Luigi Campiglio, la crescita europea e il futuro dell’euro: rischi e strategie.

linea_rossa_740x1

Corso di formazione alla politica

Il relatore di oggi è il Prof. Luigi Campiglio, professore ordinario di Politica economica nella facoltà di Economia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, già pro rettore vicario presso lo stesso Ateneo dal 2002 al 2010, è stato visiting scholar e fellow di numerose università estere e componente Cnr per la ricerca nazionale.

Ha scritto diversi saggi, libri e articoli per riviste italiane ed estere, i suoi attuali interessi di ricerca riguardano l’analisi della crisi economica europea, generazioni e sviluppo economico, distribuzione del reddito, consumi e povertà. È direttore della «Rivista Internazionale di Scienze Sociali».

L’intervento del prof. Campiglio riguarda un tema più che mai attuale: “La crescita europea e il futuro dell’euro: rischi e strategie”.

I corsi del Circolo Dossetti e chi vi parla in particolare, hanno affrontato il tema Europa da diversi punti di vista, basti pensare al corso di formazione alla politica del 2012-2013: “Europa: verso dove? Scontro e composizione delle sovranità europee.” Ci chiedevamo, in quel corso, quale fosse la sorte del Vecchio Continente in una fase storica in cui si assiste al crollo del vecchio ordine internazionale a fronte di un nuovo ordine in fase di faticosa gestazione e di un attacco del sistema di welfare che, sia pur con diversi modelli, lo contraddistingue. Ci chiedevamo come pensare Europeo andando oltre la moneta unica e rinnovando un sogno politico e istituzionale in grado di superare i nazionalismi e le piccole patrie.

Luigi Campiglio, la crescita europea e il futuro dell'euro: rischi e strategie

1. leggi il testo dell’introduzione di Stefano Guffanti

2. leggi la trascrizione della relazione di Luigi Campiglio

3. clicca sui link sottostanti per ascoltare i file audio mp3

1. premessa di Giovanni Bianchi 04’07” – 2. introduzione di Stefano Guffanti 17’00” – 3. relazione di Luigi Campiglio 1h 16”57″ – 4. domande 09’50” – 5. risposte di Luigi Campiglio 30’08” – 6. domande 06’04” –  7. risposte di Luigi Campiglio 11’20”

linea_rossa_740x1

Testo dell’introduzione di Stefano Guffanti a Luigi Campiglio

Il relatore di oggi è il Prof. Luigi Campiglio, professore ordinario di Politica economica nella facoltà di Economia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, già pro rettore vicario presso lo stesso Ateneo dal 2002 al 2010, è stato visiting scholar e fellow di numerose università estere e componente Cnr per la ricerca nazionale.

Ha scritto diversi saggi, libri e articoli per riviste italiane ed estere, i suoi attuali interessi di ricerca riguardano l’analisi della crisi economica europea, generazioni e sviluppo economico, distribuzione del reddito, consumi e povertà. È direttore della «Rivista Internazionale di Scienze Sociali».

L’intervento del prof. Campiglio riguarda un tema più che mai attuale: “La crescita europea e il futuro dell’euro: rischi e strategie”.

I corsi del Circolo Dossetti e chi vi parla in particolare, hanno affrontato il tema Europa da diversi punti di vista, basti pensare al corso di formazione alla politica del 2012-2013: “Europa: verso dove? Scontro e composizione delle sovranità europee.” Ci chiedevamo, in quel corso, quale fosse la sorte del Vecchio Continente in una fase storica in cui si assiste al crollo del vecchio ordine internazionale a fronte di un nuovo ordine in fase di faticosa gestazione e di un attacco del sistema di welfare che, sia pur con diversi modelli, lo contraddistingue. Ci chiedevamo come pensare Europeo andando oltre la moneta unica e rinnovando un sogno politico e istituzionale in grado di superare i nazionalismi e le piccole patrie.

In questa sede, visto che il nostro relatore è un economista, mi soffermerò, sperando che possano fornirgli ulteriori spunti per il suo intervento, sui temi relativi all’Europa economica emersi negli ultimi anni nei nostri corsi ben consapevole comunque del fatto che dalle decisioni economiche, visto che si è deciso di partire dalla moneta unica contrariamente a quanto avvenuto in altri casi di federazioni tra Stati, dipenderà in buona parte anche il futuro politico dell’Europa.

Con il prof. Bordignon, che presentò nel dicembre 2012 il suo libro “Europa – la casa comune in fiamme”, abbiamo esaminato i problemi istituzionali che in Europa ritardano le risposte della politica e la crisi finanziaria che, partita dall’America, mette a rischio la moneta unica e lo stesso progetto europeo.

Quando si parla di Europa, in realtà ce ne sono almeno due: c’è l’Unione Europea fatta da 27 paesi e una sub-unione che è l’unione monetaria europea composta dai paesi che hanno adottato la moneta comune.

Alcuni tra quelli che sono fuori, pensano di muoversi nella direzione di adottare la moneta comune, altri invece pensano di non farlo, a cominciare dal Regno Unito, quindi anche i destini di questi due mondi vanno riflettuti e ripensati in maniera diversa.

Bordignon sosteneva la necessità di una maggiore legittimazione democratica del “Governo” europeo, a cominciare, ad esempio, dall’elezione diretta del Presidente del Parlamento Europeo, in maniera tale che l’Europa sia legittimata a fare delle politiche che oggi le opinioni nazionali percepiscono come imposte dall’esterno.

Con un’analisi particolare delle difficoltà del processo federalista europeo, analizzato in parallelo alle difficoltà del controverso federalismo italiano ricordava inoltre Bordignon che nel 2007, quando al governo del paese c’era per la seconda volta Romano Prodi e Padoa-Schioppa era il ministro del Tesoro, in Italia abbiamo sostanzialmente rifinanziato i debiti sanitari del Lazio per quasi 10 miliardi di euro.

Nel linguaggio degli economisti un paying out perché di fronte una situazione di collasso è intervenuto lo stato centrale e ha detto: “ci metto dei soldi e garantisco questi debiti”. In cambio la regione è stata commissariata, ovvero continua a ricevere i finanziamenti fintanto che fa certe cose perché se non segue i piani sanitari e quant’altro li perde, questo significa soldi in cambio di perdita di sovranità.

Non se n’è accorto praticamente nessuno e il presidente della regione Lazio non ha mai lamentato una perdita di sovranità inaccettabile o l’ingerenza da parte di un governo straniero. Questo è successo perché esiste una federazione che si chiama Stato italiano, che ha le sue risorse e le sue strutture, che è legittimata perché tutti votano per lo stato italiano sia nel Lazio che nella Lombardia, che ha preso una decisione, ha usato le proprie risorse e con le proprie risorse ha deciso di finanziare la regione Lazio ed è anche intervenuto imponendo vincoli, sanzioni, eccetera.

Se invece, come avviene oggi in Europa con i singoli stati membri, i 10 miliardi avessero dovuto essere approvati prima di essere trasmessi alla regione Lazio dal consiglio regionale della Lombardia ben altro sarebbe stato l’esito finale e ben più pesanti i vincoli previsti.

Sostituendo al Lazio la Grecia o comunque i paesi del sud Europa e al posto della Lombardia ci mettiamo la Germania capiamo bene la necessità di un bilancio federale.

E parlando di bilancio federale arrivo al prof. Boitani, che ha presentato nel marzo 2014 il libro “Euro ultima chiamata” ci diceva: “se ci domandiamo che cosa c’è di politica di bilancio federale nell’Unione? Troviamo che ci sono i “patti”, cioè sostanzialmente la politica fiscale e federale è una politica basata su limiti, soglie, tetti, sanzioni. Tutto questo non c’era fino al 1992 quando il Trattato di Maastricht segna l’inizio di questa seconda parte della politica “federale” dell’Unione.”

