Luciano Gallino. Tecnologie e democrazia. Conoscenze tecniche e scientifiche come beni pubblici.

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E’ un dato di fatto come vi sia un’insofferenza crescente, anche se spesso male indirizzata, rispetto ad un sistema che non solo non è più capace di redistribuire la ricchezza in termini ragionevolmente accettabili per tutti gli strati sociali, ma che di fatto batte in testa anche nelle dinamiche produttive, al punto che il nostro Paese è ai livelli più bassi per quanto riguarda gli investimenti nella ricerca, sviluppo ed innovazione. Purtroppo le tendenze in atto che si riscontrano negli ultimi 20-30 anni, in seguito al notevole ricorso a politiche neo-liberiste, stanno forgiando una società più ingiusta, in cui aumentano a dismisura le differenze sociali, in cui i ricchi sono sempre più pochi e sempre più ricchi, ed in cui la classe media fatica sempre di più a tirare avanti e si espone per molteplici fattori a rischi di povertà che solo pochi anni fa sembravano inimmaginabili.

 Luciano Gallino. Tecnologie e democrazia. Conoscenze tecniche e scientifiche come beni pubblici.

1. leggi il testo dell’introduzione di Lorenzo Gaiani

2. leggi la trascrizione della relazione di Luciano Gallino

3. clicca sui link sottostanti per ascoltare i file audio mp3

Giovanni Bianchi presenta il corsointroduzione di Lorenzo Gaiani – premessa di Giovanni Bianchi – relazione di Luciano Gallino

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Testo dell’introduzione di Lorenzo Gaiani a Luciano Gallino

L’alfabeto dei tempi moderni, di Lorenzo Gaiani. In margine a “Tecnologia e democrazia” di Luciano Gallino.

1. Nell’anno che sta per chiudersi è caduto fra l’altro il quarantesimo anniversario della morte di don Lorenzo Milani, sacerdote di  vocazione e pedagogo suo malgrado, il quale è passato alla storia soprattutto perché riteneva che l’alfabeto fosse la prima forma di democratizzazione (e in verità anche di evangelizzazione), visto che le prime discriminazioni nascevano fra i banchi scolastici e il fatto che il figlio dell’operaio conoscesse solo cento parole mentre il figlio del dottore ne conosceva mille era già il segnale di una polarizzazione sociale che si sarebbe trascinata ancora per generazioni. Con linguaggio meno irruente di quello del prete fiorentino e dei suoi allievi, Luciano Gallino ci ripropone  la stessa questione aggiornata ai tempi con questo testo che raccoglie una serie di saggi scritti negli ultimi anni che sono legati dallo stesso filo conduttore: quello cioè del legame che unisce la dimensione tecnologica con quella della democrazia, in presenza di uno sviluppo esponenziale dei meccanismi tecnologici diffusi cui però non fa riscontro da un lato un adeguato tasso di alfabetizzazione di massa sulle opportunità e sui rischi connessi a tale diffusione e dall’altro il fatto che la solida alleanza stabilitasi fra tecnologia e capitale rischia di incidere non poco sulla dialettica democratica, spostando il potere dell’informazione, che nei nostri tempi è insieme decisivo e pervasivo, dal controllo dei pubblici poteri a quello delle grandi corporations. Peraltro, ad essere messi in dubbio sono numerosi diritti della persona, a partire da quello alla salute e da quello alla riservatezza: in effetti, gli studi specialistici cui Gallino attinge per dimostrare come non tutto sia ancora stato chiarito circa le possibili conseguenze della diffusione massiccia delle tecnologie – a partire dai telefoni cellulari e dai PC – sulla salute delle persone e sulla tutela della loro privacy sono estremamente circostanziati e sollevano più di un dubbio. Solo che si tratta anche di materiale poco diffuso, nel senso che la stessa conoscenza a livello di opinione pubblica di tali dubbi scientificamente fondati è ai livelli minimi, e si stenta a credere che non vi sia in questo un nesso di causalità con il fatto che tali documenti mettono in dubbio il potere delle corporations, che ovviamente si manifesta anche attraverso le azioni (e le omissioni) del potere politico ad esso legato.

2. Una volta di più il problema di Gallino non è quello di una denuncia rumorosa e a tutto campo della pravità del capitalismo e della politica asservita: da autentico riformista a lui interessa più che altro capire e far capire, e a partire dalla comprensione dei problemi sul tappeto elaborare le risposte possibili a fronte delle sfide comuni e dei rapporti di forza concretamente esistenti, senza però che tali rapporti di forza diventino degli alibi per non fare e non decidere. D’altro canto si tratta di problemi che l’opinione pubblica avverte con crescente preoccupazione. E’ un dato di fatto come vi sia un’insofferenza crescente, anche se spesso male indirizzata, rispetto ad un sistema che non solo non è più capace di redistribuire la ricchezza in termini ragionevolmente accettabili per tutti gli strati sociali, ma che di fatto batte in testa anche nelle dinamiche produttive, al punto che il nostro Paese è ai livelli più bassi per quanto riguarda gli investimenti nella ricerca, sviluppo ed innovazione. Purtroppo le tendenze in atto che si riscontrano negli ultimi 20-30 anni, in seguito al notevole ricorso a politiche neo-liberiste, stanno forgiando una società più ingiusta, in cui aumentano a dismisura le differenze sociali, in cui i ricchi sono sempre più pochi e sempre più ricchi, ed in cui la classe media fatica sempre di più a tirare avanti e si espone per molteplici fattori a rischi di povertà che solo pochi anni fa sembravano inimmaginabili.

