con dati di questo tipo: in Europa il 70% dei film proiettati in sale o in televisione sono di origine USA; nell’America latina si arriva all’83%. Si può dire: “evito di andare al cinema e di guardare film americani e vado su Internet”. Ma circa l’80% delle centinaia di milioni di contatti quotidiani che avvengono su Internet utilizzano quattro grandi portali che sono tutti americani, che sono ricchissimi e senza i quali non si potrebbe più lavorare; a parte, poi, il fatto dei contenuti culturali, a cominciare dalla lingua e dai simboli, ai modelli di consumo e di intrattenimento, sino al singolare stile anglosassone, in senso lato.

Con questo libro ho provato a mettere in evidenza che se il governo delle imprese riesce ad imporci salari più bassi e costi più alti; se con il modo di produrre determinati beni di consumo o di diffondere, per esempio, a basso prezzo certi tipi di prodotti dell’industria farmaceutica e invece ad alto prezzo  altri prodotti che potrebbero salvare milioni di vite; beh, se il governo dell’impresa è così importante a fianco dei governi nazionali, forse bisognerebbe discutere un po’ di più e fare maggiore attenzione a questi fenomeni.

Ci sono molti altri collegamenti tra il governo dell’impresa e la politica. La grande impresa –  diciamo pure da sempre, ma soprattutto e in modo significativo nel corso degli ultimi 15/20 anni – ha un’incidenza diretta sulla politica nazionale e internazionale. Le leggi che vengono emanate, nel nostro come negli altri paesi europei e negli Stati Uniti, sono spesso la risposta diretta o indiretta – in ogni caso, condizionata in modo molto profondo –  alla volontà, agli interessi, ai desideri delle grandi imprese. La più grande industria privata di Washington (oggi circa 70 mila dipendenti a tempo pieno) è il  lobbing, cioè uffici mantenuti dalle grandi imprese per influire sulle decisioni politiche e sui processi parlamentari. Anche a Bruxelles la più grande industria privata sta diventando il lobbing: le cifre sono un po’ minori (siamo intorno ai 10-12 mila addetti a tempo pieno) ma, insomma, se la immaginiamo come singola azienda, 10 mila persone a tempo pieno per far sì che le direttive della Commissione Europea siano orientate in senso favorevole, o il meno sfavorevole possibile, alla grande impresa, è un dato tangibile dell’importanza dell’incidenza politica della grande impresa sul processo decisionale a livello nazionale e comunitario.

Si possono ricordare anche casi specifici. Quello della  Enron, ad esempio,  che incominciò la serie dei grandi fallimenti alla fine del 2001 (fallimenti che continuano, perché anche oggi ci sono grandi problemi) e che nel primato dell’entità del collasso finanziario è stata poi  battuta ampiamente dall’italiana Parmalat: nel caso Enron si giocarono circa 10-12 miliardi di dollari; in quello della Parmalat ben 24, corrispondenti a 20 miliardi di euro.

Comunque la Enron, prima di iniziare questa lunga fila di dissesti finanziari, nei pochi anni in cui fu considerata fra le imprese più innovatrici del mondo (ho cercato da qualche parte: sei o sette copertine tra “Fortune”, “Time”, “News Week” ecc.), in quel periodo era riuscita a modificare la legislazione sulla produzione e distribuzione dell’energia in 22 Stati americani, in modo da poter attuare il suo modello strategico di impresa che era, idealmente, “zero-dipendente” dal centro: soltanto il Consiglio di Amministrazione o poco più, e migliaia di piccole imprese allocate in Alaska, in Venezuela, nel Dakota o altrove, e che producevano energia che, attraverso sofisticate tecnologie telematiche, info-telematiche, poteva poi essere dirottata per esempio, in California dove, sotto l’impero della Enron, si ebbero in certi anni otto black-out al giorno; per un anno o due le ditte,  che io stesso  ho conosciuto (ho passato due anni tra Palo Alto, Santa Clara e Santa Cruz, cioè nella Silicon Valley), hanno svolto prevalentemente compiti energetici di emergenza, per far fronte ai quotidiani disservizi che si verificavano. Questo è il risultato dello establishment industriale della Enron che, ripeto, era riuscita a far modificare la legislazione di 22 Stati americani. Per dire quant’è forte il collegamento fra le imprese e il processo delle decisioni politiche.

03. Strategie d’impresa e ruolo degli Stati
Altro aspetto è l’interazione tra imprese e Stato. Si dice, a volte, che lo Stato ha finito per essere soverchiato dalla globalizzazione, dal potere finanziario, ecc. La realtà è un po’ diversa. Lo Stato, per molti aspetti, non dico che abbia dato le dimissioni, ma ha adottato i criteri propri della grande impresa e da Stato “regolatore” si è trasformato in Stato “competitivo”. Che cosa significa questo in concreto? Significa che anziché pensare a regolare il comportamento e le strategie delle imprese; anziché preoccuparsi delle infrastrutture – dalle ferrovie funzionanti alle strutture di distribuzione dell’energia, alle scuole, alle università, ai centri di ricerca –  lo Stato ha abbandonato questa missione, per assumere come primario obiettivo quello di creare un ambiente favorevole all’attività delle grandi aziende, incominciando dalla riduzione del carico fiscale sulle imprese. Il che, tra l’altro, vuol dire minore possibilità di sostenere lo stato sociale e, quindi, diminuzione della capacità di fornire alle stesse grandi imprese quelle strutture di base che fanno un paese produttivo, e con alto livello di civiltà.