Una peculiare caratteristica dell’approccio europeo alla politica fiscale è la presenza  di un bilancio pubblico dell’Unione praticamente inesistente. Il bilancio dell’UE nel 1960 era intorno allo 0,1% del Pil nei 6 paesi fondatori dell’Unione: Italia, Francia, Germania, Belgio, Olanda, Lussemburgo.

Nel frattempo l’UE è cresciuta e da 6 paesi si è arrivati a 27, ebbene nel 2012 con 27 paesi aderenti all’Unione il bilancio era l’1,15% del PIL.

Se ci chiediamo qual è il bilancio degli Stati Uniti d’America arriviamo al 27% del Pil, alla fine del settecento Hamilton in America prima procedette alla federalizzazione del debito e alla conseguente applicazione di tasse federali per ripagarlo e solo poi venne la moneta federale mentre la Banca Centrale Federale arrivò addirittura cento anni più tardi.

Se prendiamo un’Unione più piccola come quella della Germania Federale notiamo che il bilancio pubblico dello Stato federale supera largamente il 30% del Pil. Proporzioni analoghe le troviamo in Canada, in Australia nella Unione delle Repubbliche ex sovietiche ovvero negli Stati che continuano a far parte della Federazione Russa.

Al contrario, ricordava Boitani, è importante notare che “l’idea che una moneta unica dovesse accompagnarsi a un bilancio federale robusto e che, forse dovesse essere preceduta dall’assunzione da parte del governo “federale” del debito dei singoli Stati non ha mai fatto capolino negli atti ufficiali e men che meno nei trattati che definiscono le regole costituzionali dell’Unione.”

Se provassi in maniera ultra-sintetica a fare un bilancio di ciò che è emerso da tutti i relatori che, da diversi punti di vista, hanno affrontato il tema Europa ai nostri corsi mi verrebbe da dire che, da un lato, non si può negare che sono stati fatti numerosi passi in avanti: penso ai maggiori poteri del Parlamento Europeo, ai progressi fatti nel controllo bancario, al mutato ruolo della BCE con la gestione di Mario Draghi (Campiglio ricorda nel suo testo il famoso impegno di Draghi a difendere l’euro “Whatever it takes”….), al piano di investimenti (insufficiente ma con una carica di novità) promosso da Juncker, alla stessa elezione di Juncker, candidato del partito popolare europeo, così osteggiata dal partito conservatore inglese e da Cameron come ci ha ricordato Enrico Morando nell’ultimo incontro del corso.

Tuttavia abbiamo visto anche una serie di criticità e di nodi irrisolti che tali restano, ne cito alcuni che mi sembrano particolarmente rilevanti:

  • i parametri che ci hanno vincolato in questi anni, mi riferisco ai rapporti debito/Pil e deficit/Pil, sono stati creati sulla base di scenari economici che non si sono mai verificati nella realtà perché si basavano su una ipotesi di crescita del PIL reale del 3% l’anno (PIL nominale al 5% e tasso di inflazione obiettivo della BCE del 2% l’anno) che nel ventennio scorso non hanno mai raggiunto;
  • l’armonizzazione fiscale tra i paesi membri prosegue ma a un ritmo troppo lento (basti pensare alla questione dei “paradisi fiscali”);
  • sulla vigilanza bancaria sono stati fatti passi in avanti ma molto resta da fare. Tutti abbiamo letto dell’impossibilità di salvare le 4 banche del centro Italia a causa del meccanismo previsto dalla direttiva europea varata a seguito della crisi cipriota prima e greca poi conosciuta come bail-in (con il coinvolgimento, nella risoluzione delle crisi, primariamente degli azionisti, poi degli obbligazionisti meno tutelati, fino ai depositanti oltre i 100 mila euro). Da una parte è vero che l’Italia ha finanziato per 63 miliardi le banche greche, portoghesi e spagnole, dall’altra tutti sapevano che alla Commissione Europea si era esterrefatti di fronte al tentativo italiano di usare aiuti di Stato quando ormai c’era la doppia cornice della vigilanza comune BCE sui maggiori istituti di ogni paese, nonché della direttiva bail-in. Puntualmente, il tentativo italiano è andato a scontrarsi con un no scontato e sui media è partito il coro imbeccato dal sistema bancario, contro “i burocrati dell’Europa che si permettono di obiettare all’Italia che non ha mai chiesto aiuti”;
  • la politica e le istituzioni europee hanno clamorosamente mancato nella predisposizione di meccanismi pre-definiti di gestione delle crisi finanziarie all’interno dell’Eurozona utilizzando prestiti bilaterali tra gli stati allo scoppiare della crisi greca, per passare poi allo  European Financial Stability Fund (il fondo di stabilità con il quale sono stati gestiti gli interventi a favore di Irlanda e Portogallo) successivamente sostituito dallo ESM (European stability mechanism) che ha però il limite di essere uno strumento “tecnico” che interviene solo in situazioni di emergenza, mentre un processo di reale integrazione tra stati che condividono la stessa moneta dovrebbe portare alla creazione di un mercato del debito europeo con strumenti ordinari di gestione del debito pubblico come gli eurobond notoriamente avversati dalla Germania e dai paesi del nord Europa che temono di sussidiare i paesi ad alto debito.
  • la visione ordoliberista (anch’essa richiamata da numerosi relatori del nostro Corso) e in generale l’idea, diffusa tra i paesi dell’Europa del Nord secondo la quale i dissoluti PIIGS dell’Unione tendono a indebitarsi troppo e a vivere al di sopra dei propri mezzi. Essendo bloccato, a causa dell’esistenza dell’Euro, il riallineamento del tasso di cambio e avendo volutamente bloccato con i vari “patti di bilancio” la possibilità di loro aiuti, i paesi “virtuosi” ci indicano la strada obbligata per recuperare competitività,  ovvero ci invitano a ridurre i salari e i prezzi rispetto a paesi-concorrenti come la Germania.

Se guardo all’attualità di questi giorni leggo che la Commissione europea ha sostenuto di recente che il nostro paese ha un elevato livello di debito pubblico che si interseca con la flessione del potenziale di crescita ed una dinamica della produttività che resta esangue. Il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, osserva che dal welfare italiano, modellato sulla figura del lavoratore dipendente a tempo indeterminato, restano assenti le politiche attive del lavoro; in un’intervista comparsa il 27 novembre sul Sole, il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, dichiara che “l’Italia è l’unico paese che sta chiedendo tutte le forme possibili di flessibilità”, e che la flessibilità medesima “dovrebbe essere utilizzata come eccezione e non come regola. Per ragioni di credibilità”.

Lars Feld, economista dell’Università di Friburgo e uno dei cinque «saggi economici» di Angela Merkel, alla vigilia di un’importante riunione della Bce ha dichiarato: «Riteniamo già l’attuale politica monetaria troppo espansiva. Un ulteriore espansione non è appropriata. Non c’è un rischio deflazione, ci sono pressioni dovute alla dinamica dei prezzi energetici. Né vediamo gli effetti temuti dalla Bce all’inizio dell’anno: i prezzi bassi del petrolio non hanno intaccato l’inflazione “core”. Consigliamo prudenza e cautela. La Bce aspetti i primi mesi dell’anno prossimo prima di agire, anche perché la Fed potrebbe aumentare i tassi già a dicembre».

Mi verrebbe in conclusione da osservare che, se in Europa, nonostante il quantitative easing di Draghi siamo ancora senza lavoro, senza consumi e con una pallida ripresa e l’Italia un paese che cresce ancora molto poco, su base quasi esclusivamente congiunturale e sulla spinta di stimoli esterni irripetibili, forse la politica monetaria non basta, forse esiste un problema di politica fiscale.

