Luigi Bonanate. Anarchia o democrazia.

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Corso di formazione alla politicaUn testo sulla complicata concezione delle relazioni internazionali quello di Luigi Bonanate, nel quale l’autore si chiede se “l’anarchia” o in alternativa l’ “ordine internazionale” siano destinati l’una a ricomparire mentre l’altro a disgregarsi ciclicamente, e a portare il relativo effetto collaterale dell’esplodere di numerosi conflitti.

Anche se la più grande “mutazione genetica” degli Stati del secolo scorso, cioè la dissoluzione dell’Unione Sovietica è avvenuta sostanzialmente senza alcuno spargimento di sangue, consegnando però un mondo post ’89 meno solido del seppur criticabile assetto precedente.

L’attentato alle Torri Gemelle del 2001 ha dimostrato infatti che si era molto lontani all’inizio del terzo millennio dal raggiungimento di una nuova architettura planetaria. Sembrerebbe che le relazioni internazionali non abbiano quasi mai impedito all’ “anarchia” di dilagare, e che gli intervalli di relativa pace siano stati un modesto intermezzo tra le tantissime guerre.

Luigi Bonanate. Anarchia o democrazia.

1. leggi il testo dell’introduzione di Andrea Rinaldo

2. leggi la trascrizione della relazione di Luigi Bonanate

3. clicca sui link sottostanti per ascoltare i file audio mp3

1. premessa di Giovanni Bianchi 09’18” – 2. introduzione di Andrea Rinaldo 20’14” – 3. relazione di Luigi Bonanate 1h16’08” – 4. domande 20’15” – 5. risposte di Luigi Bonanate 25’22” – 6. domande 09’15” –  7. risposte di Luigi Bonanate 15’05”

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Testo dell’introduzione di Andrea Rinaldo a Luigi Bonanate

LA “BELLEZZA” SALVIFICA DELLA   DEMOCRAZIA   NELLA TEMPERIE DELLE   RELAZIONI   INTERNAZIONALI

Uno. Ordine o anarchia

Un testo sulla complicata concezione delle relazioni internazionali quello di Luigi Bonanate, docente emerito presso l’Università di Torino, nel quale l’autore si chiede se “l’anarchia” o in alternativa l’ “ordine internazionale” siano destinati l’una a ricomparire mentre l’altro a disgregarsi ciclicamente, e a portare il relativo effetto collaterale dell’esplodere di numerosi conflitti. Anche se la più grande “mutazione genetica” degli Stati del secolo scorso, cioè la dissoluzione dell’Unione Sovietica è avvenuta sostanzialmente senza alcuno spargimento di sangue, consegnando però un mondo post ’89 meno solido del seppur criticabile assetto precedente. L’attentato alle Torri Gemelle del 2001 ha dimostrato infatti che si era molto lontani all’inizio del terzo millennio dal raggiungimento di una nuova architettura planetaria. Sembrerebbe che le relazioni internazionali non abbiano quasi mai impedito all’ “anarchia” di dilagare, e che gli intervalli di relativa pace siano stati un modesto intermezzo tra le tantissime guerre. Gli Stati moderni sono poi un prodotto storico “artificiale” relativamente recente, mentre le inevitabili disuguaglianze tra gli stessi sono invece un potente motore di attivazione dei conflitti, in questo contesto le parole chiave risultano: guerra, pace e democrazia. Non si può trascurare il significato “oscuro” delle guerre, o meglio quello inquadrato all’interno di un disegno strategico, come quello sintetizzato da Clausewitz “…la guerra non è altro che la continuazione della politica con altri mezzi…[2], cioè come una “parte”, e neanche la più sporca, del lavoro politico. Così si potrebbe arrivare alla paradossale conclusione che parlare di guerra oppure di relazioni internazionali sia più o meno la stessa cosa.

Due. Il “diritto” alla guerra

Quasi tutti gli Stati costituzionali moderni contengono nella loro magna charta istitutiva un riferimento di diritto che limita l’uso della violenza bellica al verificarsi di determinate circostanze, generalmente riconducibili ad una funzione difensiva. Tuttavia l’enorme mole di conflitti succedutesi storicamente parlando, sono lì a dimostrare che via, via, gli stessi potevano essere definiti alternativamente come il “male minore”, oppure come fantasiosamente “preventivi”, “giusti” (naturalmente per entrambe le parti belligeranti), ma quasi mai scoppiati con il solo scopo difensivo. Si pone quindi il problema di definire se un conflitto possa essere “giusto” e moralmente accettabile, oppure se ogni guerra sia di per sé comunque sempre ingiusta. Il docente Saluzzese qui con noi stamattina giunge alla conclusione che nessuna guerra possa essere definita a priori “giusta”, poiché la guerra è sempre un male in sé, tuttavia pragmaticamente si può dire che in certi casi essa possa essere un “male politicamente necessario”, escludendo comunque le fattispecie giustificabili dei conflitti, appunto quelli “soltanto” a scopo difensivo.   Ma il problema è forse anche quello che è molto difficoltoso inquadrare un conflitto all’interno di uno schema interpretativo che per sua natura non può che essere piuttosto rigido e quindi difficilmente applicabile ai diversi casi concreti.   Sulla teoria dei “cicli storici” si potrebbe dire che ci sia sempre stata una certa periodizzazione abbastanza costante degli eventi bellici, che consentirebbe addirittura, secondo il parere di alcuni studiosi, di “profetizzare” l’accendersi del prossimo conflitto mondiale intorno alla data del 2030. Sulla motivazione economica, magari connessa allo sviluppo industriale, tipizzata da certa critica di formazione marxista, il professor Bonanate sembra essere meno convinto, rimandando anche a cause più insondabili ed in parte soggette al caso. Certamente sarebbe piuttosto ingenuo non ricomprendere all’interno delle cause importanti che spingono gli Stati alle guerre, motivazioni che rimandano all’accaparramento di risorse dell’una parte a scapito della parte soccombente, oppure anche semplicemente connesse alla vendita di armi.

Tre. La crisi delle relazioni internazionali dopo l’anomalia dell’ ‘89

Si potrebbe quindi affermare che in un certo senso la pace è quel periodo storico che intercorre tra una “guerra costituente”, che conduce appunto alla costituzione di un nuovo Stato (o alla modificazione di uno Stato precedente), e il successivo evento bellico. L’eccezione notevole a questo schema ricorsivo è stata rappresentata come si diceva dal crollo dell’Impero Sovietico, al quale si deve collegare anche il fatto che la scoperta dell’arma atomica ha in un certo senso reso impossibile il verificarsi di una guerra termo-nucleare globale, pena l’annientamento del genere umano.   Lo schema bipolare coercitivo così come lo abbiamo conosciuto è caduto ma quello che abbiamo di fronte è un’ “età dell’incertezza”, almeno secondo la visione del professore piemontese. La teoria “classica” delle relazioni internazionali indica che la politica interna di uno Stato non dovrebbe influire su quella per così dire “esterna”: ma l’autore del testo che oggi stiamo analizzando non è di questa opinione. Le scelte interne hanno sempre ampie ripercussioni internazionali, persino nel caso della guerra di inizio degli anni 2000 dichiarata dagli Stati Uniti all’Iraq, cioè nel caso di una scelta che non era giustificabile nemmeno sul piano della pratica democratica interna. Il fine della guerra sarebbe poi non tanto la pace come asseriva Aristotele, ma la vittoria e quindi la “legittimazione” dell’ordine internazionale stabilito dallo Stato vincitore. Va da sé arrivare alla conclusione che le decisioni di uno Stato in termini di relazioni “esterne” sono anche la cartina di tornasole della qualità della democrazia interna. E questo fatto a maggior ragione nei tempi “relativamente pacifici” della post-modernità, dei conflitti asimmetrici o dei tumulti interni a Stati che però spesso si autodefiniscono democratici. Si potrebbe anche pensare che per gli Stati democratici impostati sul diritto, i tribunali rappresentino in un certo senso il luogo della “ritualizzazione dei conflitti”, che altrimenti si risolverebbero attraverso pratiche violente. E’ necessario però che vi sia per così dire “l’accettazione della sentenza” impostata sul diritto e non sulla volontà dei più forti, sia della parte vincitrice che di quella soccombente, legittimando in questo modo il potere che regge quel sistema: in questo senso si può dire che il diritto internazionale è parente stretto delle relazioni internazionali. Un quadro internazionale che dall’ ’89 è in crisi ed è, secondo Bonanate, la prima volta che succede, una crisi che non può promettere nulla di buono.

