Luigino Bruni. La ferita dell’altro. Economia e relazioni umane.

linea_rossa_740x1

Questo libro ha il sottotitolo “Economia e relazioni umane” e direi che la sua parte determinante, l’impianto, è dato dalle relazioni umane. Cioè, l’economia si inscrive, si sviluppa, è tematizzata dentro le relazioni umane. E quindi questo libro è di economia ma dentro una cornice, un impianto, che è quello di un’antropologia, di un profilo di uomo, di una forma di umanità. E questo secondo me è l’aspetto più interessante e provocatorio del libro rispetto a una modalità usuale di fare economia come scienza separata che riguarda soltanto gli aspetti relativi al mercato, al profitto, alla distribuzione, cioè a quello che comunemente si intende per economia, sradicata completamente dalle relazioni umane.

Luigino Bruni. La ferita dell'altro. Economia e relazioni umane.

1. leggi il testo dell’introduzione di Salvatore Natoli

2. leggi la trascrizione della relazione di Luigino Bruni

3. clicca sui link sottostanti per ascoltare i file audio mp3

introduzione di Salvatore Natoli – relazione di Luigino Bruni – 1° gruppo di domande – risposte di Luigino Bruni – 2° gruppo di domande – risposte di Luigino Bruni – conclusione di Salvatore Natoli

linea_rossa_740x1

Testo dell’introduzione di Salvatore Natoli a Luigino Bruni

Questo libro ha il sottotitolo “Economia e relazioni umane” e direi che la sua parte determinante, l’impianto, è dato dalle relazioni umane. Cioè, l’economia si inscrive, si sviluppa, è tematizzata dentro le relazioni umane. E quindi questo libro è di economia ma dentro una cornice, un impianto, che è quello di un’antropologia, di un profilo di uomo, di una forma di umanità. E questo secondo me è l’aspetto più interessante e provocatorio del libro rispetto a una modalità usuale di fare economia come scienza separata che riguarda soltanto gli aspetti relativi al mercato, al profitto, alla distribuzione, cioè a quello che comunemente si intende per economia, sradicata completamente dalle relazioni umane. Casomai, l’indice in base a cui si giudica il discorso economico è quello dell’efficienza, la categoria dell’efficienza è quando vediamo l’utilità in crescita, cioè tutte le parole dell’economia sono parole incentrate soltanto su tematiche relative allo sviluppo. Qualche volta accade – e ci sono delle correnti di economisti in questo senso che cominciano a parlare di sviluppo compatibile, ma compatibile rispetto a che cosa? Rispetto alla natura, rispetto alle risorse, ma ancora siamo nel campo della gestione dei beni materiali, della gestione efficiente dei beni materiali, bisogna evitare il surriscaldamento della terra, i buchi dell’ozono. Già usciamo da una logica meramente efficientista e ci poniamo problemi di ecologia, già abbiamo un movimento di questo tipo. Tra l’altro, detto tra parentesi, dopo il fallimento, il ridimensionamento dell’idea marxista di Krobilov, ormai tutti quelli che erano marxisti sono diventati verdi perché hanno dovuto elaborare un’idea di catastrofe in termini naturalistici, visto che quella economica non è avvenuta, o almeno non è avvenuta nei termini in cui la prevedevano loro. Ma secondo me è avvenuta e questo libro lo dimostra, ma è avvenuta in termini diversi da come la prevedessero loro.

Allora, a parte queste linee catastrofiche per cui la dimensione dell’efficienza, del profitto e della crescita viene premonizzato, normalmente non si guardano gli effetti dell’economia sulle relazioni umane. E non solo non si vedono gli effetti dell’economia sulle relazioni umane, ma il tipo di uomo, l’homo economicus, quanto questo tipo di uomo perde in umanità se si sviluppa soltanto in termini di mera economia. Questa è la cosa più interessante del libro, la cornice antropologica del libro, e quindi filosofica perché in effetti il libro si interroga attraverso l’economia su quale umanità.

E anticipo quello che dirò alla fine, una delle misure della realizzazione dell’umanità, e poi chiariremo in che senso, uno degli indici di realizzazione dell’umanità è la felicità. E questo è molto importante perché questo libro pone al centro dell’economia, insieme a delle correnti abbastanza recenti, il tema non più del profitto e dell’efficienza, ma della felicità e del benessere. Tra l’altro, ricordo che già Agostino diceva: “Non c’è nessun’altra ragione di filosofare se non quella di essere felici”. E il filosofare per Agostino voleva dire non tanto la disciplina, ma la saggezza del vivere, la comprensione della natura dell’esistenza umana, dello stare al mondo di noi esseri umani.

Questa è la cornice del libro. Andiamo al titolo, La ferita dell’altro, che in qualche modo è anche già una domanda preliminare. Voi vedete che l’immagine del libro è la lotta di Giacobbe con l‘Angelo. Allora domando, perché l’altro ci ferisce? In che senso dobbiamo intendere ferita? È che l’altro ci ferisce perché – almeno così io cerco di capire – irrompe e spezza la nostra identità, dove per nostra identità intendo dire la chiusura in noi stessi. Quindi, da questo punto di vista, io posso parlare dell’irruzione dell’altro come uno squarcio. E allora da questo punto di vista potrei accettare questo titolo. Se la metto così: l’altro ci ferisce perché produce una ferita sul nostro narcisismo, la ferita spezza il nostro narcisismo, solo a questo titolo io posso intendere in senso buono la ferita, l’altro irrompe e problematizza la nostra identità, spezza il nostro narcisismo. Allora da questo punto di vista ci libera l’altro, ferendoci, ci scioglie, è una ferita feconda, è una ferita che non uccide, una ferita che benedice.

Però – e con questo secondo aspetto mi introduco nel libro, nel merito del libro – gli uomini sono capaci di produrre altri tipi di ferite, non solo la ferita che spezza il narcisismo, ma la ferita che uccide. Cioè non la ferita che rompe il narcisismo, ma è il narcisismo che ferisce. Domando: di quale ferita parliamo? Perché se è la ferita che spezza il narcisismo l’irruzione dell’altro ci mette a rischio, ma il rischio fecondo dell’avventura, il rapporto con l’altro è un’avventura, è entrare nel suo mistero, ci si perde nell’altro; in taluni casi si dice anche che l’altro porta a perdizione, ma ci si perde nell’altro. L’irruzione dell’altro è appunto l’imponderabile che entra nella nostra vita. Tornerò alla fine su questo e da questo punto di vista proprio perché l’altro è l’imponderabile che entra nella nostra vita, l’irruzione dell’altro è sempre gratuita, è uno stato di grazia.

Però, accanto a questo tipo di ferita c’è un’altra ferita, ben più profonda, che è non la ferita al narcisismo ma la ferita del narcisismo, il quale vuole esistere nella sua identità, e quindi in una dimensione non gratuita ma possessiva, acquisitiva. Domanda che nasce fin dall’antico: è un problema, è un problema anche del moderno e che ha a che fare con la nascita dell’economia? L’uomo è tutte e due le cose insieme. Cioè, non possiamo dimenticare che nell’uomo c’è una disposizione di aggressione violenta sull’altro. E qui si apre un capitolo, una questione importante. Aggressione violenta perché? Si aggredisce per conquistare, ma si aggredisce anche per difendersi. Sempre nella storia, la dimensione difensiva e aggressiva passano in modo impalpabile l’una nell’altra. Le guerre preventive sono tutte guerre che tendono alla difesa ma poi di fatto diventano aggressioni. E questa natura ambigua dell’uomo presenta un modo per ferire che fa a pugni: non è la ferita che apre ma è invece la ferita che uccide, e dinanzi a questo la risposta non è gratuita, ma è difensiva e di difesa preliminare.

Ecco, già questo è un dilemma tenuto conto che l’uomo ha questa doppia disposizione e qui mi verrebbe da dire che cosa è più naturale nell’uomo, che cosa è più originario nell’uomo? È più originaria l’amicizia, o più originaria l’inimicizia? E questo è già un tema di discussione, è già una cornice del libro.