3. In effetti, se nella seconda metà del ‘900 abbiamo assistito ad una progressiva ascesa delle classi popolari con consumi e standard di vita all’insegna della medietà, oggi invece le trasformazioni economiche non creano più aumento di ricchezza tra la gente e stanno producendo la scomparsa dei ceti intermedi. Si profila il rischio assai concreto che già  nel prossimo decennio le grandi categorie sociali non saranno più tre, la bassa, la media e la alta, ma solo più due: quella bassa che comprende la stragrande maggioranza della popolazione e quella alta a cui apparterranno non più del 15-20% delle persone. Per i cittadini normali, cioè la classe bassa, vengono prospettati i rischi di un mercato del lavoro completamente flessibile, un welfare in gran parte privatizzato, consumi perennemente finanziati con il ricorso all’indebitamento, bassi redditi con cui poter accedere ai prodotti dell’economia “low cost”, realizzati nei paesi in cui si è spostato il grosso della produzione industriale, mentre per la classe alta sta crescendo vertiginosamente il mercato del lusso. A ciò si deve aggiungere il fatto che il diffondersi di modalità contrattuali atipiche, spesso ricondotte alla formula generica del “lavoro flessibile” (tematica che Gallino ha affrontato in molti suoi interventi e ora nel suo ultimissimo libro intitolato significativamente “Il lavoro non è una merce”), non hanno generato, come spesso si è detto per comodità ideologica, una maggiore libertà per il lavoratore in vista di una migliore professionalità, ma piuttosto hanno riservato ad almeno due generazioni di lavoratori un destino legato ad un precariato permanente di massa, spesso spezzettato nella continuità lavorativa, senza garanzie per il futuro e senza la necessaria fase di apprendimento diretto utile ad affinare la professionalità e a rendere il lavoratore appetibile su di un mercato diventato sempre più competitivo.

4. Quanto questa tendenza possa ancora affermarsi, senza suscitare reazioni dagli esiti imprevedibili (anche rispetto alla tenuta dell’ordinamento democratico), è difficile da valutare. Di certo si può dire che essa è in atto, anche se non è enfatizzata dagli organi di informazione e la sperimentiamo gradualmente nella nostra vita, mese dopo mese e forse finiamo anche un po’ per abituarci a salari che non comprano più tutto il necessario per mantenere una famiglia, a pensioni che non sono più così rassicuranti, ad una inflazione che è ben oltre quella ammessa ufficialmente. Da quinta potenza industriale del mondo che era, l’Italia, nel giro di appena un ventennio, sta conoscendo la deindustrializzazione, la chiusura di posti di lavoro, il peggioramento inarrestabile delle condizioni di vita, tangibile nella vita quotidiana e incombente sulle nuove generazioni che, per la prima volta, hanno di fronte un futuro meno roseo, e forse peggiore, di quello dei loro padri.Siamo ormai in un “mondo capovolto” nel quale non sono più i Paesi di più lunga tradizione  industriale a guidare l’economia, a detenere il possesso delle tecnologie ed il primato  dei consumi, bensì quelli cosiddetti “emergenti”. Secondo la Banca Mondiale, nel 2005 si è verificato il sorpasso dei Paesi emergenti sui Paesi sviluppati per quota di produzione industriale mondiale.In un mondo che ha visto in questi anni il grande fallimento della Organizzazione Mondiale del Commercio (la Wto, che non è riuscita ad ampliare alcun settore di libero scambio), ma che nel contempo ha visto una straordinaria crescita degli “accordi bilaterali” di scambio  (che ormai raggiungono il 50% del commercio mondiale), stipulati sotto la volontà sovrana degli Stati che ricercano in massimo grado l’interesse legittimo dei loro popoli, l’Italia e l’Europa possono ancora recitare una parte importante se si adeguano ai Paesi emergenti nel riscoprire i benefici di adeguate politiche industriali senza escludere, nei casi in cui appare utile, un ponderato e ragionevole intervento pubblico in economia, volto a rilanciare l’economia sociale di mercato come fattore di competitività.

5. Per il nostro Paese si impone un’analisi lucida degli errori di politica industriale commessi negli ultimi vent’anni, nei quali sono stati dismessi interi comparti in cui eravamo all’avanguardia (elettronica, chimica, farmaceutica per citarne solo alcuni), per risalire sul treno dell’economia internazionale prima che sia troppo tardi, sfruttando i vantaggi che ancora abbiamo sui nostri più agguerriti competitori. Per fare questo serve una volontà politica che faccia della ripresa di iniziativa industriale in alcuni settori una priorità, e che superi una volta per tutte le illusioni di poter mantenere buoni standard di vita senza attività industriali di vario tipo. L’aggancio esistente fra la dimensione del lavoro e quella delle imprese, che insieme alle famiglie e al settore pubblico formano il quadro dell’economia cosiddetta “reale”, nel corso di questi anni è stato progressivamente marginalizzato dal prevalere delle esigenze speculative dei grandi operatori della finanza. Abbiamo così, in Italia come nel resto dell’Occidente, famiglie sempre più indebitate, una gran parte di salari inadeguati a far fronte alle più elementari necessità di sostentamento, imprese che incontrano sempre nuove trappole finanziarie nelle loro necessità di accesso al credito, Enti pubblici dissanguati dall’uso disinvolto di strumenti finanziari speculativi. Tutto ciò crea una situazione di instabilità sociale, politica che i Governi non possono più ignorare. Pertanto, si impone una maggiore regolamentazione dell’attività finanziaria, che va ricondotta a strumento al servizio della ricchezza complessiva della società e non, come oggi sta avvenendo, uno dei maggiori fattori del suo impoverimento. Infatti, dietro la proliferazione di strumenti finanziari sempre più astrusi e rischiosi c’è sempre qualcuno che alla fine paga il conto: i lavoratori sottopagati, le persone più deboli che si ritrovano volatilizzata la copertura sanitaria e previdenziale, le famiglie indebitate oltre il normale, le aziende che devono ottenere profitti altissimi non solo per reggere la concorrenza, ma prima di tutto per non rimanere schiacciate dal costo dei mutui, i cittadini che vedono aumentare la pressione fiscale a causa della progressiva privatizzazione delle attività finanziarie degli Stati e degli Enti locali. Si rende, dunque, necessaria, una “correzione di rotta” che parta dalla riaffermazione del ruolo centrale dello Stato nel welfare e nei servizi pubblici (istruzione, previdenza, sanità, e, per le utenze domestiche,  poste, trasporti, acqua, luce, gas, energia, rifiuti). Va infatti smontata l’operazione culturale (che sottende la logica delle “liberalizzazioni” e delle privatizzazioni) volta a ridurre il ruolo dello Stato e di ogni ambito pubblico, a semplice arbitro, anziché riconoscerlo quale supremo rappresentante degli interessi della collettività.