Quattro. Un avvenire incerto

Può darsi una architettura delle relazioni internazionali che non discenda da una guerra della portata tale da distruggere e ricostruire l’ordine precedente? Sembra questa la domanda che ricorsivamente si pone il professore emerito all’interno del suo testo, proprio mentre si assiste da un lato ad una progressiva marginalizzazione di organismi “legittimati” come l’ONU, o all’inconsistenza della politica internazionale dell’Unione Europea, e dall’altro al proliferare di conflitti “a pezzi”, che configurerebbero però il disegno complessivo di una “terza guerra mondiale”, almeno secondo quanto ha affermato Papa Francesco. A questo proposito verrebbe da chiedere se le cose stanno invece come prospettato dal professor Bonanate, cioè nel senso di una “terza guerra mondiale” non combattuta ma già vinta. Cadute le ideologie l’identità motrice delle rivendicazioni sociali passa oggi attraverso le forche caudine della religione e del nazionalismo, e in particolare del presunto “scontro di civiltà” che ne sarebbe diretta conseguenza. E dove la sovranità statuale dovrebbe cedere il passo a quella internazionale, secondo il contenuto di documenti fondamentali come la Carta dell’ONU o la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Ma l’ “intervento” (armato) o come si dice con altro e forse più ambiguo termine, l’ “ingerenza”, può essere moralmente e politicamente accettabile? Poiché la materia è complessa e determinata da numerose variabili l’autore di “Anarchia o democrazia” arriva alla conclusione che la scelta tra ingerenza e non ingerenza, debba discendere dal fatto di considerare quale sia soluzione che avvantaggia il maggior numero di persone. Ma anche in questo caso tale valutazione non è per niente semplice. Dopo l’attacco alle Twin Towers, la “guerra totale al terrorismo”, scatenata dagli Stati Uniti ha invece legittimato la possibilità di una sorta di “ingerenza planetaria”, giacché la democrazia degli Stati più avanzati era stata messa in serio pericolo.

Cinque. Un futuro di pace o di guerra?

Cosa abbiamo davanti? Una prospettiva di pace determinata dalla pratica costante e matura della democrazia, oppure un tempo incerto dominato dall’anarchia e conseguentemente proteso alla belligeranza? Certamente dall’ ’89 in poi la democrazia si è espansa a livello planetario, anche se le sacche di resistenza finalizzate alla conservazione del potere sono ancora numerose. Bonanate sembra suggerirci l’orizzonte di una pace sempre più collegata alla democrazia (pax democratica), forse perché il fine della pace può essere ottenuto quasi esclusivamente con il solo strumento della democrazia. Ma sul concetto di democrazia all’interno di uno Stato non si possono esprimere giudizi assoluti ma soltanto relativi, considerando gli “indicatori” comunemente riconosciuti, giungendo forse alla conclusione che la democraticità è una virtù intermittente. E’ piuttosto assodato invece che un conflitto possa scaturire da uno Stato normalmente democratico, a causa però di scelte politiche non democratiche, come nel caso degli interventi militari in Afganistan ed Iraq promossi negli anni duemila dagli USA. Più Stati democratici uguale più pace nel mondo? Detta così sembrerebbe che la questione delle relazioni internazionali si possa risolvere agevolmente. E’ certo, ci dice Bonanate, che la qualità democratica va richiesta all’interno degli Stati sovrani, mentre quella internazionale sarà il seguito di quanto avviato nelle singole nazioni, in questo senso il professore propone una riflessione differente da quella espressa in merito da Norberto Bobbio. Resta però il grosso tema della possibile manipolazione dell’opinione pubblica, che in certi casi fa passare come scelte formalmente democratiche, decisioni politiche che in nuce non lo sono proprio. Ed anche quello della rappresentanza politica che a volte è soltanto “formale”, poiché laddove la rappresentanza non produce più effetti democratici, la democrazia non è più in grado di difendere la pace. Il “rito di passaggio” a sistemi democratici compiuti è ben lungi dall’essere realizzato nei duecento Stati in cui è organizzato il mondo, perché dipende da numerosi fattori interni ed esterni di difficile composizione, ma dobbiamo anche riconoscere alla democrazia la sua più grande virtù: cioè quella di poter mettere in campo delle politiche senza l’uso della violenza.

Sei. Solo la democrazia ci può salvare

Come uscirne? Dostoevskij asseriva nell’ “Idiota” che la bellezza ci salverà, mentre per il professor Bonanate è forse la democrazia che potrebbe salvarci. Una democrazia che però non può limitarsi alla sola “celebrazione delle elezioni”, che va osservata nella sua qualità che è in grado di esprimere dall’esterno, cioè dal sistema internazionale, poiché è da questo livello che essa può contribuire a rendere effettive le transizioni democratiche degli Stati. Non si dà la democrazia senza pace, e la democrazia non è soltanto un fatto interno dei vari Stati: che uno Stato sia democratico ha effetti anche sugli Stati ad esso vicini e meno vicini. La democrazia statuale è condizione spesso correlata a numerose variabili di tipo esclusivamente internazionale, perciò – dice Bonanate – democratico è bello, ma è meglio se è internazionale, consenso popolare e dimensione internazionalistica si tengono insieme. Quindi una relazione tra l’aumento degli Stati democratici e la diminuzione dei conflitti è possibile stabilirla. Il “giocattolo” però si è rotto con le guerre innescate dai fatti terroristici negli USA del 2001, ma a questo proposito c’è probabilmente da domandarsi quale sia oggi lo stato della salute delle democrazie occidentali più avanzate e non soltanto se il binomio pace-democrazia sia imperfetto. L’interdipendenza mondiale (qualcuno la chiama globalizzazione) è sempre più evidente e assomiglia sempre di più a quanto rimato dal poeta inglese Thompson “…chi coglie un fiore, disturba una stella…”, è compito della politica democratica stabilire forme durevoli di convivenza pacifica. La caduta delle ideologie (specialmente di quella del socialismo reale) non ha semplificato il campo, che invece si è ulteriormente densificato, magari di contenuti integralisti: la terra, le risorse, la costruzione di uno Stato, sono ancora elementi che sono in grado di scatenare guerre. Di fronte a questi scenari – dice Bonanate – l’unica via immaginabile è quella della democrazia. Ma basterà una predisposizione alle pratiche democratiche dei cittadini e degli Stati a garantire la pace, a comprimere l’ homo homini lupus, e a confutare perciò la tesi di quegli studiosi, come si direbbe oggi “gufi”, che preconizzano attorno al 2030 la data di accensione di un nuovo conflitto armato planetario?

[1]                  Luigi Bonanate, Anarchia o democrazia, Carrocci editore, Roma, 2015.

[2]                  Clausewitz K. Von, Della guerra, Mondadori, Milano, 1970 (ed. or. 1832).


Trascrizione della relazione di Luigi Bonanate

Troppa grazia, Sant’Antonio! Invece c’è troppo. Io non penso di essere in grado di toccare tutti i punti che sia Giovanni Bianchi, sia Andrea Rinaldo hanno affrontato perché sono praticamente tutta la storia della mia vita professionale, quindi difficilmente posso riassumere 45 anni di lavoro in questo modo. Certo, se tutti i miei libri avessero avuto un riassunto, una sintesi come quella che hai fatto tu adesso, beh mi avrebbe agevolato moltissimo, anzi se vuoi te ne mando qualche decina e penso che magari un po’ per volta…

In primo luogo grazie dell’invito, complimenti per la struttura organizzativa, cioè non il solito vecchio professore che arriva, fa la sua chiacchierata e poi se ne va, e invece in questo modo mi sembra molto più interessante e fecondo.

Io incomincerei dal dire, se tu hai concluso con il riferimento a Dostoevskij, a questa frase straordinaria di questo personaggio ancora più straordinario che è il principe Myskin nell’Idiota, e quindi si potrebbe dire che basterebbe leggere l’ultima riga di questo libro, io aggiungerei che converrebbe leggerne almeno un’altra, che è invece la prima, o meglio neanche la prima, il titolo del primo capitolo che dice: “C’è del nuovo nella società internazionale”, puntini, puntini, puntini.

Ecco, questo libro è dedicato al tentativo di capire primo, se sia vero che c’è del nuovo, se c’è che cosa sia, qual è lo scontro tra il vecchio e il nuovo e via discorrendo. Purtroppo come tutti i miei scritti sono sempre un po’ troppo astratti, un po’ troppo faticosi, questo è il libro più piccolo che ho scritto nella mia vita ed è consistito proprio nel tentativo di, se posso dirlo scherzosamente, è stato il tentativo di spiegare a me stesso che diavolo pensavo della realtà internazionale. Così anch’io d’ora in poi ho una piccola sintesi per sapere bene che cosa devo pensare. Aggiungerò, e questa è una piccola lezione al sottoscritto che arrivato alla sua tenera età ne deve ancora subire, che questo libro qui è andato in ristampa dopo poche settimane ed è la prima volta che capita a un mio libro. Qualcun altro è stato ristampato, ha avuto successo, ma questo è il libro che ha avuto il successo più immediato. Il che ovviamente non solo mi ha fatto piacere, ma mi ha fatto anche pensare che se mi fossi fatto furbo un po’ prima avrei saputo, non tanto per il successo, ve lo dico francamente, ma per la capacità di diffondere delle ide, di aprire dei dibattiti, di discutere. Di questo libro ho già parlato un mucchio di volte ed è uscito a settembre, ottobre scorso, non mi ricordo più. Questo vuol dire che ci sono dei modi migliori di quelli che ho adottato in tanti anni per fare questo lavoro.