La compressione dello stato sociale cui assistiamo anche il Italia, dalla riduzione delle pensioni al lavoro iperflessibile, alla stagnazione dei salari, è dovuta a questa scelta dello Stato di passare dal ruolo di regolatore a quello di agente della competitività, della competizione. Molti esperti parlano, a questo proposito, di Stato competitivo. La politica economica è diventata un’altra cosa perché la missione dello Stato è cambiata: dalla regolazione alla competitività, come se lo Stato fosse una grande azienda. D’altra parte in Italia lo Stato si è sostituito alle imprese, in ogni modo possibile, anche in politica, nel presupposto che si debba governare lo Stato come una grande azienda….Dopo di che si scopre che lo Stato competitivo ha come prima missione quella di far fare quattrini alle imprese. Pienamente coerente!

04. Condizioni di lavoro e diritti di cittadinanza
Un altro punto, poi la discussione. Se la politica ha a che fare con lo sviluppo e la tutela dei diritti civili e umani, la grande impresa è oggi nel mondo un attore primario tanto per la parte positiva – affermazione  e sviluppo dei diritti – quanto sul versante negativo per le innumerevoli e gravissime violazioni dei diritti fondamentali che si registrano nel pianeta e che riguardano, ad esempio, le condizioni di lavoro che le grandi imprese impongono in altri paesi e che, in qualche modo, inclinano a trasferire anche nei nostri, in nome dell’imperio della competitività. E non si pensi che la violazione dei diritti umani sia qualcosa che abbia a che fare con astratte enunciazioni ideali contenute nel canone 48 delle Nazioni Unite o in altri documenti degli accademici del diritto o dell’etica economica: si tratta di aspetti molto tangibili nella loro applicazione concreta.

Si è parlato molto, e si parla tuttora, del pericolo cinese; dell’invasione dei prodotti da parte della Cina e della minaccia che essa rappresenta per l’Europa. Ma occorre rendersi conto che, alla base del pericolo cinese, vi sono gravissime violazioni dei diritti umani. Il problema riguarda, praticamente, tutta la Cina che lavora, che è un’entità vastissima ma, in particolare, le zone di importazione e di esportazione, dove le imprese hanno nomi cinesi occidentalizzati (che possiamo pronunciare anche noi) e dove il committente e il controllore, di fatto, sono le grandi imprese occidentali, comprese quelle italiane. Queste zone di importazione-esportazione, già qualche anno fa, occupavano 30 milioni di persone, per la maggior parte donne giovanissime, le cui condizioni di lavoro sono a dir poco inumane. I sindacati, o sono sindacati governativi, statali (il che significa, in realtà, essere poco più che agenti della polizia locale), oppure, quando cercano di svolgere una vera azione di tutela sindacale, corrono rischi gravissimi. Gli orari “normali”sono di 70 ore settimanali, su sei – e, spesso, sette – giorni alla settimana. Ho visto dati direttamente forniti da Centri che osservano da vicino l’economia cinese: il salario in Cina era di 57 dollari al mese (corrispondenti, da noi, a tre ore di costo aziendale), ma per arrivare a questa cifra mensile i lavoratori dovevano fare 10-20 ore di straordinario altrimenti non arrivavano al minimo locale.

Fra queste aziende vi sono anche imprese italiane (qualcosa è trapelato anche sui quotidiani non molte settimane fa) che mentre pagavano le lavoratrici cinesi 2 dollari al giorno, firmavano petizioni contro il pericolo cinese e invocavano da Bruxelles interventi per limitare, “finalmente”, il danno causato dalle importazioni cinesi i cui prezzi sono dovuti proprio al fatto che le persone hanno salari di quel livello.

Occorrerebbe mettere sotto osservazione quel che succede in Africa, in Brasile, in India o in altre parti del mondo come in Messico, dove le aziende automobilistiche dal nord America sono passate a sud del confine perché le paghe messicane sono 1/4 o 1/5 di quelle statunitensi, e cosi via.

Se la politica ha a che fare con i diritti umani, è necessaria un’approfondita riflessione sull’incidenza che le grandi imprese del mondo esercitano in questo campo, attraverso le loro strategie e per effetto delle condizioni di lavoro che esse praticano ai lavoratori.

05. Nuova cultura per un’impresa più responsabile
Per concludere, oggi la regolazione globale del capitalismo (lo dico negli ultimi capitoli del libro) significa regolazione della grande impresa. Probabilmente è anche necessaria una riflessione critica sul modello di impresa che si è affermato negli ultimi 20 anni: un’impresa che ha come missione primaria, se non esclusiva, quella di aumentare gli utili per gli azionisti, piuttosto che quella di produrre ricchezza, creare lavoro e occupazione e ridistribuire parte dei profitti alle comunità coinvolte nel ciclo produttivo. Una nuova regolazione della grande impresa non può avvenire soltanto in termini economici, ma richiede un nuovo pensiero, fatto di teorie, discussioni, approfondimenti, analisi che possano sfociare nelle sedi più propriamente politiche (dibattiti parlamentari) e produrre strumenti (leggi) che contribuiscano a rendere un po’ più responsabile l’impresa.

Si tratta, intendiamoci, di un lavoro immane su cui bisognerebbe quanto meno riflettere, e le cose che ho detto oggi vogliono essere uno stimolo in questo senso per la nostra discussione. Grazie.

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