Ecco, diciamo che l’economia politica nasce contestualmente, e qui sono molti i passaggi nel libro che suggeriscono una questione che ha investito la storia dell’economia, la storia civile. Stato e mercato in fondo nascono insieme, la ricchezza è delle nazioni. È chiaro che qui quando si dice stato non si intende lo statalismo, si intende quello spazio di garanzie pubbliche che permettono al mercato di essere ordinato, per esempio la pace civile, perché la dimensione di guerra squilibra e la mano invisibile di Smith non è pensabile in una dimensione di rapina; ci deve essere uno stato-nazione, che crei una cornice pacificata, e il mercato è lo spazio delle libertà, è lo spazio delle transazioni.

Quindi, l’economia moderna nasce come uno spazio di libertà caratterizzato dallo scambio, lo scambio può avvenire in modo tranquillo soltanto a una condizione: che le persone nello scambio non si nuocciano. Ecco, l’elemento avverso di cui parla Bruni: cioè, le relazioni umane nel mercato sono relazioni di indifferenza tra gli individui perché centrale è lo scambio, il bene scambiato e il prezzo dentro un quadro di terziarietà che è quello appunto statale o giuridico che evita che gli uomini si nuocciano.

L’immunità – qui vengono riprese delle cose di Esposito che però andrebbero precisate – comunque, la dimensione del dono, del munus, che tra l’altro non è sempre una cosa positiva nel senso che il munus è una forma di aggressione, il munus è il dono che obbliga l’altro e l’uomo potente dona e nel donare asserve perché mostra che ha di più, che ha più forza; il dono spesse volte è offensivo perché è il segno materiale della sproporzione, è tutt’altro che la gratuità di cui si parlava all’inizio; il dono è aggressivo, il dono è una manifestazione di potere. Non a caso in alcune comunità il dono è mirato allo spreco, panem et circenses, il dono da parte di un potere forte che teneva in balia e nello stesso tempo teneva in balia tanto. Non è che oggi sia del tutto sparita questa dimensione, anzi abbiamo forme di arcaismo che si riproducono, forse in alcune zone d’Italia questa pratica del dono offensivo e di sudditanza… sotto elezioni… se uno va a guardare bene chissà che non ci sia una regressione nell’arcaico. Il mercato da questo punto di vista ci dovrebbe liberare da questo, però purtroppo noi diamo per scontato che il mercato abbia prodotto libertà. Ci sono dei rinculi nella storia a volte che meriterebbero una particolare riflessione.

Ecco, allora, il terzo elemento mediatore dello scambio che da un punto di vista formale è l’apparato legislativo dello stato o della nazione, e è il mezzo del mercato, il mercato è spazio neutro in cui si incontrano delle individualità che non si guardano in faccia. E si scambiano i beni: la misura di questo è il prezzo. Quindi da questo punto di vista l’elemento fondamentale della mediazione, e anche l’elemento della libertà, diventa fondamentalmente il denaro. Il denaro è il luogo della libertà, il danaro è il luogo della mediazione impersonale.

Ora, possiamo fare moltissime critiche al marxismo, però non bisogna dimenticare che alcune cose ce le ha insegnate e quando Marx parla del denaro come l’universale dell’anonimo, il vettore costante dell’anonimato, ciò che tiene insieme e divide. In questo periodo ci sono dei film molto belli sulla dimensione soggettiva del denaro. I fratelli Cohen, per esempio, hanno fatto dei film dove questa dimensione del denaro che lega e divide è tutt’altro che pacificante. 1850

Allora questo è il terzo, la terza persona, o l’impersonalità. Ora il mercato, e qui Bruni lo mostra con chiarezza, è certamente un elemento di vantaggio rispetto a una società gerarchica e feudale. Cioè una società in cui non esisteva il luogo della libertà ma esisteva l’assetto verticale della soggezione. Modello feudale, anche se, e qui anticipo qualcosa che poi caratterizza la parte finale del libro di Bruni, già in età medievale noi avevamo delle società cooperative. Marc Bloch della società medievale parla appunto dell’assetto conventuale e comunitario dei conventi che erano assetti comunitari e anche luoghi di produzione cooperativa. Come elementi che si spostano in avanti sino alle utopie di Gioacchino da Fiore quando parla dell’età millenaria proprio come dell’età monacale, la realizzazione piena della comunità, l’ultima rivoluzione, il monachesimo di massa annuncia Gioacchino, ripreso poi con altre caratteristiche da Campanella. Comunque, c’erano queste comunità in cui i componenti, nel momento stesso in cui producevano, si riconoscevano. L’ora et labora di S. Benedetto era questo.

Ma c’erano anche assetti violenti, gerarchici, feudali, di non libertà, di soggezione dei servi della gleba. Il moderno eguaglia nella norma perché assume gli uomini originariamente come separati sia nel senso oxiano, separati essi si accordano per fare lo stato, sia nel senso economico separati in quanto operatori singoli sul mercato, non soggetti comuni, ma operatori singoli: l’imprenditore, l’impresa, il singolo, l’interesse del singolo, l’interesse del singolo che diventa il motore. La mano invisibile è il regolatore tra interessi perché la mano invisibile gioca su un fattore egualizzante. Qual è il fattore egualizzante? La concorrenza e il prezzo. Quello è l’elemento egualizzante, non c’è un’egualità di natura, c’è un’egualità di processo per il semplice fatto che a parità di condizioni si compra dove costa meno. E si produce, evidentemente, dove c’è una maggior richiesta-offerta o del capitalista bravo, la definizione shobekiana dell’innovazione, io invento e creo, sono più bravo, cioè non seguo l’offerta ma l’anticipo. Quindi, il soggetto è una cosa molto importante, il soggetto imprenditore che inventa, crea il mercato.

Se poi ragioniamo sulla grande rivoluzione ottocentesca, dove Marx ha sbagliato, non vedeva questo, il potere innovativo dell’impresa, Shobek da questo punto di vista è un gigante, qui andiamo a una innovazione perfetta. E l’innovazione – qui si aprirebbe di nuovo il discorso economico – l’innovazione di cui parla Shobek non è la crescita, non è un’innovazione nell’ordine della quantità, ma nell’ordine dell’apertura di orizzonti. Quindi dal punto di vista shobekiano per esempio, un’impresa ecologica, uno che inventa un’energia pulita è un innovatore molto più grande di quello che tende a crescere secondo una direzione inerziale standardizzata.

Però in ogni caso, tutto il bene di cui stiamo dicendo, suppone operatori singoli, interessi privati che trovano uguaglianza nel prezzo, cioè nelle convenienze, le reciproche convenienze che fondamentalmente sono la ragione dell’economia e dello sviluppo in transazioni impersonali, invento il mercato. Lo stato deve intervenire nel mercato quando elementi in guerra, o di appropriazione, turbano la dinamica naturale dei prezzi

E Adam Smith di questo si rendeva conto perché si rendeva conto che l’elemento del possesso della prevaricazione, del narcisismo più felice è sempre presente negli uomini. Da questo punto di vista la libertà economica e la libertà politica stanno insieme. Aveva ragione Einaudi quando polemizzava con Benedetto Croce, aveva ragione quando faceva questa distinzione molto filosofica tra liberalismo e liberismo. Einaudi diceva: guarda che non esiste un liberalismo senza liberismo, perché se non c’è libertà economica e l’impresa… insomma studiati Locke. Lascio stare, poi ritorno a Locke. L’individuo proprietario è il fattore fondamentale della libertà, la liberta dei modelli è legata alla proprietà. Non dimentichiamo che per Locke è più importante la proprietà che la vita. Dico, per esempio, che l’uomo muore per la sua proprietà, cioè sacrifica la vita per la proprietà, perché la proprietà è la sua vita. Questa è la dimensione neutra, il mercato, è l’incontro costante tra soggetti che non si guardano mai in faccia.