Allora, le vostre due introduzioni hanno toccato, come vi dicevo, una quantità grandissima di temi. Facciamoli girare tutti intorno all’idea di democrazia, anche se il nesso democrazia-guerra, perché io ho sempre parlato del nesso democrazia-pace però è evidente che uno potrebbe giocarci cambiando uno dei due termini dicendo democrazia e guerra, o democrazia o guerra, naturalmente, perché in fondo parlare di guerra e parlare di pace è lo stesso, non dal punto di vista etico, ci mancherebbe, ma il mondo è fatto di quelle due cose lì.

L’obiettivo fondamentale che io in 45 anni ho perseguito è stato: cerchiamo di far capire a tutti, ma non lo dico con presunzione, assolutamente, ma come missione se mi passate il termine, di far capire bene a tutti che la politica esterna è più importante della politica interna. Non succede nulla nella politica interna di qualsivoglia paese che non sia deciso, condizionato, imposto, voluto dalle dimensioni internazionali nelle quali il singolo stato si trova a vivere. Come dire: la politica internazionale è più importante della politica interna.

Che poi nella nostra vita quotidiana per infinite ragioni noi seguiamo molto di più la politica interna perché ci tocca tutti i giorni, fa parte della nostra situazione esistenziale, è ovvio. E questo ci fa perdere un pochettino di vista la dimensione internazionale che poi per natura è più intermittente. Mentre di politica interna abbiamo tutti i giorni da leggere, o parlare, perché la produzione di vita politica interna è quotidiana, ma la produzione di vita politica internazionale, che pure è la stessa cosa, è ovvio, non appare a nessun livello della comunicazione planetaria, non appare con la stessa frequenza. Questo che cosa significa? Significa che ogni volta che succede qualche cosa di importante sulla scena internazionale per noi è come se fosse una cosa improvvisa, come un temporale, come un terremoto. Oh perbacco, adesso c’è questo problema.

Bene, io sono sicuro, e magari nel dibattito cercherei di convincervi, che non esiste nulla di spontaneo e automatico nella vita internazionale, ma che è sempre il prodotto di un’attività umana, volontaria, deliberata, ragionevole, cioè fondata su una ragione, che sia o no di quelle che piacciono a ciascuno di noi, ma questo è un altro discorso.

Tu hai usato giustamente una parola che però non so se l’hai usata nello stesso senso mio quando hai parlato di artificio e di artificiosità. Io insisto moltissimo nell’uso della parola “artificio” perché tutta la realtà che noi costruiamo e in cui viviamo è artificiale, ma la parola artificio non è una brutta parola, non è artificio di contro alla natura, la natura mica possiamo farci niente, possiamo solo guardarla ma questa è un’altra dimensione che lasciamo da parte.

Ma tutto è artificio, cioè costruzione nostra, siamo noi che facciamo sì che il mondo funzioni come va. E quindi quando c’è la guerra non è colpa, poi toccherò magari più seriamente il problema, non è colpa dello scontro di civiltà o del fatto che Saddam Hussein era cattivo, queste sono solo le forme di emersione delle punte degli iceberg di grandi problemi. Ma i grandi problemi sono a loro volta continui, diuturni. Un altro esempio banale ma significativo: hai ricordato, stavo per dire un’altra parola, la bugia relativa alle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein che è stata la giustificazione che ha portato… Ma vi ricordate quella scena terribile del segretario alla difesa statunitense, come si chiama? Powell (alla mia età i nomi spariscono in continuazione, funzionano in modo artificioso anche loro), che di fronte al Consiglio di Sicurezza dell’ONU dovette raccontare un cumulo di menzogne veramente grottesche e ridicole perché l’unico stato al mondo che disponeva, e dispone, di armi di distruzione di massa sul pianeta si chiama Stati Uniti, l’unico paese al mondo che è tecnicamente in grado, non retoricamente, o propagandisticamente, ma l’unico stato al mondo che è in grado di scatenare e di condurre un conflitto nucleare sono gli Stati Uniti.

Questo, per esempio, già vi può aiutare a sorridere, se ne siamo ancora capaci, di fronte alle uscite di quel personaggio di cui mi sono sempre rifiutato di impararne il nome, del nuovo capo di Stato della Corea del Nord. L’altro giorno si è fatto anche fotografare di fianco alla bombetta, io preferisco di gran lunga la fotografia di fianco a una bella ragazza. Pazienza, il mondo non va allo stesso modo per tutti.

Capite, che questo vi fa capire che quando per la Corea del Nord, per l’Iraq di Saddam Hussein e così via, la dimensione nucleare non è che non esista, ci mancherebbe, se succederà mai qualche cosa che assomiglia alla guerra, a un certo punto si arriverebbe, o si arriverà, anche a quello, ma non è più oggi. Tra l’altro, la bomba atomica non è mai stata uno strumento di vittoria militare, è stata sempre uno strumento di vittoria politica perché per 45 anni la bomba atomica è stata usata come lo spauracchio, la minaccia che veniva ventilata giorno per giorno . Molti di voi sono di una certa età, lasciatemi dire, noi siamo cresciuti e vissuti nella propaganda dell’equilibrio del terrore; negli anni Sessanta ci dicevano che ogni giorno poteva scoppiare una guerra nucleare. Erano tutte, questa volta fatemelo dire, balle, erano tutte frottole propagandistiche costruite consensualmente da Stati Uniti e Unione Sovietica. I dirigenti dei quali due paesi sapevano perfettamente che non si sarebbero mai fatti la guerra, ma per una ragione semplicissima: il risultato di uno scontro nucleare tra i due paesi sarebbe consistito in un 6-0, 6-0, 6-0. Tra l’arsenale nucleare statunitense e l’arsenale nucleare sovietico c’era un abisso. Un paese aveva delle armi che funzionavano abbastanza bene, non perfettamente, ma bene; l’altro paese aveva delle armi che non funzionavano. Ora, far funzionare un’arma voleva dire vettori e missili essenzialmente, bene. I missili sovietici non beccavano un bersaglio neanche grande come la città di New York; i missili americani beccavano a 10 mila km di distanza una moneta da un centesimo. Fatevi i conti e chiedetevi se ci potesse essere partita tra loro. Questo vuol dire che la minaccia della guerra è stato uno strumento fondamentale di governo per mezzo secolo.

Ed è per questo che per me è così importante l’89. E ci arrivo subito. Ma consolidiamo il primo passaggio del nostro argomento. La consapevolezza internazionalistica è il principio dal quale noi dobbiamo cercare di muoverci sempre. Ma non meccanicisticamente. Renzi ha mosso un dito, dunque c’è una ragione internazionale lì. Dobbiamo essere naturalmente un pochettino più elastici e apprezzare maggiormente un senso della complessità e della globalità della realtà, ma non dimenticare mai che… Facciamo una volta una citazione del mio grande maestro, un signore che si chiamava Norberto Bobbio, non so se l’avete mai sentito nominare, il quale pur dissentendo quasi totalmente da me, e io da lui, su questi argomenti, in un suo saggio scrive: “La politica interna è oggi più che mai determinata dalla politica internazionale”, sembra che abbia letto il Bonanate, “e dalla costellazione di interessi delle potenze egemoni, tutti gli argomenti che si vogliono addurre per sottolineare la ingovernabilità delle democrazie appaiono quasi irrilevanti di fronte alla ingovernabilità del sistema internazionale”. Come dire, se è ingovernabile la politica interna, la ragione non sta all’interno ma sta nell’ingovernabilità del sistema internazionale. Beh, qualcosa deve aver evidentemente capito anche lui.

Questo mi porta, seguendo evidentemente se non mi sono sbagliato, lo schema della tua presentazione, a parlare subito di questa svolta straordinaria che è rappresentata dall’89, dal nostro ’89 che, se mi lasciate essere per un secondo un po’ enfatico, è la seconda data più importante della storia del mondo moderno ovvero, quando dico questo intendo parlare dal XVI secolo in su, che sono tra l’altro, e questo è un dato da ricordare a futura memoria quando parleremo di guerre, che è lo stesso pacchetto di secoli a partire dal quale l’Occidente ha dominato il mondo. Non ho detto governato, ma dominato il mondo.

Così che, poi ricordiamoci dopo di riprendere il punto, se un giorno l’Occidente perdesse la sua capacità di dominare il mondo, beh, non ci sarebbe neanche troppo da recriminare, perché dopo che hai dominato per cinque-sei secoli tutta la vita produttiva, scientifica, culturale, materiale insomma del mondo, dopo sei secoli che comandi, beh, ragazzi, lasciate che poi ci provi qualcun altro.