Ed è qui che mi vorrei riallacciare all’intervento del nostro relatore, perché il prof. Campiglio ha affrontato con forza e ricchezza di dati il tema della cosiddetta “teoria dell’austerità espansiva”. Questa teoria che sostiene l’apparente ossimoro di una austerità espansiva viene spiegata da Campiglio con la metafora in cui il malato, guarito da una medicina amara, ammette di avere avuto più paura della medicina che della malattia.

Fuor di metafora, “in una situazione di crisi economica, la medicina sarebbe più, e non meno, efficace, perché la situazione di crisi rende più agevoli i mutamenti strutturali per ridimensionare il settore pubblico”.

Perché è la riduzione della spesa pubblica che, secondo filoni di pensiero che vanno da Ricardo a Reagan ai nostri Alesina e Giavazzi, se ritenuta credibile da soggetti con aspettative razionali in grado di fare congetture sui propri redditi futuri e sulla loro vita lavorativa e familiare, può portare a ridurre le imposte, a aumentare il reddito permanente, i consumi e la crescita.

La consacrazione di questa teoria come politica ufficiale dell’Unione Europea avviene nel 2010 con l’affermazione dell’allora Presidente della BCE Jean Claude Trichet secondo il quale “l’idea che le misure di austerità possano provocare la stagnazione non è corretta….credo fermamente che nelle attuali circostanze, politiche che ispirino fiducia promuoveranno la ripresa economica, anziché bloccarla, perché oggi la fiducia è il fattore chiave”.

Ma quali sono gli effetti che la teoria dell’austerità espansiva ha prodotto sui paesi europei in termini di PIL, di reddito, di effetti sulla dinamica dei consumi delle famiglie, sull’occupazione, sulla natalità, sul tasso di inflazione, sulla spesa per il welfare?

Su questi ed altri interrogativi lascio la parola al professor Luigi Campiglio.


Trascrizione della relazione di Luigi Campiglio

Allora grazie, anzitutto, di questa introduzione che è stata interessante e che ho molto apprezzato perché particolarmente puntuale, precisa, in primo luogo, e in secondo luogo vorrei dire una cosa che può apparire, come dire, non in linea con quello che dirò oggi ma lo è, quello che vorrei dire è che l’affermazione di Bianchi a proposito dell’importanza di una politica mediterranea è fondamentale, è veramente uno snodo difficile, certamente, ma non è solo uno snodo europeo, è uno snodo europeo attraverso cui il continente africano che abbiamo davanti, a cui giustamente l’Economist di oggi dedica una copertina e un lungo articolo, non diventi una polveriera che insedia il mondo intero.

Allora, io parlerò anche di questo perché sto anche scrivendo un libro su questi temi e dentro i problemi diciamo dell’area nord-Africa, che è quella potenzialmente più interessante, e dell’Africa in generale, hanno un ruolo centrale. Ma back to base, tornando alla questione centrale, di che cosa vi parlo? Innanzitutto, riprendo i temi che Guffanti ha così chiaramente introdotto per aggiungere ulteriori elementi. Dovete considerare che questi temi di cui parliamo oggi, e di cui vi ha parlato Guffanti, sono davvero un working progress, una sorta di cantiere aperto, sempre aperto man imano che si accumulano elementi. Ultimo, poi entro nel merito; ciò cu si riferiva Guffanti era una bozza, una stesura di relazione che io ho fatto a Treviso, credo un paio di mesi fa, in occasione di un incontro di costituzionalisti ed economisti, di cui uno americano, e poi c’ero io a parlare di questi temi sull’austerity. E lì ho detto allora, e dico adesso, che il punto di vista che propongo è largamente minoritario in ambito accademico e, di conseguenza, mi viene da dire anche dal punto di vista delle politiche. Io cercherò di convincere voi che il mio punto di vista, come dire, corrisponde più da vicino ai fatti, di quanto fino a oggi sia stato affermato. Però onestà intellettuale vuole che ve lo dica prima e poi man mano nello sviluppo del discorso vi racconti quali sono i punti diversi rispetto a cui ci dobbiamo confrontare.

Allora, io ho cercato di riassumere in una affermazione molto sintetica quello che considero essere il problema centrale della politica economica europea. Il problema centrale, scusate il cacofonismo del doppio centrale, è la centralità di vincoli incompatibili con la crescita. Aggiungo, e avrei dovuto aggiungere, con la crescita non di tutti, ma di alcuni paesi. Io seguo powerpoint, ma il mio discorso sarà comunque a braccio: Perché quella qualificazione che qui non c’è è importante? Ma perché dico e sostengo spesso che uno degli effetti forse più negativi, più corrosivi della crisi europea è il fatto che non è una crisi europea perché metà, o più di metà, dell’Europa questa crisi non l’ha sentita o l’ha sentita molto poco; vi do i dati, non è che me li inventi, e l’altra metà invece l’ha sentita moltissimo. Quindi, quando parliamo di crisi teniamo conto che abbiamo già due velocità: una crisi vera e un rallentamento, poi neanche più di tanto.

È chiaro che il ruolo centrale è quello della Germania. Io ho sostenuto spesso, non l’ho scritto qui, ma ve lo dico a voce: la Germania è un grande paese, il mio preferito per molti aspetti, però dico anche, in primis ai tedeschi, che è un gigante economico in Europa, ma è un gigante dai piedi di argilla e cercherò di spiegarvi perché ha questi piedi di argilla. Vi anticipo che ci sono due elementi per dire questo: il primo è che la Germania è uscita indenne dalla crisi anche se rafforzata, ma ha fatto questo grazie all’aumento straordinariamente elevato delle esportazioni, all’interno e all’estero. E già qui bisogna capire che cosa è estero per la Germania come per tutti i paesi dell’Unione Europea. In secondo luogo, la Germania insieme ad altri paesi, ma in particolare a Italia e Giappone, condivide il fatto storico di essere uno dei tre paesi sconfitti dopo la seconda guerra mondiale e anche uno dei tre paesi che ha, come vi dimostrerò, un impatto straordinariamente negativo sul piano demografico. Se noi non teniamo conto, in modo economico e sociale, dei cambiamenti profondi in atto già oggi sul piano demografico a livello mondiale, non comprendiamo quindi i profondi cambiamenti della geo-economia e politica, credo che non riusciamo a comprendere pienamente quali sono i problemi e come muoversi.

Cercherò di darvi alcuni cenni di tutto questo e però vorrei darvi qualche informazione nuova rispetto a quella che probabilmente vi è già stata data e fornita dai miei colleghi; questo, diciamo, è standard però, lasciatemelo dire, non bisognerebbe mai dimenticarlo: il problema della bassa crescita e del debito pubblico.

Voi vedete tre righe. La prima riga è la crescita a valori correnti del debito pubblico dal 2005 al 2014: è aumentata del 46%. Domanda: è tanto? risposta: no, è uno dei più bassi in Europa. Numero uno. Numero due, la riga rossa cosa dice? Dice che, stando ai dati di Eurostat che ho utilizzato, il rapporto debito PIL è aumentato da 100 nel 2005, dopo essere diminuito sotto 100 nel 2007 secondo la nuova contabilità nazionale, ed è cresciuto a 129,9. E a questo punto diciamo che tutta la stampa, tutti i media, ma proprio tutti, hanno come riferimento quella riga rossa. È giusto? La risposta è: dipende, dipende in questo caso moltissimo perché come vedete, se facciamo uguale a 100 il 2005, e sono generoso aggiungo nel caso italiano, la crescita nominale (nominale, poi vediamo tra un momento) è 108,3. Quella reale è diminuita. Ma qui ci interessa il nominale perché il rapporto è di grandezze nominali, cioè quantità e prezzi.