Non solo, ma qui c’è un altro passaggio importante di Bruni. Questa sarebbe l’eguaglianza; lui dice: da questo punto di vista la modernità ha distrutto la gerarchia, la sudditanza; ma è proprio vero che la modernità ha distrutto la gerarchia? È proprio vero che l’ha infranta o l’ha riproposta sotto altra forma? E qui c’è una cosa molto importante che spesse volte viene ignorata, ma il capitalismo asiatico ce la ricorda. Perché gli operatori, l’imprenditore, è uguale sul mercato però produce beni in cui ci lavorano altri; nell’efficienza dell’impresa, cioè nelle relazioni interne, il meccanismo è invece assolutamente gerarchico. La funzionalità dell’impresa suppone una gerarchia e infatti le grandi battaglie che si sono fatte dalla fine dell’Ottocento quali erano? Erano di spezzare il sistema gerarchico interno alla fabbrica. Il sindacato che cosa ha fatto se non contrattare condizioni non gerarchiche? Quindi l’efficienza sul mercato, la competizione con l’altro operatore passava attraverso un asservimento interno della forza lavoro. Si riformava una gerarchia non nel senso dell’individuo civile che era del tutto libero, ma dell’individuo reale e allora, ancora una volta, Carletto Marx qualche cosa ci ha insegnato. Ma questo è molto importante perché qualche volta si butta l’acqua con il bambino.

Evidentemente non vi dico di votare Rifondazione Comunista perché lì c’è la linea folle, il sindacato che difende il lavoratore non è quello che difende l’Alitalia, è una cosa diversa. La gerarchia si riforma nella società. Perché il capitalismo asiatico? Perché il capitalismo asiatico si è fondato essenzialmente su questo. Ma il capitalismo asiatico ha una forza in più che il capitalismo occidentale non aveva: l’adesione comunitaria, nel senso della comunità ristretta, cioè la finalizzazione all’impresa, perché io mi realizzo nella mia comunità naturalisticamente intesa. Cioè c’è l’elemento confuciano: io lavoro per l’impresa perché l’impresa è la mia vita.

Mentre nella modernità l’elemento della gerarchia non abbandonava quello del soggettivismo moderno, dell’individualismo moderno, questo permetteva gli sganciamenti, permetteva il conflitto dentro l’impresa perché c’è una componente individuale, lì neanche nasce e quindi quel capitalismo sul mercato ci batte perché ha una possibilità di controllo interno della forza lavoro non solo sulla base violenta del comando, ma sulla base dell’adesione ideologica della comunità.

E noi quando batteremo la Cina? Quando riusciremo a fare delle iniezioni di individualismo occidentale. Ma non è una cosa facile. Quindi, se il moderno è il trionfo dell’anonimo è anche la possibilità della libertà dei soggetti. E la libertà è sempre una dimensione per un lato di autorealizzazione, per l’altro nella libertà c’è la pretesa di un’esistenza senza vincoli, e quindi nella libertà come pretesa incondizionata della realizzazione di sé, beh, questa è l’essenza pura del narcisismo. L’essenza pura del narcisismo nasce dal fatto che io sono assolutamente libero da tutto.

Infatti, la dinamica capitalista è singolare, perché dal punto di vista soggettivo non vuole regole, ma poi il mercato gliele impone per logica di efficienza media, ma quando poi si formano gli oligopoli la situazione cambia. La storia dell’economia di questi anni, non dimentichiamolo, è fatta di cartelli di oligopoli. Io ricordo che avevo 22-25 anni quando lessi quel bellissimo libro di Sylos Labini sugli oligopoli. L’impresario singolo ha una stagione molto breve, poi la storia del capitalismo è una storia oligopolistica, perché altrimenti nel mercato sarebbero entrati tutti. Se noi facciamo un’analisi sono più gli esclusi di quelli che entrano e quando uno vuole entrare deve sgomitare in modo non piccolo, deve allearsi con gli oligopoli. Quindi, da questo punto di vista, questo nel libro non c’è, ma questa è una formazione di gerarchia, la gerarchia oligopolistica. Non solo la gerarchia di comando interno ma anche la gerarchia oligopolistica; c’è chi blocca il capitale e impedisce l’accesso per realizzarlo.

Poi c’è l’altro verso che i piccoli affrontano i grandi oligopoli in un record. Se poi ci mettiamo nella situazione contemporanea dove chi domina in assoluto è il capitale finanziario, la situazione diventa ancora più complessa, è l’impersonalità totale. Faccio una fabbrica in Africa, inquino le acque di un bellissimo fiume, poi non mi conviene più, passo dall’altra parte e così via. Quindi qui ci sono gli elementi distruttivi, non solo anonimi, ma distruttivi. Nella modernità ci allontaniamo di molto dal modello smithiano che già era un modello di equità.

E qui, non ne parliamo adesso, Bruni lo accenna perché l’azione buona, le teorie dei sentimenti morali di Smith, l’osservatore imparziale che riconosce l’azione buona per sé, è sostanzialmente un modello kantiano che anziché fondato sulla legge è fondato sulla simpatia, ma lasciamo stare questo discorso.

Detto questo, il libro dice: ma è proprio vero che il mercato deve essere neutro in terza persona anonima? Questa è la dimensione interessante del libro di Bruni perché noi abbiamo delle situazioni in cui per realizzare relazioni individuate e personali si fa la linea che bisogna cancellare il mercato. Si è trascurata la tipologia del baratto. Queste dimensioni arcaicizzate le troviamo in Latouche. L’economia moderna è criminogena, Adam Smith è un delinquente potenzialmente, perché l’economia come tale è criminogena. Questo direi che è un elemento di arcaismo, utilissimo come critica perché, diciamo, mette sotto una lente di ingrandimento tutti quegli elementi di disturbo del capitale di cui accennavo; guardate che il mercato non è innocente, fa delle cose disastrose, guardate bene. Però quando dalla dimensione analitica passa alla proposta, nella proposta diventa deficitario e diventa persino patetico, che poi in effetti è la cultura dei no global. Anzi, non sono tanto i no global che sono pericolosi, ma i new global perché i new global ci dicono che il mondo deve essere strutturato in un altro modo, però non ci spiegano come.

E poter immaginare una società senza mercato è altamente problematico. Mi viene in mente quel che diceva Nietsche per la matematica. Diceva: ogni gioco linguistico ha la sua legittimità, ha la sua logica e fino a questo punto di vista la matematica è un gioco linguistico come altri, ma qui c’è un’uscita pragmatica; ma se è equivalente come gioco, è equivalente come valore? Provate a togliere la matematica dal mondo e vedete se il mondo riesce s funzionare. Cioè non è un gioco uguale. Immaginate una società senza mercato e vedete se il mondo riesce a funzionare.

Qui c’è una ripresa di una grande tradizione, e secondo me Luigino Bruni questa l’ha fatto perché è cattolico ed è chiaro per i cattolici, qualche volta, un beneficio di scoperta. Intanto noi lo abbiamo fatto qui con Sturzo, poi lo abbiamo chiamato Centro Dossetti, ma io ricordo le mie controversie con Pino Trotta in quanto io sono più sturziano che dossettiano.

Allora la tradizione vichiana, cioè della Chiesa come principio di civilizzazione, e Genovesi, questa grande scuola napoletana, dice no, il mercato è il luogo in cui tu disimpegni un servizio all’altro, cioè nel mercato tu incontri un bisogno, non vendi solo un oggetto, quindi non c’è bisogno di uscire dal mercato per incontrare l’altro, basta pensare quello che tu produci in funzione di una ragione civile. Che non è la religione civile degli anni Ottanta, ma qui c’è l’intenzione beneficante, che c’è anche in Adam Smith, solo che in Adam Smith non è necessaria, è un di più, però anche per Adam Smith migliora la società perché rende più cordiale il rapporto tra gli uomini, però un benefit importante è la giustizia. Nel modello di Genovesi la cosa più importante è che tu fai giustizia attraverso la carità, perché nel produrre un bene tu disimpegni un servizio per l’altro, gli offri il bene. È chiaro che quello te lo deve pagare perché ci hai lavorato, ma la dimensione fondamentale non è lo scambio; cioè tu lavori per vivere, però prendiamo sul serio il lavorare per vivere, ma la destinazione è la vita. Il lavoro è funzionale alla pienezza della vita, ecco la cognizione aristotelica di fondo che poi c’è. Lavori per vivere.