6. La concorrenza non può più essere una “religione” quando di mezzo ci sono gli interessi strategici della collettività o i servizi irrinunciabili alla persona. Non si può ridurre tutto a merce, il libero mercato per dare i suoi frutti migliori deve avere dei limiti. Le classi medie e popolari ci vivono immersi nella concorrenza: la concorrenza della conoscenza, del costo del lavoro, dell’età, sia che siano dipendenti o che svolgano attività autonome. Proprio per questo hanno bisogno di vivere in un quadro complessivo che ne tuteli la salute, l’infanzia e la vecchiaia, la formazione, la socializzazione, la fruizione dei servizi pubblici elementari, per non rimanere schiacciati da una competizione sempre più dura e illimitata. Una competizione estrema di cui, peraltro, spesso chi la predica non ne ha mai sperimentato gli effetti sulla propria vita.Il mercato deve tornare ad essere uno strumento utile alla prosperità di tutta la società,  non un idolo da adorare, a cui subordinare ogni cosa, a cui sacrificare il futuro dei giovani, la sicurezza dei lavoratori, la stabilità delle famiglie, lo stato sociale, i servizi pubblici, la solidità delle imprese, in definitiva, la libertà e la dignità dei popoli. Il vero riformismo oggi crediamo stia nella capacità di realizzare un’economia sociale di mercato adeguata a sostenere  l’intensificarsi degli scambi mondiali, ed in questo senso i recenti studi  sulla “responsabilità sociale d’impresa”, se non sono semplicemente un modo da parte delle aziende di pulirsi la coscienza a buon mercato possono qualificare un nuovo approccio al problema della gestione dei rapporti di produzione anche all’interno dell’impresa privata.

7. Naturalmente ciò non significa in alcun modo rimpiangere lo statalismo italiano liquidato a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso con il superamento della logica delle partecipazioni statali. Tale fase, che pure rappresentava all’inizio il generale contrappeso ad un sistema imprenditoriale privato ripiegato su se stesso e sordo alle istanze sociali, era da tempo imploso in una dimensione parassitaria ed antieconomica che è stata uno dei fattori della recessione dell’economia nazionale nell’ultimo quindicennio. Proprio per questo, tenendo al centro l’opzione per la funzione regolatrice dei pubblici poteri, occorre chiedersi se ed in quale misura sia possibile ipotizzare accanto alle tradizionali forme dell’impresa privata e di quella pubblica una terza modalità che si potrebbe definire dell’ “impresa sociale” in cui un ruolo primario spetti ad un movimento cooperativo fedele ai suoi valori di fondo e quindi non impegnato nella mimesi degli aspetti peggiori del capitalismo finanziario (come hanno dimostrato certe recenti escursioni nel settore creditizio), ma attento alle esigenze del mondo produttivo e dei servizi.In effetti, la cooperazione per sua natura tende ad esaltare l’aspetto della “mutualità”, dello scambio alla pari fra bisogno della persona e risorse economiche, superando la dicotomia fra cliente e commerciante per valorizzare il rapporto paritario fra soci. In tal modo la cooperazione non nega il ruolo del mercato, ma ne dà un’altra versione possibile in cui al centro vi sia la persona umana considerata nella concretezza dei suoi bisogni.