Allora, io una esemplificazione più diretta di questa non so immaginarla: di fronte a una dinamica di questo genere a cosa dovremmo essere portati a dire? Che il problema è quello di ridurre la crescita del debito pubblico come stock oppure migliorare, diciamo, il tasso di crescita tanto è vero che nel 2007 noi eravamo sotto il 100% quando le cose andavano, diciamo, ancora bene. Ovviamente, io sostengo il punto di vista della crescita. Non è banale questo, perché può sembrare scontato perché se noi mettiamo in prima battuta, come obiettivo, il rapporto debitori-creditori allora andiamo in una direzione. Se in prima battuta mettiamo il rapporto crescita andiamo in un’altra. Non sono due direzioni scollegate perché se una banca ha un credito in sofferenza, fatemi fare questo esempio anche di attualità, di che cosa si dovrebbe preoccupare? ma del fatto che il debitore possa riprendersi e tornare, come dire, in salute e crescere, se parliamo di un’impresa, oppure aumentare i redditi se parliamo di una famiglia. Quindi, abbiamo a che fare con la natura di un rapporto fra debito e credito nella finanza moderna che è un po’ distorcente perché, ribadisco, se il debitore prospera, cresce, questo non è un problema.

Allora, numero uno. Questi sono fatti. L’Italia è il paese dell’eurozona in cui il debito pubblico è cresciuto meno tra il 2005 e il 2014. Allora cosa sono questi numeri? Dicono che fatto uguale a 100 il 2005, lo stock di debito, parliamo di grandezze, lo stock di debito in Lettonia era aumentato a 600, in Irlanda e in Lussemburgo, lo vedete anche voi. Ecco, noi abbiamo aumentato un filino meno lo stock di debito della Germania. Quindi, anche da questo punto di vista, se guardiamo un periodo non breve, perché sono nove anni, diciamo che l’affermazione che non conoscevo, di un autore tedesco il cui nome non so neppure pronunciare, è quanto meno incauta.

Allora, a questo punto è chiaro che se noi abbiamo come punto di vista il debito e basta, il debito è l’accumulazione di disavanzi, entra in scena la spesa pubblica. Ora sia chiaro che non sono contro una genuina spending review, come si usa dire, ma vorrei ricordare che la spending review in realtà è una finanziaria, è la finanziaria che il Regno Unito ogni anno prepara, punto. Nel nostro paese la spending review, piace il nome inglese, e manteniamolo, ha preso un’altra forma ed è diventata una lotta senza quartiere alla spesa pubblica, in modo subordinato, come le obbligazioni famose in questi giorni si è detto, alla spesa pubblica inefficiente. Ma proprio per questo motivo fra un poco vi faccio vedere dove i tagli sono stati davvero più pesanti. Io non credo che quella sia inefficienza, non è questo il punto. Il punto è che se noi sommiamo la riduzione della spesa pubblica all’aumento della pressione fiscale l’unica cosa che ci possiamo attendere è una situazione del genere in cui ci troviamo.

Vorrei anche qui portare la vostra attenzione, le scale sono diverse ma il grafico dà l’idea, sulla riga rossa. La riga rossa dà il rapporto tra spesa pubblica e prodotto interno lordo, quindi se io voglio dimostrare che stiamo spendendo troppo è qui da vedere. La spesa pubblica era il 47,5% del PIL nel 2005 ed è salita a più del 51% nel 2014, ma di nuovo qui entra in gioco la considerazione che si faceva prima: è chiaro che questo avvenga se la crescita del Prodotto Interno Lordo, ma anche della spesa, rimane costante, oppure, perché questo è il vero punto, diminuisce.

Adesso, vorrei cercare di far capire anche i grafici che sono semplici ma che possono essere mal interpretati. Confrontate la riga rossa con quella arancione: ecco, dicono la stessa cosa, una come quantità in termini reali al netto dell’inflazione, l’altra come spese in rapporto al PIL. I numeri sono gli stessi, però sulla base di questi stessi dati posso dire due cose estremamente opposte tra di loro: posso dire che la spesa pubblica è ancora aumentata perché rispetto al PIL è cresciuta, oppure posso anche dire, quello che in realtà penso più onesto, dire cioè che è diminuita perché il valore in termini reali è diminuito. E dove sono state le diminuzioni? Questo è interessante: nel periodo che abbiamo visto prima, la crescita dell’inflazione è stata circa del 19%. Guardate, sono conti che ho fatto ieri, quindi tenete conto di possibili margini di arrotondamenti e di errore, ma non di più, ma devo controllarli. Allora questi sono gli ultimi dati disponibili per il 2013, dati Eurostat in cui la spesa pubblica complessiva viene disaggregata per funzione. E qui vedete chiaramente che c’è una diminuzione generalizzata della spesa in termini reali salvo che per la protezione sociale, di cui parliamo tra un momento perché non pensiate che sia un’isola beata, non lo è, anche la protezione sociale, e qui si vede chiaramente che cultura e istruzione in termini reali hanno avuto un taglio veramente molto elevato. Ora si parla tanto di scuola, di innovazione, di investimenti, ma questi dati fanno a pugni con questa affermazione. E poi ci sono quelli conosciuti: l’ordine pubblico, la sicurezza che corrispondono effettivamente con le storie aneddotiche delle auto della polizia senza benzina, ecc. ecc.

Allora, non solo i soliti teorici della riduzione della spesa in realtà non tengono conto di questo fatto, ma la riduzione è stata particolarmente forte in settori estremamente sensibili per lo sviluppo futuro come quello dell’istruzione perché significa dalla scuola dell’obbligo fino alla’università. E si vede congelato in modo pesante tutto, congelato fino al 2005. Ecco questa è la situazione che è avvenuta, questa è la situazione che vi ritrovate.

Ora, in Germania e in Italia, ecco qui vediamo questa incredibile affermazione di questo olandese. Vorrei sapere dov’è la straordinaria flessibilità richiesta dall’Italia: è uno dei paesi che maggiormente ha obbedito alle famose regole e in particolare alla regola del 3% di cui parleremo fra un momento. Anzi dirò di più, di questi quattro paesi che sono i più grandi paesi dell’eurozona, Germania e Italia sono stati i paesi più in regola. La Germania ha sforato nel 2009 e anche nel 2010. L’Italia ha sforato una, due o tre volte, ma diciamo che è rimasta molto nelle regole. Guardate la Spagna e vi rendete conto, o anche la Francia. Ecco.

Ma qui veniamo alla regola del 3%, e qui sarebbe interessante invitare un giornalista italiano che conosco, Francese, che conosce proprio dall’interno tutta la nascita dell’Euro e lo inviterò magari qualche volta in Cattolica; ma parliamo della regola del 3%, perché siamo inchiodati a questo 3%, perché questo 3%, ma chi l’ha detto? È scritto nelle tavole della legge? Dov’è questo 3%? Allora la storia è questa: che all’inizio degli anni Novanta il rapporto debito-PIL era circa il 60%. Numero 1. Numero due: dato che i politici sono persone molto prese, ma è vero lo dico senza ironia, presi da tante cose, più le regole, più le grandezze sono semplici da capire e da dire, meglio è. Allora, era il 63%, e questi sono i conti che fanno tornare il 3%, diciamo. Se voi avete una crescita nominale del 5%, ho pensato che li abbia inseriti proprio Guffanti i dati precisi qui dentro, se voi avete una crescita del 5% che immaginate essere del 3%, in termini reali è il 2%, in termini di inflazione nominale è il 5%. Questa semplice e spiegabile, ma non è una lezione accademica ma se volete ne parliamo dopo, è la regola che dice che se assegnate al rapporto debito-PIL inizio anni Novanta un tasso di crescita, allora era probabilmente nelle corde, tra virgolette, dell’Unione Europea che si andava a costituire, allora il rapporto compatibile con una situazione di equilibrio è il 3%. Fine, questo è quanto. Ma il punto di partenza qual è? Ci sono almeno tre punti di partenza:

  1. a) capitava in quel periodo il 60% più o meno come media, avrebbe potuto essere 70%, allora avremmo avuto un numero diverso, dopo di che abbiamo due numeri ambiziosi se guardiamo alla realtà attuale: 3% di crescita, 2% di inflazione perché è semplicemente contrario ai fatti, non voglio usare altri aggettivi, che la deflazione non sia un problema, la deflazione è il problema per cui la Banca Centrale Europea sta intervenendo in modo così massiccio. Perché l’inflazione, una moderata inflazione, è un buon segno, è un buon segno perché vuol dire che l’economia, la domanda aggregata, ma anche i singoli comparti di beni, tende a essere maggiore dell’offerta disponibile e quindi, diciamo, che l’impresa che abbia in mente di aumentare i prezzi, mentre prima ci pensava 10 volte, in questa situazione di crescita dice: va beh, aggiustiamo i prezzi, cioè aggiustiamo vuol dire aumentiamo dell’1-2%.

Devo dire che in tutta questa vicenda europea Mario Draghi è uno dei personaggi, forse uno dei pochi personaggi di cui apprezzo lo spirito generalmente europeo, fa di tutto e di più, secondo me, perché Draghi non sta dicendo, con il quantitative easing, voglio favorire la crescita, no; sta dicendo che vuole favorire la ripresa dell’inflazione, ma è chiaro che l’inflazione riprende, a meno di inflazioni importate di vecchia memoria, se l’economia va bene. Ma l’andare bene dell’economia significa incidere sul settore reale. E qui viene fuori un altro punto che qui non ho citato, ma che conoscerete sicuramente, cioè il fatto che la Banca Centrale Europea a differenza della Riserva Federale americana non ha il medesimo mandato, ha un solo mandato e cioè la stabilità dei prezzi definita con il +2%.

La storia è completamente diversa dalla riserva federale e spiega molto, tantissimo del perché, per esempio, il quantitative easing è arrivato troppo tardi, prima si è dovuta scatenare la speculazione e poi è arrivato per l’appunto il water intake con cui, badate, che cosa ha fatto? Mi sembra veramente una manovra di straordinaria intelligenza, cioè Draghi in un certo senso ha fatto questa affermazione: sì, è vero che io non debbo, in linea di principio, intervenire ma il trattato di Maastricht e quant’altro mi vincola alla sopravvivenza dell’euro, io ho il mandato di tenere in piedi l’euro se no che cosa sto qui a fare? Allora, in nome della sopravvivenza dell’euro venne questo water intake che fu allora una manovra magistrale perché di fatto la Banca Centrale Europea non tirò fuori un centesimo. Quello è il vero momento, non il governo Monti, quello è il vero momento in cui i mercati finanziari si sono dati una regolata forte e la situazione, e gli spread in questo caso, sono ritornati a livello accettabile.

Ora, questo water intake ha fatto assumere per un momento alla Banca Centrale Europea un ruolo che il trattato non le attribuisce, cioè quello di prestatore di ultima istanza e questa è forse una delle cinque lacune gravi dell’architettura europea: senza un prestatore di ultima istanza è chiaro che la speculazione impazza quando decide che sia il momento buono per farlo. Qui dico semplicemente che, faccio un esempio che è stato già fatto, nell’eurozona la media del rapporto debito-PIL è di circa attualmente del 130%. Se ci si pone come obiettivo un tasso di crescita del +2% con un’inflazione del +2% la precedente formulazione implicherebbe un picco di disavanzo del 5%. Allora che cosa sto dicendo con queste affermazioni? Sto dicendo che in realtà, e qui c’è un’affermazione più generale, l’idea che la stessa regola, la stessa cura vada bene per tutti, per riprendere l’esempio medico che magari userò anche nel testo che verrà pubblicato del convegno di Treviso, è chiaro che ogni malattia, per guarire probabilmente ha bisogno non sempre delle stesse cure. È come se io qualunque cosa avessi, prendo un’aspirina, però non è così che funziona, ci sono casi in cui l’aspirina non basta oppure, fra l’altro, l’aspirina può dare anche dei problemi gravi.

L’austerità, qui devo andare anche più veloce perché vedo che il tempo passa più rapidamente di quanto pensassi, io l’ho misurata per l’Italia. Allora, se i miei conti sono giusti noi abbiamo perso a oggi 500 miliardi di produzione e abbiamo perso di conseguenza 215 miliardi di entrate fiscali. Punto. Come conseguenza di questo. Ora, a me pare che in una situazione di questo genere, qualunque sia l’affermazione del quadro teorico, chiamatelo come volete, in cui ci si muove, qualche riflessione andrebbe fatta: la necessità di fermarsi un momento per capire se stiamo camminando sulla strada giusta, come Trichet diceva nel 2010, probabilmente andrebbe fatta. Ma per il momento ancora non si fa.

Allora, ecco: queste sono le due velocità. Adesso mi limito a questo: dal 2007 al primo trimestre del 2015 questo è il reddito reale disponibile lordo pro capite delle famiglie. Voi qui vedete emergere, come dire, una realtà, un paese che pare particolarmente tartassato, che non è la Spagna, ma che forse siamo dopo la Grecia il paese che è stato più vincolato sul piano dell’austerità. Questo è un altro esempio, diciamo, in termini di quanto il potere di acquisto delle famiglie è diminuito nel corso di questi anni. E non sono cifre da poco, stiamo parlando del 15% in meno per l’Italia. Se ci fossero dubbi, questa è una misura di povertà assoluta, misura su cui sto lavorando (ma questo è un lavoro molto accademico, sofisticato, adesso non sto qui a entrare nei dettagli), sto misurando il tasso di povertà assoluta a partire dai consumi elementari: ma non sono i consumi elementari, sono le famiglie che hanno difficoltà da quel punto di vista, le prendo, le metto insieme e sto facendo una serie di analisi molto accurate. Perché? Ma perché mi convinceva di più intuitivamente e poi nell’aggregato ha questa caratteristica il tasso di povertà assoluta misurata in questo modo, cioè di muoversi in modo molto asimmetrico, diciamo, rispetto alla dinamica dei consumi, quindi se c’è la crisi o una manovra di austerità… ecco, prendete il 2012, i consumi delle famiglie crollano, il tasso di povertà assoluta aumenta, e non di poco.

Cosa sto dicendo? Sto dicendo che nemmeno sono state messe in campo delle misure a tutela di questo pezzo di popolazione che non è piccolo perché è quasi il 10% delle famiglie, era il 7-8% in quel momento. Queste sono le variazioni, però. Ecco, adesso vado un po’ veloce perché vorrei arrivare fino in fondo: questi sono i tassi di variazione dal 2011 alla fine del 2014, anno su anno, dei trimestri per quattro paesi dell’eurozona, Germania Spagna, Francia e Italia e qui siamo di nuovo da capo. Ecco perché dicevo all’inizio abbiamo due velocità, perché diciamo che in Germania la crescita dei consumi finali delle famiglie non è mai stata negativa durante la crisi, mai; lo è stata per alcuni trimestri in Francia ma in misura molto limitata; la voragine voi la vedete dov’è: in Spagna e in Italia se non che poi alla Spagna viene concesso di fare un po’ di spese in disavanzo. Ecco, si critica giustamente la bolla immobiliare, immagino che la spesa in questo caso di disavanzo sia più orientata agli investimenti perché questo è il vero nodo, fare gli investimenti. E questa è la situazione drammatica, mi viene da dire, del nostro paese perché voi vedete, con la linea azzurrina, il crollo dei consumi, questi sono i valori, sono tassi di variazione dei valori. Sono crollati i consumi.