Allora il mercato è il luogo non solo dello scambio di beni,ma nello scambiare i beni è anche un mettersi a disposizione degli altri, è un servizio. Quindi il mercato non è il luogo anonimo dello scambio, ma il luogo dell’incontro, ma ci vuole tensione morale in questo senso. Allora capite bene che a questo punto il libro non è più di economia, diventa un libro di antropologia e di etica, la motivazione etica dell’affare economico, che la scienza economica, come scienza separata, ha messo tra parentesi come non esistesse, perché assumendo solo il mercato non tiene conto delle motivazioni, siano esse buone, siano esse cattive, perché ci possono essere anche le motivazioni cattive. Diciamo che l’economia fa un’analitica degli effetti tenendo fuori campo le ragioni o le motivazioni. Questo libro è anomalo dentro l’economia perché porta allo scoperto le motivazioni. Cioè un aziendalista un libro così non lo scriverebbe mai, perché non lo sa scrivere, perché non è il suo problema. Un bocconiano questo non lo scrive, poi dicendo delle cose buonissime, ma dal punto di vista interno all’analitica dello scambio si tengono fuori campo le motivazioni.

Questo vale anche per i sistemi politici. Però vi accorgete che qualsiasi, anche il più banale indagatore che fa sondaggi elettorali, se li vuole fare bene deve scandagliare sul valore, perché se non scava sui dati motivazionali non riesce a capire quali sono le intenzioni di voto. La stessa parola “intenzioni di voto” deve andare alle motivazioni e le motivazioni possono essere positive o negative. Allora nel caso di Genovesi la motivazione consapevole è il mercato come lo scambio di un reciproco servizio. Oggi spesse volte è stato detto. Prendiamo una cosa giusta, non è pensata in questi termini, non è pensata nei termini etici di Genovesi, è pensata in termini di mercato, ma quando si dice primato del consumatore in fondo nel termine di mercato si introduce l’idea di servizio: cioè devo essere attento non tanto alla produzione del bene e ai soldi che guadagno attraverso esso, ma devo essere attento al consumatore, perché alla lunga se sono attento al consumatore guadagno di più.

Ma il problema è nella vita, nella vita sempre, che noi preferiamo il tempo breve al tempo lungo. Nel tempo mi arricchisco di più e si arricchisce di più la società, ma nella mia pre-verità più arraffo e meglio è perché io sono 70 chili e ho 80 anni e se non me la godo adesso c’è l’assenza di futuro. Il rapinatore, se tu gli fai un discorso che arricchisce di più, dice ma chi si arricchisce di più? Io voglio prendere tutto adesso.

E qui c’è il problema di senso delle generazioni. In una società che non produce più figli è impossibile avere il senso delle generazioni, è antropologicamente impossibile. Se ne fai uno tendi ad arricchirti al massimo per lasciargli la rendita, non gli lasci un mestiere, gli lasci un patrimonio; se pensi in termini di generazioni lasci un mestiere, non un patrimonio. E qui si introduce l’elemento della gratuità: a tuo figlio, se la pensi in questo modo, gli lasci una capacità, non gli lasci un bene, gli passi un’attività non gli lasci un bene. Il vecchio Aristotele sarebbe contentissimo che noi parliamo di lui senza accorgercene.

Dunque, la cosa più importante è il mercato. Allora qui c’è un’altra cosa importante dal punto di vista economico nel senso che si cita Gallino, Gallino è sempre venuto qui, sul valore sociale dell’impresa. L’impresa è sempre sociale, qui c’è una curvatura illuministica, elemento Olivetti in fondo, l’impresa è sempre sociale. È il cristianesimo che aveva tematizzato, già con Leone XIII, ma il nodo centrale, una delle cose più serie della dottrina sociale cristiana, una delle linee di fondo, siccome nasce contro il socialismo e quindi contro le dimensioni più estreme del socialismo, poi si è perfezionata nel tempo, l’idea era la collaborazione di classe contro la lotta di classe.

Cioè, nelle relazioni umane le dimensioni cooperative e collaborative devono prevalere su quelle… é chiaro che la lotta di classe non è che è nata come una fantasia, c’era appunto quella struttura discendente e gerarchica del capitale per cui la ribellione sociale era qualcosa di storicamente plausibile, però un fatto era dire che era storicamente plausibile, un fatto era sostenere che fosse in linea di principio sostenibile. Fra ciò che è storicamente plausibile e ciò che è in linea di principio sostenibile ne corre… Da questo punto di vista la collaborazione di classe era l’idea che si potesse trovare un accordo senza dover passare per la lotta. Queste versioni sono versioni che La reciprocità che ha avuto anche il capitalismo illuminato. Olivetti era questo, ma in Inghilterra Owen, tutte quelle correnti lì.

Allora, cosa ci dice Bruni? L’impresa può avere questa dimensione sociale, però è ancora un qualcosa che ha un motore impersonale. Cioè l’impresa sociale è sociale nei risultati non nelle intenzioni. La cooperativa è sociale nelle intenzioni e non nei risultati, cioè produce con una intenzione cooperativa. E quindi bisogna distinguere tra l’impresa che ha effetti sociali e la socializzazione del produrre, una socializzazione non comunista perché è una socializzazione prodotta per accordi e per spontaneità sociale.

E quindi, tutto il discorso del no profit si colloca in questo spazio, quello appunto dove si apre un capitolo interessante: Ranci ci direbbe delle cose. Il no profit è spontaneità sociale, deve diventare una grande organizzazione per reggere sul mercato. Ci dice bene, non prendiamolo in senso patetico, questo no profit deve reggere sul mercato, deve avere un’efficienza economica. Beh, molte volte abbiamo imprese sociali che sono imprese poi di fatto parassitarie. Nascono come imprese sociali e poi chiedono il sovvenzionamento dello Stato. Allora tanto vale avere un welfarebuono anziché un welfare che non funziona come welfare e poi funziona come imprese sociali ricotte, e poi diventa un elemento di sottogoverno, un motivo di ricatto politico. Sul volontariato la questione è molto complessa. Quando si vuole dire che l’Italia è buona si parla di volontariato, ne parla anche Maurizio Costanzo e già è un segno evidente che le cose non stanno così. Quando si vuol trovare un po’ di bontà in una società di orrore, il volontariato diventa una specie di parola magica. Poi vai a vedere e ci sono correnti affaristiche anche.

Però il discorso è che i produttori in cui la dimensione fondamentale è del produrre come servizio, cioè non gli effetti sociali di un’impresa classica che deve avere effetti sociali, ma un modo sociale di produrre, libero, in cui ci si mette d’accordo e si dice produciamo e poi conteggiamo. Allora è chiaro che il sistema cooperativo deve diventare grande e in effetti poi c’è il discorso vero, indipendentemente poi da fenomeni patologici ecc. ecc., con un ragionamento molto serio sulla cooperazione. Le imprese cooperative in Italia sono nate così, ma anche nel mondo sono nate così.

Quindi, se guardiamo le cose dal punto di vista dell’economia – lasciamo stare le telefonate e le intercettazioni -, se una cooperativa fa una banca per finanziarsi fa una cosa saggia perché deve stare sul mercato; se poi la cooperativa telefona a Fassino questo è un altro paio di maniche, ma che la cooperativa si faccia una banca… perché la banca è un modo di stare sul mercato, cioè una forma di finanziamento. Ecco, quando si pensa a un’impresa cooperativa non si deve pensarla in modo pauperistico, in piccolo, perché molte volte si fa volontariato in termini di buona volontà e di pauperismo.

Secondo me l’interesse di questo libro è che dice: no, noi dobbiamo entrare nel mercato con diverse intenzioni dove le libertà producono intenzionalmente beni, e producendo beni producono bene.

Qui veniamo all’ultima parte del libro: “Produrre bene”. È il tema del fattore della felicità, del paradosso della felicità che è entrato nell’economia; di questo io devo essere grato agli amici economisti, agli amici di Bruni, perché il mio libro sulla felicità è piaciuto agli psicologi, ai teologi, ecc., ma non mi aspettavo che piacesse agli economisti e invece ho letto che devo fare etica sociale perché il tema della felicità ha forte ragion d’essere perché l’economia deve produrre il benessere, il benessere pubblico deve essere l’individuo e allora per produrre il benessere non è sufficiente pensare il benessere in termini di reddito.