Perché è così importante il nostro ’89? L’89 della Rivoluzione francese che cosa fece? Ovviamente adesso vado con l’accetta. L’89 della Rivoluzione francese trasformò i sudditi, perché tutti tolti pochissimi erano i sudditi, e li trasformò in cittadini. Cosa voleva dire? Mentre i sudditi sono tutti schiacciati sotto il sovrano, i cittadini sono tutti uguali. Naturalmente, questo in teoria, sappiamo benissimo che poi le cose per ora non sono andate proprio così, ma il fine della Rivoluzione francese era esattamente questo: liberté, egalité, fraternité. Siamo tutti uguali, è così. Da quel momento in poi si disse che sarebbe potuto iniziare il grande e grandioso cammino della democrazia. È evidente che non si poteva neanche immaginare di costruire dei sistemi democratici prima che non ci fosse una eguaglianza tra i cittadini, ovvero con i cittadini. La vicenda dello stato democratico, nazionale, e di tutte quelle cose che partono da lì, dal 1789, le lasciamo lì perché sono per noi soltanto un punto di confronto.

Andiamo al 1989. Il 1989, ed è lì che, secondo me, finisce la terza guerra mondiale, quella che io chiamo terza guerra mondiale, non combattuta ma vinta. In questa formula cioè la terza guerra mondiale sarebbe stata la guerra fredda, ma ovviamente io qui facevo, e faccio, un ragionamento di tipo suggestivo metaforico: la terza guerra mondiale sarebbe stata questo braccio di ferro tra Stati Uniti, tra Occidente, tra sistemi liberal-democratico-capitalistici e il comunismo reale di matrice sovietica. Che finisce con una vittoria perché uno dei due sistemi non soltanto è sconfitto, ma pensate alla straordinarietà assoluta di questo evento. A differenza della Rivoluzione francese dove, anche se magari non ci dispiacque troppo, ma tagliammo una grande quantità di teste sotto la ghigliottina, a migliaia, l’89 ha prodotto la scomparsa dell’Unione Sovietica con 4, 5, 10 vittime di incidenti di frontiera in Lettonia, ma cose da niente.

L’Unione Sovietica in primo luogo nell’89, il 9 novembre, rinuncia all’impero e dice agli stati satelliti alleati: ragazzi,siete liberi. L’apertura del varco sul muro e tutto quello. Naturalmente, parliamo sempre per simboli e per sintesi, ovviamente. La seconda cosa che l’Unione Sovietica fece che cosa fu? Fu suicidarsi: voi sapete che sulle carte geografiche l’Unione Sovietica non c’è più, sì c’è un’altra cosa ovviamente, non è che si cancellano i territori, ma questo che cosa vuol dire? Che l’Unione Sovietica è stato il primo stato nella storia che si è auto-eliminato dalla scena internazionale senza essere passato attraverso lo scontro finale. Era il secondo stato potente più armato e tuttora uno dei più grandi dal punto di vista territoriale del pianeta. Avrebbe potuto gettare nello scontro per difendere la sua sopravvivenza delle forze immense. Del resto nella seconda guerra mondiale lo fece, pagò un prezzo altissimo, e per fortuna che lo fece, non il prezzo ma la sua resistenza, perché chi ha fermato Hitler per primi sono ben stati i russi.

Ma nessuno stato al mondo aveva mai accettato una sconfitta senza combattere fino all’ultimo uomo. Ecco dunque che per questo, secondo me, noi siamo in quel momento di fronte a quella che io ho sempre chiamato una mutazione, una mutazione genetica che però ha due possibili letture: una di tipo ottimistico, potremmo dire: perbacco, si possono vincere le guerre anche solo digrignando i denti; il che rispetto alla storia delle guerre del XX secolo, 8 milioni di morti nella prima guerra mondiale, 50 milioni di morti nella seconda, e poi asciamo gli altri milioncini sparsi qua e là negli anni della decolonizzazione e di tanti altri conflitti, uno potrebbe anche dire: perbacco, meglio la guerra virtuale che la guerra vera.

Ma d’altra parte potremmo anche dargli una coloritura in qualche modo ottimistica. Potremmo anche ribaltare il discorso e dire: ma no, perbacco, le mutazioni, la parola mutazione raramente è foriera di buone notizie. Se mi permettete un esempio un po’ sgradevole ma insomma, siccome ci sono anche passato attraverso e sono vaccinato, lo posso dire: la mutazione genetica di solito è quella della mutazione delle cellule e quindi della composizione strutturale di un certo soggetto e di una certa entità. Il cancro che viene alle persone è una mutazione genetica. Allo stesso modo noi potremmo dire: ma non abbiamo causato una mutazione genetica del nostro ordine? Ed ecco la parola iniziale di questo libro: anarchia.

La parola anarchia potremmo dire è la parola più importante, non la più usata, ma la più importante di tutta la storia teoretica della disciplina. Il concetto di anarchia ha dominato, a partire dalla formazione degli stati moderni, quindi appunto dal XVI secolo come dicevo prima, tutte le analisi teoriche, e quindi poi applicative, delle relazioni internazionali.

Non ho fatto prima una piccola precisazione. Amici miei, io magari stento un po’ a carburare, ma poi non mi fermo più, quindi sono pericoloso, dovete contenermi, anche perché ve lo posso rivelare con assoluta serenità, a me quello che ho fatto, il mestiere che ho fatto nella vita, quello che sto facendo, quello che spero di fare ancora per trenta-quarant’anni, è una cosa che mi ha sempre affascinato e divertito moltissimo per cui io potrei passare giorni, notti, anni a discutere di questi argomenti con grande piacere. Quindi fate attenzione, io vi avevo avvertiti.

Anarchia, stavo dicendo. Dunque, qual è la ragione per cui io dapprima vi ho invitati a recuperare il rapporto tra interno ed esterno, cioè tra dimensione internazionale e dimensione interna? Proprio per contrastare il successo trionfale del concetto di anarchia. Cosa vuol dire anarchia, non dal punto di vista lessicale naturalmente, ma nei nostri termini? L’anarchia internazionale è stata sempre considerata come la condizione naturale, permanente e immodificabile della vita dei rapporti fra gli stati. L’argomento che poggia le sue radici culturali nel pensiero di Hobbes, di Thomas Hobbes, ma è un pensiero che domina la teoria politica, la filosofia politica dei secoli passati, era molto semplice. In Germania a un certo punto si rendono conto della insostenibilità della vita anarchica per cui, a un certo punto, si misero d’accordo (naturalmente, questo è un modello teorico, quello che Hobbes racconta), ci si rese conto che bisognava trovare una soluzione, mettersi tutti insieme e trovare una soluzione per convivere così. Questa è quella che Hobbes chiama la società civile nella quale tutti i consociati conferiscono il loro potere naturale a una persona sola che è il sovrano, il quale da quel momento in poi non è che diventa più ricco, diventa responsabile del benessere di tutti i cittadini e concittadini. In cambio: la pace. Uno comanda e tutti vivono pacifici. Naturalmente poi, noi aggiornammo questa idea dicendo: il sovrano non è soltanto una persona, a definire chi è il sovrano si può anche arrivare a definire altre persone, ed ecco che nascerà poi la versione democratica di tutto ciò. Nasce il popolo sovrano, non soltanto il sovrano perché è figlio del sovrano precedente, ma la sovranità che può essere ben distribuita tra il popolo.

Ma conclude Hobbes, e lo dice in modo veramente scultoreo: tutto quello che noi possiamo predicare sui rapporti intersoggettivi tra i cittadini, non può essere applicato ai rapporti ai rapporti fra gli stati per la semplice ragione che gli stati per definizione o sono sovrani o non esistono in quanto individualità. Ogni stato che sia in grado di agire è uno stato sovrano. La conseguenza di questa distinzione qual è? Mentre dentro lo stato si può raggiungere la pace, nei rapporti fra gli stati la pace è impossibile, ben che vada sarà un intervallo tra una guerra e l’altra; può essere un intervallo breve, un intervallo lungo, come vogliamo, ma la condizione naturale, permanente, oggettiva della vita internazionale è la guerra.

Io ho passato tutta la vita a contrastare, potrete pensare che ho sprecato un po’ del mio tempo, ma cosa volete, ho incentrato tutta la mia analisi teorica delle relazioni internazionali nella contestazione di questo presupposto, cioè del fatto che la vita internazionale sia strutturalmente e inevitabilmente anarchica.