Sono crollati i consumi e le esportazioni sono cresciute ma non abbastanza, le scale sono diverse, non abbastanza da compensare un crollo così enorme dei consumi. Diciamo che chi teorizza l’austerità espansiva mi direbbe che questa è la conseguenza di un aumento della pressione fiscale o della riduzione della spesa non anticipata, cioè i consumatori sono stati presi di sorpresa e quindi non ci credono molto a questa interpretazione per un motivo, perché il cuscinetto di risparmio delle famiglie italiane ancora esiste, è stato usato negli ultimi vent’anni ad abbondanza, fin troppo, era la nostra sicurezza come paese per stabilizzare i consumi nei momenti di crisi e avrebbe potuto esserlo anche adesso, ma non voglio entrare nei dati di decadenza.

Cosa accade? Soprattutto che la disoccupazione nel corso di questi anni, e in misura crescente, si è polarizzata, da paesi con tanta disoccupazione a paesi con piena occupazione come la Germania. Io a un convegno ho presentato quella riga nera, che è lo scarto quadratico medio, cioè la misura di variabilità della disoccupazione, senza tener conto del peso di ciascun paese e della disoccupazione in ogni paese. Mi fu fatto notare, e io per correttezza in una versione successiva ne ho tenuto conto: mi aspettavo che non ci fosse una grande differenza, ma se io tengo conto, la linea rossa, del peso relativo dei paesi, Italia, Spagna, Grecia, ecc. ecc., tutti coinvolti, questa misura di variabilità e quindi di distanza, questa è una misura di distanza fra chi ha la piena occupazione e chi non ce l’ha, aumenta, e aumenta di tanto.

Voglio ricordare che la Spagna sta diminuendo la disoccupazione, ma voglio anche ricordare che ha rimandato a casa credo almeno un milione di immigrati dal Marocco. Una delle conseguenze, e io non so di nuovo questo ineffabile olandese cosa dica, no, in questo caso non è l’ineffabile olandese…, non c’è rischio di inflazione, non lo so. Come Guffanti diceva giustamente prima, richiama la dichiarazione che lui citava, il divario fra tasso di inflazione e core inflation. Cos’è la core inflation? È l’inflazione meno le componenti più volatili che sono per l’appunto i prodotti energetici e alimentari. Ma seriamente questo signore pensa che la diminuzione del prezzo del petrolio finirà? Cioè tornerà a salire a 100 dollari al barile? Seriamente pensa questo? In ogni caso, il fatto vero è che, prescindendo dalla core inflation che ci sta come misura, sia chiaro, in tempi normali, ma quelli che stiamo vivendo non sono tempi normali, oramai il prezzo del petrolio è incorporato pienamente, almeno nel medio periodo. Non so, potrà succedere di tutto, io sarò un’eccezione, non credo nel lungo periodo perché sa il cielo che cosa sarà, quale impresa pianifica al di là di tre anni o cinque, quando sono tanti.

Sta di fatto che noi viviamo in un mondo di deflazione, e questo ha anche a che fare con la formula del 3%, aggiungo, quindi dobbiamo preoccuparci. Draghi forse è l’unico con responsabilità e potere che si sta preoccupando in Europa. Cosa è emerso nel corso della crisi? È emerso un problema invece nascosto ma che diventa centrale oggi. Vi ricordate che esisteva, qualcuno di voi lo ricorderà di sicuro, il cosiddetto vincolo estero, e quindi la Banca d’Italia metteva da parte le riserve ecc, ecc. Allora, qui viene fuori un po’ il problema di fondo, un altro problema di fondo: che cos’è estero?

Per la Florida, la California è estero? No. Per l’Italia la Germania è estero? Risposta: sì. Allora già questo fa una differenza enorme, perché a quel punto anche le statistiche rispondono a questa divisione: estero ma all’interno dell’area europea oppure extra-europea. Ora, dire estero non sarebbe un grande problema se esistesse, ma purtroppo non esiste, una libertà di movimento delle persone e dei beni, cioè un arbitraggio, tale per cui se c’è la piena occupazione in Germania e gli stipendi nel manifatturiero sono superiori del 50%, questa è la situazione, io vado a Monaco a lavorare. Su questo non ho nessun problema, d’accordo. È così? No, non è così, non sta funzionando così e le istituzioni con cui stiamo governando l’Europa attualmente non lo consentono, non consentono che ciò possa avvenire. Nel mio caso, ovviamente, io sono un docente potrei andare, i salari dei miei colleghi di Germania sono il doppio di quello che guadagno io. Punto. Così come sono il 50% in più i salari dei lavoratori dell’industria metal-meccanica ecc. ecc.

Ora, possiamo immaginare che questo movimento delle persone è un’eccezione quasi del tutto vuota senza istituzioni che la sorreggono. Perché dico quasi? Perché i giovani, da un lato per fortuna, vanno all’estero se non trovano lavoro in Italia: se voi andate a Londra, e in Inghilterra in generale, a Londra ormai gli italiani sono il primo gruppo etnico, o il primo tra gli stranieri o no, adesso mettiamoci d’accordo anche su Schengen. Ma lo stesso avviene a Berlino e anche in Francia, a Parigi. Allora, quella giovane ragazza italiana che purtroppo ha perso la vita, io vorrei che si ricordasse anche che era lì, a Parigi, brillantemente a studiare perché qui in Italia non c’era spazio per niente e non c’è spazio per niente, per una giovane così brillante che aveva trovato immediatamente una posizione lì.

Ora, a livello mondiale, voglio farvi questa osservazione, non è possibile che tutti i paesi del mondo abbiano un avanzo delle partite correnti. Non è possibile, cioè se uno esporta di più, l’altro… Direi che è pura contabilità, se qualcuno è in avanzo l’altro sarà in disavanzo, va da sé, poi nel tempo, si va un po’ su e giù. Ma perché non deve avvenire all’interno dell’Unione Europea? Qui stiamo violando non solo i principi dell’Unione Europea, ma anche il buon senso economico. La domanda è: qual è la politica all’interno di una grande area politica rispetto a questo problema, in una grande area economica come l’eurozona? Non c’è risposta. Vediamo se ho messo la Germania, no, non l’ho messa. L’unica cosa che possiamo dire è che la Germania ha infranto verso l’alto una regola, c’è una regola anche lì: se voi andate troppo bene c’è una regola anche sul troppo bene, la regola del 7% di avanzo delle partite correnti e la Germania l’ha infranta oramai da un paio d’anni.

La Germania è un paese fortunato, ribadisco, paese fortunato. Sapete perché? Nel mio giudizio mi sono confrontato con un tedesco che non vive in Germania ma per fortuna negli Stati Uniti, un collega, ed era convinto di quello che sto per dire ora. Cioè, è stato un paese fortunato perché qual è l’anno in cui è iniziata questa fortuna? Lo vedete anche dai numeri, il 2002-2003. Cos’è accaduto nel 2002-2003? Nel 2002 è successo qualcosa di cui oggi ci dimentichiamo, cioè la Cina è entrata nel WTO e con la Cina si sono aperti i mercati asiatici. La Germania è stata un paese fortunato perché era pronta nel momento giusto a offrire alla Cina tutto quello che i cinesi vogliono, cioè l’Audi; fate la strada dall’aeroporto di Pechino a Pechino, e da Shangai all’aeroporto, ed è piena di taxi. E poi un’altra cosa, le auto private sono Audi, Mercedes, BMW, ma nuove, tutte nuove. Ora stiamo parlando di un mercato enorme. Questa è stata la grande fortuna della Germania.