Parto da una banalità perché una banalità era oltre che una volgarità. I ricchi piangano, dicono quei folli che ci hanno regalato un Berlusconi per vent’anni. I ricchi piangono già, non c’è bisogno di farli piangere perché la ricchezza non è da sola un fattore di felicità. Piangono perché le relazioni personali vanno in crisi, perché hanno rapporti sbagliati con i figli, perché non hanno legami affettivi stabili, perché devono continuamente comprare per avere qualcuno accanto. Sono felici questi? Ma questi riempiono gli studi degli psicanalisti. Questi vanno avanti a cocaina e psicofarmaci. È gente felice questa? Chi la presenta come felice? Non dimentichiamo che la televisione in Italia e nel mondo è stata uno dei fattori più degradanti dell’intelligenza pubblica e della sensibilità civile, accanto al crollo della formazione; la scuola non ha insegnato più perché imparare costa fatica come dice Cohelet. Il sapere dà dolore, non è una frase metafisica. Uno dei primi significati di questa parola è prosaico e banale: cioè per imparare ci vuole fatica perché senza fatica non si impara. Noi abbiamo facilitato tutto: crollata la scuola, le forme di vita sociale sono state costruite da queste iridescenze dove l’elemento della perversione, della eccitazione è diventata la cifra della felicità. Qui Spinoza ci dice delle cose grandissime, ma lasciamo stare.

Ecco, i beni di relazione: superata la soglia del bisogno, ci si adatta al bene perché il bene non è più una novità. Cioè dalla prima macchina alla seconda macchina l’adattamento ha tempi sempre più bassi, tu compri una macchina più grande e ti stufi prima. Questo accade anche nei rapporti interpersonali. Cambiare una casa, la moglie anche, vuol dire che più le cambi e più ti stufi, perché apprendi il cambiamento non la relazione, e siccome la carne deve essere sempre fresca hai fenomeni mediatici come vediamo: il settantenne di successo è quello che ha la ventenne di passaggio. Vale anche il contrario? No, lasciamo stare il femminismo perché ancora le donne devono liberarsi, verrà il momento, è difficile provare il contrario, ma speriamo che non avvenga, che cambi completamente il modello perché spostare questo modello maschile al femminile certamente non è una vittoria delle donne, ma è un disastro generalizzato.

Allora, tornando ai beni di relazione, sono quei beni che nascono dal fatto che il soggetto incontra nell’altro la sua ragione di crescita e di completamento, incontra nell’altro. E qui veramente c’è la dimensione della ferita, l’altro ti ferisce ma direi che da questo punto di vista, per usare un’immagine, è proprio la ferita d’amore: languire d’amore, cioè la ferita che ti apre all’altro, è la ferita che non marcisce.

Parlando in termini cattolici, sono stati fatti degli studi bellissimi da un grande teologo, che ha scritto un bellissimo pezzo sul cuore di Gesù, Karl Heim: la devozione al cuore di Gesù dei gesuiti, cioè questo cuore che è amore e che sanguina: era la manifestazione del tuo amore, cioè non la ferita che uccide, ma il cuore che sanguina, che dona. Erano abili, hanno inventato le comunicazioni di massa, però c’era questo messaggio del cuore che dona. Ecco allora la gratuità è questa cosa qui: la ferita in questo senso d’amore che appassiona all’altro.

E qui ci sono molte indicazioni, riprese dalla dal Newabaun, cioè quali sono i caratteri e le tipologie per definire un bene, come bene di relazione. Non sto qui a raccontarla altrimenti… questo lo fa lui. Però la cosa importante è proprio questa e allora diciamo che la dimensione della felicità qui davvero non sta nel reddito ma sta nelle capacità di realizzazione del soggetto, ma il soggetto si realizza pienamente soltanto nelle relazioni con l’altro. E direi che negli economisti contemporanei, abbiamo avuto modo di discuterne, ci sono quelli che ritengono che si possa fare un calcolo della felicità, che ci possano essere indici oggettivi di felicità. Mentre c’è Mattia Seng che dice: noi non abbiamo indici oggettivi, abbiamo sostanzialmente le esperienze del soggetto che sviluppa la sua capacità.

Le capacità, qui il discorso diventa grande e dovrei fare riferimento al mio discorso alla mia teoria delle virtù, le capacità sono sempre relazionali. Non esistono capacità che non siano relazionali, come le virtù sono sempre relazionali. Il desiderio è relazionale, il mio desiderio è sempre desiderio d’altro. Allora la felicità come fioritura, come capacità di fare fiorire la vita. Ne parlavamo un momento fa perché Bruni usa la felicità come fioritura umana, non come happening, non come caso, come fioritura umana, e allora mi faceva molto piacere perché quando io pubblicai il mio primo libro sulla felicità in copertina scelsi la flora dalla Primavera di Botticelli perché la semantica della felicità che io avevo fatto in quel libro era soprattutto la felicità come felix, come generazione, la capacità di generare.

Concludo con una metafora che secondo me in qualche modo è complementare a quella della ferita ed è la Trinità, perché la Trinità è l’identità, la differenza e la relazione. Io mi riconosco come io se c’è un tu che mi chiama e qualcuno a cui mi rivolgo; senza l’altro io non conoscerei mai me stesso. È l’altro che mi rivela a me, è l’altro che suscita desiderio, è l’altro che suscita un’avversione, cioè l’io se non ci fosse l’altro non si sveglierebbe mai. E l’altro è il logos che dice a Dio che è Dio, non lo saprebbe mai. La grandezza alla quale è elevata la Trinità non esiste, esiste in questo modo, è una dimensione molto più umana di quanto non si pensi. L’identità si scopre come identità attraverso la differenza che la rileva. E che cosa è lo Spirito Santo? Non è una cosa, non può essere un terzo con una terza differenza, è l’animazione del rapporto che c’è tra l’identità e la differenza. Ecco perché lo Spirito è assolutamente incorporeo, perché è la relazione vivificante tra identità e vivere e agire.

Il regno dello Spirito è la fioritura circolante delle differenze di chi si ama, qui e ora. Non c’è bisogno di nessun paradiso dopo, e forse qui sta la differenza stretta tra me e Luigino Bruni.

Trascrizione della relazione di Luigino Bruni

Innanzitutto desidero esprimere la mia gratitudine al Circolo Dossetti, per questo invito, anzi per l’onore che mi ha fatto mettendo il mio libro tra quelli che sono in programma in questa scuola.

E come dico quando ascolto dei commenti, delle recensioni o delle discussioni come quella di oggi, perché è raro trovare degli interlocutori come Salvatore Natoli, finalmente io stesso capisco il mio libro! Nel senso che quando qualcuno lo legge è un po’ come il logos con Dio, quando qualcuno legge il libro e te lo ridà indietro lo capisci di più. Non è una battuta. Perché in realtà il libro è anche un rapporto e cioè non è che il mio pensiero vero lo conosco io e il lettore è sempre un interprete parziale; a volte può rivelare il vero pensiero di un autore un lettore non l’autore stesso; questo è bellissimo nell’opera musicale; cioè, chi è che sa come si interpreta la nona sinfonia di Beethoven? A volte ci sono stati tentativi nella storia della musica; per esempio Strawinsky ha detto: “Vi dico io come si dirige la mia sinfonia” ma oggi si sa che la sua interpretazione non era assolutamente la migliore. Cioè, l’interprete a volte rivela all’autore la vera interpretazione.

Non voglio paragonarmi né a Strawinsky né a Beethoven, ovviamente, però volevo dire che un libro è un bene relazionale, cioè un libro è un rapporto tra persone. Quindi, sono stato molto contento di sentire queste cose su questo libricino che ho scritto in realtà in un’estate e quindi non sarà l’ultima parola su queste tematiche. È un libro che ho scritto di getto, da un’intuizione perché accade così: chi lavora con le idee lo sa – qui vedo miei colleghi, oltre all’amico Pierluigi Porta, vedo anche un collega filosofo in sala e altri amici – cioè chi lavora con le idee sa che le idee non nascono quasi mai da letture di altri libri, nascono dalla vita, nascono da incontri, da qualcosa che è pre-scientifico, che non è tutto interno a una materia.