8. E’ chiaro che si tratta di un problema in primo luogo politico, nel senso di una politica che sia veramente capace di affrontare i punti nodali delle questioni che si presentano al suo giudizio e alla sua capacità di interpretazione della storia.Un’ analisi non affrettata anche se un po’ schematica ci fa dire che la democrazia, la democrazia moderna come la conosciamo, nata dall’ incontro non sempre armonico fra il sistema di derivazione anglosassone delle istituzioni rappresentative e delle garanzie costituzionali e quello rousseauiano del rispetto della volontà popolare e della promozione dei diritti sociali, sta oggi affrontando la terza delle grandi crisi che l’hanno travagliata nel corso del XX secolo e che evidentemente proietta la sua ombra anche sul secolo successivo. La prima crisi fu quella successiva al primo conflitto mondiale, con quella che fu chiamata l’ irruzione delle masse sulla scena politica e sociale: non fu più possibile per le classi dirigenti dei Paesi occidentali ridurre la decisione politica alla cerchia ristretta delle classi colte ed abbienti, ma si dovette fare i conti con masse operaie e contadine che si erano andate organizzate spesso nell’illegalità. In più, la rivoluzione dell’ ottobre 1917 in Russia aveva per la prima volta dimostrato che l’ impossibile era possibile, e che le idee di Marx potevano uscire dagli scaffali polverosi della British Library facendosi programma e prassi di governo. La seconda crisi è successiva all’ultimo conflitto mondiale, e sfidava i sistemi democratici sulla capacità di rispondere agli accresciuti bisogni sociali a fronte della seducente e radicale proposta dei sistemi del socialismo reale. Fu allora che ebbe impulso la costruzione dello Stato sociale, nato nell’ area britannica e scandinava dall’ esperienza delle socialdemocrazie, che cercava di coniugare la democrazia con i diritti sociali di massa, creando così, come ebbe a dire Beveridge, un “onorevole compromesso” fra democrazia e capitalismo. Fu una fase felice, che coincise anche con la più grande espansione in termini di sviluppo economico e diritti sociali dei Paesi occidentali, i cosiddetti “trentes glorieuses”, che ebbero termine con lo choc petrolifero del 1974 ma che furono rese permanenti dalle strutture di Welfare  sviluppatesi nelle varie realtà nazionali in forme più o meno simili. La terza crisi è quella attuale, che per comodità può essere fatta risalire alla caduta del Muro di Berlino e al trionfo del sistema capitalista in tutto il mondo, travolgendo non solo gli orrori e gli errori del socialismo reale, ma anche i sistemi di welfare del “secolo socialdemocratico”. Il capitalismo nella sua versione globalizzata, basata più sulla finanza che sulle strutture produttive, ha finito per travolgere l’ “onorevole compromesso” di cui parlava Beveridge, imponendo una lettura uniformante dei fatti economici e sociali che ha messo preoccupazioni tradizionali come la piena occupazione, la tutela della salute, la salvaguardia previdenziale agli ultimi posti dell’ agenda politica. Credo quindi che si possa concordare con il p. Sergio Bernal SI, Professore emerito di Dottrina sociale della Chiesa all’ Università Gregoriana, quando afferma che “la globalizzazione si è sviluppata in un vuoto etico dominato dai valori del mercato e da atteggiamenti dei ‘vincenti’ che lacerano il tessuto sociale” e che, fra l’ altro, mettono in crisi i meccanismi tradizionale di rappresentanza democratica consegnando il potere reale a soggetti esterni alla scena politico – istituzionale.

9. Tutto ciò c’ entra con l’analisi di Gallino? Sicuramente, perché nessuno più del nostro autore ha ben chiare le connessioni fra i mutamenti dei macrosistemi economici – che poi emergono anche a livello “micro”- e i passaggi politici in atto, soprattutto quelli che finiscono per attingere alla dimensione della democrazia diffusa. In questo senso credo che il discorso centrale di tutto il testo, che presenta elementi e sfaccettature che richiederebbero un diverso approfondimento, stia nel riconoscimento della conoscenza, anche nella forma della tecnologia , come bene pubblico globale , giacchè, come rileva Gallino, “un livello di formazione culturale limitato è oggi, in misura maggiore che non per le passate generazioni, un fattore drastico di esclusione sociale”. Ciò significa, evidentemente, la riscoperta del ruolo delle politiche pubbliche, a livello globale non meno che a quello nazionale, come fattore di creazione delle condizioni per far progredire questo nuovo statuto della conoscenza. Ciò significa in primo luogo aver chiara la percezione che   la soluzione del problema del digital divide e di tutte le altre forme oggettive di polarizzazione sociale indotta dal gap tecnologico e dall’assenza di conoscenze condivise passa per la strada della politica, intesa come unico soggetto possibile di ricostruzione di percorsi di agibilità sociale e di autentica democrazia in un momento in cui la democrazia medesima è ridotta a delega e, peggio ancora, a delega a mano guidata.

E già questo, come si intuisce, è elemento di riflessione per chi oggi ha responsabilità politiche e non vuole limitarsi alla gestione dell’esistente e spingere oltre lo sguardo,per la tutela e la promozione del bene comune sui diversi terreni che l’attualità ci impone, provando ogni tanto a spingere lo sguardo più in là rispetto al soffocante chiacchiericcio quotidiano.

Anche questi motivi, peraltro, dovrebbero essere alla base della nascita di nuovi partiti.

Trascrizione della relazione di Luciano Gallino

Sono molto contento di essere qui, per questo appuntamento annuale, e, per dimostrare che ci tengo ad essere ogni anno con voi, ho già pubblicato un altro libro, sperando che sia preso in considerazione tra quelli che saranno presentati l’anno prossimo.

Gaiani ha fatto un lavoro eccellente di collegamento fra i temi specifici del libro e un quadro generale che si chiama globalizzazione, crisi della politica, crisi dei sistemi politici ed io condivido molti aspetti della sua analisi, compreso quello di non essere per niente neutrale. Cerco di esaminare i pro e i contro, le ragioni, le perizie, le contro-perizie, ma, ad un certo punto, occorre prendere partito per qualcosa; anche in questo libro, uno dei più tecnici che ho scritto, nell’insieme si vede. Dato che disponiamo di questo quadro complessivo recentemente costruito da Anna Garelli, io toccherei alcuni temi più specifici traendoli dal libro, che non è un libro contro la tecnologia, ma a favore di essa, che potrebbe essere stata, e per certi aspetti è stata, un bene pubblico globale, a fronte del rischio che si possa convertire, in un futuro non lontanissimo, in qualcosa che assomiglierebbe a un male pubblico globale.