Perché? Primo: non c’è nessuna ragione in base alla quale ciò che noi desideriamo possa succedere dentro lo stato, non possiamo essere interessati a far sì che sia realizzato anche al di fuori dello stato in quanto tale, ma più che altro far finta che le guerre non ci siano e che non ci siano mai state, ci mancherebbe, ma ditemi voi se per dare un senso alla guerra, all’idea di guerra, possiamo accontentarci di dire che la guerra ci viene mandata da Dio, dalla natura…

Parentesi: fatemi fare la mia solita birichinata, ma che faccio con grande piacere perché si tratta di contestare, di cercare di tirar giù dal suo piedistallo il più importante intellettuale italiano del XX secolo, tale signor Benedetto Croce, il quale cent’anni fa, e anche prima, nel ’12, nel ’13, prima che scoppiasse la grande guerra, scrive delle parole indegne e vergognose su che cosa sia la guerra. Però, nonostante ciò, lui lo fa dal ’12 al ’27–’28, quindi sia in guerra, sia in pace. Nonostante questo, Benedetto Croce appare come il grande maestro della cultura italiana del XX secolo. Ebbene, Benedetto Croce se ne esce bel bello dicendo: ma che la guerra sia morale o non morale è la stessa cosa, perché chiedersi perché scoppiano i temporali e i terremoti, la guerra è natura. Questo dal punto di vista della teoria etica è una cosa pazzesca, è un’affermazione di una gravità perché certamente nessuno di noi ha mai pensato di andare a cercare di impedire i terremoti, prevenirli, conoscerli, è ovvio. Ma sappiamo benissimo che la forza del terremoto è natura. Un temporale, chi mai ha mai potuto impedire un temporale? Israele è arrivato fino a far spostare le nuvole, ma sul serio, Israele ha imparato a far piovere quando non ci sono le nuvole su Israele a danno dei paesi vicini. Non è una favola, è proprio realtà: modificando le condizioni di pressione e così via di determinati ambienti si realizza anche questo.

Dunque, dicevo, la guerra non è natura ma artificio, cultura, è frutto del nostro lavoro, dunque la ricostruzione del mio argomento incomincia da questo: se le guerre esistono non possiamo pensare che siano soltanto la conseguenza della stupidità, della malvagità, del caso e così via, ma devono avere un fine. Le guerre, mi pare che tu l’abbia ricordato molto profondamente prima, le guerre hanno per scopo la vittoria. Potete dire: cavolo, è arrivato da Torino, o da New York, per dirci una cosa così banale! Amici miei, è tutt’altro che banale. In che senso? Tutti lo sapevamo che nessuno va in guerra per perdere, in guerra si va per vincere, ma il problema non è la vittoria in quanto tale, ma qual è l’uso, qual è la funzione delle vittorie? È quella di stabilire chi da quel momento in poi governerà l’ordine internazionale.

Tutti sappiamo, credo, che quando finisce una guerra, lasciamo stare se tra due stati o tra due coalizioni, di solito le grandi guerre sono guerre tra coalizioni, tutti sappiamo che in guerra uno vince e uno perde. Allora, è mai possibile come la teoria dominante delle relazioni internazionali scrive da sei secoli che finita la guerra tutto ricomincia come prima? Non è vero, non voglio neanche fare grandi ragionamenti teorici, non è vero perché c’è uno che ha vinto e uno che ha perso e non potremmo mai spiegarci o ammettere che lo sconfitto viva bene come il vincitore. Allora, fuori dalla banalizzazione dell’argomento, a cosa serve la vittoria? Serve a costruire un nuovo sistema di ordine internazionale, ordine che è la parola esattamente contraria a quella del titolo, dell’anarchia. Le guerre non servono, le guerre sono il momento anarchico. Quindi capite, io ribalto completamente il discorso, mentre da Hobbes in poi si dice la vita internazionale è anarchica e poi ci sono le guerre, io dico esattamente il contrario: la vita internazionale è ordinata, non pacifica sia ben chiaro, è ordinata; a un certo punto, e poi lì si può andare a studiare più da vicino, quell’ordine viene contestato, messo in discussione da parte di qualcuno il quale di solito, a un certo punto, attacca e fa la guerra e poi chi la vince che cosa fa? Stabilirà le nuove regole della convivenza internazionale.

Naturalmente, non si arriva a quel diritto internazionale che hai evocato e che serve a gestire l’ordinaria amministrazione, ma neanche tanto, voi pensate soltanto alle norme sulla gestione dei conflitti armati, ci sono fior fiore di straordinarie convenzioni, in particolare le quattro famose convenzioni di Ginevra del ’48, e poi con gli aggiornamenti del ’77, che riguardano i feriti, i malati, i tipi di bombardamento… Ci basti sapere che non esiste stato che non abbia violato una o tutte queste convenzioni. Non solo gli stati cattivi, gli stati arretrati, no, tutti. Ma proprio tutti.

Dunque, la vita internazionale è una vita di ordini internazionali che si succedono nel tempo, possono durare poco, possono durare tanto, dico a lui, soltanto a lui per ora, perché poi dovete seguire me e di questo passo si arriverà tra un secondo al discorso dei cicli che diventa centralissimo a quel punto. Ho detto della successione di ordini internazionali, dunque qual è la legge della successione? E questo è l’altro punto.-

Tutto bene? Mi seguite, siete stufi? Non ancora? Io no, ma voi non lo so. Il programma qual è? Io smetto verso mezzanotte, poi voi? Di solito c’è il dibattito, domande? A che ora dovete chiudere?

Voce dal pubblico: Ma ci sarà la guerra negli anni Trenta o Quaranta?

Se l’ho ipotizzato io? Dunque, se mi permette le rispondo tra un attimo perché toccherò questo punto che è proprio quello del futuro. Ecco vorrei soltanto dire a chi… Se voi dovete andar via, vi perdereste una notizia importante. È un trucco per tenere il pubblico attento, però questo è un argomento serissimo che toccherò suppongo verso la conclusione.

Tutto ciò, comunque, ci porta a renderci conto che la vita internazionale è una vita totalmente e completamente politica. Non esiste una alternativa. Per esempio, Cicerone, in modo forse un po’ retorico, diceva: Inter arma silent leges, che era come dire quando scoppia la guerra, ragazzi, non ce n’è più per nessuno, che è profondamente vero sul piano morale: togliamoci dalla testa che quando si combatte si possano accogliere principi morali. Tu l’hai detto giustamente, anche se l’hai detto in modo più neutro: non esiste una guerra che non sia da condannare, non esiste la guerra giusta, la guerra è ingiusta per definizione, per il semplice fatto che consiste nell’uccidere degli esseri umani per non essere uccisi. Quindi, è una lotta per la sopravvivenza, diciamo così, assoluta e totale. È chiaro che non può essere sottoposta a giudizi di bene o di male, di giusto o sbagliato, è la lotta per la sopravvivenza.

Mi permetto di prendermela anche con Sant’Agostino, San Tommaso, e così via, di questo; però, badate, è vero: il problema della guerra non è la guerra giusta, ma è la guerra, la quale guerra è politica. Dunque, questa mattina mi sono tolto, mi sono guastato l’alba, io mi alzo molto presto al mattino verso le cinque e, anche se credo che si tratti di un giornale in via di soluzione, un quotidiano torinese che fanno da un po’ di anni, si chiama La Stampa, leggo qui sopra, che diventerà verosimilmente, prossimamente, La Stampa Repubblicana o forse La Repubblica Stampata, qualcosa del genere, leggo un articolo, cito questo prendendo due piccioni con una fava sola, un articolo che appunto, mette in discussione il rapporto tra la guerra e la politica. Si tratta di un articolo di un signore che si chiama Domenico Quirico, che è quel giornalista, badate rispetto la vicenda, la persona, la sua tragedia, ci mancherebbe, fatto prigioniero, preso in ostaggio, trattato come fu trattato, questo è ovviamente più che rispettabile. Ma da quel momento in poi Quirico pubblica su La Stampa, e allora mi rivolgerei al direttore, lui può aver perso tutti i freni inibitori che noi possiamo immaginare giustificatamente, ma un direttore di un quotidiano non può permettere, o se lo permette vuol dire che concorda con una certa convinzione del mondo, che è esattamente quella al contrario di cui sto parlando io.

L’articolo inizia così: “La pace è diventata solo un armistizio, lo stato naturale è la guerra, un specie di cancro che assorbe tutte le forze vive, occupa tutti gli spazi, schiaccia la vita, è così solo che quando ce n’è troppa, allora diventa monotona come la pace”. A parte il delirio stilistico di questa frase, vi ho detto due piccioni con una fava: uno per farvi vedere che discutere del rapporto fra politica e guerra è importantissimo perché si possono dire delle cose di una volgarità immensa e quindi va contrastato. Secondo: ci rendiamo conto di quanto siano importanti i giornali, o meglio diciamo la comunicazione? Oggi il nostro mondo è il mondo della comunicazione. C’è sempre stata la comunicazione, ma una volta circolava tra qualche migliaia, poi tra qualche centinaia di migliaia di persone. Dopo la seconda guerra mondiale siamo arrivati ai milioni, adesso siamo arrivati ai miliardi di persone coinvolte nella comunicazione.

La comunicazione comunica dati di fatto o comunica modi di ragionare sui fatti? Ovviamente, sappiamo già tutti la risposta a questo. E la comunicazione, chi gestisce la comunicazione non lo fa né perché è un benefattore dell’umanità, né perché non sa che cosa fare d’altro delle sue quattro ossa, lo fa perché sta obbedendo o sta perseguendo un certo progetto di diffusione di certe idee. Anche da questo punto di vista dunque il dopoguerra, cioè la fine di una guerra, la vittoria di una guerra, è il momento nel quale la comunicazione internazionale si impone e comunica quali sono i valori, i giudizi, i comportamenti che gli esseri umani devono tenere.