Io appunto leggendo e rileggendo questo passaggio del Genesi del combattimento di Giacobbe con l’Angelo vidi un’intuizione che quel grande mito biblico non fosse semplicemente un mito che descrive il rapporto tra l’uomo e Dio, ma un mito che descrive i rapporti tra le persone. Questo è forse l’unico elemento originale di questo libro, cioè il leggere il combattimento di Giacobbe con l’Angelo in chiave antropologica e non solo in chiave teologica, perché questo mito è stato letto sempre così, e questa può essere la prima impressione, sempre come la fede, cioè la fede come agonia, come combattimento: Dio ti ferisce per benedirti. Quindi l’idea che l’uomo di fede è un combattente, non è uno che riceve, è un soggetto che lotta e quindi si fa ferire e si fa benedire, e se non si fa ferire non c’è benedizione.

Io ho avuto l’intuizione così, non so come mi è nata un giorno, dicendo che questo bellissimo mito, fondativo dell’Occidente come tutti i miti biblici assieme ai miti greci, è un mito che mi rivela che cos’è la relazione interumana, non solo la relazione uomo-Dio. Quindi ho cercato di declinare questa intuizione facendo l’economista. In fondo questo libro non è un libro di economia ma è un libro di un economista, cioè un libro di un economista che scrive sulle relazioni umane da una prospettiva che conosce che è quella dell’economia. Non è un libro di scienze economiche, è un libro sulle relazioni umane che ha scritto una persona come me che conosce un po’ l’economia e non è un filosofo, non è uno psicologo, anche se cerco di dialogare con dei personaggi come Salvatore Natoli e altri

Quindi, sono davvero grato di questo invito e grato di queste note di Salvatore Natoli che mi hanno rivelato meglio il mio libro. Ripeto, non è una battuta, è sostanza, perché il libro si capisce parlandone con gli altri. A me piace molto l’idea che il libro si pubblica, quando il libro è pubblicato non è più tuo, è della gente, è di tutti, quindi può far dire cose diverse, no, non è vero, io volevo dire un’altra cosa. No, non è vero, non ti appartiene più il libro in quanto in qualche modo l’hai donato, l’hai pubblicato, l’hai reso pubblico nel momento in cui esce. Quindi sono molto contento.

Parlerò pochi minuti, perché voglio lasciare spazio al dialogo con voi, credo che sia una delle caratteristiche anche quella di dialogare con i partecipanti al corso, quindi cercherò di essere breve, 15-20 minuti.

Vorrei dire alcune cose che non sono state dette dal professor Natoli; in realtà, tanti elementi sono già stati rivelati, cioè l’idea della ferita, l’impresa, la gerarchia, il feudalesimo, la comunità. D’altronde ci sono alcune parole chiave in questo libro che sono appunto comunità, immunità, mediatore, cioè il terzo che si mette in mezzo e media rapporti umani, ecc., la tradizione anglo-sassone, e quella latina, o scozzese o napoletana, modelli di narcisismo, ma ci sono delle cose in più cui voglio accennare.

In realtà che cos’è il mercato? Questo dovrebbe essere un libro sul mercato. Sto facendo una versione nuova di questo libro, uno sviluppo con Bruno Mondadori che si chiamerà, forse, La metafisica del mercato, cioè l’idea che il mercato è un corpo e non una metafisica, cioè l’idea del terzo come mediatore che assomiglia molto a quel terzo assoluto del mondo antico, ovviamente laicizzato, teorizzato, eccetera. È anche un libro sul mercato, su che cosa è il mercato, poi un capitolo che a me piace molto, è quello dell’erosphilia e agape che, non perché l’ho scritto io, ma secondo me rivela delle cose sul mercato che mi sembrano interessanti e quindi dico una battuta su questo, però parto dall’idea della Trinità, la ferita, le cose con cui Salvatore Natoli ha chiuso.

Ora non so se questo è un libro di un economista cattolico, io non so se esista un modo di essere cattolico nel fare teoria, credo di sì, però in realtà credo che anche il pensiero umano sia umano prima di tutto. Ovviamente io ho la mia formazione, poi sicuramente i grandi archetipi cristiani sono parte della mia esperienza, della mia vita, quindi sicuramente quando ho scritto e quando lavoro ho in mente certamente la Trinità, ho in mente la persona come antropologia cristiana, ecc.

Ora, dove si aggancia la Trinità nel mio discorso? Si aggancia a questo livello: che nella Trinità, la lettura cattolica di Trinità, anche teologica, a volte mette in luce un rapporto senza ferita, come se Padre, Figlio e Spirito Santo fossero tre soggetti che si amano di amore romantico e non c’è all’interno della Trinità la ferita. In realtà, la lettura che io amo della Trinità è che il Padre genera il Figlio morendo, cioè il Padre genera il Figlio non essendo più Padre, riconoscendo qualcuno. Poi, una volta che il Figlio è, è questa dinamica che alcuni teologi chiamano antinomica dell’essere non essendo. Quindi dentro la Trinità si nasconde una ferita che si rende palese nel momento in cui c’è l’abbandono sulla croce. Cioè, l’abbandono di Gesù in croce non è un optional, è qualcosa che rende palese quella ferita che c’è da sempre dentro la Trinità, cioè ognuno è se stesso morendo nell’altro.

Quindi, questa idea, e vengo all’economia, e vengo alla storia, l’idea che la relazione umana possa evitare la ferita, è sbagliata. La relazione umana è tale se è capace di trasformare ferite in benedizioni. Questo mito di Giacobbe, lo ripeto per qualcuno che per caso non lo ricordasse bene, Giacobbe combatte con l’Angelo, si trova al mattino o con l’essere misterioso, o con Dio stesso, c’è questa ambivalenza nel testo stesso, si trova ferito nella gamba, al nervo sciatico, però l’altro lo benedice e Giacobbe diventa Israele. Questa tripartizione del racconto, la ferita, la benedizione, il cambiamento del nome vuol dire la natura della persona. Quindi, l’altro mi ferisce, mi benedice e mi cambia.

Ora questa dimensione dei rapporti umani, secondo me è fondativa, nel senso che se uno va a fondo nei rapporti con l’altro si trova a un punto, arriva a un punto – qui ha già detto molto Salvatore Natoli e non voglio ripetermi – dove l’altro è diversità, una diversità che mi mette in crisi, che mi ferisce, ma questa ferita nasconde, se si è capaci di rapporti profondi, anche una benedizione. Ora qui c’è la Trinità, c’è certamente questa visione dietro, però c’è una visione non romantica dei rapporti umani. Cioè quello che io vedo a volte anche nei beni relazionali, chi parla di noi, di rapporti, tende a volte a dare una visione dei rapporti umani come cose sempre positive, luminose, di amori scambievoli. Il rapporto umano è questo ma ha anche la dimensione della ferita.

Però quello che io volevo, ed ecco perché non è un libro di un pessimista, perché non è semplicemente la ferita, c’è anche la benedizione, cioè a dire, attenzione, non possiamo separare le due dimensioni; questo è un po’ il messaggio, cioè non è possibile. Ecco perché poi parlo del mercato, perché il mercato, giustamente, e lo stato moderno sono tentativi di separare la ferita dalla benedizione, cioè di immaginare delle forme di convivenza dove noi per non farci male non ci incontriamo più. Cioè vuol dire, la benedizione diventa lo scambio ma evito la ferita, perché – e qui rispondo già alla prima domanda – quale ferita?