Riassumerei la questione in queste poche parole: la tecnologia ha un’ influenza enorme sulle nostre vite, è uno dei fattori che hanno maggiormente condizionato, anche in passato, il mondo in cui siamo cresciuti, la nostra vita, le nostre vite. E’ un fattore dotato di questa enorme influenza, di questo enorme potere, a fronte del quale non è soggetta ad alcun tipo, ad alcuna forma di controllo, o di verifica. Ed il punto critico è appunto questo: in assenza continuata, in assenza prevedibile di verifiche e di controlli democratici, la tecnologia potrebbe ribaltarsi da bene pubblico in male pubblico, male pubblico globale e nel libro esprimo una serie di considerazioni su differenti saggi che vanno in questa direzione.

Nello sfondo globale, lo ripeto poi in diversi capitoli, c’è la constatazione dei grandissimi benefici che la tecnologia ha arrecato a noi e alle due generazioni prima di noi, nell’arco di un secolo. La speranza generale di vita, secondo il metro che si usa, è comunque aumentata intorno ai 25-30 anni nell’arco di un secolo e in questo momento sta aumentando di tre mesi ogni due anni in un paese come l’Italia. E’ un fatto assolutamente straordinario, insperato, insperabile, ancora pochi decenni fa. Godiamo di un livello di vita che non è comparabile con quello che vivevano i nostri nonni da ogni punto di vista e godiamo di quel livello di vita lavorando mediamente 1600 ore all’anno invece di 2500 e consumando meno fatica. Questo fa di noi, quando prendiamo delle decisioni tecnologiche, dei decisori, degli autori sociali altamente razionali, perché, ne siamo consapevoli o no, nello sfondo delle nostre decisioni ci sono quegli score, quali il miglioramento del benessere, l’allungamento della vita, ma anche il miglioramento della qualità della vita, sino ad età avanzata, la possibilità di lavorare a mente, leggere o viaggiare di più, o altre cose del genere. Il rischio è questa nostra forma di razionalità quotidiana, perché moltissime nostre azioni quotidiane sono decisioni di tipo tecnologico: usare questo tipo di registratore, invece di quello, o viceversa, è una decisione tecnologica, lo è anche il cambiare il cellulare, o usare l’auto invece della bicicletta, o la bicicletta invece dell’auto, e mille altre cose del genere. Decisioni micro che, moltiplicate per miliardi in un grande paese come il nostro, e per centinaia di miliardi al giorno, su scala mondiale, costituiscono un flusso di consensi che potrebbe anche ribaltarsi nel suo contrario. La razionalità locale di ciascuno di noi potrebbe anche diventare una sorta, una forma di irrazionalità globale e molti segni, che richiamo in alcuni capitoli del libro, vanno decisamente in questa direzione.

Altre indicazioni più specifiche sui rapporti tra tecnologia e democrazia. Noi, non solo popolazione italiana, ma anche europea e gran parte della popolazione del mondo, siamo oggetto di vari tipi di sperimentazioni tecnologiche senza che nessuno ci abbia consultato e senza che la maggior parte di noi abbia nemmeno una qualche idea di ciò che è veramente in gioco. Nel primo capitolo del libro elenchiamo tre o quattro di questi esperimenti globali fatti a carico nostro senza che nessuno ci abbia chiesto il consenso e poi li riprendo in altre parti.

Ci sono sperimentazioni connesse alle biotecnologie, per essere più precisi alle biotecnologie verdi, ossia agli organismi geneticamente modificati a destinazione alimentare. Molti prodotti OGM, ad esempio, servono ad alimentare animali, che poi fanno parte del ciclo alimentare degli esseri umani, di centinaia di milioni di persone nel mondo. Il primo tipo di impiego delle biotecnologie verdi, cioè la nutrizione degli animali, procede ormai su larghissima scala: nel mondo vengono prodotte centinaia di milioni di tonnellate di mais transgenico che alla fine, in grandissima parte, sono destinati all’alimentazione del bestiame in tutto il mondo, nonostante qualche cautela, qualche freno della Commissione Europea, anche sull’alimentazione del bestiame che arriva poi sulle nostre tavole.

Sono stati piantati milioni di alberi transgenici: questi non finiscono direttamente nel circuito alimentare ma in qualche modo sono ad esso connessi, perché molti processi di fotosintesi, di impollinazione, di migrazione di popolazioni batteriche passano attraverso qualche tipo di pianta, di arbusto, di fiore.

Quando si tocca questo tasto, vengono prodotti fior di rapporti i quali dicono che gli alimenti transgenici sono assolutamente pericolosi; questo da una parte è un’evidenza scientificamente fondata e dall’altra è un’affermazione quasi catastrofica, perché sono stati fatti moltissimi esperimenti e sono stati scritti moltissimi rapporti da autorevoli enti; l’Organizzazione Mondiale del Commercio, come ogni altra organizzazione internazionale, ha i suoi rapporti, la Commissione Europea ne ha prodotti molti, gli istituti nazionali di sanità svolgono le loro verifiche, ma i problemi sono due.

 Il primo è un conto o un livello a tasso zero di nocività o tossicità a medio periodo e su questo le verifiche fatte possono darci tranquillità, ma il fatto è che i geni non stanno fermi, vanno un po’ dappertutto anche negli organismi e non sappiamo, perché non è tecnicamente possibile verificarlo, che cosa succede in moltissime parti del corpo umano, una volta che siamo alimentati con cibi transgenici per un certo numero di anni. Quindi, anche per quanto riguarda nocività o tossicità, va tutto bene nel breve periodo, ma ci sono molte perplessità per un periodo un po’ più lungo.