Dunque, la guerra e la pace non sono delle cose che arrivano da sole per caso, non dico per sbaglio, ci mancherebbe, ma perché esiste questo tipo di struttura di ordine. Questo io cerco di comunicare, ma se qualcuno poi non è ancora troppo stufo di sentire il mio nome, gli darei un piccolo consiglio per risparmiare vuoi nell’acquisto del libro, vuoi nella cultura. Nel primo capitolo che sono 10-12 pagine, credo, cioè è molto corto, c’è parola per parola tutto il Bonanate pensiero, nel senso che è chiaro che in quelle poche pagine ogni parola pesa tantissimo perché è la quintessenza, nasconde un ragionamento che ci sta dietro.

Il punto centrale di questo capitolo centrale, anche se non è al centro ma all’inizio, è il seguente: gli stati sono delle cose artificiali, non esistono stati in natura, sono artificiali e sono tutti diversi tra di loro, uno grande, uno piccolo, uno a nord, uno a sud, uno ha il petrolio, l’altro ha l’oro, uno ha il rame, l’altro non ha nulla, uno ha l’acqua e l’altro no, uno è freddo e l’altro è caldo, insomma gli stati sono tutti diversissimi l’uno dall’altro. E hanno un rapporto tra di loro inevitabile perché ciascuno stato ha dei confini, che sono un’altra invenzione perché i confini mica esistono in natura.

Dunque, tutto è stato; gli stati sono tutti diversi, hanno dei confini, è evidente che questa diseguaglianza così profonda, naturale, cioè materiale, non voglio neanche dire naturale, che cosa produce? Produce il fatto che qualcuno sia in grado di comandare e qualcun altro di obbedire. Io posso andare a prendere le mele, le ragazze del paese vicino perché sono più forte, posso fare il ratto delle Sabine o andare fino ad Adamo ed Eva e mangiare le loro mele, ma dipende dalla casualità, dalla distribuzione delle terre. Questo fa sì che a un certo punto si arrivi a dei conflitti. Se anticamente possiamo immaginare che i conflitti fossero delle cosette che poi si chiudevano più o meno tranquillamente, con lo sviluppo della civiltà, della civilizzazione, della produzione, delle invenzioni, voi pensate a quanto e continuamente il mondo diventa più complesso, più ricco, più pieno di possibilità. Questo che cosa produce? Produce il fatto che a un certo punto le guerre diventano della guerre che servono a stabilire chi si appropria del potere, e insieme al potere, delle ricchezze, delle risorse e di tutto quanto ci sta insieme.

Naturalmente, questo tipo di situazione è sottoposta, come possiamo chiamarla, a un certo tipo di usura: è verosimile che a un certo punto anche una situazione di grande potere così si usuri, si consumi. Prendiamo per un attimo solo, ancora una volta, l’esempio del 9 novembre: in fondo la sconfitta dell’Unione Sovietica non è stata appunto una sconfitta dovuta a uno scontro, non è che l’Occidente abbia attaccato fintanto che l’Unione Sovietica ha alzato la bandiera bianca: è stata una vittoria per usura cioè, a un certo punto, uno dei due è rimasto in piedi e l’altro è crollato a terra. Attenzione, pensate che la stessa prima guerra mondiale è una guerra che non finì con l’abbattimento del nemico, è una guerra che finì per il fatto che uno era un po’ meno distrutto dell’altro, non è una vittoria per knock out nei confronti dell’avversario. Tant’è vero, e questo ci dà una lezione importantissima per il futuro, che la prima guerra mondiale produce, sì, un ordine internazionale nuovo, nuovissimo, Società delle Nazioni e tante altre cose che non vi sto a dire perché il discorso ci porterebbe molto in là, ma vi comunico che io ho scritto un libro qualche anno fa intitolato La crisi che discute proprio in che modo, quando si esce da una guerra, la guerra produca un nuovo ordine internazionale, può darsi che ne produca uno solido o uno non solido. Quello che esce dalla prima guerra mondiale non è solido. Dal ’19 al ’29 sembra che il mondo abbia imboccato finalmente la strada di pacificazione e di sviluppo economico e Wall Street nel ’29 fa saltare in aria quel gioco e i dieci anni successivi sono una cosa sempre più veloce verso la seconda guerra mondiale.

Dunque, a guerre vinte in modo chiaro corrispondono ordini solidi, a guerre vinte a malapena corrispondono ordini meno solidi e questo ci dice: applichiamolo al mondo d’oggi? Cosa ci dice questo? L’89 è stata una guerra per atterramento o è stata una guerra invece per abbandono? Perché da questo dipende quanto durerà, o potrebbe durare, l’ordine che ne è nato. Solo che qui interviene quella componente della mutazione, quindi dell’eccezionalità dell’evento, cui facevo riferimento prima.

Dopo l’89, tutti noi lo abbiamo vissuto in diretta quindi sappiamo che cos’è stato, l’emozione, l’importanza, la portata, ma dopo l’89 tutti noi, o quasi tutti, abbiamo pensato che il mondo da quel momento fosse migliore di prima perché, tutto sommato, lasciamo stare comunismo e non comunismo, tant’è vero che, ricordate, lì abbiamo fatto una delle cose più brutte della nostra vicenda esistenziale, abbiamo buttato via il bambino con l’acqua sporca del bagno, perché abbiamo, sì, buttato via il socialismo reale dell’Unione Sovietica, che certamente era acqua sporca, ma abbiamo buttato via anche il bambino che era l’dea di uguaglianza sociale, di socialismo nobile, quello dei libri di storia del pensiero politico.

Abbiamo detto: le ideologie sono finite, che le ideologie non esistono più. Ma scherziamo? Tutti noi siamo animali ideologici, tutti noi siamo portatori sempre di un insieme di valori morali che trasformiamo nella nostra vita di relazione in ideologie, l’ideologia è la cinghia di trasmissione tra i nostri valori e l’azione politica. Stavo per dire i partiti, poi mi sono immediatamente autocensurato.

Allora capite: qui il problema diventa importante perché dopo l’89 comunque sembra che il mondo migliori. Ci troviamo a addirittura un altro dei presidenti degli Stati Uniti, che non era poi neanche così antipatico, il quale che cosa scoprì? La new economy. Il fatto che il mondo, ma perbacco adesso basta avere un computer portatile e un carica batterie e poi vai in giro per il mondo, Africa compresa, e tutti possono diventare ricchi. Non solo, gli Stati Uniti degli anni Novanta, nei quali ci sono una serie di cose che non vanno bene, ci mancherebbe, ma io qui non più con l’accetta, ma volo molto alto dal punto di vista spaziale, negli Stati Uniti si discute in tantissimi grandi e serissimi istituti di ricerca, centri studi e così via, di una cosa che si chiama the new american century, cioè il nuovo secolo americano. Siamo alla fine del XX secolo e negli Stati Uniti ci si chiede, ci si dice: il prossimo secolo sarà il secolo dell’America, ormai l’America è l’unica grande potenza al mondo e quindi si dice: cosa dobbiamo fare in questo new american century?

Non capirono lì per lì, e non l’hanno capito ancora adesso, che c’era un grande problema materiale sotto tutto ciò. Immaginiamo il frontone di un tempio greco, immaginiamo che abbia due grandi colonne o pilastri che lo reggono, e questi due pilastri siano gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, se voi togliete uno dei due pilastri non è che quello che rimane sorregga da solo il frontone perché se ne togliete uno, una sola colonna non lo regge. Quello che gli Stati Uniti non capirono è che con l’89 era morto tutto quel tipo di ordine internazionale, non è che l’unico sopravvissuto poteva sperare di governare in modo unipolare, unilaterale, imperiale al limite, il nuovo mondo. In quel momento entrò nelle relazioni internazionali quella cosa che io avevo sempre combattuto prima, ma per l’altra condizione, quindi all’opposto, che è l’anarchia. Il mondo dell’89 è il primo nel quale nella storia delle relazioni internazionali interviene una condizione anarchica.

Voglio stravincere a questo punto. Guardate gli ultimi venti, venticinque anni e che cosa vedete? Vedete che ogni giorno le cose sono peggiorate, il sistema internazionale, a partire dall’89, ha impiegato un po’ di anni, ma ha perso qualsiasi principio di ordinamento e di autocontrollo. Siamo arrivati adesso, lo vediamo tutti i giorni, a condizioni di assoluta incapacità di autogestione da parte non solo delle grandi potenze, ma di tutti gli stati.

Un solo esempio per intenderci: abbiamo al potere nel secondo stato tuttora più rilevante, più importante della terra, un signore che nel 90% degli altri paesi di tutto il mondo sarebbe in galera da tantissimi anni. Il signor Vladimir Putin, dopo aver assassinato di persona diverse persone quando era un giovanotto dentro il KGB, è stato il mandante di una serie di omicidi politici, conclamato addirittura in tribunali inglesi: se lui dovesse presentarsi davanti a un tribunale inglese perché un giorno gli gira di fare una gita in Inghilterra, è sotto accusa per omicidio. A questo aggiungiamo tutte le violazioni che ha realizzato la Russia di Putin in questi ultimi anni, a cominciare dal comportamento siriano, tutte queste cose.