Voce dal pubblico: è stata fortunata o è stata preparata? Se fosse stata pronta la Fiat sarebbe stato lo stesso? Le rispondo, mi perdoni se lo faccio in modo telegrafico: non credo che la Fiat avrebbe avuto lo stesso successo non perché non abbia in considerazione la Fiat, ma perché l’ambizione, il sogno nel cassetto del ceto emergente cinese, me lo hanno detto più persone, è a tutt’oggi l’Audi berlina passo lungo, non chiedetemi che cosa vuol dire perché non lo so, però a passo lungo, ecco. Ora può darsi, non saprei adesso dare una risposta. Che sia stata fortunata… fortunata è già una versione molto generosa, è probabile che la Germania, come dire, abbia cercato di convincere i partner del WTO che era pronta; ma ci sta, per carità, non c’è nessuna critica in tutto questo, quello che voglio dire è che i destini delle partite correnti tedesche si sono incrociati con le esportazioni mondiali.

Allora, gliela metto in un’altra versione così forse mi dice se la convinco di più. Il rapporto esportazioni-PIL nel 2000, vado a memoria, in Germania era il 26%, o il 27%, e in Italia più o meno uguale. Oggi la quota italiana delle esportazioni sul PIL è cresciuta di un pochino, di 2-3 punti, sarà il 28%, una roba del genere. Quant’è in Germania secondo lei? 50%, Allora, cosa c’è dietro a questo 50%? Ci sono due fenomeni che si intrecciano: uno è il fatto che molta della produzione di tutto, meccanica, chimica, eccetera, si è anche delocalizzata perché in Germania mancano le persone, non ci sono abbastanza lavoratori. Va bene. Allora, la Polonia è il primo partner commerciale della Germania, la Repubblica Ceca è il primo partner commerciale con la Germania dal punto di vista della Repubblica Ceca, la Slovacchia pure,6 e via di questo passo. Questo è un elemento di fragilità. Ho detto all’inizio: gigante dai piedi di argilla. Sapete quant’è la quota del Prodotto Interno Lordo? Supponete che la Germania inglobi la Polonia, inglobi la Repubblica Ceca, inglobi la Slovacchia e si faccia un’altra cosa, ammesso che i polacchi siano d’accordo. A quel punto spariscono queste esportazioni, non sono più esportazioni, d’accordo? Quant’è che rimane? Io i conti un po’ certosini me li sono anche fatti: rimane intorno al 23-24%.

Stiamo parlando della Germania. La Germania è confrontabile con il Giappone, con gli Stati Uniti. In Giappone la percentuale di esportazione sul Prodotto Interno Lordo, nonostante noi siamo invasi da prodotti giapponesi, lei sa quant’è? Il 15%. Lei dice di no, io vado a memoria ma controlli, i numeri qui sono tanti. Perché dico tutto questo? Perché è anomalo che un paese di quell’ampiezza, di quella grandezza abbia dei rapporti così elevati di scambi con l’estero, perché? Perché se la Cina starnuta, come sta avvenendo, la Germania ne risente immediatamente, ma poi a cascata ne risentiamo anche noi, i produttori del centro-nord eccetera eccetera.

Il fatto che la Germania si sia lanciata sull’esportazione per uscire indenne dalla crisi, e gli altri tacciano, e non sia stata una crescita dell’interscambio interno, ma soprattutto quello esterno, questo ha creato un problema, un problema che prima non c’era. Non c’è niente di male in tutto questo, dopo di che, io lo ricordo sempre, io considero questa fortuna perché, lo diceva già Machiavelli, nelle vicende umane, raccontava Machiavelli al Principe, per quanto uno si dia da fare, e la prospettiva sia nobile, l’Italia, l’Italia di allora, dobbiamo registrare i fatti e cioè che almeno la metà delle vicende umane sono governate dalla fortuna. Questo dicevo e la Germania in questa circostanza, a mio parere, è stata fortunata. Però rispetto il giudizio altrui.

Ecco, qui vedete un’altra storia, vedete la storia della Spagna. In Spagna il saldo netto delle partite correnti voi vedete che un effetto positivo dell’austerity è stato quale? Qual è stato? La domanda dei consumi è fortemente diminuita, ora si è assestata, sono diminuite le importazioni, molto, di beni di consumo e di investimento e questo ha rimesso in pari l’Italia. Ma ancora di più la Spagna, che partiva da una posizione, con la bolla immobiliare in particolare, molto più precaria.

Adesso fatemi andare veloce se no non c’è più tempo di nulla. Rispetto alla tabellina dei tagli della spesa, il prossimo candidato è la spesa per la protezione sociale che non è stata scalfita moltissimo. E allora bisogna però essere di nuovo chiari sul fatto che la stessa medicina non può essere data quando le malattie sono diverse. E nella tabella delle protezioni sociali, se guardiamo alle funzioni, bisogna tenere conto che fra i diversi paesi europei esiste una grande eterogeneità che è legata a fattori per lo più demografici. Eccolo qua. La spesa pubblica, adesso non occorre fare l’economista per vedere che lì c’è un legame, una’associazione tra la percentuale di popolazione 0-14 anni e quella di 80 e più e la percentuale di spesa per salute, malattie e disabilità. Punto. Allora, in Bulgaria sono particolarmente virtuosi con il 6% di spesa? Probabilmente, saranno anche virtuosi, non lo so, di certo la loro struttura demografica li favorisce in un modo decisivo.

Stessa questione per la salute. Qui andrebbe spiegato meglio perché ci sono alcune considerazioni. La spesa di protezione sociale, la spesa pubblica per la salute diminuisce la diseguaglianza. Il GINI, cioè l’indice di concentrazione, appare meno forte perché in realtà qui, questo scatter di punti rappresenta situazioni che disegnano già due Europa dentro lì. Non entro nel merito ma diciamo che è un’associazione negativa. Diciamo che se riduco la spesa pubblica per la sanità mi aumenta la diseguaglianza, questo è il punto. Non solo, la spesa sociale per la funzione famiglie e figli è associata al tasso di fertilità: maggiore è quella e maggiore è il tasso di fertilità. E infatti in Irlanda è molto elevato. Anche in Svezia e anche in Francia. Notoriamente, la Francia è l’unico paese con una struttura demografica stabile.

E questo è il sistema pensionistico: il fatto che in Irlanda la spesa per vecchiaia e superstiti, li ho messi insieme, sia del 7% grosso modo, mentre in Italia sia del 17%, dieci punti in più, qualcuno da Bruxelles potrebbe dirci: ma fate come l’Irlanda. Si, ma l’Irlanda è diversa, è un paese diverso, con una struttura demografica molto diversa che rende conto, al di là delle inefficienze, anche se sistemassimo tutte le inefficienze, questo è un dato che rimane, comunque.

E qui vengo a quello che considero un problema strutturale in Italia e in Europa: la scomparsa dei giovani. I giovani scompaiono, in particolare la generazione COR dai 20 ai 39 anni. Vi anticipo alcune cose per un libro che sto scrivendo in questi tempi. Guardate: questa è una graduatoria mondiale di 80 paesi ciascuno dei quali aveva come requisito il fatto di avere più di un tot di abitanti, un milione, credo, una roba così. Allora, guardate la generazione COR come percentuale della popolazione totale. La popolazione COR, 20-39 anni, è quella che ha le energie giovanili, mettiamola così. L’Iran è fra i grandi paesi quello con il 40% di generazione COR. I primi 10 paesi sono quelli che leggete: Iran, Malesia, Algeria, Svezia, Arabia Saudita, Vietnam, Sud Africa, Bangladesh, Cambogia, Zimbabwe; gli ultimi 10 sono Belgio, Grecia, Spagna, Portogallo, Germania, Olanda, Francia, Niger, Giappone e Italia. L’Italia è l’ultima. Ma non come si dice, è vero anche per quello in parte, per la popolazione in età avanzata: qui da noi la generazione COR, quella che mette l’energia, adesso c’è una pubblicità che non mi ricordo più cosa dice esattamente, che mette la tigre nel motore del paese, la generazione COR in Italia, nonostante l’immigrazione, badate che qui c’è dentro l’immigrazione, e se non ci fosse il 22,4% sarebbe molto più basso in Italia, ancora più basso. Quindi, rendiamoci conto che viviamo in un mondo, in un paese, in una non gradevole situazione ed è una situazione che è destinata a peggiorare.