Cosa ancora più importante è il fatto che i geni modificati e gli elementi più alti della genetica modificata entrano nell’ecologia complessiva dei sistemi che supportano la vita. E i sistemi che supportano la vita di oggi sono i prodotti di 5 miliardi di anni di evoluzione di miliardi di geni differenti. Nessuno è in grado di dire che cosa significhi inserire geni artificiali in un circuito che si è evoluto per conto proprio in 5 miliardi di anni. E’ come mettere un ferretto in un ingranaggio di una macchina complicatissima e constatare che, al momento, non succede niente, ma non si sa bene cosa potrà succedere molto tempo dopo e molto tempo dopo possono essere generazioni, perché l’evoluzione è un meccanismo di per sé retto.

Queste sono opinioni che traggo da rapporti scientifici, perché per ogni rapporto favorevole agli OGM per fini alimentari, quindi non mi riferisco alle biotecnologie in generale ma a questo specifico settore, se ne possono esaminare altri che dicono cose molto differenti, se non contrarie.

C’è un aspetto che richiamo soprattutto nell’ultima parte del libro, che è dedicato alle politiche della scienza, e alle manipolazioni delle informazioni scientifiche. Ad esempio, vi è un rapporto molto recente, credo del 2006 o giù di lì, della Commissione Europea, che, nell’insieme, così come è stato pubblicato e diffuso dalla stessa Commissione, è sostanzialmente favorevole agli OGM per uso alimentare (specifico sempre che di questo parliamo e non di altre biotecnologie che hanno altre finalità, altri problemi); però di questo rapporto esistono diverse versioni con alcuni pareri e capitoli in più e i capitoli, che non sono giunti alla conoscenza del pubblico, sono pieni di riserve, punti interrogativi, incognite, sottolineature, richiami a fare attenzione, inviti ad usare il famoso principio di precauzione.

Intorno a questa tecnologia, come a molte altre, c’è il problema rilevantissimo della verifica democratica, del controllo democratico della condizione, della diffusione, della circolazione della informazione scientifica in modo che le persone possano capire e decidere.

Cito un altro paio di tecnologie sulle quali il dibattito scientifico è molto vivace, meno nel nostro paese, anche se le cose stanno cambiando. Una è quella delle telefonie, dei cellulari fondati sulla radio e quindi sui campi magnetici o elettromagnetici. Se volete andare a vedere che cosa è un campo elettromagnetico, lasciate un telefonino acceso a 10-15 cm di distanza da un computer portatile, provate a fare una chiamata e sentirete come si arrabbia il computer, essendo investito da un campo elettromagnetico, che è il medesimo che investe il nostro cervello, il condotto auricolare e altre parti della nostra testa, ogni volta che lo utilizziamo o riceviamo una chiamata.

Sono state fatte molte ricerche: un’ imponente ricerca danese, che cito, fatta su 400 mila persone, che per 10 anni hanno usato il telefono cellulare, è giunta a conclusioni confortanti: non c’è alcuna evidenza di una relazione tra uso del cellulare e vari tipi di patologie che possono investire il cervello, il timpano o altri tessuti soft del capo e altre cose del genere. Così la questione parrebbe risolta con una ricerca di questa imponenza, di questa durata, ma non è affatto così, sostengono molti esperti del ramo, compreso un gruppo di scienziati italiani che ha rilasciato, circa un anno fa, un’importante dichiarazione, che si chiama dichiarazione di Benevento.

La dichiarazione di Benevento dice due cose: in sostanza non ne sappiamo nulla, non tanto e non soltanto sull’uso personale del cellulare, ma sulla diffusione dei campi elettromagnetici, a causa del fatto che, per arrivare al telefono, bisogna produrre delle onde elettromagnetiche, che girano per le nostre città e per i nostri paesi e che, ad un certo punto, danno luogo ad una comunicazione. La numerosità e intensità di campi elettromagnetici, in presenza anche di innovazioni come la WI FI, nella telefonia, e non solo, ma anche nel settore dei computer, collegati via internet a banda larga senza filo, è aumentata da alcune centinaia di migliaia di volte a circa un milione di volte in città fortemente cablate, nell’arco di 10 anni. Non si è mai visto un incremento di campi elettromagnetici di questa portata e di questa imponenza. Intorno ad essi si sa molto poco. Stiamo tutti volonterosamente collaborando a questo esperimento, non soltanto ogni volta che telefoniamo via cellulare, di per sé una tecnologia di grandissima utilità, ma anche ogni volta che, stufi di avere in casa o in ufficio chilometri di cavi in cui si inciampa, tiriamo giù il computer e altre cose e passiamo a una tecnologia wireless, senza fili, che vuol dire una tecnologia radio, anziché cablata.

Un terzo esperimento, a cui stiamo collaborando senza che nessuno ce l’abbia richiesto, riguarda la famosa privacy, la privatezza. Qui siamo di fronte alla convergenza di numerose tecnologie che hanno come supporto integrato e integrale il web, internet, etc. Le tecnologie sono di molti tipi: ci sono le tecnologie della videosorveglianza con migliaia di telecamere che scrutano in tutte le città, ci sono le carte di identità elettroniche e molte altre carte che recano un chip incorporat. e molte altre tecnologie che rilevano e memorizzano, vuoi su microchips, vuoi su computer di portata e potenza più o meno grande, miliardi di dati personali e le banche dati in cui finiscono questi miliardi di dati personali ogni giorno. Ci sono innumerevoli banche dati, che vanno dall’anagrafe comunale, alle banche dell’INPS, alle banche della polizia, alle banche degli istituti di assicurazione, alle banche dei dati di tipo sanitario e così via.