Questo quando può succedere? Succede in un mondo ordinato? No, succede in un mondo che è in preda all’anarchia. Qui la storia finirebbe, ma sarebbe anche un po’ triste, vi manderei via non solo dicendo quando scoppierà la prossima guerra mondiale, ma togliendovi anche quel pizzico di ottimismo che, scimmiottando Dostoevskij, possiamo immaginare di mettere in campo: ovvero, solo la democrazia salverà il mondo. Io vi confesso che avrei qui in mezzo tantissime altre cose da dire, ma mi accorgo che come al solito chiacchiero troppo e quindi devo cercare di contenermi un attimo.

Perché soltanto la democrazia può salvare il mondo? Intanto, il principio generale. Adesso non vorrei fare una piccola accademica lezione di scienza politica di teoria democratica, ma cosa voglio dire quando uso la parola democrazia? Va precisato che pur difendendo, salvaguardando, mantenendo e conservando tutti quelli che sono gli aspetti della cosiddetta democrazia sostanziale, cioè della democrazia come cosa, ovvero libertà di elezioni, libertà di pensiero, libertà di stampa, libertà di intrapresa economica, libertà di genere, di sesso, il diritto degli animali, insomma tutto quello che noi ormai comprendiamo dentro la concezione sostanziale della vita democratica, io tutto questo lo so, me lo ricordo, lo tengo presente ma non è di questo che io sto parlando.

È ovvio che non potremmo applicare questo tipo di concezione della democrazia ai rapporti tra gli stati, ma proprio per motivi oggettivi. Lo stato, l’istituzione statuale, meglio, i rapporti tra gli stati non potrebbero essere assimilati ai rapporti tra esseri umani. Allora, il problema non è che non si può parlare di democrazia internazionale, no, l’introduzione dell’idea di democrazia internazionale nasce nel 1795 da un signore, da un grande personaggio di nome Immanuel Kant, nientemeno, il quale in un libretto stradimenticato, tutti ne conoscono il titolo, ma quasi nessuno lo ha mai letto che è La pace perfetta di Kant, che è un libricino straordinario, pensate che esce nel settembre del 1795 e nel gennaio successivo è già in ristampa, come Bonanate. Guardate che io ogni tanto mi prendo anche in giro, sia ben chiaro, non so se Kant sarebbe contento di questo… quindi come ricordò più volte il mio maestro, i rapporti tra i grandi maestri e gli allievi è quello in cui noi cerchiamo di aggrapparci, di salire sulle spalle dei maestri, dei giganti e il maestro da sopra ti dice: scendi dalle mie spalle che pesi. E Bobbio l’applicava a se stesso, e adesso dirò una grande birichinata, l’applicava a se stesso in riferimento a Benedetto Croce e questo io gliel’ho sempre rimproverato.

La concezione della democrazia cui io penso è quella della cosiddetta democrazia procedurale che, per intenderci sinteticamente, è la democrazia dei rapporti intersoggettivi, la democrazia come modo di vivere, come modo di comportarsi nella vita quotidiana, che si fonda su un principio fondamentale il quale dice che la democrazia non è altro che la prima forma di applicazione dei principi della non violenza. Il democratico è colui il quale ha deciso di rinunciare a utilizzare la violenza per imporre la sua opinione. Tutti quanti abbiamo giustamente la possibilità, il diritto, il potere di cercare di far valere le nostre idee, ma ci sono due modi: prendere la pistola e sparare o prendere un pezzo di carta, infilarlo dentro un’urna e vedere che cosa c’è scritto dentro i pezzi di carta. Si sovrappongono poi le due concezioni della democrazia, perché la democrazia procedurale ha bisogno poi delle verifiche della democrazia sostanziale, ovviamente.

Ma capite, Kant, difatti, cosa dice in una piccolissima frase di questo libro straordinario che per primo è stato ripreso (questo è proprio uno sberleffo alla cultura europea) per la prima volta da un giovane studioso americano, un certo Michael Doyle che nel 1982-83 non ricordo più, per primo riprende una frase semplicissima, Kant che dice: se a decidere le guerre fossero, lui dice i sudditi perché siamo nel 1795, e il linguaggio era un po’ diverso dal nostro, lasciatemelo dire tradotto in termini moderni, se a decidere le guerre fossero le cittadinanze, o la pubblica opinione se volete, invece che i principi o i sovrani, ci sarebbero molte, ma molte meno guerre, perché sono loro che sanno che cosa è la guerra, cosa succede in guerra, cosa si soffre, chi muore, mentre i principi, dice Kant, persa una guerra se ne vanno da un’altra parte. Tra l’altro, il mondo delle teste coronate settecentesche era un mondo quasi familiare perché erano quasi tutti imparentati per cui un principe sconfitto se ne andava dalla figlia che aveva sposato il re di Prussia o qualcun altro. Ma lasciamo stare adesso le applicazioni empiriche, l’idea è: se fossero i cittadini a decidere le gurre, le guerre più o meno non ci sarebbero. Ora cosa vuol dire se fossero i cittadini? I cittadini sono i demos, sono la democrazia, questo è il punto, la radice, il fiorellino minimo da cui dovrà nascere poi la democrazia internazionale.

E cosa fa a questo punto Doyle? Doyle applica il principio kantiano utilizzando le guerre dal 1816 al 1982, quindi va subito aggiunto rispetto a quello che sto per dirvi, che il periodo storiografico al quale il modello viene applicato non è più quello che interessa noi oggi, questo per presentarvi la sua logica che poi si può applicare anche al nostro mondo. Le guerre internazionali, quindi le guerre vere e proprie intendo, dal 1816 al 1982 sono 25: in 23 di questi 25 casi la vittoria nelle guerre internazionali è arrisa agli stati democratici, questo ci dice e mettiamolo da parte, gli stati democratici vincono le guerre. Non solo, gli stati democratici, fa osservare Doyle, non hanno mai combattuto contro altri stati democratici. Parentesi, non è vero o ci sono delle eccezioni, io adesso vi presento il giocattolo nella sua forma. Allora gli stati democratici non combattono tra di loro, ma gli stati democratici quando combattono, quindi combattono contro stati non democratici per definizione, vincono e cosa succede a uno stato non democratico che viene vinto? Cambia regime, e dunque diventa democratico. Si potrebbe in un certo senso paradossale dire: gli stati democratici non fanno le guerre, ma le guerre vinte fanno la democrazia. Cioè, il numero di stati democratici aumenterebbe in funzione delle vittorie dell’Occidente. Il paradosso finale di questo argomento, Bush non sa assolutamente né chi fosse Doyle, né chi fosse Kant, e nemmeno come si legge e si fa di conto, quindi non è proprio il suo problema, è esattamente quello che Bush ci ha raccontato che voleva fare con la guerra in Afghanistan e in Iraq, la guerra per la democrazia che è ovviamente un paradosso totale, perché se tu fai la guerra non sei democratico e se uno stato democratico fa la guerra per la democrazia, bene, da quel momento lì non è più democratico e quindi esce da questa possibilità.

Però la democrazia è effettivamente, da questo punto di vista, l’unica strada che possa essere avviata, percorsa, perché è assolutamente vero che le pubbliche opinioni sono normalmente, tendenzialmente antibelliciste e pacifiche, naturalmente fatto salvo che non ci sia nessuno che le istiga perché poi qui il discorso di Quirico, ma di altri, tantissimi continua, se non ci fosse qualcuno che invece però li istiga utilizzando i mezzi di consumo, di comunicazione, non li istigasse a inventare il nemico, a trovare il nemico.

E non è esattamente quello che sta succedendo adesso nel mondo? Non è forse vero che noi da due, tre, quattro anni, potremmo mettere come data, non una data come causa, ma una data come individuazione del momento, non è forse a partire dal 2011 che noi in Occidente stiamo andando alla ricerca del nemico da colpire? Che si chiama terrorismo a livello internazionale, poi si chiama primavere fallite e, detto in senso di condanna, ma guarda questi cretini di pezzenti che volevano fare la democrazia e guarda cosa hanno prodotto, fino ad arrivare all’Isis, a Daesh, al califfato che è diventato per noi il nemico. Ed è intorno a questa cosa qui che oggi il mondo si sta giocando una grande e fondamentale partita, grande e fondamentale partita che è quella che ci porta a chiederci: fino a quando?