L’idea che io ho di ferita, che ovviamente non affronto, perché non l’ho fatto di proposito, volevo parlare di economia, è quel genitivo, soggettivo e oggettivo intanto, cioè è la ferita che io faccio all’altro e che l’altro può fare a me; cioè dell’altro vuol dire entrambe le cose, cioè è un ferirsi e benedirsi reciprocamente. L’idea è questa: il mercato, sapendo che l’altro è ambivalente, che la ferita è narcisista ed è una ferita bella, una ferita che spacchi il mio narcisismo, del narcisismo e del narcisista (è il linguaggio di Salvatore Natoli), allora per paura della parte negativa della ferita ha detto: allora non voglio incontrarlo per niente, siccome l’altro è ambivalente meglio non incontrarlo che rischiare l’ambivalenza. Quindi, ha evitato qualunque forma di rapporto con l’altro per paura della ferita cattiva.

Quindi cosa ha detto al mercato? Bene, possiamo fare a meno dell’incontro personale e siccome il mercato funziona perfettamente senza rapporti personalizzati, siccome l’altro è ambivalente, mi può fare male, mi può appunto ferire, costruiamo un mondo, una vita in comune senza l’incontro personalizzato, mediando i nostri rapporti con qualcos’altro, che nell’ambito politico accenna alle idee di Hobbes ecc,. e nell’ambito economico ho parlato e parlo del mercato come un grande mediatore che si mette in mezzo.

Una battuta, poi chiudo la parte teologica visto che ci scambiamo un po’ i ruoli, Salvatore Natoli ha terminato con la teologia, io inizio poi termino con l’economia. Chi è la mia immagine di mediatore perfetto, che non ho messo nel libro ma è dietro? È Gesù sulla croce che si mette da parte; cioè c’è un’idea – anche questa dovremmo discuterla a lungo ma non oggi – un’idea cattolica di mediazione che a me non piace, che il mediatore diventa la Chiesa come terzo fra me e Dio, contro la quale tutta la riforma protestante ha reagito duramente. L’idea che a me piace del mediatore cristiano è Gesù che scompare sulla croce e ci fa incontrare con il Padre, quello è il mediatore che mi piace. Quindi il mediatore buono è uno che si mette da parte per farci incontrare, non che si mette in mezzo. Questo è il punto, cioè c’è mediatore e mediatore. Quindi io sono contro quel tipo di mediazione che si mette in mezzo, che non ci fa incontrare mai per paura di farci male e reagisco. Quindi, quando il mercato diventa questo (non sempre lo può diventare) è un terzo che impedisce il rapporto profondo, e a me quel terzo lì non piace più.

Una battuta sull’erosphilia-agape che è un capitolo poco economico ma in realtà nasconde anche una nota economica sullo sfondo. Io faccio un’analogia che forse è un po’ originale – chiedo a Salvatore Natoli se lo è davvero – tra l’eros e il contratto. C’è questa idea cioè, che l’amore umano nel mondo greco, cristiano ha avuto questa ripartizione, erosphilia-agape, poi potremmo discutere davvero se l’amore in realtà è uno e trino anche qui, perché poi bisogna anche evitare di distinguere troppo l’eros dall’agape, la philia dall’agape, la philia dall’eros perché in realtà l’amore umano è uno. Però è bella l’idea archetipica dell’amore umano che è amore erotico, amore di amicizia, amore incondizionale dell’agape. Quello che io faccio notare nel testo è che c’è una forte analogia tra l’eros e il contratto perché l’eros nel mondo, nel mito, almeno in Platone, nasce da due genitori che nel Convivio – correggimi, Natoli – che sono Penìa e Poros, cioè che sono l’espediente e l’indigenza. Cioè io cerco l’altro nell’erosperchè mi manca qualcosa, ho un’indigenza, soddisfo il rapporto con l’altro e ti conquisto per appagare questa indigenza, quindi metto in atto il corteggiamento al fine di appagare questa indigenza.

Bene, secondo me. il contratto e il mercato è molto simile. Io ho un’indigenza, mi manca la penna, cerco te per soddisfarla e ti conquisto per carpir la maggior fetta di surplus nello scambio. Cioè il mercato nasce da soggetti indigenti che cercano di conquistarsi reciprocamente. Infatti non è un caso che Smith parla di seduzione come caratteristica fondativa del mercato, cioè a dire, deve essere capace di sedurti, basta guardare i mercati veri, quelli personalizzati. Sono stato giorni fa nel Sud Italia, se attraversi o se poi parliamo dei mercati del Magreb, se attraversi un mercato personalizzato, la gente ti conquista, ti convince e senza quella maglietta non la fai felice. Cioè l’idea che il mercato è seduzione reciproca, quando non è anonimo. Quindi lo scambio di mercato assomiglia molto all’eros.

Quindi qual è l’idea di fondo: costruire una società sul solo mercato dimenticandosi di altre forme di relazionalità che sono l’amicizia e l’agape è come immaginare una vita in comune solo erotica e quindi immaginare una vita comune giocata soltanto sul registro dell’eros, dove la gente si incontra, si lascia sulla base di questa dimensione fondativa. Quindi ecco perché io non sono Latouche, perché io amo il mercato, come amo l’erosnella vita; sarebbe impossibile vivere senza eros, è la forza che muove il mondo, però non solo l’eros.

Premetto nell’introduzione una battuta che è più di una battuta: “Questo libro si muove tra il solo e il senza”, cioè una vita senza mercati è vivibile, una vita con i soli mercati è invivibile. Quindi una vita senza eros è inconcepibile, col solo eros assomiglia molto alla vita di oggi dove la gente si incontra, si lascia sulla base del solo registro erotico. Quindi, è un po’ questo gioco, un gioco non linguistico, ma questa dinamica tra il solo e il senza, tra un mondo senza mercati o solo mercati su cui si gioca una buona parte del mio lavoro.

E poi dicevo, sono tantissime cose che vorrei dire ma non c’è tempo, ma non solo non c’è tempo, ma non è opportuno, perché chi di voi avrà voglia di leggere il libro le troverà dentro.

Un’altra battuta che volevo fare sul mercato. Cioè, una volta uno poteva domandarsi che cos’è? Come funziona il mercato? Prima Salvatore Natoli parlava delle varie culture del mercato; intanto dobbiamo affermare una cosa, con forza: non c’è un solo mercato, non c’è un solo capitalismo. Vi confesso una mia esperienza personale: io ho una crescente reazione critica verso il vocabolario, le espressioni del nuovo capitalismo italiano che ragiona come se l’unico modo di produrre, scambiare e vendere i beni sia quello americano e anglosassone. cioè che esiste una sola forma di impresa, c’è una sola cultura aziendale, c’è una sola via al mercato.

Attenzione: il mercato è plurale; noi abbiamo, e abbiamo ancora, mica avevamo, la cooperativa sociale e l’impresa capitalistica che non sono la stessa cosa. Tutto concorre alla parola mercato, benissimo, però è come un oceano che ospita il delfino e, non dico lo squalo perché non voglio essere duro, ma insomma ci sono diversi pesci che abitano, popolano il mare ma sono diversi. Dell’idea oggi di questo monofisismo, di questo riduzionismo a una sola forma, io sono molto preoccupato perché il mondo diventa povero davvero. Tutta la tradizione che noi ci portiamo dietro dell’umanesimo civile, in fondo si ha bisogno dei libri di storia delle idee, questo umanesimo civile che nasce, mica un caso, in Toscana, in Umbria e nelle Marche, a Milano probabilmente anche, tutta la tradizione civile italiana, il Settecento, che il civil commerciare, tutta la civile concorrenza dei milanesi, di Verri, di Romagnosi, di Cattaneo, non è niente questo? Perché abbiamo solo da guardare i Rockfeller e i Canergie americani?

Perché il mercato cambia cultura, è umanesimo, non è semplicemente tecnica. Quindi rivendico non in modo semplicemente fazioso o patriottico, rivendico un pluralismo dei modi di intendere il mercato. Perché l’Italia ha una sua dignità, ha una sua storia. Non voglio fare come Benigni che rivendica l’italianità, è anche vero questo, però qui è semplicemente storia. Cioè, Vico non è meno intelligente di Smith, semplicemente la pensava diversamente. Qui sarebbe lungo, ma sarebbe interessante parlare dell’umanesimo più cattolico che non protestante. Che l’umanesimo più cattolico, più comunitario, più mediato (male, secondo me) è stato perdente in un mondo in cui doveva affermare la libertà individuale. Ma oggi, in un mondo dove si deve ricostruire la fraternità, una categoria preminente, forse l’umanesimo latino non è da buttare via perché l’umanesimo è fondato sulla comunità.