Allora, che cosa accade alla generazione COR, 20-39 anni, oggi in questo paese? Siccome sono meno, tenderei a dire con ragionamento economico che “valgono di più”, sono pagati di più, sono corteggiati dalle imprese che li strapagano perché non trovano più un giovane in giro, vieni a lavorare con me. È così? No, non è così. Oramai, non posso più neanche chiamarle retribuzioni, lavori che vengono remunerati con delle paghette di 500-600 euro al mese, a una persona magari di 30 anni che vorrebbe mettere su famiglia.

Voce dal pubblico incomprensibile. Esatto, sono pienamente d’accordo e glielo dimostro fra un attimo.

Ecco, al primo posto, se pigliamo tutti i paesi, c’è il Qatar e questo devo dire che mi ha stupito: il rapporto COR population in Qatar è 56%. Vi ricordo che il Qatar è un paese petrolifero in cui il petrolio si sta esaurendo, ma che ha comperato il centro direzionale di Milano. Chiaro? Porta Nuova è del fondo sovrano del Qatar. È un paese di 2,2 milioni di abitanti.

Vengo a quello che Bianchi suggeriva prima: la generazione COR dei paesi mediterranei del sud: Africa e Asia superano ormai l’Europa intorno al 2020, ci siamo grosso modo, cioè la popolazione COR di questi paesi africani, se noi potessimo sommare idealmente in un processo di sviluppo l’area del Mediterraneo, io credo che avremmo un grandissimo beneficio, noi, l’Europa e anche il mondo, perché il nord-Africa è la parte, come dire, meno in difficoltà.

Qui vi presento, ma in modo proprio veloce la generazione COR e la crescita economica. Quella è la variazione percentuale del PIL fra il 2000 e il 2010: voi vedete chiaramente che i paesi in cui la generazione COR è maggiore sono cresciuti di più. Punto. Questi sono i paesi della Unione Europea, c’è una Lettonia che è un caso a sé perché sono esplose le esportazioni, non ho avuto il tempo di indagare perché sono esplose le esportazioni in Lettonia, ma è l’unico paese anomalo in questo discorso. Ora l’immigrazione in Italia, vengo a quello che dicevamo prima, ha compensato solo in parte la diminuzione della generazione COR, perché se lei guarda la riga rossa, i nati 20 anni fa che entrano a far parte, perché è sufficiente che calcoli la natalità, la mortalità per fortuna nei 19 anni è bassa, molto bassa, e quindi è un’approssimazione molto ragionevole della popolazione se non c’è immigrazione. Il meccanismo è stato quello che c’è stata immigrazione se non che l’immigrazione ha compensato. Noi abbiamo avuto, se non ricordo male, quasi 3 milioni, badate quasi 3 milioni, quando lo dico non riesco a capire come il mio uditorio non si stupisca, la popolazione in Italia, globalmente, è in diminuzione, chiaro? Ogni mese il saldo è un meno. Punto. Ma è ancora agli inizi questa diminuzione, questo non è ancora l’inizio, parliamo di 2-3 milioni, non 100-200 mila, 2-3 milioni di giovani che non ci sono più, ecco perché la mia relazione è partita con i giovani, come li ho chiamati, scomparsi.

Va aggiunto che il problema non è solamente italiano, è anche tedesco. È quello che vi dicevo prima: la generazione COR in Germania è caduta da 24 milioni a meno di 20 milioni, cioè dal ’99 al 2014 la Germania ha perso 4 milioni di questo tipo di generazione e devo dire che adesso, mentre ve lo racconto, capisco meglio perché loro in quelle condizioni fortunate abbiano anche la piena occupazione. 4 milioni sono tanti, sono un’enormità.

Basta, ho finito. Quest’ultimo discorso adesso è in lavorazione, mettiamola così, ma vi anticipo che sto facendo stime anche econometriche sulla natalità, i rapporti tra natalità, disoccupazione, COR, crescita per l’Italia. Per l’Italia l’ho fatto dal 1860 e lo sto facendo per la gran parte dei grandi paesi del mondo, la Cina inclusa: ed è così. In Cina in particolare è così per un motivo molto semplice… qui vi devo dire una cosa molto importate che ha a che fare con quello che diceva la signora: in Cina c’è stata la politica del figlio unico per tanti anni e il tasso di fertilità o di fecondità come lo chiamano i demografi è stato di 1,4, bene o male qualcosa in più si faceva, ma la Cina è un paese autoritario che impone la politica del figlio unico, ecc. ecc. Noi non siamo un paese autoritario, giusto?, quindi non imponiamo alle famiglie il numero dei figli, ma la natalità è di 1,3. Allora, vorrei che fosse chiaro che in Cina ci sono tante altre cose che non funzionano in Cina, incluso che il fatto di volere un figlio unico ha portato a una diminuzione violenta del numero di femmine nate, le donne sono poche e questo sta creando dei problemi, problemi seri perché c’è un eccesso di giovanotti in cerca di una cinesina da impalmare, mettiamola in questo modo. Questa non è una cosa strana, Amartya Sen denunciava questo per l’India nel 1990, questo fenomeno che si traduce in aborti appena si sa il sesso, ma quello che non si dice è che è un problema molto più diffuso di quanto appaia. Adesso si cerca di correre ai ripari dicendo che sono concessi due figli, anche se poi in realtà, essendo la Cina un paese sterminato, chi va mai a controllare nei villaggi del centro della Cina cosa succede?

Finisco con una nota personale. Il mio gommista dove cambio le gomme ha venduto il suo storico negozio di gomme a chi? A una coppia di giovani cinesi che ovviamente hanno fatto subito un bel bambino. Lui sta imparando, lei pure con fatica perché far passare i clienti dall’uno all’altro non è facile, ma, per dire che cosa è il centro della Cina, la ragazza, ci si da del tu, stavo andando in Cina e dice: dove vai in Cina? Vado a Shangai. E lei mi dice, anch’io non sono lontana da Shangai. Ah, dico, da dove vieni? E mi dice un nome che onestamente non conosco: E come ci arrivi a Shangai? Piglio l’aereo. E quanto ci impieghi in aereo? Un’ora e mezzo di volo. Ecco, questo vi da l’idea di quanto io non avessi l’idea, e in generale non abbiamo l’idea, di questo continente.

Allora ci sono cambiamenti che riguardano i continenti, quindi la Cina, l’India, l’Africa. L’Africa in prospettiva è davvero il continente più delicato a livello mondiale. Cosa sarà del nostro paese fra vent’anni con queste dinamiche demografiche, io non so dirvi. Diciamo che potremmo essere, abbiamo tutte le potenzialità per poter essere una prosperosa boutique economica e sociale del mondo occidentale, possiamo farlo. Non possiamo immaginare di essere una grande potenza, o chissà che cosa, dimentichiamolo, ma una prestigiosa boutique economica e sociale, questo lo possiamo fare, e se lo possiamo fare possiamo stare tutti quanti meglio. Sto cercando di indicare tutti i modi per realizzare il progetto boutique.

email

Permalink link a questo articolo: http://www.circolidossetti.it/luigi-campiglio-la-crescita-europea-e-il-futuro-delleuro-rischi-e-strategie/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.