In America, il noto paese dove succede il peggio che si possa immaginare, ma dove spesso avviene anche il meglio, si è cominciato a pubblicare libri sulla morte della privacy intorno al 1999-2000. Finora il tema è stato accostato da vari punti di vista ma non ancora da quello della convergenza di almeno due dozzine di tecnologie di rilevazione e memorizzazione di dati personali che convergono tutti nel web, che transitano tutti nel web. Il fatto che transitino nel web significa che chiunque, oggi, se trova l’esperto e se è in grado di pagarlo, se trova l’esperto, magari negli Stati Uniti, collegandosi con Sky o, comunque, via internet, può sapere praticamente tutto di ciascuno di noi e usarlo poi nei modi più diversi.

Quasi tutti questi modi violano la privatezza, la privacy, perché noi vorremmo poter gestire i nostri dati personali: uno può essere d’accordo di far vedere la propria cartella clinica al partner e un po’ meno di farla vedere al proprio datore di lavoro, o alla compagnia di assicurazione o a qualche altro soggetto.

Sono nate due industrie dall’incombente morte della privacy; una prima industria è quella della estrazione dei dati, aziende specializzate che, per un pagamento che negli USA può essere di alcune decine o poche centinaia di dollari, permettono di costruire, in 48 ore al massimo, un profilo completo di chiunque di voi, di noi, di me: i libri che abbiamo letto, i viaggi che abbiamo fatto, le persone che abbiamo frequentato, i ristoranti dove ci siamo recati recentemente, le preferenze politiche, le convinzioni religiose, le visite che abbiamo fatto, le medicine che abbiamo acquistato, praticamente tutto, per poterli utilizzare, poi, in vari modi. Negli USA è normale che un datore di lavoro chieda un profilo clinico di una persona che pensa di assumere, che può essere tanto un commesso, quanto, invece, una persona destinata ad un incarico importante. Negli USA il prezzo per una cartella clinica completa o altre cose del genere è di 100 dollari, ma i prezzi stanno scendendo. Negli USA, ricordiamoci, ci sono leggi che risalgono addirittura al ’74-’75 circa il divieto di utilizzare dati depositati, ad esempio, nei computer del servizio sanitario nazionale, per ricerche che non siano scientifiche. Sta di fatto che l’industria dell’estrazione dei dati ha compiuto grandi passi avanti, sfruttando le giunture del web, il cablaggio, naturalmente le onde radio, il wireless, per cui, senza consapevoli politiche tecnologiche in questo campo, l’estinzione della privacy pare essere ormai assicurata.

E’ nata anche una contro-industria, che non ha il peso e nemmeno i fondi della prima, per cui alcuni grandi dipartimenti americani si sono specializzati nelle tecnologie che rendono più difficile e molto più costosa l’estrazione dei dati.

Si può dire, si legge di continuo, che si può fare una legge più stringente, che diventi un po’ più severa, e altri strumenti del genere, ma il problema è la natura stessa delle tecnologie, il modo in cui nascono, si sviluppano e vengono sostenute, tutto sommato, da ciascuno di noi. Perché, ad esempio, lo cito nel libro, uno di questi dipartimenti ha indetto un concorso per aspiranti difensori della privacy e cioè giovani borsisti, laureati o a livello master, ai quali si chiede di proporre un progetto per rendere più sicuro il web (web.0, o, il prossimo, web.com.0). E il bando di concorso elenca almeno 50 punti dove chi conosce il web può in qualche modo captare delle informazioni che, senza nemmeno la necessità di entrare in banche dati, scorrono o nell’area wireless. o attraverso cavi a fibre ottiche. Questo dipartimento segnalava: se volete scrivere un articolo che abbia buone probabilità di essere preso in considerazione, tenete presente che ci sono queste 50 vulnerabilità tecnologiche nel web. Ci vuole altro che una legge per porre rimedio a sviluppi tecnologici di questo genere.

Vorrei concludere semplicemente con due richiami. Uno è il fatto che la democrazia è fatta anche di qualità del lavoro, o dovrebbe essere fatta di qualità del lavoro, lo ha opportunamente sottolineato anche Gaiani prima. Ora, quello della qualità del lavoro è un tema molto vivace, un tema molto discusso, su cui si faceva molta ricerca quando io ero giovane, molti anni fa. I sociologi facevano ricerca, i sindacati se ne occupavano a fondo, c’era un discreto numero di dirigenti e anche di imprenditori che si preoccupavano di offrire agli impiegati, agli operai, ai tecnici e, soprattutto, alle fasce medio basse delle forze di lavoro un tipo di occupazione, un tipo di lavoro che facesse crescere le persone, che sviluppasse la loro intelligenza, che dopo 5 o 10 anni potesse consentire alle persone di dire: beh, conosco qualcosa di più, so lavorare meglio di quanto non sapessi quando sono entrato. Dopo gli anni Settanta questa tematica è sparita, è sparita tra i sociologi, è sparita gran parte della sociologia, ma è sparita come interesse, è sparita nel paese, che deve occuparsi di altro, è scomparsa anche tra i sindacati. Oggi un sindacalista, magari ce n’è qualcuno presente, a proposito della qualità del lavoro, delle mansioni ripetitive, dice: ma dobbiamo occuparci di altro, perché ogni giorno è emergenza, dobbiamo occuparci delle fabbrichette o delle fabbricone che chiudono, non c’è né tempo né energia per la qualità del lavoro.

Ora, l’informatica si pensava fosse, e potrebbe oggi più che mai essere, un potente alleato, un potente fattore di miglioramento e di sviluppo della qualità del lavoro, per rendere il lavoro più intelligente, più professionale, per far crescere le persone, invece di consumarne le competenze.