Allora noi, a questo punto, potremmo disporre per quanto riguarda i cicli, e quindi la logica delle previsioni perché se ci sono i cicli ci sarà una ripetizione degli eventi, possiamo disporre di un dato statistico, approssimativo naturalmente, che porta a dei cicli all’incirca centennali nella storia delle relazioni internazionali. Ora, se noi partiamo dal 1521 che è la prima grande guerra mondiale, mondiale tra virgolette perché riguardava solo l’Europa, la prima guerra che coinvolge l’assetto dell’ordine internazionale del tempo, che è la guerra tra Carlo V e Francesco I che dura trent’anni, 1521-1552/53, a cui cent’anni dopo succede la guerra dei Trent’anni, 1618-1648, poi c’è un periodo un po’chino più breve perché quella che finisce nel 1713, però vedete gli anni sono sempre quelli, che è la fine della guerra di successione spagnola, che spazza via la Spagna come grande potenza; quelle dopo sono le guerre napoleoniche che finiscono nel 1814-15, la prima guerra mondiale che arriva esattamente cent’anni dopo. Quindi, si direbbe che il mondo delle relazioni internazionali abbia un respiro, abbia un ritmo.

Naturalmente, io sono sicuro che ciascuno di voi sta chiedendosi in questo momento non tanto il 2013, o 14 o 15, perché abbiamo visto che non c’è stata, ma l’89 ha interrotto il ciclo? Vedete la mutazione, il cambio fortuito, il grande dubbio, la grande domanda che noi potremmo farci è: si è interrotto il ciclo e il mondo è migliorato, perché con l’89 non c’è più il pericolo della guerra? Oppure questa è un’eccezione? Può anche darsi, il campione statistico è così limitato, sono cinque secoli quindi non sono grandi numeri. Questo è il punto di fronte al quale noi siamo.

A questo aggiungerò un paio di dati di ricerca. Negli Stati Uniti dopo aver studiato il new american century, per fortuna che hanno smesso perché non centravano proprio nulla, il centro studi della CIA, ma che è una cosa serissima, c’è il fior fiore di professori, di studiosi, è il centro di ricerca non è dove insegnano a mettersi la barba finta, a fare lo spionaggio, è un centro di ricerca di grande livello, questo centro pubblica ogni quattro anni il suo quadriennale rapporto il quale nel 2008 dichiara, e qui finalmente arrivo al punto, nel 2008 dichiara: l’anno più pericoloso nella storia del futuro è il 2025, perché l’andamento dell’insieme delle crescenti difficoltà, che noi abbiamo tra l’altro sotto gli occhi tutti i giorni, come dicevo prima, è tale per cui a un certo punto questa sorta di discesa, di declino continuo, come sappiamo quando uno va in discesa corre sempre più veloce, poi a un certo punto cosa gli succede? Inciampa e cade. Allora, nel 2008, la previsione era nel 2025. Ma udite, udite, quattro anni dopo, nel 2012, e aggiungo adesso siamo in attesa di quella del 2016, vediamo che cosa dirà perché non è ancora uscito, il rapporto del 2012 dice: la previsione sulla crisi del 2025 non è più corretta, la guerra non scoppierà più nel 2025, anzi probabilmente non ci sarà una grande guerra in futuro, ma a partire dagll’inizio degli anni Trenta si sarà segnata la fine dell’egemonia occidentale sul mondo.

L’ho accennato prima di passaggio: l’Occidente ha governato il mondo per cinque secoli, ma non solo nel senso politico, in tutto: cultura, tecnologia, in tutte le dimensioni, non sul piano morale, in tutto ciò che non è pensiero morale l’Occidente ha dominato, guidato, fatto più di tutto il resto. Nulla può rassicurarci sul fatto che questa sorta di declino che a mio modo di vedere, naturalmente ciascuno lo può vedere anche diversamente, è un mondo in declino. Se io guardo all’Occidente, se guardo alla nostra cultura materiale specialmente, ma anche alla cultura professionale, perché io non vedo più un grande libro di teoria sociologica, di filosofia, di scienza politica negli ultimi anni, vi assicuro un declino scientifico impressionante, nelle scienze umane intendo, quelle della natura non le conosco a sufficienza. Ma potrebbe darsi benissimo che questo sia il destino dell’Occidente. A parte che è stato profetizzato già mille volte, la crisi, il declino dell’Occidente. Spengler, Nietzsche prima e così via, ma io non credo che sia insensato pensare che un’egemonia semi-millenaria possa a un certo punto essere arrivata alla sua consunzione e che altri mondi, altre culture, altre società possono sostituirci.

Dicevo prima, il nemico, perché si direbbe appunto che noi stiamo cercandolo. Pensiamo al nemico califfato che ci siamo costruiti. Ora l’Islam non conosce, cioè lo conosce perché glielo abbiamo insegnato noi, ma all’Islam non appartiene il concetto di stato, lo stato istituzione intendo, all’Islam non gli interessa, l’Islam è una comunità mondiale, la Umma, che non ha nessuna intenzione di trasformarsi in 10, 20, 50 stati. Allora, chi ci può credere al sogno del califfato se non chi in qualche modo mantenendo, consentendo che il califfato rimanga in questa vita un po’ strana, ambigua, in continua alternanza? Prendete una mesata di quotidiani e trovate che l’Isis per quasi metà di quel mese è sulle soglie di arrivare in Italia e per l’altra metà del tempo non compare neanche più sui quotidiani.

Voi tutti avrete visto le cartine geografiche delle conquiste del califfato. Bene. Provate un giorno a prenderne tre, quattro o cinque e mettetele una sull’altra, non ce ne è due che si assomigliano: ma possibile che nel mondo della tecnologia, dei satelliti, degli strumenti informatici più straordinari della terra non ci sia nessuno che ci sa dire dov’è davvero l’Isis? Se le cose nell’Occidente vanno così ci sarà un motivo e il motivo non può che essere politico. E il motivo politico, dato che lo consideriamo così diverso da noi, non può essere che quello della costruzione del nemico. Perché? Perché la costruzione del nemico facilita il consolidamento, il ricompattamento dalla nostra parte, la quale nostra parte invece, come ho sostenuto per tutta la mattina, si è persa in preda all’anarchia, e l’anarchia è proprio la situazione nella quale non riesce più a coinvolgere le forze che appartengono a quel mondo, e questo a quel punto non può che far sì che rendere sempre meno solido il sistema e sempre più probabile il suo contrario, cioè quella crisi, quella degenerazione progressiva dell’Occidente che il National Security System ha annunciato l’ultima volta.

Siccome un birichino qui di fianco mi ha detto: ma poi magari parleremo un po’ di riforme istituzionali, io non voglio parlare di riforme istituzionali ma ne faccio l’ennesimo esempio di una quantità di altri che potremmo farne. Vi sembra che ci sia una limpidità di evoluzione del dibattito politico? Probabilmente, pochi di voi se ne ricordano ma lui invece mi capirà al volo. Proviamo a immaginare De Gasperi e Togliatti che discutono di riforme istituzionali, e poi in realtà hanno fatto la Costituzione, e non scherziamo, e mi devono passare sopra per dire che la nostra Costituzione va modificata, sì, possiamo togliere il senato, ma per il resto, la nostra è ancora, se non la migliore, una delle migliori al mondo. Ma vi sembra che il dibattito politico negli ultimi dieci anni su cose così strutturali, quindi non le polemiche politiche quotidiane, si sia sviluppato, si stia svolgendo in un modo che da l’idea di un sistema politico in attività com’era ai tempi di De Gasperi e di Togliatti? E non voglio fare semplicemente il sopravvissuto, ma me li ricordo. O invece anche questo è a sua volta un segnale sgradevole?

Andate in Francia e vedete le stesse identiche cose, personaggi diversi, stili diversi ma stanno succedendo le stesse cose. Andiamo negli Stati Uniti, andiamo a votare Trump? Allora, non è forse verosimile che il mondo occidentale, mi spiace dire queste cose perché ci sono nato, e cresciuto, so tutto sommato ci sono stato anche bene, sono stato fortunato, ho avuto un mucchio di privilegi in questo tipo di mondo, ma c’è qualcosa che stona pesantemente in questo momento nel nostro modo di guardare il mondo. Non voglio di nuovo entrare in politica interna.

Ecco perché solo la democrazia può salvare il mondo, ma la democrazia ripeto non per le sue vie sostanziali che sono quelle dell’organizzazione della vita di tutti i giorni, ma per la democrazia in quanto rinuncia alla violenza. Quando io faccio specialmente quest’ultimo discorso, soventissimo alle scolaresche, nelle scuole, in ambienti frequentati, scusate il riferimento, ma siamo tutti diversamente giovani, insomma tolto lui e qualcun altro, quando devo far capire in modo un po’ brusco, quasi aggressivo ai giovani che cosa voglio dire con questo discorso sulla democrazia, faccio loro presente, e lo posso fare con voi perché siamo più sereni rispetto alle cose che sto per dirvi, lo dico anche per i rapporti sessuali. La democrazia si applica anche nei rapporti sessuali. Non mi interessa maschio o femmina, non è questo il punto, il punto è la democrazia sessuale che cosa vuol dire? Vuol dire rispetto naturalmente, rispetto nei confronti del tuo partner. Ma io trovo, mi emoziona e mi affascina l’idea di pensare che anche in quelle circostanze sei un democratico.

Ma non è una cosa di una bellezza straordinaria?

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