Cioè quando io sento, e vado spesso nel Sud – una parentesi sono anch’io una persona del Sud, sono di Ascoli Piceno che è un po’ al confine – e sento parlare, sento interpretare il familismo, la comunità meridionale come mafia e basta, come un peso da buttare via, questo vuol dire un paese che va in declino. E se tu non sei capace di vedere nella comunità una risorsa, non solo un problema, sei sempre a correre dietro agli altri, sei sempre a imitare i nordici. È stato perdente questo modello in un mondo che doveva affermare l’individuo e non la persona nella libertà e nell’uguaglianza.

Attenzione, c’è anche la reazione. Come dire, l’archetipo di questo è il Brasile e il Nord America, sono entrambi due paesi fortemente interetnici, un crogiolo di popoli, però uno, diciamo, ha avuto una deriva, il Brasile, fino a pochi decenni fa, un sottosviluppo rispetto all’America del Nord perché il Brasile è di cultura cattolica, il Nord America di cultura protestante. Cioè la dimensione, la comunità, il rapporto è stato un peso nell’Ottocento e nel Novecento, mentre l’individuo che si afferma, l’imprenditore diventa un valore nel Nord.

Bene, io credo che questa dimensione della comunità, della collaborazione può diventare una risorsa per il capitalismo del terzo millennio. Cioè non è semplicemente un fardello, certo un conto è la fraternità dopo la libertà e l’uguaglianza, un conto è prima. Questo è il problema, cioè se tu non hai la libertà e l’uguaglianza, la fraternità sono chiacchiere, però in un mondo dove si comincia a sperimentare uguaglianza e libertà, una cultura del rapporto e della comunità può essere una risorsa e non solo un problema.

Quindi questo mercato, cioè il mercato che io chiamo più di tradizione comunitaria, relazionale e il mercato più individualista di cultura, di stampo anglosassone sono la stessa cosa? Non credo. Ora prima si accennava in una delle battute, delle domande di Salvatore Natoli era sul non profit. Intanto, quello che faccio, forse in una nota del libro, perché le note sono importanti in questo libricino, dico sempre agli studenti che si leggono le note e non solo il testo perché lo studente pensa che l’introduzione, le conclusioni e le note sono un’appendice estetica del libro di testo, che non servono a nulla, invece vanno lette perché ci sono delle cose anche talvolta interessanti. Forse vedrete in una nota che una delle cose che vanno superate è proprio la distinzione fra non profit e for profit.

Non profit e for profit: non è un caso che nasce in America la distinzione, mettono al centro il profit, sia che tu sia non sia che tu sia for, il centro del modello rimane il profitto. Per il modello italiano basterebbero Einaudi e Pantaleoni, senza scomodare i cattolici, che dicevano: lo scopo dell’imprenditore non è il profitto, è un progetto. Chi ha come scopo il profitto, dicevano loro, è lo speculatore che è un’altra categoria, l’imprenditore vero ha come scopo un progetto e ha come segnale il profitto; se non c’è profitto il progetto non funziona. Il mio scopo, ciò che mi fa partire a fare impresa non è il profitto, è realizzare un progetto.

Allora, quando io lo dico in classe gli studenti mi fanno ohhh… Allora io dico, facciamo così, un gesto di sfida, benissimo, facciamo un compito a casa, voi mi portate la settimana prossima un’intervista a un imprenditore e vediamo quanti fra questi imprenditori hanno iniziato la loro attività avendo come scopo il profitto. Fanno l’indagine e arrivano sempre al 10-15%, il resto raccontano altre cose . E non sono sempre delle motivazioni alte, possono essere motivazioni anche di orgoglio, di essere stimati, riconosciuti, ammirati, ma il profitto non è abbastanza forte per muovere una persona, questo è il discorso.

Ciò che l’economista non capisce, a volte, pensa che la gente sia troppo semplice, cioè un essere umano non mette su un’impresa, i soldi sono troppo deboli per muoverti per una vita intera, l’essere umano è molto più complicato del profitto, ha bisogno di altre cose, il riconoscimento, la stima, il senso di quello che fai, che è molto più del profitto.

Quindi, per dire, distinguere il mondo tra non profit e for profit è sbagliato teoricamente, non è un problema retorico, quindi io nel mio libro parlo di impresa civile o incivile: se l’impresa, al di là delle forme che ha, può essere cooperativa sociale, cooperativa o anche impresa commerciale, se costruisce il civile, se crea posti di lavoro in modo regolare, paga gli stipendi che deve pagare, non inquina, paga le tasse, è civile, se non lo fa è incivile. Punto. Non è che c’è il non profit, il for profit, come se fossero due mondi, due anime belle dell’economia o le crocerossine, come dicono gli stessi, che tappano i buchi del mercato. No, quello che faccio, quella collaborazione anche un po’ ambiziosa che facciamo, è il dire che ciò che intendiamo per non profit è una tradizione italiana, mediterranea, europea che vede l’economia in un certo modo, che oggi ha questa, diciamo, espressione, ma non è una faccenda che nasce ieri, è un modo di intendere l’economia diversa rispetto al modo capitalistico. E anche diverso dal modo marxista, cioè una via diversa che vede il mercato come luogo di civiltà, la reciprocità, Genovesi e le cose già dette.

Bene, cosa posso aggiungere. Ecco, la felicità, ultima battuta davvero. Io devo andare giovedì a Washington a fare una conferenza, e quelli mi dicono con l’invito, oltre alle spese, prevediamo anche 900 dollari di onorario. Poi mi scrivono una lettera, l’altro giorno, dicono però il 30% va decurtato perché ci sono le tasse americane eccetera. Io ho risposto, benissimo quel 30% lo decurtiamo con il cambio dollaro-euro e quindi io so per esperienza che la ricchezza non fa la felicità, non si preoccupi, perché proprio di quello vado a parlare. Mi risponde la signora, benissimo è vero, però mi diceva mia madre che è meglio piangere in una Jaguar che non in una Diane. Cioè, come dire, è vero che non fa la felicità però si sta più comodi piangere in una Jaguar. Allora la voglio mettere questa battuta di questa mamma in un prossimo libro, che è simpatica.

Quindi l’idea che c’è dietro a queste battute, la felicità eccetera, è che appunto la felicità passa molto per i rapporti umani. Quindi non mi ripeto, lo abbiamo appena ascoltato in modo più efficace di come possa fare io, cioè l’idea che il bisogno di relazioni è un bisogno primario dell’uomo. Cioè quello che a volte gli economisti fanno, queste famose piramidi dei bisogni primari, sembra che ci siano il cibo, il vestirsi, poi i beni di lusso cominciano a essere l’amicizia. Sono errori gravissimi, cioè basta guardare la gente che muore molto prima se non è amata rispetto al se non è vestita, la dimensione relazionale è fondativa della vita comune e della vita individuale, come lo è il cibo, la dimensione del vestiario, uguale; non c’è una piramide dei bisogni, la vostra visione americana è errata. È una dimensione circolare, non è piramidale. Quindi noi insistiamo molto. Però le relazioni sono ambigue, sono anche un luogo di ferita.

Allora se per paura di soffrire perdiamo il rapporto con l’altro si è davvero infelici. È un po’ questo il messaggio. Quindi il mercato diventa pericoloso, quando lo diventa, se impedisce alla gente di incontrarsi promettendo una non ferita.

Mi fermo qui, non voglio farla troppo lunga. Credo che se queste conversazioni, queste note vengono poi combinate… mi interesserebbe molto rimeditare le cose che ho ascoltato da Salvatore Natoli. Ora però lasciamo lo spazio al pubblico per le domande. Grazie per l’ascolto.

 

email

Permanent link to this article: http://www.circolidossetti.it/luigino-bruni-la-ferita-dellaltro-economia-relazioni-umane/

Lascia un commento

Your email address will not be published.