L’informatica è entrata negli stabilimenti, è entrata attraverso i robot, i sistemi automatici di produzione, i computer, che tanti ora accusano, ma, per quanto riguarda il legame diretto con il lavoro, è entrata sotto forma di computer che sostituisce il cronometrista; una volta c’era il cronometrista, camice bianco, talvolta nero, tavoletta rigida con etichetta all’americana, che cronometrava il movimento e i tempi, li segnava, annotava i peggioramenti o i miglioramenti poi stabiliva quali erano i tempi da rispettare per un certo periodo di cottimo. Quel signore lì è scomparso ed è stato sostituito da un computer per la misura dei movimenti e dei tempi; che non soltanto misura i tempi ma prescrive anche i movimenti e i gesti: non è più il cronometrista, ma è il computer che vi dice: se vuoi afferrare quel bicchiere, questo gesto ti fa perdere tempo e non va bene, devi usare piuttosto questo, o, se sei un destrorso, lo sposti dall’altra parte.

L’informatica è stata utilizzata per produrre marchingegni di questo tipo, mentre dovrebbe essere utilizzata per rendere, per esempio, un po’ più intelligenti, un po’ più democratici, un po’ più partecipativi i lavori, l’occupazione, i posti di lavoro. Non ho in mente la democrazia del bottone, la electronic democracy, la computer democracy, o cose del genere. Prima del bottone da schiacciare vengono i programmi, che possono essere elaborati da singoli computer-persona, che non sono responsabili di nulla nei confronti di nessuno, o possono essere molto più allargati, partecipati o compresi e possono essere oggetti di interventi da parte di molte persone che poi, alla fine, schiacceranno o no un bottone per prendere una certa decisione, ma che hanno capito il senso di quella decisione, perché hanno lavorato alla costruzione del programma.

Concludo con qualche parola sul sottotitolo: conoscenze tecniche e scientifiche come beni pubblici. La conoscenza, di per sé, sembra avere il connotato di bene pubblico, è una definizione degna, una definizione precisa: un bene pubblico è qualcosa che presenta congiuntamente le caratteristiche della non rivalità e non esclusività. Non rivalità nel senso che, se uno lo consuma, un altro non è privato della possibilità di consumare quel bene. E non esclusività nel senso che è difficile vietare a qualcuno di accedere a quel bene. La conoscenza in astratto possiede queste caratteristiche. Se io faccio lezione, se l’ho fatta per diversi decenni, e trasmetto un insieme di conoscenze a 30 o 40 giovani, non per questo ne resto privo: l’ho diffusa, ma le due cose non sono antitetiche. Così come, se una biblioteca è pubblica, è difficile vietare a qualcuno di assorbire la conoscenza dei libri che in essa vi sono depositati.

Quello che sta avvenendo è che in molti ambiti tecnologici e scientifici le conoscenze stanno subendo varie forme di privatizzazione che prendono l’aspetto, prendono la forma giuridica di una esasperazione della protezione della proprietà intellettuale, il che vuol dire che tutto diventa brevettabile. Probabilmente non lo sapete, ma qualcuno dei vostri geni è già stato brevettato e qualche casa farmaceutica potrebbe farvi causa perché usate indebitamente un gene che è stato brevettato da qualche laboratorio sito da qualche parte. E’ qualcosa di più.di una battuta, perché in molti campi, ad esempio nell’uso di erbe, piante, vegetali che hanno proprietà farmaceutiche, sta avvenendo precisamente questo, cioè che qualcosa che la natura ha prodotto nel corso di 5 miliardi di anni è brevettato da qualcuno e quella conoscenza poi viene preclusa ad altri, diventa soggetta a rivalità ed a esclusività, si rovescia nel suo contrario.

(Interruzione, domanda dal pubblico)

Beh, il connubio tecnologia-scienza: la scienza è sempre più tecnologia, la scienza è sempre più incorporata dentro la tecnologia e questo fa sì che, in ciascuno dei punti in cui la scienza è incorporata nella tecnologia, ci sia la possibilità di fare di quel punto un mercato, c’è la possibilità di privatizzare la conoscenza, c’è la possibilità di chiedere a qualcuno che operi al fine di ricavarne un utile. Con situazioni anche paradossali. Ad esempio, ricercatori universitari delle pubbliche università, pagati con il pubblico denaro, compiono una ricerca, che non viene neppure pubblicata, perché ormai si pubblica sempre di meno. Le riviste sono elettroniche, i dati e i modelli vanno in banche dati elettroniche e le conoscenze vengono depositate o in una biblioteca elettronica o in una banca dati elettronica, o in ambedue, e due mesi dopo o sei mesi dopo, quei ricercatori devono pagare a caro prezzo l’accesso alle conoscenze che loro stessi hanno prodotto con pubblico denaro.

Questo fa parte del problema generale della mercatizzazione delle università, il fatto che molti dipartimenti universitari sono diventati propaggini di grandi aziende, per cui gli inglesi hanno coniato, memori di una battuta di Eisenhower, l’espressione “complesso militare caduto in disgrazia”; Eisenhower si era fermato ai militari e gli inglesi, recentemente, hanno coniato questa tripla denominazione.

Il mantenere le conoscenze come bene pubblico e far sì che, ciò che è nato sulla base di investimenti, spese e impegni pubblici, non si trasformi poi in bene esclusivamente privato: ecco un altro grande tema della politica contemporanea, a condizione che questa si renda conto che i nessi tra tecnologia e democrazia sono molteplici, profondi, difficilmente sondabili e, soprattutto, che siamo praticamente all’inizio dell’esplorazione di un campo estremamente vasto.

Ho cercato, con questo libro, di scavare, di coltivarne un piccolo angolo. Grazie.

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