L’uomo dell’anno

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Giovanni BianchiVi è l’abitudine, specie da parte di giornali e riviste di un certo prestigio, di attribuire la qualifica di “uomo (o donna) dell’anno” alla persona che secondo loro nell’anno appena trascorso si è particolarmente illustrata nel suo campo di attività. Il più noto ed importante di questi riconoscimenti è quello della rivista statunitense “Time”, ma vi sono anche degli organi di informazione nostrani che seguono questa moda.

Dallo scorso anno ad esempio ha iniziato a farlo il “Sole 24 ore”, che attribuì tale qualifica per il 2009 ad Emma Marcegaglia (ossia il capo della sua società editoriale di riferimento) e a Giulio Tremonti (ossia il Ministro da cui dipendono le sorti della sua società editoriale di riferimento) , ed ha rincarato la dose nel 2010 premiando Sergio Marchionne, probabilmente senza aver sentito il parere degli operai delle presse di Mirafiori o di Pomigliano d’ Arco. Con maggiore rigore “Famiglia cristiana” ha proclamato “Italiano dell’anno” 209 Laura Boldrini, portavoce dell’Alto commissariato ONU per i rifugiati, odiatissima dalle destre nostrane per aver più volte rimarcato l’inciviltà e l’inefficacia dei numerosi provvedimenti da esse adottati per contrastare l’immigrazione.

Per il 2010 invece il riconoscimento è stato attribuito al cardinale Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano. Motivando tale scelta il Direttore della rivista paolina, don Antonio Sciortino, ha scritto fra l’altro che il Cardinale “è il volto della Chiesa che ci piace” ossia “una Chiesa che rinnova la ‘primavera’ del Concilio. Senza nostalgia per il passato. Nonostante le tempeste odierne. Una Chiesa che dà respiro ai laici. E li rende corresponsabili. Nel nome della ‘dignità battesimale’ che ci accomuna come ‘popolo di Dio’, con diversità di ruoli e funzioni”. E ancora: “Una Chiesa povera, sobria in tutto. E con tutti, soprattutto con i potenti. Una Chiesa che si spoglia dei propri beni, in aiuto di chi ha fame o ha perso il lavoro”.

Tutte parole vere e largamente condivisibili, ma mi sembra interessante l’accenno che don Sciortino fa ai “grevi attacchi” ricevuti dal Cardinale, “Attacchi sopportati nel silenzio e in solitudine. Con evangelica pazienza”. Sì, nel silenzio e soprattutto in solitudine. Perché in effetti può accadere, e di fatto è accaduto ed accade, che il Vescovo di una delle più grandi Diocesi del mondo, la seconda d’ Italia per importanza dopo la Sede apostolica romana, un principe della Chiesa, come si sarebbe detto in altri tempi, abbia potuto essere svillaneggiato in pubblico con parole offensive da cani e porci (e in questo caso non si tratta solo di un colorito modo di dire)  senza che da parte dell’ufficialità ecclesiastica vi siano state reazioni apprezzabili.

E questo, si badi bene, in un contesto in cui si è pronti a gridare allo scandalo e alla persecuzione se in una scuola viene negata la benedizione natalizia ovvero se non viene garantita la “par condicio” su di una questione opinabile in una trasmissione televisiva. Forse, ed è uno stimolo alla riflessione a beneficio ovviamente di chi davvero abbia voglia di riflettere, una delle facce della “cristiano fobia”, oltre agli orrori visti in Iraq, Egitto, Filippine ed altrove, è anche questa: il rifiuto ed il disprezzo di chi parla con le parole del Vangelo, che è la voce di Cristo anzi è Cristo stesso (“ e il Verbo si fece carne”, come più volte ripetuto in tempo natalizio) in nome di un cristianesimo ridotto a idolo o a corpo contundente da utilizzare sulla testa di chi dice cose che non piacciono.

Certo, la vocazione del cristiano non è facile, ma il fatto che coloro che parlano con libertà evangelica come il card. Tettamanzi sembrino godere di così poca solidarietà all’interno della Chiesa di Cristo è un segnale poco confortante di come la religione del quieto vivere abbia più seguaci di quella del Vangelo.

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